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PETER GABRIEL - US

7 MAGGIO 2011

Dopo diciassette anni di carriera da solista, ecco infine l’opera più personale, il disco in cui più di ogni altro il menestrello di Bath si mette a nudo in maniera tanto incisiva da apparire quasi sfrontata. Un Gabriel intimo dunque, il che suona in un certo senso come una novità, considerando che i soggetti della sua penna sono prevalentemente elementi descrittivi, epici o sociali. L’ ex-Genesis è comunque stato raramente protagonista delle proprie liriche.

In Us compaiono brani dove le paure e le inquietudini di un età matura sono dipinte in modo coinvolgente e raccolto, come in Blood of Eden; nel bridge, la vicinanza e la protezione della persona amata rassicura e conforta l’anima impaurita del protagonista, in una delle piu dolci espressioni dell’album. Bisogno d’amore e di cure ribadito in modo insistente anche in Love To Be Loved. Entrambi i brani sono governati da melodie pensierose, quasi meste; qui è però il pensiero positivo che ha la meglio, il rimedio dell’amore e della presenza del bene sconfigge lo sconforto.
Ma non mancano brani in cui il malessere dell’autore s’esprime quasi con aggressività. Digging In The Dirt, primo singolo e brano di maggior successo dell’album, è un brano violento, in cui Gabriel si sente “sporco e appiccicoso”, e prende a male parole il partner in un rock pesante ed efficace, che peraltro racchiude un’intimazione di soccorso se possibile ancora più accorata delle precedenti, proprio nel bel mezzo del refrain.

Gli arrangiamenti world vedono ridotto il loro usuale ruolo primario, limitandosi a vestire in un modo discreto gran parte del primo lato ed assumendo una parte dominante in soli due pezzi: nella meditativa Fourteen Black Paintings, ove, tra un doudouk, un djembe e un surdu, il nostro teorizza su come passare dalla sofferenza e dal dolore al cambiamento e a una svolta concreta, (Il titolo deriva da una mostra di un semisconosciuto artista texano, nella quale erano esposti quattordici dipinti dedicati ai diritti umani) e nella successiva Only Us, che si trascina cantilenando come un ruscelletto ai margini della giungla. Niente a che vedere con le vette emozionali raggiunte da quelli che sono le massime espressioni dell’album, ossia Come Talk To Me e Washing Of The Water. Nel primo caso, l’esigenza insopprimibile di riprendere contatto con persone (familiari, nello specifico) che parevano staccarsi inesorabilmente, porta il nostro a implorarli senza vergogna pur di recuperare gli affetti perduti ("per favore, parla con me come facevamo una volta, potremo scacciare questa sofferenza…"). Il lirismo e la solennità di Washing esprimono invece il desiderio di purificazione del nostro e la smania di ancorarsi, finalmente, alla terra ferma (forse venticinque anni di viaggi e ribalte iniziavano a presentare il conto?)

Non tutte le tracks del disco sono tanto pregne di tensione. Eccellente è Steam, rhythm’n’rock allegrotto e solo in apparenza ordinario, tra le pieghe del testo non mancano difatti riferimenti a situazioni personali. Trascinante, a ragione selezionata come singolo, la canzone resterà tuttavia piuttosto ignorata dalle charts, scontando forse anche una pretesa quanto infondata similitudine con Sledgehammer.
Sono certamente lontani i tempi delle grandi narrazioni fiabesche, accompagnate da articolate ed affascinanti melodie prog. La musica è diretta, pur avvalendosi di arrangiamenti variegati; non a caso la parola “real” compare nell’album ben 12 volte. Veleggiando placidamente verso la fine dell’opera, oltrepassando il superfluo riempitivo di Kiss That Frog, blando esercizio funky vanamente riempito di tastiere e percussioni, ma oltremodo insipido (ed anche alquanto esplicito a livello di testo), si arriva infine alla resa dei conti. La conclusione è la prospettiva di una vita a due ripulita dagli errori e le incomprensioni del passato, una riflessione quieta accompagnata da una melodia cristallina, di disarmante semplicità. Secret World sembra chiudere il cerchio replicando positivamente alle ansie di Come Talk To Me.

