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GENESIS - WIND AND WUTHERING

23 GENNAIO 2018

 

Dopo essere riusciti in un’impresa cui pochi, nell’ambiente e fuori, davano credito, ossia di poter proseguire l’attività professionale di gruppo malgrado la dipartita di Peter Gabriel, l’anno precedente, senza impoverire gli elevati standard qualitativi cui avevano abituato pubblico e critica, tramite la pubblicazione dell’eccellente “A trick of the tail”, Banks, Collins Hackett e Rutherford rioccupano sorprendentemente gli scaffali degli stores con un nuovo prodotto a meno di sei mesi di distanza.
Nel dicembre dello stesso 1976 esce infatti “Wind and Wuthering”, ottavo album della loro discografia, che miete la medesima considerazione, sotto ogni aspetto. Eppure questa può essere, a parere di chi scrive, definito il primo passo nella seconda fase della band. Dopo anni trascorsi quasi unicamente nell’ambito del progressive, proprio qui appaiono le prime tracce di quel pop-rock, certamente meno nobile ma assai più remunerativo, che contraddistinguerà poi il resto della parabola professionale del gruppo.

Ancora una volta è Tony Banks, a livello di songwriting, a fare la parte del leone. E’ la sua penna a tratteggiare l’epica “One for the vine”, anatema antiguerra che dichiara il proprio intento sin dal primo verso “Fifty thousand men were sent to do the will of one”. Brillante e profonda, e al solito ispirata e coinvolgente e livello strumentale, con le consuete, ingegnose variazioni che da sempre costituiscono il marchio di fabbrica Genesis. Lo stesso dicasi per “All in a mouse’s night”,  pur estremamente differente a livello di testo (una simpatica favoletta per bambini).  Oppure “Eleventh Earl of Mar”, con contributi alla stesura di Hackett e Rutherford, che riprende il caro, vecchio tema di miti e leggende: “Bury your memories bury your friends, - Leave it alone for a year or two. - Till the stories go hazy and the legends come true,- Then do it again. Some things never end”. Le sognanti praterie delle tastiere, i tocchi struggenti di chitarra ribadiscono in questi brani che il rock sinfonico è ancora la via principale.

Il più significativo segnale che il progressive sia duro a morire in casa Genesis lo dà il doppio strumentale; “Unquiet slumbers for the sleepers…” “… In that quiet earth”. Toni irrequieti, schizofrenici cambi d’atmosfera, dramma e commedia e la massima esaltazione possibile da parte di qualsiasi ascoltatore che abbia sognato tra quei solchi fatati, dal 1970 in poi. E ancora, la bellissima “Blood on the rooftops”, inedita collaborazione Collins-Hackett. Ma è proprio il chitarrista l’assoluto protagonista del pezzo. Una delicata introduzione di chitarra classica, qualcosa che, da “Horizons” in poi, il musicista avrebbe dovuto osare più frequentemente nei dischi del complesso. Strofe leggere, intimiste, quasi recitate, più che cantate, da Phil. Il refrain è incisivo e ipnotico, grottesco nel suo raziocinante sarcasmo: “Let’s skip the news boy (I’ll go and make some tea) - Arabs and Jews boy (too much for me) - They get me confused boy (puts me off to sleep) - And the thing I hate–Oh Lord! - Is staying up late, to watch some debate, on some nation’s fate.” Il finale si libra svenevole nell’etere; spenta, meglio distrutta, l’inutile e dannosa televisione, meglio dormire, e sognare. Poi succede che si mettono insieme Tony e Phil e creano un divertissement da tre minuti, denominato “Wot Gorilla?”. Un filler? Forse, anche se piacevole all’orecchio.

Dove s’intrufola il pop, di classe e quant’altro, ma sempre pop, è nelle ultime due tracce che analizziamo. La prima è una gemma, che tiene elevato il livello globale del prodotto: “Afterglow”, di Tony Banks, è pervasa da un accompagnamento di tastiera caldo e avvolgente, con la chiusura in minore in ogni verso a preservare la melodia dal banale. Meno interessante invece, “Your own special way” di Rutherford, in fondo non dissimile, ma priva della delicatezza e la ricercatezza della collega. In comune hanno testi non certo eccelsi, amore e dintorni, che in fondo rivestono da sempre le canzoni pop. E il fatto che proprio "Your own special way" diventerà il primo vero hit-single dell’intera storia della band, la dice lunga su quelli che in fondo sono i gusti del pubblico, ed è uno dei motivi della metamorfosi stilistica che i Genesis intraprendono a partire da questo album.

