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WINGS - BACK TO THE EGG

19 NOVEMBRE 2015


Con Back To The Egg, l’ultimo disco accreditato agli Wings, l’idea di fondo era (titolo docet) il ritorno all’uovo (= alla base = al rock), dopo la parentesi soft di London Town dell’anno precedente. Ed in effetti il materiale è costituito per larga parte da brani energici e grintosi, vitali quanto basta per mantenere la promessa. So Glad To See You Here, Getting Closer To You e l’eccellente contributo di Denny Laine, Again And Again And Again ne sono I più brillanti esempi.

Troviamo anche qualcosa di piuttosto inusuale per Macca, vale a dire le divagazioni metal di Old Siam, Sir, nonché il veloce stomp di Spin It On. Poche le concessioni alla melodia; tra di queste s’insinua l’andatura riflessiva di Arrow Through Me, la poesiola a lieto fine di Winter Rose/Love Awake e l’incedere soul & blues di After The Ball/Million Miles. Dove sorge qualche piccola perplessità è a livello di contenuti lirici: vedi ad esempio l’ermetismo di To You, la stramba vicenda di Old Siam, Sir o la leggerezza di Getting Closer, tutti casi in cui, come spesso capita Paul usa le parole per amore di metrica e rima, senza prevedere magari un senso compiuto nell’insieme del testo.

Il fatto che spesso il disco manchi di profondità poetico/letteraria gioca ovviamente a suo sfavore, ma da qui a demolire l’opera, come ha sollecitamente fatto la maggior parte dei critici rock, ce ne corre. Valutazioni tanto negative appaiono non del tutto fondate, ove si consideri che da sempre il rock and roll, e il rock, non hanno certo mai brillato per lungimiranza di messaggi, o si vuole affermare che Be Bop A Lula o Satisfaction, due tra i più noti esponenti delle rispettive categorie, siano dei capolavori grazie al testo?

Giudicando Back To The Egg a livello prettamente “musicale”, l’impressione è, dunque, quella di un prodotto fresco e vivace. La maggioranza delle canzoni presenta una forma scarna ed essenziale, ossia priva di bridges e middle-eight, con immediatezza e coralità davvero coinvolgenti. Le rade estrinsecazioni melodiche, dicevamo, portano a risultati altrettanto soddisfacenti, e tra di esse qualche riga in più merita certamente il pezzo di chiusura, Baby’s Request, deliziosa ninna nanna retrò che trasporta direttamente ai bistrot francesi anni ’50 disseminati sulla rive gauche ed ai loro eleganti avventori. Anche la melodia che accompagna il parlato di The Broadcast è davvero piacevole, barocco accompagnamento al gran finale dell’album con So Glad To See You Here e la succitata Baby’s Request.

Completamente a sé stante il poderoso rock strumentale di Rockestra Theme, che in due minuti e mezzo riunisce un team di musicisti che include personaggi del calibro di David Gilmour, Pete Townshend, Gary Brooker o John Bohnam. Proprio una schifezza forse non era, se l’anno successivo vincerà il Grammy per la Best Rock Instrumental Performance.
Un altro rimprovero ricorrente a Mc Cartney riguarda l’eccessivo ricorso al “medley”, ritenuto un mezzo astuto per creare brani finiti da segmenti di canzoni che non avevano vita autonoma. Ma l’intera seconda parte di Abbey Road è costituita da un medley. E le due miscellanee presenti in Back To The Egg, non osando avvicinarsi a tale monumento, possono comunque a buon diritto essere rivendicate come ottimi esercizi melodici.

Gli strali che si sono riversati senza pietà su Back To The Egg stanno ad indicare in sostanza due cose: o che i critici professionisti siano stati eccessivamente severi, oppure che io capisca poco di musica rock, il che non è comunque escluso. Credo tuttavia che la verità stia in mezzo, pur non essendo un capolavoro, questo è semplicemente l’album che Mc Cartney aveva intenzione di fare da tempo, un disco di rock semplice, spensierato, anche duro ma senza particolari pretese, come da lui stesso dichiarato fin dal titolo. John Lennon aveva detto e fatto una cosa del genere quattro anni prima con “Rock and roll” e gli elogi erano stati unanimi. Lungi dall’essere in disaccordo su questo, ovviamente, è una nuova dimostrazione di come i preconcetti nei confronti del “Beatle bello” siano duri a morire.

