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SPANDAU BALLET - THROUGH THE BARRICADES

18 FEBBRAIO 2016


 

 

Come in ogni bella favola, la stagione migliore degli Spandau Ballet si dipana tra il 1986 e il 1987, dopo la pubblicazione di questo “Through the barricades”. Si tratta dell’espressione più battagliera della band inglese. La chitarra di Kemp è distorta come mai nell’intero catalogo della band, e ovunque risalta di buon profitto. Sin dall’iniziale “Cross the lines”, col riff portante che fa subito drizzare le orecchie all’ascoltatore docilmente abituato alle atmosfere soffuse di “True”, e una dichiarazione d’intenti che è tutto un programma, valevole per l’intero solco: “Take this chance and show your might, All the world's on the other side, cross the line”.

Per l’immediatezza che sprigiona avrebbe potuto anche essere selezionato come singolo trainante, funzionando forse meglio di quello che poi sarà effettivamente scelto, ovvero “Fight for ourselves”. Di quest’ultimo però verrà presumibilmente considerata più adatta alle masse la cantabilità ad inno (il refrain è sempre reso da un coro). “Fight” è il trionfo delle dance hall sposate a un rock più deciso, che vada al di là delle ormai meste, ritrite liturgie techno-house, in greve declino.

Il primo lato del vinile suona piuttosto standardizzato, a livello stilistico. Anche “Man in chains” e “Virgin” sono assai movimentate, con la prima che si fa leggermente preferire, ancora una volta grazie al riff elettrizzante, e al vortice di crescendo che si dipana sul finale.

Il momento ad alta densità energetica prosegue ed assume connotazione definitiva con altri due brani: “Swept” e “Snakes and lovers” sono tra i più alti momenti dell’opera, ad alta concentrazione lirica, la prima in particolare, una delle più particolareggiate confessioni in musica concesse da Kemp alla propria audience: “There's safety in dreaming, - So wrap me in things that I know - With my head in the sand, I'm at your command - And moving with the flow..”. La seconda, più scanzonata, allegra quasi, con una notevole parte di batteria da parte di John Keeble e annotazioni vagamente crepuscolari:“We had grown love together in paradise - Now Utopia's falling - And the messages are clear -  That the evil is crawling - And fear is near”.

In un album tanto carico d’energia vitale, è una fortuna che gli unici due pezzi lenti siano davvero d’ottima fattura. “How many lies” è un vero slow, forse tardivamente (1987) emesso come singolo, ma di grande impatto emotivo, strutturato per esaltare la grande forma voce di Hadley ed è una delle gemme soul dell’intero catalogo del gruppo. Nel testo galleggiano velleità di denuncia sociale; l’elettropop e le sue glaciali allucinazioni sono veramente ormai un ricordo liso.

Il punto più alto di “Through the barricades” è rappresentato, fatalmente, dalla title track. Introdotta da una melanconica, gentile parte di chitarra acustica, questo splendido brano è introspettivo in maniera lacerante. La melodia della canzone è universalmente riconosciuta come la migliore prodotta dalla band; il testo, interpretabile come la descrizione di una love story di due giovani, osteggiata per motivi religiosi dai rispettivi genitori, racchiude un’intensità drammatica che non si ritrova in nessun’altra traccia degli Spandau Ballet. Il testo propone una doppia lettura, sia visto dalla parte di chi è greve di nostalgia dei tempi che furono: “Mama doesn’t know where love has gone – she said it must be youth that keeps us feeling strong” ma anche quasi tronfio di sfacciataggine d’orgoglio giovanile: “It’s a terrible beauty we made..”. Della band sarà il maggior successo, ed è difficile immaginare una riuscita più meritata.

Piuttosto ironicamente, questo quarto prodotto del quintetto londinese sarà ricordato per una ballata acustica piuttosto che il rock sanguigno che ne domina i solchi; resta il fatto che siamo in presenza di un disco maturo e godibile, del tutto degno dell’interesse e del consenso (più di pubblico, in realtà, ma questa è una vecchia diatriba) riscosso.

