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NICOLA LAGIOIA - LA FEROCIA

23 GIUGNO 2019

 

Nel momento in cui la figlia trentasettenne d’un noto costruttore pugliese, Vittorio Salvemini, trova la morte al buio di una statale mal illuminata dal tir che stava guidando, il camionista Orazio Basile crede che la sua vita finisca lì. Invece a finire è solo la sua abilità motoria, dato che gli verrà amputata una gamba, sorte peraltro più accettabile di quella toccata a Clara Salvemini. L’incidente viene derubricato come suicidio, una tesi che tutti nella famiglia Salvemini accettano, oppure caldeggiano, a seconda degli interessi, mentre il buon Orazio inizia la propria semi esistenza da paraplegico, con un appartamento in regalo, gentile omaggio di qualcuno che ha interesse che il camionista, oltre alla gamba, perda anche la memoria recente.

Dopo un breve periodo di lutto, i Salvemini tornano alla propria vita normale, fatta di benessere più o meno ostentato e degli intrallazzi intrecciati senza soluzione di continuità dal capofamiglia. Tutti tranne uno. Oltre a Vittorio e Annamaria, e i figli Gioia e Ruggero, c’è un quarto figlio, Michele, nato da una relazione adulterina del babbo. Il ragazzo è un tipo difficile, non allineato al mood Salvemini, e viene presto “internato” a Roma, lontano dal centro nevralgico della tribù e dove, in teoria, non possa fare danni. Peccato che sia proprio con questo fratellastro che Clara abbia intessuto il legame di sangue più stretto in assoluto della sua breve vita.

 

Il modo in cui Clara ha repentinamente lasciato questo mondo, al ragazzo risulta invero indigesto. Così il trentenne, invece di tornarsene a Roma ad esequie avvenute, resta a Bari ed inizia un’indagine del tutto personale, andando a tampinare una per una le conoscenze della sorella defunta, senza recalcitrare di fronte alle porte meno accessibili, anzi, con una determinazione inaspettata e con una scaltrezza tale da non lasciar trapelare nulla in casa propria. Naturalmente scatena un disastro. Dissotterra scheletri dagli armadi di gran parte dei salotti buoni della borghesia pugliese, e con questa condotta accende uno scandalo via l’altro, che vanno a toccare anche la sua famiglia. Le imprese di Vittorio, specialmente quelle meno lusinghiere, diventano di dominio pubblico, ma la pecora nera della famiglia Salvemini non si ferma davanti a niente, la sua teoria è che la fine della sorella non sia affatto ascrivibile a suicidio. Resterà per mesi interi nella casa padronale di Bari, sinchè non riuscirà a far luce sull’avvenimento.

 

Questo quarto romanzo pluripremiato di Nicola Lagioia, che spinge a fondo l’acceleratore sul noir ed architetta una storia di torbidi trucchetti, di spietati ripudi ed inattesi ritorni, lascia più di qualche goccia d’amaro in bocca. Dapprima il linguaggio, talvolta nebbiosamente caricato, appesantito da proposizioni improbabili, di cui do esempio come segue:

“Benché appena adolescente, nonostante nessun ragazzo ancora (ma su questo il geometra avrebbe scommesso non più di trecento biglietti da cento), avesse incrinato un imene il cui valore a sedici anni Clara doveva essere abbastanza sveglia da saper moltiplicato dal giorno in cui non ci sarebbe stato più, se la sentiva cuocere nello spazio tra il sedile e se stessa. “

“Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.“

“Questa figlia la cui essenza si disfaceva lasciando al proprio posto la nuda sistole di un dispiacere”

Tabu espressivi che si intrufolano senza criterio in mezzo di altri periodi più scorrevoli e meno artefatti, sinceramente più digeribili. E’come volesse crearsi senza motivo un’aurea da fine e letterato elitario, a discapito della libera, popolare comprensione.

Non è l’unica pecca. Volgarità assortite, sporadiche ma gratuite, buttate lì in mezzo ai dialoghi . Carenze a livello di prosa: calcando la mano sul rapporto stretto tra Michele e Clara, il ripudiato e la predestinata, Lagioia s’incarta presto in elucubrazioni infinite, introspezioni, fluttuazioni di coscienza e dimentica d’incollare alcuni tasselli indispensabili alla risoluzione del puzzle, riducendo la prosa a un esercizio pesante, spesso indigesto, da tentazione d’abbandono, superata solo nella speranza (vana) di meglio comprendere col trascorrere delle pagine. Individualista, narcisista, la narrazione monca, ripiegata su sé stessa. E troppe perle illeggibili: p.32 'il bulbo che ruggiva';p.43'Gli angeli battuti a mano sul parafuoco del camino'; p.49 'l'ossessione computazionale'; p.64 'Il lievito dei sadducei…davvero troppo, per un Premio Strega (!)