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CLESSIDRE - DORIAN GRACE

17 MAGGIO 2018

 

Svincolare suoni ed emozioni dall'intimità della sala prove in cui sono stati coltivati per anni e gettare il tutto in pasto a pubblico e critica è un passo decisivo nella storia di un gruppo musicale.

Questo passo i Dorian Grace l'hanno interpretato come una sfida, oltre che con se stessi, anche con i fruitori del loro album di debutto, Clessidre, autoprodotto e registrato presso i Greensound Studios di Busto Arsizio. Se vi aspettate rime alla "Sole, Cuore e Amore" e motivetti orecchiabili, questo lavoro non fa per voi. Piuttosto, bisognerebbe accettare la sfida e tentare di immergersi nel criptico universo di immagini e sensazioni che Stefano, Geno, Valentino, Peter e Danilo vogliono suscitare e, una volta giunti in profondità, carpirne una parte da rielaborare e portare con sé.

Lo stile musicale della band non tarda a farsi riconoscere, bastano pochi attimi della traccia d'apertura per trovarsi orientati verso la più classica tradizione rock: Stelo d'erba è una riflessione metaforica sulla fragilità dell'uomo con una strizzata d'occhio ai Timoria. Arrangiamenti complessi e cura del dettaglio sono marca distintiva di Clessidre, e il brano omonimo ne è forse il miglior esempio, subito seguito dalla psicanalitica Tutti i miei me che si lascia attraversare da ripetute incursioni funky. La successiva Neve su lava retta da un arpeggio di pianoforte e variata da cambi ti tempo, è costruita attorno ad una metafora meteo-geo-astronomica forse fin troppo insistita, mentre Acque di vetro, dichiarato omaggio a Jeff Buckley, sembra giocare con una melodia spensierata per sottolineare con ancora più enfasi la tematica drammatica.

Brano più facile dell'album, Demone è la rockeggiante presa di coscienza di un ragazzo nel passaggio da adolescenza a maturità, Mosaico e Anima sfruttano concetti semplici per dare libero sfogo alla pienezza vocale, una continuità canora talvolta esasperata, che corre il rischio nel corso dell'album di cadere nella ridondanza; ma ogni possibile tensione accumulata viene prontamente stemperata grazie alla strumentale Il rumore delle stelle, uno sfondo cinematografico che prelude il finale.

A track list terminata è vietato estrarre il Cd dal lettore: la tradizione vuole che dal silenzio affiori la ghost track, una tenue e sussurrata perla chitarra-voce che ci accompagna cullandoci nella riflessione su quanto appena ascoltato

Clessidre è un lavoro riuscito che svela la consapevolezza e il solido background di ottimi strumentisti, il cui biglietto da visita è il timbro fresco e deciso di un vocalist immediatamente riconoscibile. C’è da augurarsi che i Dorian Grace non perdano la strada e riescano nel futuro a concentrarsi sui loro punti di forza per vincere la definitiva sfida con il pubblico.

 

LED ZEPPELIN - CELEBRATION DAY

13 APRILE 2018

 

Prima di decidere di scrivere davvero questa recensione ci ho messo alcuni mesi, mesi di riflessione. Cosa si poteva raccontare di un concerto atteso 26 anni? Cosa si poteva dire in più sulla rock band più influente della storia del rock? Cosa potevo dire di non banale?

 

Alla fine la voglia di raccontare a chi non li conosce e a chi li conosce ma ha scelto di ignorare un’operazione che sembra solo il canto del cigno di un “grande nome”, è stata troppo forte ed eccoci qua.

Vi racconterò dell’esperienza auditiva tralasciando di parlarvi della versione video del concerto che però consiglio vivamente (io l’ho vista al cinema e ho ancora i brividi...).

Comincio subito con lo sgombrare il campo da tutti i dubbi o le incertezze : i 20 milioni di persone che richiesero tramite lotteria i biglietti per questo evento (fra cui il sottoscritto) non sbagliarono.

Non fu un’operazione commerciale (anche perchè l’aver venduto 300 milioni di dischi basta e avanza per qualche vita) come si sente dire in giro.

