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5 BRANI PER 3 VOCI STRUMENTALI

3 NOVEMBRE 2017

 

 

Terza opera edita (su canali alternativi, ovviamente, come devono fare tutti gli aspiranti artisti che non possono passare attraverso i sentieri privilegiati della grande distribuzione) dal giovane autore/esecutore STF, "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si segnala per le doti che avevamo già intuito dai lavori precedenti: eccentricità e disprezzo degli schemi.

Partiamo con "La forma classica", nel quale STF espone subito una propria peculiarità melodica, ossia la capacità di installare, su un giro base (parafrasando il titolo, un giro classico..) variazioni via via più discordanti che non minano, anzi arricchiscono l'idea principale che viene, come nelle migliori tradizioni, riproposta verso il finale. Ne "i cinque superstiti", il tema si fa più complesso ed arzigogolato, con coprenti sezioni di basso ad immettere toni di gravità, conviventi in maniera efficace con le sonorità squillanti che caratterizzano la traccia. Molto meno immediato del pezzo d'apertura, segue andature frastagliate ed incerte, tratteggiate da mani insicure, che s'affidano al destino. Superstiti nel mondo, forse? La risposta arriva nella track successiva: "Diminuire con passione". Comprende una serie di temi che si succedono fitti fino a metà esecuzione, dove troviamo un free groove che fa da spartiacque prima che gli stessi riappaiano nella seconda parte. Tutto va e tutto torna, dunque, e non è detto che sia poi un male.

Risonanze gotiche, reminiscenze di un progressive à la Goblin, si palesano all'ascolto de "Il valore dell'uguaglianza", colorazioni fosche e in continuo mutamento conducono ad una risoluzione fulminea, inattesa, a dimostrazione che STF ha ben in mente la lezione dei maestri del genere degli anni tra il '68 e il '76, portando avanti, con una propria impronta beninteso, la rivalutazione di uno stile architettonico che era già iniziata a metà degli anni ottanta con bands come i Marillion. Una proposta artistica che viene sviluppata e portata a compimento con il brano ultimo, "Moderatamente nostalgica", sprigionante musicalità forse ancora più grevi, ma brillanti e genuine nel loro repentino trasformarsi.

All'ascoltatore più attento non sfuggirà come il mood di "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si modifichi in maniera costante nel corso del disco, come se l'umore dell'esecutore si obnubilasse, per poi rischiararsi ed offuscarsi nuovamente, seguendo sentieri d'ispirazione mutante: è l'idea della scala, il concetto base dell'opera intera.

Possiamo anche fornirne una chiave di lettura a cura dell'autore stesso: "Come recita il proverbio “nella vita ci sono tante scale c’è chi scende e chi sale”; così anche in musica, uno dei cardini fondamentali è proprio l'immagine della scala. La scala è la dinamo che aziona il suono, un pensiero se vogliamo in contrasto con quello del grande Debussy. Questi brani, la loro sonorità, le dinamiche, gli strumenti utilizzati e perfino il tempo, cessano d'avere importanza. Quello che si vuole risaltare è l’idea di scala come portatrice di tutto il lavoro. E in questo caso ho utilizzato per la strumentazione tre strumenti a corda ma è soltanto una convenzione: possono essere eseguite infatti con qualsivoglia gruppo di strumenti. Anzi, invito gli ascoltatori a provarci e ad inviarmi le loro impressioni!!"

Chi voglia raccogliere la sfida è ben accetto. Nel frattempo, per ascoltare il disco di STF: stf.restrorm.com/albums

 

FRANCO BATTIATO - LA VOCE DEL PADRONE

14 OTTOBRE 2017

 

Disco sul quale s’è dibattuto a lungo, a seconda dall’ottica dell’ascoltatore considerato punto di svolta artistico o segno d’ineluttabile discesa a compromessi commerciali, fatto sta che “La voce del padrone” è il vero breakthrough del cantautore siciliano, il quale scopre alla veneranda età di trentasei anni il mainstream success che “L’era del cinghiale bianco” e “Patriots” gli avevano lasciato solamente assaporare.

