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CRASH TEST DUMMIES - GOD SHUFFLED HIS FEET

16 GENNAIO 2016


Nel secondo album dei Crash Test Dummies, Brad Roberts prende decisamente il comando delle operazioni firmando tutti i brani ed interpretandoli da voce solista, supportato dall’ottima backing vocalist Ellen Reid. Il suono di questa nuova fatica si distanzia piuttosto nettamente dall’opera prima The Ghost That Haunt Me e sono almeno un paio le motivazioni che spingono a preferire God Shuffled His Feet: la prima, che salta subito all’ orecchio, è che è stata fatta piazza pulita da tutti i lustrini e gli insistiti arrangiamenti “irish”che pervadevano il disco di due anni prima. Ciò ha permesso una migliore valorizzazione delle peculiarità dei singoli brani. La seconda è che le canzoni stesse raggiungono uno standard qualitativo superiore, che non si limita ai singoli prescelti ma riguarda l’intero cd.

L’amore di Roberts per personaggi bizzarri ed in qualche modo “sfortunati” raggiunge il suo apice, in quella che resta sicuramente l’espressione più nota, a tutt’oggi, dell’arte della band canadese. La mostruosa galleria di ragazzini disgraziati, fisicamente e moralmente, descritti in Mmm mmm mmm mmm è stata a lungo oggetto di critiche circa la non-opportunità dei temi narrati; ci limitiamo a dire che melodicamente trattasi di brano molto ben riuscito, reso alla perfezione dal tono basso della voce di Brad ed ottimamente armonizzato creando un intrigante contrasto vocale. Non che tutte le tracce siano tanto sconsolate, il divertente refrain di Here I Stand Before Me, cattura subito l’ascoltatore, a patto che questi eviti di sviscerare le singolari teorie del testo circa la scarsa utilità delle varie parti dello scheletro umano. Persino la strampalata pena d’amore narrata in I Think I’ll Disappear Now mantiene alto il tono e il morale dell’album: il povero protagonista è talmente goffo ed improbabile che nessuno lo prende sul serio quando con fare pseudo drammatico annuncia che sparirà per un po’; l’importante è che sia rimasto abbastanza per creare un altro pezzo decisamente piacevole. Se avete anche voi quel cacchio di ipod che si usa adesso, ricordatevi di scaricare anche il brano successivo, perché l’allacciamento tra la tastiera sfumata di I Think I’ll Disappear e l’intro di batteria di How Does A Duck Know? rappresenta una delle sequenze più coinvolgenti dell’opera (oltretutto ascoltereste quantomeno anche un po’ di sana chitarra distorta).

La palma del brano migliore però spetta a Afternoons And Coffeespoons; non solo consta di tappeto musicale irresistibile, specialmente nel ritornello, ma volete mettere la soddisfazione di cantare a squarciagola che un giorno saremo tanto conciati da non poterci più muovere dal letto e vendere con questo migliaia di singoli?. Stesso discorso è applicabile per la title track, God Shuffled His Feet, che descrive le futili interrogazioni poste da un gruppo di gitanti ad un picnic ad un Ospite illustre che più non si potrebbe, che di fronte a tanta ottusità replica sdegnato con parabole astruse o con il silenzio. Anche qui la cantabilità e, potremmo dire, il calore del brano vengono premiati dalle cime delle classifiche. Degna di menzione anche la spensierata (auto?)ironia di When I Go Out With Artists o la visionaria pastoralità di The Psychic. Sarebbe ingiusto però attibuire al solo Brad il merito di un buona prova come questa. Notevole è anche l’apporto della sezione ritmica, particolarmente apprezzabile la performance del bassista Dan Roberts, fratello di Brad, che cuce linee di basso creative e coprenti, nonchè del batterista Michael Dorge, incalzante e pulitissimo nei toni più pieni del rullante.

Potremmo aggiungere, riguardo ai testi, che se qualcuno può ritenersi infastidito da certe immagini, può tuffarsi nella salutare oasi naturista/animalista di In The Days Of The Caveman o rifugiarsi nell’outro strumentale di Untitled. Un disco ben suonato, ben arrangiato, divertente e sarcastico. Non sarà molto, ma il rock non è mai stato solo sfighe e messaggi epici, neanche negli infuriati primi anni novanta.