Il 10 dicembre 2007 si tenne il Concerto con la C maiuscola, forse il miglior omaggio al loro amico e scopritore Ahmet Ertegun, il boss della Atlantic alla memoria del quale si tenne la serata.

Subito dalla prime note di Good Times Bad Times (primo brano del primo album...scelta azzeccata e simbolica) ci si accorge che questi fanno sul serio e il “nuovo” acquisto, il figlio del compianto John Bonham, è un batterista spaventoso.

Dimenticati i passi falsi degli anni 80 e i duetti acustici, Jimmy Page-Robert Plant-John Paul Jones e Jason Bonham creano un muro di suono, un’architettura di suoni inconcepibile (se pensate che sono solo in 3 strumentisti...) come ai tempi d’oro e i sorrisi di compiacimento che Page e Plant si scambiano spesso ne sono la prova. Certo la voce di Plant non ha più vent’anni e nemmeno le dita di Page ma la magia che si crea è immortale come un brano di Mozart.

Il dubbio più grande lo si aveva su Page, l’architetto e l’artefice del Dirigibile di Piombo, sparito da anni, anche qui sono bastati pochi brani per confermare al mondo che il mago della dinamica non ha rivali nemmeno oggi.

Il gioco “di luci e ombre” che ha sempre contraddistinto gli Zep prosegue con Ramble On, un pezzo quasi mai fatto dal vivo che non sfigura nella sua veste live con poca melodia e molto rock.

E poi Black Dog, In My Time of Dying e addirittura un inedito live For Your Life , una festa di melodia blues e hard rock, e quando la band attacca con il rock funk di Trampled Underfoot (dopo aver ringraziato il Robert Johnson di Terraplane Blues) il buon John Paul Jones dimostra ancora una volta di più al mondo perchè è considerato uno dei musicisti piu completi e influenti del rock, con le sue dita che volano sulle tastiere.

L’apice dello spettacolo lo si raggiunge forse con le atmosfere cupe e livide di No Quarter, anche qui un pezzo con il marchio a fuoco “light & shades” e con un Jonesy sopra le righe, poi Since I’ve been Loving You e Dazed & Confused : il blues dei primordi che abbraccia il rock. La fusione per cui saremo sempre grati a James Patrick Page.

Stairway To Heaven la si può raccontare con la frase con cui Plant la chiude : “Hey Ahmet we did it”...forse la loro canzone più famosa più richiesta che il buon Robert si è sempre rifiutato di ri-cantare ancora dopo le disavventure capitate a lui a Bonham alla band, troppa vita passata da quei giorni.

Un alone di mistero ha sempre circondato tutto quello che riguardava questo pezzo ma finalmente la chitarra doppia di Page ha potuto risuonare nota per nota l’assolo piu bello della storia del rock in maniera strabiliante e le lacrime che nel video si notano rigare i visi di due ragazzine in prima fila sono la prova della loro irraggiungibile grandezza.

Quando il pubblico sembra aver sentito il meglio,quando sembra che Misty Mountain Hop sia la parabola verso la fine della serata,  gli Zep sfoderano una versione di Kashmir, che è il capolavoro di questo live con una citazione di merito per Jason Bonham : forse non avrà la potenza devastante del padre e il suo carisma, ma la tecnica di quest’uomo è impressionante forse superiore a quella dello stesso John.

In chiusura due pietre miliari della storia della musica moderna : Whole Lotta Love, definita da tutti i chitarristi rock la canzone che ha cambiato tutto e Rock And Roll, un inno al vero spirito della musica rock e una chiusura spettacolare per una serata perfetta.

Il miglior lieto fine della storia non poteva che essere questo.

Mai ci si sarebbe potuti aspettare tanta perfezione e forse gli avremmo perdonato anche una serata meno bella, con suoni piu pacati piu folk californeggianti e invece un addio col botto. Se ne sono andati proprio come erano entrati nelle nostre vite con una violenta scarica elettrica.

