TERENCE TRENT D'ARBY - WILDCARD

18 SETTEMBRE 2018

 

Che fosse una delle più belle voci black del panorama internazionale è sempre stato un dato di fatto inoppugnabile. Che potesse ritornare a creare musica di valore, dopo che i folgoranti inizi di Introducing The Hardline According To TTD e l’ancora migliore Neither Fish Nor Flesh erano inaspettatamente sfociati in una carriera discontinua, era tutto da provare.

Ma con WildCard!, Terence Trent D’Arby, o Sananda Maitreya, come ha pensato di ribattezzarsi proprio alla vigilia dell’uscita dell’opera, ribadisce le sue qualità di camaleonte del soul, pubblicando un disco completo sotto ogni punto di vista. Divina è certamente il manifesto del rinnovato D’Arby. Atmosfere rilassate e fiati disseminati con giudizio, per il primo ed unico singolo dell’opera; a sei anni dall’ultimo disco, una scelta coraggiosa e specificatamente anti-commerciale. Il secondo solco (si fa per dire) di WildCard!, è Designated Fool, slow-funk fascinoso nelle sue movenze ipnotiche, che apre la strada a uno dei momenti più movimentati dell’opera, My Dark Places, che presenta un curioso contrasto tra i cori spirituals e un testo non proprio da educande; l’album si dipana poi attraverso Inner Scream, con il potente crescendo promesso dal titolo, ed il sinuoso electro-rock di SSR 336.

La sorpresa più eclatante della prima parte di Wildcard! è certo rappresentata da Drivin’ Me Crazy, con quella sequenza di accordi ed il farfisino tipicamente “garage”, nella sua personale rivisitazione dei Miracle Workers. E’ a questo punto che ha inizio la fase “ballads” del disco. E se la melliflua Love Can You Hear Me rischia di sprofondare lo spettatore su una calda poltrona in salotto, ecco sopraggiungere la spettrale bellezza di brani come Sweetness e più ancora Be willing, a mostrare che è ancora possibile creare degli slow che si sviluppino oltre schemi e melodie ritrite. Segue un piacevole esercizio di rhythm’n’blues denominato Reflecting, dopo di che Goodbye Diane reintroduce una manciata di rock grintosi, costruiti su riff piacevoli intervallati ad interessanti parti in minore e brigdes totalmente discostati dal tema. L’insieme comprende anche And They Will Never Know e l’intrigante Sayin’ About You.

Quando uno avrebbe già di che ritenersi soddisfatto, eccolo imbattersi nella sorprendente digressione gitana di Shadows, brano di notevole spessore melodico specie nell’affascinante refrain, che forse avrebbe meritato anche una pubblicazione su singolo per la sua immediatezza che non lascia mai spazio alla banalità. Alla coda di Benediction Sugar Ray spetta la chiusura dell’opera, curiosa con quelle strofe “normalmente” lente e quei refrain improvvisamente distorti e dissonanti proprio sul ritornello. Per quanto riguarda i testi, oltre a qualche episodio di trascurabile valore letterario, un distinto profumo di poesia aleggia su alcuni di essi, tra echi di meditazione trascendentale (Ev’rythang), esortazioni positive (Be willingInner Scream) o l’accorata preghiera d’amore di Shalom; altrove spunta una vena di sarcasmo come nella descrizione dell’amante extra-large di Benediction, per non parlare della latente scabrosità della succitata My dark places.

Ma è nella musica, che il talento di TTD si ripropone interamente, ed ancora una volta la sua multiedricità ne è l’arma vincente; questo disco piacerà ancora di più in ascolti successivi. Non date retta ai soloni che troppo presto han dato l’artista per finito, questo è un piccolo capolavoro soul, e di questi tempi è merce rara come un posto di lavoro.