weekly records

WINGS - BAND ON THE RUN

10 MARZO 2019

 

Quasi a rendersi conto dell’eccessivo quantitativo di melassa che gravava su “Red rose speedway”, Mccartney imprime una svolta decisa, a livello stilistico, per il disco successivo, “Band on the run”. Poco prima di iniziare (a Lagos) le registrazioni, Seiwell e McCollough salutano la compagnia, da cui il titolo dell’opera; poco male, anzi meglio, visto che quello che scaturirà dalla trasferta nigeriana si dimostrerà un prodotto assai convincente. Torna il rock, opportunamente, con alcune espressioni notevoli quale “Jet”, uno stomp potente ed orecchiabile che pare scaturito dalla session di “The Mess”. Oppure l’elettrica “1985”, dalla scala discendente reiterata ed ipnotica, e il finale glorificato dall’orchestra, prima di una breve ripresa della title track.

 

La quale title track ripropone il recente feeling del Macca coi medley, che in questo caso consta di tre parti di cui l’ultima è introdotta da una pulitissima chitarra acustica e propone il cantabile ritornello che regalerà al singolo omonimo il primo posto di Billboard, oltre che una perfida stilettata ai compagni fuggiti (the rabbits on the run...). Tracce di rock prog anche in “Picasso’s last words”, che però la mette sul leggero e celebra la dipartita del grande artista a colpi di swing e slow-jazz; Ginger Baker, proprietario dello studio di registrazione, è della partita agitando le maracas. Le ultime parole di Picasso diventano un refrain dolce e ossessivo che riempie la mente e le orecchie dell’ascoltatore per quasi sei minuti, senza indurre in sonnolenza.

 

Segno della rinata vitalità della band, che continua a manifestare un minimo accenno di democrazia (i brani sono firmati da Paul e Linda, mentre Danny è coautore di “No words”), è anche l’intrigante semplicità di “Mrs.Vandebilt”, cantilena bucolica sostenuta da un giro di basso elementare, un vorace solo di sax ed asserzioni sagge ed irreprensibili (“What’s the use of worrying? What’s the use of everything? No use!).

 

Ma se uno è McCartney non potrà mai prescindere dalla melodia in senso stretto. Qui uno si allarma: sdolcinature in vista? Niente paura: le espressioni più soavi e gentili di “Band on the run” sono costantemente eccellenti. Il meglio, come sempre accade, è racchiuso in una canzone pressoché sconosciuta, che stranamente non verrà mai eseguita dal vivo, dal titolo “Mamunia”. Trattasi di gentile ballata per voce, chitarra acustica e cori che racchiude in sé la forza e il fascino dell’ambiente naturale dove era stata registrata. Il testo rientra nei clichè “positivi” del Macca, da “Hey Jude” a seguire, per intenderci, celebrando la pioggia come generatrice di vita e mondatrice di peccati…filosofie a parte, è davvero un buon pezzo, una delle gemme nascoste e inconsiderate che talvolta il baronetto dissemina nei propri album. La parte soft di “Band on the run” propone poi “Bluebird”, per la quale le affinità col capolavoro dell’album bianco non si limitano al titolo. Di “Blackbird”, si riprende il tema dello spiccare il volo, in questo caso con l'amata, prima che l’attimo fuggente faccia marameo. Niente basso e batteria, bensì un leggero tappeto di percussioni e il sassofono confidenziale di Howie Casey (vecchia conoscenza amburghese dei fab four).

 

Il contributo di Laine, “No words”, portato a termine con un little help dal suo friend Paul, è una dolce, innocente love song, il cui stile, ironicamente, richiama certe atmosfere harrisoniane. E restando di tema di ex, malgrado la smentita dell’autore, è fin troppo evidente che “Let me roll it” rappresenti un omaggio/attacco a John Lennon. Lo stile di chitarra che richiama, per non dire ricalca, le dure distorsioni di “Cold Turkey”, l’uso massiccio dell’eco. Poi non è nostro compito stabilire se fosse più ficcante il livoroso rancore di John o il mellifluo accomodamento di Paul; il pezzo mantiene lo standard elevato della raccolta e tanto basta.