Una scaletta di capolavori difficilmente eguagliabile e replicabile suonati così.

Chi vi scrive è ancora in estasi per la notizia della ripubblicazione dei 10 album dei Led Zeppelin con inediti annessi nei prossimi mesi che ovviamente cercherò di recensire per voi e per la notizia che Jimmy Page non ha nessuna intenzione di ritirarsi , “ho ancora tanta musica e voglia di suonarla”.

Concludo dicendo che anche se la fine è stata perfetta, i recenti ammiccamenti di Plant lasciano una tenue speranza a chi, come me, darebbe l’anima per poterli vedere dal vivo almeno una volta.

Sarebbe una vera scalinata verso il paradiso.

 

RITMO TRIBALE - PSYCHORSONICA

16 MARZO 2018

 

Ultimo disco dei Tribali con la classica line-up, ossia Edda alla voce e Andrea Scaglia al backup, “Psycorsonica” vede la luce appena un anno dopo l’esaltante “Mantra”, e tanto per sgombrare subito il campo da equivoci ne rappresenta una prosecuzione in tutto e per tutto meno brillante. La potenza dei suoni, la durezza cristallina, da sempre tratto distintivo della band, viene ripetutamente relegata in secondo piano, per favorire toni più languidi, riflessivi, coprenti.  Le prime due canzoni, “Oceano” e “Base luna”, costituiscono una dichiarazione d’intenti: atmosfere ipnotiche, sincopate, prive di raddoppi o accelerazioni di sorta; è in entrambi i casi il middle eight, affidato a Scaglia, a graffiare, così come era già capitato, ad esempio, per “Amara”.  Ma è un trend che si mantiene piuttosto costante per tutto il primo lato dell’album, passando per “Yamuna”, peraltro uno dei motivi più convincenti per l’energia di strofa e ponte, o il mellifluo cheek-to-cheek di “Nessuna scusa”. Che si tratti d’una scelta ben definita è palese, ad esempio, in “Psycho”, che presenta un invasato wall of sound nel refrain durante il quale però tempi e stacchi non mutano mai.

A livello di testi, al di là di cripticità buttate qua e là, specialmente nelle tracce più lente, denuncia e inquietudine sono, al solito, i capisaldi del messaggio tribale. Il tema della fuga, presente chiaramente in “Base luna”: (“..tu, voglio di più, fuggire dalla terra..liquidata delicatamente, ti sei già rotto il cazzo di lei e il suo progetto famiglia italiana, tu e i tuoi bambini che giocano per strada..”), oppure quello della negazione, il rifiuto (“Non è questo il migliore dei possibili mondi per me”, da “Yamuna”). Sempre che possa essere considerata una peculiarità positiva, da “Psycorsonica” traspare assai più ponderazione che istinto, vedi “Due milioni” o “Jesus”.

Gli invasati raddoppi che uno s’aspetta arrivano in “Disincentivato”, uragano trash che racchiude in poco più di due minuti la summa di una decina d’anni di duro lavoro, un oasi piacevole che perdura anche per il rock atletico di “Invisibile”, pulito, diretto, senza la minima implicazione dark, grunge o quant’altro. Con i dovuti distinguo, pare di recuperare la purezza di “Kriminale”, anche se la mancanza di rabbia è ormai un fatto acquisito. Sintomi di crossover si rilevano nella succitata “Jesus” o nella sinistroide “Spazi autogestiti”, e un punto a favore del disco lo segnano poi le mansuetudini assortite di “12 linee” (“questa si chiama rivoluzione umana / e non è facile vincere”) o “Assorbimi”.

Tutto sta nel prendere cognizione del timbro soft che pervade l’intera opera: il discorso è  che nella maggior parte dei casi si parla di episodi che in genere non “accendono”, come invece capitava regolarmente tra i solchi di “Mantra” o “Kriminale”.