 

GODDESS IN YOU - THE JAINS

24 NOVEMBRE 2017

 

Semplicità e linearità è nelle costruzioni delle canzoni quanto nella formazione della band, rock allo stato grezzo, senza fronzoli, aggressivo ma a tratti dolce e spirituale: ecco Goddess in you

Si presentano con una dura e graffiante sequenza di quattro accordi e il suono secco di una chitarra elettrica (lo zampino di Steve Albini non si lascia attendere): è It Hurts, biglietto da visita delle Jains. In alcuni passaggi di Stella's Been Asking, secondo brano del secondo lavoro del duo, la duttile voce di Kris Reichert (canadese, già nota in Italia come vj di Mtv) si ammorbidisce lasciando trasparire la sensualità femminile che permea l'album, mentre la protesta gridata di Talking About God richiede un ritorno al registro più duro e un giro di accordi che non lascerà indifferente Courtney Love; poi l'immersione in The Coldest Second, lento in cui solo la chitarra si accompagna alla voce cangiante di Kris.

Sonorità ruvide ed aspre restano il minimo comun denominatore dell'album e brani come Forever, Mermaid Antra, Andreas The Skies Hear Your Call ne sono la riconferma. Fondamentale a tal proposito il tocco "maleducato" di Anna Di Pierno (batteria) capace di trasmettere all'ascoltatore un messaggio di autenticità e sincerità che vale alle Jains un posto di tutto rispetto e credibilità all'interno del panorama indie-rock nazionale.

Attualmente impegnate in un tour che attraversa l'intera Italia, il duo italo-canadese ha dimostrato con Goddess in You le migliori intenzioni e i giusti requisiti per ricercare quello che, auspicabilmente in un futuro prossimo, sarà il lavoro della definitiva affermazione.

 

5 BRANI PER 3 VOCI STRUMENTALI

3 NOVEMBRE 2017

 

 

Terza opera edita (su canali alternativi, ovviamente, come devono fare tutti gli aspiranti artisti che non possono passare attraverso i sentieri privilegiati della grande distribuzione) dal giovane autore/esecutore STF, "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si segnala per le doti che avevamo già intuito dai lavori precedenti: eccentricità e disprezzo degli schemi.

Partiamo con "La forma classica", nel quale STF espone subito una propria peculiarità melodica, ossia la capacità di installare, su un giro base (parafrasando il titolo, un giro classico..) variazioni via via più discordanti che non minano, anzi arricchiscono l'idea principale che viene, come nelle migliori tradizioni, riproposta verso il finale. Ne "i cinque superstiti", il tema si fa più complesso ed arzigogolato, con coprenti sezioni di basso ad immettere toni di gravità, conviventi in maniera efficace con le sonorità squillanti che caratterizzano la traccia. Molto meno immediato del pezzo d'apertura, segue andature frastagliate ed incerte, tratteggiate da mani insicure, che s'affidano al destino. Superstiti nel mondo, forse? La risposta arriva nella track successiva: "Diminuire con passione". Comprende una serie di temi che si succedono fitti fino a metà esecuzione, dove troviamo un free groove che fa da spartiacque prima che gli stessi riappaiano nella seconda parte. Tutto va e tutto torna, dunque, e non è detto che sia poi un male.

Risonanze gotiche, reminiscenze di un progressive à la Goblin, si palesano all'ascolto de "Il valore dell'uguaglianza", colorazioni fosche e in continuo mutamento conducono ad una risoluzione fulminea, inattesa, a dimostrazione che STF ha ben in mente la lezione dei maestri del genere degli anni tra il '68 e il '76, portando avanti, con una propria impronta beninteso, la rivalutazione di uno stile architettonico che era già iniziata a metà degli anni ottanta con bands come i Marillion. Una proposta artistica che viene sviluppata e portata a compimento con il brano ultimo, "Moderatamente nostalgica", sprigionante musicalità forse ancora più grevi, ma brillanti e genuine nel loro repentino trasformarsi.

All'ascoltatore più attento non sfuggirà come il mood di "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si modifichi in maniera costante nel corso del disco, come se l'umore dell'esecutore si obnubilasse, per poi rischiararsi ed offuscarsi nuovamente, seguendo sentieri d'ispirazione mutante: è l'idea della scala, il concetto base dell'opera intera.