Certo, la raccolta consta di sette passaggi, ognuno dei quali destinato, chi più chi meno, a raggiungere una popolarità abbagliante; è doveroso però sottolineare come questo sia uno dei casi in cui qualità e quantità procedano quasi di pari passo, in maniera pressochè costante.

“Bandiera bianca”, vero e proprio inno nazionale di quel fatidico 1981, riassume la filosofia graffiante, (auto)ironica e spesso fuorviante di Battiato. Tra citazioni di Beethoven, Sinatra, Vivaldi, Dylan e Sorrenti (!) e palate di palta su classi dirigenti (rima non voluta), il nostro cuce un riff d’organo ipnotico, ripetitivo e vincente, che introduce al glorioso refrain. Minima immoralia forse, ma massima efficacia.

Gli stessi concetti valgono per “Centro di gravità permanente”. L’inciso è basato sulla più elementare sequenza d’accordi possibile, risultando peraltro enigmatico a sufficienza per far strabuzzare gli occhi dell’ascoltatore più naif. La strofa contempla gli usuali viaggi pindarici di Franco, secondo uno schema già collaudato nelle prove precedenti, per condire poi il tutto con coretti yeh yeh ed assortiti richiami anglofoni.

 

Le altre tracce sono, per così dire, più monotematiche. “Summer on a solitary beach” è un polveroso, assolato ricordo esotico, rinfrescato da una brezza sottile e dal gustoso contrasto, nella seconda parte, tra la melodia lenta e soffice e la batteria raddoppiata. Desiderio di libertà nella reiterata invocazione “mare, voglio affogare..portami lontano ad affogare, via da queste sponde, portami lontano sulle onde..” .  Oppure il sogno erotico de “Il sentimento nuevo”, che ripercorre in ficcanti flash le performance amorose di creature mitiche della storia sino a riscoprirne nell’attualità il più recondito, prodigioso diletto. Il tutto riverberato in armonie trascinanti, che contribuiscono sostanzialmente al gradimento generalizzato suscitato dall’opera intera. Appena più decadente la nenia in minore di “Segnali di vita”, che è una tra le migliori melodie dell’album, seppur non la più meritevole, come vedremo. Il testo stavolta narra di malesseri interiori (un tema che sarà assai più largamente sviscerato nel successivo “Orizzonti perduti”) e cattura momenti di lirismo assai intenso (“Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire, le luci fanno ricordare le meccaniche celesti”). Ingegnose e ricercate le soluzioni armoniche, con uso sapiente dei diminuiti, un vero lampo di classe.

L’atletica “Cuccuruccuccu”, che comprende la celebre strofa a risposta corale, riporta in prima linea l’eroe commerciale, la figura immediatamente abbinabile al cliché, la canzone che tutti in spiaggia hanno ballato e cantato un’estate, il che in fondo è anche l’unico merito d’una traccia non impeccabile, che risulta coinvolgente sul piano rock ma ripropone ogni ritrito stereotipo che hanno ultimamente caratterizzato i contenuti delle proposte battiatesche. Citazioni inglesizzante coniugate ad immagini storiche, gettando nel calderone Mina, Beatles, profughi afghani, pellerossa americani.. insomma passabile, piacevole ma non esattamente un capolavoro.

Se vogliamo abbinare questo termine desueto, magari un po’ presuntuoso, a una delle sette tracce della “Voce”, la scelta obbligata ricade su “Gli uccelli”. Testo d’infinita semplicità e sensibilità, che si stende su un tappeto musicale delicato ed avvolgente. Nessun ermetismo, l’allegoria accecante del volo libero e assoluto di chi nella vita non proverà mai dolori o rinunce o rimorsi o rimpianti. La ripresa finale con la salita di tono è da antologia. Lo struggimento procede pari passo con la bellezza della melodia, il classico brano che, come si diceva una volta, vale da solo l’intero lavoro; certamente ne è, con “Segnali di vita”, la punta qualitativa.