Mai come nel caso di “Psycorsonica”, fortunatamente, vale il detto di “dulcis in fundo”. Il pezzo di chiusura recupera molte delle simpatie alienate da un ascolto tutto sommato abbastanza monocorde. “Universo” ripropone in un botto energia, consapevolezza, persino l’entusiasmo che latita per il resto del disco. Il lugubre andamento della melodia in minore, l’anatema di Edda mormorato nel terzo verso “hai avuto tutto, io invece no / a me non sembra giusto, giuro che mi vendicherò”, il mostruoso backing di Scaglia sul finale: tutto contribuisce a costruire uno degli episodi più significativi della loro intera produzione. Vista a priori tuttavia, la frase “Finirà…come fai finire me…” non è stata di gran auspicio per l’attività successiva del gruppo.



In troppe occasioni tuttavia, il sound di questo disco suona insoddisfacente. L’uniformità dei ritmi e i tempi tende ad massificare la proposta, già non eccelsa di suo. In particolare alcuni episodi, come “Psycho” o “Due milioni”, non propriamente memorabili, avrebbero tratto beneficio da una maggior fantasia a livello di arrangiamento.

Molti parlerebbero di crescita artistica, per chi conosce e ama i Ritmo sin dall’esplosività di Bocca Chiusa, è un mezzo passo falso, o almeno un quarto. Del quale i ragazzi paiono aver risentito, se è vero come è vero che dopo l’uscita di “Psycorsonica” Edda se ne andava, se non sbattendo almeno chiudendo bene la porta, e ci sarebbero voluti cinque anni per la realizzazione di un nuovo album, con Scaglia alla voce solista

 

The Legendary Indian Aquarium and Other Stories // Angela Kinczly

16 FEBBRAIO 2018

 

Dall'incontro con la Kandinsky Records nasce il primo album di Angela Kinczly, raffinata polistrumentista e poliglotta cantautrice Bresciana. Il diploma di conservatorio in chitarra lascia la sua traccia già  nel primo brano, Venus: qualche arpeggio su tappeto di grancassa e synth sfocia in un'esplosione elettrica durante il ritornello strumentale.

Ancora la chitarra, quella spagnola, domina la scena in trequarti di The Bench, bellissima costruzione armonica, melodia orecchiabile, scale e semitoni audaci, soprattutto nell'assolo di clarinetto che fa breccia nella parte conclusiva del brano. Ed è il clarinetto ad aprire e a farsi strada sinuoso tra le parole francesi della western Envie che anacronisticamente non stupirebbe se Tarantino la scegliesse per la colonna sonora di Kill Bill.

Atmosfere completamente diverse avvolgono Black Beast, parole sussurrate su uno sfondo dance che rende ancora più marcato il contrasto con il brano successivo: in Canone si respirano sonorità  medioevali, poi una cesura "sintetica" marca l'inizio della parte a canone, segue un assolo quasi psichedelico ed infine il tema iniziale è riproposto identico a se stesso: bellissima.

Ancora l'amore è il tema di Stay by my Side, lento chitarra e voce che muta in una spensierata bossanova nel ritornello. Lullaby, come dice il titolo stesso, è una nenia, una filastrocca cantata nelle due lingue inglese e francese che si chiude con il suono di un carillon a sottolinearne ulteriormente il lato infantile. Ultima traccia dell'album è Le cose più strane, singolo già  pubblicato in lingua inglese e francese che aveva portato Angela Kinczly all'attenzione di radio e critica.

Ciಠche resta al termine dell'ascolto di questo album è la percezione di trovarsi di fronte ad un'originale e competente musicista, agile compositrice, che gioca con i generi musicali e si districa con leggerezza tra suoni e strumenti: un piacere ascoltarla.

