weekly records

PAUL MC CARTNEY - MEMORY ALMOST FULL

9 APRILE 2016

Per non dar adito a fraintendimenti, asserisco fin da subito che questo è, con l’epico Band On The Run e l'appena precedente Chaos and Creation in the Backyard, il miglior album da solista del baronetto mancino e si candida con autorevolezza ad essere uno dei più significativi lavori di un ex-fab.
E’ un disco che sprizza gioia di vivere in ogni secondo di musica, non male per uno che negli ultimi dieci anni aveva affrontato un divorzio, la vedovanza e la perdita del Piccolo George. Fin dalla prima, gioiosa track, Dance Tonight, ispiratagli dalla nipotina, Paul sgombra il campo: tristezze e rancori non faranno parte dei quarantadue minuti del disco.

Le reminiscenze, i ricordi, rivisti a occhi asciutti e con la distensione di una post middle-age priva di acrimonia, emergono in più parti tra i solchi di Memory. Nel movimentato rock di Only Mama Knows, introdotto da una lunga sezione d’archi e chiuso dal violoncello, cita i genitori camuffando le memorie con un’improbabile road story. You Tell Me è un affresco delicato in cui ritrova atmosfere, colori, sensazioni, quasi meravigliandosi d’aver davvero vissuto una simile caleidoscopica serie d’esperienze. E con Vintage Clothes, che alterna una brillante melodia corale per integrarsi con un middle eight jazzato in minore, sprona (se stesso) a non vivere nel tempo che fu, accettando ciò che (si) è: gente del passato che deve cercare e trovare dignitosa collocazione nel presente. Il brano sfocia direttamente in That Was Me, in cui il ragazzo di una volta infila una serie di saltellanti flashbacks con ragguardevole vivacità.
Il pianoforte arzigogolato di Mr.Bellamy sfiorata collaborazione con Thom Yorke, e quello arioso di House Of Wax conferiscono ulteriori spessore e dignità ad un album davvero variegato a livello melodico.
Persino il freschissimo divorzio è trattato con tenuità e, oserei dire, gentilezza. See Your Sunshine è un romantico tributo a Heather, che giustamente Paul decise di lasciare su disco malgrado al momento della pubblicazione il matrimonio fosse crollato a pezzi. Ed il pezzo convince perché scevro dalla patina di pomposità che aveva appesantito molte delle sue canzoni d’amore. Stessa genesi per l’elegante esercizio soul di Gratitude, nel quale Paul ringrazia chi l’ha salvato quando lui stava “vivendo con una memoria”.

Un lavoro che è in modo direi inevitabile contornato da una funerea patina di fine, di morte, e McCartney è bravo a gestirla con leggerezza, senza cadere nella drammatizzazione o in un’enfasi che sarebbe giocoforza apparsa un po’ sforzata, ruffiana forse. E non c’è dolore, in quest’opera. Non c’è piangersi addosso. C’è, invece, la consapevolezza del traguardo, ad esempio. Macca esorcizza il fantasma del Passaggio, con la pennellata d’azzurro di un’armonia riflessiva e serena, distillando gocce di spicciola saggezza che, in un ambito di vita vissuta e sofferenze patite risultano sincere e toccanti (“alla fine della fine inizia un viaggio verso un luogo molto migliore/ non c’ è motivo di piangere” – dalla superba End Of The End, uno dei suoi brani migliori in assoluto). Infatti termina Memory Almost Full con la fulminea, sfrenata Nod Your Head attestando che non ha nessuna intenzione di chiudere tanto presto. Concetto ribadito anche dal pop rock gentile di Ever Present Past: occhei, tutto è volato via in un soffio, ma non si rinuncia a progetti nuovi (...hoping it isn’t too late..), né a preferire la vita alla sopravvivenza.

La magia del disco si dipana anche attraverso i tanti suggestivi aneddoti sorti nell’ ambito della sua pubblicazione. Il titolo è l’anagramma di "for my soulmate LLM" (per la mia anima gemella Louise Linda Mc Cartney); la data di pubblicazione è esattamente quarant’anni successiva a quella di Sgt. Pepper’s, e Memory viene registrato quando Macca is 64. Tuttavia, al di là di affascinanti (coincidenze ?), Memory Almost Full funziona in modo perfetto, presentando un Mc Cartney evocativo, struggente, ma non disposto a cedere un solo minuto alla retorica o alla negatività, toccando il punto più alto di una serie di opere pressoché impeccabili da Flaming Pie in poi.

