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TONY FORMICHELLA - NOT TOO LONG AGO

4 SETTEMBRE 2016


Not Too Long Ago è un caldo e avvolgente abbraccio jazz, colorato di blu e punteggiato di funky

Assegnare un'etichetta risulta spesso cosa poco simpatica, specialmente in ambito musicale, dove ogni artista vorrebbe esprimere la propria creatività in modo del tutto peculiare. Ma se il paragone è con Sonny Rollins, forse non ce ne vorrà Tony Formichella, storico sassofonista italiano giunto a coronare 45 anni di rimarchevole carriera con il suo primo album.

Se anche il suo nome risultasse sconosciuto ai più, non è sicuramente lo stesso per le note che da decenni fluiscono dal suo strumento: jazzista d'avanguardia negli anni 70, ha lasciato il segno in Stati Uniti e Sud America, dove ha suonato a capo di varie big band, oltre a vantare una lunga serie di collaborazioni con artisti di rilievo della scena pop anni 70 e 80 (suo è l'assolo contenuto nel brano Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano) e partecipazioni in ambito televisivo e cinematografico (la colonna sonora di Maledetto il giorno che ti ho incontrato di Carlo Verdone porta la sua firma).

Ad affiancare Formichella nella realizzazione di Not Too Long Ago, (pubblicato Point Of View Records) il progetto Base One e una serie di importanti collaborazioni: ricordiamo Harold Bradley, fondatore del Folkstudio, Henry Cook, vincitore di due Grammy in ambito jazz, Enrico Ciacci, chitarrista di fama internazionale, Massimo Pirone, abitué al Blue Note di New York.

E' probabilmente la pluriennale esperienza di Formichella a permettere un connubio ben riuscito tra un'arte spesso preclusa ai non addetti ai lavori e un groove più popolare senza che nessuna delle due parti ne soffra. Un assolo di batteria introduce la prima traccia, Africa, in cui il sax si presenta con un riff e si lascia andare in una fluida improvvisazione, spezzata solo da un'inaspettata incursione di flauto. Note blu sono disseminate lungo tutto il percorso e gli stessi titoli delle tracce ne sono testimonianza; è così che ci imbattiamo in Perverso Blues, in cui è la chitarra ad affiancare il sax di Formichella nel ruolo di protagonista, in Blue Blues, unico brano cantato dell'album, in Blue Melody, una melodia accarezzata dalle spazzole che sembra sfiorata dai raggi di una luna piena, ed infine Soul Blues che arriva come uno schiaffo in totale contrasto con il brano precedente con la più classica e secca introduzione grancassa-rullante e un tirato e canonico 4/4 quasi grossolano.

Con Not Too Long Ago Tony Formichella ci fornisce dunque un assaggio di quella che è stata la sua lunga carriera, l'amore per il jazz, il blues, il soul, il funky e gli anni 70 (Shatto ne è un esempio calzante) riuscendo a condire il tutto con sottili arrangiamenti dettati dall'esperienza; un album che, più di un debutto, è una consacrazione di suoni già vissuti che hanno meritato un nome.

 

THE BEATLES - ABBEY ROAD

27 LUGLIO 2016

 

Più ancora che in Sgt.Pepper's, i cui effettivi meriti artistici vennero amplificati dall'ambito storico-generazionale in cui era stato pubblicato, o in The Beatles, che pur nell'elevatissimo standard raggiunto dà l'impressione di una raccolta di brani solisti con indirizzi e caratteristiche ben distinti tra loro, sembra risiedere proprio in Abbey Road l'ultima espressione collettiva del genio collettivo dei quattro di Liverpool.
Emesso otto mesi prima di Let it be, ma registrato dopo quest'ultimo, tra il luglio ed il settembre '69, questo disco segnala la definitiva maturazione di George Harrison, i cui due brani sono universalmente reputati i migliori della sua produzione, nonchè spesso additati come il picco qualitativo dell'intero album. Melodicamente il "cucciolo" non aveva ormai più nulla da invidiare al maestro McCartney, e con Something gli verrà finalmente tributato l'onore di un lato A nei singoli della band, accompagnato da Come Together sul retro. Quest'ultima è forse la canzone più famosa dell'opera e puro Lennon: un rock ipnotizzante, cattivo, nella tradizione pesante di Dig a Pony o Yer Blues. Il concetto si dilata nella successiva I want you, estremamente elettrificata, così ossessivamente brutale nel suo riff scarno e potente; solo la personalità dell'ex baronetto poteva reggere un ambito tanto essenziale e privo di fronzoli. Un anticipazione di quella che sarà la sua irripetibile opera prima da solista.
Il lato A propone per il resto un McCartney ispirato nell'intensa Oh! Darling e la curiosa scenetta di Maxwell's Silver Hammer, storia di un allegro psicopatico (nemmeno l'unico rappresentato nell'opera) resa con la dovuta leggerezza stempera-tensione, nell'atmosfera retrò tanto amata dal bassista. Octopus's Garden vede i ragazzi tornare ventenni spensierati in mezzo al mar diretti da capitan Ringo nella sua allegra seconda prova compositiva.

