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GIANNA MANZINI - RITRATTO IN PIEDI

2 LUGLIO 2018

 

Un'opera d'una poesia infinita, questo penultimo lavoro della scrittrice pistoiese Gianna Manzini, "Ritratto in piedi". Il ritratto in questione è quello del padre dell'autrice, Giuseppe, ufficialmente orafo ma anarchico di professione, di quelli duri e puri, quelli che all'inizio del ventesimo secolo venivano messi all'indice e isolati, indicati al pubblico ludibrio e costretti in pratica a una vita di macchia.

Per questi suoi pensieri politici molto sopra le righe, quest'uomo vive solo, in un antro ricavato nella propria bottega. La figlia subisce questo stato difficile sin dalla più tenera età, dividendosi di continuo tra la postazione del padre, nella quale fa conoscenza dei suoi colleghi cospiratori tra cui Errico Malatesta, e casa propria, dove per la piccola l'aria è decisamente meno respirabile.

La madre viene infatti dipinta assai barcollante nei propri sentimenti, incapace di prendere una posizione definita sulla propria situazione ed influenzata negativamente dai propri famigliari, primo tra tutti il fratello di lei, che aveva preso il cognato come socio nella propria azienda. Malauguratamente però, il padre di Gianna aveva trasferito i propri bellicosi ideali sul posto di lavoro, e la prima mossa per la quale s'era fatto notare era stato un bello sciopero di massa degli operai, al che era chiaro che la sua esperienza in ditta poteva dirsi terminata.

Così la crescita di Gianna si svolge in maniera obliqua, con presenze altalenanti e rimescolamenti di cuore e d'anima che l'attraversano a distanza ravvicinata, talvolta anche nel corso della stessa giornata. Par d'intendere che la bimba, nel frattempo adolescente e poi giovane, provi in sè maggior predisposizione per il padre, che vive in maniera più limpida e, volendo, anche un pò teatralmente ("Il mondo è la mia patria") la propria condizione.

Un uomo che fa della propria utopia una ragion di vita e ne ottiene solo l'inappellabile condanna all'emarginazione, che però sprigiona un candore, un'innocenza struggenti, ammalianti sulla figlia. E' qui, dunque, che troviamo espressa l’ardente componente poetica accennata poc'anzi. Gianna ritrova la dolcezza della figura paterna in ogni cambio di stagione, in tutte le scintillanti manifestazioni della propria crescita, ne mantiene viva l'immagine confortante anche quando non è con lei, per i momenti più bui, specie quelli vissuti in famiglia. Tutte le esperienze più belle, i ricordi sorridenti della sua giovane vita lo vedono al centro della scena.

Nessun lieto fine dietro l’angolo: la separazione dei genitori, il confino del padre a Cutigliano ad opera del regime fascista, la prematura fine e l’acuto senso di colpa della figlia, chiaramente espresso sul finale del romanzo, sono le tappe salienti di questa sofferta catarsi dell’autrice.

"Rimpianto e rimprovero stuzzicano il rimorso. Tento forse di blandirlo, battendomi il petto? Non esistono nascondigli di sorta o possibili astuzie per sviarlo. E dell'atto di costrizione se ne infischia, il rimorso. C'era tempo per tutto...ma non c'era posto per te, mio vero, unico orgoglio, mia lezione vivente, mia grazia vivente.."

Tutto il libro racchiude un percorso travagliato di sensazioni profonde, acute, intrattenibili, che con maestria la Manzini mette su carta e del quale rende partecipe il lettore con raffinatezza e senza alcuna concessione al pietismo. “Ritratto in piedi” piacerà soprattutto alla critica (s’aggiudicherà il Premio Campiello 1971) e si rivelerà la più fortunata opera nella non esigua produzione letteraria della Manzini. Un’autrice che il grande pubblico dovrebbe riscoprire, perlomeno per le emozioni che regala con il suo stile mansueto e appassionato al contempo.