 

MIRACLE WORKERS - 1000 MICROGRAMS OF M.W.

22  DICEMBRE 2015


 

E’ con questo album documento che la band di Portland, Maine, si fa conoscere intorno alla metà degli anni ottanta in ambito finalmente più che locale, esportando anche nel Vecchio Mondo la propria esorbitante proposta garage. Una proposta che si rifà soltanto in parte al sound psichedelico della fine degli anni sessanta, da cui trae semplicemente un’ispirazione di base. Il sound viene personalizzato, fatto proprio con una vigoria, una rabbia sconosciuta alla bella epoca dell’Estate dell’Amore.

Con una line-up finalmente definita, che vede Gerry Mohr alla voce, Matt Rogers alla chitarra, Joel Barnett al basso, (I tre saranno i principali autori del materiale edito), coadiuvati da Gene Trautman alla batteria e Denny Demiankov alle tastiere, il gruppo si produce in un lavoro del tutto esaltante. Le idee si dimostrano chiare, lampanti sin dalla canzone d’apertura. Si tratta della martellante “Hang up”, dove la chitarra disegna un riff crescente che ricopre l’intero brano e vi impone una ritmica serrata, selvaggia, che si scatena subito dopo la declamazione del refrain da parte di Gerry.

Nella successiva “Too many people”, lo schema cambia, subito dopo il ritornello entra in scena un riff in risposta. Il tempo rallenta leggermente e dal garage più classico si tende a un post-punk nostalgicamente marcato, che produce peraltro un impatto finale solido, compatto, trascinante. “Change in style” pare prendere in parola il dettame emanato dal titolo, dipanandosi in un rock piuttosto semplice, orecchiabile, probabilmente inserito per instillare un minimo di varianza stilistica, ma in realtà non ve n’era alcun bisogno, il disco procede comunque spedito ed entusiasta.

I testi della band sono innocenti, giovanili, quasi naif nella loro primitività. “Waiting”  ne è un esempio, con quella dichiarazione d’intenti (“Waitin’ your loving”..) che farebbe la felicità dei fans di Bon Jovi. Naturalmente l’armatura è assai più potente, e il pezzo si snoda vorticoso, sicuro come un discesista tra i paletti, il finale raddoppiato è una vera goduria e riafferma il trend urticante dell’opera.

Sono però le due ultime tracce a sospingere “1000 micrograms of M.W.” verso la giusta caratterizzazione di (mini) capolavoro. Il doppio colpo di crash che introduce la violenta “Lies lies”, è un nuovo, tonificante scoppio di energia. La sequenza degli accordi, al solito fluida, elettrizzante, le battute allineate in preparazione al refrain, il tutto crea una frizzante aspettativa che non verrà disattesa.

La chiusura dell’album non può definirsi col botto, perché il botto è continuo, nei sei episodi. “You knock me out”, lenta e ipnotica tranne una repentina velocizzazione nel middle eight, ribadisce le preziose peculiarità di questa prima vera prova da studio del complesso.

La vitalità delle esecuzioni saranno presto ribadite, con vistoso seguito di pubblico, anche dal vivo, e saranno proprio gli spettacoli on stage – brillanti, carichi – a certificare il successo che “Micrograms” meritava assolutamente. Esibizioni costituite dalla riproduzione del disco intero (pratica archiviata in meno di mezz’ora..) ed integrate da possenti versioni di sempreverdi quali “You really got me” piuttosto che “All day and all of the night” (Kinks), oppure ripescaggi da Velvet Underground, Sonics, Flaming Groovies, persino Soft Machine, più altro materiale originale, che vedrà poi la luce nel prodotto seguente Inside Out, pubblicato l’anno successivo.

