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The Legendary Indian Aquarium and Other Stories // Angela Kinczly

8 OTTOBRE 2018

 

Dall'incontro con la Kandinsky Records nasce il primo album di Angela Kinczly, raffinata polistrumentista e poliglotta cantautrice Bresciana. Il diploma di conservatorio in chitarra lascia la sua traccia già  nel primo brano, Venus: qualche arpeggio su tappeto di grancassa e synth sfocia in un'esplosione elettrica durante il ritornello strumentale.

Ancora la chitarra, quella spagnola, domina la scena in trequarti di The Bench, bellissima costruzione armonica, melodia orecchiabile, scale e semitoni audaci, soprattutto nell'assolo di clarinetto che fa breccia nella parte conclusiva del brano. Ed è il clarinetto ad aprire e a farsi strada sinuoso tra le parole francesi della western Envie che anacronisticamente non stupirebbe se Tarantino la scegliesse per la colonna sonora di Kill Bill.

Atmosfere completamente diverse avvolgono Black Beast, parole sussurrate su uno sfondo dance che rende ancora più marcato il contrasto con il brano successivo: in Canone si respirano sonorità  medioevali, poi una cesura "sintetica" marca l'inizio della parte a canone, segue un assolo quasi psichedelico ed infine il tema iniziale è riproposto identico a se stesso: bellissima.

Ancora l'amore è il tema di Stay by my Side, lento chitarra e voce che muta in una spensierata bossanova nel ritornello. Lullaby, come dice il titolo stesso, è una nenia, una filastrocca cantata nelle due lingue inglese e francese che si chiude con il suono di un carillon a sottolinearne ulteriormente il lato infantile. Ultima traccia dell'album è Le cose più strane, singolo già  pubblicato in lingua inglese e francese che aveva portato Angela Kinczly all'attenzione di radio e critica.

Ciಠche resta al termine dell'ascolto di questo album è la percezione di trovarsi di fronte ad un'originale e competente musicista, agile compositrice, che gioca con i generi musicali e si districa con leggerezza tra suoni e strumenti: un piacere ascoltarla.

 

TERENCE TRENT D'ARBY - WILDCARD

18 SETTEMBRE 2018

 

Che fosse una delle più belle voci black del panorama internazionale è sempre stato un dato di fatto inoppugnabile. Che potesse ritornare a creare musica di valore, dopo che i folgoranti inizi di Introducing The Hardline According To TTD e l’ancora migliore Neither Fish Nor Flesh erano inaspettatamente sfociati in una carriera discontinua, era tutto da provare.

Ma con WildCard!, Terence Trent D’Arby, o Sananda Maitreya, come ha pensato di ribattezzarsi proprio alla vigilia dell’uscita dell’opera, ribadisce le sue qualità di camaleonte del soul, pubblicando un disco completo sotto ogni punto di vista. Divina è certamente il manifesto del rinnovato D’Arby. Atmosfere rilassate e fiati disseminati con giudizio, per il primo ed unico singolo dell’opera; a sei anni dall’ultimo disco, una scelta coraggiosa e specificatamente anti-commerciale. Il secondo solco (si fa per dire) di WildCard!, è Designated Fool, slow-funk fascinoso nelle sue movenze ipnotiche, che apre la strada a uno dei momenti più movimentati dell’opera, My Dark Places, che presenta un curioso contrasto tra i cori spirituals e un testo non proprio da educande; l’album si dipana poi attraverso Inner Scream, con il potente crescendo promesso dal titolo, ed il sinuoso electro-rock di SSR 336.

La sorpresa più eclatante della prima parte di Wildcard! è certo rappresentata da Drivin’ Me Crazy, con quella sequenza di accordi ed il farfisino tipicamente “garage”, nella sua personale rivisitazione dei Miracle Workers. E’ a questo punto che ha inizio la fase “ballads” del disco. E se la melliflua Love Can You Hear Me rischia di sprofondare lo spettatore su una calda poltrona in salotto, ecco sopraggiungere la spettrale bellezza di brani come Sweetness e più ancora Be willing, a mostrare che è ancora possibile creare degli slow che si sviluppino oltre schemi e melodie ritrite. Segue un piacevole esercizio di rhythm’n’blues denominato Reflecting, dopo di che Goodbye Diane reintroduce una manciata di rock grintosi, costruiti su riff piacevoli intervallati ad interessanti parti in minore e brigdes totalmente discostati dal tema. L’insieme comprende anche And They Will Never Know e l’intrigante Sayin’ About You.