 

 

 

SOFT MACHINE - THIRD

31 GENNAIO 2016


 

 

Con la decisa sterzata impressa a questa nuova opera, i Soft Machine toccano il punto più alto della propria ricerca, rivestendola di quella patina jazz, e free jazz, che ne diventerà il marchio di fabbrica.  Supportati squisitamente da uno staff di musicisti di tal scuola, Wyatt, Hopper e Ratledge spaziano liberi per territori parzialmente inesplorati, osando senza remore ed ottenendo per certi versi un risultato sorprendente, per nulla figlio dei dischi precedenti (la fuoriuscita di Kevin Ayers ha certamente influito in tal senso).


“Third”, suddiviso in quattro track di una ventina di minuti a testa, si apre con “Facelift”, di Hopper. I toni più gravi del basso aprono la strada, in coppia con l’organo di Mike, fin da principio emittente suoni di esasperante cupezza, i Machine sono ancora apparentemente in ambito psichedelico. Il tema procede ipnoticamente ripetitivo, sino all’ingresso dei fiati, il preludio a una metamorfosi viscerale introdotta dalla vitale batteria di Wyatt. Da questo momento il tutto assume una coinvolgente frenesia, colorandosi di nuovi strumenti che introducono nuove linee armoniche, come il sax alto; il tema viene poi ripreso sul finale, leggermente alterato col sapiente lavoro di loops orchestrati e sovrapposti. CIò che maggiormente rimane sono le distorsioni fuzz-bass, un progressive che è già avanguardia, un apertura monumentale.


 

“Slightly all the time”, la prima firma di Mike Ratledge, è caratterizzato da un duetto di sax (soprano ed alto, nell’ordine), gravati da distorsioni variabili e sostenuti per lunghi tratti da un eccellente complemento di piano elettrico, che all’interno delle varie sezioni che compongono il brano si produce in atletici stacchi in coppia con la batteria. Poco dopo la metà, sono i flauti a dare nuova colorazione alla melodia, ritemprandola di nuovo vigore. E’ qui che la musica dei Soft Machine introduce elementi di fusion. Come connotano in modo particolare i vari “pattern” di tastiera che si susseguono furiosi, senza soluzione di continuità.


Tra le due proposte di Ratledge s’inserisce quella di Robert Wyatt, l’unico pezzo non strumentale: “Moon in June”. Dominata dal farfisa e dalla voce scorticata del proprio autore, è il punto d’incontro ideale tra progressive, psichedelia e jazz, contenendo nella solita ventina di minuti ogni possibile contaminazione riportabile a tale incrocio di suoni. Il testo sfiora spesso l’irriportabilità: “Between your thighs I feel a sensation - How long can I resist the temptation?”, dando l’idea d’essere del tutto irrilevante rispetto alla proposta musicale, una specie di canto in scat provvisorio e sperimentale, la cui metrica s’adegua ottimamente alla caleidoscopica offerta stilistica. (Altrove pare farvi espresso riferimento: Just before we go on to the next part of our song - Let's all make sure we've got the time - Music-making still performs the normal functions -Background noise for people scheming, seducing, revolting and teaching..). E’ interessante notare come, rispetto alle altre tre tracce, “Moon in June” sia quella che presenta al suo interno le maggiori variazioni su unico tema.


 

“Out bloody rageous” chiude “Third” riportando ad atmosfere principalmente fusion-jazz (nelle suites di Ratledge il progressive in senso stretto è pressoché inesistente), e parte con un nuovo, atrofizzante duetto tra il sax ed il piano elettrico, ed è sempre quest’ultimo poi a ricamare nuove trame intriganti, intessute senza respiro, condite da un pizzico di pionierismo elettronico.


Disco ovviamente di non semplice ascolto, d’ascolto addirittura impossibile per chi considera il rock con i paraorecchi dell’incontaminabilità, perfetto per chi voglia rendersi conto di quanto possa essere intrigante scoprire gli appassionanti effetti di questa miscela di rock, prog e jazz. From Canterbury, UK, of course.