Difficile dire se “La voce del padrone” meritasse fino in fondo l’enorme seguito popolare che ha suscitato

Il merito certo è quello d’aver elevato il proprio autore da artista di nicchia a (super)star, con tutti gli annessi e connessi. Certamente il lavoro è ben fatto, ascoltabile,coinvolgente, persino divertente, sotto qualche aspetto; un po’ furbo, e in grado di mascherare comunque con il carisma una (sporadica) latitanza di contenuti.

 

INVISIBLES - ERM 78

26 SETTEMBRE 2017

 

Sarebbe facile liquidare la faccenda con un semplice «Bell'album, ma già  sentito», oppure tentare di spiegarsi il fascino del primo ascolto con un lapidario «Orecchiabile». Perché se l'impatto è quello di una musica piacevolmente familiare, le motivazioni non sono certo così superficiali. Quando ascolterete gli Invisibles, nel loro disco d'esordio, ERM 78, datato 2003, non cercate di decifrare influenze, somiglianze, non tentate di incasellarli in definizioni di genere né di cadere nella facile tentazione di un paragone con una lunga serie di più celebri cugini d'oltremanica: potreste averli già  persi di vista.

Piuttosto bisogna lasciarsi trasportare dal timbro limpido e vibrante del vocalist e polistrumentista Vincenzo Firrera: fin dall'opener Gunny la linea della voce, staccandosi senza conflittualità  da una base elettronica di suoni aspri, distorti e all'occasione dissonanti, crea una sorta di rapporto confidenziale con l'ascoltatore; il finale swingato è una bella sorpresa a conclusione di un brano che già  non ne era privo. Away,, pop esemplare, scorre via con la più classica delle strutture compositive. Con Cabaà§a ci troviamo decisamente più ad est: le scale, sostenute dalle sonorità , si spostano su intervalli mediorientali mentre le chitarre si alternano ed intrecciano in arrangiamenti sofisticati.
Per non farsi mancare nulla arriva anche la lingua francese su una vecchia giostra di valzer musette: «c'est finit» chiosa Vincenzo sullo spegnersi di Interludio. L'ascolto di Good Dream Bad Dream, brano notevole e ruffiano, è un piacere: doppia voce con salto in falsetto di un'ottava, aperture spudoratamente melodiche a pieni strings; e l'effetto è assicurato. Semplicemente chitarra acustica e due voci, passa senza dare troppo nell'occhio Frame. Nella successiva Looser, tra una strofa l'altra, mentre la linea melodica si muove su una struttura decisamente articolata, fa capolino addirittura una tromba, cui poi è affidato il finale: una sorta di botta e risposta free.

MIDI file è una sorta di track-spia la cui unica funzione sembra essere sottolineare l'importante componente sintetica dell'album; subito dopo, il classico arpeggio di Leaf prepara al congedo finale. La voce di un homeless ringrazia per gli spiccioli e arriva l'effettiva conclusione con la ghost Brother. Fortunatamente Simone Pomini, Matteo Marmonti e Vincenzo Firrera di cose da dire ne hanno ancora parecchie ed è così che trovano uno spazio bonus altre due tracce: la stupenda Emigration Song e una meno esaltante The Army. Ad accrescere il valore di questa scarna formazione, tuttavia, è un elemento che purtroppo non si può evincere dall'ascolto di un album: durante l'esibizione dal vivo le idee e i suoni degli Invisibles prendono forma con la massima naturalezza ed espressività  e il riscontro del pubblico ne è una prova più che soddisfacente.

 

OASIS - HEATHEN CHEMISTRY

3 SETTEMBRE 2017



Quinta fatica discografica per il quintetto di Manchester, che presenta due innesti, il bassista Andy Bell e il chitarrista Gem Archer, in luogo dei fondatori storici Guigsy e Bonehead. Anche il batterista Alan White, al termine delle registrazioni, cederà il posto a Zak Starkey, figlio di un certo Ringo. Non è l’unica rivoluzione; oltre a quella nella line-up, assistiamo anche a una possente variazione per quanto riguarda la stesura delle canzoni, fino a quel momento regno quasi del tutto inattaccabile di Noel Gallagher. Qui troviamo tre tracce ad opera del fratello Liam, che rimpinguano la sua produzione dopo “Little James” da “Standing on the shoulder of giants”, e una a testa da Andy e Gem.

