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IT'S HARD - THE WHO

28 MAGGIO 2011

Incoraggiati dai tiepidi riscontri a Face Dances, e in via di risoluzione le diatribe interne (specie quelle relative all’ integrazione di Kenney Jones, particolarmente vessato, nei primi tempi, da un tipetto ragionevole e sobrio come Roger Daltrey), ecco che a meno di diciotto mesi dall’ultima fatica discografica, gli Who presentano un nuovo lavoro. E, dato che i miracoli non avvengono finchè uno non ci crede davvero, questa è l’opera migliore dai tempi di Quadrophenia.

Siamo di fronte a un trattato di musica rock, forte, vigoroso, presente. Non c’è aria di saldi, basti pensare che la traccia meno convincente è forse proprio la prima, ossia la semplicissima Athena, stratagemma scardina charts che nel corso della tournèè i ragazzi si stancheranno presto di eseguire. Tre sono i perni sostanziali di It’s Hard, per un trenta per cento, al solito, opera creativa del buon Entwistle: in stretto ordine cronologico, il primo è Dangerous, dello stesso John, esercizio veloce e d’atmosfera, interpretato qui e on stage dalla voce calda e carica di Roger. (E i versi sono l’ultima incursione del bassista nel regno di una offuscata suspence). Il secondo risponde al nome di Eminence Front e rappresenta la più riuscita contaminazione del classico sound-Who con una sorta di attuale, attraente funky-rock. Nuovo anatema anti droga, per quello che meritatamente risulterà il singolo più apprezzato ed eseguito di It’s Hard. L’ultimo è frutto di una nuova, interessante combinazione armonica, il bolero di Cry If You Want, che si alterna ad aitanti, veloci parti hard-rock in strofa e bridge. Il suono trascinante, eclettico del brano smorza in parte il senso di disillusione da quarantenni che filtra tra le righe (forse non a caso, la traccia è inserita alla fine del disco). I toni di quest’album sono freschi, potenti come non capitava da anni, il che contrasta vigorosamente con l’impronta cupa e pessimista di alcuni testi. Così, ad esempio, troviamo It’s Your Turn, testimone generazionale passato da Entwistle alle nuove (eventuali) rockstar, che trasmette la carica epica degli eroi di Quadrophenia, impolverata da una sottile patina di malinconia. Oppure la title track, che colora di autocommiserazione pimpanti vibrazioni da rock operetta. La sofferenza del mondo è condensata nei quattro minuti scarsi di Cooks Country, scritta dopo la visita di Pete a un ospedale nell’ottobre 1982, e illustrata dal ringhiare all’unisono di chitarre e tastiere. Altre espressioni sono meno arrabbiate, come l’esercizio orchestrale ad ampio respiro di A Man Is A Man, o la simpatica Why Did I Fall For That, che sembra un omaggio ai Police, certamente all’epoca la band di punta della scena inglese. Ma l’unico momento davvero morbido è dato dal pianoforte che governa la meditabonda One Life’s Enough, messaggio riveduto e corretto di My Generation; più che morire prima di diventar vecchio, il nostro Protagonista oggi attesta che, con il passato eccezionale che ha avuto, una vita sola per lui sarà più che sufficiente. Come dargli torto.

Ascoltando quest’opera, decima della serie da studio per il gruppo londinese, è dura, tanto per scimmiottare il titolo, non lasciarsi prendere dalla nostalgia per quello che avrebbe potuto essere un futuro fulgido e che invece si ferma qui. E’altrettanto poco consolante il pensiero che almeno si chiuda in bellezza. Si, lo so, ventiquattro anni più tardi (avessi detto…) uscirà Endless Wire, ma quello è in pratica un lavoro solista di Townshend con voce di Daltrey, non è più Who, dopo la scomparsa del gigante buono. E dopo troppi anni, troppe riunioni per soldi, troppa acqua sotto i ponti. Cry If You Want? Non è il caso, però questo It’s hard resta una prova davvero piacevole, e se non ha avuto le lodi e il successo che meritava, è per contingenze prettamente temporali. Né è testimonianza un pezzo come I’ve Known No War, che addensa in sei minuti il messaggio di Final Cut e avrebbe potuto ottenere un’eco devastante, se la golden age della band non fosse tramontata fulmineamente dopo il 7 settembre 1978.

