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PAUL MCCARTNEY - CHAOS AND CREATION IN THE BACKYARD

28 FEBBRAIO 2017

 

Per questa sua seconda prova del nuovo millennio, McCartney depone l'artiglieria e si affida a sonorità moderne e morbide, all'avanguardia e purtuttavia capaci di profonde introspezioni.  Il tono acustico pervade l'opera intera, con solo poche digressioni nel rock, e porta a risultati straordinariamente convincenti.

Sin da Flaming Pie, di otto anni prima, il baronetto aveva inaugurato la fase creativamente migliore della propria carriera, e questo nuovo prodotto raggiunge l'apice, in un crescendo emozionante e del tutto convincente. Capolavori assoluti ornano questi quarantacinque minuti, con poche, pochissime eccezioni.

Isolamento e sofferenza sono raccontati con dolcezza, in tono dimesso ma non sconfitto. "Too much rain", che vanta un'eccellente strofa a livello melodico, ("Smile when your heart is breaking, swear, it's not going to happen again...") e "Jenny Wren", moderna Eleanor Rigby, cui nè tecnologia, social o progressi scentifici hanno il potere di guarire dal mal di solitudine, ne sono brillanti esempi. ("Like so many girls, Jenny Wren could sing - But a broken heart, took her soul away - How, we spend our days, casting, love aside - Loosing, site of life, day, by, day").

"How kind of you" è una piccola perla di gratitudine, che Macca rivolge armato di chitarra acustica verso chi gli è stato vicino nei difficili anni seguiti alla tragica scomparsa della moglie, evidentemente ancora non metabolizzati.

Difficile resistere alla commozione all'ascolto dei due pezzi migliori di "Chaos", ossia l'acquerello di "English Tea", arte pura che racchiude in due minuti le infinitè qualità poetiche dell'ex-Beatle ("Miles and miles of english garden stretching past the willow tree..") e la malinconica, ma non abbattuta "Friends to go", grandioso ricordo del da poco scomparso George. La presenza del chitarrista è quasi palpabile, nell'atmosfera ricreata da parole piene di commozione e ricordi ("You never need to worry about me, I'll be fine on my own.."), un omaggio sentito e prezioso, come vent'anni prima lo era stato "Here today" per John, inclusa in "Tug of war".

Canzoni bellissime, che si snocciolano via una dopo l'altra senza soluzione di continuità per la delizia dell'ascoltatore. Ancora, ecco i suoni sofisticati e suadenti in "A certain sofness", oppure le inquietudini presenili di "At the mercy" ("sometimes I'd rather run and hide then stay and face the fear inside..."). La misteriosa "Riding to vanity fair", piuttosto variegata a livello stilistico, si dipana in molteplici sfaccetture quasi tutte in minore a celebrare il tramonto di un amicizia, termine più volte citato nel testo: tecnicamente è l'esercizio più "cool" e ricercato dell'album intero.

Le silly love songs si ritagliano un posto non preminente, ma anche in questo caso, i risultati sono eccellenti. A partire dallo slow venato di rockabilly "Promise to you girl", passando per la teatrale "This never happened before", nota al pubblico del grande schermo in quanto parte della colonna sonora "The lake house", dell'anno successivo: un pezzo reminiscente dei tempi barocchi di "My love", rimodernati dalla sapiente produzione di Nigel Godrich (spesso dietro alla consolle dei Radiohead). Oppure la semplice e orecchiabile "Follow me"; in questi due brani, caso non infrequente in Mc Cartney, il middle eight risulta più intrigante rispetto all'inciso.  "Fine Line", opener del disco e primo singolo estratto, è un saltellante esercizio beat dominato dal pianoforte, dal refrain fresco e voluttoso ("Come on brother - All is forgiven - We all cried when you were driven away"). Ma è uno dei rari prototipi del genere.

Maturità e ponderazioni, atmosfere pensose e fiducia mista a malinconia pervadono "Chaos and creation in the backyard", elevandone la rendita a livelli forse mai raggiunti nell'intera discografia di McCartney. Insieme a "Band on the run" e il successivo "Memory almost full", siamo di fronte alla prova migliore dell'ex-beatle.