Quando uno avrebbe già di che ritenersi soddisfatto, eccolo imbattersi nella sorprendente digressione gitana di Shadows, brano di notevole spessore melodico specie nell’affascinante refrain, che forse avrebbe meritato anche una pubblicazione su singolo per la sua immediatezza che non lascia mai spazio alla banalità. Alla coda di Benediction Sugar Ray spetta la chiusura dell’opera, curiosa con quelle strofe “normalmente” lente e quei refrain improvvisamente distorti e dissonanti proprio sul ritornello. Per quanto riguarda i testi, oltre a qualche episodio di trascurabile valore letterario, un distinto profumo di poesia aleggia su alcuni di essi, tra echi di meditazione trascendentale (Ev’rythang), esortazioni positive (Be willingInner Scream) o l’accorata preghiera d’amore di Shalom; altrove spunta una vena di sarcasmo come nella descrizione dell’amante extra-large di Benediction, per non parlare della latente scabrosità della succitata My dark places.

Ma è nella musica, che il talento di TTD si ripropone interamente, ed ancora una volta la sua multiedricità ne è l’arma vincente; questo disco piacerà ancora di più in ascolti successivi. Non date retta ai soloni che troppo presto han dato l’artista per finito, questo è un piccolo capolavoro soul, e di questi tempi è merce rara come un posto di lavoro.

 

RAM - PAUL McCARTNEY

28 GIUGNO 2018

 

Tra metà e fine 1970 il baronetto James Paul Mc Cartney, ex Beatle, non rappresentava di certo l’icona più amata del rock mondiale. Additato (a torto, almeno parziale) dall’opinione pubblica come responsabile dello scioglimento dei Fab, surclassato dagli sforzi solistici di Harrison e Lennon, che sarebbero stati tanto lodati quanto (specialmente il primo) venduti, Faccia d’angelo non stava probabilmente trascorrendo il suo momento migliore.

Assaggiato il clima pesante con il timido lavoro omonimo, s’era chiuso in studio con la moglie e un pugno di collaboratori, emettendo nella tarda primavera dell’anno successivo il suo vero, primo album da solista, Ram.


Il disco venne massacrato. Poi c’è stata la corsa alla rivalutazione e s’è esagerato nel senso opposto. Non si tratta certamente di un capolavoro, tuttavia malgrado i difetti e le inevitabili ridondanze, contiene almeno una buona metà di materiale per cui valesse la pena l’acquisto.
Il rock di Eat At Home, doppiato dalla fedele Linda, che esprime bene il rassicurante clima familiare ove il nostro amava cercare rifugio, oppure quello di Smile Away, buffone e divertente, o magari il blues elementare di Three Legs, ad esempio, quest’ultimo uno dei vari brani corredati da non velate allusioni all’ex compagno di songwriting, ma comunque puro amusement. L’incursione nel prog di Uncle Albert- Admiral Halsey, (con la quale il Macca si portò a casa anche un Grammy per il Best Arrangement Accompanying Vocalists nello stesso anno di pubblicazione) rappresentava un'alternativa melodica, quella della suite, che verrà ripresa in altre occasioni nel prossimo futuro, come in Red rose speedway.


Il rumoroso ed accattivante nonsense di Monkberry Moon Delight dal riff reiterato ad libitum, dileggia probabilmente coloro che per anni avevano dato la caccia a reconditi (e improbabili) significati apocalittici e profondi in certi testi dei Beatles. Il punto più elevato dell’opera è per opinione generale, alla quale mi accodo volentieri stavolta, la closer Back Seat Of My Car, che dimostra che l’inventiva di sir Paul stava per rioccupare opportunamente un posto importante nelle sue produzioni. Una linea melodica ariosa e ricercata, degna delle trame intense di Abbey Road, e una dichiarazione d’intenti: “We believe that we can’t be wrong”... davvero un buon finale.



Cosa c'è dunque di male in questo album? La mollezza di certe espressioni, come Ram On, la noia mielosa di Long Haired Lady, che nelle intenzioni rappresentava probabilmente una nuova suite elegante, e invece soffre di almeno due minuti di troppo, o la velleitaria Heart Of The Country, che pare un esercizio da sound- check.
La rockeggiante Too Many People e l’atmosfera arcaica di Dear Boy contengono altri messaggi per Lennon, la prima è un rimprovero per aver rotto il giocattolo (“you took your lucky break – and broke it in two”), il secondo rappresenta un attacco a Yoko e malcelava probabilmente il fastidio (l’invidia?) per la sovresposizione mediatica della coppia della pace tra la fine e l’inizio del nuovo decennio.



Senza entrare nel merito, si tratta di pezzi riusciti e piacevoli, anche se resta difficile giudicarli con obiettività considerando la stagione straordinaria dalla quale sir Paul era reduce.
Insomma, Mc Cartney era in rodaggio e lasciava chiaramente intendere di aver bisogno di tempo e fiducia per scrollarsi di dosso i fantasmi del mito.


