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KEN FOLLETT - MONDO SENZA FINE

13 LUGLIO 2017


Duecento anni dopo le vicende de “I pilastri della terra”, Follett ci riporta in suolo britannico, precisamente a Kingsbridge. I protagonisti discendono direttamente da Tom, l’eroe del romanzo precedente, autore dell’imponente cattedrale su cui la storia s’imperniava. Tutto ha inizio intorno alla fine del 1327, quando quattro ragazzini in un bosco assistono a uno scontro tra cavalieri; a spuntarla sarà un cavaliere solitario che uccide i nemici, malgrado fossero in due contro uno, ma subisce una grave malformazione ad un braccio.

I piccoli, Caris, figlia del lanaiolo, i fratelli Merthin e Ralph, figli di sir Gerald, cavaliere del re e Gwenda la popolana, che il padre obbliga a piccoli furti per sopravvivere, escono allo scoperto ma il cavaliere vincitore, Thomas, non ha intenzione di far loro del male. Dopo aver affidato a Merthin, una misteriosa lettera da rendere nota solo alla sua morte, il cavaliere si vede costretto all’amputazione di un braccio. Prenderà poi i voti da monaco benedettino. La vita nel piccolo borgo pare scorrere tranquilla, almeno finchè, quello stesso inverno, le inclemenze del tempo e della natura portano al crollo del ponte in pietra che collegava il paese al mondo circostante. Impensabile farne a meno: senza il passaggio, Kingsbridge rimarrebbe esclusa dal commercio e da gran parte delle attività imprenditoriali che fiorivano in essa, specialmente avrebbe dovuto rinunciare agli introiti derivanti dall’annuale fiera della lana, che attirava annualmente centinaia di visitatori.

Proprio a Merthin, che si dimostrerà sin dall’inizio costruttore valente, con idee innovatrici, viene affidato il compito di costruire il ponte, una responsabilità notevole, che il ragazzo affronta con coraggio. Ma si deve scontrare contro l’ottusità del priore, Godwyn, sempre spalleggiato dall’attendente Philemon, fratello di Gwenda. I vertici del priorato si chiudono in convinzioni conservatrici e ristrette, celandosi sotto la finta e ipocrita ala protettrice dell’abito talare, in realtà puntando a una mera affermazione personale nell’ambito clericale e laico. Purtroppo sono loro ad avere, per vecchie leggi reali, potere assoluto sulla cittadina.

Quando Merthin e Caris, nel frattempo divenuta sua fidanzata, cercano di aggirare il cavillo che li soggioga al priorato, Godwyn approfitta dell’epidemia di peste nel frattempo calata sul borgo, e del fatto che Caris opera trattamenti medici “non ortodossi”, per accusarla di stregoneria ed indurla dunque all’impossibilità di nuocere. Questa mossa potrebbe risultare devastante, per i due giovani. L’unica possibilità per Caris d’evitare il rogo è farsi suora. Tale è la delusione di Merthin, da fargli decidere d’espatriare. Si recherà a Firenze, dove ricomincerà da capo, avviando in loco l’attività di costruttore e creandosi una propria famiglia.

Tutto il corso della vicenda verrà peraltro rimesso pesantemente in discussione con lo scoppio della peste nera, nel 1348. Il che porrà fine a molte diatribe, aprendone peraltro di nuove... 

Inutile dilungarsi eccessivamente sulla trama, che come per ogni romanzo “epico” di Follett si tesse tramite incroci complicati e continui. Vorrei solo puntualizzare come anche in “Mondo senza fine”, tutti i tasselli s’accomodano buoni buoni al posto giusto, con le tempistiche e le modalità che il narratore stabilisce, sempre con imbarazzante precisione. Non c’è tematica sollevata nel testo, e come per ogni libro delle trilogie, queste sono vastissime, che non riceva la propria soluzione.

Quello a cui il grande autore inglese non riesce mai a rinunciare è il rendere piccanti certe scene scendendo volentieri in particolari più che espliciti, al di là di ogni puritanesimo non sempre strettamente necessari all’economia del racconto. Al di là della sindrome da cento sfumature, volendo cercare il pelo nell’uovo si potrebbe anche notare come una cinquantina di pagine, esattamente quelle relative alla guerra dei cent’anni, se le sarebbe pure potute risparmiare. In ultima analisi peraltro, si tratta di dettagli. In assoluto, la narrazione è efficace e coinvolgente in modo abbastanza costante. Il che per un tomo di oltre milletrecento pagine, non è caratteristica di poco conto. La formula dei “Pilastri della terra” viene perpetrata senza suscitare noia o stanchezza, mantenendo invece costante l’interesse del lettore.