LED ZEPPELIN - PHYSICAL GRAFFITI

31 MARZO 2019

L'ambizioso doppio album della svolta, per un gruppo più volte considerato come la "definite heavy-metal band" e che riesce in quest'occasione a dimostrare in misura incontrovertibile la propria brillante versatilità. Un disco che ispeziona a fondo le sfaccettature multicolori del rock, regalando veri capolavori, tanto differenti fra loro quanto parimenti affascinanti.

Salta subito all'occhio, o meglio all'orecchio, il sonnolento crescendo di Kashmir, delimitato dagli stacchi unisonici di tastiere e fiati ed arricchito da quei passaggi così delicatamente orientaleggianti. Altro gradito sconfinamento dai territori più genuinamente zeppelin è rappresentato da In The Light, dove la classica matrice pesante del gruppo incontra il mistico, e la timbrica della chitarra di Page nel finale pare proprio un affettuoso omaggio a George Harrison. Vogliamo parlare dell'incursione country di Down By The Seaside? Le dissonanze che contiene stanno a testimoniare che le contaminazioni manterranno comunque uno stile ed una classe non annacquabili; leggerezza anche in Houses Of The Holy, ecco il sonetto di fine estate che non ti aspetti, un vento caldo e malinconico che ti soffia in faccia semplicità e fatalità.

Il portabandiera del classico made in led è l'infinita In My Time Of Dying, aperto dalla slide guitar, che poi accompagna solitaria il mesto cantato della strofa, facendoti avvertire gli avvoltoi solitari in attesa. Nella parte mediana il drumming fantasioso di John evita la trappola di un risaput 4/4 hard-rock. Poi piange la chitarra, tutt'altro che dolcemente, e intanto il riff non ti esce più di testa fino alle invocazione finali di Plant.
Pezzo strettamente collegabile agli epici 11 minuti di In My Time Of Dying è certo Ten Years Gone, collezione di incisi oscuri, elettrificati ed acustici che si alternano creando un brano ostico, impenetrabile. Lontano anni luce dall'elementare esercizio acustico di Bron-yr-aur, o dal piano honky-tonky di Trampled underfoot, saltellante e pericolosa collisione con Long Train Running dei Doobie Brothers.

Physical Graffiti racchiude tuttavia anche momenti meno esaltanti; il blues acustico di Black Country Woman, l'energia di Night Flight e Boogie With Stu non sono niente più che simpatici filler tesi a non far dimenticare le solide radici r'n'r del gruppo.
Niente a che vedere con il masterpiece assoluto dell'opera, ossia The Rover, basato su di una linea melodica blues che sfocia liscia in un refrain a tre accordi che è piacere puro, distillando sensazioni di delicata poesia sul sound ruvido e crudo: "And the wind is crying, and my lover she's lying on the dark side of the floor, una vera delizia.

Garanzia di qualità, del resto, sia il fatto che il disco si apra e si chiuda con due brani decisamente consistenti, simbolo di continuità dal passato e verso il futuro: Custard Pie è un rock and roll rallentato con variazioni di tempo e schema, arricchito da assoli di wah wah ed armonica; Sick Again vanta ritmo e refrain coinvolgenti, lasciando gran spazio per i virtuosismi di Page e Bonham. La dimostrazione del sapersi reinventare a 360° è la caratteristica vincente dell'album, le molteplici variazioni prog di Wanton Song ne sono fulgido esempio.

Molte voci dell'epoca indicarono i cambiamenti presenti in Physical Graffiti come l'inizio della fine del complesso, che stava in qualche modo tradendo le proprie radici. Preferirei parlare di maturazione stilistica e di evoluzione verso nuove sonorità, sforzi che, non del tutto compresi al momento della pubblicazione, verranno pienamente riconosciuti col tempo da pubblico e critica.