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ROYAL CUBA - GOOD VIBRATIONS

4 MAGGIO 2017


Gendrickson Mena (trumpet, flugehorn)//Leonardo Gobin (trombone)//Maurizio Carugno (tenor sax)//Andrea Pollione (piano)//Juan Carlos Calderin (drums)//Valter Rebatta (congas)//Eduardo Cespedes (bass, vocal, arrangements)

Mantenendo fede alla propria filosofia hic et nunc, anche questo La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey dei Royal Cuba, come le precedenti pubblicazioni della Idos Records, è inciso rigorosamente dal vivo, testimonianza di un concerto tenutosi al Barrio's Cafè di Milano nell'aprile 2006. Formazione meticcia dedita al latin jazz (e dintorni), promulgatrice di un'arguta miscela cubano/americana dalla comune matrice afro. Va precisato che la musica dei Royal Cuba non è la solita proposta edulcorata da weekend in discoteca o da scuola di ballo latinoamericana, pur se in possesso di tutti quei requisiti necessari per far muovere ogni singolo muscolo, ma un proficuo gemellaggio fra universo afrocubano e jazz, screziato da flessioni blues e funk. Un mood debitore di quella radice atavica, dalla natura percussiva, alla base di ogni linguaggio musicale di derivazione africana; a fronte di questa premessa la propulsione ritmica diviene fondamentale e imprescindibile, influendo sulla pratica compositiva.

L'effervescente funky-latin La Mulata, biglietto da visita del collettivo, mette in evidenza l'ottimo lavoro in fase d'arrangiamento di Cespedes (incalzante l'orchestrazione dei fiati); le stesse pulsioni funk sottotitolano la rivisitazione dal sapore r&b del classico di Compay Segundo, alias Francisco Repilado, Descarga Chan Chan, avvolta in raffinate armonizzazioni (nonché citazioni) jazz del piano e marcata dalla voce di Cespedes, depositaria inoltre di un breve proto scat. La titletrack è un blues sinuoso dall'incedere lento e inesorabile, a cui sfuggono sussulti destabilizzanti che ne alterano il costante fluire.

Cuadro Negro recupera quei valori ancestrali collegati a religioni come la Santeria, dove l'ipnotico progredire del ritmo è fonte di tribalismi afrocentrici associati, in questo caso, a sviluppi armonici di stampo moderno. Le sette tracce del disco vedono l'apporto equanime dei musicisti epurato da protagonismi solistici, finalizzato ad un risultato complessivo lastricato di improvvisazioni contenute ma galvanizzanti come quelle presenti su Asi, elegante bossa nova a firma Gendrickson Mena.

Unico neo, alcune anomalie dinamiche nella ripresa audio che penalizzano in parte l'ascolto dimezzandone l'impatto sonoro, anche se traspare distintamente l'energia, il forte affiatamento e la componente giocosa emerse durante l'esibizione. Custodi dei fondamenti della musica afrocubana, i Royal Cuba rigenerano la tradizione attualizzandone il linguaggio, in una stimolante esposizione dalle fattezze contemporanee.

La Mulata // You Sou // La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey // Asi // Chush// Cuadro Negro // Descarga Chan Chan

 

AGGHIASTRU - INCANTU

8 APRILE 2017


Ci focalizziamo oggi sull'album d'esordio (2007) del tetro, misterioso cantautore siciliano, "L'incantu".

L'apertura è emblematica: L'incantu è il brano che dà  il nome all'album e ne riassume le peculiarità . Sono poche le canzoni che rompono gli schemi, esplodendo in una ritmica ossessiva (Sangu), rallentando con un racconto ipnotico (Amorte) o recitando su un accompagnamento tribale (La morti)

I testi del cantautore siciliano pescano nella cruda realtà , per evocare immagini astratte e oniriche, una poesia fatta di sensazioni che non manca di trasmettere anche quelle meno gradite. Sintomatico della volontà  di Agghiastru di vincolarsi alla concretezza dell'espressione è, alternato alla lingua italiana, l'uso del vernacolo, idioma schietto e diretto per necessità , ruspante e genuino, legato alla terra, che in essa affonda le radici, come quell'ulivo selvatico (agghiastru per l'appunto) in cui il cantautore si immedesima e che ne riassume metaforicamente le intenzioni.

