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RITMO TRIBALE - PSYCHORSONICA

16 MARZO 2018

 

Ultimo disco dei Tribali con la classica line-up, ossia Edda alla voce e Andrea Scaglia al backup, “Psycorsonica” vede la luce appena un anno dopo l’esaltante “Mantra”, e tanto per sgombrare subito il campo da equivoci ne rappresenta una prosecuzione in tutto e per tutto meno brillante. La potenza dei suoni, la durezza cristallina, da sempre tratto distintivo della band, viene ripetutamente relegata in secondo piano, per favorire toni più languidi, riflessivi, coprenti.  Le prime due canzoni, “Oceano” e “Base luna”, costituiscono una dichiarazione d’intenti: atmosfere ipnotiche, sincopate, prive di raddoppi o accelerazioni di sorta; è in entrambi i casi il middle eight, affidato a Scaglia, a graffiare, così come era già capitato, ad esempio, per “Amara”.  Ma è un trend che si mantiene piuttosto costante per tutto il primo lato dell’album, passando per “Yamuna”, peraltro uno dei motivi più convincenti per l’energia di strofa e ponte, o il mellifluo cheek-to-cheek di “Nessuna scusa”. Che si tratti d’una scelta ben definita è palese, ad esempio, in “Psycho”, che presenta un invasato wall of sound nel refrain durante il quale però tempi e stacchi non mutano mai.

A livello di testi, al di là di cripticità buttate qua e là, specialmente nelle tracce più lente, denuncia e inquietudine sono, al solito, i capisaldi del messaggio tribale. Il tema della fuga, presente chiaramente in “Base luna”: (“..tu, voglio di più, fuggire dalla terra..liquidata delicatamente, ti sei già rotto il cazzo di lei e il suo progetto famiglia italiana, tu e i tuoi bambini che giocano per strada..”), oppure quello della negazione, il rifiuto (“Non è questo il migliore dei possibili mondi per me”, da “Yamuna”). Sempre che possa essere considerata una peculiarità positiva, da “Psycorsonica” traspare assai più ponderazione che istinto, vedi “Due milioni” o “Jesus”.

Gli invasati raddoppi che uno s’aspetta arrivano in “Disincentivato”, uragano trash che racchiude in poco più di due minuti la summa di una decina d’anni di duro lavoro, un oasi piacevole che perdura anche per il rock atletico di “Invisibile”, pulito, diretto, senza la minima implicazione dark, grunge o quant’altro. Con i dovuti distinguo, pare di recuperare la purezza di “Kriminale”, anche se la mancanza di rabbia è ormai un fatto acquisito. Sintomi di crossover si rilevano nella succitata “Jesus” o nella sinistroide “Spazi autogestiti”, e un punto a favore del disco lo segnano poi le mansuetudini assortite di “12 linee” (“questa si chiama rivoluzione umana / e non è facile vincere”) o “Assorbimi”.

Tutto sta nel prendere cognizione del timbro soft che pervade l’intera opera: il discorso è  che nella maggior parte dei casi si parla di episodi che in genere non “accendono”, come invece capitava regolarmente tra i solchi di “Mantra” o “Kriminale”.

Mai come nel caso di “Psycorsonica”, fortunatamente, vale il detto di “dulcis in fundo”. Il pezzo di chiusura recupera molte delle simpatie alienate da un ascolto tutto sommato abbastanza monocorde. “Universo” ripropone in un botto energia, consapevolezza, persino l’entusiasmo che latita per il resto del disco. Il lugubre andamento della melodia in minore, l’anatema di Edda mormorato nel terzo verso “hai avuto tutto, io invece no / a me non sembra giusto, giuro che mi vendicherò”, il mostruoso backing di Scaglia sul finale: tutto contribuisce a costruire uno degli episodi più significativi della loro intera produzione. Vista a priori tuttavia, la frase “Finirà…come fai finire me…” non è stata di gran auspicio per l’attività successiva del gruppo.



In troppe occasioni tuttavia, il sound di questo disco suona insoddisfacente. L’uniformità dei ritmi e i tempi tende ad massificare la proposta, già non eccelsa di suo. In particolare alcuni episodi, come “Psycho” o “Due milioni”, non propriamente memorabili, avrebbero tratto beneficio da una maggior fantasia a livello di arrangiamento.

