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FABRIZIO DE ANDRE' - LONDON SYMPHONY ORCHESTRA - SOGNO N.1

21 GIUGNO 2017


(scritto da Cesare G. Romana)


Lui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezzi – che non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel brano l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

 

FRANCESCO DE GREGORI - CANZONI D'AMORE

1 GIUGNO 2017





Pubblicato al culmine dell’annus horribilis 1992, questo disco di Francesco De Gregori è, come e più di precedenti frutto di un’analisi spietata della realtà circostante che porta a un’opera dalla bellezza devastante, crudelmente sincera nei contenuti.
Che il titolo sia fuorviante, come uno magari possa aspettarsi dal personaggio, va da sé. Eppure ad aprire l’album tocca a una vera e propria canzone d’amore. “Bellamore” è la pienezza del rapporto con l’altra persona, l’infondersi sicurezze e conforto, “Questa notte passerà o la faremo passare”, il giuramento infinito. Strada spianata dunque, a un lungo, armonioso viaggio a due verso la beatitudine? No, ovviamente. “Sangue su sangue”, su base pesantemente elettrificata, con doppio assolo di chitarra urticante, è la macabra reliquia della stagione di sofferenza inaugurata dagli infausti giorni di Capaci e Palermo. Terrore e angoscia nel testo, speranza assente, sangue su sangue su sangue soltanto. “Viaggi e miraggi” è un pop-rock influenzato di latino, tramite il quale il cantautore ci accompagna in un breve ma arguto tour del Bel Paese, toccandone e ribadendone i più o meno fondati stereotipi (“andiamo a Genova coi suoi spiriti musicali, o a Milano con i suoi sarti e i suoi industriali, oppure a Napoli con i suoi martiri professionali, a Firenze coi suoi turisti internazionali”), dedicando peraltro la più sopraffina gentilezza alla propria città (“oppure a Roma che sembra una cagna in mezzo ai maiali”), mentre un sax leggero come una piuma indora l’aria di fresco. Nella track successiva, è la politica a prendersi la scena, la politica che porta l’intellettuale a porre una domanda semplice, pregnante: “Tu da che parte stai? Di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti, rubando?” . Cose così, insomma, normali nell’estate di Tangentopoli. Musicalmente il brano ha la potenza graffiante di Sangue su sangue, solo leggermente meno distorto, ma sufficientemente aggressivo da costituirne l’ideale prosecuzione. Il primo lato del vinile si conclude con la lettera al padre “Tutto più chiaro che qui”. Un concetto classico: il figlio che rimpiange i tempi, a suo dire migliori, in cui il genitore viveva. E’ un pezzo evocativo ma non commosso, più curioso e bisognoso di risposte che arrabbiato; melodicamente è uno dei più variegati dell’album, quasi una mini suite, con solenni parti barocche comandate dal pianoforte alternate a sornioni tracce di chitarra in minore. Il testo? Leggetevi questo, basta e avanza: Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra - E la terra attraversata da gente di malaffare - E vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare…”

La side B di Canzoni d’amore sembra invece essere incentrata sulla solitudine. Quello del viandante che incontra la donna a pagamento di “Stella della strada”,che inaugura il lato. Oppure quella che trapela dalla feroce “Vecchi amici”, ritratto spietato di un” professionista dell’amicizia e della compassione”, “ciambellano del nulla – avanzo di segreteria”. De Gregori s’accanisce, quasi divertendosene, contro un soggetto misterioso (C’è che mormora Venditti) e non rappresenta altro che il sintomo della profonda delusione che coglie quando ci si accorga di come qualcuno nel tempo possa cambiare, amplificando così la solitudine di cui si soffre. Delusione che diventa rancore che tracima in una canzone bellissima, tinta d’una energica vena rock e dal ritornello contraddistinto da un’alta cantabilità. Dove la solitudine diventa insopportabile c’è il rischio di creare capolavori, e nel caso di questo disco  il masterpiece risponde al nome di “Povero me”, un bluesaccio assoluto caratterizzato da un’ingegnosa, insolita sequenza d’accordi nella strofa, che diventa devastante nel ritornello, ripreso più volte dall’urticante assolo di chitarra. Scritta (unico caso di collaborazione) con Mimmo Locasciulli, esprime un dolore evidente in versi quali “..nemmeno un amico qualunque per bere un caffè”, piuttosto che “Guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è!”  
Naturalmente De Gregori è, oltre a poeta, un musicista completo. A livello melodico dunque, ha ancora frecce al suo arco prima che la puntina finisca di grattar solchi. C’è il country grass de “La ballata dell’uomo ragno”, divertente, caustica; in questo caso sono pochi i dubbi sussistenti circa il destinatario delle invettive sarcastiche che la pervadono, sulla falsa riga di “Chi ruba nei supermercati”. “Adelante, adelante” si rivolge invece ad obiettivi più generici, ed è un po’ la summa delle povertà morali che invadono il (bel) paese in questi tempi infausti “questa terra senza misura,  - che confonde  la ricchezza con il rumore,  - ed il diritto con il favore,  - e l'innocente col criminale,  - ed il diritto col carnevale.”. Tramite un rock sparagnino e un riff agile e ribadito ad libitum, davvero piacevole. Ti resta in testa sin oltre la fine del brano, ma le prime note di “Rumore di niente”, lo sciolgono come neve al sole. Posto a chiusura della raccolta, è una canzone umile e rassegnata, che dapprima si preoccupa di disquisire coll’ascoltatore circa il vero contenuto dell’album (“Avevi creduto davvero, che avremmo parlato d’amore?”). Poi s’adagia su metafore serenamente consapevoli del momento storico che si sta vivendo (“Babbo c'è un assassino non lo fare bussare” – “Babbo c'è un indovino non lo fare parlare” – “Babbo c'è un imbianchino vestito di nuovo”)…per poi chiosare amaramente: “E c'è un forte rumore di niente”…E la melodia si adegua, triste, dimessa, eppure splendente, nel suo leggero incedere. Gli ultimi minuti di “Canzoni d’amore” sono una sinfonia adorabile e struggente, che accompagna l’ascoltatore alla fine del viaggio e lo riporta alla realtà, peraltro già magistralmente fotografata in quest’ora di grande musica.

