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ENRICO RUGGERI - PETER PAN

12 MAGGIO 2016


In un dato momento storico, tra il ’90 e il ’91, Ruggeri deve aver pensato che ai tempi del suo debutto, le canzoni che scriveva e suonava non erano sempre patinate ed eleganti, melliflue e corposamente arrangiate come capitava di sentire nelle ultime – peraltro di livello eccellente – proposte. Così, dopo la passarella di “Vai rrouge”, la sontuosità de: “La Parola ai testimoni” e l’eleganza de “Il falco e il gabbiano”, il cantautore milanese dà alle

stampe un prodotto di rock duro e puro, denominato “Peter pan”. Vitale, veloce, trascinante, è esattamente il tipo di album che chi ha fatto gavetta coi Decibel doveva prima o poi pubblicare.

Le intenzioni sono palesi sin dalla trionfale apertura di “Tutto subito”, un inno cattura stadi sostenuto dal battimani come nella miglior tradizione di “We will rock you”, con un testo che attraversa le sabbie del tempo planando sul duemila direttamente dal post-punk “Tutto subito – senza mai pensare che, c’è una porta che non aprirai – tutto subito – poi poi via…”. L’hard-rock lascia poi il posto al gioioso mid-tempo di “Peter Pan”, colorato da una deliziosa parte di piano e un assolo avvolgente, nella quale Enrico sottolinea anatemi di dolorosa, facile veridicità: “…meglio di così non saremo mai, davvero noi..”.La parte in minore è la ricerca d’un identità smarrita, esprime un colorito stupore per “il bel tempo che fu”, non però del tutto priva d’una piccola speranza (“Cosa devi raccontare…chi sei…”).

Un accenno di malinconia, dunque? E’ forse insito nella personalità dell’artista, ma qui si amalgama perfettamente con l’anima ardente di questa nuova prova. Come in “Oggi chi sei”, iridescente pastello di ricordi, che non fa troppi sconti ad un ingannevole nostalgia “ne abbiamo fatti di progetti, e non tutti buoni..”, e ribadisce fiducia nel futuro con ruspanti arzigogoli di chitarra elettrica. Oppure nella pensierosa “Vola via”, con arrangiamenti e tematiche simili, cronaca di una separazione chissà sino a che punto davvero voluta “..Suona la campana, il nostro tempo se ne va - e raggiunge il nostro archivio di ricordi….”… Resta il rock, comunque, l’unico, vero comune denominatore di questo long playing. Lo troviamo forte, agguerrito in “Piove (su noi)”, calzante e gustoso ritratto di un soggetto che rappresenta bene la schizofrenia del periodo che viviamo, sostenuto da un farfisa vibrante e dal pulsare d’un assolo eccellente.

Lo troviamo compatto ne: “La band”, scritta in collaborazione con Schiavone, autore di un breve intervento vocale, un po’ autocelebrativa ma piacevole. Soprattutto lo troviamo nell’intrigante “Il dubbio”, descrizione d’un involontario menage a trois, con un riff prepotente che ti resta nelle orecchie per ore dopo l’ascolto, mentre sorridi pensando alla storia del protagonista, cornuto e mazziato. Ancora una volta si sprigiona nell’aria una carica coinvolgente, grazie anche a un refrain che incalza e si reitera per ben tre volte e ai soliti, efficaci, stacchi di tastiera. Mica sempre, peraltro, Ruggeri sposa il rock più spontaneo con la leggerezza dei temi trattati. “Trans” è dura come un macigno, anticipa di un buon ventennio l’annosa questione delle unioni civili e se ne esce una strofa del genere: “E quelle stesse persone  - che ridono della mia voce -  hanno anche loro una croce:  - ciò che nessuno dice, ciò che nessuno sa”. E poi un ritornello del genere: ““Vorrei uscire fuori senza quei rumori di motori; respirare la speranza. - Senza più cliniche straniere che non sanno indovinare chi è nascosto dentro me”.La melodia è mesta e struggente, la canzone assai bella, al di là di ogni coloratura politico-sociale che possa contraddistinguere un ascoltatore.

