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AL STEWART - TIME PASSAGES

17 NOVEMBRE 2018

 

Arrivato al momento di dar seguito al breakthru di "Year of the cat", Al Stewart sceglie di variare la propria matrice stilistica e di creare un prodotto, questo "Time passages", che sposi le velleità prog-rock del lavoro precedente con una spruzzata di pop sofisticato a renderle più digeribili al grande pubblico.
La title track ne è l'esempio più sontuoso. "Time passages" è un buon pezzo che diventa eccellente con l'entrata in scena, ad intervalli ripetuti, delle variazioni melodiche sottolineate dagli stacchi di chitarra e soprattutto dagli interventi di sax; sette minuti di classe divorati ad ogni ascolto, che disseminano qua e là ventate di sano pragmatismo: "The things you lean on are the things that don't last - "Buy me a ticket on the last train home tonight".. e dimorerà per dieci settimane (!) al numero 1 della Billboard easy listening charts nel 1979.
Segue "Valentina Way", che è rock barocco e pungente, con acuti riff di chitarra che s'inseguono ad ogni refrain ed inventive armoniche in continuo agguato che preservano dall'ovvio. Una scala discendente cupa introduce invece "Life in dark water"; ipnotico ed inquietante, il mood della canzone si concede solo una breve, leggera incursione swing nel middle eight, quando il protagonista, dimenticato dal mondo sotto acque scure, manda un pensiero alla propria bella che lo aspetta in superficie, ma la chitarra si distorce e il sipario si chiude sulle ultime parole di sconforto del povero naufrago. Dal canto suo, "A man for all seasons" rianima l'ascoltatore, con una melodia d'una bellezza strabordante ad accompagnare liriche di profonda saggezza, demolenti ogni figura umana che la storia abbia avuto l'imprudenza d'innalzare a mito, in particolar modo nel commovente crescendo finale. E a controprova di ciò, ecco subito dopo la storia di "Almost Lucy", novella Eleanor Rigby, anima coloratissima nella sua ordinaria nullità, celebrata in un sobrio calypso che è al solito dominato dalla brillanti chitarre di Stewart & White.

"The palace of Versailles" ribadisce ancora una volta la predilizione di Al per i "romanzi storici"; s'avvale d'un coinvolgente riff di piano e organo che rende il pezzo immediatamente riconoscibile e riporta di botto ad atmosfere robesperriane. Un brano esattamente agli antipodi di quello successivo, il gentile ritratto equestre di "Timeless skies", malinconico il giusto, "Some fragments just linger with you - Like snow in the spring hanging on.. "
che ribadisce come Stewart non rinneghi mai le proprie radici da folk singer.
"Song on the radio" è l'unico episodio evidentemente commerciale, e non a caso prescelto come follow-up a quaranticinque giri della title track. Contiene ogni possibile ingrediente per assaltare le classifiche: un ritornello di new-romantic style "You'll be on my mind like a song on the radio", un fresco riff di sax come segno riconoscitivo, reiterato tre/quattro volte, la sapiente produzione di Alan Parsons ad incrementarne il potenziale. Il fatto che si debba assegnare ad una canzone di questo livello la palma della "peggiore", sta a significare quanta buona musica sia disseminata nelle due parti di "Time passages".
Si chiude con un bellissimo acquerello acustico, seconda e ultima collaborazione con Peter White. "End of the day" è un breve tracciato di chitarra acustica che racchiude in poche frasi l'essenza della solitudine delle anime, che nessun rapporto estemporaneo potrà mai guarire; è una chiusura eccellente, per un album che se possibile arriva a superare la resa qualitativa del seppur più celebrato predecessore. Un album da annoverare tra i migliori del decennio sulla scena internazionale.

 

GUNS'N'ROSES - USE YOUR ILLUSION II

27 OTTOBRE 2018

 

L’importanza di questo disco, più significativo del pur ottimo Illusion 1, risiede nel fatta che è l’unico album nell’intera discografia dei Roses a racchiudere in sé interamente tutte le qualità e gli eccessi, lo straordinario talento e la fastidiosa ridondanza e autoindulgenza della band losangelina.