 

La ristampa in CD presenta anche l’elementare r’n’r di “Helen Wheels”, pubblicata su 45 prima dell’uscita dell’LP. Peraltro, nulla essa toglie o aggiunge ai destini di un lavoro che ottiene un successo meritato, costituito com’è da tracce di notevole fattura. Il livello qualitativo di “Band on the run” riconquistò al Macca il favore di pubblico e critica, lanciando definitivamente la carriera degli Wings.

 

AMORE NON AMORE - LUCIO BATTISTI

10 FEBBRAIO 2019

 

La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l'estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E' quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall'ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà  per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d'oro.

 

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d'apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà  parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portಠall'inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità  sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni «cantate» del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock'n'roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l'urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o!altro. Per contro c'è Una, dove il protagonista s'interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l' abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d'oltreoceano.

 

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà  chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

 

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

 

La solitudine è la protagonista di «7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo», espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del «solitario» in balia del senso di abbandono di un'arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In ""Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania"", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

 

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell'ambiente, scelleratezze umane «celebrate» dagli arpeggi chitarristici di «Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi», con una deliziosa digressione «free-jazz» nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è perಠil breve spettro di luce di «Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch'io chiuso in una bolla di vetro», dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità  tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di «non amore», a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

 

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità  e versatilità  stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s'inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest'ambito, tre anni dopo concepirà  e pubblicherà  il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile ""Anima Latina"".

 

TRAVIS MEADOWS - GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI

17 GENNAIO 2019


Per la rubrica weekly records ho il piacere di ospitare questa settimana un amico nonchè grande conoscitore del sound di oltre oceano. L'articolo è di Claudio Trezzani. Un grazie a lui e a "Magazzini Inesistenti - MUSICA E CULTURA UNDERGROUND" che ne ha permesso la pubblicazione.

 


TRAVIS MEADOWS - GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI

 