 

ALAN PARSON'S PROJECT - EYE IN THE SKY

21 MAGGIO 2011

Uno dei migliori album dell’ìntera produzione del duo, se non il migliore in assoluto, e certamente una delle opere più significative del decennio, grazie alla varietà di espressioni, toni e poetiche in essa espressi.
Eye In The Sky
funziona in quanto collezione di rock songs di altissimo livello, il che non era propriamente scontato, dato che Woolfson & Parsons arrivavano da una stagione progressive o comunque di concept-album, e dopo un azzeccato disco a tema quale Turn Of A Friendly Card, questo non era esattamente il tipo di materiale che ci si potesse attendere. Eppure tutto procede perfettamente, senza la minima sbavatura. I due toccano ogni soglia stilistica, invariabilmente con risultati più che convincenti.

Portentose sono le espressioni più melodiche che troviamo nell’opera. Silence And I, uno dei due brani interpretati dallo stesso Woolfson, è coinvolgente sinfonia che inneggia all’ascolto di particelle di vita che normalmente rimangono sconosciute, d’esistenza che pulsa oltre gli assurdi strepiti quotidiani e conduce attraverso il giardino incantato dell’ampio intermezzo orchestrale, brillante e diversificato, prima della ripresa del tema e del “grand” finale. You’ re Gonna Get Your Fingers Burned è, al contrario, il pezzo rock per autonomasia, ben suonato, divertente, trascinante, che descrive un rapporto tra umani vorticoso e precario che si adatta perfettamente alla melodia, ed introduce una side B più movimentata rispetto al primo lato.

Il suono che ricopre i brani è sempre pulito, accattivante. Non c’è un solo momento di noia. Nitido esempio, la title track, Eye In The Sky, che sfrutta l’intro di atmosfera di Sirius e si dipana poi in un efficace, lento crescendo sfociante in un refrain che non può non fiondarsi dritto verso la cima delle charts. Degno di nota anche l’ argomento trattato, ossia l’incombere della Big Brother Era, l’ invasione mediatica e la conseguente frantumazione della privacy, tematiche che tante polemiche avrebbero suscitato, vent’anni dopo.

Degna di menzione anche la piece strumentale di Mammagamma, sentiero funky-rock elettromagnetico sul quale i nostri si destreggiano con la massima disinvoltura. Le prime tre note uguali non bastano a giustificare l’accusa rivolta al gruppo di plagio verso Another Brick In The Wall, e a quasi trent’anni di distanza l’immagine che torna alla mente è piuttosto l’arrembaggio alle dance-floor che si manifestava ogni volta che la consolle sparava il pezzo.
E come in ogni prodotto di rilievo, non mancano i tributi, ringraziamenti ai maestri cui i Parsons e soci hanno attinto a piene mani. Children Of The Moon è l’omaggio ai Beatles: l’interpretazione di David Paton pare tratta da una delle (più riuscite) prove soliste di Mc Cartney, per non parlare dell’arrangiamento dei fiati, splendente eredità dell’Estate dell’ Amore. Gli stessi Pink Floyd invece, con cui Alan Parson lavorò brillantemente per la realizzazione di Dark side, ispirano l’eterea, affascinante Gemini, arricchita da una crescente, stuzzicante sequenza d’accordi in maggiore.
C’è persino, a metà del lato B, “l’ angolo del pop”, di classe of course, ad aggiungere un tocco di easy listening al vinile, sotto forma di Step By Step e Psychobabble, intriganti numeri disco che forse rimuovono l’attributo “assoluto” alla definizione “capolavoro”, ma non vorrei apparire eccessivamente critico.

Il giudizio su Eye In The Sky non può non risentire dal fatto che l’album si concluda con una track che s’avvicina assai alla concezione di canzone perfetta, praticamente impersonandola. Old And Wise è un sublime carme in musica che conduce l’ascoltatore, attraverso le fugaci, transitorie nebbie dei tempi sino al supremo epilogo del cammino umano, allorchè “le parole che ci ferivano sfileranno via come venti d’autunno” e “l’ultima cortina d’ottusità svanirà dinanzi ai nostri occhi”. L’ultimo minuto della canzone, e del disco, è percorso da un maestoso assolo di sax che sembra accompagnare l’uomo che ha trovato la pace verso la dimensione superiore.