Spicca tra i brani una notevole predisposizione all'armonia che supera senza dubbio la facilità  melodica: accattivanti i giri di accordi impreziositi dagli arrangiamenti di pianoforte, ma la linea del cantato sembra volersi subordinare al contesto e si concentra sui testi per diventare a volte un ridondante recitativo.

Tra i brani migliori dell'album, oltre alla già  citata L'incantu, bisogna annoverare Ferru e focu, unica assieme a La stanza ad essere cantata in italiano; Paria, con l'iniziale carillon che si trasforma in un riff d'effetto; Suli, che si sviluppa su un uggioso giro armonico di chitarra acustica per aprirsi sul ritornello come una nube che lascia filtrare un raggio di luce. Un'opera prima che al di là d'ogni manierismo richiede un ascolto appassionato ma non disperato, semplice ma costante.

 

ERIC CLAPTON - CLAPTON

18 MARZO 2017


Sfogliando un dizionario etimologico potreste imbattervi nella definizione di 'classico'. Al di là dell'origine storica del termine (e bisogna risalire fino alla Roma antica), il suo vero significato è "distinto, perfetto, di prim'ordine, da servir di modello". Per questo nel recensire l'ultimo lavoro in studio di Eric Clapton non riesco a trovare un aggettivo più calzante, non perché "Clapton" sia qualcosa di perfetto, ma perché proprio sull'eleganza fa leva il 65enne chitarrista di Ripley, e perché ancora oggi riesce ad essere, a suo modo, un punto di riferimento per colleghi e appassionati, nonostante i tempi dei fasti siano molto lontani.


12 delle 14 tracce sono cover, dunque l'artista di suo non ha messo molto, se non due brani inediti e la sua interpretazione, che nel caso di esecutori magistrali come lui non è poco. L'idea di base è la solita: riproporre una serie di vecchi brani, alcuni ripescati molto lontano nel tempo (come la splendida Rockin' Chair, datata 1930), rivisitarli, imprimervi il marchio vocale e musicale di Clapton, aggiungervi un paio di inediti e servire ancora caldo.
Spesso il risultato finale di questa ricetta è un prodotto insipido, senza personalità, che si regge solo sulla fama dell'autore che si assume la paternità dell'opera, ma non è questo il caso.


“Clapton” è oggettivamente un bell'album, i classici sono suonati con educazione, senza l'intenzione di snaturarli, e l'infarinatura di blues percepibile dal primo all'ultimo secondo (se siete allergici o intolleranti forse è meglio ripiegare su altro) non fa che rendere il tutto più coerente e affine alle caratteristiche dell'artista, che si presenta nella veste di performer, senza rinunciare tuttavia a proporre qualcosa di nuovo.



L'ascolto è piacevole, i cambi di ritmo non mancano, il pianoforte accompagna costantemente la chitarra, a volte con discrezione, a volte rubandole la scena, con gradite incursioni dei fiati, come nella rivisitazione di How Deep Is The Ocean di Irving Berlin, o dell'armonica in Judgement Day, omaggio al bluesman Snooky Pryor.


Diamonds Made From Rain nella tracklist è il primo dei due inediti, la differenza di sonorità rispetto a tutto il resto non passa inosservata, ed è un po' fuori tema. La chitarra ha un ruolo maggiore, così come archi e cori femminili: estrapolato dal contesto è un pezzo degno di nota, ma i brani storici che lo circondano fanno risaltare troppo il salto generazionale. Più affine al contesto Run Back To Your Side, l'altra novità, veloce ma più coerente con l'atmosfera dell'intero album. Nei cinque minuti di durata della canzone la voce, ma soprattutto le mani, di Clapton ci sono, e si sentono.
Chiude il tutto Autumn Leaves, terreno su cui in passato si sono cimentati (con diversi ruoli) Nat King Cole, Chat Baker, Miles Davis, Edith Piaf, Doris Day e molti altri, insomma, niente di più 'classico', ma forse anche in questa circostanza la connotazione del termine è solo positiva. La versione in questione è “distinta, perfetta, di prim'ordine, da servir di modello”, almeno per lo stile, perché Eric Clapton il suo dovere nei confronti della musica lo ha già assolto con gli interessi, guadagnandosi la libertà di proporre più o meno tutto ciò che vuole, meglio se di buon livello come quest'opera.