 

FRANCO BATTIATO - L'ARCA DI NOE'

7 FEBBRAIO 2017

 

Una volta spentasi l’eco del grande successo nazionale de “La voce del padrone”, non dev’esser stata una passeggiata per il cantautore siciliano organizzarvi un seguito dignitoso, sia a livello qualitativo che commerciale. Nell’ambito della massima: "Squadra che vince non si cambia”, Battiato ripropone la stessa formula, persino nel numero delle tracce, allineando sette canzoni pop-rock a costituire il nuovo album, “L’arca di noè”
Ma la purezza artistica del soggetto fatica evidentemente a sottomettersi del tutto a rigide regole di mercato, ed ecco che quello che viene dato alle stampe poco più di un anno dalla “Voce”, risulta fin dal primo ascolto un disco uguale e contrario, cupo e ingrigito da tematiche decadenti proprio almeno quanto il suo predecessore (con l’unica eccezione di “Bandiera bianca”) era up-tempo, brillante e “positivo”.
Radio Varsavia apre l’album, e l’ascoltatore comprende subito che il sentiero per il quale Battiato lo conduce è forse più lugubre, ma non perde una virgola del fascino coinvolgente che caratterizzava i sette brani dell’anno prima. I riferimenti storici e l’incedere tenue, lastricato di diminuiti e dichiarazioni epiche (“Radio varsavia – l’ultimo appello è da dimenticare”), sono in pratica la chiave stilistica dell’intera opera.
“L’esodo” sembra proseguire il discorso introdotto dalla opener. La tinteggiatura a tinte volutamente accese della moderna diaspora narrata nel brano (“arriveranno da tutte le parti…da sud, da ponente, da levante…), a distanza di anni ha assunto contorni talmente realistici da (probabilmente) andare al di là delle previsioni dello stesso autore, con tanto di tragico sarcasmo conclusivo (…mamma mia che festa…). Tutto sostenuto dal ritmo sincopato d’una tastiera scoppiettante (è lo strumento che domina l’intero lavoro).
Segue un altro viaggio, stavolta quello introspettivo di “Clamori”. L’analisi da metaromanzo del corpo umano nasconde un’espressione di sbigottito timore per la consapevolezza di limiti tecnologici sempre più estremi (“mosche giganti sputano dati, dando il totale dei disoccupati”); lo stile della canzone, l’unica davvero elettronica-avant garde dell’opera, ricalca fedelmente il tema. Chitarre squillanti invece per il Karma ascetico di “Scalo a grado”, che ricamano un riff avvolgente e ripetuto mentre Battiato ironizza su chi “s’illumina d’immenso mostrando un poco la lingua al prete che da l’ostia…”. La marcetta si dissolve innocua e il riff ti resta sempre in mente, il singolo che non fu, forse il pezzo con maggior potenziale, strano.
Il basso pulsante de “La torre”, una delle più movimentate espressioni della raccolta, trasuda gli unici cenni di satira socio-culturale, con i riferimenti agli artisti e a tutto quel mezzo bosco VIP che lotta pervicacemente per un centimetro di posto al sole. Il tono scanzonato del pezzo pone l’accento sul sarcastico refrain: “E salverei chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente…”. Rock sarcastico e piacevole, una delle tracks più riuscite.
La pesantemente elettrizzata “New frontiers” è una summa di asserzioni cripitiche ed avanguardistiche, con tanto di botto finale. (“Le pareti del cervello non hanno più finestre”) La chiusura mentale era un intrigante argomento di dibattito già nel lontano 1982.  Strumentalmente è un esercizio “a risposta”, col coro che ribadisce ogni singolo “intellettual statement” del cantautore, con squilli improvvisi di chitarra elettrica ad abbellire l’imperante electronic chill.
E’ quasi sorprendente che un album tanto spesso di stili suoni e citazioni si chiuda poi in modo in fondo tradizionale, rassicurante, se possibile. “Voglio vederti danzare”, ad onore del titolo, è un tre quarti piacevole e “distensivo”, in cui Francuzzo si lascia andare a paragoni interessanti a livello geografico-musicale ("Voglio vederti danzare / come le zingare del deserto / con candelabri in testa/ o come le balinesi nei giorni di festa") con gioiose contrapposizioni dei due emisferi: ("Nei ritmi ossessivi la chiave dei riti tribali - regni di sciamani e suonatori zingari ribelli. / Nella Bassa Padana, nelle balere estive coppie di anziani che ballano vecchi Valzer viennesi."). Il finale è davvero struggente, il maestro Giusto Pio guida l’ascoltatore attraverso un vero valzer viennese, chiudendo “L’arca di Noè” con una nota d'attraente malinconia.