Il picco qualitativo, ed insieme al successivo Ammonia Avenue anche quello commerciale, della produzione degli Alan Parson’s Project. Da non perdere, s’intende.

 

BLUR - BLUR

14 MAGGIO 2011

In caso sussistano ancora dubbi sul fatto che i Blur rappresentino una delle più creative bands provenienti dal regno di Sua Maestà tra gli Ottanta e i Novanta, è vivamente consigliato l’ascolto dell’opera omonima del 1997, in genere poco celebrata ma imbevuta di variegate innovazioni che la distaccano dalla massa informe dei gruppi indie-rock dell’epoca.
E’un piacevolissimo viaggio in un genere più colto, più maturo da parte dei quattro trentenni, evidentemente stufi dell’idolatria da teenager, sempre inversamente proporzionata alla considerazione degli addetti ai lavori, per quanto potesse importar loro.

Si apre con il middle rock di Beetle Bum, che va oltre il risaputo omaggio ai fab four, creando una melodia coprente e affascinante che non avrebbe ad esempio sfigurato tra i solchi del White Album. Il trash metal di Song 2, la cui sequenza d’accordi ricalca tortuosi sentieri garage punk, e della gemella Chinese bombs, è un gancio sul muso a chi definisce Coxon e soci come i fratellini gentili degli Oasis. In verità, la crescita versatile dei ragazzi, l’ ampliamento della ricerca tecnica, è in quest’ opera lampante. MOR strizza l’occhio al glam epocale di vent’anni prima senza perdersi in vani scimmiottamenti. E dato che dalla casa discografica avranno fatto notare che per campare ci vuole l’hit single, il gruppo sforna l’allegro tricorde di On Your Own, con quel fare goliardico che trasforma il brano in inno nel refrain. Ironicamente sarà Song 2 ad avere più successo.

Il genio spesso sottostimato di Graham Coxon s’esprime nei 218 secondi di You’re So Great, ballata acustico-distorta interpretata in modo sinistramente anticonvenzionale dal chitarrista. Pare che lo stesso sia stato il più acceso promotore di un progresso stilistico non più rimandabile e questo suo pezzo ne rappresenta brillante prototipo. Per il resto, le caratteristiche melodiche insite nel complesso sono presenti in toto. Vedi la colorata fantasia degli arrangiamenti, la dissonanza delle armonie, talvolta agli antipodi delle basi melodiche del brano eppure sempre magistralmente funzionali, vedi la “spazialità” aggiunta al piccolo blues di Country Sad Ballad Man, o la macchina del tempo di Theme From Retro arricchita di un Hammond profumato di psichedelia, o i tocchi trip-hop e la fuzz guitar della malinconia ipnotica di Death Of A Party. Ancora, la dilatazione della pacata Strange News From Another Star, trasportata su un’altra dimensione da un tappeto d’ effetti sonori repentinamente disarmonici, che lascia campo al rock caustico di I’m Just A Killer For Your Love, con wah-wah, distorsioni e riffs gracchianti, cesellati insieme in una sorta di caos organizzato.

Look inside America rischia uno stridente auto plagio tramite una strofa troppo ammiccante a Country House, prima di virare su un inciso di tutt’altro spessore musicale, corroborato da una piacente parte di piano e arpa nel bridge. Il finale è tutto nel rock elettrico di Movin on. E naturalmente nell’ossessiva Essex Dogs, che riduce a brandelli l’immagine della popband sorridente e inutile con una mini picture soundtrack in minore, che se aspettavano tre anni potevano chiedere ai Radiohead d’inserirla in Kid A, con tanto di ghost track finale.

L’eclettismo della band permette ai quattro di evadere dal golden pop corner in cui lo stesso successo di Great Escape li aveva confinati e di assumere finalmente la meritata dimensione internazionale, a livello di critica intendo, perché di pubblico ce l’avevano già da un decennio ormai, che meritavano. E il meglio doveva ancora venire, anche se sarebbe durato poco.

