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FRANZ KAFKA - IL CASTELLO

15 MARZO 2019

 

Sera invernale schiumosa di nebbia, luogo indefinito della campagna austriaca, un agrimensore raggiunge un villaggio. Il signor K entra nell’unica osteria, ancora aperta, e chiede di poter parlare col padrone del castello sovrastante il villaggio, dal quale sarebbe stato convocato per compiere il proprio mestiere. Con sua grande sorpresa però, né il gestore, né gli avventori sembrano prendere troppo sul serio la sua richiesta, qualcuno, con occhi turgidi e silenziosi, appare persino ostile.

Solo l’arrivo contestuale d’un messaggero, che apporta la nomina di K come agrimensore e la firma in calce del conte Westwest, sblocca la situazione. Il sindaco del paese, recita la missiva, sarà il superiore di K., il quale potrà iniziare “a breve” a svolgere il proprio incarico. Sollevato, K si trasferisce in un albergo ove trascorrere la notte, e vi conosce la cameriera Frieda, con la quale si fidanzerà, convincendola a lasciare per lui il ruolo di amante d’un importante funzionario.

Quando però il giorno dopo K arriva al cospetto del sindaco, viene da questi informato che la sua nomina e dunque la sua convocazione non è altro che frutto d’un disdicevole equivoco. Un errore dovuto al complesso e macchinoso apparato burocratico. Naturalmente, di fronte alla faccia stupefatta di K, il primo cittadino si mette ad architettare mille e più scusanti in modo da rendere credibile e digeribile, per K, la dura realtà d’aver affrontato quel viaggio per niente e, soprattutto, di restare senza prospettive di lavoro.

Proprio quando la situazione sembra volgere al peggio, dalla scuola gli offrono un posto provvisorio come bidello. Lui è molto titubante, ma le circostanze avverse e l’insistenza di Frieda lo portano infine, tra mille riserve e dubbi, ad accettare. Anche se, pungolato nell’orgoglio, K s’adopererà allo stremo per ottenere ciò che ritiene spettargli di diritto, ossia il posto di agrimensore. Quello di cui, però, lentamente, K si rende conto con doloroso stupore, è che tutti nel villaggio, dalle autorità al più insignificante degli avventori, sembrano far fronte comune, con atteggiamenti e commenti, per impedirgli di raggiungere il proprio scopo, come se la banale immutabilità del villaggio debba essere preservata a tutti i costi. Soprattutto, K è strabiliato di come la gente sembra comportarsi inconsciamente in questo modo, ma non devii mai da questa allarmante, non scritta, direttiva.

 

Terzo ed ultimo “romanzo” di Kafka, ovviamente straordinario ed indimenticabile, al pari degli altri. Lo stesso senso del claustrofobico, il medesimo malessere caustico ed inspiegabile che attraversa le giornate della vita accompagnandoci e del quale non sappiamo spiegare l’origine, giustificare la presenza, progettarne una definitiva eliminazione. Se nel “Processo” però, le ombre del grottesco e dell’incredibilità di certe situazioni portavano il protagonista a una sorta di psicotica rassegnazione, d’imperturbabile consapevolezza dell’immutabilità del proprio stato e lo piombavano in un’inquietante quiescenza, nel “Castello” la lotta è costante e indomita, l’uomo sente profondamente il senso sconvolgente dell’ingiustizia che patisce e non se ne arrende, finchè non viene triturato dall’ineluttabilità degli eventi, e dalla scure affilata d’un destino che pare giocare a mettergli tutti contro, più o meno consapevolmente.

Una lettura che richiede un impegno notevole e costante, la prosa è fitta e continuamente alimentata da riflessioni e contraddizioni, plausibilità rinnegate e inverosimilità sdoganate. Non c’è niente, qui dentro, in cui ognuno di noi non possa ritrovare qualcosa di sé stesso, perfettamente immortalato in un momento irripetibile del cammino. La metafora del castello come vita irraggiungibile, la sensazione amarognola e incancellabile in cui ognuno di noi naviga a vista. Ovviamente imperdibile. La raccomandazione, per quel che può valere, è di non fermarsi alle prime, inevitabili, difficoltà: più si andrà avanti più ci si ritroverà ammaliati, attratti dal profluvio di sofferenze, esaltazioni e sensazioni che il romanzo procura. E dal fascino malato delle incongruenze inspiegabili e inflessibili, che lastricano l’esistenza umana.