Ci sono vite che sembrano fatte per essere raccontate e appassionare l’ascoltatore: viaggi talmente struggenti attraverso le avversità che sembrano trame di film d’autore, rinascite e ricadute degne di romanzi drammatici, visi scavati e occhi segnati dalle sofferenze. Ecco la storia di uno dei cantautori americani più apprezzati dagli addetti ai lavori ma quasi sconosciuti al grande pubblico. Travis Meadows è l’esempio vivente che non bisogna arrendersi mai e crederci sempre, anche quando il fato sembra dirti “lascia perdere amico, è finita”Meadows nasce nel 1965 nel Mississippi e già all’età di due anni i suoi occhi innocenti vivono la tragedia di vedere il fratellino affogare: la vita non è ancora iniziata e già gli fa capire che non sarà un viaggio semplice. Poi il divorzio dei genitori che decidono di farlo crescere coi nonni, lasciandogli addosso quel senso di inadeguatezza e rifiuto che lo spinge già all’età di undici anni verso la spirale delle droghe: forse l’unico modo che sente per accettare il mondo e la sua vita. Lo stesso mondo che probabilmente gli crolla ancora di più addosso quando a quattordici anni gli viene diagnosticato un cancro alle ossa: una battaglia tremenda da vincere per un adolescente già provato dalla vita, che gli costa “solamente” la gamba destra al di sotto del ginocchio. Durante questo periodo suona la batteria e la chitarra per varie bande blues locali, cullando in fondo all’anima il sogno di poter diventare un musicista di professione. La prima svolta della sua vita, il primo segnale di luce arriva a Vent’anni, quando trova Dio e diventa dapprima  missionario e poi predicatore cristiano. Una forte vocazione che lo spinge a viaggiare tanto e a predicare il verbo per diciassette lunghi anni. Probabilmente però la vocazione più forte, quella che lo chiama da sempre, quella della musica lo spinge a Nashville, la culla della musica americana. Abbandona i voti e cerca quella fortuna che per anni gli ha chiuso la porta in faccia. A Nashville si fa notare: ha un talento narrativo da cantautore vero, come dimostra il suo debutto discografico ufficiale, “My Life 101” del 2007 su Universal, e le sue prime collaborazioni. Un disco molto influenzato dal suono del primo Springsteen, con alcuni pezzi davvero belli, grezzi ma incisivi: in Play With Fire, la voce è diversa, molto più sofferente di quella del Boss, ma la musica è quel rock americano a metà fra il radiofonico e il cantautoriale che gli fanno assaporare il successo. Il suo sogno sta avverandosi ma quel successo si porta dietro tutto il pacchetto: droga e alcol, la spirale torna ad avvolgerlo, portandolo alla depressione e a numerosissimi viaggi in centri specializzati. Le sofferenze dell’anima, di quell’adolescenza travagliata presentano un conto salatissimo. Il 2010 è l’anno fondamentale, con la sobrietà raggiunta e mantenuta. Durante il suo ultimo percorso riabilitativo il suo terapeuta gli consiglia di tenere un diario del viaggio, appunti del suo difficile cammino verso la sobrietà. Proprio questo diario è la fonte dei testi del suo nuovo album, anzi del suo debutto ufficiale della sua nuova vita. “Killing Uncle Buzzy” esce nel 2011 ed è uno struggente viaggio dell’uomo in cerca di salvezza e redenzione; un’arrampicata verso la vita dopo una spirale di morte e depressione. Un disco molto più crudo e asciutto del precedente, più orientato verso il country folk d’autore che verso il rock. La bellissima ballata che apre il disco, Minefield, sembra più vicina a Townes Van Zandt che a Springsteen, ma il carattere della sua voce unica lo rende originale e gli apre ancora di più le porte del music business”. Già nel 2009 i Lynyrd Skynyrd usano un suo pezzo per un loro disco, “God & Guns”, ma anche i loro eredi Blackberry Smoke usano suoi pezzi per i loro dischi, non ultima la splendida Medicated My Mind, presente nella loro ultima fatica, “Find A Light” del 2018. Ora le sua canzoni scalano le classifiche in mano a “pezzi da novanta” del country di Nashville, come Eric ChurchFrankie Ballard, e tanti altri… tantissimi altri. Uno di questi, Jake Owen, reinterpreta la stupenda What We Ain’t Got, presente in “Killing Uncle Buzzy” e arriva al 14esimo posto delle chart di settore: il “sogno americano” è realtà. Travis è diventato