Forse la maggior democrazia in atto nella band di Manchester può aver aiutato a stabilizzare lo standard qualitativo, dopo il sovrabbondante grigiore di “Be here now” e il riscatto del succitato “Standing”. Non che i pezzi di Noel lascino a desiderare, anzi. Il primo singolo estratto, l’inno “The hindu times” (“And I get so high I just can feel it”, fungerà da ammaliante tormentone estivo e anche autunnale), malgrado sospetti di somiglianze, reali o immaginarie con un pezzo degli Stereophonic, è un episodio ficcante, che risente delle influenze vagamente psichedeliche che contraddistinguono le più recenti produzioni del chitarrista.  L’highlight risponde però al nome di “Little by little”, lastricata di considerazioni ombrose e riflessive da aspirante quarantenne, dal middle eight sopraffino e il refrain energico. Certamente la proposta migliore del fratello più grande; meglio di quel paio di scarabocchi pop intitolati “She is love”, stranamente selezionata come singolo in coppia con “Little”, e “Probably all in the mind”, (quest’ultima ospitante niente meno che Johnny Marr, il crudele sterminatore della favola Smiths). Meglio anche del lirico, lugubre soliloquio governato dal pianoforte classico, “Stop crying your heart out”, che l’autore dedicherà on stage alla nazionale inglese, appena estromessa dal campionato europeo. Forse paga più d’un pegno a “Don’t look back in anger”. “Force of nature” è il pezzo più hard rocking di Noel, basato su tre accordi in costante ripetizione e tenebrosi accenni al post 9-11 (“Is it so wrong to think that - Love can keep us safe?”).

La maggior risposta di Liam allo strapotere creativo di Noel è la semplice e veloce “Songbird”, breve acquerello acustico piacevole, elegante, la più classica delle love song, scritta in pochi minuti in Francia durante una serie di concerti. She’s not anyone, ribadito una decina di volte nell’inciso, è diretto riferimento a Nicole Appleton. “Born on a different cloud” è agli antipodi, interminabile e pesantemente condizionata dal greve songwriting lennoniano dei primissimi anni settanta, nonché trascinata dal pesante organo a pompa gestito da Mike Rowe. L’ex-Beatle pare aver ispirato pure “Better man”, terza composizione di Liam, il cui buzz-riff potrebbe essere uscito dalle nervose ed essenziali sedute di “Plastic Ono Band”.

A mantenere il buon livello della raccolta ecco giungere la prima prova compositiva del nuovo membro, il chitarrista Gem Archer, che dota la sua “Hung in a bad place” di un refrain incisivo, tagliente; un esordio che lascia ben sperare e che, messo in posizione strategica nel disco, contribuisce a conferire un’identità rockeggiante alla prima facciata dello stesso. Chiude la strumentale “A quick peep”, schizzo sperimentale ad opera del neo bassista Bell, che peraltro nulla svela sulle sue qualità, né può giocoforza contribuire ad elevare la qualità dell’album. Purtuttavia, “Heaten Chemistry” resta una prova dignitosa, non un masterpiece ma un lavoro che vale la pena ascoltare. La strada è tracciata per un rinnovamento, stilistico e creativo del gruppo, come dimostreranno le due successive (ed ultime) produzioni dello stesso. A livello melodico quantomeno, il recupero del senso delle proporzioni e un ritrovato feeling con ordine e disciplina negli arrangiamenti, ha portato vistosi benefici.



 

R.E.M. OUT OF TIME

29 LUGLIO 2017

 

Giusto al compimento del decimo anno di carriera, ecco spalancarsi per il quartetto giorgiano le porte, finora pesanti e chiuse a tripla mandata, del consenso mondiale. E’ un peccato che tale momento storico sia immortalato dall’album più debole della loro storia fino a quel momento (ci sarà qualcosa di peggio molti anni dopo), che però ha il pregio di contenere il manifesto-REM per eccellenza ed il brano con cui ancora oggi diciotto anni dopo, l’ascoltatore medio (leggi = poco competente), identifica i quattro di Athens, ossia Losing My Religion.



