Home Un libro in quindici giorni IRENE NEMIROVSKY - SUITE FRANCESE

IRENE NEMIROVSKY - SUITE FRANCESE

18 APRILE 2018

 

Il 3 giugno 1940 Parigi viene bombardata per la prima volta dai tedeschi. Scatta l’allarme generale. Ognuno si prepara ad abbandonare la capitale, e il giorno successivo inizia il grande esodo. La narrazione si concentra su alcuni gruppi di personaggi, appartenenti ai più disparati strati sociali, ma per la grande maggioranza esponenti del ceto alto.

C’è la ricca famiglia dei Pericand, dell’alta borghesia, governata dalla madre, Charlotte, il tipo di persona che vede il popolo bue con occhio falsamente progressista. Lei e il marito hanno quattro figli, il maggiore del quale s’è fatto prete ed è già da alcuni giorni impegnato a proteggere un gruppettino di adolescenti orfanelli.

C’è un illustre letterato, che fa parte dell’ordine degli Accademici di Francia, Gabriel Corte, che fugge per ripararsi a Vichy con la sua compagna, Florence; il loro obiettivo è di raggiungere un codazzo di pseudo intellettualoidi che hanno una mezza intenzione di passare al nemico per mera convenienza. Peccato che nel corso della fuga gliene capitino di ogni, tra cui lo smarrimento delle bozze del suo ultimo romanzo. Riuscirà a giungere alla tanto anelata zona franca?

C’è lo scapolo sessantenne Charlie Langelet, che colleziona porcellane, orrendamente snob, che ama rifuggire il popolo bue come appestati, e disprezza genericamente buona parte del resto della razza umana. La sua frase standard è “Pazzesco quanto volgare possa essere questo povero mondo”, particolarmente quando le veline e gli imballi per le porcellane non gli sembrano abbastanza protettivi.

Scendendo di rango, c’è il nucleo piccolo borghese dei bancari Michaud, i quali, insieme a tutti i loro colleghi, devono spostarsi a Tours per proseguire l’attività lavorativa. Hanno un figlio soldato che non dà loro molte notizie. Per loro però, raggiungere la nuova sede si dimostrerà un’impresa. In macchina con qualcuno di buon cuore, nemmeno a pensarci. In treno, impossibile, affollati e radi. Non resta loro che provare a piedi. E non è detto che nel lungo viaggio non capiti loro qualche sorpresa non del tutto negativa.




Progettato come un'opera in cinque volumi, “Suite francese” è purtroppo restato incompleto a causa dell'internamento della sua autrice nel campo di concentramento di Auschwitz dal quale purtroppo non uscirà, morendovi  nell'agosto del '42. La narrazione è molto dialogata e piuttosto scarna ed essenziale, nell’incedere e nel divenire dei frangenti. Non vi sono fronzoli psicologici, non c’è molto spazio per drammi di pianto e disperazione, c’è la praticità di una situazione in crescendo, dalla quale, oltre al mero fatto storico, è interessante notare ulteriori particolarità a livello stilistico. L’autrice, ad esempio, non riesce proprio a non evidenziare la propria antipatia nei confronti dei borghesi o presunti tali.

Con le situazioni che propone, l’autrice palesa il rancore profondo verso la cosiddetta casta, che a suo dire rovina la vita di quello che il suo Paese d’adozione (nata in Ucraina, s’è presto trasferita in Francia, ove ha vissuto sino alla deportazione), accusandoli di non mutare mentalità nemmeno sotto la catastrofe della guerra, cercando ancora pateticamente di mantenere i loro privilegi, resi pia illusione dal disastro cui il conflitto li aveva condotti, assurdamente avvinghiati all’incrollabile utopia di una privilegiata gerarchia sociale. Per il resto, la penna della scrittrice è urticante e malinconica, struggente e libera. La narrazione sfiora il conflitto e non vi entra nel merito, limitandosi, grandiosamente, al gioco delle parti tra vincitori e vinti, nel quale potremmo anche scoprire, senza troppo stupore, come in certi casi i ruoli possano persino invertirsi.