talmente popolare a Nashville che la rivista Rolling Stone arriva a definirlo the best badass songwriter in Nashville”. Un successo però che è più per gli addetti ai lavori che per il  pubblico. Dopo aver fatto scadere il suo contratto con la Universal nel 2013, pubblica per l’etichetta indipendente Kobalt Music uno stupendo EP di 7 pezzi, “Old Ghosts & Unfinished Business“. Un disco ancora più asciutto e diretto del precedente, un country triste ed emozionante che avrebbe reso orgoglioso i grandi Townes Van Zandt e Guy Clark, probabilmente i due artisti più vicini al Nostro per feeling musicale. Ascoltate la ballata Good Country People, un meraviglioso affresco roots con violini banjo e perturbazioni elettriche: stupenda. Nel 2017 ottiene un contratto con un’altra etichetta indipendente, la Blaster Records e, avvalendosi di una produzione che oseremmo definire ai limiti della perfezione, sforna “First Cigarette”, raggiungendo una maturità artistica invidiabile. Travis è un artista di nicchia, che non raggiungerà mai notorietà planetaria, forse neppure gli interessa, ma è sicuro riferimento per la musica country di qualità. Il  disco mette in risalto più che le canzoni, la sua abilità nel raccontarsi attraverso di esse in maniera cruda e credibile: un uomo che non ha ancora dimenticato il suo passato, ma che finalmente riesce a vedere filtrare raggi di luce, assaporandone il calore sulla pelle. Un narratore come ne esistono pochi oggi, una voce che sembra nata per assecondare la sua abilità di storyteller entrandoci nell’anima con parole semplici ed efficaci. E’ un album velato di malinconia, come in Pray for Jungleland, stupendo affresco con dedica nemmeno tanto velata a Springsteen, dove il mondo ruota attorno al venerdì sera, alle ragazze e allo stereo che spara le sue canzoni unite a consigli per chi come lui ha una vita difficile. La title track è un perfetto esempio di tutto ciò: l’autore confessa che col tempo si impara ad apprezzare i piccoli piaceri della vita (quando ci sono), come “laprima sigaretta appena svegli al mattino”. L’Autore non ci sta dicendo che non ha rimpianti per ciò che è stato anzi, ascoltate Sideways, dove ci dice che vorrebbe richiudere tutte le porte che non vorrebbe aver mai aperto e disimparare tutte le cose che non vorrebbe aver mai conosciuto”, ma suggerisce di accettarsi compresi gli errori commessi. Poi ci consiglia di avere sempre “fame”: come in Hungry, dove questo aiuta ad andare avanti, a credere che sia possibile superare tutto e cercare il proprio posto in questo mondo. Meadows fa di più e diventa un inno ai perdenti, agli “sfavoriti” di questo mondo, agli Underdogs che nonostante tutto “brillano come stelle rotte”, nonostante  cicatrici e cuori solitari: un inno che sarà di sicuro il culmine delle sue esibizioni live. Il lavoro, intenso ed emozionante, si chiude con una fantastica ode al rock and roll, Long Live Cool. Probabilmente la canzone più solare e leggera del disco ma che serve come sfogo per le intense emozioni che ha regalato un album pressoché perfetto. Al termine ci si chiede per quale strana congiunzione astrale questo disco non sia stato dovutamente celebrato come avrebbe meritato. Un gioiello vero anche nei piccoli dettagli, come il lasciare fra una canzone e l’altra brevi intermezzi strumentali senza silenzi, che lo rendono un vero e proprio romanzo musicale. Un racconto tutto d’un fiato sulla potenza della vita, sia nei momenti bui che in quelli positivi. Travis Meadows è molto simile nelle sue dinamiche artistiche al già citato Townes Van Zandt, un artista che non ha raccolto ciò che merita ma che ci ha regalato perle di assoluto valore artistico e narrativo. Due poeti così simili e così veri. Come si diceva all’inizio, una incredibile storia, fatta di cadute e risalite, senza mai arrendersi, narrata con una sincerità e un’abilità disarmanti… ecco Travis Meadows e la sua musica. Siamo lontani anni luce dalla sfavillante Nashville patinata, ma se cercate sentimento, anima e umanità e date importanza alla qualità delle canzoni, Travis è l’artista che vi mancava. Ecco, infine, secondo chi scrive. le cinque canzoni più significative per iniziare a conoscerlo: Amazing GraceWhat We Ain’t GotGood Country PeoplePray for JunglelandUnderdogs. Buon ascolto.