Il vero capolavoro è in agguato all'inizio della facciata B e risponde al nome di Here Comes The Sun. I guai finanziari, le beghe interne al gruppo, il matrimonio traballante con la signora Boyd, il tutto macinato da una semplice acustica in casa Clapton (ironia della sorte...) ed ecco per George la meritata consacrazione. Il pezzo introduce il celeberrimo medley che perdurerà per l'intero lato. Because e Sun king sono il lato gentile di Lennon, quello etereo e sognante e drammaticamente lontano da una pesante banalità, come dimostrano ad esempio i maestosi cori intrecciati a tre voci. Questi pezzi sono intervallati dalla maccartiana You Never Give Me Your Money, robusta suite a tre parti gonfia di riferimenti alla situazione economica della "Apple" che rilancia un Paul finora certo piuttosto defilato.

Ancora due brani di Lennon, che sono altrettanti ritratti di personaggi quantomeno strampalati, certamente inquietanti: l'urbana Mean Mr. Mustard e la velocissima Polytheme Pam, genuino r'nr' dei bei tempi che furono, il cui solo strumentale introduce la migliore manifestazione di Macca nell'opera, cioè She Came In Through The Bathroom Window, che vede il ragazzo esibirsi in un altro brano rock di sicura presa, accattivante e di classe quanto basta per salvarsi dal ritrito; la stessa classe che lo porta a sfornare di seguito il lento incedere di Golden Slumbers, inno melodico di notevole spessore che avrebbe meritato più popolarità di quella in seguito ottenuta. Sfocia nella corale Carry That Weight/The end, la quale si sviluppa in un grintoso crescendo strumentale di matrice quasi hard'n'heavy ad ennesima dimostrazione che Abbey Road è certamente l'opera più brillante e matura che sia scaturita dall'inarrivabile produzione dei quattro. Il finale è Paul, che filosofeggia: "Alla fine, l'amore che prendi è uguale all'amore che dai", forse un tentativo di razionalizzare l'imminente fine della band.

I Beatles avevano probabilmente ancora bisogno di sè stessi, lo dimostreranno le non eccezionali prime opere soliste di Paul, la progressiva discesa nell'a
nonimato di Ringo, la lunga crisi artistica di John dal '75, le alterne fortune di George. Ma tant'è.

 

CARMEN CONSOLI - L'ABITUDINE DI TORNARE

6 LUGLIO 2016

 

Quando si sceglie la via del ritorno si attraversa un ponte che collega Ieri, ovvero l'immagine che si ha di sé stessi nel passato e il Domani , ovvero quello che vorremmo diventare. In questo caso, anche se il viaggio è metaforico, dopo 6 anni passati lontano dalla scena musicale e la nascita del piccolo Carlo Giuseppe ("Questa piccola magia"), Carmen Consoli costruisce un ponte tra la se stessa di ieri, la cantantessa romantica che non si accontentava di amori di plastica, e la Carmen di domani.

 

"L'abitudine di tornare", l'album-ponte costruito per il ritorno in scena è senza dubbio di portata molto solida e dall'architettura sofisticata. Personalmente ho amato moltissimo il ricordo delle atmosfere passate, i pilastri su cui poggia l'intero album. Le melodie forse un po' ingenue, autentiche e rassicuranti di brani come la title track "L'abitudine di tornare" e "Ottobre" mi hanno ricordato la Carmen di "Confusa e felice" e "Stato di necessità", quella che ha accompagnato i miei pomeriggi post adolescenziali da futura donna che ritrovava in lei la voglia di fare musica, di scrivere, di emergere come musicista e come donna in grado di affermarsi nella vita, con la stessa forza, meglio e di più dei coetanei di sesso maschile.

