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CARMEN CONSOLI - L'ABITUDINE DI TORNARE

6 LUGLIO 2016

 

Quando si sceglie la via del ritorno si attraversa un ponte che collega Ieri, ovvero l'immagine che si ha di sé stessi nel passato e il Domani , ovvero quello che vorremmo diventare. In questo caso, anche se il viaggio è metaforico, dopo 6 anni passati lontano dalla scena musicale e la nascita del piccolo Carlo Giuseppe ("Questa piccola magia"), Carmen Consoli costruisce un ponte tra la se stessa di ieri, la cantantessa romantica che non si accontentava di amori di plastica, e la Carmen di domani.

 

"L'abitudine di tornare", l'album-ponte costruito per il ritorno in scena è senza dubbio di portata molto solida e dall'architettura sofisticata. Personalmente ho amato moltissimo il ricordo delle atmosfere passate, i pilastri su cui poggia l'intero album. Le melodie forse un po' ingenue, autentiche e rassicuranti di brani come la title track "L'abitudine di tornare" e "Ottobre" mi hanno ricordato la Carmen di "Confusa e felice" e "Stato di necessità", quella che ha accompagnato i miei pomeriggi post adolescenziali da futura donna che ritrovava in lei la voglia di fare musica, di scrivere, di emergere come musicista e come donna in grado di affermarsi nella vita, con la stessa forza, meglio e di più dei coetanei di sesso maschile.

 

Paradossalmente per certi aspetti ho amato più questi nuovi brani rispetto agli ultimi album pre-ritorno. Li ho trovati più sinceri, autentici. Mi è sembrato di ascoltare una rilettura, quasi terapeutica, frutto di un lavoro fatto su sè stessi che solo il distacco e la presa di coscienza del proprio essere sa dare. Un ritorno alle origini e alla Sicilia sincero come il profumo del mare in pieno inverno. Ho ritrovato con piacere la musicista che avevo amato, più matura.

Una donna in grado di argomentare con delicatezza e profondità temi contemporanei e sociali come la mafia in "Esercito Silente", la crisi economica della classe media in "E forse un giorno" o di narrare amori appassiti come in "Oceani Deserti". Oltre alla piacevolezza di riscoprire Carmen, questo album mi ha regalato un'ipotesi sulla "Carmen to be" quella che potrebbe o vorrebbe essere. E devo dire che mi ha convinto molto e pure ingolosito.

 

Si tratta di una Carmen complessa, di cui si intravedevano alcune anticipazioni in "Mediamente isterica", sprazzi di un futuro possibile che sinceramente non mi avevano convinto affatto. Qui i brani "nuovi" (la cronaca postmoderna "La signora del quinto piano" o "La notte più lunga") sono così validi che bastano a compensare una non proprio netta presa di posizione probabilmente più legata alle logiche di mercato che alle reali necessità d'artista.

 

Carmen ha scelto un ritorno soft. Un ritorno d'abitudine perfettamente riuscito. È tornata in punta di piedi accontentando i vecchi fan, facendo però un passo verso una strada nuova, con la coscienza di una quarantenne. Avrei preferito avesse osato di più, ma, ripeto, nel complesso questo album è senza dubbio uno dei suoi migliori. La musica italiana ha ancora sete di innovazione, di una forza creatrice che tenga conto anche delle proprie radici cantautorali. Sicuramente una grande spinta possono darla quei talenti, oggi quarantenni, della "nouvelle vague" italiana degli anni '90 - che in quegli anni, ispirati anche dal pop d'Oltremanica, hanno gettato il seme del cambiamento, forse senza riuscire pienamente a coglierne i frutti.

(SCRITTO DA BARBARA VIDILI)

 

LUCIO BATTISTI - AMORE NON AMORE

18 GIUGNO 2016

 

La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l’estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E’ quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall’ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d’oro.

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d’apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portò all’inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni “cantate” del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock’n’roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l’urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o…altro. Per contro c’è Una, dove il protagonista s’interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l’ abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d’oltreoceano.

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

La solitudine è la protagonista di “7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo”, espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del “solitario” in balia del senso di abbandono di un’arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In "Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell’ambiente, scelleratezze umane “celebrate” dagli arpeggi chitarristici di “Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi”, con una deliziosa digressione “free-jazz” nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è però il breve spettro di luce di “Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch’io chiuso in una bolla di vetro”, dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di “non amore”, a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità e versatilità stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s’inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest’ambito, tre anni dopo concepirà e pubblicherà il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile "Anima Latina".

