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DAVID BOWIE - EARTHLING

23 MAGGIO 2019

 

Chiariamo subito un punto. I puristi del suono interamente “suonato”, gli estremisti dello strumentismo, non ascoltino quest’opera. Siamo di fronte infatti ad una nuova fase del Bowie post-ottanta, e stavolta la scommessa è pesante: ricavare un prodotto ascoltabile, o addirittura di valore, utilizzando produzioni ed arrangiamenti pesantemente elettronici, uno stile sostanzialmente predecessore dell’attuale drum’n’bass.



Che senso poteva avere questo? Un rilancio di modernità, la necessità di un aggiornamento che permettesse al duca di riguadagnare in stima e carisma? Di certo, lo schema e la struttura canzone, in quel momento, era per lui riduttivo. Negli anni precedenti aveva dato vita a prove mediocri (TonightNever Let Me Down, parzialmente Black Tie White Noise), così il cantautore opta nuovamente per il concept album, non stavolta sul piano narrativo come per Outside; bensì stilistico e melodico, optando per produzioni jungle per rivestire le nuove idee musicali.


La scommessa può dirsi vinta, ascoltando il disco, anche grazie alla presenza insostituibile di Mark Plati e Reeves Gabrels, co-produttori e co-arrangiatori di Earthling. (I due ebbero, specialmente il secondo, anche una parte non secondaria nella composizione di molti brani).
I pezzi più significativi sono radunati sul primo lato: la opener Little Wonder è una filastrocca nonsense che nasconde i nomi dei sette nani, constando altresì di avvincenti fasi armoniche “cosmiche”, addirittura entusiasmanti nella parte finale raddoppiata (da una “vera” batteria…) ed arricchita da abbellimenti di piano jazzato. Looking For Satellites presenta stralunate parti vocali a più voci e sporadiche strofe disseminate nell’ampio tappeto strumentale, costituito da intriganti sequenze d’accordi. Le ingegnose soluzioni melodiche presenti ne fanno la migliore espressione della raccolta. Dead Man Walking è il brano più accessibile pur nella sua drammaticità, un buon esercizio rock rivestito da un manto house al quale arride anche il successo di classifica in UK., pur inferiore a quello di Little Wonder.



Una caratteristica ricorrente dell’opera è la pesante distorsione delle chitarre ed il copioso utilizzo del feedback, proprio in corrispondenza dei ritmi campionati. Particolarmente in Battle For Britain, l’effetto è attraente, il pezzo è oltretutto ornato da costernati tocchi di piano discordante, ed è probabilmente questo il punto più distante raggiunto nel disco dalla ricerca techno del duca; decisamente rimarchevoli anche le suggestioni di Seven Years In Tibet, che nasce e si sviluppa cupamente, con fiati da dance floor sofisticata per poi gettarsi in lancinanti distorsioni che portano fino alle fine del povero soldato ferito alla testa.



Ancora qualcosa che trattenga dal gridare al capolavoro in realtà c’è. In Telling Lies, unico brano firmato dal solo Bowie, l’usuale gamma di loops ed effetti appare leggermente sforzata e fuori posto. Last Thing You Should Do, dal vivo insolito duetto con Robert Smith, procede zigzagando come una biglia impazzita nel flipper elettronico dell’album senza apportare in sostanza novità rilevanti nello stesso.


La parte del leone nella seconda metà di Earthling è giocata dall’efficace funky-rock di I Am Afraid Of Americans, che sigilla il disco ribadendo una verve ed un’energia davvero salutare, confluendo poi in Law (Earthlings on fire), la summa strumentale dell’intera ideologia del disco.


Non si può che salutare con vivo compiacimento l’originalità che sprizza da questo prodotto; in un certo senso il profumo di nuovo è lo stesso che si avvertiva nel periodo post-glam della trilogia berlinese (e questo indipendentemente dalla ghost presence di Brian Eno, che firma col duca I’m Afraid Of Americans).


Ad alcuni la “spazialità” dei suoni potrà probabilmente risultare eccessiva. Eppure l’esperimento, se così vogliamo chiamarlo, piace proprio perché le atmosfere “icy” non cozzano violentemente contro le melodie, ma si integrano al meglio con le stesse e le arricchiscono di una ventata di freschezza. Naturalmente, se le armonie, le musiche non valessero già di suo, il tutto si ridurrebbe ad un pastrocchio inascoltabile. Non è questo il caso di Earthling fortunatamente, e l’opera rappresenta il miglior album in assoluto di Bowie dai tempi di Scary Monsters

 

LUCIO BATTISTI - AMORE NON AMORE

18 APRILE 2019

 

La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l’estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E’ quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall’ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d’oro.

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d’apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portò all’inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni “cantate” del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock’n’roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l’urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o…altro. Per contro c’è Una, dove il protagonista s’interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l’ abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d’oltreoceano.