 

QUEEN - THE GAME

7 DICEMBRE 2015


La copertina dell’ottavo album dei Queen The Game, che vede i nostri, ormai galleggianti più al di là che al di qua dei trenta, imbrillantinati e con giacche di pelle nera da macho, può già dare un interessante indizio su quale tipo di musica si vada ad ascoltare. The Game, emesso al centro del primo anno del nuovo decennio, è un vero spartiacque stilistico per la produzione dei quattro. L’introduzione dell’elettronica, che fa tanto ‘80ies, il passaggio da una vena glam a un sound più accessibile, con aperture al rock’n’roll e al rockabilly, e per finire l’assimilazione della matrice disco funky che da qualche anno inondava i prodotti discografici d’oltreoceano. Miscelando questi fattori e condendoli con la classe che è loro propria, i ragazzi creano uno dei loro dischi più divertenti, direi eccitanti, spensierati e potenti dell’intera loro discografia. Due sono i manifesti di questa nuova primavera della band. Il primo è l’irripetibile Another One Bites The Dust, possente esercizio funk scaturito dalla penna di Deacon, con un testo perfetto per la vena da “duro” di Mercury, che diventerà uno dei più venduti singoli del pianeta in quella bollente estate. Pregnante esemplificazione dell’orma black di questo disco, vedrà il proprio trionfo nelle charts soul e diverrà on stage un numero atteso e immancabile. L’altro classico dell’opera è Crazy Little Thing Called Love, dove Mercury anticipa il fenomeno Brian Setzer, che proprio l’anno successivo invaderà il music biz con i suoi gatti randagi, e conduce tutti in pista con la ritmica e occhialoni neri.

Intorno a queste due tracce, la proposta della band è invariabilmente convincente.

Sia essa costituita dal rock pesante di Dragon Attack, anch’esso venato di cadenze saltellanti, tra le quali l’elettrica del suo autore sfracella soli vertiginosi, oppure dal rock grintoso e senza fronzoli di Rock It, atletica composizione tayloriana stranamente ignorata dal vivo. La proposta migliore di Mercury è la opener Play The Game, caldo invito a tempo di slow rock a partecipare al gioco (of love, of course) da parte di un frontman monotematico, che poi nella successiva Don’t Try Suicide consola con un nuovo sinuoso r’n’r chi dal gioco si è fatto scottare e magari soffre di fisime autodistruttive.

Anche il secondo pezzo creato dal bassista fa parte del Gioco. Need Your Loving Tonight emana tale candor, anche nel testo, da parere uno dei primi, timidi tentativi beatlesiani, ed il pezzo stesso è forse più che un tributo al periodo di Eight Days A Week. Al gioco partecipa May, e sue sono le tracks più meste e riflessive del disco, le uniche. I tormenti illustrati dal chitarrista verso una persona cara che sta per perdere (Sail Away Sweet Sister) o per una storia andata a male su cui assai aveva puntato (Save me) sono accompagnati da melodie struggenti, elettrificate il giusto, il cui refrain corale si stampa fin da subito nel cuore e la mente dei fans. Non manca l'espressione sempre un pò fuori dalle righe di Roger, che ribadisce una certa predilizione per suoni piuttosto scarni, scevri da melodie pompose o arrangiamenti troppo arzigogolati, sulla tradizione di Fight From The Inside o anche Fun It, e la sua "Coming soon" non costituisce eccezione.

Ma nemmeno modifica il trendy di un album compatto e soddisfacente, pur nella sua esiguità (con una trentina di minuti di "running time" si rileverà il disco più breve della loro carriera). Non cercate significati reconditi, che non ci sono; gli incazzati e sanguinolenti anni settanta sono finiti, e non è più il caso di lanciare anatemi. Inizia l'era glaciale dell’electronic- divertissement. Ed anche i sudditi preferiti della regina vi si adegueranno per i prossimi tre/quattro dischi, intingendovi la tradizionale proposta hard’n’heavy. Sempre con classe, of course.

 

WINGS - BACK TO THE EGG

19 NOVEMBRE 2015


Con Back To The Egg, l’ultimo disco accreditato agli Wings, l’idea di fondo era (titolo docet) il ritorno all’uovo (= alla base = al rock), dopo la parentesi soft di London Town dell’anno precedente. Ed in effetti il materiale è costituito per larga parte da brani energici e grintosi, vitali quanto basta per mantenere la promessa. So Glad To See You Here, Getting Closer To You e l’eccellente contributo di Denny Laine, Again And Again And Again ne sono I più brillanti esempi.