 

Paradossalmente per certi aspetti ho amato più questi nuovi brani rispetto agli ultimi album pre-ritorno. Li ho trovati più sinceri, autentici. Mi è sembrato di ascoltare una rilettura, quasi terapeutica, frutto di un lavoro fatto su sè stessi che solo il distacco e la presa di coscienza del proprio essere sa dare. Un ritorno alle origini e alla Sicilia sincero come il profumo del mare in pieno inverno. Ho ritrovato con piacere la musicista che avevo amato, più matura.

Una donna in grado di argomentare con delicatezza e profondità temi contemporanei e sociali come la mafia in "Esercito Silente", la crisi economica della classe media in "E forse un giorno" o di narrare amori appassiti come in "Oceani Deserti". Oltre alla piacevolezza di riscoprire Carmen, questo album mi ha regalato un'ipotesi sulla "Carmen to be" quella che potrebbe o vorrebbe essere. E devo dire che mi ha convinto molto e pure ingolosito.

 

Si tratta di una Carmen complessa, di cui si intravedevano alcune anticipazioni in "Mediamente isterica", sprazzi di un futuro possibile che sinceramente non mi avevano convinto affatto. Qui i brani "nuovi" (la cronaca postmoderna "La signora del quinto piano" o "La notte più lunga") sono così validi che bastano a compensare una non proprio netta presa di posizione probabilmente più legata alle logiche di mercato che alle reali necessità d'artista.

 

Carmen ha scelto un ritorno soft. Un ritorno d'abitudine perfettamente riuscito. È tornata in punta di piedi accontentando i vecchi fan, facendo però un passo verso una strada nuova, con la coscienza di una quarantenne. Avrei preferito avesse osato di più, ma, ripeto, nel complesso questo album è senza dubbio uno dei suoi migliori. La musica italiana ha ancora sete di innovazione, di una forza creatrice che tenga conto anche delle proprie radici cantautorali. Sicuramente una grande spinta possono darla quei talenti, oggi quarantenni, della "nouvelle vague" italiana degli anni '90 - che in quegli anni, ispirati anche dal pop d'Oltremanica, hanno gettato il seme del cambiamento, forse senza riuscire pienamente a coglierne i frutti.

(SCRITTO DA BARBARA VIDILI)

 

LUCIO BATTISTI - AMORE NON AMORE

18 GIUGNO 2016

 

La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l’estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E’ quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall’ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d’oro.

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d’apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portò all’inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni “cantate” del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock’n’roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l’urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o…altro. Per contro c’è Una, dove il protagonista s’interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l’ abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d’oltreoceano.

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

La solitudine è la protagonista di “7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo”, espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del “solitario” in balia del senso di abbandono di un’arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In "Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell’ambiente, scelleratezze umane “celebrate” dagli arpeggi chitarristici di “Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi”, con una deliziosa digressione “free-jazz” nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è però il breve spettro di luce di “Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch’io chiuso in una bolla di vetro”, dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di “non amore”, a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità e versatilità stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s’inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest’ambito, tre anni dopo concepirà e pubblicherà il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile "Anima Latina".

 

THE BEATLES - BEATLES FOR SALE

30 MAGGIO 2016


Giunti alla quarta prova su vinile, escluse ovviamente la miriade di quarantacinque giri e q-disc editi e ri-editi, i quattro giovanotti avevano probabilmente bisogno d’un momento di pace. Una prova registrata e pubblicata in tutta fretta, tanto per cambiare per conquistare il mercato natalizio, come d’altronde esplicitato dal titolo stesso. “Beatles for sale” ripropone la mistura di originals & covers, evitata solo nella brillante parentesi di “A hard day’s night!”, facile stratagemma per immettere sul mercato una nuova macchina da soldi. Tra le otto composizioni Lennon-Mc Cartney, con Harrison ancora al palo, ma si rifarà presto, le migliori risultano, consolantemente, ormai lontani dagli stereotipi yeh-yeh che avevano sconvolto milioni di giovani nel mondo.