Musicalmente il disco, nonostante qualche sbavatura, è davvero gradevole, pezzi quali i due succitati o anche Washing Of The Water sono da annoverare tra i migliori dell’intera produzione del cantautore, anche se è l’introspezione dei temi trattati la prerogativa che rende Us un episodio a sé stante nella sua discografia.

 

SUPERTRAMP - BROTHER WHERE YOU BOUND

30 APRILE 2011

Nel momento in cui avevano finalmente (e meritatamente…) varcato la soglia del grande successo, alla fine dell’1983 i Supertramp subiscono una perdita potenzialmente devastante, vale a dire l’abbandono del chitarrista/tastierista Roger Hodgson, una delle due anime creative della band. Ma come vedremo più avanti, per Brother Where You Bound, edito dai quattro superstiti nel 1985, è appropriata la definizione di disco dimostrativo, più che di transizione. Nel primo lato troviamo una collezione di brani pop-rock di classe, guidati dal piano di Rick Davies, ora unico leader e voce solista, che a ben vedere qualche affanno lo mostrano. Mancando del “middle-eight” di Roger, il nostro pare talvolta eccedere nell’autoindulgenza (l’incalzante riff di Cannonball; scelto come singolo e comunque premiato dalle classifiche, ribadito per quasi otto minuti), in atmosfere eccessivamente dark condite da giri discendenti in minore già ascoltati (Better Days) o dagli inevitabili interventi di sax del buon Halliwell. Il lato A manca di quella solarità che decorava le opere precedenti (It’s Raining Again l’esempio più lampante); pur registrando qualche buono spunto (la grinta di Still In Love, la crudezza e il fascino cattivo di No Inbetween) risulta magari eccessivamente monotematico.

I testi di questa prima facciata appaiono piuttosto amari, sia che esprimano sarcastiche considerazioni sullo star system in No Imbetween, o che descrivano gli imbonitori politici con le facce munifiche da campagna elettorale di Better Days. Cannonball e Still In Love manifestano sentimenti contrastanti e complementari, ed è difficile non scorgere nei panni del destinatario delle invettive astiose ma contemporaneamente bramose per una riconciliazione il vecchio compagno di viaggio. Naturalmente Davies negherà ogni riferimento ad Hodgson.

Ma parlavamo di disco dimostrativo, ed ecco infatti che il lato B riporta, in modo del tutto inatteso, al concept-rock che faceva spesso capolino nei più importanti capitoli della loro produzione anni ’70. Brother Where You Bound, anatema anti-guerra espanso su oltre 16 minuti, si snoda attraverso una prima parte hard-rock, certificata da un crudo assolo dell’illustre ospite Gilmour a tempo dimezzato. Nella parte mediana il brano si tinge di colorature jazz presentando uno spezzato a base di piano dissonante, che fa da ponte per un prolungato finale accelerato, ove il duetto tastiere-chitarra Davies-Gilmour fa davvero scintille e conclude nel migliore dei modi l’imponente esercizio progressive. Ma non l’album, per quello è preposto un outro elegante, lirico, infine positivo: Ever Open Door, propone una melodia posata ed ariosa, libera dalle tensioni dei brani che l’hanno preceduta, ed il pensiero che denota è vera e propria dichiarazione d’intenti: apertura al mondo, a nuove esperienze, alla vita che cambia ma anche a eventuali ritorni…come non leggerne un messaggio di disgelo nei confronti dell’ex collega Hodgson? Malgrado alcuni sporadici tentativi di riunione, il chitarrista non sarebbe più rientrato alla base, collezionando una carriera solistica dignitosa anche se non prolifica, il che non è necessariamente un male, Rick e soci mantengono tutt’ora il marchio Supertramp, ciononostante le opere successive a Brother Where You Bound sono inevitabilmente marcate dalla stanchezza e dalla routine. Quest’album, apprezzato dal pubblico (sfiorerà la top-20 in America), è l’ultima affermazione di rilievo del talento di Rick Davies, come Famous Last Words tre anni prima lo era stato del genio collettivo dei Supertramp; si chiudono qui, dignitosamente, quindici anni di onorata carriera.