 

GENESIS - DUKE

15 DICEMBRE 2018

 

Giunti alla decima prova da studio, seconda da quando sono ridotti a trio, i Genesis si focalizzano nella loro nuova dimensione, ossia l’art-rock di classe, lasciando sempre parte del vinile disponibile per una nostalgica, ma energica, digressione nel prog.

 

Mike Rutherford e Phil Collins, ormai pienamente attivi nel ruolo di songwriters, aggiungono peculiarità in pianta stabile alle matrici armoniche da sempre appannaggio di Tony Banks. Il chitarrista-bassista estrae dal cilindro una ballata strappalacrime (“Alone tonight”), il cui testo sciropposo è quantomeno controbilanciato da una melodia piacente, nonchè la piccola satira metropolitana di “Man of our times”, per la quale vale in pratica lo stesso discorso. Collins,da parte sua, s’era recentemente scoperto adatto alla creazione di piccoli grandi successi da jukebox, e a goderne in modo particolare sarà la sua carriera solistica. In “Duke” propone l’upbeat di “Misunderstanding”, dal riff tenacemente commerciale e attaccaticcio, che spianerà all’album la strada della classifica. Per “Please don’t ask”, si può applicare la medesima teoria-Rutherford; in questo caso, le parole attingono direttamente alla crisi coniugale che porterà alla fine del suo primo matrimonio, vi accennerà anche in “Behind the lines”.

 

L’ascolto di questo disco rafforza tuttavia la convinzione che non c’è emozione made in Genesis che non nasca prevalentemente da Tony Banks. Per suggellare una parità compositiva che nei fatti non aveva ragione di esistere, anche lui firma due brani in solitudine, ed è questa, inevitabilmente, la merce più pregiata. “Cul-de-sac” traccia una trama complicata ed avvolgente, con uso efficace e prolungato della dissonanza, e rimette in circolo le immagini oniriche, iridescenti che venivano irradiate a piene mani sui solchi più antichi della band. Echi della no-nuke protest si colgono qua e là tra le righe: “An army thousands strong, obsessed by right and wrong…”, con toni gravidi di profezie apocalittiche (“Even as the end approaches still they're not aware…And now that the job is almost done- Maybe some escape, no, not even one.”). L’altro lato della medaglia è l’eterea “Heathaze”, che porta in dote la musica migliore di “Duke”, e nel suo ozioso, malinconico incedere non manca di stillare riverberi di disagio esistenziale “I feel like an alien..stranger in a stranger place”. Al solo Banks va peraltro ascritto il polemico frammento di “Guide vocal”, tema arioso, dominato dalla tastiera e lastricato di astiosi anatemi. "I am the one who guided you this far…take what’s yours, be damned..”..l’anima creativa del gruppo che esprime frustrazione e disappunto per l’inevitabile svolta stilistico-commerciale…forse una ricostruzione troppo fantasiosa, ma la canzone è bella assai.

 

Il resto delle tracks nasce dalla comune collaborazione e, tra di esse, sarà la progressione armonica di "Turn it on again" a rappresentare il mainstream success dell'opera, l'unico pezzo di "Duke" la cui popolarità spingerà i tre ad una presentazione dal vivo praticamente in ogni occasione. L'ossessione del tubo catodico e la lucida follia del telespettatore, che considera suoi amici le stelle del video, vengono accompagnate da strutture ritmiche complesse e del tutto insolite (13/8!). Il livello si mantiene elevato anche nel caso della toccante opener, la succitata "Behind the lines", dove Collins, come accennato, affronta neppure tanto velatamente i propri tormenti personali. Ad alleggerire i toni concorre tuttavia l'azzeccato arrangiamento pop-rock, con veloci cambi di tempo e l'assolo sdrammatizzante. Al termine, lo snello confluire nella cupa, inesplicabile "Duchess" instilla atmosfere rivestite di drum'n'bass e percussioni, mentre si celebra l'antica storia della star caduta in disgrazia che vive di ricordi: “And she dreamed that everytime that she performed – evry'one would cry for more - and.all she had to do was step into the light..”. I fans della prima ora tuttavia, consumeranno ad libitum il vinile dal termine di “Cul-de-sac” in poi, ossia all'ascolto del medley strumentale di “Duke's travels/ Duke's ends”, che comprende una versione accelerata di “Guide vocal” e lancia frecce avvelenate di nostalgia al cuore degli irriducibili del prog, chiudendo in bellezza quella che tutto sommato è una raccolta brillante, uno dei momenti più riusciti della seconda fase artistica dei ragazzi.