 

THE BEATLES - BEATLES FOR SALE

30 MAGGIO 2016


Giunti alla quarta prova su vinile, escluse ovviamente la miriade di quarantacinque giri e q-disc editi e ri-editi, i quattro giovanotti avevano probabilmente bisogno d’un momento di pace. Una prova registrata e pubblicata in tutta fretta, tanto per cambiare per conquistare il mercato natalizio, come d’altronde esplicitato dal titolo stesso. “Beatles for sale” ripropone la mistura di originals & covers, evitata solo nella brillante parentesi di “A hard day’s night!”, facile stratagemma per immettere sul mercato una nuova macchina da soldi. Tra le otto composizioni Lennon-Mc Cartney, con Harrison ancora al palo, ma si rifarà presto, le migliori risultano, consolantemente, ormai lontani dagli stereotipi yeh-yeh che avevano sconvolto milioni di giovani nel mondo.

John Lennon inizia (aveva in realtà già iniziato) a fare i conti con le gabbie invisibili, ma fornite di sbarre d’acciaio, dell’idolatria planetaria, tema che sviscererà ancor più in seguito. Cosa che lo porta a denominare “I’m a loser” (sono un perdente) il country-rock alla Dylan, impreziosito da una caratteristica parte d’armonica posto subito dopo “No reply”, la opener, alle prese con problematiche d’infedeltà e mancanza di comunicazione, narrate tramite una sorta di lenta bossanova, condita dal globale battito di mani e un sapiente raddoppio vocale nel refrain. Ancora più cupo, ma coinvolgente, il valzerotto di “Baby’s in black”, lugubre lamento riferito a un’innamorata che piange l’amato morto, introdotto da un riff harrisoniano e sostenuto per l’intera durata dalle due voci di John e Paul. Sarà la track di maggior successo della raccolta intera. Probabilmente ancor più popolare del pezzo di punta, “Eight days a week”, che inizia e finisce con una dissolvenza acustica e che la capitol emise come unico singolo tratto dall’album, dal testo tranquillizzante e naif, prima maniera, insomma.

“Every little thing”, scritta da Paul ma cantata da John, è un acquerello acustico sottolineato dai timpani e una piccola parte di pianoforte, poco più che un riempitivo, come coraggiosamente ammesso dall’autore. Meglio assai “I don’t wanna spoil the party”, un blue grass dalla resa superiore grasse alla timbro ardente della voce di Lennon, il cui mood continua a veleggiare tra il malinconico e il solitario.

Sentimenti che McCartney condivide in una sola occasione, ossia “What you’re doing”, cui Ringo fornisce un riff di batteria sincopato e solenne, ma al di là del coretto che sostiene l’inciso non v’è molto da segnalare. A livello compositivo, il bassista presenta, opportunamente, l’assai migliore “I’ll follow the sun”,

un dolce ritratto acustico, progenitore di altri quadretti dello stesso stile, come “Mother nature’s son” o “Blackbird”, tenue annuncio della fine di una storia (d’amore, d’amicizia) e del prepararsi, timido ma deciso, a una nuova fase di vita. (“And now the time has gone, so my love I must go – And thou I lose a friend, in the end you will know..) Le sei cover offrono materiale variegato, in genere più orientato al rhythm’n’blues. Ne sono ottimo esempio l’unico intervento vocale di George, “Everybody’s trying to be my baby”, o l’unico di Ringo, “Honey don’t”, entrambe di Carl Perkins.  Paul si ritaglia la sua gioiosa parte da urlatore, sulla scia di “Long tall sally”; la prescelta stavolta è “Kansas city”, un vecchio numero della collaudata coppia Lieber-Stroller, che confluisce in “Hey hey hey hey” di Penniman. Non manca la tenerezza tipica di Buddy Holly, del quale Lennon e McCartney interpretano “Words of love”, con un grande lavoro di George alla chitarra ; Harrison è una delle due voci soliste, l’altra è di Lennon e l’esclusione di Paul è quasi un avvenimento. Lennon si tiene tutte per sé le ultime cover; “Mr.Moonlight” è una canzone oscura, poco apprezzata da pubblico e critica eppure non priva d’un appeal latino e fervente; John la rende con forza ed entusiasmo sin dall’ululato iniziale; l’hammond suonato da McCartney vi conferisce un che di love power, con tre stagioni d’anticipo; insomma il pezzo funziona ed eccessivo pare il giudizio di chi lo considera la peggior incisione in assoluto dei Beatles.

Quello che è certo, tuttavia, è che è “Rock’n’roll music” a costituire la miglior rilettura in assoluto, non solo su quest’opera, ma probabilmente dell’intero catalogo beatlesiano. Lennon s’impadronisce del capolavoro di Chuck Berry e ne crea una versione se possibile più trascinante, fornendo un’interpretazione superba, che s’avvale d’un eccellente parte di piano di George Martin. A ragione la cover maggiormente proposta on stage nella tournèe che seguira la pubblicazione del disco.

“Beatles for sale” non raggiungerà le vette di altri lavori, specialmente successivi, ma rimane un importante documento della fase di maturazione che la band stava attraversando, a livello di tematiche, arrangiamenti, consapevolezza.