 

TOSCA - NO HASSLE

9 NOVEMBRE 2016

No Hassle // Tosca No Hassle // Tosca

Dub e funk, blues e kraut, acustico ed elettronico, morbidi groove ed eleganti melodie di pianoforte

Bisogna lasciarsi avvolgere e al contempo permeare dalla sinfonia ambient di No Hassle, quinto album da studio di Richard Dorfmeister e Rupert Hube. I due polistrumentisti viennesi, amici dai tempi del college, debuttano col nome di Tosca nel 1994 con l'abum 12“ Chocolate Elvis dopo anni di sperimentazioni personali in campo artistico e musicale.

Il risultato di quindici anni di collaborazione è No Hassle, raffinati paesaggi sonori, ritmiche sensuali e rilassanti sfondi musicali: probabilmente il loro album più suggestivo fino ad oggi. Le parti vocali sono evitate, fatta eccezione per qualche suono campionato e rimaneggiato. «Questa volta abbiamo deciso di non inserire alcuna linea melodica cantata principale» spiega Richard «ma solo qualche frammento vocale che ci piaceva. E' un autentico ritorno al puro approccio strumentale. Più ascoltavamo una normale registrazione vocale, meno ci piaceva». Ed un esempio di questa filosofia compositiva rientra già nel primo brano, My First, in cui affiora, tra le note vibranti di una chitarra minimale, una sillaba campionata e iterata per l'intera durata del pezzo. Una base jazzata sostiene la psichedelica Elitsa, psichedelia che ritroviamo il tutta la sua pienezza nelle spettrali oscillazioni sonore di Rosa.

L'ambiente creato dalla musica dei Tosca è un ambiente interiore, mentale: i suoni sono viscosi e ipnotici, ci catturano e spingono ad isolarci dalla realtà, come accade con la voce femminile in Birthday: molto lieve, sembra volerci accompagnare altrove senza disturbare, appunto. L'intenzione di Richard e Rupert è proprio questa, fuggire dal mondo esterno per ritagliarsi un'ora di relax: «E' la nostra personale reazione a tutto - continua Dorfmeister - a tutte le pressioni esterne o interne, da ogni angolo. E' una sorta di posizione ideale da raggiungere, e la stessa idea sta dietro alla musica: ottenere un'ora in cui sentirsi liberi dal disturbo».

Si può dire che il duo viennese sia riuscito nell'intento, grazie anche alle loro solide conoscenze musicali, che hanno reso sempre accattivante e mai banale un'ora intera di musica ambient.

 

BENE - DOREMIFLO

12 OTTOBRE 2016

 

Risale all'ottobre 2013 l'uscita di BENE, il primo disco della cantautrice pop-rock genovese DoremiFlo, dopo un periodo di sviluppo di circa 2 anni, grazie all'aiuto della band e della bassista pianista Ebe Rossi (anche sua manager) e che vede la produzione artistica di Andrea Maddalone, chitarrista dei NewTrolls con all'attivo molti lavori firmati anche per Alexia, Zucchero, Zero, Biondi, Casalino e molti altri.

 

Il fucsia acceso e vivace della copertina, che trasmette positivitá ed energia, é anticipatore di ciò che si trova all'interno dell'album di DoremiFlo: 10 brani, una bonus track e una gamma di sonoritá dal gusto vintage e solare che, unita ai temi leggeri e talvolta impegnati dei testi, ma sempre raccontati in maniera del tutto personale, crea un connubio interessante ed originale.

 

É evidente l'influenza dei generi di cui la cantautrice si é imbevuta durante il proprio percorso di formazione musicale, che vanno dal funky al blues, dal country all'elettronica, con rimandi al rock classico, sottolineati dai riff di chitarra elettrica tipici di questo genere. Nonostante il mix intenso di contaminazioni si percepisce un filo conduttore che lega tutte le tracce, anche se un orecchio poco attento potrebbe avvertire ambiguitá in questa forte presenza di stili differenti.

 

Insomma, quello di DoremiFlo é un disco molto eterogeneo, capace di soddisfare i gusti del rockettaro piú incallito e di chi é alla ricerca di nuovi spunti per arricchire la propria libreria musicale.