Partiamo da un presupposto: la (stra)grande maggioranza delle canzoni tocca picchi di qualità davvero elevati, ed in ognuna di queste c’è lo zampino decisivo di Rose.
Nella epica Estranged, consorella di November Rain ed uno dei molti pezzi firmati dal solo vocalist, la band si lancia in un nuovo, entusiasmante esercizio di hard-prog, ribadito anche in Breakdown. Da notare la verve baglionesca di un Axl che qui come in November piange un amore andato a male. Sul piano più prettamente rock, la proposta più esaltante è la opener Civil War. Parto collettivo del singer, di Slash e Mc Kagan, il brano condanna le azioni di guerra che negli anni hanno più sconvolto il popolo americano, dal Vietnam agli assassinii di Kennedy o Martin Luther King, presentando un riff di base davvero incalzante perpetuato regolarmente nel pezzo e un tempo velocizzato sul finale con il piano elettrico di Dizzy Reed a dare un inopinato tocco di rockabilly.
A tal proposito, val la pena specificare come l’introduzione in gran quantità di pianoforte e tastiere non rappresentava un tradimento, come ingenuamente asserito dai “duri e puri”. In realtà è un gigantesco passo in avanti nel dare completezza al suono di una band che non s’era mai proclamata come metal. A meno che si voglia provare a cancellare le parti di piano di Estranged o Yesterdays e dimostrare che senza di esse le canzoni fornirebbero una resa superiore. Quest’ultima è una nuova prova intrigante, scritta da Axl più una combriccola estranea alla line-up del gruppo, che parte pop per virare con pistolettate distorte a cura di Slash nel ritornello.



Una dei maggiori hits del disco fu la vertiginosa You Could Be Mine, essenzialmente Guns-prima versione, ed infatti risalente al periodo di Destruction, in sostanza opera unica di Izzy, che firma poi anche Pretty Tied Up e la blueseggiante 14 Years. Per colmo d’ironia lui e Axl scrissero questo brano per festeggiare quattordici anni di amicizia…e pochi mesi dopo Stradlin mollò il gruppo sbattendo la porta..



Nonostante il titolo, Shotgun Blues è un rock veloce e pregante così come Locomotive, scritta con Slash, che sposta leggermente il tiro sul metal funk, nuovo campionario di tessiture heavy coinvolgenti e mai banali. In tanta abbondanza di materiale efficace, sfugge il motivo dell’inclusione in Illusion 2 dei cinque minuti e mezzo di Heaven’s Door di Dylan, che all’epoca contava già di una miriade di versioni. Questa è lenta, spoglia e sembra messa lì per il solo motivo di far sfogare Slash. Per non parlare di Don’t Cry, già abbondava la versione di Illusion 1 e i nostri han pensato bene di inserirne una nuova, identica con testo cambiato, ed esprimendo la stessa nauseante lagna di cuori infranti alla Bon Jovi.



Se proprio mancavano i pezzi cheek to cheek bastava chiedere a Mr. Duff Mc Kagan di esprimersi oltre la piacevolissima So Fine, che a una strofa strappalacrime contrappone un refrain a tinte blues ed un bridge di puro rock’n’roll. Ma la ruota gira, e i nostri cavano dal cilindro la gustosa sorpresa di Get On The Ring, la track più inebriante della band fino a quel momento.



Con il supporto di un riff elettrico e vigoroso, una strofa trascinante e altre sezioni armoniche, Axl invita sul ring i detrattori (particolarmente giornalisti) per un confronto civile ed educato… tifo da stadio, esagerazioni ed eccitazione a mille, il miglior numero da circo dell’opera. Trivialità ribadita dal trip-hop finale di My World, eccessivo seppur brevissimo, che raduna in ottanta secondi la ragione della prossima disintegrazione della band: l’incorreggibile ego del leader.. Quando la coppia di Illusion vide la luce, infatti, la storia stava già per finire. Con la partenza di Stradlin, se ne andava il vero alter ego di AXL, oltre che il principale compositore insieme allo stesso cantante. Da lì, la discutibile operazione di Spaghetti Incident? ed i successivi, surreali quindici anni fino a Chinese Democracy, a notificare che i Guns N' Roses esistono ancora. Ma lo splendore artistico e pacchiano di Illusion 2 non tornerà più.

 

The Legendary Indian Aquarium and Other Stories // Angela Kinczly

8 OTTOBRE 2018

 

Dall'incontro con la Kandinsky Records nasce il primo album di Angela Kinczly, raffinata polistrumentista e poliglotta cantautrice Bresciana. Il diploma di conservatorio in chitarra lascia la sua traccia già  nel primo brano, Venus: qualche arpeggio su tappeto di grancassa e synth sfocia in un'esplosione elettrica durante il ritornello strumentale.

Ancora la chitarra, quella spagnola, domina la scena in trequarti di The Bench, bellissima costruzione armonica, melodia orecchiabile, scale e semitoni audaci, soprattutto nell'assolo di clarinetto che fa breccia nella parte conclusiva del brano. Ed è il clarinetto ad aprire e a farsi strada sinuoso tra le parole francesi della western Envie che anacronisticamente non stupirebbe se Tarantino la scegliesse per la colonna sonora di Kill Bill.