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

La solitudine è la protagonista di “7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo”, espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del “solitario” in balia del senso di abbandono di un’arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In "Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell’ambiente, scelleratezze umane “celebrate” dagli arpeggi chitarristici di “Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi”, con una deliziosa digressione “free-jazz” nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è però il breve spettro di luce di “Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch’io chiuso in una bolla di vetro”, dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di “non amore”, a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità e versatilità stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s’inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest’ambito, tre anni dopo concepirà e pubblicherà il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile "Anima Latina".

 

LED ZEPPELIN - PHYSICAL GRAFFITI

31 MARZO 2019

L'ambizioso doppio album della svolta, per un gruppo più volte considerato come la "definite heavy-metal band" e che riesce in quest'occasione a dimostrare in misura incontrovertibile la propria brillante versatilità. Un disco che ispeziona a fondo le sfaccettature multicolori del rock, regalando veri capolavori, tanto differenti fra loro quanto parimenti affascinanti.

Salta subito all'occhio, o meglio all'orecchio, il sonnolento crescendo di Kashmir, delimitato dagli stacchi unisonici di tastiere e fiati ed arricchito da quei passaggi così delicatamente orientaleggianti. Altro gradito sconfinamento dai territori più genuinamente zeppelin è rappresentato da In The Light, dove la classica matrice pesante del gruppo incontra il mistico, e la timbrica della chitarra di Page nel finale pare proprio un affettuoso omaggio a George Harrison. Vogliamo parlare dell'incursione country di Down By The Seaside? Le dissonanze che contiene stanno a testimoniare che le contaminazioni manterranno comunque uno stile ed una classe non annacquabili; leggerezza anche in Houses Of The Holy, ecco il sonetto di fine estate che non ti aspetti, un vento caldo e malinconico che ti soffia in faccia semplicità e fatalità.

Il portabandiera del classico made in led è l'infinita In My Time Of Dying, aperto dalla slide guitar, che poi accompagna solitaria il mesto cantato della strofa, facendoti avvertire gli avvoltoi solitari in attesa. Nella parte mediana il drumming fantasioso di John evita la trappola di un risaput 4/4 hard-rock. Poi piange la chitarra, tutt'altro che dolcemente, e intanto il riff non ti esce più di testa fino alle invocazione finali di Plant.
Pezzo strettamente collegabile agli epici 11 minuti di In My Time Of Dying è certo Ten Years Gone, collezione di incisi oscuri, elettrificati ed acustici che si alternano creando un brano ostico, impenetrabile. Lontano anni luce dall'elementare esercizio acustico di Bron-yr-aur, o dal piano honky-tonky di Trampled underfoot, saltellante e pericolosa collisione con Long Train Running dei Doobie Brothers.

Physical Graffiti racchiude tuttavia anche momenti meno esaltanti; il blues acustico di Black Country Woman, l'energia di Night Flight e Boogie With Stu non sono niente più che simpatici filler tesi a non far dimenticare le solide radici r'n'r del gruppo.
Niente a che vedere con il masterpiece assoluto dell'opera, ossia The Rover, basato su di una linea melodica blues che sfocia liscia in un refrain a tre accordi che è piacere puro, distillando sensazioni di delicata poesia sul sound ruvido e crudo: "And the wind is crying, and my lover she's lying on the dark side of the floor, una vera delizia.

Garanzia di qualità, del resto, sia il fatto che il disco si apra e si chiuda con due brani decisamente consistenti, simbolo di continuità dal passato e verso il futuro: Custard Pie è un rock and roll rallentato con variazioni di tempo e schema, arricchito da assoli di wah wah ed armonica; Sick Again vanta ritmo e refrain coinvolgenti, lasciando gran spazio per i virtuosismi di Page e Bonham. La dimostrazione del sapersi reinventare a 360° è la caratteristica vincente dell'album, le molteplici variazioni prog di Wanton Song ne sono fulgido esempio.

Molte voci dell'epoca indicarono i cambiamenti presenti in Physical Graffiti come l'inizio della fine del complesso, che stava in qualche modo tradendo le proprie radici. Preferirei parlare di maturazione stilistica e di evoluzione verso nuove sonorità, sforzi che, non del tutto compresi al momento della pubblicazione, verranno pienamente riconosciuti col tempo da pubblico e critica.

 

WINGS - BAND ON THE RUN

10 MARZO 2019

 

Quasi a rendersi conto dell’eccessivo quantitativo di melassa che gravava su “Red rose speedway”, Mccartney imprime una svolta decisa, a livello stilistico, per il disco successivo, “Band on the run”. Poco prima di iniziare (a Lagos) le registrazioni, Seiwell e McCollough salutano la compagnia, da cui il titolo dell’opera; poco male, anzi meglio, visto che quello che scaturirà dalla trasferta nigeriana si dimostrerà un prodotto assai convincente. Torna il rock, opportunamente, con alcune espressioni notevoli quale “Jet”, uno stomp potente ed orecchiabile che pare scaturito dalla session di “The Mess”. Oppure l’elettrica “1985”, dalla scala discendente reiterata ed ipnotica, e il finale glorificato dall’orchestra, prima di una breve ripresa della title track.

