1000 MICROGRANS OF MIRACLE WORKERS - MIRACLE WORKERS

11 LUGLIO 2019

 

 

E’ con questo album documento che la band di Portland, Maine, si fa conoscere intorno alla metà degli anni ottanta in ambito finalmente più che locale, esportando anche nel Vecchio Mondo la propria esorbitante proposta garage. Una proposta che si rifà soltanto in parte al sound psichedelico della fine degli anni sessanta, da cui trae semplicemente un’ispirazione di base. Il sound viene personalizzato, fatto proprio con una vigoria, una rabbia sconosciuta alla bella epoca dell’Estate dell’Amore.

Con una line-up finalmente definita, che vede Gerry Mohr alla voce, Matt Rogers alla chitarra, Joel Barnett al basso, (I tre saranno i principali autori del materiale edito), coadiuvati da Gene Trautman alla batteria e Denny Demiankov alle tastiere, il gruppo si produce in un lavoro del tutto esaltante. Le idee si dimostrano chiare, lampanti sin dalla canzone d’apertura. Si tratta della martellante “Hang up”, dove la chitarra disegna un riff crescente che ricopre l’intero brano e vi impone una ritmica serrata, selvaggia, che si scatena subito dopo la declamazione del refrain da parte di Gerry.

Nella successiva “Too many people”, lo schema cambia, subito dopo il ritornello entra in scena un riff in risposta. Il tempo rallenta leggermente e dal garage più classico si tende a un post-punk nostalgicamente marcato, che produce peraltro un impatto finale solido, compatto, trascinante. “Change in style” pare prendere in parola il dettame emanato dal titolo, dipanandosi in un rock piuttosto semplice, orecchiabile, probabilmente inserito per instillare un minimo di varianza stilistica, ma in realtà non ve n’era alcun bisogno, il disco procede comunque spedito ed entusiasta.

I testi della band sono innocenti, giovanili, quasi naif nella loro primitività. “Waiting”  ne è un esempio, con quella dichiarazione d’intenti (“Waitin’ your loving”..) che farebbe la felicità dei fans di Bon Jovi. Naturalmente l’armatura è assai più potente, e il pezzo si snoda vorticoso, sicuro come un discesista tra i paletti, il finale raddoppiato è una vera goduria e riafferma il trend urticante dell’opera.

Sono però le due ultime tracce a sospingere “1000 micrograms of M.W.” verso la giusta caratterizzazione di (mini) capolavoro. Il doppio colpo di crash che introduce la violenta “Lies lies”, è un nuovo, tonificante scoppio di energia. La sequenza degli accordi, al solito fluida, elettrizzante, le battute allineate in preparazione al refrain, il tutto crea una frizzante aspettativa che non verrà disattesa.

La chiusura dell’album non può definirsi col botto, perché il botto è continuo, nei sei episodi. “You knock me out”, lenta e ipnotica tranne una repentina velocizzazione nel middle eight, ribadisce le preziose peculiarità di questa prima vera prova da studio del complesso.

La vitalità delle esecuzioni saranno presto ribadite, con vistoso seguito di pubblico, anche dal vivo, e saranno proprio gli spettacoli on stage – brillanti, carichi – a certificare il successo che “Micrograms” meritava assolutamente. Esibizioni costituite dalla riproduzione del disco intero (pratica archiviata in meno di mezz’ora..) ed integrate da possenti versioni di sempreverdi quali “You really got me” piuttosto che “All day and all of the night” (Kinks), oppure ripescaggi da Velvet Underground, Sonics, Flaming Groovies, persino Soft Machine, più altro materiale originale, che vedrà poi la luce nel prodotto seguente Inside Out, pubblicato l’anno successivo.