C’è comunque spazio anche per l’amore in senso stretto, alla “Non finirà” per capirci, con “Prima del temporale”, seconda collaborazione con Luigi Schiavone, un brano che arricchisce la vena più prettamente da chansonnier dell’autore meneghino. Unica espressione “patinata ed elegante” di “Peter pan”. Un disco bellissimo, tra i migliori in assoluto nell’ormai vasto repertorio del Rrouge. Ascoltarlo magari tra “La parola ai testimoni” e “L’uomo che vola”, per fare un esempio, rende perfettamente l’idea dell’ormai vasta gamma di stili dai quali attinge con profitto.

 

VADO AL MASSIMO - VASCO ROSSI

27 APRILE 2016


Giunto alla vigilia della consacrazione, oltrepassato il confine del meteorismo, più o meno isterico-cantautoriale dei primi anni, Rossi mette il vestito buono, particolarizza la sua immagine e festeggia i trent’anni con un disco che lo definisce in pieno. Un rocker finto maledetto, bullo e saggio, disilluso e tuttora polemico, sebbene meno rusticamente di prima, verso il sistema.

Il disco è piacevole, va subito anticipato, anche perché due tra le musiche migliori che contiene sono frutto da un piccolo aiuto dei suoi amici, come vedremo più avanti.

L’hard rock, un filone poco sfruttato sino a quel momento dal cantante modenese, si pone in buona evidenza in due espressioni. Se “Credi davvero” è una cantilena distorta pregna di cinismo ruspante (“Credi davvero che sia diverso da chiunque che – si trovasse a scegliere tra lui e te”), “Sono ancora in coma” è il day after d’un incontro piccante, esaltato da un riff turbinoso e un bridge a stacco di grande impatto. Una riconferma piacevole è invece quella del funky, tramite il quale Vasco colpisce nel segno con due tra gli episodi più riusciti del disco. La bizzarra “Amore??”, snella e ballabile, irta di fiati e snap in tipico stile ottanta, con poche righe per testo del tutto schizofreniche e quei birichini riferimenti alle punture, un vizietto che gli procurerà dei guai pochi anni dopo. Nel filone rientra pure “Splendida giornata”, prima delle due collaborazioni con Tullio Ferro, brano di punta dell’album intero, che dipana le classiche esagerazioni del non ancora Blasco (“Stravissuta – straviziata…”), riassumendosi nell’apertura della seconda strofa in un piccolo, ma significativo, antro d’inquietudine: (“Ma che importa se è finita - che cosa importa se era la mia vita - o no? Ciò che conta è che sia stata - una fantastica giornata… torbida…”)

Dal palco di Sanremo il nostro aggiunge poi alla sua personale collezione stilistica il reggae di “Vado al massimo”, comprendente la polemica innescata verso Nantas Salvalaggio (“…quel tale che scrive sul giornale”) e una piccola ma mortificante autocensura che lo porterà a decidere di pubblicare un verso annacquato e falso come “tutti vanno a gonfie vele”, potete divertirvi a cercare su internet quale fosse il verso originale. La vera porta verso il successo passa per ritmi sincopati ed esotici, un esperimento che nel corso del resto della sua carriera Rossi tenderà a ripetere poco.

Purtuttavia, nell’immaginario collettivo, le tracce tratte da questo che rimarranno nella storia saranno quelle lente. Gli slow di Vasco rappresentano una parte quantitativamente minoritaria nel suo repertorio, ma hanno sempre raggiunto una popolarità esorbitante. Così sia “Ogni volta” che “Canzone” saranno, a partire da questo momento, costantemente intonate nei live da masse di fan adoranti. La prima, caratterizzata dall’intenso assolo di chitarra sul finale, procede sulla strada dell’introspezione psicologica, con momenti di pura autocritica (“Ogni volta che non guardo in faccia a niente – ogni volta che dopo piango”).

la seconda è uno sperticato cantico d’amore, i cui estratti hanno occupato per decenni i diari delle teenagers, con fatui pennarelli rosa e cuori a volontà. Certo che per un rocker maledetto aver il coraggio di rivelare che metterà nel letto qualche coperta in più per il freddo causato dall’assenza di lei, è un atto meritevole. La musica peraltro composta in tandem con Solieri è però discreta e tenera il giusto, senza scadere troppo nel mellifluo, ed alla fine l’episodio può anche starci.