Atmosfere completamente diverse avvolgono Black Beast, parole sussurrate su uno sfondo dance che rende ancora più marcato il contrasto con il brano successivo: in Canone si respirano sonorità  medioevali, poi una cesura "sintetica" marca l'inizio della parte a canone, segue un assolo quasi psichedelico ed infine il tema iniziale è riproposto identico a se stesso: bellissima.

Ancora l'amore è il tema di Stay by my Side, lento chitarra e voce che muta in una spensierata bossanova nel ritornello. Lullaby, come dice il titolo stesso, è una nenia, una filastrocca cantata nelle due lingue inglese e francese che si chiude con il suono di un carillon a sottolinearne ulteriormente il lato infantile. Ultima traccia dell'album è Le cose più strane, singolo già  pubblicato in lingua inglese e francese che aveva portato Angela Kinczly all'attenzione di radio e critica.

Ciಠche resta al termine dell'ascolto di questo album è la percezione di trovarsi di fronte ad un'originale e competente musicista, agile compositrice, che gioca con i generi musicali e si districa con leggerezza tra suoni e strumenti: un piacere ascoltarla.

 

TERENCE TRENT D'ARBY - WILDCARD

18 SETTEMBRE 2018

 

Che fosse una delle più belle voci black del panorama internazionale è sempre stato un dato di fatto inoppugnabile. Che potesse ritornare a creare musica di valore, dopo che i folgoranti inizi di Introducing The Hardline According To TTD e l’ancora migliore Neither Fish Nor Flesh erano inaspettatamente sfociati in una carriera discontinua, era tutto da provare.

Ma con WildCard!, Terence Trent D’Arby, o Sananda Maitreya, come ha pensato di ribattezzarsi proprio alla vigilia dell’uscita dell’opera, ribadisce le sue qualità di camaleonte del soul, pubblicando un disco completo sotto ogni punto di vista. Divina è certamente il manifesto del rinnovato D’Arby. Atmosfere rilassate e fiati disseminati con giudizio, per il primo ed unico singolo dell’opera; a sei anni dall’ultimo disco, una scelta coraggiosa e specificatamente anti-commerciale. Il secondo solco (si fa per dire) di WildCard!, è Designated Fool, slow-funk fascinoso nelle sue movenze ipnotiche, che apre la strada a uno dei momenti più movimentati dell’opera, My Dark Places, che presenta un curioso contrasto tra i cori spirituals e un testo non proprio da educande; l’album si dipana poi attraverso Inner Scream, con il potente crescendo promesso dal titolo, ed il sinuoso electro-rock di SSR 336.

La sorpresa più eclatante della prima parte di Wildcard! è certo rappresentata da Drivin’ Me Crazy, con quella sequenza di accordi ed il farfisino tipicamente “garage”, nella sua personale rivisitazione dei Miracle Workers. E’ a questo punto che ha inizio la fase “ballads” del disco. E se la melliflua Love Can You Hear Me rischia di sprofondare lo spettatore su una calda poltrona in salotto, ecco sopraggiungere la spettrale bellezza di brani come Sweetness e più ancora Be willing, a mostrare che è ancora possibile creare degli slow che si sviluppino oltre schemi e melodie ritrite. Segue un piacevole esercizio di rhythm’n’blues denominato Reflecting, dopo di che Goodbye Diane reintroduce una manciata di rock grintosi, costruiti su riff piacevoli intervallati ad interessanti parti in minore e brigdes totalmente discostati dal tema. L’insieme comprende anche And They Will Never Know e l’intrigante Sayin’ About You.

Quando uno avrebbe già di che ritenersi soddisfatto, eccolo imbattersi nella sorprendente digressione gitana di Shadows, brano di notevole spessore melodico specie nell’affascinante refrain, che forse avrebbe meritato anche una pubblicazione su singolo per la sua immediatezza che non lascia mai spazio alla banalità. Alla coda di Benediction Sugar Ray spetta la chiusura dell’opera, curiosa con quelle strofe “normalmente” lente e quei refrain improvvisamente distorti e dissonanti proprio sul ritornello. Per quanto riguarda i testi, oltre a qualche episodio di trascurabile valore letterario, un distinto profumo di poesia aleggia su alcuni di essi, tra echi di meditazione trascendentale (Ev’rythang), esortazioni positive (Be willingInner Scream) o l’accorata preghiera d’amore di Shalom; altrove spunta una vena di sarcasmo come nella descrizione dell’amante extra-large di Benediction, per non parlare della latente scabrosità della succitata My dark places.