 

PAUL MCCARTNEY - CHAOS AND CREATION IN THE BACKYARD

28 FEBBRAIO 2017

 

Per questa sua seconda prova del nuovo millennio, McCartney depone l'artiglieria e si affida a sonorità moderne e morbide, all'avanguardia e purtuttavia capaci di profonde introspezioni.  Il tono acustico pervade l'opera intera, con solo poche digressioni nel rock, e porta a risultati straordinariamente convincenti.

Sin da Flaming Pie, di otto anni prima, il baronetto aveva inaugurato la fase creativamente migliore della propria carriera, e questo nuovo prodotto raggiunge l'apice, in un crescendo emozionante e del tutto convincente. Capolavori assoluti ornano questi quarantacinque minuti, con poche, pochissime eccezioni.

Isolamento e sofferenza sono raccontati con dolcezza, in tono dimesso ma non sconfitto. "Too much rain", che vanta un'eccellente strofa a livello melodico, ("Smile when your heart is breaking, swear, it's not going to happen again...") e "Jenny Wren", moderna Eleanor Rigby, cui nè tecnologia, social o progressi scentifici hanno il potere di guarire dal mal di solitudine, ne sono brillanti esempi. ("Like so many girls, Jenny Wren could sing - But a broken heart, took her soul away - How, we spend our days, casting, love aside - Loosing, site of life, day, by, day").

"How kind of you" è una piccola perla di gratitudine, che Macca rivolge armato di chitarra acustica verso chi gli è stato vicino nei difficili anni seguiti alla tragica scomparsa della moglie, evidentemente ancora non metabolizzati.

Difficile resistere alla commozione all'ascolto dei due pezzi migliori di "Chaos", ossia l'acquerello di "English Tea", arte pura che racchiude in due minuti le infinitè qualità poetiche dell'ex-Beatle ("Miles and miles of english garden stretching past the willow tree..") e la malinconica, ma non abbattuta "Friends to go", grandioso ricordo del da poco scomparso George. La presenza del chitarrista è quasi palpabile, nell'atmosfera ricreata da parole piene di commozione e ricordi ("You never need to worry about me, I'll be fine on my own.."), un omaggio sentito e prezioso, come vent'anni prima lo era stato "Here today" per John, inclusa in "Tug of war".

Canzoni bellissime, che si snocciolano via una dopo l'altra senza soluzione di continuità per la delizia dell'ascoltatore. Ancora, ecco i suoni sofisticati e suadenti in "A certain sofness", oppure le inquietudini presenili di "At the mercy" ("sometimes I'd rather run and hide then stay and face the fear inside..."). La misteriosa "Riding to vanity fair", piuttosto variegata a livello stilistico, si dipana in molteplici sfaccetture quasi tutte in minore a celebrare il tramonto di un amicizia, termine più volte citato nel testo: tecnicamente è l'esercizio più "cool" e ricercato dell'album intero.

Le silly love songs si ritagliano un posto non preminente, ma anche in questo caso, i risultati sono eccellenti. A partire dallo slow venato di rockabilly "Promise to you girl", passando per la teatrale "This never happened before", nota al pubblico del grande schermo in quanto parte della colonna sonora "The lake house", dell'anno successivo: un pezzo reminiscente dei tempi barocchi di "My love", rimodernati dalla sapiente produzione di Nigel Godrich (spesso dietro alla consolle dei Radiohead). Oppure la semplice e orecchiabile "Follow me"; in questi due brani, caso non infrequente in Mc Cartney, il middle eight risulta più intrigante rispetto all'inciso.  "Fine Line", opener del disco e primo singolo estratto, è un saltellante esercizio beat dominato dal pianoforte, dal refrain fresco e voluttoso ("Come on brother - All is forgiven - We all cried when you were driven away"). Ma è uno dei rari prototipi del genere.

Maturità e ponderazioni, atmosfere pensose e fiducia mista a malinconia pervadono "Chaos and creation in the backyard", elevandone la rendita a livelli forse mai raggiunti nell'intera discografia di McCartney. Insieme a "Band on the run" e il successivo "Memory almost full", siamo di fronte alla prova migliore dell'ex-beatle.