Il meglio, come spesso accade, si trova dove forse non te lo aspetti. Il meglio risponde al nome dell’eccellente “La noia”, per la quale, su una bellissima musica di Tullio Ferro, Rossi cuce un testo che suona sincero e maturo, indugiando su crisi d’identità middle-aged con asserzioni gravi e disincantate: (“..ora che sai che vivere - non e' vero che c'e' sempre da scoprire  - e che l'infinito……….tutto l'infinito, finisce qui”). Il meglio è la sfrenata allegria di “Cosa ti fai”, coinvolgente, divertente, con frasi sbarazzine e da blanda, blandissima censura e la certezza che, in fondo, la strada migliore che Vasco deve seguire è quella del puro, semplice, rock’n’roll.

Grazie anche ai suddetti “piccoli aiuti”, Vado al massimo è di gran lunga la prova migliore della prima fase della carriera di Rossi. Un prodotto che chiude detta fase, a partire dall’anno successivo sarà successo di massa, un successo che perdura tutt’oggi e che forse, inevitabilmente, finirà per gravare sulla qualità delle opere dell’artista.

 

PAUL MC CARTNEY - MEMORY ALMOST FULL

9 APRILE 2016

Per non dar adito a fraintendimenti, asserisco fin da subito che questo è, con l’epico Band On The Run e l'appena precedente Chaos and Creation in the Backyard, il miglior album da solista del baronetto mancino e si candida con autorevolezza ad essere uno dei più significativi lavori di un ex-fab.
E’ un disco che sprizza gioia di vivere in ogni secondo di musica, non male per uno che negli ultimi dieci anni aveva affrontato un divorzio, la vedovanza e la perdita del Piccolo George. Fin dalla prima, gioiosa track, Dance Tonight, ispiratagli dalla nipotina, Paul sgombra il campo: tristezze e rancori non faranno parte dei quarantadue minuti del disco.

Le reminiscenze, i ricordi, rivisti a occhi asciutti e con la distensione di una post middle-age priva di acrimonia, emergono in più parti tra i solchi di Memory. Nel movimentato rock di Only Mama Knows, introdotto da una lunga sezione d’archi e chiuso dal violoncello, cita i genitori camuffando le memorie con un’improbabile road story. You Tell Me è un affresco delicato in cui ritrova atmosfere, colori, sensazioni, quasi meravigliandosi d’aver davvero vissuto una simile caleidoscopica serie d’esperienze. E con Vintage Clothes, che alterna una brillante melodia corale per integrarsi con un middle eight jazzato in minore, sprona (se stesso) a non vivere nel tempo che fu, accettando ciò che (si) è: gente del passato che deve cercare e trovare dignitosa collocazione nel presente. Il brano sfocia direttamente in That Was Me, in cui il ragazzo di una volta infila una serie di saltellanti flashbacks con ragguardevole vivacità.
Il pianoforte arzigogolato di Mr.Bellamy sfiorata collaborazione con Thom Yorke, e quello arioso di House Of Wax conferiscono ulteriori spessore e dignità ad un album davvero variegato a livello melodico.
Persino il freschissimo divorzio è trattato con tenuità e, oserei dire, gentilezza. See Your Sunshine è un romantico tributo a Heather, che giustamente Paul decise di lasciare su disco malgrado al momento della pubblicazione il matrimonio fosse crollato a pezzi. Ed il pezzo convince perché scevro dalla patina di pomposità che aveva appesantito molte delle sue canzoni d’amore. Stessa genesi per l’elegante esercizio soul di Gratitude, nel quale Paul ringrazia chi l’ha salvato quando lui stava “vivendo con una memoria”.