Possiamo anche fornirne una chiave di lettura a cura dell'autore stesso: "Come recita il proverbio “nella vita ci sono tante scale c’è chi scende e chi sale”; così anche in musica, uno dei cardini fondamentali è proprio l'immagine della scala. La scala è la dinamo che aziona il suono, un pensiero se vogliamo in contrasto con quello del grande Debussy. Questi brani, la loro sonorità, le dinamiche, gli strumenti utilizzati e perfino il tempo, cessano d'avere importanza. Quello che si vuole risaltare è l’idea di scala come portatrice di tutto il lavoro. E in questo caso ho utilizzato per la strumentazione tre strumenti a corda ma è soltanto una convenzione: possono essere eseguite infatti con qualsivoglia gruppo di strumenti. Anzi, invito gli ascoltatori a provarci e ad inviarmi le loro impressioni!!"

Chi voglia raccogliere la sfida è ben accetto. Nel frattempo, per ascoltare il disco di STF: stf.restrorm.com/albums

 

FRANCO BATTIATO - LA VOCE DEL PADRONE

14 OTTOBRE 2017

 

Disco sul quale s’è dibattuto a lungo, a seconda dall’ottica dell’ascoltatore considerato punto di svolta artistico o segno d’ineluttabile discesa a compromessi commerciali, fatto sta che “La voce del padrone” è il vero breakthrough del cantautore siciliano, il quale scopre alla veneranda età di trentasei anni il mainstream success che “L’era del cinghiale bianco” e “Patriots” gli avevano lasciato solamente assaporare.

Certo, la raccolta consta di sette passaggi, ognuno dei quali destinato, chi più chi meno, a raggiungere una popolarità abbagliante; è doveroso però sottolineare come questo sia uno dei casi in cui qualità e quantità procedano quasi di pari passo, in maniera pressochè costante.

“Bandiera bianca”, vero e proprio inno nazionale di quel fatidico 1981, riassume la filosofia graffiante, (auto)ironica e spesso fuorviante di Battiato. Tra citazioni di Beethoven, Sinatra, Vivaldi, Dylan e Sorrenti (!) e palate di palta su classi dirigenti (rima non voluta), il nostro cuce un riff d’organo ipnotico, ripetitivo e vincente, che introduce al glorioso refrain. Minima immoralia forse, ma massima efficacia.

Gli stessi concetti valgono per “Centro di gravità permanente”. L’inciso è basato sulla più elementare sequenza d’accordi possibile, risultando peraltro enigmatico a sufficienza per far strabuzzare gli occhi dell’ascoltatore più naif. La strofa contempla gli usuali viaggi pindarici di Franco, secondo uno schema già collaudato nelle prove precedenti, per condire poi il tutto con coretti yeh yeh ed assortiti richiami anglofoni.

 

Le altre tracce sono, per così dire, più monotematiche. “Summer on a solitary beach” è un polveroso, assolato ricordo esotico, rinfrescato da una brezza sottile e dal gustoso contrasto, nella seconda parte, tra la melodia lenta e soffice e la batteria raddoppiata. Desiderio di libertà nella reiterata invocazione “mare, voglio affogare..portami lontano ad affogare, via da queste sponde, portami lontano sulle onde..” .  Oppure il sogno erotico de “Il sentimento nuevo”, che ripercorre in ficcanti flash le performance amorose di creature mitiche della storia sino a riscoprirne nell’attualità il più recondito, prodigioso diletto. Il tutto riverberato in armonie trascinanti, che contribuiscono sostanzialmente al gradimento generalizzato suscitato dall’opera intera. Appena più decadente la nenia in minore di “Segnali di vita”, che è una tra le migliori melodie dell’album, seppur non la più meritevole, come vedremo. Il testo stavolta narra di malesseri interiori (un tema che sarà assai più largamente sviscerato nel successivo “Orizzonti perduti”) e cattura momenti di lirismo assai intenso (“Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire, le luci fanno ricordare le meccaniche celesti”). Ingegnose e ricercate le soluzioni armoniche, con uso sapiente dei diminuiti, un vero lampo di classe.

L’atletica “Cuccuruccuccu”, che comprende la celebre strofa a risposta corale, riporta in prima linea l’eroe commerciale, la figura immediatamente abbinabile al cliché, la canzone che tutti in spiaggia hanno ballato e cantato un’estate, il che in fondo è anche l’unico merito d’una traccia non impeccabile, che risulta coinvolgente sul piano rock ma ripropone ogni ritrito stereotipo che hanno ultimamente caratterizzato i contenuti delle proposte battiatesche. Citazioni inglesizzante coniugate ad immagini storiche, gettando nel calderone Mina, Beatles, profughi afghani, pellerossa americani.. insomma passabile, piacevole ma non esattamente un capolavoro.

