RAM - PAUL McCARTNEY

28 GIUGNO 2018

 

Tra metà e fine 1970 il baronetto James Paul Mc Cartney, ex Beatle, non rappresentava di certo l’icona più amata del rock mondiale. Additato (a torto, almeno parziale) dall’opinione pubblica come responsabile dello scioglimento dei Fab, surclassato dagli sforzi solistici di Harrison e Lennon, che sarebbero stati tanto lodati quanto (specialmente il primo) venduti, Faccia d’angelo non stava probabilmente trascorrendo il suo momento migliore.

Assaggiato il clima pesante con il timido lavoro omonimo, s’era chiuso in studio con la moglie e un pugno di collaboratori, emettendo nella tarda primavera dell’anno successivo il suo vero, primo album da solista, Ram.


Il disco venne massacrato. Poi c’è stata la corsa alla rivalutazione e s’è esagerato nel senso opposto. Non si tratta certamente di un capolavoro, tuttavia malgrado i difetti e le inevitabili ridondanze, contiene almeno una buona metà di materiale per cui valesse la pena l’acquisto.
Il rock di Eat At Home, doppiato dalla fedele Linda, che esprime bene il rassicurante clima familiare ove il nostro amava cercare rifugio, oppure quello di Smile Away, buffone e divertente, o magari il blues elementare di Three Legs, ad esempio, quest’ultimo uno dei vari brani corredati da non velate allusioni all’ex compagno di songwriting, ma comunque puro amusement. L’incursione nel prog di Uncle Albert- Admiral Halsey, (con la quale il Macca si portò a casa anche un Grammy per il Best Arrangement Accompanying Vocalists nello stesso anno di pubblicazione) rappresentava un'alternativa melodica, quella della suite, che verrà ripresa in altre occasioni nel prossimo futuro, come in Red rose speedway.


Il rumoroso ed accattivante nonsense di Monkberry Moon Delight dal riff reiterato ad libitum, dileggia probabilmente coloro che per anni avevano dato la caccia a reconditi (e improbabili) significati apocalittici e profondi in certi testi dei Beatles. Il punto più elevato dell’opera è per opinione generale, alla quale mi accodo volentieri stavolta, la closer Back Seat Of My Car, che dimostra che l’inventiva di sir Paul stava per rioccupare opportunamente un posto importante nelle sue produzioni. Una linea melodica ariosa e ricercata, degna delle trame intense di Abbey Road, e una dichiarazione d’intenti: “We believe that we can’t be wrong”... davvero un buon finale.



Cosa c'è dunque di male in questo album? La mollezza di certe espressioni, come Ram On, la noia mielosa di Long Haired Lady, che nelle intenzioni rappresentava probabilmente una nuova suite elegante, e invece soffre di almeno due minuti di troppo, o la velleitaria Heart Of The Country, che pare un esercizio da sound- check.
La rockeggiante Too Many People e l’atmosfera arcaica di Dear Boy contengono altri messaggi per Lennon, la prima è un rimprovero per aver rotto il giocattolo (“you took your lucky break – and broke it in two”), il secondo rappresenta un attacco a Yoko e malcelava probabilmente il fastidio (l’invidia?) per la sovresposizione mediatica della coppia della pace tra la fine e l’inizio del nuovo decennio.



Senza entrare nel merito, si tratta di pezzi riusciti e piacevoli, anche se resta difficile giudicarli con obiettività considerando la stagione straordinaria dalla quale sir Paul era reduce.
Insomma, Mc Cartney era in rodaggio e lasciava chiaramente intendere di aver bisogno di tempo e fiducia per scrollarsi di dosso i fantasmi del mito.


Dall’ascolto di quest’opera, appare chiaro il suo tentativo di ricominciare semplicemente, per istradare una carriera solistica che inevitabilmente sarebbe stata sotto i riflettori ancor più di quelle dei suoi (ex) compagni.
Come se dicesse: "Ecco, questo è un sample delle mie possibilità, un accenno di quanto dovrete aspettarvi". Nei successivi quarant’anni, tranne poche occasioni ha fatto di meglio, e questo e quanto.