Un lavoro che è in modo direi inevitabile contornato da una funerea patina di fine, di morte, e McCartney è bravo a gestirla con leggerezza, senza cadere nella drammatizzazione o in un’enfasi che sarebbe giocoforza apparsa un po’ sforzata, ruffiana forse. E non c’è dolore, in quest’opera. Non c’è piangersi addosso. C’è, invece, la consapevolezza del traguardo, ad esempio. Macca esorcizza il fantasma del Passaggio, con la pennellata d’azzurro di un’armonia riflessiva e serena, distillando gocce di spicciola saggezza che, in un ambito di vita vissuta e sofferenze patite risultano sincere e toccanti (“alla fine della fine inizia un viaggio verso un luogo molto migliore/ non c’ è motivo di piangere” – dalla superba End Of The End, uno dei suoi brani migliori in assoluto). Infatti termina Memory Almost Full con la fulminea, sfrenata Nod Your Head attestando che non ha nessuna intenzione di chiudere tanto presto. Concetto ribadito anche dal pop rock gentile di Ever Present Past: occhei, tutto è volato via in un soffio, ma non si rinuncia a progetti nuovi (...hoping it isn’t too late..), né a preferire la vita alla sopravvivenza.

La magia del disco si dipana anche attraverso i tanti suggestivi aneddoti sorti nell’ ambito della sua pubblicazione. Il titolo è l’anagramma di "for my soulmate LLM" (per la mia anima gemella Louise Linda Mc Cartney); la data di pubblicazione è esattamente quarant’anni successiva a quella di Sgt. Pepper’s, e Memory viene registrato quando Macca is 64. Tuttavia, al di là di affascinanti (coincidenze ?), Memory Almost Full funziona in modo perfetto, presentando un Mc Cartney evocativo, struggente, ma non disposto a cedere un solo minuto alla retorica o alla negatività, toccando il punto più alto di una serie di opere pressoché impeccabili da Flaming Pie in poi.

 

VASCO ROSSI - MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE

22 MARZO 2016


Non sarebbe stato possibile un esordio più ignorato, per quella che poi sarebbe diventata la più popolarmente acclamata delle rockstar nostrane. Il che fu un peccato, visto che questo primo lavoro di Vasco Rossi, intitolato un po’ casualmente “Ma cosa vuoi che sia una canzone”, è un disco davvero bello.

Un prodotto che non si discosta molto, a livello stilistico, dalle opere prime di altri storici cantautori. Immagini spesso minimali, con ampio uso di chitarra e tematiche socio-politiche, in questo è tipicamente anni settanta. Però il risultato è davvero godibile, e, soprattutto, suona decisamente più sentito e genuino rispetto ad altre prove emesse quando il Blasco aveva ormai raggiunto la superstardom.

Il primo Vasco parla d’amore, e lo fa in maniera per nulla sdolcinata, anzi, critica e realistica, come nel piccolo rock d’apertura “La nostra relazione”, spietata agonia di un rapporto: “la nostra relazione oramai non ha più senso – e tu sei buffa quando cerchi di nasconderlo alla gente…”. Tematica simile anche in “E poi mi parli di una vita insieme”, idilliaco, bucolico quadretto basato su un gentile riff di chitarra acustica, nel quale lui accusa lei d’essere “innocente – banale – donna sempre uguale – donna da sposare…”. Chiosando poi, prima d’un bell’assolo stemperante, che non è colpa sua in fondo, è il mondo che la vuole così…Amore anche nel malinconico, accennato pastello finale di “Ciao”, poche note di pianoforte a chiudere l’album con uno sprizzo di pensierosa malinconia.