Se vogliamo abbinare questo termine desueto, magari un po’ presuntuoso, a una delle sette tracce della “Voce”, la scelta obbligata ricade su “Gli uccelli”. Testo d’infinita semplicità e sensibilità, che si stende su un tappeto musicale delicato ed avvolgente. Nessun ermetismo, l’allegoria accecante del volo libero e assoluto di chi nella vita non proverà mai dolori o rinunce o rimorsi o rimpianti. La ripresa finale con la salita di tono è da antologia. Lo struggimento procede pari passo con la bellezza della melodia, il classico brano che, come si diceva una volta, vale da solo l’intero lavoro; certamente ne è, con “Segnali di vita”, la punta qualitativa.

Difficile dire se “La voce del padrone” meritasse fino in fondo l’enorme seguito popolare che ha suscitato

Il merito certo è quello d’aver elevato il proprio autore da artista di nicchia a (super)star, con tutti gli annessi e connessi. Certamente il lavoro è ben fatto, ascoltabile,coinvolgente, persino divertente, sotto qualche aspetto; un po’ furbo, e in grado di mascherare comunque con il carisma una (sporadica) latitanza di contenuti.

 

INVISIBLES - ERM 78

26 SETTEMBRE 2017

 

Sarebbe facile liquidare la faccenda con un semplice «Bell'album, ma già  sentito», oppure tentare di spiegarsi il fascino del primo ascolto con un lapidario «Orecchiabile». Perché se l'impatto è quello di una musica piacevolmente familiare, le motivazioni non sono certo così superficiali. Quando ascolterete gli Invisibles, nel loro disco d'esordio, ERM 78, datato 2003, non cercate di decifrare influenze, somiglianze, non tentate di incasellarli in definizioni di genere né di cadere nella facile tentazione di un paragone con una lunga serie di più celebri cugini d'oltremanica: potreste averli già  persi di vista.

Piuttosto bisogna lasciarsi trasportare dal timbro limpido e vibrante del vocalist e polistrumentista Vincenzo Firrera: fin dall'opener Gunny la linea della voce, staccandosi senza conflittualità  da una base elettronica di suoni aspri, distorti e all'occasione dissonanti, crea una sorta di rapporto confidenziale con l'ascoltatore; il finale swingato è una bella sorpresa a conclusione di un brano che già  non ne era privo. Away,, pop esemplare, scorre via con la più classica delle strutture compositive. Con Cabaà§a ci troviamo decisamente più ad est: le scale, sostenute dalle sonorità , si spostano su intervalli mediorientali mentre le chitarre si alternano ed intrecciano in arrangiamenti sofisticati.
Per non farsi mancare nulla arriva anche la lingua francese su una vecchia giostra di valzer musette: «c'est finit» chiosa Vincenzo sullo spegnersi di Interludio. L'ascolto di Good Dream Bad Dream, brano notevole e ruffiano, è un piacere: doppia voce con salto in falsetto di un'ottava, aperture spudoratamente melodiche a pieni strings; e l'effetto è assicurato. Semplicemente chitarra acustica e due voci, passa senza dare troppo nell'occhio Frame. Nella successiva Looser, tra una strofa l'altra, mentre la linea melodica si muove su una struttura decisamente articolata, fa capolino addirittura una tromba, cui poi è affidato il finale: una sorta di botta e risposta free.

MIDI file è una sorta di track-spia la cui unica funzione sembra essere sottolineare l'importante componente sintetica dell'album; subito dopo, il classico arpeggio di Leaf prepara al congedo finale. La voce di un homeless ringrazia per gli spiccioli e arriva l'effettiva conclusione con la ghost Brother. Fortunatamente Simone Pomini, Matteo Marmonti e Vincenzo Firrera di cose da dire ne hanno ancora parecchie ed è così che trovano uno spazio bonus altre due tracce: la stupenda Emigration Song e una meno esaltante The Army. Ad accrescere il valore di questa scarna formazione, tuttavia, è un elemento che purtroppo non si può evincere dall'ascolto di un album: durante l'esibizione dal vivo le idee e i suoni degli Invisibles prendono forma con la massima naturalezza ed espressività  e il riscontro del pubblico ne è una prova più che soddisfacente.

 
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