Troviamo anche qualcosa di piuttosto inusuale per Macca, vale a dire le divagazioni metal di Old Siam, Sir, nonché il veloce stomp di Spin It On. Poche le concessioni alla melodia; tra di queste s’insinua l’andatura riflessiva di Arrow Through Me, la poesiola a lieto fine di Winter Rose/Love Awake e l’incedere soul & blues di After The Ball/Million Miles. Dove sorge qualche piccola perplessità è a livello di contenuti lirici: vedi ad esempio l’ermetismo di To You, la stramba vicenda di Old Siam, Sir o la leggerezza di Getting Closer, tutti casi in cui, come spesso capita Paul usa le parole per amore di metrica e rima, senza prevedere magari un senso compiuto nell’insieme del testo.

Il fatto che spesso il disco manchi di profondità poetico/letteraria gioca ovviamente a suo sfavore, ma da qui a demolire l’opera, come ha sollecitamente fatto la maggior parte dei critici rock, ce ne corre. Valutazioni tanto negative appaiono non del tutto fondate, ove si consideri che da sempre il rock and roll, e il rock, non hanno certo mai brillato per lungimiranza di messaggi, o si vuole affermare che Be Bop A Lula o Satisfaction, due tra i più noti esponenti delle rispettive categorie, siano dei capolavori grazie al testo?

Giudicando Back To The Egg a livello prettamente “musicale”, l’impressione è, dunque, quella di un prodotto fresco e vivace. La maggioranza delle canzoni presenta una forma scarna ed essenziale, ossia priva di bridges e middle-eight, con immediatezza e coralità davvero coinvolgenti. Le rade estrinsecazioni melodiche, dicevamo, portano a risultati altrettanto soddisfacenti, e tra di esse qualche riga in più merita certamente il pezzo di chiusura, Baby’s Request, deliziosa ninna nanna retrò che trasporta direttamente ai bistrot francesi anni ’50 disseminati sulla rive gauche ed ai loro eleganti avventori. Anche la melodia che accompagna il parlato di The Broadcast è davvero piacevole, barocco accompagnamento al gran finale dell’album con So Glad To See You Here e la succitata Baby’s Request.

Completamente a sé stante il poderoso rock strumentale di Rockestra Theme, che in due minuti e mezzo riunisce un team di musicisti che include personaggi del calibro di David Gilmour, Pete Townshend, Gary Brooker o John Bohnam. Proprio una schifezza forse non era, se l’anno successivo vincerà il Grammy per la Best Rock Instrumental Performance.
Un altro rimprovero ricorrente a Mc Cartney riguarda l’eccessivo ricorso al “medley”, ritenuto un mezzo astuto per creare brani finiti da segmenti di canzoni che non avevano vita autonoma. Ma l’intera seconda parte di Abbey Road è costituita da un medley. E le due miscellanee presenti in Back To The Egg, non osando avvicinarsi a tale monumento, possono comunque a buon diritto essere rivendicate come ottimi esercizi melodici.

Gli strali che si sono riversati senza pietà su Back To The Egg stanno ad indicare in sostanza due cose: o che i critici professionisti siano stati eccessivamente severi, oppure che io capisca poco di musica rock, il che non è comunque escluso. Credo tuttavia che la verità stia in mezzo, pur non essendo un capolavoro, questo è semplicemente l’album che Mc Cartney aveva intenzione di fare da tempo, un disco di rock semplice, spensierato, anche duro ma senza particolari pretese, come da lui stesso dichiarato fin dal titolo. John Lennon aveva detto e fatto una cosa del genere quattro anni prima con “Rock and roll” e gli elogi erano stati unanimi. Lungi dall’essere in disaccordo su questo, ovviamente, è una nuova dimostrazione di come i preconcetti nei confronti del “Beatle bello” siano duri a morire.

