Home Un libro in quindici giorni HARUKI MURAKAMI - TOKYO BLUES

HARUKI MURAKAMI - TOKYO BLUES

13 SETTEMBRE 2018

 

Toru Watanabe ha trentotto anni e sta atterrando ad Amburgo. Siamo nel 1987. Gli sovvengono, in un lungo flashback, una serie di avvenimenti avvenuti circa diciassette anni prima. Ossia quando era uno studente universitario a Tokyo, con le idee non troppo chiare sul futuro, come miliardi di ventenni, e una lunga storia di sfighe assortite davanti.

Dal nulla, il suo miglior amico, Kizuki, fidanzato di Naoko, una bella giornata di maggio decide di richiudersi in garage e salire in macchina, dopo aver collegato il tubo di scarico al finestrino aperto e aver acceso il motore. Niente di che, in confronto a quanto capiterà oltre. Naoko, quasi per induzione, si rifugia in Toru, nel tentativo di scacciare gli incubi e i fantasmi che ne attaccano la psiche. Naoko diventa la figura centrale dell’esistenza incerta di Toru. Di più: diventa un’ossessione che gli scombina le giornate già poco organizzate, tra le tremolanti lezioni universitarie, un compagno di stanza schizzato, denominato non senza fondamento, Sturmtruppen e le ossessioni, condivise con molti coetanei e coetanee, per sesso ed alcol.

Quando la vicinanza tra Naoko e Toru sbocca, in modo piuttosto inevitabile, in qualcosa di più che semplice amicizia, la situazione, invece che migliorare, precipita. La ragazza non riesce a liberarsi dal fantasma di Kizuki e i sensi di colpa s’amplificano, aggredendola e confinandola in un oscuro mondo d’incertezze.  Oltretutto, la sorella della ragazza s’era a sua volta, tempo prima, tolta la vita. Troppo per Naoko, tanto che, all’insaputa di Toru, si farà internare in un ospedale psichiatrico. Toru, sconvolto, riesce a trovare comunque le proprie consolazioni con la frequentazione di Midori. La ragazza abborda Toru in un bar. Manco a dirlo, anche la sua situazione personale è traballante. Madre defunta, il padre muore di cancro pochi giorni dopo che Toru conosce Midori, e fa in tempo a smazzarsi alcune ore in ospedale a fianco del moribondo, fungendo persino da badante. La ragazza è lunatica e disorientata, non sa cosa fare con la cartolibreria che i suoi le lasciano in eredità, è in disaccordo con la sorella: vuoi che Toru non inizi una storia clandestina pure con lei?

Intanto il tempo passa. Arriviamo al 1970 e nuovi cambiamenti attendono Toru e il suo mondo greve.  Toru è costretto a registrare un nuovo suicidio: quello di Hatsumi, la fidanzata di Nagasawa, il miglior amico del protagonista sui banchi dell’università. Poco tempo dopo, inevitabilmente, arriva quello di Naoko, sconfitta definitivamente dai propri fantasmi, che la inducono ad appendersi a un albero di montagna, fuori dall’istituto psichiatrico. E’ la fine anche per Toru? Nemmeno per idea. Dopo una fugace relazione con una compagna d’istituto di Naoko, la trentasettenne (!) Reiko, può correre da Midori per cercare di costruire qualcosa di finalmente stabile con lei.

 

Non consiglio la lettura di questo romanzo, e non solo per il proliferare di sindrome manico-depressive cui potrebbe dare il via. A parte l’ovvia considerazione che trecento pagine d’apologia del togliersi la vita non è il più brillante leggere possibile, riscontro anche mancanze, come dire, logistiche. Non ci sono spiegazioni o background che giustifichino la maggior parte dei suicidi, manca la storia dietro la tragica decisione di Kizuki o la sorella di Naoko. Non c’è una linea che leghi il passato, che occupa l’intera narrazione, col presente, che vede Toru sbarcare ad Amburgo nel 1987. Troppi spazi bianchi. Come finisce la storia con Midori? Perché la scelta di diciotto anni di distanza tra l’azione e il presente? Chi è diventato, che ha fatto Toru nel frattempo?

Non c’è umorismo. Si cammina sul filo per tutto il tempo pensando, e che disgrazia sta per capitare, ora?!?  E poi, a costo di passare per bigotto, davvero troppo, troppo sesso. Troppo esplicito e fuori contesto. Descrizioni fin troppo eloquenti, fin troppo compiaciute, il Kamasutra era già stato scritto da tempo..insomma una lettura lugubre, vanamente fatalista, ossessionata, disdicevole.