 

GENESIS - WIND AND WUTHERING

23 GENNAIO 2018

 

Dopo essere riusciti in un’impresa cui pochi, nell’ambiente e fuori, davano credito, ossia di poter proseguire l’attività professionale di gruppo malgrado la dipartita di Peter Gabriel, l’anno precedente, senza impoverire gli elevati standard qualitativi cui avevano abituato pubblico e critica, tramite la pubblicazione dell’eccellente “A trick of the tail”, Banks, Collins Hackett e Rutherford rioccupano sorprendentemente gli scaffali degli stores con un nuovo prodotto a meno di sei mesi di distanza.
Nel dicembre dello stesso 1976 esce infatti “Wind and Wuthering”, ottavo album della loro discografia, che miete la medesima considerazione, sotto ogni aspetto. Eppure questa può essere, a parere di chi scrive, definito il primo passo nella seconda fase della band. Dopo anni trascorsi quasi unicamente nell’ambito del progressive, proprio qui appaiono le prime tracce di quel pop-rock, certamente meno nobile ma assai più remunerativo, che contraddistinguerà poi il resto della parabola professionale del gruppo.

Ancora una volta è Tony Banks, a livello di songwriting, a fare la parte del leone. E’ la sua penna a tratteggiare l’epica “One for the vine”, anatema antiguerra che dichiara il proprio intento sin dal primo verso “Fifty thousand men were sent to do the will of one”. Brillante e profonda, e al solito ispirata e coinvolgente e livello strumentale, con le consuete, ingegnose variazioni che da sempre costituiscono il marchio di fabbrica Genesis. Lo stesso dicasi per “All in a mouse’s night”,  pur estremamente differente a livello di testo (una simpatica favoletta per bambini).  Oppure “Eleventh Earl of Mar”, con contributi alla stesura di Hackett e Rutherford, che riprende il caro, vecchio tema di miti e leggende: “Bury your memories bury your friends, - Leave it alone for a year or two. - Till the stories go hazy and the legends come true,- Then do it again. Some things never end”. Le sognanti praterie delle tastiere, i tocchi struggenti di chitarra ribadiscono in questi brani che il rock sinfonico è ancora la via principale.

Il più significativo segnale che il progressive sia duro a morire in casa Genesis lo dà il doppio strumentale; “Unquiet slumbers for the sleepers…” “… In that quiet earth”. Toni irrequieti, schizofrenici cambi d’atmosfera, dramma e commedia e la massima esaltazione possibile da parte di qualsiasi ascoltatore che abbia sognato tra quei solchi fatati, dal 1970 in poi. E ancora, la bellissima “Blood on the rooftops”, inedita collaborazione Collins-Hackett. Ma è proprio il chitarrista l’assoluto protagonista del pezzo. Una delicata introduzione di chitarra classica, qualcosa che, da “Horizons” in poi, il musicista avrebbe dovuto osare più frequentemente nei dischi del complesso. Strofe leggere, intimiste, quasi recitate, più che cantate, da Phil. Il refrain è incisivo e ipnotico, grottesco nel suo raziocinante sarcasmo: “Let’s skip the news boy (I’ll go and make some tea) - Arabs and Jews boy (too much for me) - They get me confused boy (puts me off to sleep) - And the thing I hate–Oh Lord! - Is staying up late, to watch some debate, on some nation’s fate.” Il finale si libra svenevole nell’etere; spenta, meglio distrutta, l’inutile e dannosa televisione, meglio dormire, e sognare. Poi succede che si mettono insieme Tony e Phil e creano un divertissement da tre minuti, denominato “Wot Gorilla?”. Un filler? Forse, anche se piacevole all’orecchio.

Dove s’intrufola il pop, di classe e quant’altro, ma sempre pop, è nelle ultime due tracce che analizziamo. La prima è una gemma, che tiene elevato il livello globale del prodotto: “Afterglow”, di Tony Banks, è pervasa da un accompagnamento di tastiera caldo e avvolgente, con la chiusura in minore in ogni verso a preservare la melodia dal banale. Meno interessante invece, “Your own special way” di Rutherford, in fondo non dissimile, ma priva della delicatezza e la ricercatezza della collega. In comune hanno testi non certo eccelsi, amore e dintorni, che in fondo rivestono da sempre le canzoni pop. E il fatto che proprio "Your own special way" diventerà il primo vero hit-single dell’intera storia della band, la dice lunga su quelli che in fondo sono i gusti del pubblico, ed è uno dei motivi della metamorfosi stilistica che i Genesis intraprendono a partire da questo album.

 
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