Il disco infatti è inusitatamente lieve, delicato, particolarmente se paragonato a Document, il che, lungi dall’essere un difetto ovviamente, sembra singolarmente sottrarre una parte di “spessore” ad alcuni brani. L’esempio calzante potrebbero essere Near Wild Heaven o Half A World Away, canzoni d’amore opposte e complementari, che mostrano i due volti del protagonista;nella prima risulta confuso, insicuro ma bendisposto e volonteroso, modellando un’armonia orecchiabile, allegra, talvolta quasi stucchevole nei coretti; nell’altra è triste, pensieroso, pessimista, e si lascia andare alla negatività (Had Too Much To Drink, I Didn’t Think Of You) accompagnato da una melodia davvero struggente.


Out Of Time presenta dunque, l”io” al centro del mondo-Rem, molto più che in altre occasioni, omettendo le tematiche politico-sociali preminenti altrove, ed in qualche modo, i risultati appaiono tangibilmente meno soddisfacenti. Sarà la leggerezza di Me In Honey, chiusura di poco peso che lascia sostanzialmente le cose come stanno, ossia fluttuanti, vaghe, con domande senza risposta sui sentimenti e le loro oscillanti combinazioni chimiche. Saranno le due prove strumentali, la riflessiva e colorata Endgame o la corale Belong, che strumentale non è ma ci va molto vicino, le quali alla resa dei conti non rappresentano molto di più di un piacevole, disimpegnato esercizio. E le restanti tracce del disco non si distaccano troppo da questo trend minimalista ed ovattato, vedi l’enigmatica Low, caratterizzata da una grattata di chitarra e una flebile impronta di organo come unici segnali di vita.



Per quel che mi riguarda meglio Texarana, con Mike Mills alla voce ed il riff cupo che inchioda a metà il refrain, illustrando bene il tema dell’affannata ricerca di una possibilità di cambiare una vita ordinaria, della celebrata Shiny Happy People, così esageratamente gioiosa, dall’intro di violino al ritornello a tre voci a cura di Stipe, Mills e Kate Pierson che s’occupa anche dell’alto backing, inevitabilmente destinata a bissare il riscontro ottenuto da Losing My Religion.


Il disco contiene per fortuna almeno tre brani notevoli: il migliore in assoluto è facilmente la desolata Country Feedback, vero e proprio cantico di dolore che ricopre un’esistenza usata e gettata all’ortiche dall’illusione e la meschinità del mondo esterno. Il protagonista sofferente lancia un anatema raggelante che occupa almeno metà brano, “crazy what you could have had”, e la melodia si spegne sconfortata, così come sconfortata era sorta quattro minuti prima. Il pezzo è anche il prototipo più indicativo della matrice grass di Out Of Time, fiore all’occhiello della produzione di Scott Litt e della stessa band.



Un’altra gradita sorpresa è la presenza dell’effervescente Radio Song, una strepitosa, pestifera combinazione di rap, funky, hard rock e rock (in ordine artistico crescente) davvero gustosa e trascinante, giustamente proposta come singolo e capace di portare almeno una ventata d’aria fresca sullo stagnante fancazzismo creativo che affligge talvolta l’album. Infine, il successo mondiale della succitata Losing My Religion, a torto ritenuta una confessione religioso-morale, invece semplice, ulteriore love song dai toni amari, come ammesso dallo stesso Stipe, caratterizzata dal ricorrente riff di mandolino e di refrain appassionanti, che sbiadisce in una nuvola di fumo lasciando il povero frontman ancora alle prese con le proprie malinconiche elucubrazioni.



Lontano dall’essere un brutto disco, Out Of Time manca forse di un po’ di carica, di veemenza in certe parti, vedi la singolare rinuncia alla batteria in alcuni pezzi quali Half A World Away o Country Feedback, dove infatti il buon Bill è dirottato al basso. L’intimità dei temi trattati e la particolarità dei toni utilizzati lo rendono piuttosto atipico nella REM production. Sicuramente un’ottima idea a livello creativo sarà quella di rinunciare a promuovere l’opera per rinchiudersi quasi subito in studio e darvene un seguito che si dimostrerà superiore in toto.

 
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