Ma è nella musica, che il talento di TTD si ripropone interamente, ed ancora una volta la sua multiedricità ne è l’arma vincente; questo disco piacerà ancora di più in ascolti successivi. Non date retta ai soloni che troppo presto han dato l’artista per finito, questo è un piccolo capolavoro soul, e di questi tempi è merce rara come un posto di lavoro.

 

RAM - PAUL McCARTNEY

28 GIUGNO 2018

 

Tra metà e fine 1970 il baronetto James Paul Mc Cartney, ex Beatle, non rappresentava di certo l’icona più amata del rock mondiale. Additato (a torto, almeno parziale) dall’opinione pubblica come responsabile dello scioglimento dei Fab, surclassato dagli sforzi solistici di Harrison e Lennon, che sarebbero stati tanto lodati quanto (specialmente il primo) venduti, Faccia d’angelo non stava probabilmente trascorrendo il suo momento migliore.

Assaggiato il clima pesante con il timido lavoro omonimo, s’era chiuso in studio con la moglie e un pugno di collaboratori, emettendo nella tarda primavera dell’anno successivo il suo vero, primo album da solista, Ram.


Il disco venne massacrato. Poi c’è stata la corsa alla rivalutazione e s’è esagerato nel senso opposto. Non si tratta certamente di un capolavoro, tuttavia malgrado i difetti e le inevitabili ridondanze, contiene almeno una buona metà di materiale per cui valesse la pena l’acquisto.
Il rock di Eat At Home, doppiato dalla fedele Linda, che esprime bene il rassicurante clima familiare ove il nostro amava cercare rifugio, oppure quello di Smile Away, buffone e divertente, o magari il blues elementare di Three Legs, ad esempio, quest’ultimo uno dei vari brani corredati da non velate allusioni all’ex compagno di songwriting, ma comunque puro amusement. L’incursione nel prog di Uncle Albert- Admiral Halsey, (con la quale il Macca si portò a casa anche un Grammy per il Best Arrangement Accompanying Vocalists nello stesso anno di pubblicazione) rappresentava un'alternativa melodica, quella della suite, che verrà ripresa in altre occasioni nel prossimo futuro, come in Red rose speedway.


Il rumoroso ed accattivante nonsense di Monkberry Moon Delight dal riff reiterato ad libitum, dileggia probabilmente coloro che per anni avevano dato la caccia a reconditi (e improbabili) significati apocalittici e profondi in certi testi dei Beatles. Il punto più elevato dell’opera è per opinione generale, alla quale mi accodo volentieri stavolta, la closer Back Seat Of My Car, che dimostra che l’inventiva di sir Paul stava per rioccupare opportunamente un posto importante nelle sue produzioni. Una linea melodica ariosa e ricercata, degna delle trame intense di Abbey Road, e una dichiarazione d’intenti: “We believe that we can’t be wrong”... davvero un buon finale.



Cosa c'è dunque di male in questo album? La mollezza di certe espressioni, come Ram On, la noia mielosa di Long Haired Lady, che nelle intenzioni rappresentava probabilmente una nuova suite elegante, e invece soffre di almeno due minuti di troppo, o la velleitaria Heart Of The Country, che pare un esercizio da sound- check.
La rockeggiante Too Many People e l’atmosfera arcaica di Dear Boy contengono altri messaggi per Lennon, la prima è un rimprovero per aver rotto il giocattolo (“you took your lucky break – and broke it in two”), il secondo rappresenta un attacco a Yoko e malcelava probabilmente il fastidio (l’invidia?) per la sovresposizione mediatica della coppia della pace tra la fine e l’inizio del nuovo decennio.



Senza entrare nel merito, si tratta di pezzi riusciti e piacevoli, anche se resta difficile giudicarli con obiettività considerando la stagione straordinaria dalla quale sir Paul era reduce.
Insomma, Mc Cartney era in rodaggio e lasciava chiaramente intendere di aver bisogno di tempo e fiducia per scrollarsi di dosso i fantasmi del mito.


Dall’ascolto di quest’opera, appare chiaro il suo tentativo di ricominciare semplicemente, per istradare una carriera solistica che inevitabilmente sarebbe stata sotto i riflettori ancor più di quelle dei suoi (ex) compagni.
Come se dicesse: "Ecco, questo è un sample delle mie possibilità, un accenno di quanto dovrete aspettarvi". Nei successivi quarant’anni, tranne poche occasioni ha fatto di meglio, e questo e quanto.

 
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