 

I brani, forse talvolta un pò troppo elaborati ma di grande impatto sonoro, sono stati arrangiati con la collaborazione di Andrea Maddalone, Ebe Rossi e Andrea Manca ( suo ex chitarrista).

 

Il CD, disponibile sui piú importanti digital store (ITunes, Amazon, GooglePlay) e in streaming su Spotify e Deezer, ha visto la luce grazie alla campagna di crowdfounding "Anche io vi produco!", ideata da Ebe e dalla stessa DoremiFlo, avviata lo scorso giugno su Musicraiser e che ha reso possibile la stampa e la produzione del disco, mentre lo scorso 15 Novembre é partito il tour nei locali liguri e del basso Piemonte.

 

Il primo singolo estratto, Caos VS Flo, secondo il nostro parere decisamente piú forte e coinvolgente del brano che dà il titolo all'album, é stato in heavy rotation grazie alla compilation Meet'n Radio n.9 realizzata da On Mag Promotion in collaborazione con il MEI. Di quest'anno la seconda prova della cantautrice, denominata "Ambigua", di cui parleremo più tardi.

 

FABIO GIANISI - 4T

18 SETTEMBRE 2016


Che siano banali, geniali o strampalate, di certo non sono le idee a mancare in 4T, l'album di debutto di Fabio Gianisi che raccoglie dieci brani composti nel corso degli ultimi vent’anni. Quantomeno bizzarra, ad esempio, è l'idea di rompere il ghiaccio con il pezzo strutturalmente più debole della track-list: Zero Parole è una spensierata dedica all’amata  sullo sfondo di un far west metropolitano, che inciampa su cambi ti tempo un po’ troppo azzardati.


Meglio Lo sparviero: concepita negli stessi anni - adolescenziali, dicono le note di copertina – della precedente, aggancia l'ascoltatore con un incipit d'impatto, si serve quindi di un bridge sospeso per creare l'aspettativa e infine plana sulle note di un refrain arioso. Lo stacco brusco del finale musicalmente poco felice potrebbe essere metafora di un cambio di prospettiva o di un atterraggio imprevisto, ma di fatto l’impatto acustico risulta piuttosto spiazzante.

Si apre sui due accordi di un’armonia rilassata, quasi ipnotica, la più recente C6,  mentre il  racconto si perde tra le emozioni scaturite dall’avvento di una nuova vita. Cambio di ritmo e di atmosfere sulle note leggere del Volo di Mary, in cui spicca la naturale predisposizione vocale di Gianisi per i registri alti.

L’avvocato cantautore, dopo essersi confrontato con il falsetto di un’anacronisticamente dylaniana (solo nel titolo, s’intende) Tempest, veste i panni del rapper tra le strofe di Meritocracy, secondo ed ultimo brano della parentesi anglofona dell’album. Dagli arrangiamenti vagamente bristoliani della prima, Max Russotto passa con disinvoltura all’elettronica per poi ritornare allo stile più classico di Vita per noi, scandita dal ritmo sincopato della sei corde acustica.
Luce arriverà è un brano che s’inserisce sul frequentato filone della ninna nanna pop, da cui sono sgorgati storicamente successi internazionali e interpretazioni locali, fino addirittura a quella dialettale del Contrabbandiere De Sfroos.

Se le disseminate (per altro non rade) pecche tecniche possono da un lato compromettere il piacere dell’ascolto di 4T, è innegabile che dall'altro lato permettano di cogliere e apprezzare la spontaneità dell'atto creativo, l'immediatezza di un'opera che assume a tratti i connotati di un flusso di coscienza per poi tonare di rigore nei binari di un ragionamento calcolato.

Ambivalenza che ritroviamo anche sul piano compositivo: l'indubbia propensione melodica di Fabio Gianisi offre all'ascoltatore dei momenti di lirismo libero, ma non manca di ammiccare strategicamente a passaggi che fanno parte del consolidato immaginario sonoro contemporaneo.

Fatto sta che questa sorta di testimonianza musicale, iniziazione del cantautore al mondo del pop nonché autocelebrazione del passaggio cruciale agli ‘anta, veicola e proietta nel futuro della prossima generazione un messaggio che almeno un paio di persone saranno felici di ricevere.

 
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