VASCO ROSSI - VADO AL MASSIMO

19 SETTEMBRE 2019

 

Giunto alla vigilia della consacrazione, oltrepassato il confine del meteorismo, più o meno isterico-cantautoriale dei primi anni, Rossi mette il vestito buono, particolarizza la sua immagine e festeggia i trent’anni con un disco che lo definisce in pieno. Un rocker finto maledetto, bullo e saggio, disilluso e tuttora polemico, sebbene meno rusticamente di prima, verso il sistema.

Il disco è piacevole, va subito anticipato, anche perché due tra le musiche migliori che contiene sono frutto da un piccolo aiuto dei suoi amici, come vedremo più avanti.

L’hard rock, un filone poco sfruttato sino a quel momento dal cantante modenese, si pone in buona evidenza in due espressioni. Se “Credi davvero” è una cantilena distorta pregna di cinismo ruspante (“Credi davvero che sia diverso da chiunque che – si trovasse a scegliere tra lui e te”), “Sono ancora in coma” è il day after d’un incontro piccante, esaltato da un riff turbinoso e un bridge a stacco di grande impatto. Una riconferma piacevole è invece quella del funky, tramite il quale Vasco colpisce nel segno con due tra gli episodi più riusciti del disco. La bizzarra “Amore??”, snella e ballabile, irta di fiati e snap in tipico stile ottanta, con poche righe per testo del tutto schizofreniche e quei birichini riferimenti alle punture, un vizietto che gli procurerà dei guai pochi anni dopo. Nel filone rientra pure “Splendida giornata”, prima delle due collaborazioni con Tullio Ferro, brano di punta dell’album intero, che dipana le classiche esagerazioni del non ancora Blasco (“Stravissuta – straviziata…”), riassumendosi nell’apertura della seconda strofa in un piccolo, ma significativo, antro d’inquietudine: (“Ma che importa se è finita - che cosa importa se era la mia vita - o no? Ciò che conta è che sia stata - una fantastica giornata… torbida…”)

Dal palco di Sanremo il nostro aggiunge poi alla sua personale collezione stilistica il reggae di “Vado al massimo”, comprendente la polemica innescata verso Nantas Salvalaggio (“…quel tale che scrive sul giornale”) e una piccola ma mortificante autocensura che lo porterà a decidere di pubblicare un verso annacquato e falso come “tutti vanno a gonfie vele”, potete divertirvi a cercare su internet quale fosse il verso originale. La vera porta verso il successo passa per ritmi sincopati ed esotici, un esperimento che nel corso del resto della sua carriera Rossi tenderà a ripetere poco.

Purtuttavia, nell’immaginario collettivo, le tracce tratte da questo che rimarranno nella storia saranno quelle lente. Gli slow di Vasco rappresentano una parte quantitativamente minoritaria nel suo repertorio, ma hanno sempre raggiunto una popolarità esorbitante. Così sia “Ogni volta” che “Canzone” saranno, a partire da questo momento, costantemente intonate nei live da masse di fan adoranti. La prima, caratterizzata dall’intenso assolo di chitarra sul finale, procede sulla strada dell’introspezione psicologica, con momenti di pura autocritica (“Ogni volta che non guardo in faccia a niente – ogni volta che dopo piango”).

la seconda è uno sperticato cantico d’amore, i cui estratti hanno occupato per decenni i diari delle teenagers, con fatui pennarelli rosa e cuori a volontà. Certo che per un rocker maledetto aver il coraggio di rivelare che metterà nel letto qualche coperta in più per il freddo causato dall’assenza di lei, è un atto meritevole. La musica peraltro composta in tandem con Solieri è però discreta e tenera il giusto, senza scadere troppo nel mellifluo, ed alla fine l’episodio può anche starci.

Il meglio, come spesso accade, si trova dove forse non te lo aspetti. Il meglio risponde al nome dell’eccellente “La noia”, per la quale, su una bellissima musica di Tullio Ferro, Rossi cuce un testo che suona sincero e maturo, indugiando su crisi d’identità middle-aged con asserzioni gravi e disincantate: (“..ora che sai che vivere - non e' vero che c'e' sempre da scoprire  - e che l'infinito……….tutto l'infinito, finisce qui”). Il meglio è la sfrenata allegria di “Cosa ti fai”, coinvolgente, divertente, con frasi sbarazzine e da blanda, blandissima censura e la certezza che, in fondo, la strada migliore che Vasco deve seguire è quella del puro, semplice, rock’n’roll.

Grazie anche ai suddetti “piccoli aiuti”, Vado al massimo è di gran lunga la prova migliore della prima fase della carriera di Rossi. Un prodotto che chiude detta fase, a partire dall’anno successivo sarà successo di massa, un successo che perdura tutt’oggi e che forse, inevitabilmente, finirà per gravare sulla qualità delle opere dell’artista.