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TOSCA - NO HASSLE

9 NOVEMBRE 2016

No Hassle // Tosca No Hassle // Tosca

Dub e funk, blues e kraut, acustico ed elettronico, morbidi groove ed eleganti melodie di pianoforte

Bisogna lasciarsi avvolgere e al contempo permeare dalla sinfonia ambient di No Hassle, quinto album da studio di Richard Dorfmeister e Rupert Hube. I due polistrumentisti viennesi, amici dai tempi del college, debuttano col nome di Tosca nel 1994 con l'abum 12“ Chocolate Elvis dopo anni di sperimentazioni personali in campo artistico e musicale.

Il risultato di quindici anni di collaborazione è No Hassle, raffinati paesaggi sonori, ritmiche sensuali e rilassanti sfondi musicali: probabilmente il loro album più suggestivo fino ad oggi. Le parti vocali sono evitate, fatta eccezione per qualche suono campionato e rimaneggiato. «Questa volta abbiamo deciso di non inserire alcuna linea melodica cantata principale» spiega Richard «ma solo qualche frammento vocale che ci piaceva. E' un autentico ritorno al puro approccio strumentale. Più ascoltavamo una normale registrazione vocale, meno ci piaceva». Ed un esempio di questa filosofia compositiva rientra già nel primo brano, My First, in cui affiora, tra le note vibranti di una chitarra minimale, una sillaba campionata e iterata per l'intera durata del pezzo. Una base jazzata sostiene la psichedelica Elitsa, psichedelia che ritroviamo il tutta la sua pienezza nelle spettrali oscillazioni sonore di Rosa.

L'ambiente creato dalla musica dei Tosca è un ambiente interiore, mentale: i suoni sono viscosi e ipnotici, ci catturano e spingono ad isolarci dalla realtà, come accade con la voce femminile in Birthday: molto lieve, sembra volerci accompagnare altrove senza disturbare, appunto. L'intenzione di Richard e Rupert è proprio questa, fuggire dal mondo esterno per ritagliarsi un'ora di relax: «E' la nostra personale reazione a tutto - continua Dorfmeister - a tutte le pressioni esterne o interne, da ogni angolo. E' una sorta di posizione ideale da raggiungere, e la stessa idea sta dietro alla musica: ottenere un'ora in cui sentirsi liberi dal disturbo».

Si può dire che il duo viennese sia riuscito nell'intento, grazie anche alle loro solide conoscenze musicali, che hanno reso sempre accattivante e mai banale un'ora intera di musica ambient.

 

BENE - DOREMIFLO

12 OTTOBRE 2016

 

Risale all'ottobre 2013 l'uscita di BENE, il primo disco della cantautrice pop-rock genovese DoremiFlo, dopo un periodo di sviluppo di circa 2 anni, grazie all'aiuto della band e della bassista pianista Ebe Rossi (anche sua manager) e che vede la produzione artistica di Andrea Maddalone, chitarrista dei NewTrolls con all'attivo molti lavori firmati anche per Alexia, Zucchero, Zero, Biondi, Casalino e molti altri.

 

Il fucsia acceso e vivace della copertina, che trasmette positivitá ed energia, é anticipatore di ciò che si trova all'interno dell'album di DoremiFlo: 10 brani, una bonus track e una gamma di sonoritá dal gusto vintage e solare che, unita ai temi leggeri e talvolta impegnati dei testi, ma sempre raccontati in maniera del tutto personale, crea un connubio interessante ed originale.

 

É evidente l'influenza dei generi di cui la cantautrice si é imbevuta durante il proprio percorso di formazione musicale, che vanno dal funky al blues, dal country all'elettronica, con rimandi al rock classico, sottolineati dai riff di chitarra elettrica tipici di questo genere. Nonostante il mix intenso di contaminazioni si percepisce un filo conduttore che lega tutte le tracce, anche se un orecchio poco attento potrebbe avvertire ambiguitá in questa forte presenza di stili differenti.