 

DIRE STRAITS - ON EVERY STREET

1 NOVEMBRE 2015


Ultimo prodotto da studio a recare il marchio “Dire straits”, questo “On every street”  non rappresenta esattamente quella che si dice una chiusura in bellezza. Il che è piuttosto sorprendente, considerando che ci sono voluti sei anni per darvi forma, ma tant’è. Guidato da un singolo piuttosto insapore denominato “Calling Elvis”, che denuncia almeno un paio di minuti di troppo, è la fotografia di un gruppo evidentemente giunto al capolinea, con Knopfler, al solito responsabile unico del songwriting e del cantato, già proiettato verso una carriera solista.

Partendo proprio da “Calling Elvis”, Il singolo è un rock elementare che però s’interrompe sul più bello dando vita ad un’inopportuna, ridondante coda strumentale. In genere, i pezzi movimentati presenti nella raccolta non sono granchè impressionanti. “Heavy fuel” non è che la copia carbone di “Money for nothing” per quanto riguarda la strofa, e il ritornello è blandamente diverso. “When it comes to you”, ritrita e ripetitiva, è un facile pretesto per riproporre i cari, rassicuranti stacchi di chitarra solista. Un breve, isolato, sprazzo di brio e originalità (senza esagerare…) arriva dall’ascolto di “The bug”, e se volete farmi notare che non è proprio del tutto immemore di “Walk of life”, beh, non me ne sono accorto. Insomma, di rock decente ce n’è pochino. Meglio i lenti, allora, tanto per metterla sul lapalissiano?

Fino a un certo punto, nel senso che gli episodi migliori del disco sono in effetti degli slow, ma anche qui parte del materiale lascia a desiderare. Dietro alla lavagna finisce ad esempio la noiosa “You and your friend”, sei minuti di niente a parte un cambio da minore a maggiore appena accennato dalla tastiera dopo ogni refrain. Anche “Iron hand”, ballata nervosa ed effimera, non alza di un millimetro l’asticella del gradimento dell’ascoltatore, malgrado i nobili intenti espressi nel testo. Meglio la semplicissima “How long”, che alleggerisce in chiusura il tono di un’opera fin troppo cupa e talvolta persino opprimente. Basta prestare le orecchie alla gutturale “Fade to black”, dove la maestria blues di Knofpler e soci si espleta in un giro in fondo interessante, ma ti avvolge in un’atmosfera funerea il cui ascolto reiterato può portare anche a sintomi maniaco-depressivi.

Un disco da buttare, allora? Non del tutto. La parte buona di “On every street” si estrinseca in una manciata di canzoni il cui livello raggiunge standard nostalgicamente elevati. Tra di esse, la migliore è certamente la soave “Ticket to heaven”. E’ una sognante ballata che vanta un ritornello arricchito da un pianoforte barocco ed ispirato. Si sposa divinamente col sarcasmo d’un testo che attacca con gioia certi ministri di Dio che predicano povertà ritirando il Mercedes nel box. Un brano pienamente riuscito, al pari di “The bug” o anche di “Planet of new orleans”, un dialogo simil-jazz tra chitarre (compresa la pedal steel di Paul Franklin) e sassofoni, pregnante ed arioso pur nell’inevitabile dimensione delle tonalità minori, in un certo senso il marchio di fabbrica di Mark. Anche la title track costituisce un punto a favore dell’album, una melodia ben congegnata e  - finalmente – non del tutto risaputa, con un’ampia e piacevole coda strumentale. Pollice alzato anche per “My parties”, un eterogeneo ed insolito esercizio dall’inizio lento e poi vivacizzato da un periodico riff di sax, il solito cantato/parlato/sussurrato di Knopfler, cori disarmonici e quant’altro; sorprendentemente l’insieme non disgusta. Se a queste aggiungiamo la sopraccitata “The bug”, si può dire che almeno metà dell’opera sia ascoltabile.