 

PETER GABRIEL - US

7 MAGGIO 2011

Dopo diciassette anni di carriera da solista, ecco infine l’opera più personale, il disco in cui più di ogni altro il menestrello di Bath si mette a nudo in maniera tanto incisiva da apparire quasi sfrontata. Un Gabriel intimo dunque, il che suona in un certo senso come una novità, considerando che i soggetti della sua penna sono prevalentemente elementi descrittivi, epici o sociali. L’ ex-Genesis è comunque stato raramente protagonista delle proprie liriche.

In Us compaiono brani dove le paure e le inquietudini di un età matura sono dipinte in modo coinvolgente e raccolto, come in Blood of Eden; nel bridge, la vicinanza e la protezione della persona amata rassicura e conforta l’anima impaurita del protagonista, in una delle piu dolci espressioni dell’album. Bisogno d’amore e di cure ribadito in modo insistente anche in Love To Be Loved. Entrambi i brani sono governati da melodie pensierose, quasi meste; qui è però il pensiero positivo che ha la meglio, il rimedio dell’amore e della presenza del bene sconfigge lo sconforto.
Ma non mancano brani in cui il malessere dell’autore s’esprime quasi con aggressività. Digging In The Dirt, primo singolo e brano di maggior successo dell’album, è un brano violento, in cui Gabriel si sente “sporco e appiccicoso”, e prende a male parole il partner in un rock pesante ed efficace, che peraltro racchiude un’intimazione di soccorso se possibile ancora più accorata delle precedenti, proprio nel bel mezzo del refrain.

Gli arrangiamenti world vedono ridotto il loro usuale ruolo primario, limitandosi a vestire in un modo discreto gran parte del primo lato ed assumendo una parte dominante in soli due pezzi: nella meditativa Fourteen Black Paintings, ove, tra un doudouk, un djembe e un surdu, il nostro teorizza su come passare dalla sofferenza e dal dolore al cambiamento e a una svolta concreta, (Il titolo deriva da una mostra di un semisconosciuto artista texano, nella quale erano esposti quattordici dipinti dedicati ai diritti umani) e nella successiva Only Us, che si trascina cantilenando come un ruscelletto ai margini della giungla. Niente a che vedere con le vette emozionali raggiunte da quelli che sono le massime espressioni dell’album, ossia Come Talk To Me e Washing Of The Water. Nel primo caso, l’esigenza insopprimibile di riprendere contatto con persone (familiari, nello specifico) che parevano staccarsi inesorabilmente, porta il nostro a implorarli senza vergogna pur di recuperare gli affetti perduti ("per favore, parla con me come facevamo una volta, potremo scacciare questa sofferenza…"). Il lirismo e la solennità di Washing esprimono invece il desiderio di purificazione del nostro e la smania di ancorarsi, finalmente, alla terra ferma (forse venticinque anni di viaggi e ribalte iniziavano a presentare il conto?)

Non tutte le tracks del disco sono tanto pregne di tensione. Eccellente è Steam, rhythm’n’rock allegrotto e solo in apparenza ordinario, tra le pieghe del testo non mancano difatti riferimenti a situazioni personali. Trascinante, a ragione selezionata come singolo, la canzone resterà tuttavia piuttosto ignorata dalle charts, scontando forse anche una pretesa quanto infondata similitudine con Sledgehammer.
Sono certamente lontani i tempi delle grandi narrazioni fiabesche, accompagnate da articolate ed affascinanti melodie prog. La musica è diretta, pur avvalendosi di arrangiamenti variegati; non a caso la parola “real” compare nell’album ben 12 volte. Veleggiando placidamente verso la fine dell’opera, oltrepassando il superfluo riempitivo di Kiss That Frog, blando esercizio funky vanamente riempito di tastiere e percussioni, ma oltremodo insipido (ed anche alquanto esplicito a livello di testo), si arriva infine alla resa dei conti. La conclusione è la prospettiva di una vita a due ripulita dagli errori e le incomprensioni del passato, una riflessione quieta accompagnata da una melodia cristallina, di disarmante semplicità. Secret World sembra chiudere il cerchio replicando positivamente alle ansie di Come Talk To Me.