 

Insomma, quello di DoremiFlo é un disco molto eterogeneo, capace di soddisfare i gusti del rockettaro piú incallito e di chi é alla ricerca di nuovi spunti per arricchire la propria libreria musicale.

 

I brani, forse talvolta un pò troppo elaborati ma di grande impatto sonoro, sono stati arrangiati con la collaborazione di Andrea Maddalone, Ebe Rossi e Andrea Manca ( suo ex chitarrista).

 

Il CD, disponibile sui piú importanti digital store (ITunes, Amazon, GooglePlay) e in streaming su Spotify e Deezer, ha visto la luce grazie alla campagna di crowdfounding "Anche io vi produco!", ideata da Ebe e dalla stessa DoremiFlo, avviata lo scorso giugno su Musicraiser e che ha reso possibile la stampa e la produzione del disco, mentre lo scorso 15 Novembre é partito il tour nei locali liguri e del basso Piemonte.

 

Il primo singolo estratto, Caos VS Flo, secondo il nostro parere decisamente piú forte e coinvolgente del brano che dà il titolo all'album, é stato in heavy rotation grazie alla compilation Meet'n Radio n.9 realizzata da On Mag Promotion in collaborazione con il MEI. Di quest'anno la seconda prova della cantautrice, denominata "Ambigua", di cui parleremo più tardi.

 

FABIO GIANISI - 4T

18 SETTEMBRE 2016


Che siano banali, geniali o strampalate, di certo non sono le idee a mancare in 4T, l'album di debutto di Fabio Gianisi che raccoglie dieci brani composti nel corso degli ultimi vent’anni. Quantomeno bizzarra, ad esempio, è l'idea di rompere il ghiaccio con il pezzo strutturalmente più debole della track-list: Zero Parole è una spensierata dedica all’amata  sullo sfondo di un far west metropolitano, che inciampa su cambi ti tempo un po’ troppo azzardati.


Meglio Lo sparviero: concepita negli stessi anni - adolescenziali, dicono le note di copertina – della precedente, aggancia l'ascoltatore con un incipit d'impatto, si serve quindi di un bridge sospeso per creare l'aspettativa e infine plana sulle note di un refrain arioso. Lo stacco brusco del finale musicalmente poco felice potrebbe essere metafora di un cambio di prospettiva o di un atterraggio imprevisto, ma di fatto l’impatto acustico risulta piuttosto spiazzante.

Si apre sui due accordi di un’armonia rilassata, quasi ipnotica, la più recente C6,  mentre il  racconto si perde tra le emozioni scaturite dall’avvento di una nuova vita. Cambio di ritmo e di atmosfere sulle note leggere del Volo di Mary, in cui spicca la naturale predisposizione vocale di Gianisi per i registri alti.

L’avvocato cantautore, dopo essersi confrontato con il falsetto di un’anacronisticamente dylaniana (solo nel titolo, s’intende) Tempest, veste i panni del rapper tra le strofe di Meritocracy, secondo ed ultimo brano della parentesi anglofona dell’album. Dagli arrangiamenti vagamente bristoliani della prima, Max Russotto passa con disinvoltura all’elettronica per poi ritornare allo stile più classico di Vita per noi, scandita dal ritmo sincopato della sei corde acustica.
Luce arriverà è un brano che s’inserisce sul frequentato filone della ninna nanna pop, da cui sono sgorgati storicamente successi internazionali e interpretazioni locali, fino addirittura a quella dialettale del Contrabbandiere De Sfroos.

Se le disseminate (per altro non rade) pecche tecniche possono da un lato compromettere il piacere dell’ascolto di 4T, è innegabile che dall'altro lato permettano di cogliere e apprezzare la spontaneità dell'atto creativo, l'immediatezza di un'opera che assume a tratti i connotati di un flusso di coscienza per poi tonare di rigore nei binari di un ragionamento calcolato.