 

FRANCO BATTIATO - L'ARCA DI NOE'

7 FEBBRAIO 2017

 

Una volta spentasi l’eco del grande successo nazionale de “La voce del padrone”, non dev’esser stata una passeggiata per il cantautore siciliano organizzarvi un seguito dignitoso, sia a livello qualitativo che commerciale. Nell’ambito della massima: "Squadra che vince non si cambia”, Battiato ripropone la stessa formula, persino nel numero delle tracce, allineando sette canzoni pop-rock a costituire il nuovo album, “L’arca di noè”
Ma la purezza artistica del soggetto fatica evidentemente a sottomettersi del tutto a rigide regole di mercato, ed ecco che quello che viene dato alle stampe poco più di un anno dalla “Voce”, risulta fin dal primo ascolto un disco uguale e contrario, cupo e ingrigito da tematiche decadenti proprio almeno quanto il suo predecessore (con l’unica eccezione di “Bandiera bianca”) era up-tempo, brillante e “positivo”.
Radio Varsavia apre l’album, e l’ascoltatore comprende subito che il sentiero per il quale Battiato lo conduce è forse più lugubre, ma non perde una virgola del fascino coinvolgente che caratterizzava i sette brani dell’anno prima. I riferimenti storici e l’incedere tenue, lastricato di diminuiti e dichiarazioni epiche (“Radio varsavia – l’ultimo appello è da dimenticare”), sono in pratica la chiave stilistica dell’intera opera.
“L’esodo” sembra proseguire il discorso introdotto dalla opener. La tinteggiatura a tinte volutamente accese della moderna diaspora narrata nel brano (“arriveranno da tutte le parti…da sud, da ponente, da levante…), a distanza di anni ha assunto contorni talmente realistici da (probabilmente) andare al di là delle previsioni dello stesso autore, con tanto di tragico sarcasmo conclusivo (…mamma mia che festa…). Tutto sostenuto dal ritmo sincopato d’una tastiera scoppiettante (è lo strumento che domina l’intero lavoro).
Segue un altro viaggio, stavolta quello introspettivo di “Clamori”. L’analisi da metaromanzo del corpo umano nasconde un’espressione di sbigottito timore per la consapevolezza di limiti tecnologici sempre più estremi (“mosche giganti sputano dati, dando il totale dei disoccupati”); lo stile della canzone, l’unica davvero elettronica-avant garde dell’opera, ricalca fedelmente il tema. Chitarre squillanti invece per il Karma ascetico di “Scalo a grado”, che ricamano un riff avvolgente e ripetuto mentre Battiato ironizza su chi “s’illumina d’immenso mostrando un poco la lingua al prete che da l’ostia…”. La marcetta si dissolve innocua e il riff ti resta sempre in mente, il singolo che non fu, forse il pezzo con maggior potenziale, strano.
Il basso pulsante de “La torre”, una delle più movimentate espressioni della raccolta, trasuda gli unici cenni di satira socio-culturale, con i riferimenti agli artisti e a tutto quel mezzo bosco VIP che lotta pervicacemente per un centimetro di posto al sole. Il tono scanzonato del pezzo pone l’accento sul sarcastico refrain: “E salverei chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente…”. Rock sarcastico e piacevole, una delle tracks più riuscite.
La pesantemente elettrizzata “New frontiers” è una summa di asserzioni cripitiche ed avanguardistiche, con tanto di botto finale. (“Le pareti del cervello non hanno più finestre”) La chiusura mentale era un intrigante argomento di dibattito già nel lontano 1982.  Strumentalmente è un esercizio “a risposta”, col coro che ribadisce ogni singolo “intellettual statement” del cantautore, con squilli improvvisi di chitarra elettrica ad abbellire l’imperante electronic chill.
E’ quasi sorprendente che un album tanto spesso di stili suoni e citazioni si chiuda poi in modo in fondo tradizionale, rassicurante, se possibile. “Voglio vederti danzare”, ad onore del titolo, è un tre quarti piacevole e “distensivo”, in cui Francuzzo si lascia andare a paragoni interessanti a livello geografico-musicale ("Voglio vederti danzare / come le zingare del deserto / con candelabri in testa/ o come le balinesi nei giorni di festa") con gioiose contrapposizioni dei due emisferi: ("Nei ritmi ossessivi la chiave dei riti tribali - regni di sciamani e suonatori zingari ribelli. / Nella Bassa Padana, nelle balere estive coppie di anziani che ballano vecchi Valzer viennesi."). Il finale è davvero struggente, il maestro Giusto Pio guida l’ascoltatore attraverso un vero valzer viennese, chiudendo “L’arca di Noè” con una nota d'attraente malinconia.

 
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