 

ROYAL CUBA - GOOD VIBRATIONS

4 MAGGIO 2017


Gendrickson Mena (trumpet, flugehorn)//Leonardo Gobin (trombone)//Maurizio Carugno (tenor sax)//Andrea Pollione (piano)//Juan Carlos Calderin (drums)//Valter Rebatta (congas)//Eduardo Cespedes (bass, vocal, arrangements)

Mantenendo fede alla propria filosofia hic et nunc, anche questo La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey dei Royal Cuba, come le precedenti pubblicazioni della Idos Records, è inciso rigorosamente dal vivo, testimonianza di un concerto tenutosi al Barrio's Cafè di Milano nell'aprile 2006. Formazione meticcia dedita al latin jazz (e dintorni), promulgatrice di un'arguta miscela cubano/americana dalla comune matrice afro. Va precisato che la musica dei Royal Cuba non è la solita proposta edulcorata da weekend in discoteca o da scuola di ballo latinoamericana, pur se in possesso di tutti quei requisiti necessari per far muovere ogni singolo muscolo, ma un proficuo gemellaggio fra universo afrocubano e jazz, screziato da flessioni blues e funk. Un mood debitore di quella radice atavica, dalla natura percussiva, alla base di ogni linguaggio musicale di derivazione africana; a fronte di questa premessa la propulsione ritmica diviene fondamentale e imprescindibile, influendo sulla pratica compositiva.

L'effervescente funky-latin La Mulata, biglietto da visita del collettivo, mette in evidenza l'ottimo lavoro in fase d'arrangiamento di Cespedes (incalzante l'orchestrazione dei fiati); le stesse pulsioni funk sottotitolano la rivisitazione dal sapore r&b del classico di Compay Segundo, alias Francisco Repilado, Descarga Chan Chan, avvolta in raffinate armonizzazioni (nonché citazioni) jazz del piano e marcata dalla voce di Cespedes, depositaria inoltre di un breve proto scat. La titletrack è un blues sinuoso dall'incedere lento e inesorabile, a cui sfuggono sussulti destabilizzanti che ne alterano il costante fluire.

Cuadro Negro recupera quei valori ancestrali collegati a religioni come la Santeria, dove l'ipnotico progredire del ritmo è fonte di tribalismi afrocentrici associati, in questo caso, a sviluppi armonici di stampo moderno. Le sette tracce del disco vedono l'apporto equanime dei musicisti epurato da protagonismi solistici, finalizzato ad un risultato complessivo lastricato di improvvisazioni contenute ma galvanizzanti come quelle presenti su Asi, elegante bossa nova a firma Gendrickson Mena.

Unico neo, alcune anomalie dinamiche nella ripresa audio che penalizzano in parte l'ascolto dimezzandone l'impatto sonoro, anche se traspare distintamente l'energia, il forte affiatamento e la componente giocosa emerse durante l'esibizione. Custodi dei fondamenti della musica afrocubana, i Royal Cuba rigenerano la tradizione attualizzandone il linguaggio, in una stimolante esposizione dalle fattezze contemporanee.

La Mulata // You Sou // La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey // Asi // Chush// Cuadro Negro // Descarga Chan Chan

 

AGGHIASTRU - INCANTU

8 APRILE 2017


Ci focalizziamo oggi sull'album d'esordio (2007) del tetro, misterioso cantautore siciliano, "L'incantu".

