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STING - NOTHING LIKE THE SUN

16 APRILE 2011

All’inizio della decade, al momento dei successi planetari dei Police con singoli quali Don’t Stand So Close To Me, era certamente arduo ipotizzare che, solo otto anni dopo, il suo leader e principale compositore avrebbe pubblicato un’opera tanto distante, sia a livello di testi che stilisticamente. Quasi tutti i brani inclusi in Nothing Like The Sun sono brillanti esempi di introspezione interiore o denuncia sociale, espressa però sommessamente, come una protesta che parte dagli strati più infimi della condizione umana ma sa scuotere le coscienze.

Gli esempi migliori di quanto sopra si esprimono proprio nelle due tracks più riuscite. In Fragile, il tributo va ad un ingegnere civile americano ucciso dai ribelli in Nicaragua, ma l’autore dedicherà più volte la canzone alle vittime dell’11 settembre ed ai loro cari. They Dance Alone descrive la povera vicenda delle donne cilene che danzano sole, a ricordare il sacrificio delle vittime civili della dittatura di Pinochet. Sono brani d’una delicatezza commovente, non c’è rabbia ma nemmeno rassegnazione; il ballo solitario di queste madri, vedove e figlie, ha la dignità e la forza di un vero inno alla vita. (Il pezzo è ulteriormente impreziosito dalla presenza dell’amico Mark Knopfler).

Smaglianti esempi di autoanalisi affiorano nella ritmata opener The Lazarus Heart: ecco la figura della madre che crea difese immunitarie per il figlio, imbevendolo di forza e coraggio per il futuro; la donna è descritta con ammirazione, ed è facile coglierne l’omaggio di Sting alla propria madre, da poco mancata; Be Still My Beating Heart rappresenta dal canto suo un’invocazione di pace e riposo, dopo vicissitudini ed emozioni non sempre positive, e rappresenta una delle più intense espressioni dell’album. La melodia, raccolta e suggestiva, è arricchita dell’ex-collega Andy Summers.

Questo disco non è un capolavoro assoluto solo perché contiene qualcosa di piuttosto indigesto e completamente slegato dal contesto dell’album. Aggiunta all’ultimo momento su insistenza della casa discografica che voleva l’hit-single a tutti i costi, We’ll Be Together è una canzone sgraziata, frivola e solo parzialmente riscattata dagli arrangiamenti e la classe di Sumner. Viene da pensare che Sting volesse farsi beffe dell’ottusità dei dirigenti dell’A&M offrendo loro una dance-hit priva del minimo spessore artistico ma altamente remunerativa all’incasso (raggiunse il settimo posto nelle charts USA), che resta fortunatamente l’unica occasione esecrabile di Nothing Like The Sun. Anche la leggerezza inculcata nell’ambito del disco dal singolo Englishman In New York, la cui storia è tutta racchiusa nel titolo, porta a risultati di ottima fattura e di certo più decorosi rispetto al 45 precedente. Il pezzo in questione è uno dei migliori prototipi della nuova tendenza jazz-rock inaugurata da The Dream Of The Blue Turtles: Rock Steady e Sister Moon ne sono due altri archetipi, decisamente affascinanti nella loro diversità. Sia la lenta, pensierosa lode alla luna, quasi un seguito “buonista” di Moon Over Bourbon Street, che la veloce e divertente parodia dell’Arca di Noè e dei suoi due improbabili lavoranti aggiungono nuove gradazioni di pregio ad un lavoro realmente apprezzabile. In mezzo a tanta qualità, anche gli avvertimenti moralistici ed i pessimismi di History Will Teach Us Nothing sono più digeribili che altrove ed addirittura funzionali all’umore complessivo dell’opera. (In questa occasione riaffiorano le venature reggae che avevano caratterizzato la prima fase stilistica della vecchia band di Gordon).

