TRAVIS MEADOWS - GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI

17 GENNAIO 2019


Per la rubrica weekly records ho il piacere di ospitare questa settimana un amico nonchè grande conoscitore del sound di oltre oceano. L'articolo è di Claudio Trezzani. Un grazie a lui e a "Magazzini Inesistenti - MUSICA E CULTURA UNDERGROUND" che ne ha permesso la pubblicazione.

 


TRAVIS MEADOWS - GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI

 

Ci sono vite che sembrano fatte per essere raccontate e appassionare l’ascoltatore: viaggi talmente struggenti attraverso le avversità che sembrano trame di film d’autore, rinascite e ricadute degne di romanzi drammatici, visi scavati e occhi segnati dalle sofferenze. Ecco la storia di uno dei cantautori americani più apprezzati dagli addetti ai lavori ma quasi sconosciuti al grande pubblico. Travis Meadows è l’esempio vivente che non bisogna arrendersi mai e crederci sempre, anche quando il fato sembra dirti “lascia perdere amico, è finita”Meadows nasce nel 1965 nel Mississippi e già all’età di due anni i suoi occhi innocenti vivono la tragedia di vedere il fratellino affogare: la vita non è ancora iniziata e già gli fa capire che non sarà un viaggio semplice. Poi il divorzio dei genitori che decidono di farlo crescere coi nonni, lasciandogli addosso quel senso di inadeguatezza e rifiuto che lo spinge già all’età di undici anni verso la spirale delle droghe: forse l’unico modo che sente per accettare il mondo e la sua vita. Lo stesso mondo che probabilmente gli crolla ancora di più addosso quando a quattordici anni gli viene diagnosticato un cancro alle ossa: una battaglia tremenda da vincere per un adolescente già provato dalla vita, che gli costa “solamente” la gamba destra al di sotto del ginocchio. Durante questo periodo suona la batteria e la chitarra per varie bande blues locali, cullando in fondo all’anima il sogno di poter diventare un musicista di professione. La prima svolta della sua vita, il primo segnale di luce arriva a Vent’anni, quando trova Dio e diventa dapprima  missionario e poi predicatore cristiano. Una forte vocazione che lo spinge a viaggiare tanto e a predicare il verbo per diciassette lunghi anni. Probabilmente però la vocazione più forte, quella che lo chiama da sempre, quella della musica lo spinge a Nashville, la culla della musica americana. Abbandona i voti e cerca quella fortuna che per anni gli ha chiuso la porta in faccia. A Nashville si fa notare: ha un talento narrativo da cantautore vero, come dimostra il suo debutto discografico ufficiale, “My Life 101” del 2007 su Universal, e le sue prime collaborazioni. Un disco molto influenzato dal suono del primo Springsteen, con alcuni pezzi davvero belli, grezzi ma incisivi: in Play With Fire, la voce è diversa, molto più sofferente di quella del Boss, ma la musica è quel rock americano a metà fra il radiofonico e il cantautoriale che gli fanno assaporare il successo. Il suo sogno sta avverandosi ma quel successo si porta dietro tutto il pacchetto: droga e alcol, la spirale torna ad avvolgerlo, portandolo alla depressione e a numerosissimi viaggi in centri specializzati. Le sofferenze dell’anima, di quell’adolescenza travagliata presentano un conto salatissimo. Il 2010 è l’anno fondamentale, con la sobrietà raggiunta e mantenuta. Durante il suo ultimo percorso riabilitativo il suo terapeuta gli consiglia di tenere un diario del viaggio, appunti del suo difficile cammino verso la sobrietà. Proprio questo diario è la fonte dei testi del suo nuovo album, anzi del suo debutto ufficiale della sua nuova vita. “Killing Uncle Buzzy” esce nel 2011 ed è uno struggente viaggio dell’uomo in cerca di salvezza e redenzione; un’arrampicata verso la vita dopo una spirale di morte e depressione. Un disco molto più crudo e asciutto del precedente, più orientato verso il country folk d’autore che verso il rock. La bellissima ballata che apre il disco, Minefield, sembra più vicina a Townes Van Zandt che a Springsteen, ma il carattere della sua voce unica lo rende originale e gli apre ancora di più le porte del music business”. Già nel 2009 i Lynyrd Skynyrd usano un suo pezzo per un loro disco, “God & Guns”, ma anche i loro eredi Blackberry Smoke usano suoi pezzi per i loro dischi, non ultima la splendida Medicated My Mind, presente nella loro ultima fatica, “Find A Light” del 2018. Ora le sua canzoni scalano le classifiche in mano a “pezzi da novanta” del country di Nashville, come Eric ChurchFrankie Ballard, e tanti