C’è già, del tutto in forma, il Rossi politicizzato, nella crudele “Ambarabaciccicoccò”, un funky sprezzante guidato dal pianino di Gaetano Curreri e le sterzate di chitarra distorta di Solieri, all’inizi della loro fruttuosa, epocale collaborazione col rocker di Zocca. Trattasi di cronaca tragicomica dell’esistenza di povero impiegato sfruttato, deluso e vilipeso, un Fantozzi in musica perfetto nella propria pateticità. Mentre il brano si rigira su sé stesso impregnandosi di tensione e graffianti accordi in minore, Vasco allarga poi la denuncia coinvolgendo istituzioni assortite, forse non l’idea più originale del mondo, ma coinvolgente e ficcante sino al grottesco finale. Il Rossi cantautore in senso stretto s’esalta nella cupa “E il tempo crea eroi”, irrorata da struggenti parti di violino e riassumibile in un’asserzione lancinante: “E alla gente povera rimanga l’onestà a vantaggio di chi non ce l'ha che comunque può comprarsela..”

La parte migliore del disco però sono i sette minuti allucinati di “Jenny è pazza”, incubo semi psichedelico in cui la follia della giovane protagonista (depressione – droga – anoressia…) suscita fastidio alla gente che  “guarda stupita e cerca di capire”. Musicalmente contiene il segmento migliore dell’intera raccolta. Lo troviamo nel middle eight, che racchiude in poche righe i radi momenti di felicità vissuti: “l’ho vista piangere di gioia e ridere – più di lei la vita credo mai nessuno amò…”. La lunga coda strumentale riunisce gli strumenti in una chiusura energica, con distorsioni di chitarre e tastiere, risolvendosi in una suite vigorosa e di sicuro impatto.

Tutto finito prima ancora di cominciare, dunque? Non proprio: in soccorso arriva il tenero, fintamente innocente valzer di “Silvia”, condotto da un pianoforte idilliaco e puro, cronaca della nascita della consapevolezza fisica di un’adolescente, pronta a perdersi in “mille fantasie che non la lasciano più andar via”. “Tu che dormivi piano” che di “Silvia” è la prosecuzione, sia a livello stilistico che di testo, completa con le medesime atmosfere oniriche la rappresentazione del mondo femminile, infilando momenti assai piacevoli a livello strumentale, compresa la sezione di moog ad opera del fidato Curreri.

E’ interessante notare come sin da questa sua prima prova, Rossi tenda ad uniformarsi a un certo tipo di cantautorato, prediligendo toni più cupi e grettamente rock per le tematiche più scottanti ed atmosfere più classicamente melodiche per i momenti più leggeri. Dal lato prettamente tecnico insomma, la sua immagine di trasgressore, di icona della rockstar maledetta è ancora di là da venire.

Un disco forse non rappresentativo nella discografia del Blasco, magari ingenuo, immaturo; pur tuttavia, “Ma cosa vuoi che sia una canzone” è la prova tangibile che il ragazzo ha (aveva) talento da vendere, e dà un idea precisa di quella che sarebbe potuto essere il sentiero artistico che il nostro avrebbe percorso, non fosse caduto troppo presto, meno di dieci anni dopo, tra le grinfie del Mito.

 

 

 

 

 

 

 

 

THE BEATLES - PLEASE PLEASE ME

4 MARZO 2016


Succedeva anche questo, nell’industria discografica degli anni sessanta. Che ad una giovanissima, sconosciuta band venisse concessa una sala per una sola giornata, nel corso della quale dovevano registrare tutto il materiale per la loro opera prima. E succedeva anche che detta band (volente o nolente) accettasse la sfida, e uscisse poi a notte tarda dallo studio a lavoro compiuto.

Il giorno era lunedi 11 febbraio 1963, il lavoro in questione è “Please please me”, dei Beatles.

Fresca come un’incisione del vivo (il conteggio di McCartney all’inizio del primo pezzo, immette subito in un’atmosfera da happening), questa produzione ha il merito di sprigionare fin da subito la gioiosa Irruenza della nuova epoca beat, di cui ovviamente gli scarafaggi saranno i prinicipali ideatori/interpreti.