 

ALBERTO FORTIS - ALBERTO FORTIS

23 APRILE 2011

Pianista, batterista, compositore, poeta, cantante. Questo il biglietto da visita di un giovane Alberto Fortis allorchè appena ventitreenne incide l’album omonimo che vedrà poi la luce nel 1979.

Alberto Fortis
prende forma da una matrice prettamente cantautoriale, ove si consideri che la maggior parte dei brani ricalca lo schema classico delle canzoni da “one-man show”, sequenze di strofe intervallate dal riff di base, più eventualmente piccole variazioni sul tema (per lo più strumentali) espresse una volta o due al massimo. Ne sono esempi In soffitta, La sedia di lillà, Il duomo di notte, A voi Romani, La pazienza. Da questa base si diramano tuttavia composizioni di maggior respiro, tra cui Sono contento di voi o rock atletici come Milano e Vincenzo e Nuda e senza seno. Dettò ciò, potrei anche terminare qui la recensione, dato che tutto quello che vi serviva sapere ve l’ho detto. Senonchè un sottile ma infrangibile filo azzurro lega ognuna di queste tracce. E’ un filo certificatore di qualità assoluta, che non viene meno in nessun momento del vinile. Sia che esso decolli dall’irresistibile verve polemico/sarcastica di A voi Romani, che soltanto i più beceri ed ottusi possono interpretare come semplice attacco campanilistico; sia che esso si dipani alto sopra la povere storia di solitudine ed abbandono della Sedia di Lillà, brano d’un lirismo e di una tensione interpretativa da veterano, sia che atterri felicemente nella ending L’amicizia, inno al più inossidabile dei sentimenti che "vorremmo fosse lei l’amore".

Due sono le peculiarità fondamentali che danno tono e lustro all’opera prima del cantautore ossolese: il coraggio e la poesia. Il coraggio, potremmo dire la temerarietà, che porta il giovanotto a fare delle prime due canzoni del disco due dichiarazioni di guerra: dopo la già citata A voi Romani, la dura invettiva di Milano e Vincenzo è allo stesso tempo una lode sperticata alla sua città d’adozione ed un violento sfogo contro il discografico (romano..) che tarpava le ali all’artista, il tutto reso sotto forma di uno ska irresistibile con piano e tastiera in grande risalto. La poesia s’esprime in gradazioni differenti. Quella senza speranza della suddetta Sedia di Lillà, dove vivissima è la disperazione di chi ha subito un doppio tradimento, dalla vita e dall’uomo e non vuole più lottare (“l’ombra non voleva stare sulla sedia di Lillà”); la prolungata suite strumentale che accompagna il triste epilogo di quest’esistenza rifiutata trasporta l’ascoltatore lungo i viali dell’oblio e della pace tanto anelata e infine raggiunta dal protagonista. La poesia tetra e desolata della filastrocca di morte de In soffitta o quella dell’intricata battaglia morale del personaggio destinato a soccombere ne La pazienza, pezzi dipinti in tonalità melodiche tanto semplici (la scala discendente di basso di Patrick Djivas ne In soffitta è l’abc dello strumento) quanto struggenti.

L’astrattismo dei testi di Fortis ha una nuova, significativa espressione nell’eterea Il duomo di notte, ritratto di un giovane frustrato nelle proprie ambizioni e aspettative dalle deludenti quotidianità di una vita mediocre, ove non bastino entusiasmo a forza a sorreggere i propri sogni e ci si debba rituffare in un ambiente limitativo e canzonatorio. Il tappeto sonoro, pacato e malinconico, è la cornice ideale a farci immaginare il protagonista che si sente piccolo ed insignificante di fronte all’imponenza e la suggestione del tempio notturno. Astrattismo che diventa lucida follia, nell’irripetibile Nuda e senza seno, ove l’eroe è l’ilare psicopatico della porta accanto, il jack the ripper che potrebbe nascondersi in ognuno di noi e non rinuncia a piccole stilettate di misoginia. Se Fortis è un pazzo, è però un pazzo che non disdegna di concedersi riflessioni mature e lungimiranti, quando nella quieta Sono contento di voi valuta che “alla fine le battaglie, i premi e le viltà saranno dei ricordi”. E se possiamo facilmente concordare che non si tratta proprio di un’esternazione nuova di zecca, va altresì ribadito che non è davvero consueto reperire elucubrazioni del genere tra i testi di bizzarri musicisti poco più che ventenni.
Uno dei migliori dischi d’esordio che io abbia mai avuto la fortuna di ascoltare.

