Home Un libro in quindici giorni ABRAHAM YEHOSHUA - RITORNO DALL'INDIA

ABRAHAM YEHOSHUA - RITORNO DALL'INDIA

21 MAGGIO 2018

 

Protagonista della vicenda un giovane e idealista medico israeliano, Benji Rubin, che ottiene, faticosamente il suo primo impiego, non ancora stabile, presso l’ospedale di Gerusalemme. Dopo poche settimane di lavoro, il direttore sanitario della struttura, dottor Lazar, chiede al giovane di seguire lui e la moglie in India, per riaccompagnare a casa la loro figlia Einat, la quale quasi al termine di un soggiorno laggiù s’ammala d’epatite. Non fidandosi della sanità locale,  Lazar e la moglie Dori compiono un blitz in terra indiana ove, con l’aiuto del dottorino, guariscono la figlia e la riportano in Israele.

Tutto bene? Si, in un certo senso, a parte il fatto che siamo solo all’inizio e non alla fine della storia.

Per tutto il tempo della trasferta il dottorino si chiede il motivo del suo coinvolgimento, visto che lo stesso dottor Lazar è del tutto in grado di curare un’epatite.

Oltretutto è dibattuto sul fatto che la sua partenza possa migliorare o peggiorare la sua posizione all’interno della scala gerarchica ospedaliera. E’ piuttosto a disagio, in effetti, si sente un po’ come un burattino nelle mani di due sapienti manovratori, e approfitta di ogni piccola occasione per staccarsi dall’ingombrante coppia.

Invece, man mano che il viaggio prosegue, Benji ne rimane intrigato. Il fatto che Einat venga salvata e riportata a casa, diventa un dettaglio in fondo marginale. Il grande mistero dell’India, amplificato dagli indecifrabili atteggiamenti dei coniugi, mantenuti anche dopo aver recuperato incolume la figlia,  che vivono in una simbiosi realmente indecifrabile. Tutto questo però non impedisce al giovane medico di portare avanti scrupolosamente il proprio lavoro, fino a prendere decisioni impopolari, ad esempio quella di effettuare una trasfusione a Inat, troppo debole per affrontare il disagio d’un viaggio tanto repentino.

Eppure la decisione di Rubin si dimostra azzeccata. Di più: indispensabile, per la buona guarigione di Inat. Da qui, mentre il quartetto rientra a Gerusalemme via Roma, lo strano legame che avviluppa il giovane medico ai signori Lazar ha un ulteriore, inatteso sviluppo. Forse, la signora Dori e il marito speravano inconsciamente che la figlia potesse far innamorare il dottorino di sé. Effettivamente, a ritorno avvenuto, il buon Benji ha si cresciuto un sentimento particolare, ma non è ciò che i due coniugi si sono augurati.

Un sentimento la cui ragione ultima e definitiva si farà via via più chiara man mano che scorriamo le pagine di questo corposo, dettagliato ed avvincente romanzo.

 

 

Un romanzo in cui Yehoshua molla (in parte) la presa sull’annoso problema dei conflitti arabo-israeliani per concentrarsi maggiormente su tribolazioni interiori, lunghe ed articolate catarsi che arrivano a lambire un concetto delicato e profondo come quello della trasmutazione dell’anima, vero protagonista della narrazione intera. L’abilità dell’autore sta nel riuscire a calarvene il lettore gradatamente, sempre mantenendo una scrittura scorrevole e molto dialogata, sino a renderlo del tutto simbiotico con esso.

Naturalmente il segreto è penetrare la figura del protagonista che a sua volta compie questo viaggio e ne riporta sempre in prima persona. Potreste non amare del tutto il buon Rubin. Tendenzialmente egoista, progressivamente invasato dalla forza trascinante del sentimento che lo travolge, sembra lasciare in secondo e anche terzo piano gli affetti più stretti (moglie, figlia, genitori), e prestare in fondo blanda attenzione alla sua carriera in fiore. Le ultime centocinquanta pagine però lasceranno in lui tracce indelebili, per cogliere le quali val la pena d’arrivare in fondo a una lettura complessa. Anche perché, il tanto esaltato sentimento dell’amicizia ne esce con le ossa rotte, sovrastato com’è da istinto e passione, in queste pagine. Leggiamo e costringiamoci a paragonarci a Rubin per  realizzare i pesanti conflitti interiori che lo sconvolgono e porci il più classico degli interrogativi, e noi, che avremmo fatto?