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R.E.M. OUT OF TIME

29 LUGLIO 2017

 

Giusto al compimento del decimo anno di carriera, ecco spalancarsi per il quartetto giorgiano le porte, finora pesanti e chiuse a tripla mandata, del consenso mondiale. E’ un peccato che tale momento storico sia immortalato dall’album più debole della loro storia fino a quel momento (ci sarà qualcosa di peggio molti anni dopo), che però ha il pregio di contenere il manifesto-REM per eccellenza ed il brano con cui ancora oggi diciotto anni dopo, l’ascoltatore medio (leggi = poco competente), identifica i quattro di Athens, ossia Losing My Religion.



Il disco infatti è inusitatamente lieve, delicato, particolarmente se paragonato a Document, il che, lungi dall’essere un difetto ovviamente, sembra singolarmente sottrarre una parte di “spessore” ad alcuni brani. L’esempio calzante potrebbero essere Near Wild Heaven o Half A World Away, canzoni d’amore opposte e complementari, che mostrano i due volti del protagonista;nella prima risulta confuso, insicuro ma bendisposto e volonteroso, modellando un’armonia orecchiabile, allegra, talvolta quasi stucchevole nei coretti; nell’altra è triste, pensieroso, pessimista, e si lascia andare alla negatività (Had Too Much To Drink, I Didn’t Think Of You) accompagnato da una melodia davvero struggente.


Out Of Time presenta dunque, l”io” al centro del mondo-Rem, molto più che in altre occasioni, omettendo le tematiche politico-sociali preminenti altrove, ed in qualche modo, i risultati appaiono tangibilmente meno soddisfacenti. Sarà la leggerezza di Me In Honey, chiusura di poco peso che lascia sostanzialmente le cose come stanno, ossia fluttuanti, vaghe, con domande senza risposta sui sentimenti e le loro oscillanti combinazioni chimiche. Saranno le due prove strumentali, la riflessiva e colorata Endgame o la corale Belong, che strumentale non è ma ci va molto vicino, le quali alla resa dei conti non rappresentano molto di più di un piacevole, disimpegnato esercizio. E le restanti tracce del disco non si distaccano troppo da questo trend minimalista ed ovattato, vedi l’enigmatica Low, caratterizzata da una grattata di chitarra e una flebile impronta di organo come unici segnali di vita.



Per quel che mi riguarda meglio Texarana, con Mike Mills alla voce ed il riff cupo che inchioda a metà il refrain, illustrando bene il tema dell’affannata ricerca di una possibilità di cambiare una vita ordinaria, della celebrata Shiny Happy People, così esageratamente gioiosa, dall’intro di violino al ritornello a tre voci a cura di Stipe, Mills e Kate Pierson che s’occupa anche dell’alto backing, inevitabilmente destinata a bissare il riscontro ottenuto da Losing My Religion.


Il disco contiene per fortuna almeno tre brani notevoli: il migliore in assoluto è facilmente la desolata Country Feedback, vero e proprio cantico di dolore che ricopre un’esistenza usata e gettata all’ortiche dall’illusione e la meschinità del mondo esterno. Il protagonista sofferente lancia un anatema raggelante che occupa almeno metà brano, “crazy what you could have had”, e la melodia si spegne sconfortata, così come sconfortata era sorta quattro minuti prima. Il pezzo è anche il prototipo più indicativo della matrice grass di Out Of Time, fiore all’occhiello della produzione di Scott Litt e della stessa band.



Un’altra gradita sorpresa è la presenza dell’effervescente Radio Song, una strepitosa, pestifera combinazione di rap, funky, hard rock e rock (in ordine artistico crescente) davvero gustosa e trascinante, giustamente proposta come singolo e capace di portare almeno una ventata d’aria fresca sullo stagnante fancazzismo creativo che affligge talvolta l’album. Infine, il successo mondiale della succitata Losing My Religion, a torto ritenuta una confessione religioso-morale, invece semplice, ulteriore love song dai toni amari, come ammesso dallo stesso Stipe, caratterizzata dal ricorrente riff di mandolino e di refrain appassionanti, che sbiadisce in una nuvola di fumo lasciando il povero frontman ancora alle prese con le proprie malinconiche elucubrazioni.