 

La quale title track ripropone il recente feeling del Macca coi medley, che in questo caso consta di tre parti di cui l’ultima è introdotta da una pulitissima chitarra acustica e propone il cantabile ritornello che regalerà al singolo omonimo il primo posto di Billboard, oltre che una perfida stilettata ai compagni fuggiti (the rabbits on the run...). Tracce di rock prog anche in “Picasso’s last words”, che però la mette sul leggero e celebra la dipartita del grande artista a colpi di swing e slow-jazz; Ginger Baker, proprietario dello studio di registrazione, è della partita agitando le maracas. Le ultime parole di Picasso diventano un refrain dolce e ossessivo che riempie la mente e le orecchie dell’ascoltatore per quasi sei minuti, senza indurre in sonnolenza.

 

Segno della rinata vitalità della band, che continua a manifestare un minimo accenno di democrazia (i brani sono firmati da Paul e Linda, mentre Danny è coautore di “No words”), è anche l’intrigante semplicità di “Mrs.Vandebilt”, cantilena bucolica sostenuta da un giro di basso elementare, un vorace solo di sax ed asserzioni sagge ed irreprensibili (“What’s the use of worrying? What’s the use of everything? No use!).

 

Ma se uno è McCartney non potrà mai prescindere dalla melodia in senso stretto. Qui uno si allarma: sdolcinature in vista? Niente paura: le espressioni più soavi e gentili di “Band on the run” sono costantemente eccellenti. Il meglio, come sempre accade, è racchiuso in una canzone pressoché sconosciuta, che stranamente non verrà mai eseguita dal vivo, dal titolo “Mamunia”. Trattasi di gentile ballata per voce, chitarra acustica e cori che racchiude in sé la forza e il fascino dell’ambiente naturale dove era stata registrata. Il testo rientra nei clichè “positivi” del Macca, da “Hey Jude” a seguire, per intenderci, celebrando la pioggia come generatrice di vita e mondatrice di peccati…filosofie a parte, è davvero un buon pezzo, una delle gemme nascoste e inconsiderate che talvolta il baronetto dissemina nei propri album. La parte soft di “Band on the run” propone poi “Bluebird”, per la quale le affinità col capolavoro dell’album bianco non si limitano al titolo. Di “Blackbird”, si riprende il tema dello spiccare il volo, in questo caso con l'amata, prima che l’attimo fuggente faccia marameo. Niente basso e batteria, bensì un leggero tappeto di percussioni e il sassofono confidenziale di Howie Casey (vecchia conoscenza amburghese dei fab four).

 

Il contributo di Laine, “No words”, portato a termine con un little help dal suo friend Paul, è una dolce, innocente love song, il cui stile, ironicamente, richiama certe atmosfere harrisoniane. E restando di tema di ex, malgrado la smentita dell’autore, è fin troppo evidente che “Let me roll it” rappresenti un omaggio/attacco a John Lennon. Lo stile di chitarra che richiama, per non dire ricalca, le dure distorsioni di “Cold Turkey”, l’uso massiccio dell’eco. Poi non è nostro compito stabilire se fosse più ficcante il livoroso rancore di John o il mellifluo accomodamento di Paul; il pezzo mantiene lo standard elevato della raccolta e tanto basta.

 

La ristampa in CD presenta anche l’elementare r’n’r di “Helen Wheels”, pubblicata su 45 prima dell’uscita dell’LP. Peraltro, nulla essa toglie o aggiunge ai destini di un lavoro che ottiene un successo meritato, costituito com’è da tracce di notevole fattura. Il livello qualitativo di “Band on the run” riconquistò al Macca il favore di pubblico e critica, lanciando definitivamente la carriera degli Wings.

 

AMORE NON AMORE - LUCIO BATTISTI

10 FEBBRAIO 2019

 

La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l'estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E' quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall'ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà  per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d'oro.

 

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d'apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà  parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portಠall'inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità  sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni «cantate» del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock'n'roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l'urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o!altro. Per contro c'è Una, dove il protagonista s'interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l' abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d'oltreoceano.

 

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà  chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

 

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

 

La solitudine è la protagonista di «7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo», espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del «solitario» in balia del senso di abbandono di un'arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In ""Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania"", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

 

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell'ambiente, scelleratezze umane «celebrate» dagli arpeggi chitarristici di «Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi», con una deliziosa digressione «free-jazz» nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è perಠil breve spettro di luce di «Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch'io chiuso in una bolla di vetro», dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità  tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di «non amore», a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

 

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità  e versatilità  stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s'inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest'ambito, tre anni dopo concepirà  e pubblicherà  il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile ""Anima Latina"".

 
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