Musicalmente il disco, nonostante qualche sbavatura, è davvero gradevole, pezzi quali i due succitati o anche Washing Of The Water sono da annoverare tra i migliori dell’intera produzione del cantautore, anche se è l’introspezione dei temi trattati la prerogativa che rende Us un episodio a sé stante nella sua discografia.

 

SUPERTRAMP - BROTHER WHERE YOU BOUND

30 APRILE 2011

Nel momento in cui avevano finalmente (e meritatamente…) varcato la soglia del grande successo, alla fine dell’1983 i Supertramp subiscono una perdita potenzialmente devastante, vale a dire l’abbandono del chitarrista/tastierista Roger Hodgson, una delle due anime creative della band. Ma come vedremo più avanti, per Brother Where You Bound, edito dai quattro superstiti nel 1985, è appropriata la definizione di disco dimostrativo, più che di transizione. Nel primo lato troviamo una collezione di brani pop-rock di classe, guidati dal piano di Rick Davies, ora unico leader e voce solista, che a ben vedere qualche affanno lo mostrano. Mancando del “middle-eight” di Roger, il nostro pare talvolta eccedere nell’autoindulgenza (l’incalzante riff di Cannonball; scelto come singolo e comunque premiato dalle classifiche, ribadito per quasi otto minuti), in atmosfere eccessivamente dark condite da giri discendenti in minore già ascoltati (Better Days) o dagli inevitabili interventi di sax del buon Halliwell. Il lato A manca di quella solarità che decorava le opere precedenti (It’s Raining Again l’esempio più lampante); pur registrando qualche buono spunto (la grinta di Still In Love, la crudezza e il fascino cattivo di No Inbetween) risulta magari eccessivamente monotematico.

I testi di questa prima facciata appaiono piuttosto amari, sia che esprimano sarcastiche considerazioni sullo star system in No Imbetween, o che descrivano gli imbonitori politici con le facce munifiche da campagna elettorale di Better Days. Cannonball e Still In Love manifestano sentimenti contrastanti e complementari, ed è difficile non scorgere nei panni del destinatario delle invettive astiose ma contemporaneamente bramose per una riconciliazione il vecchio compagno di viaggio. Naturalmente Davies negherà ogni riferimento ad Hodgson.

Ma parlavamo di disco dimostrativo, ed ecco infatti che il lato B riporta, in modo del tutto inatteso, al concept-rock che faceva spesso capolino nei più importanti capitoli della loro produzione anni ’70. Brother Where You Bound, anatema anti-guerra espanso su oltre 16 minuti, si snoda attraverso una prima parte hard-rock, certificata da un crudo assolo dell’illustre ospite Gilmour a tempo dimezzato. Nella parte mediana il brano si tinge di colorature jazz presentando uno spezzato a base di piano dissonante, che fa da ponte per un prolungato finale accelerato, ove il duetto tastiere-chitarra Davies-Gilmour fa davvero scintille e conclude nel migliore dei modi l’imponente esercizio progressive. Ma non l’album, per quello è preposto un outro elegante, lirico, infine positivo: Ever Open Door, propone una melodia posata ed ariosa, libera dalle tensioni dei brani che l’hanno preceduta, ed il pensiero che denota è vera e propria dichiarazione d’intenti: apertura al mondo, a nuove esperienze, alla vita che cambia ma anche a eventuali ritorni…come non leggerne un messaggio di disgelo nei confronti dell’ex collega Hodgson? Malgrado alcuni sporadici tentativi di riunione, il chitarrista non sarebbe più rientrato alla base, collezionando una carriera solistica dignitosa anche se non prolifica, il che non è necessariamente un male, Rick e soci mantengono tutt’ora il marchio Supertramp, ciononostante le opere successive a Brother Where You Bound sono inevitabilmente marcate dalla stanchezza e dalla routine. Quest’album, apprezzato dal pubblico (sfiorerà la top-20 in America), è l’ultima affermazione di rilievo del talento di Rick Davies, come Famous Last Words tre anni prima lo era stato del genio collettivo dei Supertramp; si chiudono qui, dignitosamente, quindici anni di onorata carriera.

 
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