Molti parlerebbero di crescita artistica, per chi conosce e ama i Ritmo sin dall’esplosività di Bocca Chiusa, è un mezzo passo falso, o almeno un quarto. Del quale i ragazzi paiono aver risentito, se è vero come è vero che dopo l’uscita di “Psycorsonica” Edda se ne andava, se non sbattendo almeno chiudendo bene la porta, e ci sarebbero voluti cinque anni per la realizzazione di un nuovo album, con Scaglia alla voce solista

 

The Legendary Indian Aquarium and Other Stories // Angela Kinczly

16 FEBBRAIO 2018

 

Dall'incontro con la Kandinsky Records nasce il primo album di Angela Kinczly, raffinata polistrumentista e poliglotta cantautrice Bresciana. Il diploma di conservatorio in chitarra lascia la sua traccia già  nel primo brano, Venus: qualche arpeggio su tappeto di grancassa e synth sfocia in un'esplosione elettrica durante il ritornello strumentale.

Ancora la chitarra, quella spagnola, domina la scena in trequarti di The Bench, bellissima costruzione armonica, melodia orecchiabile, scale e semitoni audaci, soprattutto nell'assolo di clarinetto che fa breccia nella parte conclusiva del brano. Ed è il clarinetto ad aprire e a farsi strada sinuoso tra le parole francesi della western Envie che anacronisticamente non stupirebbe se Tarantino la scegliesse per la colonna sonora di Kill Bill.

Atmosfere completamente diverse avvolgono Black Beast, parole sussurrate su uno sfondo dance che rende ancora più marcato il contrasto con il brano successivo: in Canone si respirano sonorità  medioevali, poi una cesura "sintetica" marca l'inizio della parte a canone, segue un assolo quasi psichedelico ed infine il tema iniziale è riproposto identico a se stesso: bellissima.

Ancora l'amore è il tema di Stay by my Side, lento chitarra e voce che muta in una spensierata bossanova nel ritornello. Lullaby, come dice il titolo stesso, è una nenia, una filastrocca cantata nelle due lingue inglese e francese che si chiude con il suono di un carillon a sottolinearne ulteriormente il lato infantile. Ultima traccia dell'album è Le cose più strane, singolo già  pubblicato in lingua inglese e francese che aveva portato Angela Kinczly all'attenzione di radio e critica.

Ciಠche resta al termine dell'ascolto di questo album è la percezione di trovarsi di fronte ad un'originale e competente musicista, agile compositrice, che gioca con i generi musicali e si districa con leggerezza tra suoni e strumenti: un piacere ascoltarla.

 

GENESIS - WIND AND WUTHERING

23 GENNAIO 2018

 

Dopo essere riusciti in un’impresa cui pochi, nell’ambiente e fuori, davano credito, ossia di poter proseguire l’attività professionale di gruppo malgrado la dipartita di Peter Gabriel, l’anno precedente, senza impoverire gli elevati standard qualitativi cui avevano abituato pubblico e critica, tramite la pubblicazione dell’eccellente “A trick of the tail”, Banks, Collins Hackett e Rutherford rioccupano sorprendentemente gli scaffali degli stores con un nuovo prodotto a meno di sei mesi di distanza.
Nel dicembre dello stesso 1976 esce infatti “Wind and Wuthering”, ottavo album della loro discografia, che miete la medesima considerazione, sotto ogni aspetto. Eppure questa può essere, a parere di chi scrive, definito il primo passo nella seconda fase della band. Dopo anni trascorsi quasi unicamente nell’ambito del progressive, proprio qui appaiono le prime tracce di quel pop-rock, certamente meno nobile ma assai più remunerativo, che contraddistinguerà poi il resto della parabola professionale del gruppo.

