THE BEATLES - PLEASE PLEASE ME

30 LUGLIO 2019

 

Succedeva anche questo, nell’industria discografica degli anni sessanta. Che ad una giovanissima, sconosciuta band venisse concessa una sala per una sola giornata, nel corso della quale dovevano registrare tutto il materiale per la loro opera prima. E succedeva anche che detta band (volente o nolente) accettasse la sfida, e uscisse poi a notte tarda dallo studio a lavoro compiuto.

Il giorno era lunedi 11 febbraio 1963, il lavoro in questione è “Please please me”, dei Beatles.

Fresca come un’incisione del vivo (il conteggio di McCartney all’inizio del primo pezzo, immette subito in un’atmosfera da happening), questa produzione ha il merito di sprigionare fin da subito la gioiosa Irruenza della nuova epoca beat, di cui ovviamente gli scarafaggi saranno i prinicipali ideatori/interpreti.

Un documento che consta di otto canzoni originali firmate Lennon-Mc Cartney e sei covers per mezz’ora di musica. Si comincia col rock urbano di “I saw her standing there, dal middle eight del tutto entusiasmante), il testo da tempo delle mele non toglie fascino ad un esordio davvero palpitante. “Misery” è Lennon già imbronciato, vagheggia docile e triste tra le eleganti sventagliate di pianoforte tracciate da George Martin. “Anna (go to him)” è la cover migliore, certamente la più espressiva ed emozionante, interpretata da un John già in stato di grazia, con la voce adeguatamente trattata con l’eco, e le prime eleganze strumentali, il ripetuto arpeggio di George e il lavoro continuo di Ringo al charleston. La drammaticità del refrain è una delle vette del disco.

George Harrison esordisce come voce solista in un Beatle record nella successiva “Chains”, delle semisconosciute “Cookies”, allegro, ritmato e perfettamente dimenticabile; meglio invece la prima volta di Ringo al microfono, con “Boys” di Luther Dixon e da Wes Farrel. Ryhthm and blues ruspante, aggredito dalle asprezze vocali del batterista che però infila un acuto leggendario sul finale tra i coretti divertiti/disperati dei colleghi, “Boys” è folle e trascinante il giusto da essere poi riproposta, a decenni di distanza, negli spettacoli solisti del Naso.

Di seguito, ecco ancora un’espressione nostalgico/romantica di Lennon, “Ask me why”, una delle sue prime composizioni, manifestazione della sua ammirazione per Smokey Robinson (del quale interpreterà successivamente “You really got a hold on me”. Ma è poi sempre lui ad uscirsene con la title track, per distacco la migliore tra le canzoni originali. Dallo struggente riff di armonica alle otto battute in crescendo che portano all’esondazione sonora del refrain, “Please please me” è la ragione stessa del successo di questo disco e, in proiezione, del gruppo stesso. Oltre che la prima di una lunga serie di Beatletracks ad entrare nella lista delle migliori canzoni di tutti i tempi da parte di Rolling Stone.

In secondo piano sino a quel momento, Paul McCartney si prende a questo punto la scena con la doppietta: “Love me do/P.S. I love you”. Ossia il primo quarantacinque giri assoluto del quartetto.

Condotta dall’armonica di Lennon e spruzzata d’acerbe venature blues, la prima; ingentilita da un ipnotico riff di chitarra acustica la seconda, lastricate entrambi di teneri, irripetibili versi romantico/naif. “Baby it’s you” è una nuove cover elegante, platinata, affidata ancora a Lennon, sullo schema di “Anna” ma meno potente, sarà forse il sha-la-la che l’attraversa quanto è lunga.

I due autori si cimentano poi nel calypso e l’affidano alle ancora acerbe vocalità di Harrison. “Do you want to know a secret”, più lunga nel titolo che nella durata, caratterizzata anche dalla sequenza “old fashion” di barrè filati (una tecnica che ritroveremo anche in “She loves you”), deliziosamente vaudeville, genitrice delle future “Your mother should know” o “Honey pie”.

Paul prende a questo punto possesso d’una cover, l’unica per lui, “A taste of honey”, il country & western che forse non ti aspetti, con tanto di coretto a risposta, piacevole e ingessato, aggiunge varietà stilistica alla proposta dell’album. A chiudere spetta però a Lennon, con due numeri intriganti: “There’s a place” è l’ultimo originale, vitale ed accorato e stranamente sottovalutato, sia all’epoca che successivamente; “Twist and shout”, che non necessita presentazioni di sorta. Il mito secondo il quale fosse stata registrata in emergenza quando i nostri erano già al thè e John si trovasse in stato di afonia conta assai poco. Ciò che conta è l’effetto debordante del pezzo, che diventerà anche il closing number delle esibizioni live per lungo tempo.


Ecco dunque il primo documento d’una carriera irripetibile, ed impensabile al momento della pubblicazione. Entusiasmo e creatività avrebbero, da qui in poi, portato a vette inimmaginabili. Poi…