 

ENRICO RUGGERI - PETER PAN

12 MAGGIO 2016


In un dato momento storico, tra il ’90 e il ’91, Ruggeri deve aver pensato che ai tempi del suo debutto, le canzoni che scriveva e suonava non erano sempre patinate ed eleganti, melliflue e corposamente arrangiate come capitava di sentire nelle ultime – peraltro di livello eccellente – proposte. Così, dopo la passarella di “Vai rrouge”, la sontuosità de: “La Parola ai testimoni” e l’eleganza de “Il falco e il gabbiano”, il cantautore milanese dà alle

stampe un prodotto di rock duro e puro, denominato “Peter pan”. Vitale, veloce, trascinante, è esattamente il tipo di album che chi ha fatto gavetta coi Decibel doveva prima o poi pubblicare.

Le intenzioni sono palesi sin dalla trionfale apertura di “Tutto subito”, un inno cattura stadi sostenuto dal battimani come nella miglior tradizione di “We will rock you”, con un testo che attraversa le sabbie del tempo planando sul duemila direttamente dal post-punk “Tutto subito – senza mai pensare che, c’è una porta che non aprirai – tutto subito – poi poi via…”. L’hard-rock lascia poi il posto al gioioso mid-tempo di “Peter Pan”, colorato da una deliziosa parte di piano e un assolo avvolgente, nella quale Enrico sottolinea anatemi di dolorosa, facile veridicità: “…meglio di così non saremo mai, davvero noi..”.La parte in minore è la ricerca d’un identità smarrita, esprime un colorito stupore per “il bel tempo che fu”, non però del tutto priva d’una piccola speranza (“Cosa devi raccontare…chi sei…”).

Un accenno di malinconia, dunque? E’ forse insito nella personalità dell’artista, ma qui si amalgama perfettamente con l’anima ardente di questa nuova prova. Come in “Oggi chi sei”, iridescente pastello di ricordi, che non fa troppi sconti ad un ingannevole nostalgia “ne abbiamo fatti di progetti, e non tutti buoni..”, e ribadisce fiducia nel futuro con ruspanti arzigogoli di chitarra elettrica. Oppure nella pensierosa “Vola via”, con arrangiamenti e tematiche simili, cronaca di una separazione chissà sino a che punto davvero voluta “..Suona la campana, il nostro tempo se ne va - e raggiunge il nostro archivio di ricordi….”… Resta il rock, comunque, l’unico, vero comune denominatore di questo long playing. Lo troviamo forte, agguerrito in “Piove (su noi)”, calzante e gustoso ritratto di un soggetto che rappresenta bene la schizofrenia del periodo che viviamo, sostenuto da un farfisa vibrante e dal pulsare d’un assolo eccellente.

Lo troviamo compatto ne: “La band”, scritta in collaborazione con Schiavone, autore di un breve intervento vocale, un po’ autocelebrativa ma piacevole. Soprattutto lo troviamo nell’intrigante “Il dubbio”, descrizione d’un involontario menage a trois, con un riff prepotente che ti resta nelle orecchie per ore dopo l’ascolto, mentre sorridi pensando alla storia del protagonista, cornuto e mazziato. Ancora una volta si sprigiona nell’aria una carica coinvolgente, grazie anche a un refrain che incalza e si reitera per ben tre volte e ai soliti, efficaci, stacchi di tastiera. Mica sempre, peraltro, Ruggeri sposa il rock più spontaneo con la leggerezza dei temi trattati. “Trans” è dura come un macigno, anticipa di un buon ventennio l’annosa questione delle unioni civili e se ne esce una strofa del genere: “E quelle stesse persone  - che ridono della mia voce -  hanno anche loro una croce:  - ciò che nessuno dice, ciò che nessuno sa”. E poi un ritornello del genere: ““Vorrei uscire fuori senza quei rumori di motori; respirare la speranza. - Senza più cliniche straniere che non sanno indovinare chi è nascosto dentro me”.La melodia è mesta e struggente, la canzone assai bella, al di là di ogni coloratura politico-sociale che possa contraddistinguere un ascoltatore.

C’è comunque spazio anche per l’amore in senso stretto, alla “Non finirà” per capirci, con “Prima del temporale”, seconda collaborazione con Luigi Schiavone, un brano che arricchisce la vena più prettamente da chansonnier dell’autore meneghino. Unica espressione “patinata ed elegante” di “Peter pan”. Un disco bellissimo, tra i migliori in assoluto nell’ormai vasto repertorio del Rrouge. Ascoltarlo magari tra “La parola ai testimoni” e “L’uomo che vola”, per fare un esempio, rende perfettamente l’idea dell’ormai vasta gamma di stili dai quali attinge con profitto.