John Lennon inizia (aveva in realtà già iniziato) a fare i conti con le gabbie invisibili, ma fornite di sbarre d’acciaio, dell’idolatria planetaria, tema che sviscererà ancor più in seguito. Cosa che lo porta a denominare “I’m a loser” (sono un perdente) il country-rock alla Dylan, impreziosito da una caratteristica parte d’armonica posto subito dopo “No reply”, la opener, alle prese con problematiche d’infedeltà e mancanza di comunicazione, narrate tramite una sorta di lenta bossanova, condita dal globale battito di mani e un sapiente raddoppio vocale nel refrain. Ancora più cupo, ma coinvolgente, il valzerotto di “Baby’s in black”, lugubre lamento riferito a un’innamorata che piange l’amato morto, introdotto da un riff harrisoniano e sostenuto per l’intera durata dalle due voci di John e Paul. Sarà la track di maggior successo della raccolta intera. Probabilmente ancor più popolare del pezzo di punta, “Eight days a week”, che inizia e finisce con una dissolvenza acustica e che la capitol emise come unico singolo tratto dall’album, dal testo tranquillizzante e naif, prima maniera, insomma.

“Every little thing”, scritta da Paul ma cantata da John, è un acquerello acustico sottolineato dai timpani e una piccola parte di pianoforte, poco più che un riempitivo, come coraggiosamente ammesso dall’autore. Meglio assai “I don’t wanna spoil the party”, un blue grass dalla resa superiore grasse alla timbro ardente della voce di Lennon, il cui mood continua a veleggiare tra il malinconico e il solitario.

Sentimenti che McCartney condivide in una sola occasione, ossia “What you’re doing”, cui Ringo fornisce un riff di batteria sincopato e solenne, ma al di là del coretto che sostiene l’inciso non v’è molto da segnalare. A livello compositivo, il bassista presenta, opportunamente, l’assai migliore “I’ll follow the sun”,

un dolce ritratto acustico, progenitore di altri quadretti dello stesso stile, come “Mother nature’s son” o “Blackbird”, tenue annuncio della fine di una storia (d’amore, d’amicizia) e del prepararsi, timido ma deciso, a una nuova fase di vita. (“And now the time has gone, so my love I must go – And thou I lose a friend, in the end you will know..) Le sei cover offrono materiale variegato, in genere più orientato al rhythm’n’blues. Ne sono ottimo esempio l’unico intervento vocale di George, “Everybody’s trying to be my baby”, o l’unico di Ringo, “Honey don’t”, entrambe di Carl Perkins.  Paul si ritaglia la sua gioiosa parte da urlatore, sulla scia di “Long tall sally”; la prescelta stavolta è “Kansas city”, un vecchio numero della collaudata coppia Lieber-Stroller, che confluisce in “Hey hey hey hey” di Penniman. Non manca la tenerezza tipica di Buddy Holly, del quale Lennon e McCartney interpretano “Words of love”, con un grande lavoro di George alla chitarra ; Harrison è una delle due voci soliste, l’altra è di Lennon e l’esclusione di Paul è quasi un avvenimento. Lennon si tiene tutte per sé le ultime cover; “Mr.Moonlight” è una canzone oscura, poco apprezzata da pubblico e critica eppure non priva d’un appeal latino e fervente; John la rende con forza ed entusiasmo sin dall’ululato iniziale; l’hammond suonato da McCartney vi conferisce un che di love power, con tre stagioni d’anticipo; insomma il pezzo funziona ed eccessivo pare il giudizio di chi lo considera la peggior incisione in assoluto dei Beatles.

Quello che è certo, tuttavia, è che è “Rock’n’roll music” a costituire la miglior rilettura in assoluto, non solo su quest’opera, ma probabilmente dell’intero catalogo beatlesiano. Lennon s’impadronisce del capolavoro di Chuck Berry e ne crea una versione se possibile più trascinante, fornendo un’interpretazione superba, che s’avvale d’un eccellente parte di piano di George Martin. A ragione la cover maggiormente proposta on stage nella tournèe che seguira la pubblicazione del disco.

“Beatles for sale” non raggiungerà le vette di altri lavori, specialmente successivi, ma rimane un importante documento della fase di maturazione che la band stava attraversando, a livello di tematiche, arrangiamenti, consapevolezza.

 
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