GIORGIO FALETTI - FUORI DI UN EVIDENTE DESTINO

5 AGOSTO 2019

 

Come anticipato dalla scarna introduzione, questo è un romanzo che celebra l’orgoglio indiano, navajo in questo caso, figlio della terra “che da sempre ricorda”, anche a secoli di distanza, torti e carneficine, e per il quale la vendetta si materializzerà nella maniera più cruenta possibile. Figura centrale dell’opera è Jim Mc Kenzie, che navajo lo è per metà, e di questo suo mezzo vincolo di sangue è lampante testimonianza il suo viso, caratterizzato da un occhio celeste e uno nocciola, stratagemma di base adottato da Faletti per indicare la perfetta “non appartenenza” di Jim né all’uno né all’altro popolo.
Jim è un animo irrequieto, che ha lasciato la sua terra nell’Arizona per stabilirsi a New York, dove sostanzialmente campava pilotando elicotteri. Da qui, per situazioni “incresciose” è costretto, appena trentacinquenne, a tornare nella terra natia. E, malgrado la sua principale caratteristica sia sempre stata quella di “voltare la testa dall’altra parte”, e non solo in senso lato, in questa nuova fase delle sua vita sarà costretto a riaffrontare tutti i fantasmi da cui era fuggito: amici traditi, amori sbagliati ma soprattutto tradizioni e senso d'appartenenza ignorato e abbandonato, e sarà proprio a causa di quest’ultima macchia che al suo ritorno dovrà pagare un conto pesante ed ineluttabile.
Nel momento stesso in cui Jim torna al paese infatti, un’angosciante catena di omicidi prende il via. Vittime un mezzo spiantato che insegue una chimera forse irraggiungibile, uno spietato stupratore assassino, una prostituta, un architetto rampante, ed una quinta vittima che non può essere svelata in sede di commento. La tecnica degli omicidi è raggelante, e, per un particolare specifico, assolutamente impossibile a credersi.
Eppure la scure del “popolo che ricorda” cade implacabile, spietata su uomini bianchi coi quali chi aveva, cent’anni prima, sparso il sangue navajo senza remissione, sembra avere in comune solo il colore della pelle. Come fermare la catena?
Coinvolto suo malgrado nella mattanza, Jim muta profondamente nel corso della narrazione. Si rende conto dei suoi errori, della sua vacuità, del suo essere completamente privo d’una qualsiasi onorabilità. E compirà una metamorfosi che lo condurrà ad ammendare gli squarci che aveva scavato nel cuore e nella mente di chi aveva frequentato e amato, riacquisendo una virtù ed un'identità che lo sosterranno nel fantasioso finale, riabilitandolo completamente.

Giallo con ben combinate digressioni nel fantastico, è questo “Fuori da un evidente destino” un rappresentante atipico del genere, nel momento in cui usa la violenza e la morte feroce come mezzo e non come fine, essendo in realtà il suo scopo più prettamente introspettivo ed addirittura “umano“, ossia la riabilitazione dell’uomo che rinasce supremamente a nuova identità, dopo una vita di anonimia morale e spirituale.
Una buona dose di suspense, sapientemente concentrata in genere alla fine dei capitoli, ed un finale non prevedibile, magari “dimesso” ma certamente coerente (ed in un certo senso inevitabile) per il “nuovo” Jim, sono le caratteristiche migliori dello scritto. Si può talvolta obiettare a Faletti una certa prolissità nei paragrafi più “epici“ del romanzo, ma allorquando si consideri che proprio tra gli antenati navajo e gli antenati bianchi dei personaggi attuali si era innescato il “peccato originale” che aveva dato origine all’intera vicenda, non si può non considerare che un background nutrito e particolareggiato sia in fin dei conti funzionale per la narrazione. Magari lo scrittore astigiano avrebbe potuto tralasciare qualche commento filosofeggiante che inserisce qua e là, del tipo “Il presente a volte può essere un pessimo ambiente, se arredato con i residui di un passato difficile da dimenticare”; aforismi che più che altro frenano l’azione del romanzo. Ma sono appunti leggeri. I personaggi sono sempre gestiti a colori accesi, l’affetto per gli uni e l’odio viscerale per altri resta intenso per l’intera durata del libro, che a parere di chi scrive deve più a King che a Grisham. L’opera gode di una trama articolata e credibile nella sua irrealtà, e propone una visione positiva dell’uomo smarrito, al quale viene sempre data la possibilità di riscattarsi e ritornare “vivo”, per quanto alto sia il prezzo che deve pagare