 

AL STEWART - TIME PASSAGES

17 NOVEMBRE 2018

 

Arrivato al momento di dar seguito al breakthru di "Year of the cat", Al Stewart sceglie di variare la propria matrice stilistica e di creare un prodotto, questo "Time passages", che sposi le velleità prog-rock del lavoro precedente con una spruzzata di pop sofisticato a renderle più digeribili al grande pubblico.
La title track ne è l'esempio più sontuoso. "Time passages" è un buon pezzo che diventa eccellente con l'entrata in scena, ad intervalli ripetuti, delle variazioni melodiche sottolineate dagli stacchi di chitarra e soprattutto dagli interventi di sax; sette minuti di classe divorati ad ogni ascolto, che disseminano qua e là ventate di sano pragmatismo: "The things you lean on are the things that don't last - "Buy me a ticket on the last train home tonight".. e dimorerà per dieci settimane (!) al numero 1 della Billboard easy listening charts nel 1979.
Segue "Valentina Way", che è rock barocco e pungente, con acuti riff di chitarra che s'inseguono ad ogni refrain ed inventive armoniche in continuo agguato che preservano dall'ovvio. Una scala discendente cupa introduce invece "Life in dark water"; ipnotico ed inquietante, il mood della canzone si concede solo una breve, leggera incursione swing nel middle eight, quando il protagonista, dimenticato dal mondo sotto acque scure, manda un pensiero alla propria bella che lo aspetta in superficie, ma la chitarra si distorce e il sipario si chiude sulle ultime parole di sconforto del povero naufrago. Dal canto suo, "A man for all seasons" rianima l'ascoltatore, con una melodia d'una bellezza strabordante ad accompagnare liriche di profonda saggezza, demolenti ogni figura umana che la storia abbia avuto l'imprudenza d'innalzare a mito, in particolar modo nel commovente crescendo finale. E a controprova di ciò, ecco subito dopo la storia di "Almost Lucy", novella Eleanor Rigby, anima coloratissima nella sua ordinaria nullità, celebrata in un sobrio calypso che è al solito dominato dalla brillanti chitarre di Stewart & White.

"The palace of Versailles" ribadisce ancora una volta la predilizione di Al per i "romanzi storici"; s'avvale d'un coinvolgente riff di piano e organo che rende il pezzo immediatamente riconoscibile e riporta di botto ad atmosfere robesperriane. Un brano esattamente agli antipodi di quello successivo, il gentile ritratto equestre di "Timeless skies", malinconico il giusto, "Some fragments just linger with you - Like snow in the spring hanging on.. "
che ribadisce come Stewart non rinneghi mai le proprie radici da folk singer.
"Song on the radio" è l'unico episodio evidentemente commerciale, e non a caso prescelto come follow-up a quaranticinque giri della title track. Contiene ogni possibile ingrediente per assaltare le classifiche: un ritornello di new-romantic style "You'll be on my mind like a song on the radio", un fresco riff di sax come segno riconoscitivo, reiterato tre/quattro volte, la sapiente produzione di Alan Parsons ad incrementarne il potenziale. Il fatto che si debba assegnare ad una canzone di questo livello la palma della "peggiore", sta a significare quanta buona musica sia disseminata nelle due parti di "Time passages".
Si chiude con un bellissimo acquerello acustico, seconda e ultima collaborazione con Peter White. "End of the day" è un breve tracciato di chitarra acustica che racchiude in poche frasi l'essenza della solitudine delle anime, che nessun rapporto estemporaneo potrà mai guarire; è una chiusura eccellente, per un album che se possibile arriva a superare la resa qualitativa del seppur più celebrato predecessore. Un album da annoverare tra i migliori del decennio sulla scena internazionale.

 
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