Ancora una volta è Tony Banks, a livello di songwriting, a fare la parte del leone. E’ la sua penna a tratteggiare l’epica “One for the vine”, anatema antiguerra che dichiara il proprio intento sin dal primo verso “Fifty thousand men were sent to do the will of one”. Brillante e profonda, e al solito ispirata e coinvolgente e livello strumentale, con le consuete, ingegnose variazioni che da sempre costituiscono il marchio di fabbrica Genesis. Lo stesso dicasi per “All in a mouse’s night”,  pur estremamente differente a livello di testo (una simpatica favoletta per bambini).  Oppure “Eleventh Earl of Mar”, con contributi alla stesura di Hackett e Rutherford, che riprende il caro, vecchio tema di miti e leggende: “Bury your memories bury your friends, - Leave it alone for a year or two. - Till the stories go hazy and the legends come true,- Then do it again. Some things never end”. Le sognanti praterie delle tastiere, i tocchi struggenti di chitarra ribadiscono in questi brani che il rock sinfonico è ancora la via principale.

Il più significativo segnale che il progressive sia duro a morire in casa Genesis lo dà il doppio strumentale; “Unquiet slumbers for the sleepers…” “… In that quiet earth”. Toni irrequieti, schizofrenici cambi d’atmosfera, dramma e commedia e la massima esaltazione possibile da parte di qualsiasi ascoltatore che abbia sognato tra quei solchi fatati, dal 1970 in poi. E ancora, la bellissima “Blood on the rooftops”, inedita collaborazione Collins-Hackett. Ma è proprio il chitarrista l’assoluto protagonista del pezzo. Una delicata introduzione di chitarra classica, qualcosa che, da “Horizons” in poi, il musicista avrebbe dovuto osare più frequentemente nei dischi del complesso. Strofe leggere, intimiste, quasi recitate, più che cantate, da Phil. Il refrain è incisivo e ipnotico, grottesco nel suo raziocinante sarcasmo: “Let’s skip the news boy (I’ll go and make some tea) - Arabs and Jews boy (too much for me) - They get me confused boy (puts me off to sleep) - And the thing I hate–Oh Lord! - Is staying up late, to watch some debate, on some nation’s fate.” Il finale si libra svenevole nell’etere; spenta, meglio distrutta, l’inutile e dannosa televisione, meglio dormire, e sognare. Poi succede che si mettono insieme Tony e Phil e creano un divertissement da tre minuti, denominato “Wot Gorilla?”. Un filler? Forse, anche se piacevole all’orecchio.

Dove s’intrufola il pop, di classe e quant’altro, ma sempre pop, è nelle ultime due tracce che analizziamo. La prima è una gemma, che tiene elevato il livello globale del prodotto: “Afterglow”, di Tony Banks, è pervasa da un accompagnamento di tastiera caldo e avvolgente, con la chiusura in minore in ogni verso a preservare la melodia dal banale. Meno interessante invece, “Your own special way” di Rutherford, in fondo non dissimile, ma priva della delicatezza e la ricercatezza della collega. In comune hanno testi non certo eccelsi, amore e dintorni, che in fondo rivestono da sempre le canzoni pop. E il fatto che proprio "Your own special way" diventerà il primo vero hit-single dell’intera storia della band, la dice lunga su quelli che in fondo sono i gusti del pubblico, ed è uno dei motivi della metamorfosi stilistica che i Genesis intraprendono a partire da questo album.

 

GODDESS IN YOU - THE JAINS

24 NOVEMBRE 2017

 

Semplicità e linearità è nelle costruzioni delle canzoni quanto nella formazione della band, rock allo stato grezzo, senza fronzoli, aggressivo ma a tratti dolce e spirituale: ecco Goddess in you

Si presentano con una dura e graffiante sequenza di quattro accordi e il suono secco di una chitarra elettrica (lo zampino di Steve Albini non si lascia attendere): è It Hurts, biglietto da visita delle Jains. In alcuni passaggi di Stella's Been Asking, secondo brano del secondo lavoro del duo, la duttile voce di Kris Reichert (canadese, già nota in Italia come vj di Mtv) si ammorbidisce lasciando trasparire la sensualità femminile che permea l'album, mentre la protesta gridata di Talking About God richiede un ritorno al registro più duro e un giro di accordi che non lascerà indifferente Courtney Love; poi l'immersione in The Coldest Second, lento in cui solo la chitarra si accompagna alla voce cangiante di Kris.