 

VASCO ROSSI - MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE

22 MARZO 2016


Non sarebbe stato possibile un esordio più ignorato, per quella che poi sarebbe diventata la più popolarmente acclamata delle rockstar nostrane. Il che fu un peccato, visto che questo primo lavoro di Vasco Rossi, intitolato un po’ casualmente “Ma cosa vuoi che sia una canzone”, è un disco davvero bello.

Un prodotto che non si discosta molto, a livello stilistico, dalle opere prime di altri storici cantautori. Immagini spesso minimali, con ampio uso di chitarra e tematiche socio-politiche, in questo è tipicamente anni settanta. Però il risultato è davvero godibile, e, soprattutto, suona decisamente più sentito e genuino rispetto ad altre prove emesse quando il Blasco aveva ormai raggiunto la superstardom.

Il primo Vasco parla d’amore, e lo fa in maniera per nulla sdolcinata, anzi, critica e realistica, come nel piccolo rock d’apertura “La nostra relazione”, spietata agonia di un rapporto: “la nostra relazione oramai non ha più senso – e tu sei buffa quando cerchi di nasconderlo alla gente…”. Tematica simile anche in “E poi mi parli di una vita insieme”, idilliaco, bucolico quadretto basato su un gentile riff di chitarra acustica, nel quale lui accusa lei d’essere “innocente – banale – donna sempre uguale – donna da sposare…”. Chiosando poi, prima d’un bell’assolo stemperante, che non è colpa sua in fondo, è il mondo che la vuole così…Amore anche nel malinconico, accennato pastello finale di “Ciao”, poche note di pianoforte a chiudere l’album con uno sprizzo di pensierosa malinconia.

C’è già, del tutto in forma, il Rossi politicizzato, nella crudele “Ambarabaciccicoccò”, un funky sprezzante guidato dal pianino di Gaetano Curreri e le sterzate di chitarra distorta di Solieri, all’inizi della loro fruttuosa, epocale collaborazione col rocker di Zocca. Trattasi di cronaca tragicomica dell’esistenza di povero impiegato sfruttato, deluso e vilipeso, un Fantozzi in musica perfetto nella propria pateticità. Mentre il brano si rigira su sé stesso impregnandosi di tensione e graffianti accordi in minore, Vasco allarga poi la denuncia coinvolgendo istituzioni assortite, forse non l’idea più originale del mondo, ma coinvolgente e ficcante sino al grottesco finale. Il Rossi cantautore in senso stretto s’esalta nella cupa “E il tempo crea eroi”, irrorata da struggenti parti di violino e riassumibile in un’asserzione lancinante: “E alla gente povera rimanga l’onestà a vantaggio di chi non ce l'ha che comunque può comprarsela..”

La parte migliore del disco però sono i sette minuti allucinati di “Jenny è pazza”, incubo semi psichedelico in cui la follia della giovane protagonista (depressione – droga – anoressia…) suscita fastidio alla gente che  “guarda stupita e cerca di capire”. Musicalmente contiene il segmento migliore dell’intera raccolta. Lo troviamo nel middle eight, che racchiude in poche righe i radi momenti di felicità vissuti: “l’ho vista piangere di gioia e ridere – più di lei la vita credo mai nessuno amò…”. La lunga coda strumentale riunisce gli strumenti in una chiusura energica, con distorsioni di chitarre e tastiere, risolvendosi in una suite vigorosa e di sicuro impatto.

Tutto finito prima ancora di cominciare, dunque? Non proprio: in soccorso arriva il tenero, fintamente innocente valzer di “Silvia”, condotto da un pianoforte idilliaco e puro, cronaca della nascita della consapevolezza fisica di un’adolescente, pronta a perdersi in “mille fantasie che non la lasciano più andar via”. “Tu che dormivi piano” che di “Silvia” è la prosecuzione, sia a livello stilistico che di testo, completa con le medesime atmosfere oniriche la rappresentazione del mondo femminile, infilando momenti assai piacevoli a livello strumentale, compresa la sezione di moog ad opera del fidato Curreri.

E’ interessante notare come sin da questa sua prima prova, Rossi tenda ad uniformarsi a un certo tipo di cantautorato, prediligendo toni più cupi e grettamente rock per le tematiche più scottanti ed atmosfere più classicamente melodiche per i momenti più leggeri. Dal lato prettamente tecnico insomma, la sua immagine di trasgressore, di icona della rockstar maledetta è ancora di là da venire.