La cosa fondamentale in vinili come questo è riuscire a non scadere in un compiaciuto manierismo, cosa che Hopper e compagni riescono in ogni parte del solco ad evitare, sostituendolo sempre con un’accanita, virtuosa sperimentazione.

 

CRASH TEST DUMMIES - GOD SHUFFLED HIS FEET

16 GENNAIO 2016


Nel secondo album dei Crash Test Dummies, Brad Roberts prende decisamente il comando delle operazioni firmando tutti i brani ed interpretandoli da voce solista, supportato dall’ottima backing vocalist Ellen Reid. Il suono di questa nuova fatica si distanzia piuttosto nettamente dall’opera prima The Ghost That Haunt Me e sono almeno un paio le motivazioni che spingono a preferire God Shuffled His Feet: la prima, che salta subito all’ orecchio, è che è stata fatta piazza pulita da tutti i lustrini e gli insistiti arrangiamenti “irish”che pervadevano il disco di due anni prima. Ciò ha permesso una migliore valorizzazione delle peculiarità dei singoli brani. La seconda è che le canzoni stesse raggiungono uno standard qualitativo superiore, che non si limita ai singoli prescelti ma riguarda l’intero cd.

L’amore di Roberts per personaggi bizzarri ed in qualche modo “sfortunati” raggiunge il suo apice, in quella che resta sicuramente l’espressione più nota, a tutt’oggi, dell’arte della band canadese. La mostruosa galleria di ragazzini disgraziati, fisicamente e moralmente, descritti in Mmm mmm mmm mmm è stata a lungo oggetto di critiche circa la non-opportunità dei temi narrati; ci limitiamo a dire che melodicamente trattasi di brano molto ben riuscito, reso alla perfezione dal tono basso della voce di Brad ed ottimamente armonizzato creando un intrigante contrasto vocale. Non che tutte le tracce siano tanto sconsolate, il divertente refrain di Here I Stand Before Me, cattura subito l’ascoltatore, a patto che questi eviti di sviscerare le singolari teorie del testo circa la scarsa utilità delle varie parti dello scheletro umano. Persino la strampalata pena d’amore narrata in I Think I’ll Disappear Now mantiene alto il tono e il morale dell’album: il povero protagonista è talmente goffo ed improbabile che nessuno lo prende sul serio quando con fare pseudo drammatico annuncia che sparirà per un po’; l’importante è che sia rimasto abbastanza per creare un altro pezzo decisamente piacevole. Se avete anche voi quel cacchio di ipod che si usa adesso, ricordatevi di scaricare anche il brano successivo, perché l’allacciamento tra la tastiera sfumata di I Think I’ll Disappear e l’intro di batteria di How Does A Duck Know? rappresenta una delle sequenze più coinvolgenti dell’opera (oltretutto ascoltereste quantomeno anche un po’ di sana chitarra distorta).

La palma del brano migliore però spetta a Afternoons And Coffeespoons; non solo consta di tappeto musicale irresistibile, specialmente nel ritornello, ma volete mettere la soddisfazione di cantare a squarciagola che un giorno saremo tanto conciati da non poterci più muovere dal letto e vendere con questo migliaia di singoli?. Stesso discorso è applicabile per la title track, God Shuffled His Feet, che descrive le futili interrogazioni poste da un gruppo di gitanti ad un picnic ad un Ospite illustre che più non si potrebbe, che di fronte a tanta ottusità replica sdegnato con parabole astruse o con il silenzio. Anche qui la cantabilità e, potremmo dire, il calore del brano vengono premiati dalle cime delle classifiche. Degna di menzione anche la spensierata (auto?)ironia di When I Go Out With Artists o la visionaria pastoralità di The Psychic. Sarebbe ingiusto però attibuire al solo Brad il merito di un buona prova come questa. Notevole è anche l’apporto della sezione ritmica, particolarmente apprezzabile la performance del bassista Dan Roberts, fratello di Brad, che cuce linee di basso creative e coprenti, nonchè del batterista Michael Dorge, incalzante e pulitissimo nei toni più pieni del rullante.