Dall’ascolto di quest’opera, appare chiaro il suo tentativo di ricominciare semplicemente, per istradare una carriera solistica che inevitabilmente sarebbe stata sotto i riflettori ancor più di quelle dei suoi (ex) compagni.
Come se dicesse: "Ecco, questo è un sample delle mie possibilità, un accenno di quanto dovrete aspettarvi". Nei successivi quarant’anni, tranne poche occasioni ha fatto di meglio, e questo e quanto.

 

CLESSIDRE - DORIAN GRACE

17 MAGGIO 2018

 

Svincolare suoni ed emozioni dall'intimità della sala prove in cui sono stati coltivati per anni e gettare il tutto in pasto a pubblico e critica è un passo decisivo nella storia di un gruppo musicale.

Questo passo i Dorian Grace l'hanno interpretato come una sfida, oltre che con se stessi, anche con i fruitori del loro album di debutto, Clessidre, autoprodotto e registrato presso i Greensound Studios di Busto Arsizio. Se vi aspettate rime alla "Sole, Cuore e Amore" e motivetti orecchiabili, questo lavoro non fa per voi. Piuttosto, bisognerebbe accettare la sfida e tentare di immergersi nel criptico universo di immagini e sensazioni che Stefano, Geno, Valentino, Peter e Danilo vogliono suscitare e, una volta giunti in profondità, carpirne una parte da rielaborare e portare con sé.

Lo stile musicale della band non tarda a farsi riconoscere, bastano pochi attimi della traccia d'apertura per trovarsi orientati verso la più classica tradizione rock: Stelo d'erba è una riflessione metaforica sulla fragilità dell'uomo con una strizzata d'occhio ai Timoria. Arrangiamenti complessi e cura del dettaglio sono marca distintiva di Clessidre, e il brano omonimo ne è forse il miglior esempio, subito seguito dalla psicanalitica Tutti i miei me che si lascia attraversare da ripetute incursioni funky. La successiva Neve su lava retta da un arpeggio di pianoforte e variata da cambi ti tempo, è costruita attorno ad una metafora meteo-geo-astronomica forse fin troppo insistita, mentre Acque di vetro, dichiarato omaggio a Jeff Buckley, sembra giocare con una melodia spensierata per sottolineare con ancora più enfasi la tematica drammatica.

Brano più facile dell'album, Demone è la rockeggiante presa di coscienza di un ragazzo nel passaggio da adolescenza a maturità, Mosaico e Anima sfruttano concetti semplici per dare libero sfogo alla pienezza vocale, una continuità canora talvolta esasperata, che corre il rischio nel corso dell'album di cadere nella ridondanza; ma ogni possibile tensione accumulata viene prontamente stemperata grazie alla strumentale Il rumore delle stelle, uno sfondo cinematografico che prelude il finale.

A track list terminata è vietato estrarre il Cd dal lettore: la tradizione vuole che dal silenzio affiori la ghost track, una tenue e sussurrata perla chitarra-voce che ci accompagna cullandoci nella riflessione su quanto appena ascoltato

Clessidre è un lavoro riuscito che svela la consapevolezza e il solido background di ottimi strumentisti, il cui biglietto da visita è il timbro fresco e deciso di un vocalist immediatamente riconoscibile. C’è da augurarsi che i Dorian Grace non perdano la strada e riescano nel futuro a concentrarsi sui loro punti di forza per vincere la definitiva sfida con il pubblico.

 

LED ZEPPELIN - CELEBRATION DAY

13 APRILE 2018

 

Prima di decidere di scrivere davvero questa recensione ci ho messo alcuni mesi, mesi di riflessione. Cosa si poteva raccontare di un concerto atteso 26 anni? Cosa si poteva dire in più sulla rock band più influente della storia del rock? Cosa potevo dire di non banale?

 

Alla fine la voglia di raccontare a chi non li conosce e a chi li conosce ma ha scelto di ignorare un’operazione che sembra solo il canto del cigno di un “grande nome”, è stata troppo forte ed eccoci qua.

Vi racconterò dell’esperienza auditiva tralasciando di parlarvi della versione video del concerto che però consiglio vivamente (io l’ho vista al cinema e ho ancora i brividi...).

Comincio subito con lo sgombrare il campo da tutti i dubbi o le incertezze : i 20 milioni di persone che richiesero tramite lotteria i biglietti per questo evento (fra cui il sottoscritto) non sbagliarono.

Non fu un’operazione commerciale (anche perchè l’aver venduto 300 milioni di dischi basta e avanza per qualche vita) come si sente dire in giro.