Lontano dall’essere un brutto disco, Out Of Time manca forse di un po’ di carica, di veemenza in certe parti, vedi la singolare rinuncia alla batteria in alcuni pezzi quali Half A World Away o Country Feedback, dove infatti il buon Bill è dirottato al basso. L’intimità dei temi trattati e la particolarità dei toni utilizzati lo rendono piuttosto atipico nella REM production. Sicuramente un’ottima idea a livello creativo sarà quella di rinunciare a promuovere l’opera per rinchiudersi quasi subito in studio e darvene un seguito che si dimostrerà superiore in toto.

 

HOBO RAMBLIN - DELTA BLUES

10 LUGLIO 2017

 

Siete stanchi dei ritmi frenetici? Siete stressati? Nervosi, negativi, aggressivi? Allora il rimedio che fa per voi sono le dici pillole contenute in Hobo Ramblin’. Non vi sto proponendo psicofarmaci o improbabili rimedi ayurvedici, ma un distensivo ritorno alle origini attraverso il Mississippi Delta blues dei Baton Rouge.

Non servono che una manciata di secondi di ascolto per staccare la spina e ritrovarsi seduti sulla carrozza di legno di un treno merci diretto a Menphis. Il sole è al tramonto e un sound caldo e coinvolgente fa da sfondo al nostro viaggio.

 

La chitarra traccia l’incipit di Drop Down Mama, omaggio a S. John Estes, un attimo dopo l’armonica di Stefano Giacon e il mandolino affidato al tocco sapiente di Davide Speranza entrano a pieno regime.

Lean On You, composizione originale di Mario Bartilucci, sembra strizzare l’occhio all’ascoltatore con un riff orecchiabile e rilassante, mentre il timbro suadente di Elena Zoia sostiene il lead vocalist nei tratti salienti del brano.

E’ quindi il momento di un’altra cover, Born In A Biscayne di Spencer Bohren, brano scandito e sostenuto dalla chitarra ostinata di Marco Riganti, mentre Mario Bartilucci alterna strofe cantate ad assoli bottleneck.

 

Lo dicono loro stessi, “è semplicemente Mississippi Delta blues”, non ci sono sorprese né stravaganze: i Baton Rouge sono sempre in grado di darci esattamente ciò che ci aspettiamo; quindi ecco altre due composizioni originali di Bartilucci, You Gonna Miss Me, in cui sembra riecheggiare la stoniana The Spider And The Fly e Guidin’ Hand, perfettamente conformi ai canoni del genere.

 

Nel cuore dell’album non poteva certo mancare un brano di Robert Johnson: per rendere omaggio al padre del blues i Baton Rouge scelgono Crossroads Blues. Segue la title track Hobo Ramblin’, in cui un intro con arpeggio di chitarra e bottleneck prepara l’ingresso della voce, mentre l’armonica in crescendo culmina in un articolato e struggente assolo.

Cambio di rotta ed ecco la gridata Mistery Train (Parker /Phillips), cavallo di battaglia di sicuro impatto che la band sfodera puntualmente durante le frequenti esibizioni live. Altre due cover, il classico Brownsville Blues e Done Somebody Wrong di Elmore James, prima dell’ultimo brano originale dell’album, Wheep And Moan Blues, ancora a firma Bartilucci.

 

La chiusura di Hobo Ramblin’ è embleticamente affidata ad Aberdeen Missisipi Blues di Bukka White; più tradizionale di così si muore. Le ultime note bottleneck ci lasciano in sospeso, nulla è cambiato, nulla è stato affermato, ma il contenuto spirituale di questa musica è ancora vivo e pronto ad essere scoperto e riscoperto.

L’appuntamento è quindi al prossimo concerto dei Baton Rouge (data la loro intensa attività live, non vi sarà difficile imbattervi in una loro performance) momento in cui il trio riesce ad esprimersi al meglio, a trasmettere con maggior intensità e spontaneità le emozioni autentiche, proprie di questo genere musicale; impossibile non rimanerne affascinati.

 

 

 

 

FABRIZIO DE ANDRE' - LONDON SYMPHONY ORCHESTRA - SOGNO N.1

21 GIUGNO 2017


(scritto da Cesare G. Romana)


Lui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezzi – che non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel brano l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

 