Un disco forse non rappresentativo nella discografia del Blasco, magari ingenuo, immaturo; pur tuttavia, “Ma cosa vuoi che sia una canzone” è la prova tangibile che il ragazzo ha (aveva) talento da vendere, e dà un idea precisa di quella che sarebbe potuto essere il sentiero artistico che il nostro avrebbe percorso, non fosse caduto troppo presto, meno di dieci anni dopo, tra le grinfie del Mito.

 

 

 

 

 

 

 

 

THE BEATLES - PLEASE PLEASE ME

4 MARZO 2016


Succedeva anche questo, nell’industria discografica degli anni sessanta. Che ad una giovanissima, sconosciuta band venisse concessa una sala per una sola giornata, nel corso della quale dovevano registrare tutto il materiale per la loro opera prima. E succedeva anche che detta band (volente o nolente) accettasse la sfida, e uscisse poi a notte tarda dallo studio a lavoro compiuto.

Il giorno era lunedi 11 febbraio 1963, il lavoro in questione è “Please please me”, dei Beatles.

Fresca come un’incisione del vivo (il conteggio di McCartney all’inizio del primo pezzo, immette subito in un’atmosfera da happening), questa produzione ha il merito di sprigionare fin da subito la gioiosa Irruenza della nuova epoca beat, di cui ovviamente gli scarafaggi saranno i prinicipali ideatori/interpreti.

Un documento che consta di otto canzoni originali firmate Lennon-Mc Cartney e sei covers per mezz’ora di musica. Si comincia col rock urbano di “I saw her standing there, dal middle eight del tutto entusiasmante), il testo da tempo delle mele non toglie fascino ad un esordio davvero palpitante. “Misery” è Lennon già imbronciato, vagheggia docile e triste tra le eleganti sventagliate di pianoforte tracciate da George Martin. “Anna (go to him)” è la cover migliore, certamente la più espressiva ed emozionante, interpretata da un John già in stato di grazia, con la voce adeguatamente trattata con l’eco, e le prime eleganze strumentali, il ripetuto arpeggio di George e il lavoro continuo di Ringo al charleston. La drammaticità del refrain è una delle vette del disco.

George Harrison esordisce come voce solista in un Beatle record nella successiva “Chains”, delle semisconosciute “Cookies”, allegro, ritmato e perfettamente dimenticabile; meglio invece la prima volta di Ringo al microfono, con “Boys” di Luther Dixon e da Wes Farrel. Ryhthm and blues ruspante, aggredito dalle asprezze vocali del batterista che però infila un acuto leggendario sul finale tra i coretti divertiti/disperati dei colleghi, “Boys” è folle e trascinante il giusto da essere poi riproposta, a decenni di distanza, negli spettacoli solisti del Naso.

Di seguito, ecco ancora un’espressione nostalgico/romantica di Lennon, “Ask me why”, una delle sue prime composizioni, manifestazione della sua ammirazione per Smokey Robinson (del quale interpreterà successivamente “You really got a hold on me”. Ma è poi sempre lui ad uscirsene con la title track, per distacco la migliore tra le canzoni originali. Dallo struggente riff di armonica alle otto battute in crescendo che portano all’esondazione sonora del refrain, “Please please me” è la ragione stessa del successo di questo disco e, in proiezione, del gruppo stesso. Oltre che la prima di una lunga serie di Beatletracks ad entrare nella lista delle migliori canzoni di tutti i tempi da parte di Rolling Stone.

In secondo piano sino a quel momento, Paul McCartney si prende a questo punto la scena con la doppietta: “Love me do/P.S. I love you”. Ossia il primo quarantacinque giri assoluto del quartetto.

Condotta dall’armonica di Lennon e spruzzata d’acerbe venature blues, la prima; ingentilita da un ipnotico riff di chitarra acustica la seconda, lastricate entrambi di teneri, irripetibili versi romantico/naif. “Baby it’s you” è una nuove cover elegante, platinata, affidata ancora a Lennon, sullo schema di “Anna” ma meno potente, sarà forse il sha-la-la che l’attraversa quanto è lunga.

I due autori si cimentano poi nel calypso e l’affidano alle ancora acerbe vocalità di Harrison. “Do you want to know a secret”, più lunga nel titolo che nella durata, caratterizzata anche dalla sequenza “old fashion” di barrè filati (una tecnica che ritroveremo anche in “She loves you”), deliziosamente vaudeville, genitrice delle future “Your mother should know” o “Honey pie”.