altri… tantissimi altri. Uno di questi, Jake Owen, reinterpreta la stupenda What We Ain’t Got, presente in “Killing Uncle Buzzy” e arriva al 14esimo posto delle chart di settore: il “sogno americano” è realtà. Travis è diventato talmente popolare a Nashville che la rivista Rolling Stone arriva a definirlo the best badass songwriter in Nashville”. Un successo però che è più per gli addetti ai lavori che per il  pubblico. Dopo aver fatto scadere il suo contratto con la Universal nel 2013, pubblica per l’etichetta indipendente Kobalt Music uno stupendo EP di 7 pezzi, “Old Ghosts & Unfinished Business“. Un disco ancora più asciutto e diretto del precedente, un country triste ed emozionante che avrebbe reso orgoglioso i grandi Townes Van Zandt e Guy Clark, probabilmente i due artisti più vicini al Nostro per feeling musicale. Ascoltate la ballata Good Country People, un meraviglioso affresco roots con violini banjo e perturbazioni elettriche: stupenda. Nel 2017 ottiene un contratto con un’altra etichetta indipendente, la Blaster Records e, avvalendosi di una produzione che oseremmo definire ai limiti della perfezione, sforna “First Cigarette”, raggiungendo una maturità artistica invidiabile. Travis è un artista di nicchia, che non raggiungerà mai notorietà planetaria, forse neppure gli interessa, ma è sicuro riferimento per la musica country di qualità. Il  disco mette in risalto più che le canzoni, la sua abilità nel raccontarsi attraverso di esse in maniera cruda e credibile: un uomo che non ha ancora dimenticato il suo passato, ma che finalmente riesce a vedere filtrare raggi di luce, assaporandone il calore sulla pelle. Un narratore come ne esistono pochi oggi, una voce che sembra nata per assecondare la sua abilità di storyteller entrandoci nell’anima con parole semplici ed efficaci. E’ un album velato di malinconia, come in Pray for Jungleland, stupendo affresco con dedica nemmeno tanto velata a Springsteen, dove il mondo ruota attorno al venerdì sera, alle ragazze e allo stereo che spara le sue canzoni unite a consigli per chi come lui ha una vita difficile. La title track è un perfetto esempio di tutto ciò: l’autore confessa che col tempo si impara ad apprezzare i piccoli piaceri della vita (quando ci sono), come “laprima sigaretta appena svegli al mattino”. L’Autore non ci sta dicendo che non ha rimpianti per ciò che è stato anzi, ascoltate Sideways, dove ci dice che vorrebbe richiudere tutte le porte che non vorrebbe aver mai aperto e disimparare tutte le cose che non vorrebbe aver mai conosciuto”, ma suggerisce di accettarsi compresi gli errori commessi. Poi ci consiglia di avere sempre “fame”: come in Hungry, dove questo aiuta ad andare avanti, a credere che sia possibile superare tutto e cercare il proprio posto in questo mondo. Meadows fa di più e diventa un inno ai perdenti, agli “sfavoriti” di questo mondo, agli Underdogs che nonostante tutto “brillano come stelle rotte”, nonostante  cicatrici e cuori solitari: un inno che sarà di sicuro il culmine delle sue esibizioni live. Il lavoro, intenso ed emozionante, si chiude con una fantastica ode al rock and roll, Long Live Cool. Probabilmente la canzone più solare e leggera del disco ma che serve come sfogo per le intense emozioni che ha regalato un album pressoché perfetto. Al termine ci si chiede per quale strana congiunzione astrale questo disco non sia stato dovutamente celebrato come avrebbe meritato. Un gioiello vero anche nei piccoli dettagli, come il lasciare fra una canzone e l’altra brevi intermezzi strumentali senza silenzi, che lo rendono un vero e proprio romanzo musicale. Un racconto tutto d’un fiato sulla potenza della vita, sia nei momenti bui che in quelli positivi. Travis Meadows è molto simile nelle sue dinamiche artistiche al già citato Townes Van Zandt, un artista che non ha raccolto ciò che merita ma che ci ha regalato perle di assoluto valore artistico e narrativo. Due poeti così simili e così veri. Come si diceva all’inizio, una incredibile storia, fatta di cadute e risalite, senza mai arrendersi, narrata con una sincerità e un’abilità disarmanti… ecco Travis Meadows e la sua musica. Siamo lontani anni luce dalla sfavillante Nashville patinata, ma se cercate sentimento, anima e umanità e date importanza alla qualità delle canzoni, Travis è l’artista che vi mancava. Ecco, infine, secondo chi scrive. le cinque canzoni più significative per iniziare a conoscerlo: Amazing GraceWhat We Ain’t GotGood Country PeoplePray for JunglelandUnderdogs. Buon ascolto.