FRANCESCO DE GREGORI - CANZONI D'AMORE

1 GIUGNO 2017





Pubblicato al culmine dell’annus horribilis 1992, questo disco di Francesco De Gregori è, come e più di precedenti frutto di un’analisi spietata della realtà circostante che porta a un’opera dalla bellezza devastante, crudelmente sincera nei contenuti.
Che il titolo sia fuorviante, come uno magari possa aspettarsi dal personaggio, va da sé. Eppure ad aprire l’album tocca a una vera e propria canzone d’amore. “Bellamore” è la pienezza del rapporto con l’altra persona, l’infondersi sicurezze e conforto, “Questa notte passerà o la faremo passare”, il giuramento infinito. Strada spianata dunque, a un lungo, armonioso viaggio a due verso la beatitudine? No, ovviamente. “Sangue su sangue”, su base pesantemente elettrificata, con doppio assolo di chitarra urticante, è la macabra reliquia della stagione di sofferenza inaugurata dagli infausti giorni di Capaci e Palermo. Terrore e angoscia nel testo, speranza assente, sangue su sangue su sangue soltanto. “Viaggi e miraggi” è un pop-rock influenzato di latino, tramite il quale il cantautore ci accompagna in un breve ma arguto tour del Bel Paese, toccandone e ribadendone i più o meno fondati stereotipi (“andiamo a Genova coi suoi spiriti musicali, o a Milano con i suoi sarti e i suoi industriali, oppure a Napoli con i suoi martiri professionali, a Firenze coi suoi turisti internazionali”), dedicando peraltro la più sopraffina gentilezza alla propria città (“oppure a Roma che sembra una cagna in mezzo ai maiali”), mentre un sax leggero come una piuma indora l’aria di fresco. Nella track successiva, è la politica a prendersi la scena, la politica che porta l’intellettuale a porre una domanda semplice, pregnante: “Tu da che parte stai? Di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti, rubando?” . Cose così, insomma, normali nell’estate di Tangentopoli. Musicalmente il brano ha la potenza graffiante di Sangue su sangue, solo leggermente meno distorto, ma sufficientemente aggressivo da costituirne l’ideale prosecuzione. Il primo lato del vinile si conclude con la lettera al padre “Tutto più chiaro che qui”. Un concetto classico: il figlio che rimpiange i tempi, a suo dire migliori, in cui il genitore viveva. E’ un pezzo evocativo ma non commosso, più curioso e bisognoso di risposte che arrabbiato; melodicamente è uno dei più variegati dell’album, quasi una mini suite, con solenni parti barocche comandate dal pianoforte alternate a sornioni tracce di chitarra in minore. Il testo? Leggetevi questo, basta e avanza: Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra - E la terra attraversata da gente di malaffare - E vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare…”

La side B di Canzoni d’amore sembra invece essere incentrata sulla solitudine. Quello del viandante che incontra la donna a pagamento di “Stella della strada”,che inaugura il lato. Oppure quella che trapela dalla feroce “Vecchi amici”, ritratto spietato di un” professionista dell’amicizia e della compassione”, “ciambellano del nulla – avanzo di segreteria”. De Gregori s’accanisce, quasi divertendosene, contro un soggetto misterioso (C’è che mormora Venditti) e non rappresenta altro che il sintomo della profonda delusione che coglie quando ci si accorga di come qualcuno nel tempo possa cambiare, amplificando così la solitudine di cui si soffre. Delusione che diventa rancore che tracima in una canzone bellissima, tinta d’una energica vena rock e dal ritornello contraddistinto da un’alta cantabilità. Dove la solitudine diventa insopportabile c’è il rischio di creare capolavori, e nel caso di questo disco  il masterpiece risponde al nome di “Povero me”, un bluesaccio assoluto caratterizzato da un’ingegnosa, insolita sequenza d’accordi nella strofa, che diventa devastante nel ritornello, ripreso più volte dall’urticante assolo di chitarra. Scritta (unico caso di collaborazione) con Mimmo Locasciulli, esprime un dolore evidente in versi quali “..nemmeno un amico qualunque per bere un caffè”, piuttosto che “Guarda che pioggia di acqua e di foglie, che povero autunno che è!”  
Naturalmente De Gregori è, oltre a poeta, un musicista completo. A livello melodico dunque, ha ancora frecce al suo arco prima che la puntina finisca di grattar solchi. C’è il country grass de “La ballata dell’uomo ragno”, divertente, caustica; in questo caso sono pochi i dubbi sussistenti circa il destinatario delle invettive sarcastiche che la pervadono, sulla falsa riga di “Chi ruba nei supermercati”. “Adelante, adelante” si rivolge invece ad obiettivi più generici, ed è un po’ la summa delle povertà morali che invadono il (bel) paese in questi tempi infausti “questa terra senza misura,  - che confonde  la ricchezza con il rumore,  - ed il diritto con il favore,  - e l'innocente col criminale,  - ed il diritto col carnevale.”. Tramite un rock sparagnino e un riff agile e ribadito ad libitum, davvero piacevole. Ti resta in testa sin oltre la fine del brano, ma le prime note di “Rumore di niente”, lo sciolgono come neve al sole. Posto a chiusura della raccolta, è una canzone umile e rassegnata, che dapprima si preoccupa di disquisire coll’ascoltatore circa il vero contenuto dell’album (“Avevi creduto davvero, che avremmo parlato d’amore?”). Poi s’adagia su metafore serenamente consapevoli del momento storico che si sta vivendo (“Babbo c'è un assassino non lo fare bussare” – “Babbo c'è un indovino non lo fare parlare” – “Babbo c'è un imbianchino vestito di nuovo”)…per poi chiosare amaramente: “E c'è un forte rumore di niente”…E la melodia si adegua, triste, dimessa, eppure splendente, nel suo leggero incedere. Gli ultimi minuti di “Canzoni d’amore” sono una sinfonia adorabile e struggente, che accompagna l’ascoltatore alla fine del viaggio e lo riporta alla realtà, peraltro già magistralmente fotografata in quest’ora di grande musica.