Paul prende a questo punto possesso d’una cover, l’unica per lui, “A taste of honey”, il country & western che forse non ti aspetti, con tanto di coretto a risposta, piacevole e ingessato, aggiunge varietà stilistica alla proposta dell’album. A chiudere spetta però a Lennon, con due numeri intriganti: “There’s a place” è l’ultimo originale, vitale ed accorato e stranamente sottovalutato, sia all’epoca che successivamente; “Twist and shout”, che non necessita presentazioni di sorta. Il mito secondo il quale fosse stata registrata in emergenza quando i nostri erano già al thè e John si trovasse in stato di afonia conta assai poco. Ciò che conta è l’effetto debordante del pezzo, che diventerà anche il closing number delle esibizioni live per lungo tempo.


Ecco dunque il primo documento d’una carriera irripetibile, ed impensabile al momento della pubblicazione. Entusiasmo e creatività avrebbero, da qui in poi, portato a vette inimmaginabili. Poi…

 

SPANDAU BALLET - THROUGH THE BARRICADES

18 FEBBRAIO 2016


 

 

Come in ogni bella favola, la stagione migliore degli Spandau Ballet si dipana tra il 1986 e il 1987, dopo la pubblicazione di questo “Through the barricades”. Si tratta dell’espressione più battagliera della band inglese. La chitarra di Kemp è distorta come mai nell’intero catalogo della band, e ovunque risalta di buon profitto. Sin dall’iniziale “Cross the lines”, col riff portante che fa subito drizzare le orecchie all’ascoltatore docilmente abituato alle atmosfere soffuse di “True”, e una dichiarazione d’intenti che è tutto un programma, valevole per l’intero solco: “Take this chance and show your might, All the world's on the other side, cross the line”.

Per l’immediatezza che sprigiona avrebbe potuto anche essere selezionato come singolo trainante, funzionando forse meglio di quello che poi sarà effettivamente scelto, ovvero “Fight for ourselves”. Di quest’ultimo però verrà presumibilmente considerata più adatta alle masse la cantabilità ad inno (il refrain è sempre reso da un coro). “Fight” è il trionfo delle dance hall sposate a un rock più deciso, che vada al di là delle ormai meste, ritrite liturgie techno-house, in greve declino.

Il primo lato del vinile suona piuttosto standardizzato, a livello stilistico. Anche “Man in chains” e “Virgin” sono assai movimentate, con la prima che si fa leggermente preferire, ancora una volta grazie al riff elettrizzante, e al vortice di crescendo che si dipana sul finale.

Il momento ad alta densità energetica prosegue ed assume connotazione definitiva con altri due brani: “Swept” e “Snakes and lovers” sono tra i più alti momenti dell’opera, ad alta concentrazione lirica, la prima in particolare, una delle più particolareggiate confessioni in musica concesse da Kemp alla propria audience: “There's safety in dreaming, - So wrap me in things that I know - With my head in the sand, I'm at your command - And moving with the flow..”. La seconda, più scanzonata, allegra quasi, con una notevole parte di batteria da parte di John Keeble e annotazioni vagamente crepuscolari:“We had grown love together in paradise - Now Utopia's falling - And the messages are clear -  That the evil is crawling - And fear is near”.

In un album tanto carico d’energia vitale, è una fortuna che gli unici due pezzi lenti siano davvero d’ottima fattura. “How many lies” è un vero slow, forse tardivamente (1987) emesso come singolo, ma di grande impatto emotivo, strutturato per esaltare la grande forma voce di Hadley ed è una delle gemme soul dell’intero catalogo del gruppo. Nel testo galleggiano velleità di denuncia sociale; l’elettropop e le sue glaciali allucinazioni sono veramente ormai un ricordo liso.

Il punto più alto di “Through the barricades” è rappresentato, fatalmente, dalla title track. Introdotta da una melanconica, gentile parte di chitarra acustica, questo splendido brano è introspettivo in maniera lacerante. La melodia della canzone è universalmente riconosciuta come la migliore prodotta dalla band; il testo, interpretabile come la descrizione di una love story di due giovani, osteggiata per motivi religiosi dai rispettivi genitori, racchiude un’intensità drammatica che non si ritrova in nessun’altra traccia degli Spandau Ballet. Il testo propone una doppia lettura, sia visto dalla parte di chi è greve di nostalgia dei tempi che furono: “Mama doesn’t know where love has gone – she said it must be youth that keeps us feeling strong” ma anche quasi tronfio di sfacciataggine d’orgoglio giovanile: “It’s a terrible beauty we made..”. Della band sarà il maggior successo, ed è difficile immaginare una riuscita più meritata.