Ambivalenza che ritroviamo anche sul piano compositivo: l'indubbia propensione melodica di Fabio Gianisi offre all'ascoltatore dei momenti di lirismo libero, ma non manca di ammiccare strategicamente a passaggi che fanno parte del consolidato immaginario sonoro contemporaneo.

Fatto sta che questa sorta di testimonianza musicale, iniziazione del cantautore al mondo del pop nonché autocelebrazione del passaggio cruciale agli ‘anta, veicola e proietta nel futuro della prossima generazione un messaggio che almeno un paio di persone saranno felici di ricevere.

 

TONY FORMICHELLA - NOT TOO LONG AGO

4 SETTEMBRE 2016


Not Too Long Ago è un caldo e avvolgente abbraccio jazz, colorato di blu e punteggiato di funky

Assegnare un'etichetta risulta spesso cosa poco simpatica, specialmente in ambito musicale, dove ogni artista vorrebbe esprimere la propria creatività in modo del tutto peculiare. Ma se il paragone è con Sonny Rollins, forse non ce ne vorrà Tony Formichella, storico sassofonista italiano giunto a coronare 45 anni di rimarchevole carriera con il suo primo album.

Se anche il suo nome risultasse sconosciuto ai più, non è sicuramente lo stesso per le note che da decenni fluiscono dal suo strumento: jazzista d'avanguardia negli anni 70, ha lasciato il segno in Stati Uniti e Sud America, dove ha suonato a capo di varie big band, oltre a vantare una lunga serie di collaborazioni con artisti di rilievo della scena pop anni 70 e 80 (suo è l'assolo contenuto nel brano Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano) e partecipazioni in ambito televisivo e cinematografico (la colonna sonora di Maledetto il giorno che ti ho incontrato di Carlo Verdone porta la sua firma).

Ad affiancare Formichella nella realizzazione di Not Too Long Ago, (pubblicato Point Of View Records) il progetto Base One e una serie di importanti collaborazioni: ricordiamo Harold Bradley, fondatore del Folkstudio, Henry Cook, vincitore di due Grammy in ambito jazz, Enrico Ciacci, chitarrista di fama internazionale, Massimo Pirone, abitué al Blue Note di New York.

E' probabilmente la pluriennale esperienza di Formichella a permettere un connubio ben riuscito tra un'arte spesso preclusa ai non addetti ai lavori e un groove più popolare senza che nessuna delle due parti ne soffra. Un assolo di batteria introduce la prima traccia, Africa, in cui il sax si presenta con un riff e si lascia andare in una fluida improvvisazione, spezzata solo da un'inaspettata incursione di flauto. Note blu sono disseminate lungo tutto il percorso e gli stessi titoli delle tracce ne sono testimonianza; è così che ci imbattiamo in Perverso Blues, in cui è la chitarra ad affiancare il sax di Formichella nel ruolo di protagonista, in Blue Blues, unico brano cantato dell'album, in Blue Melody, una melodia accarezzata dalle spazzole che sembra sfiorata dai raggi di una luna piena, ed infine Soul Blues che arriva come uno schiaffo in totale contrasto con il brano precedente con la più classica e secca introduzione grancassa-rullante e un tirato e canonico 4/4 quasi grossolano.

Con Not Too Long Ago Tony Formichella ci fornisce dunque un assaggio di quella che è stata la sua lunga carriera, l'amore per il jazz, il blues, il soul, il funky e gli anni 70 (Shatto ne è un esempio calzante) riuscendo a condire il tutto con sottili arrangiamenti dettati dall'esperienza; un album che, più di un debutto, è una consacrazione di suoni già vissuti che hanno meritato un nome.