 

ROYAL CUBA - GOOD VIBRATIONS

4 MAGGIO 2017


Gendrickson Mena (trumpet, flugehorn)//Leonardo Gobin (trombone)//Maurizio Carugno (tenor sax)//Andrea Pollione (piano)//Juan Carlos Calderin (drums)//Valter Rebatta (congas)//Eduardo Cespedes (bass, vocal, arrangements)

Mantenendo fede alla propria filosofia hic et nunc, anche questo La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey dei Royal Cuba, come le precedenti pubblicazioni della Idos Records, è inciso rigorosamente dal vivo, testimonianza di un concerto tenutosi al Barrio's Cafè di Milano nell'aprile 2006. Formazione meticcia dedita al latin jazz (e dintorni), promulgatrice di un'arguta miscela cubano/americana dalla comune matrice afro. Va precisato che la musica dei Royal Cuba non è la solita proposta edulcorata da weekend in discoteca o da scuola di ballo latinoamericana, pur se in possesso di tutti quei requisiti necessari per far muovere ogni singolo muscolo, ma un proficuo gemellaggio fra universo afrocubano e jazz, screziato da flessioni blues e funk. Un mood debitore di quella radice atavica, dalla natura percussiva, alla base di ogni linguaggio musicale di derivazione africana; a fronte di questa premessa la propulsione ritmica diviene fondamentale e imprescindibile, influendo sulla pratica compositiva.

L'effervescente funky-latin La Mulata, biglietto da visita del collettivo, mette in evidenza l'ottimo lavoro in fase d'arrangiamento di Cespedes (incalzante l'orchestrazione dei fiati); le stesse pulsioni funk sottotitolano la rivisitazione dal sapore r&b del classico di Compay Segundo, alias Francisco Repilado, Descarga Chan Chan, avvolta in raffinate armonizzazioni (nonché citazioni) jazz del piano e marcata dalla voce di Cespedes, depositaria inoltre di un breve proto scat. La titletrack è un blues sinuoso dall'incedere lento e inesorabile, a cui sfuggono sussulti destabilizzanti che ne alterano il costante fluire.

Cuadro Negro recupera quei valori ancestrali collegati a religioni come la Santeria, dove l'ipnotico progredire del ritmo è fonte di tribalismi afrocentrici associati, in questo caso, a sviluppi armonici di stampo moderno. Le sette tracce del disco vedono l'apporto equanime dei musicisti epurato da protagonismi solistici, finalizzato ad un risultato complessivo lastricato di improvvisazioni contenute ma galvanizzanti come quelle presenti su Asi, elegante bossa nova a firma Gendrickson Mena.

Unico neo, alcune anomalie dinamiche nella ripresa audio che penalizzano in parte l'ascolto dimezzandone l'impatto sonoro, anche se traspare distintamente l'energia, il forte affiatamento e la componente giocosa emerse durante l'esibizione. Custodi dei fondamenti della musica afrocubana, i Royal Cuba rigenerano la tradizione attualizzandone il linguaggio, in una stimolante esposizione dalle fattezze contemporanee.

La Mulata // You Sou // La, Sol, Fa, Sol, Sol Rey // Asi // Chush// Cuadro Negro // Descarga Chan Chan

 
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