Un documento che consta di otto canzoni originali firmate Lennon-Mc Cartney e sei covers per mezz’ora di musica. Si comincia col rock urbano di “I saw her standing there, dal middle eight del tutto entusiasmante), il testo da tempo delle mele non toglie fascino ad un esordio davvero palpitante. “Misery” è Lennon già imbronciato, vagheggia docile e triste tra le eleganti sventagliate di pianoforte tracciate da George Martin. “Anna (go to him)” è la cover migliore, certamente la più espressiva ed emozionante, interpretata da un John già in stato di grazia, con la voce adeguatamente trattata con l’eco, e le prime eleganze strumentali, il ripetuto arpeggio di George e il lavoro continuo di Ringo al charleston. La drammaticità del refrain è una delle vette del disco.

George Harrison esordisce come voce solista in un Beatle record nella successiva “Chains”, delle semisconosciute “Cookies”, allegro, ritmato e perfettamente dimenticabile; meglio invece la prima volta di Ringo al microfono, con “Boys” di Luther Dixon e da Wes Farrel. Ryhthm and blues ruspante, aggredito dalle asprezze vocali del batterista che però infila un acuto leggendario sul finale tra i coretti divertiti/disperati dei colleghi, “Boys” è folle e trascinante il giusto da essere poi riproposta, a decenni di distanza, negli spettacoli solisti del Naso.

Di seguito, ecco ancora un’espressione nostalgico/romantica di Lennon, “Ask me why”, una delle sue prime composizioni, manifestazione della sua ammirazione per Smokey Robinson (del quale interpreterà successivamente “You really got a hold on me”. Ma è poi sempre lui ad uscirsene con la title track, per distacco la migliore tra le canzoni originali. Dallo struggente riff di armonica alle otto battute in crescendo che portano all’esondazione sonora del refrain, “Please please me” è la ragione stessa del successo di questo disco e, in proiezione, del gruppo stesso. Oltre che la prima di una lunga serie di Beatletracks ad entrare nella lista delle migliori canzoni di tutti i tempi da parte di Rolling Stone.

In secondo piano sino a quel momento, Paul McCartney si prende a questo punto la scena con la doppietta: “Love me do/P.S. I love you”. Ossia il primo quarantacinque giri assoluto del quartetto.

Condotta dall’armonica di Lennon e spruzzata d’acerbe venature blues, la prima; ingentilita da un ipnotico riff di chitarra acustica la seconda, lastricate entrambi di teneri, irripetibili versi romantico/naif. “Baby it’s you” è una nuove cover elegante, platinata, affidata ancora a Lennon, sullo schema di “Anna” ma meno potente, sarà forse il sha-la-la che l’attraversa quanto è lunga.

I due autori si cimentano poi nel calypso e l’affidano alle ancora acerbe vocalità di Harrison. “Do you want to know a secret”, più lunga nel titolo che nella durata, caratterizzata anche dalla sequenza “old fashion” di barrè filati (una tecnica che ritroveremo anche in “She loves you”), deliziosamente vaudeville, genitrice delle future “Your mother should know” o “Honey pie”.

Paul prende a questo punto possesso d’una cover, l’unica per lui, “A taste of honey”, il country & western che forse non ti aspetti, con tanto di coretto a risposta, piacevole e ingessato, aggiunge varietà stilistica alla proposta dell’album. A chiudere spetta però a Lennon, con due numeri intriganti: “There’s a place” è l’ultimo originale, vitale ed accorato e stranamente sottovalutato, sia all’epoca che successivamente; “Twist and shout”, che non necessita presentazioni di sorta. Il mito secondo il quale fosse stata registrata in emergenza quando i nostri erano già al thè e John si trovasse in stato di afonia conta assai poco. Ciò che conta è l’effetto debordante del pezzo, che diventerà anche il closing number delle esibizioni live per lungo tempo.


Ecco dunque il primo documento d’una carriera irripetibile, ed impensabile al momento della pubblicazione. Entusiasmo e creatività avrebbero, da qui in poi, portato a vette inimmaginabili. Poi…

 
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