L’ardente anima rock del bassista di Newcastle può apparire, in questo secondo long-playing solista, sgradevolmente soffocata, ma le tematiche trattate traggono sicuramente vantaggio da melodie più riflessive che aggressive, ed a parte l’infelice episodio di We’ll Be Together, gli arrangiamenti ed il sound globale di Nothing Like The Sun risultano assolutamente appropriati, incluso l’omaggio a Hendrix inserito verso la fine dell’album. La tranquilla chiusura di The Secret Marriage esprime lo struggimento verso una chimera spesso agognata nella letteratura come nella musica, ossia l’unione assoluta, indissolubile di due entità, corpi o anime che siano, libere da vincoli e restrizioni economiche, religiose e quant’altro. Senza entrare nel merito del discorso, appare questa una conclusione idonea per un album che comunque manifesta speranza. Per la disillusione e lo sconforto, ci sarà (abbondantemente) tempo.

 

FRANCESCO DE GREGORI - PRENDERE O LASCIARE

9 APRILE 2011

Il De Gregori ermetico, quello burbero, quello che è troppo di sinistra, quello che in televisione mai (tantomeno a Sanremo), infine quello che nell’estate del 1996 si chiude in uno studio di registrazione e se ne esce con questo disco. In un momento di impasse imbarazzante per la musica italiana, tra l’inadeguatezza delle nuove proposte ed il decadimento ineluttabile di alcuni storici esponenti, Prendere e lasciare rappresenta un deciso segno di non-allineamento. Una somma di oltre vent’anni di lavoro, ove tutto si esprime con compiutezza e sostanza, con due sole tracce di cantautorato nell’accezione classica del termine, ossia nella title-track, presentata in doppia versione nonché nella commovente Stelutis Alpiinis. Prendere e lasciare è un brano che scalcia e disgrega il mito del cantautore quale gestore di segreti e verità: “…bisogna fare e disfare, prendere e lasciare, siamo come cani senza padrone..”, impietosa e dissacrante ammissione della necessità di una guida; il secondo pezzo è un poetico racconto alpestre impreziosito dalla chitarra classica che crea un’atmosfera rarefatta e suggestiva.

Ma siamo felici di registrare come sia il rock, un rock deciso e per nulla banale, a farla da padrone nell’album. Vedasi il singolo L’agnello di Dio, introdotto dal secco suono di un rullante funky, un brano solo in apparenza risaputo, con le sue molteplici denunce socio/morali; la peculiarità consiste però nella costernazione, nella richiesta d’aiuto a un Entità superiore, coinvolgente nella sua semplicità: “aiutami a fare come si può..prenditi tutto quello che ho..dovunque sarai, sarò”. Una preghiera accorata, un attestato di fede magari sorprendente visto il personaggio, ma non per questo meno sincero. Positività, dunque. Ribadita, con forza anche nella vigorosa Tutti hanno un cuore, il che è innegabile, nonostante le vite marginali descritte nel testo. L’anelare al perdono; la voglia di espiazione. Condizioni espresse nella cruenta Fine di un killer, tardivo pentimento di un lestofante colto da un presagio di sventura, massacro descritto con una saltellante andatura “irish”. Con decisione sono narrate anche le conflittualità imperanti tra simili, siano esse quelle dell’ambigui protagonisti di Compagni di viaggio o dei complici di Baci da pompei; in entrambi i casi un latente senso di speranza permane nel vago sfumare dei brani.

La delicatezza di Jazz riporta ad esortazioni più leggere e terrene (“fa che duri il tempo..”), ma non per questo meno pressanti per l’uomo; reiterate qui e la nella sublime Rosa rosae, così struggente nel breve intermezzo strumentale, e nella sensuale Prendi questa mano zingara. Il punto più alto del disco è senza dubbio Un guanto. Una dolce melodia accompagna questo piccolo ed indifeso protagonista attraverso mille ed una situazioni, e simboleggia la fuga dalle inibizioni, lo scacciare la paura di vivere. Lo svincolarsi da tutto ciò che ci impedisce di volare “oltre il luogo, l’azione, il tempo consentito", fino a posarsi nel “quadro infinito ove psiche e cupido governano insieme”. Un affresco che chiude in bellezza un disco davvero convincente, meno cupo ed ermetico di altre opere del cantautore, aperto al futuro che avanza ingombrante sotto forma di nuovo millennio.