 

VADO AL MASSIMO - VASCO ROSSI

27 APRILE 2016


Giunto alla vigilia della consacrazione, oltrepassato il confine del meteorismo, più o meno isterico-cantautoriale dei primi anni, Rossi mette il vestito buono, particolarizza la sua immagine e festeggia i trent’anni con un disco che lo definisce in pieno. Un rocker finto maledetto, bullo e saggio, disilluso e tuttora polemico, sebbene meno rusticamente di prima, verso il sistema.

Il disco è piacevole, va subito anticipato, anche perché due tra le musiche migliori che contiene sono frutto da un piccolo aiuto dei suoi amici, come vedremo più avanti.

L’hard rock, un filone poco sfruttato sino a quel momento dal cantante modenese, si pone in buona evidenza in due espressioni. Se “Credi davvero” è una cantilena distorta pregna di cinismo ruspante (“Credi davvero che sia diverso da chiunque che – si trovasse a scegliere tra lui e te”), “Sono ancora in coma” è il day after d’un incontro piccante, esaltato da un riff turbinoso e un bridge a stacco di grande impatto. Una riconferma piacevole è invece quella del funky, tramite il quale Vasco colpisce nel segno con due tra gli episodi più riusciti del disco. La bizzarra “Amore??”, snella e ballabile, irta di fiati e snap in tipico stile ottanta, con poche righe per testo del tutto schizofreniche e quei birichini riferimenti alle punture, un vizietto che gli procurerà dei guai pochi anni dopo. Nel filone rientra pure “Splendida giornata”, prima delle due collaborazioni con Tullio Ferro, brano di punta dell’album intero, che dipana le classiche esagerazioni del non ancora Blasco (“Stravissuta – straviziata…”), riassumendosi nell’apertura della seconda strofa in un piccolo, ma significativo, antro d’inquietudine: (“Ma che importa se è finita - che cosa importa se era la mia vita - o no? Ciò che conta è che sia stata - una fantastica giornata… torbida…”)

Dal palco di Sanremo il nostro aggiunge poi alla sua personale collezione stilistica il reggae di “Vado al massimo”, comprendente la polemica innescata verso Nantas Salvalaggio (“…quel tale che scrive sul giornale”) e una piccola ma mortificante autocensura che lo porterà a decidere di pubblicare un verso annacquato e falso come “tutti vanno a gonfie vele”, potete divertirvi a cercare su internet quale fosse il verso originale. La vera porta verso il successo passa per ritmi sincopati ed esotici, un esperimento che nel corso del resto della sua carriera Rossi tenderà a ripetere poco.

Purtuttavia, nell’immaginario collettivo, le tracce tratte da questo che rimarranno nella storia saranno quelle lente. Gli slow di Vasco rappresentano una parte quantitativamente minoritaria nel suo repertorio, ma hanno sempre raggiunto una popolarità esorbitante. Così sia “Ogni volta” che “Canzone” saranno, a partire da questo momento, costantemente intonate nei live da masse di fan adoranti. La prima, caratterizzata dall’intenso assolo di chitarra sul finale, procede sulla strada dell’introspezione psicologica, con momenti di pura autocritica (“Ogni volta che non guardo in faccia a niente – ogni volta che dopo piango”).

la seconda è uno sperticato cantico d’amore, i cui estratti hanno occupato per decenni i diari delle teenagers, con fatui pennarelli rosa e cuori a volontà. Certo che per un rocker maledetto aver il coraggio di rivelare che metterà nel letto qualche coperta in più per il freddo causato dall’assenza di lei, è un atto meritevole. La musica peraltro composta in tandem con Solieri è però discreta e tenera il giusto, senza scadere troppo nel mellifluo, ed alla fine l’episodio può anche starci.

Il meglio, come spesso accade, si trova dove forse non te lo aspetti. Il meglio risponde al nome dell’eccellente “La noia”, per la quale, su una bellissima musica di Tullio Ferro, Rossi cuce un testo che suona sincero e maturo, indugiando su crisi d’identità middle-aged con asserzioni gravi e disincantate: (“..ora che sai che vivere - non e' vero che c'e' sempre da scoprire  - e che l'infinito……….tutto l'infinito, finisce qui”). Il meglio è la sfrenata allegria di “Cosa ti fai”, coinvolgente, divertente, con frasi sbarazzine e da blanda, blandissima censura e la certezza che, in fondo, la strada migliore che Vasco deve seguire è quella del puro, semplice, rock’n’roll.

Grazie anche ai suddetti “piccoli aiuti”, Vado al massimo è di gran lunga la prova migliore della prima fase della carriera di Rossi. Un prodotto che chiude detta fase, a partire dall’anno successivo sarà successo di massa, un successo che perdura tutt’oggi e che forse, inevitabilmente, finirà per gravare sulla qualità delle opere dell’artista.

 
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