Home Un libro in quindici giorni MARCO VENTURINO - COSA SOGNANO I PESCI ROSSI

MARCO VENTURINO - COSA SOGNANO I PESCI ROSSI

24 GIUGNO 2017



Romanzo-denuncia, per animi forti e fortemente sconsigliato a chi cerca la classica lettura “distraente”, “Cosa sognano i pesci rossi” vede i due protagonisti alternarsi regolarmente nella narrazione sino all’epilogo. C’è l’amministratore delegato d’una florida azienda del nord, il signor Tunesi, nella parte del pesce rosso, la cui sfolgorante carriera viene stroncata da un tumore, e un medico anestesista, Gaboardi, che invece non trae molte soddisfazioni dall’attività lavorativa, disilluso dall’arrivismo e l’ipocrisia che lo circondano.
Tunesi viene confinato in un ospedale milanese, reparto terapia intensiva e Luca lo assiste con frequenza quotidiana. La trama del romanzo consiste in pratica del decorso ospedaliero del paziente, e si conclude appena raggiunto il verdetto estremo: guarigione o morte. In mezzo, le considerazioni taciute ma vitali di Tunesi, che resta lucido per gran parte della narrazione. Lo struggimento per l’essere escluso, di colpo e senza apparente via di salvezza, dalla vita quotidiana, che prosegue anche senza di lui, nei volti mortificati dei suoi cari, la moglie e la figli, negli atteggiamenti ondivaghi di medici e infermieri che si alternano al suo capezzale. Può comunicare solo tramite sguardi, cenni con le mani, rimanendo costantemente segregato nel letto, affiancato da altri due pazienti muti ed immobili, nelle stesse condizioni. Ovviamente è lo sconforto il suo vero compagno di viaggio. Solo raramente soppiantato da un anelito di vita, di coraggio, magari ispirato da un commento positivo del medico di turno o un sorriso delle gentili, pietose infermiere. Lo spirito appassisce ulteriormente quando, dopo oltre un mese di degenza, Tunesi viene aggredito da una febbre misteriosa, che i medici non riescono a spiegare e sottrae lucidità al paziente. L’uomo entra in una spirale d’incoscienza, sale su montagne russe di disperate illusioni, sogna di dare in sposa la figlia a quello che ritiene il più meritevole tra i dottori, fa progetti per quella che ritiene l’imminente dimissione.
L'altra parte del mondo, distante anni luce dalla dimensione in cui galleggia esanime il signor Tunesi, eppure così drammaticamente a contatto con essa, è quella in cui gareggiano i professionisti della salute.
Dietro una facciata di pervicace attaccamento al lavoro, a quella che spesso appare una vocazione, una vera missione, si nascondono spesso sagome d’individui senza cuore, tesi unicamente alla realizzazione e all’avanzamento professionale, per i quali la presenza di un malato terminale rappresenta una nuova sfida, magari un traguardo da raggiungere, un rivale nell’equipe medica da superare, insomma spesso tutto è tranne un pietoso caso umano.
Interessante notare come i due mondi non entrino quasi mai in collisione tra loro. Il professore di turno è un esecutore a mano libera, per il quale Tunesi è una tela bianca, da riempire colle iniziative che sgorgano dal talento e dagli impulsi della scalata professionale. Non può permettersi di compiere errori per l’indelebile macchia che apporrebbe sul curriculum, il salvare una vita umana è una diretta, positiva, conseguenza. Ma non si stabilisce il minimo rapporto tra le due parti; rapporto che, al contrario, s’imposta almeno in misura embrionale col personale addetto (infermieri, addetti alle pulizie e quant’altro)
La narrazione s’interrompe, più che concludersi, quando il destino e l’azione dell’uomo stabiliscono ciò che sarà.
Terribili contrasti tra capitoli adiacenti, gli uni, pervasi da struggenti aneliti di vita ormai smarriti e perduti, da parte di Tunesi, con conseguenti, terribili, rimorsi, rimpianti e rancori. Gli altri, mera cronaca di scalata al potere di professionisti rampanti, descritti da Luca con malcelata meraviglia e stanca rassegnazione.
Nota a margine: l’autore è direttore di divisione di anestesia e terapia intensiva all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Uno dei lati più inquietanti di “Cosa pensano i pesci rossi”, è che nomi e situazioni sono frutto di fantasia, ma solo quelli.