 

PINK FLOYD - A MOMENTARY LAPSE OF REASON

1 APRILE 2011

La falsa (ri)partenza

Si pensa erroneamente che l’ultimo disco dei Pink Floyd sia datato 1994, mentre la storia del gruppo ha in realtà termine con The Wall, risalente a quindici anni prima. L’estromissione di Wright, la riduzione di Gilmour e Mason allo status di poco più che session man, celebrava il dominio di Waters ma decretava intanto la fine della band. Così assistiamo negli anni ’80 a due opere soliste, una di Roger (Final Cut) e una di David (Momentary lapse of reason), sotto l’ingannevole sigla Pink Floyd. Dopo la pubblicazione di Final e l’aspra battaglia legale che seguì, con l’abbandono di Waters, non sembravano esserci davvero motivi per posticipare ulteriormente lo scioglimento. L’uscita di A Momentary Lapse Of Reason fu per certi versi una delusione, perché non fece che rafforzare la convinzione che fosse meglio lasciar perdere.

Una manciata di belle canzoni (l’incantevole Learning To Fly su tutte, meglio ancora della ballata sicura On The Turning Away) sul primo lato, un eccesso di ripetitività, di dejà-vu sul secondo. Alcuni brani strumentali, irreprensibilmente suonati, d’effetto e d’atmosfera, di cui la parte più toccante è l’assolo di sax di Terminal Frost, che però poi si dilata in un finale superfluo. Rock pesante nella pacifista Dogs Of War, e più funky nella ostica One Slip. Ma brani come Yet Another Movie o anche la epica Sorrow che chiude l’album, sanno troppo di classico floydiano per urlare al miracolo. Troppo scheletrici nella loro uniformità, ci si aspetta solo che parta l’ovvio assolo di chitarra senza uno spunto creativo particolare, qualcosa che dia un motivo per ritenere l’album una maturazione stilistica. Non aiuta il tardivo e limitato inserimento di Rick Wright, qui in veste di semplice salariato, prima della definitiva reintegrazione in Division Bell; le sue soluzioni compositive avrebbero forse migliorato l’esito dell’opera. Dicasi la stessa cosa per gli arrangiamenti, certamente ariosi e lontani dal minimalismo watersiano, ma a loro modo altrettanto incompleti, ed eccessivamente basati su chitarra e tastiere; qualche pezzo lento guidato dal pianoforte, misteriosamente assente dal disco, avrebbe certamente giovato, senza per forza scomodare Great Gig In The Sky. Non molto da dire sui testi, dei quali il più interessante pare essere proprio l’haiku della doppia A New Machine, apprezzabile pure sul piano melodico. Val la pena ricordare come, curiosamente, con le parole di Dogs Of War o anche Turning Away, Gilmour parrebbe volersi riagganciare alle tematiche sociali tanto care al suo ex compagno bassista, nel tentativo forse di guadagnare considerazione a livello poetico.

Si potrebbe dire, in soldoni, che ciò che manca è proprio l’inventiva di Waters, che non a caso aveva raggiunto negli anni l’egemonia nel songwriting. Final Cut avrà forse deluso chi riteneva i Floyd fossero ancora un’unica essenza come in Meddle o Dark Side e specialmente chi aborriva la dilagante paranoia sociale del suo autore, ma a livello emozionale raggiungeva apici mai visti, nemmeno in Wish You Were Here. Non è il caso di Momentary purtroppo, e meglio avrebbe fatto Gilmour a portare avanti quella che era la sua intenzione originale, ossia uscirsene con la sua terza opera solistica ed appendere al chiodo il marchio Pink Floyd. Magari nel tentativo di affrancarsi dal grande circo floydiano e crearsi una nuova dimensione artistica. Ma le leggi del mercato sono altre.