Potremmo aggiungere, riguardo ai testi, che se qualcuno può ritenersi infastidito da certe immagini, può tuffarsi nella salutare oasi naturista/animalista di In The Days Of The Caveman o rifugiarsi nell’outro strumentale di Untitled. Un disco ben suonato, ben arrangiato, divertente e sarcastico. Non sarà molto, ma il rock non è mai stato solo sfighe e messaggi epici, neanche negli infuriati primi anni novanta.

 

MIRACLE WORKERS - 1000 MICROGRAMS OF M.W.

22  DICEMBRE 2015


 

E’ con questo album documento che la band di Portland, Maine, si fa conoscere intorno alla metà degli anni ottanta in ambito finalmente più che locale, esportando anche nel Vecchio Mondo la propria esorbitante proposta garage. Una proposta che si rifà soltanto in parte al sound psichedelico della fine degli anni sessanta, da cui trae semplicemente un’ispirazione di base. Il sound viene personalizzato, fatto proprio con una vigoria, una rabbia sconosciuta alla bella epoca dell’Estate dell’Amore.

Con una line-up finalmente definita, che vede Gerry Mohr alla voce, Matt Rogers alla chitarra, Joel Barnett al basso, (I tre saranno i principali autori del materiale edito), coadiuvati da Gene Trautman alla batteria e Denny Demiankov alle tastiere, il gruppo si produce in un lavoro del tutto esaltante. Le idee si dimostrano chiare, lampanti sin dalla canzone d’apertura. Si tratta della martellante “Hang up”, dove la chitarra disegna un riff crescente che ricopre l’intero brano e vi impone una ritmica serrata, selvaggia, che si scatena subito dopo la declamazione del refrain da parte di Gerry.

Nella successiva “Too many people”, lo schema cambia, subito dopo il ritornello entra in scena un riff in risposta. Il tempo rallenta leggermente e dal garage più classico si tende a un post-punk nostalgicamente marcato, che produce peraltro un impatto finale solido, compatto, trascinante. “Change in style” pare prendere in parola il dettame emanato dal titolo, dipanandosi in un rock piuttosto semplice, orecchiabile, probabilmente inserito per instillare un minimo di varianza stilistica, ma in realtà non ve n’era alcun bisogno, il disco procede comunque spedito ed entusiasta.

I testi della band sono innocenti, giovanili, quasi naif nella loro primitività. “Waiting”  ne è un esempio, con quella dichiarazione d’intenti (“Waitin’ your loving”..) che farebbe la felicità dei fans di Bon Jovi. Naturalmente l’armatura è assai più potente, e il pezzo si snoda vorticoso, sicuro come un discesista tra i paletti, il finale raddoppiato è una vera goduria e riafferma il trend urticante dell’opera.

Sono però le due ultime tracce a sospingere “1000 micrograms of M.W.” verso la giusta caratterizzazione di (mini) capolavoro. Il doppio colpo di crash che introduce la violenta “Lies lies”, è un nuovo, tonificante scoppio di energia. La sequenza degli accordi, al solito fluida, elettrizzante, le battute allineate in preparazione al refrain, il tutto crea una frizzante aspettativa che non verrà disattesa.

La chiusura dell’album non può definirsi col botto, perché il botto è continuo, nei sei episodi. “You knock me out”, lenta e ipnotica tranne una repentina velocizzazione nel middle eight, ribadisce le preziose peculiarità di questa prima vera prova da studio del complesso.

La vitalità delle esecuzioni saranno presto ribadite, con vistoso seguito di pubblico, anche dal vivo, e saranno proprio gli spettacoli on stage – brillanti, carichi – a certificare il successo che “Micrograms” meritava assolutamente. Esibizioni costituite dalla riproduzione del disco intero (pratica archiviata in meno di mezz’ora..) ed integrate da possenti versioni di sempreverdi quali “You really got me” piuttosto che “All day and all of the night” (Kinks), oppure ripescaggi da Velvet Underground, Sonics, Flaming Groovies, persino Soft Machine, più altro materiale originale, che vedrà poi la luce nel prodotto seguente Inside Out, pubblicato l’anno successivo.