Tirando le somme, non un lavoro brutto in senso stretto, ma il livello che raggiunge è poco più che mediocre, perfino scarso in confronto di due perle come “Love over gold” o “Making movies”. Il ritorno dei Dire Straits sarebbe stato assai più rimarchevole se “On every street” fosse stato pubblicato senza le persistenti, lugubri zavorre in minore e gli autoscopiazzamenti che lo appesantiscono, nonché ovviamente con qualche buona idea in più.

 

 

 

 

THE WHO - FACE DANCES

14 OTTOBRE 2015


Il terribile periodo che la band londinese attraversò allo sbiadire degli anni ’70 avrebbe potuto fatalmente portarla allo scioglimento. L'improvvisa dipartita dell' impareggiabile Keith Moon, proprio sull’onda della pubblicazione di Who Are You, nel settembre '78. La tragedia di Cincinnati, Ohio, del dicembre 1979. Ma anche il grave stato di frustrazione psico-fisico cui verteva Pete Townshend, sfinito dalla stanchezza e lo stress creativo di oltre quindici anni da main songwriter nonché da problemi di alcool e droga. Invece il gruppo si ricompatta nel 1980, si chiude in studio per una manciata di mesi e nel marzo dell'anno successivo emette il seguito di Who Are You, ossia Face Dances, con Kenney Jones, ex Small Faces, alla batteria.

Con simili premesse era lecito attendersi un lavoro in tono minore, invece il disco, lungi dal capolavoro, risulta discreto. Si nota che, con molta umiltà, i quattro cercano di ripartire imbastendo trame immediate, lineari, piuttosto omogenee negli arrangiamenti, ossia l'esatto contrario dell’album precedente e senza picchi particolari nei risultati, probabilmente per rendersi conto se poter dare o meno una nuova possibilità alla seconda generazione degli “Who”.
Townshend pennella riff tanto rassicuranti quanto risaputi per creare un senso di continuità, come in Cache Cache o nella deliziosa Don’t Let Go The Coat, suo nuovo omaggio al santone indiano Meher Baba, cui era devoto da anni (Baba O’Riley ecc.). Dove spinge un po' sull’accelleratore si ottengono risultati più convincenti. L’opener You Better You Bet è un rock gagliardo e velatamente nostalgico, con quel pizzico di scabrosità che non avrebbe mal figurato in dischi selvaggi come Who’s Next, tra l’altro citato nel testo, e si dimostrerà anche un apprezzato numero on stage.
Anche Daily Records è spigliata e vigorosa, e tra le trame del testo pare esplicitarsi una dichiarazione d’intenti ben precisa, ossia il voler proseguire malgrado le avversità. Il pezzo ha il solo difetto di chiudersi bruscamente proprio ove avrebbe meritato qualche ulteriore sviluppo.

Il meglio è rappresentato dalla finale Another Tricky Day, con una struttura laboriosa e trascinante, un refrain dove lampeggiano parallelismi celesti con una closing track ben più celebre e celebrata, ossia Won’ t Get Fooled Again, e la speranza concreta di aver imboccato la direzione giusta.

Le canzoni di John Entwistle naturalmente non tradiscono, sia sotto forma della hard-rocking The Quiet One, piuttosto che nella fremente You, interpretata da Roger Daltrey (Entwistle era normalmente il vocalist dei pezzi che scriveva).
Il bassista pare aver accantonato la predilezione per il surreale ed il macabro con i quali raggiungeva vette di grande originalità ed ora bada alla sostanza, aderendo al nuovo corso della band, ricostruire e rimettere in pista, per i fronzoli ci sarà tempo. Adesso le sue proposte sono rock senza compromessi, con brani più arrabbiati e pungenti di quelli di Pete, a dimostrazione della raggiunta maturità compositiva. Nell’opera successiva, cosi come già in Who Are You, John contribuirà ben tre pezzi.
A completare Face Dances un paio di espressioni marginali come How Can You Do It Alone ed i suoi improbabili coretti reggae e l’insistita, dilatata Did You Steal My Money.