Piuttosto ironicamente, questo quarto prodotto del quintetto londinese sarà ricordato per una ballata acustica piuttosto che il rock sanguigno che ne domina i solchi; resta il fatto che siamo in presenza di un disco maturo e godibile, del tutto degno dell’interesse e del consenso (più di pubblico, in realtà, ma questa è una vecchia diatriba) riscosso.

 

 

 

SOFT MACHINE - THIRD

31 GENNAIO 2016


 

 

Con la decisa sterzata impressa a questa nuova opera, i Soft Machine toccano il punto più alto della propria ricerca, rivestendola di quella patina jazz, e free jazz, che ne diventerà il marchio di fabbrica.  Supportati squisitamente da uno staff di musicisti di tal scuola, Wyatt, Hopper e Ratledge spaziano liberi per territori parzialmente inesplorati, osando senza remore ed ottenendo per certi versi un risultato sorprendente, per nulla figlio dei dischi precedenti (la fuoriuscita di Kevin Ayers ha certamente influito in tal senso).


“Third”, suddiviso in quattro track di una ventina di minuti a testa, si apre con “Facelift”, di Hopper. I toni più gravi del basso aprono la strada, in coppia con l’organo di Mike, fin da principio emittente suoni di esasperante cupezza, i Machine sono ancora apparentemente in ambito psichedelico. Il tema procede ipnoticamente ripetitivo, sino all’ingresso dei fiati, il preludio a una metamorfosi viscerale introdotta dalla vitale batteria di Wyatt. Da questo momento il tutto assume una coinvolgente frenesia, colorandosi di nuovi strumenti che introducono nuove linee armoniche, come il sax alto; il tema viene poi ripreso sul finale, leggermente alterato col sapiente lavoro di loops orchestrati e sovrapposti. CIò che maggiormente rimane sono le distorsioni fuzz-bass, un progressive che è già avanguardia, un apertura monumentale.


 

“Slightly all the time”, la prima firma di Mike Ratledge, è caratterizzato da un duetto di sax (soprano ed alto, nell’ordine), gravati da distorsioni variabili e sostenuti per lunghi tratti da un eccellente complemento di piano elettrico, che all’interno delle varie sezioni che compongono il brano si produce in atletici stacchi in coppia con la batteria. Poco dopo la metà, sono i flauti a dare nuova colorazione alla melodia, ritemprandola di nuovo vigore. E’ qui che la musica dei Soft Machine introduce elementi di fusion. Come connotano in modo particolare i vari “pattern” di tastiera che si susseguono furiosi, senza soluzione di continuità.


Tra le due proposte di Ratledge s’inserisce quella di Robert Wyatt, l’unico pezzo non strumentale: “Moon in June”. Dominata dal farfisa e dalla voce scorticata del proprio autore, è il punto d’incontro ideale tra progressive, psichedelia e jazz, contenendo nella solita ventina di minuti ogni possibile contaminazione riportabile a tale incrocio di suoni. Il testo sfiora spesso l’irriportabilità: “Between your thighs I feel a sensation - How long can I resist the temptation?”, dando l’idea d’essere del tutto irrilevante rispetto alla proposta musicale, una specie di canto in scat provvisorio e sperimentale, la cui metrica s’adegua ottimamente alla caleidoscopica offerta stilistica. (Altrove pare farvi espresso riferimento: Just before we go on to the next part of our song - Let's all make sure we've got the time - Music-making still performs the normal functions -Background noise for people scheming, seducing, revolting and teaching..). E’ interessante notare come, rispetto alle altre tre tracce, “Moon in June” sia quella che presenta al suo interno le maggiori variazioni su unico tema.


 

“Out bloody rageous” chiude “Third” riportando ad atmosfere principalmente fusion-jazz (nelle suites di Ratledge il progressive in senso stretto è pressoché inesistente), e parte con un nuovo, atrofizzante duetto tra il sax ed il piano elettrico, ed è sempre quest’ultimo poi a ricamare nuove trame intriganti, intessute senza respiro, condite da un pizzico di pionierismo elettronico.


Disco ovviamente di non semplice ascolto, d’ascolto addirittura impossibile per chi considera il rock con i paraorecchi dell’incontaminabilità, perfetto per chi voglia rendersi conto di quanto possa essere intrigante scoprire gli appassionanti effetti di questa miscela di rock, prog e jazz. From Canterbury, UK, of course.

La cosa fondamentale in vinili come questo è riuscire a non scadere in un compiaciuto manierismo, cosa che Hopper e compagni riescono in ogni parte del solco ad evitare, sostituendolo sempre con un’accanita, virtuosa sperimentazione.

 
Altri articoli...