 

THE BEATLES - ABBEY ROAD

27 LUGLIO 2016

 

Più ancora che in Sgt.Pepper's, i cui effettivi meriti artistici vennero amplificati dall'ambito storico-generazionale in cui era stato pubblicato, o in The Beatles, che pur nell'elevatissimo standard raggiunto dà l'impressione di una raccolta di brani solisti con indirizzi e caratteristiche ben distinti tra loro, sembra risiedere proprio in Abbey Road l'ultima espressione collettiva del genio collettivo dei quattro di Liverpool.
Emesso otto mesi prima di Let it be, ma registrato dopo quest'ultimo, tra il luglio ed il settembre '69, questo disco segnala la definitiva maturazione di George Harrison, i cui due brani sono universalmente reputati i migliori della sua produzione, nonchè spesso additati come il picco qualitativo dell'intero album. Melodicamente il "cucciolo" non aveva ormai più nulla da invidiare al maestro McCartney, e con Something gli verrà finalmente tributato l'onore di un lato A nei singoli della band, accompagnato da Come Together sul retro. Quest'ultima è forse la canzone più famosa dell'opera e puro Lennon: un rock ipnotizzante, cattivo, nella tradizione pesante di Dig a Pony o Yer Blues. Il concetto si dilata nella successiva I want you, estremamente elettrificata, così ossessivamente brutale nel suo riff scarno e potente; solo la personalità dell'ex baronetto poteva reggere un ambito tanto essenziale e privo di fronzoli. Un anticipazione di quella che sarà la sua irripetibile opera prima da solista.
Il lato A propone per il resto un McCartney ispirato nell'intensa Oh! Darling e la curiosa scenetta di Maxwell's Silver Hammer, storia di un allegro psicopatico (nemmeno l'unico rappresentato nell'opera) resa con la dovuta leggerezza stempera-tensione, nell'atmosfera retrò tanto amata dal bassista. Octopus's Garden vede i ragazzi tornare ventenni spensierati in mezzo al mar diretti da capitan Ringo nella sua allegra seconda prova compositiva.

Il vero capolavoro è in agguato all'inizio della facciata B e risponde al nome di Here Comes The Sun. I guai finanziari, le beghe interne al gruppo, il matrimonio traballante con la signora Boyd, il tutto macinato da una semplice acustica in casa Clapton (ironia della sorte...) ed ecco per George la meritata consacrazione. Il pezzo introduce il celeberrimo medley che perdurerà per l'intero lato. Because e Sun king sono il lato gentile di Lennon, quello etereo e sognante e drammaticamente lontano da una pesante banalità, come dimostrano ad esempio i maestosi cori intrecciati a tre voci. Questi pezzi sono intervallati dalla maccartiana You Never Give Me Your Money, robusta suite a tre parti gonfia di riferimenti alla situazione economica della "Apple" che rilancia un Paul finora certo piuttosto defilato.

Ancora due brani di Lennon, che sono altrettanti ritratti di personaggi quantomeno strampalati, certamente inquietanti: l'urbana Mean Mr. Mustard e la velocissima Polytheme Pam, genuino r'nr' dei bei tempi che furono, il cui solo strumentale introduce la migliore manifestazione di Macca nell'opera, cioè She Came In Through The Bathroom Window, che vede il ragazzo esibirsi in un altro brano rock di sicura presa, accattivante e di classe quanto basta per salvarsi dal ritrito; la stessa classe che lo porta a sfornare di seguito il lento incedere di Golden Slumbers, inno melodico di notevole spessore che avrebbe meritato più popolarità di quella in seguito ottenuta. Sfocia nella corale Carry That Weight/The end, la quale si sviluppa in un grintoso crescendo strumentale di matrice quasi hard'n'heavy ad ennesima dimostrazione che Abbey Road è certamente l'opera più brillante e matura che sia scaturita dall'inarrivabile produzione dei quattro. Il finale è Paul, che filosofeggia: "Alla fine, l'amore che prendi è uguale all'amore che dai", forse un tentativo di razionalizzare l'imminente fine della band.

I Beatles avevano probabilmente ancora bisogno di sè stessi, lo dimostreranno le non eccezionali prime opere soliste di Paul, la progressiva discesa nell'a
nonimato di Ringo, la lunga crisi artistica di John dal '75, le alterne fortune di George. Ma tant'è.

 
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