 

STING - NOTHING LIKE THE SUN

16 APRILE 2011

All’inizio della decade, al momento dei successi planetari dei Police con singoli quali Don’t Stand So Close To Me, era certamente arduo ipotizzare che, solo otto anni dopo, il suo leader e principale compositore avrebbe pubblicato un’opera tanto distante, sia a livello di testi che stilisticamente. Quasi tutti i brani inclusi in Nothing Like The Sun sono brillanti esempi di introspezione interiore o denuncia sociale, espressa però sommessamente, come una protesta che parte dagli strati più infimi della condizione umana ma sa scuotere le coscienze.

Gli esempi migliori di quanto sopra si esprimono proprio nelle due tracks più riuscite. In Fragile, il tributo va ad un ingegnere civile americano ucciso dai ribelli in Nicaragua, ma l’autore dedicherà più volte la canzone alle vittime dell’11 settembre ed ai loro cari. They Dance Alone descrive la povera vicenda delle donne cilene che danzano sole, a ricordare il sacrificio delle vittime civili della dittatura di Pinochet. Sono brani d’una delicatezza commovente, non c’è rabbia ma nemmeno rassegnazione; il ballo solitario di queste madri, vedove e figlie, ha la dignità e la forza di un vero inno alla vita. (Il pezzo è ulteriormente impreziosito dalla presenza dell’amico Mark Knopfler).

Smaglianti esempi di autoanalisi affiorano nella ritmata opener The Lazarus Heart: ecco la figura della madre che crea difese immunitarie per il figlio, imbevendolo di forza e coraggio per il futuro; la donna è descritta con ammirazione, ed è facile coglierne l’omaggio di Sting alla propria madre, da poco mancata; Be Still My Beating Heart rappresenta dal canto suo un’invocazione di pace e riposo, dopo vicissitudini ed emozioni non sempre positive, e rappresenta una delle più intense espressioni dell’album. La melodia, raccolta e suggestiva, è arricchita dell’ex-collega Andy Summers.

Questo disco non è un capolavoro assoluto solo perché contiene qualcosa di piuttosto indigesto e completamente slegato dal contesto dell’album. Aggiunta all’ultimo momento su insistenza della casa discografica che voleva l’hit-single a tutti i costi, We’ll Be Together è una canzone sgraziata, frivola e solo parzialmente riscattata dagli arrangiamenti e la classe di Sumner. Viene da pensare che Sting volesse farsi beffe dell’ottusità dei dirigenti dell’A&M offrendo loro una dance-hit priva del minimo spessore artistico ma altamente remunerativa all’incasso (raggiunse il settimo posto nelle charts USA), che resta fortunatamente l’unica occasione esecrabile di Nothing Like The Sun. Anche la leggerezza inculcata nell’ambito del disco dal singolo Englishman In New York, la cui storia è tutta racchiusa nel titolo, porta a risultati di ottima fattura e di certo più decorosi rispetto al 45 precedente. Il pezzo in questione è uno dei migliori prototipi della nuova tendenza jazz-rock inaugurata da The Dream Of The Blue Turtles: Rock Steady e Sister Moon ne sono due altri archetipi, decisamente affascinanti nella loro diversità. Sia la lenta, pensierosa lode alla luna, quasi un seguito “buonista” di Moon Over Bourbon Street, che la veloce e divertente parodia dell’Arca di Noè e dei suoi due improbabili lavoranti aggiungono nuove gradazioni di pregio ad un lavoro realmente apprezzabile. In mezzo a tanta qualità, anche gli avvertimenti moralistici ed i pessimismi di History Will Teach Us Nothing sono più digeribili che altrove ed addirittura funzionali all’umore complessivo dell’opera. (In questa occasione riaffiorano le venature reggae che avevano caratterizzato la prima fase stilistica della vecchia band di Gordon).