L'apertura è emblematica: L'incantu è il brano che dà  il nome all'album e ne riassume le peculiarità . Sono poche le canzoni che rompono gli schemi, esplodendo in una ritmica ossessiva (Sangu), rallentando con un racconto ipnotico (Amorte) o recitando su un accompagnamento tribale (La morti)

I testi del cantautore siciliano pescano nella cruda realtà , per evocare immagini astratte e oniriche, una poesia fatta di sensazioni che non manca di trasmettere anche quelle meno gradite. Sintomatico della volontà  di Agghiastru di vincolarsi alla concretezza dell'espressione è, alternato alla lingua italiana, l'uso del vernacolo, idioma schietto e diretto per necessità , ruspante e genuino, legato alla terra, che in essa affonda le radici, come quell'ulivo selvatico (agghiastru per l'appunto) in cui il cantautore si immedesima e che ne riassume metaforicamente le intenzioni.

Spicca tra i brani una notevole predisposizione all'armonia che supera senza dubbio la facilità  melodica: accattivanti i giri di accordi impreziositi dagli arrangiamenti di pianoforte, ma la linea del cantato sembra volersi subordinare al contesto e si concentra sui testi per diventare a volte un ridondante recitativo.

Tra i brani migliori dell'album, oltre alla già  citata L'incantu, bisogna annoverare Ferru e focu, unica assieme a La stanza ad essere cantata in italiano; Paria, con l'iniziale carillon che si trasforma in un riff d'effetto; Suli, che si sviluppa su un uggioso giro armonico di chitarra acustica per aprirsi sul ritornello come una nube che lascia filtrare un raggio di luce. Un'opera prima che al di là d'ogni manierismo richiede un ascolto appassionato ma non disperato, semplice ma costante.

 

ERIC CLAPTON - CLAPTON

18 MARZO 2017


Sfogliando un dizionario etimologico potreste imbattervi nella definizione di 'classico'. Al di là dell'origine storica del termine (e bisogna risalire fino alla Roma antica), il suo vero significato è "distinto, perfetto, di prim'ordine, da servir di modello". Per questo nel recensire l'ultimo lavoro in studio di Eric Clapton non riesco a trovare un aggettivo più calzante, non perché "Clapton" sia qualcosa di perfetto, ma perché proprio sull'eleganza fa leva il 65enne chitarrista di Ripley, e perché ancora oggi riesce ad essere, a suo modo, un punto di riferimento per colleghi e appassionati, nonostante i tempi dei fasti siano molto lontani.


12 delle 14 tracce sono cover, dunque l'artista di suo non ha messo molto, se non due brani inediti e la sua interpretazione, che nel caso di esecutori magistrali come lui non è poco. L'idea di base è la solita: riproporre una serie di vecchi brani, alcuni ripescati molto lontano nel tempo (come la splendida Rockin' Chair, datata 1930), rivisitarli, imprimervi il marchio vocale e musicale di Clapton, aggiungervi un paio di inediti e servire ancora caldo.
Spesso il risultato finale di questa ricetta è un prodotto insipido, senza personalità, che si regge solo sulla fama dell'autore che si assume la paternità dell'opera, ma non è questo il caso.


“Clapton” è oggettivamente un bell'album, i classici sono suonati con educazione, senza l'intenzione di snaturarli, e l'infarinatura di blues percepibile dal primo all'ultimo secondo (se siete allergici o intolleranti forse è meglio ripiegare su altro) non fa che rendere il tutto più coerente e affine alle caratteristiche dell'artista, che si presenta nella veste di performer, senza rinunciare tuttavia a proporre qualcosa di nuovo.



L'ascolto è piacevole, i cambi di ritmo non mancano, il pianoforte accompagna costantemente la chitarra, a volte con discrezione, a volte rubandole la scena, con gradite incursioni dei fiati, come nella rivisitazione di How Deep Is The Ocean di Irving Berlin, o dell'armonica in Judgement Day, omaggio al bluesman Snooky Pryor.


Diamonds Made From Rain nella tracklist è il primo dei due inediti, la differenza di sonorità rispetto a tutto il resto non passa inosservata, ed è un po' fuori tema. La chitarra ha un ruolo maggiore, così come archi e cori femminili: estrapolato dal contesto è un pezzo degno di nota, ma i brani storici che lo circondano fanno risaltare troppo il salto generazionale. Più affine al contesto Run Back To Your Side, l'altra novità, veloce ma più coerente con l'atmosfera dell'intero album. Nei cinque minuti di durata della canzone la voce, ma soprattutto le mani, di Clapton ci sono, e si sentono.
Chiude il tutto Autumn Leaves, terreno su cui in passato si sono cimentati (con diversi ruoli) Nat King Cole, Chat Baker, Miles Davis, Edith Piaf, Doris Day e molti altri, insomma, niente di più 'classico', ma forse anche in questa circostanza la connotazione del termine è solo positiva. La versione in questione è “distinta, perfetta, di prim'ordine, da servir di modello”, almeno per lo stile, perché Eric Clapton il suo dovere nei confronti della musica lo ha già assolto con gli interessi, guadagnandosi la libertà di proporre più o meno tutto ciò che vuole, meglio se di buon livello come quest'opera.

 
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