 

QUEEN - THE GAME

7 DICEMBRE 2015


La copertina dell’ottavo album dei Queen The Game, che vede i nostri, ormai galleggianti più al di là che al di qua dei trenta, imbrillantinati e con giacche di pelle nera da macho, può già dare un interessante indizio su quale tipo di musica si vada ad ascoltare. The Game, emesso al centro del primo anno del nuovo decennio, è un vero spartiacque stilistico per la produzione dei quattro. L’introduzione dell’elettronica, che fa tanto ‘80ies, il passaggio da una vena glam a un sound più accessibile, con aperture al rock’n’roll e al rockabilly, e per finire l’assimilazione della matrice disco funky che da qualche anno inondava i prodotti discografici d’oltreoceano. Miscelando questi fattori e condendoli con la classe che è loro propria, i ragazzi creano uno dei loro dischi più divertenti, direi eccitanti, spensierati e potenti dell’intera loro discografia. Due sono i manifesti di questa nuova primavera della band. Il primo è l’irripetibile Another One Bites The Dust, possente esercizio funk scaturito dalla penna di Deacon, con un testo perfetto per la vena da “duro” di Mercury, che diventerà uno dei più venduti singoli del pianeta in quella bollente estate. Pregnante esemplificazione dell’orma black di questo disco, vedrà il proprio trionfo nelle charts soul e diverrà on stage un numero atteso e immancabile. L’altro classico dell’opera è Crazy Little Thing Called Love, dove Mercury anticipa il fenomeno Brian Setzer, che proprio l’anno successivo invaderà il music biz con i suoi gatti randagi, e conduce tutti in pista con la ritmica e occhialoni neri.

Intorno a queste due tracce, la proposta della band è invariabilmente convincente.

Sia essa costituita dal rock pesante di Dragon Attack, anch’esso venato di cadenze saltellanti, tra le quali l’elettrica del suo autore sfracella soli vertiginosi, oppure dal rock grintoso e senza fronzoli di Rock It, atletica composizione tayloriana stranamente ignorata dal vivo. La proposta migliore di Mercury è la opener Play The Game, caldo invito a tempo di slow rock a partecipare al gioco (of love, of course) da parte di un frontman monotematico, che poi nella successiva Don’t Try Suicide consola con un nuovo sinuoso r’n’r chi dal gioco si è fatto scottare e magari soffre di fisime autodistruttive.

Anche il secondo pezzo creato dal bassista fa parte del Gioco. Need Your Loving Tonight emana tale candor, anche nel testo, da parere uno dei primi, timidi tentativi beatlesiani, ed il pezzo stesso è forse più che un tributo al periodo di Eight Days A Week. Al gioco partecipa May, e sue sono le tracks più meste e riflessive del disco, le uniche. I tormenti illustrati dal chitarrista verso una persona cara che sta per perdere (Sail Away Sweet Sister) o per una storia andata a male su cui assai aveva puntato (Save me) sono accompagnati da melodie struggenti, elettrificate il giusto, il cui refrain corale si stampa fin da subito nel cuore e la mente dei fans. Non manca l'espressione sempre un pò fuori dalle righe di Roger, che ribadisce una certa predilizione per suoni piuttosto scarni, scevri da melodie pompose o arrangiamenti troppo arzigogolati, sulla tradizione di Fight From The Inside o anche Fun It, e la sua "Coming soon" non costituisce eccezione.

Ma nemmeno modifica il trendy di un album compatto e soddisfacente, pur nella sua esiguità (con una trentina di minuti di "running time" si rileverà il disco più breve della loro carriera). Non cercate significati reconditi, che non ci sono; gli incazzati e sanguinolenti anni settanta sono finiti, e non è più il caso di lanciare anatemi. Inizia l'era glaciale dell’electronic- divertissement. Ed anche i sudditi preferiti della regina vi si adegueranno per i prossimi tre/quattro dischi, intingendovi la tradizionale proposta hard’n’heavy. Sempre con classe, of course.

 
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