L’ardente anima rock del bassista di Newcastle può apparire, in questo secondo long-playing solista, sgradevolmente soffocata, ma le tematiche trattate traggono sicuramente vantaggio da melodie più riflessive che aggressive, ed a parte l’infelice episodio di We’ll Be Together, gli arrangiamenti ed il sound globale di Nothing Like The Sun risultano assolutamente appropriati, incluso l’omaggio a Hendrix inserito verso la fine dell’album. La tranquilla chiusura di The Secret Marriage esprime lo struggimento verso una chimera spesso agognata nella letteratura come nella musica, ossia l’unione assoluta, indissolubile di due entità, corpi o anime che siano, libere da vincoli e restrizioni economiche, religiose e quant’altro. Senza entrare nel merito del discorso, appare questa una conclusione idonea per un album che comunque manifesta speranza. Per la disillusione e lo sconforto, ci sarà (abbondantemente) tempo.

 

FRANCESCO DE GREGORI - PRENDERE O LASCIARE

9 APRILE 2011

Il De Gregori ermetico, quello burbero, quello che è troppo di sinistra, quello che in televisione mai (tantomeno a Sanremo), infine quello che nell’estate del 1996 si chiude in uno studio di registrazione e se ne esce con questo disco. In un momento di impasse imbarazzante per la musica italiana, tra l’inadeguatezza delle nuove proposte ed il decadimento ineluttabile di alcuni storici esponenti, Prendere e lasciare rappresenta un deciso segno di non-allineamento. Una somma di oltre vent’anni di lavoro, ove tutto si esprime con compiutezza e sostanza, con due sole tracce di cantautorato nell’accezione classica del termine, ossia nella title-track, presentata in doppia versione nonché nella commovente Stelutis Alpiinis. Prendere e lasciare è un brano che scalcia e disgrega il mito del cantautore quale gestore di segreti e verità: “…bisogna fare e disfare, prendere e lasciare, siamo come cani senza padrone..”, impietosa e dissacrante ammissione della necessità di una guida; il secondo pezzo è un poetico racconto alpestre impreziosito dalla chitarra classica che crea un’atmosfera rarefatta e suggestiva.

Ma siamo felici di registrare come sia il rock, un rock deciso e per nulla banale, a farla da padrone nell’album. Vedasi il singolo L’agnello di Dio, introdotto dal secco suono di un rullante funky, un brano solo in apparenza risaputo, con le sue molteplici denunce socio/morali; la peculiarità consiste però nella costernazione, nella richiesta d’aiuto a un Entità superiore, coinvolgente nella sua semplicità: “aiutami a fare come si può..prenditi tutto quello che ho..dovunque sarai, sarò”. Una preghiera accorata, un attestato di fede magari sorprendente visto il personaggio, ma non per questo meno sincero. Positività, dunque. Ribadita, con forza anche nella vigorosa Tutti hanno un cuore, il che è innegabile, nonostante le vite marginali descritte nel testo. L’anelare al perdono; la voglia di espiazione. Condizioni espresse nella cruenta Fine di un killer, tardivo pentimento di un lestofante colto da un presagio di sventura, massacro descritto con una saltellante andatura “irish”. Con decisione sono narrate anche le conflittualità imperanti tra simili, siano esse quelle dell’ambigui protagonisti di Compagni di viaggio o dei complici di Baci da pompei; in entrambi i casi un latente senso di speranza permane nel vago sfumare dei brani.

La delicatezza di Jazz riporta ad esortazioni più leggere e terrene (“fa che duri il tempo..”), ma non per questo meno pressanti per l’uomo; reiterate qui e la nella sublime Rosa rosae, così struggente nel breve intermezzo strumentale, e nella sensuale Prendi questa mano zingara. Il punto più alto del disco è senza dubbio Un guanto. Una dolce melodia accompagna questo piccolo ed indifeso protagonista attraverso mille ed una situazioni, e simboleggia la fuga dalle inibizioni, lo scacciare la paura di vivere. Lo svincolarsi da tutto ciò che ci impedisce di volare “oltre il luogo, l’azione, il tempo consentito", fino a posarsi nel “quadro infinito ove psiche e cupido governano insieme”. Un affresco che chiude in bellezza un disco davvero convincente, meno cupo ed ermetico di altre opere del cantautore, aperto al futuro che avanza ingombrante sotto forma di nuovo millennio.

 
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