 

THE BEATLES - ABBEY ROAD

26 MARZO 2011

Il canto del cigno

Più ancora che in Sgt.Pepper's, i cui effettivi meriti artistici vennero amplificati dall'ambito storico-generazionale in cui era stato pubblicato, o in The Beatles, che pur nell'elevatissimo standard raggiunto dà l'impressione di una raccolta di brani solisti con indirizzi e caratteristiche ben distinti tra loro, sembra risiedere proprio in Abbey Road l'ultima espressione collettiva del genio collettivo dei quattro di Liverpool.
Emesso otto mesi prima di Let it be, ma registrato dopo quest'ultimo, tra il luglio ed il settembre '69, questo disco segnala la definitiva maturazione di George Harrison, i cui due brani sono universalmente reputati i migliori della sua produzione, nonchè spesso additati come il picco qualitativo dell'intero album. Melodicamente il "cucciolo" non aveva ormai più nulla da invidiare al maestro McCartney, e con Something gli verrà finalmente tributato l'onore di un lato A nei singoli della band, accompagnato da Come Together sul retro. Quest'ultima è forse la canzone più famosa dell'opera e puro Lennon: un rock ipnotizzante, cattivo, nella tradizione pesante di Dig a Pony o Yer Blues. Il concetto si dilata nella successiva I want you, estremamente elettrificata, così ossessivamente brutale nel suo riff scarno e potente; solo la personalità dell'ex baronetto poteva reggere un ambito tanto essenziale e privo di fronzoli. Un anticipazione di quella che sarà la sua irripetibile opera prima da solista.
Il lato A propone per il resto un McCartney ispirato nell'intensa Oh! Darling e la curiosa scenetta di Maxwell's Silver Hammer, storia di un allegro psicopatico (nemmeno l'unico rappresentato nell'opera) resa con la dovuta leggerezza stempera-tensione, nell'atmosfera retrò tanto amata dal bassista. Octopus's Garden vede i ragazzi tornare ventenni spensierati in mezzo al mar diretti da capitan Ringo nella sua allegra seconda prova compositiva.

Il vero capolavoro è in agguato all'inizio della facciata B e risponde al nome di Here Comes The Sun. I guai finanziari, le beghe interne al gruppo, il matrimonio traballante con la signora Boyd, il tutto macinato da una semplice acustica in casa Clapton (ironia della sorte...) ed ecco per George la meritata consacrazione. Il pezzo introduce il celeberrimo medley che perdurerà per l'intero lato. Because e Sun king sono il lato gentile di Lennon, quello etereo e sognante e drammaticamente lontano da una pesante banalità, come dimostrano ad esempio i maestosi cori intrecciati a tre voci. Questi pezzi sono intervallati dalla maccartiana You Never Give Me Your Money, robusta suite a tre parti gonfia di riferimenti alla situazione economica della "Apple" che rilancia un Paul finora certo piuttosto defilato.

Ancora due brani di Lennon, che sono altrettanti ritratti di personaggi quantomeno strampalati, certamente inquietanti: l'urbana Mean Mr. Mustard e la velocissima Polytheme Pam, genuino r'nr' dei bei tempi che furono, il cui solo strumentale introduce la migliore manifestazione di Macca nell'opera, cioè She Came In Through The Bathroom Window, che vede il ragazzo esibirsi in un altro brano rock di sicura presa, accattivante e di classe quanto basta per salvarsi dal ritrito; la stessa classe che lo porta a sfornare di seguito il lento incedere di Golden Slumbers, inno melodico di notevole spessore che avrebbe meritato più popolarità di quella in seguito ottenuta. Sfocia nella corale Carry That Weight/The end, la quale si sviluppa in un grintoso crescendo strumentale di matrice quasi hard'n'heavy ad ennesima dimostrazione che Abbey Road è certamente l'opera più brillante e matura che sia scaturita dall'inarrivabile produzione dei quattro. Il finale è Paul, che filosofeggia: "Alla fine, l'amore che prendi è uguale all'amore che dai", forse un tentativo di razionalizzare l'imminente fine della band.

I Beatles avevano probabilmente ancora bisogno di sè stessi, lo dimostreranno le non eccezionali prime opere soliste di Paul, la progressiva discesa nell'a
nonimato di Ringo, la lunga crisi artistica di John dal '75, le alterne fortune di George. Ma tant'è.