Alla fine dell’ascolto affiora la sensazione che il complesso possa aver attraversato (quasi) indenne la burrasca; certo, il drumming di Jones manca inevitabilmente della geniale esplosività di Keith ma è solido e regolare, il che rappresentava esattamente ciò di cui il gruppo aveva più bisogno in quel momento. Il vocalism di Daltrey mantiene ancora pressoché inalterata la freschezza dei tempi d’oro e la sua sfavillante presenza scenica avrebbe guidato al successo gli Who nella lunga serie di tappe dal vivo successiva alla pubblicazione di Face Dances e del seguente, e migliore, It’s Hard.
Ripartenza riuscita, insomma, anche se purtroppo la nuova stagione sarà malauguratamente breve.

 

GEORGE HARRISON - GONE TROPPO

29 SETTEMBRE 2015


Ansioso di onorare sino in fondo il proprio contratto con la Warner Bros. per poi prendersi una lunga pausa dall'ambiente, Harrison dà alla luce "Gone Troppo" agli inizi di novembre del 1982, poco più di un anno dopo la tiepida accoglienza ricevuta da "Somewhere in England". Malgrado la fretta non sia in genere buona consigliera, e certamente nemica di una sincera aspirazione, il decimo album del chitarrista, lungi dal rappresentare una pietra miliare, è semplicemente un buon disco di musica pop, nel vero senso della parola.

Quasi tutte le canzoni sono tanto piacevoli quanto leggere:

"Wake up my love" sfrutta un accattivante riff di synth e un refrain scandito da un atletico stacco di batteria, un tentativo d'adeguamento agli stili contemporanei. "Gone Troppo" (slang per "uscire di testa") è la versione giamaicana di Harrison, che vede in primo piano il mandolino di Joe Brown. L'ascolto perfetto sulle assolate spiagge di Long Bay. Stessa atmosfera per la strumentale "Greece", percorsa da chitarrine sottili come brezza marina.

Appena più enfatica, la preghiera di George alla sua bella in "Baby don't run away", che al di là di un inciso appena tiepido, vanta una strofa che si sviluppa in una melodia davvero struggente. "Mystical one" vede Harrison venire a patti con la sua immagine ascetica, ormai stereotipata, con un pop-rock brioso e ironico, perfettamente adatto al contesto. Nella versione rimasterizzata del CD è allegata una bella versione acustica. Il lento incedere di "Unknown delight" coinvolge l'ascoltatore con una ballata intima e assai delicata, colma di lirismo: "God has given you the key - to the hearts of everyone, that comes in sight of you...and with all the love you give unknown delight".

Insomma la maggioranza di "Gone Troppo" si assesta su un livello decente, senza particolari picchi di qualità o scadenza. Qualcosa, tuttavia, va anche oltre. "Dream Away", scritta per il film "Time Bandits", prodotto da George stesso, è arricchita da un refrain d'eccellente cantabilità che la renderà uno degli episodi più popolari dell'album. Oppure "Circles", risalente a oltre quattordici anni prima, per l'esattezza al periodo indiano, che i Beatles rifiutarono e che suona come un'accorata consapevolezza esistenzialista,
("Friends come and friends go as I go 'round and 'round in circles...") guidata da un pianoforte mesto e solenne.

L'episodio migliore dell'intera raccolta è peraltro "That's the way it goes", rock pulito e consapevole, intimo e consolatorio "There's a fire that burns away the lies", giustamente premiato con la pubblicazione su singolo. Il punto basso è la cover inutile di "I really love you", di Leroy Swearingen, filastrocca per bambina attaccaticcia ed irritante, del tutto fuori posto.

Tirando le somme, questa decima prova solista di George, pur denunciando qualche difetto strutturale (coretti talvolta eccessivi, come quelli imbarazzanti della stessa "I really love you", eccesso di sintetizzazione..), è dunque tutt'altro che cestinabile. Dopo venticinque anni di business a tempo piano, il quarantenne Harrison prenderà ora una pausa, per poi tornare nel 1987 con un lavoro di livello ancora superiore.