Sonorità ruvide ed aspre restano il minimo comun denominatore dell'album e brani come Forever, Mermaid Antra, Andreas The Skies Hear Your Call ne sono la riconferma. Fondamentale a tal proposito il tocco "maleducato" di Anna Di Pierno (batteria) capace di trasmettere all'ascoltatore un messaggio di autenticità e sincerità che vale alle Jains un posto di tutto rispetto e credibilità all'interno del panorama indie-rock nazionale.

Attualmente impegnate in un tour che attraversa l'intera Italia, il duo italo-canadese ha dimostrato con Goddess in You le migliori intenzioni e i giusti requisiti per ricercare quello che, auspicabilmente in un futuro prossimo, sarà il lavoro della definitiva affermazione.

 

5 BRANI PER 3 VOCI STRUMENTALI

3 NOVEMBRE 2017

 

 

Terza opera edita (su canali alternativi, ovviamente, come devono fare tutti gli aspiranti artisti che non possono passare attraverso i sentieri privilegiati della grande distribuzione) dal giovane autore/esecutore STF, "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si segnala per le doti che avevamo già intuito dai lavori precedenti: eccentricità e disprezzo degli schemi.

Partiamo con "La forma classica", nel quale STF espone subito una propria peculiarità melodica, ossia la capacità di installare, su un giro base (parafrasando il titolo, un giro classico..) variazioni via via più discordanti che non minano, anzi arricchiscono l'idea principale che viene, come nelle migliori tradizioni, riproposta verso il finale. Ne "i cinque superstiti", il tema si fa più complesso ed arzigogolato, con coprenti sezioni di basso ad immettere toni di gravità, conviventi in maniera efficace con le sonorità squillanti che caratterizzano la traccia. Molto meno immediato del pezzo d'apertura, segue andature frastagliate ed incerte, tratteggiate da mani insicure, che s'affidano al destino. Superstiti nel mondo, forse? La risposta arriva nella track successiva: "Diminuire con passione". Comprende una serie di temi che si succedono fitti fino a metà esecuzione, dove troviamo un free groove che fa da spartiacque prima che gli stessi riappaiano nella seconda parte. Tutto va e tutto torna, dunque, e non è detto che sia poi un male.

Risonanze gotiche, reminiscenze di un progressive à la Goblin, si palesano all'ascolto de "Il valore dell'uguaglianza", colorazioni fosche e in continuo mutamento conducono ad una risoluzione fulminea, inattesa, a dimostrazione che STF ha ben in mente la lezione dei maestri del genere degli anni tra il '68 e il '76, portando avanti, con una propria impronta beninteso, la rivalutazione di uno stile architettonico che era già iniziata a metà degli anni ottanta con bands come i Marillion. Una proposta artistica che viene sviluppata e portata a compimento con il brano ultimo, "Moderatamente nostalgica", sprigionante musicalità forse ancora più grevi, ma brillanti e genuine nel loro repentino trasformarsi.

All'ascoltatore più attento non sfuggirà come il mood di "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si modifichi in maniera costante nel corso del disco, come se l'umore dell'esecutore si obnubilasse, per poi rischiararsi ed offuscarsi nuovamente, seguendo sentieri d'ispirazione mutante: è l'idea della scala, il concetto base dell'opera intera.

Possiamo anche fornirne una chiave di lettura a cura dell'autore stesso: "Come recita il proverbio “nella vita ci sono tante scale c’è chi scende e chi sale”; così anche in musica, uno dei cardini fondamentali è proprio l'immagine della scala. La scala è la dinamo che aziona il suono, un pensiero se vogliamo in contrasto con quello del grande Debussy. Questi brani, la loro sonorità, le dinamiche, gli strumenti utilizzati e perfino il tempo, cessano d'avere importanza. Quello che si vuole risaltare è l’idea di scala come portatrice di tutto il lavoro. E in questo caso ho utilizzato per la strumentazione tre strumenti a corda ma è soltanto una convenzione: possono essere eseguite infatti con qualsivoglia gruppo di strumenti. Anzi, invito gli ascoltatori a provarci e ad inviarmi le loro impressioni!!"

Chi voglia raccogliere la sfida è ben accetto. Nel frattempo, per ascoltare il disco di STF: stf.restrorm.com/albums

 
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