Il 10 dicembre 2007 si tenne il Concerto con la C maiuscola, forse il miglior omaggio al loro amico e scopritore Ahmet Ertegun, il boss della Atlantic alla memoria del quale si tenne la serata.

Subito dalla prime note di Good Times Bad Times (primo brano del primo album...scelta azzeccata e simbolica) ci si accorge che questi fanno sul serio e il “nuovo” acquisto, il figlio del compianto John Bonham, è un batterista spaventoso.

Dimenticati i passi falsi degli anni 80 e i duetti acustici, Jimmy Page-Robert Plant-John Paul Jones e Jason Bonham creano un muro di suono, un’architettura di suoni inconcepibile (se pensate che sono solo in 3 strumentisti...) come ai tempi d’oro e i sorrisi di compiacimento che Page e Plant si scambiano spesso ne sono la prova. Certo la voce di Plant non ha più vent’anni e nemmeno le dita di Page ma la magia che si crea è immortale come un brano di Mozart.

Il dubbio più grande lo si aveva su Page, l’architetto e l’artefice del Dirigibile di Piombo, sparito da anni, anche qui sono bastati pochi brani per confermare al mondo che il mago della dinamica non ha rivali nemmeno oggi.

Il gioco “di luci e ombre” che ha sempre contraddistinto gli Zep prosegue con Ramble On, un pezzo quasi mai fatto dal vivo che non sfigura nella sua veste live con poca melodia e molto rock.

E poi Black Dog, In My Time of Dying e addirittura un inedito live For Your Life , una festa di melodia blues e hard rock, e quando la band attacca con il rock funk di Trampled Underfoot (dopo aver ringraziato il Robert Johnson di Terraplane Blues) il buon John Paul Jones dimostra ancora una volta di più al mondo perchè è considerato uno dei musicisti piu completi e influenti del rock, con le sue dita che volano sulle tastiere.

L’apice dello spettacolo lo si raggiunge forse con le atmosfere cupe e livide di No Quarter, anche qui un pezzo con il marchio a fuoco “light & shades” e con un Jonesy sopra le righe, poi Since I’ve been Loving You e Dazed & Confused : il blues dei primordi che abbraccia il rock. La fusione per cui saremo sempre grati a James Patrick Page.

Stairway To Heaven la si può raccontare con la frase con cui Plant la chiude : “Hey Ahmet we did it”...forse la loro canzone più famosa più richiesta che il buon Robert si è sempre rifiutato di ri-cantare ancora dopo le disavventure capitate a lui a Bonham alla band, troppa vita passata da quei giorni.

Un alone di mistero ha sempre circondato tutto quello che riguardava questo pezzo ma finalmente la chitarra doppia di Page ha potuto risuonare nota per nota l’assolo piu bello della storia del rock in maniera strabiliante e le lacrime che nel video si notano rigare i visi di due ragazzine in prima fila sono la prova della loro irraggiungibile grandezza.

Quando il pubblico sembra aver sentito il meglio,quando sembra che Misty Mountain Hop sia la parabola verso la fine della serata,  gli Zep sfoderano una versione di Kashmir, che è il capolavoro di questo live con una citazione di merito per Jason Bonham : forse non avrà la potenza devastante del padre e il suo carisma, ma la tecnica di quest’uomo è impressionante forse superiore a quella dello stesso John.

In chiusura due pietre miliari della storia della musica moderna : Whole Lotta Love, definita da tutti i chitarristi rock la canzone che ha cambiato tutto e Rock And Roll, un inno al vero spirito della musica rock e una chiusura spettacolare per una serata perfetta.

Il miglior lieto fine della storia non poteva che essere questo.

Mai ci si sarebbe potuti aspettare tanta perfezione e forse gli avremmo perdonato anche una serata meno bella, con suoni piu pacati piu folk californeggianti e invece un addio col botto. Se ne sono andati proprio come erano entrati nelle nostre vite con una violenta scarica elettrica.

Una scaletta di capolavori difficilmente eguagliabile e replicabile suonati così.

Chi vi scrive è ancora in estasi per la notizia della ripubblicazione dei 10 album dei Led Zeppelin con inediti annessi nei prossimi mesi che ovviamente cercherò di recensire per voi e per la notizia che Jimmy Page non ha nessuna intenzione di ritirarsi , “ho ancora tanta musica e voglia di suonarla”.

Concludo dicendo che anche se la fine è stata perfetta, i recenti ammiccamenti di Plant lasciano una tenue speranza a chi, come me, darebbe l’anima per poterli vedere dal vivo almeno una volta.

Sarebbe una vera scalinata verso il paradiso.

 
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