 

DIRE STRAITS - ON EVERY STREET

1 NOVEMBRE 2015


Ultimo prodotto da studio a recare il marchio “Dire straits”, questo “On every street”  non rappresenta esattamente quella che si dice una chiusura in bellezza. Il che è piuttosto sorprendente, considerando che ci sono voluti sei anni per darvi forma, ma tant’è. Guidato da un singolo piuttosto insapore denominato “Calling Elvis”, che denuncia almeno un paio di minuti di troppo, è la fotografia di un gruppo evidentemente giunto al capolinea, con Knopfler, al solito responsabile unico del songwriting e del cantato, già proiettato verso una carriera solista.

Partendo proprio da “Calling Elvis”, Il singolo è un rock elementare che però s’interrompe sul più bello dando vita ad un’inopportuna, ridondante coda strumentale. In genere, i pezzi movimentati presenti nella raccolta non sono granchè impressionanti. “Heavy fuel” non è che la copia carbone di “Money for nothing” per quanto riguarda la strofa, e il ritornello è blandamente diverso. “When it comes to you”, ritrita e ripetitiva, è un facile pretesto per riproporre i cari, rassicuranti stacchi di chitarra solista. Un breve, isolato, sprazzo di brio e originalità (senza esagerare…) arriva dall’ascolto di “The bug”, e se volete farmi notare che non è proprio del tutto immemore di “Walk of life”, beh, non me ne sono accorto. Insomma, di rock decente ce n’è pochino. Meglio i lenti, allora, tanto per metterla sul lapalissiano?

Fino a un certo punto, nel senso che gli episodi migliori del disco sono in effetti degli slow, ma anche qui parte del materiale lascia a desiderare. Dietro alla lavagna finisce ad esempio la noiosa “You and your friend”, sei minuti di niente a parte un cambio da minore a maggiore appena accennato dalla tastiera dopo ogni refrain. Anche “Iron hand”, ballata nervosa ed effimera, non alza di un millimetro l’asticella del gradimento dell’ascoltatore, malgrado i nobili intenti espressi nel testo. Meglio la semplicissima “How long”, che alleggerisce in chiusura il tono di un’opera fin troppo cupa e talvolta persino opprimente. Basta prestare le orecchie alla gutturale “Fade to black”, dove la maestria blues di Knofpler e soci si espleta in un giro in fondo interessante, ma ti avvolge in un’atmosfera funerea il cui ascolto reiterato può portare anche a sintomi maniaco-depressivi.

Un disco da buttare, allora? Non del tutto. La parte buona di “On every street” si estrinseca in una manciata di canzoni il cui livello raggiunge standard nostalgicamente elevati. Tra di esse, la migliore è certamente la soave “Ticket to heaven”. E’ una sognante ballata che vanta un ritornello arricchito da un pianoforte barocco ed ispirato. Si sposa divinamente col sarcasmo d’un testo che attacca con gioia certi ministri di Dio che predicano povertà ritirando il Mercedes nel box. Un brano pienamente riuscito, al pari di “The bug” o anche di “Planet of new orleans”, un dialogo simil-jazz tra chitarre (compresa la pedal steel di Paul Franklin) e sassofoni, pregnante ed arioso pur nell’inevitabile dimensione delle tonalità minori, in un certo senso il marchio di fabbrica di Mark. Anche la title track costituisce un punto a favore dell’album, una melodia ben congegnata e  - finalmente – non del tutto risaputa, con un’ampia e piacevole coda strumentale. Pollice alzato anche per “My parties”, un eterogeneo ed insolito esercizio dall’inizio lento e poi vivacizzato da un periodico riff di sax, il solito cantato/parlato/sussurrato di Knopfler, cori disarmonici e quant’altro; sorprendentemente l’insieme non disgusta. Se a queste aggiungiamo la sopraccitata “The bug”, si può dire che almeno metà dell’opera sia ascoltabile.

Tirando le somme, non un lavoro brutto in senso stretto, ma il livello che raggiunge è poco più che mediocre, perfino scarso in confronto di due perle come “Love over gold” o “Making movies”. Il ritorno dei Dire Straits sarebbe stato assai più rimarchevole se “On every street” fosse stato pubblicato senza le persistenti, lugubri zavorre in minore e gli autoscopiazzamenti che lo appesantiscono, nonché ovviamente con qualche buona idea in più.

 

 

 

 
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