 

QUEEN - QUEEN 1

14 SETTEMBRE 2015


 

Dopo alcuni anni di faticosa gavetta e forti del recente ingresso del nuovo bassista John Deacon, i Queen danno alle stampe il proprio esordio discografico regalando al pubblico una delle opere più convincenti in assoluto del loro intero catalogo.

Si comincia con "Keep yourself alive", di Brian, che sarà anche il primo singolo in assoluto nella storia della band e contiene alcune peculiarità tipiche del Queen sound, quali l'assolo di chitarra raddoppiato. La cantabilità del pezzo gli guadagnò un onorevole posizione nelle charts, anche se è giusto sottolineare come non si tratti dell'episodio più rappresentativo dell'album. Più interessante è la successiva, "Doing all right", che May aveva composto anni prima con l'ex compagno di band ("Smiles") Tim Staffell. Ornato da una sognante linea melodica squisitamente resa dalla voce vellutata di Mercury, presenta poi un paio di squassanti intermezzi metal regalando all'ascoltatore un intrigante collage d'emozioni. Nel testo, tracce di imbarazzata felicità per l'inizio dell'avventura: ("Yesterday my life was in ruin / Now today God knows what I'm doin..")

E' con "Great king rat" che inizia a brillare la stella di Freddy Mercury. Una produzione hard rock basata su una scala discendente classica che si fa apprezzare per un caustico uso del wah wah ed il primo, eccellente esempio della coprente coralità che contraddistinguerà i pezzi più noti dei quattro. In "My fairy king", il cantante propone un pezzo atletico in maggiore guidato dal pianoforte ed introdotto dagli acutissimi vocalizzi di Taylor. La canzone, che rivede in salsa probabilmente canzonatoria temi popolar-religiosi, presenta un numero ragguardevole di cambi di tempo e variazioni melodiche e un primordiale assaggio dell'amore di Mercury per liriche epiche, fantastiche: "In the land where horses born with eagle wings and honey bees have lost their sings..there's singing forever..."

Il capolavoro di Bulsara e dell'intero ellepì è però l'intensa "Liar", creata su un riff semplicissimo, ipnotico ed efficace, che ribadisce ed amplia i temi armonici di "Fairy king" racchiudendo in sei minuti ad alto tasso adrenalinico la preziosa lezione che i padri dell'hard prog (Zeppelin, Kinks...) avevano elargito a piene mani sul finire del decennio precedente. I quattro fanno propria questa lezione e la personalizzano con un sound elegante e ricercato, che vede in questo brano una validissima rappresentazione e verrà reiterato almeno per i successivi sei dischi.

 

L'esordio compositivo di Roger, "Modern times rock'n'roll", ad onta del proprio titolo è un fulmineo hard'n'heavy in maggiore cantato a perdifiato dal proprio autore, una vena che porterà poi a nuove composizioni del batterista negli anni a venire. La meditativa "The night comes down" costituisce un nostalgico, disilluso omaggio di May agli ideali utopici dell'estate dell'amore ("Lucy was high and so was I...), con tanto d'introduzione psichedelica; certo la quieta amarezza del refrain rappresenta quanto di più lontano si possa immaginare dalle pompose stravaganze del flower power.

Sempre dalla penna del chitarrista scaturisce "Son and daughter", dal messaggio inesplicabilmente criptico e un refrain a scatto di coro che affiora tra sciami di chitarre distorte in minore. C'è anche spazio per la vita di Nostro Signore, narrata e musicata da Mercury (il quale peraltro era zoroastraiano...). "Jesus" avanza a ritmo di tango attirando code di umani ("...all going down to see the lord Jesus"), un eccellente finale glam in due soli accordi.

Il primo prodotto made in Queen si conclude col solo accenno strumentale di quello che sarà un grande successo del lavoro successivo, "Seven Seas of Rhye", di Freddy, a chiudere un episodio riuscito e già tipicamente self-conscious (l'orgogliosa scritta "No synth" sulle note del disco)...

 
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