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un libro in quindici giorni

MARCO MISSIROLI - ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO

22 GENNAIO 2019

 

Libero Marsell ha dodici anni e s’è appena trasferito da Milano a Parigi con la famiglia. La sua non è una famiglia, diciamo così, tradizionale; oppure diciamo che è sin troppo allineata al concetto moderno e discutibile di famiglia. La moglie inizia presto a cornificare il padre, e non in modo discreto; col miglior amico di quest’ultimo, Emmanuel. Il quale, a sua volta con classe e discrezione, frequenta quotidianamente con la sua ragazza (!) la famiglia di Libero e flirta alla luce del sole con la padrona di casa, fino a provocare la separazione dei genitori del ragazzino. Ben indirizzato da questo brillante esempio, l’adolescente inizia a coltivare le prime turbe sentimental-sessuali.

L’ambiente della Parigi-bene in cui si trova a crescere, particolarmente il cafè Deux Magots, e l’amicizia di una bibliotecaria riflessiva e nostalgica chiamata Marie, trentenne che stabilisce fin da subito un rapporto piuttosto ambiguo col ragazzo, fanno il resto. Libero inizia a provare una certa impellenza d’esperienza nel campo. Le vicende della vita poi, urgono e colpiscono con durezza: la morte del padre separato quand’è ancora giovane, la prima, devastante, esperienza con Lunette, irrequieta e tormentata in perfetto stile parisien, la crescente preoccupazione del ragazzo su qualità e quantità di performance, con gli inevitabili paragoni coi suoi amici in Francia e persino quelli vecchi di Milano.

Proprio nella metropoli milanese il giovane Libero si trova a tornare presto, al momento d’entrare all’università, che inizia a frequentare circondato da nuove amicizie, nuove letture esistenziali e nuove tormentose puntate della sua ormai germogliata vita passionale. Il centro della vita sociale diventa una pittoresca trattoria sui navigli, di Giorgio. Oltre alla veemente pulsione sessuale, in Libero si fa largo, dopo l’iniziale repulsione maturata nei primi tempi in Francia, una passione strabordante per la letteratura, meglio se di nicchia ma anche più meramente popolare. Meglio ancora se accompagnata da buoni ascolti. E le pagine si popolano di citazioni sterminate, Buzzati, Hemingway, Vargas Llosa, Salingen,  Miller, Silone, Orwell, la Duras, Proust, Maigret, Faulkner, Camus. Piuttosto che Rolling stones, Doors, Dire Straits, Pink Floyd e via mitizzando.

Nel prosieguo della vita, perché per fortuna ogni tanto c’è anche un po’ di narrazione, non molta peraltro, Libero si prende ancora un paio di sbandatine prima di trovare la consacrazione definitiva, a livello sentimentale/mentale/sessuale per Anna. Intanto la madre di Libero si vede diagnosticare un tumore, ovviamente maligno, e riprende col figlio contatti che dal suo trasferimento in Italia in poi s’erano un po’ annacquati. Quando la donna s’arrende al male, per il romanzo il discorso si chiude. Dopo aver condotto il protagonista al culmine di quello che lui definisce adultità, Missiroli ritiene conclusa la parabola di Libero e ne interrompe di botto la storia.

Tanto per essere brevi e scortesi, non leggete questo libro. A meno che non siate parenti, amici o die-hard fans di quest’autore per le opere precedenti. Un’inutile, scombinata, illogica fiera di luoghi comuni sullo sviluppo sessuale, traumi e scoperte, timori e speranze, gioie e dolori dall’età pre-adolescenziale in poi. Tutto già scritto meglio, da tanti, in ogni epoca. Le situazioni erotiche si ripetono con poca immaginazione e cadenza quasi pendolare d’un modo avvilente, almeno Murakami in “Norwegian wood” disseminava sesso meno prevedibilmente e più fantasiosamente a livello di particolari.

Fosse solo quello. Non c’è trama, la narrazione è scarna, pressochè assente, vaga incerta intorno alle due fasi della vita di Libero, quella parigina e quella milanese, fino alla pagina triste della fine della madre e del romanzo intero, nel corso della succitata adultità. Le pagine scorrono irrilevanti, senza particolari scombussolamenti emozionali, cercando inutilmente di affascinare il lettore sulla complessa, mutabile psicologia del protagonista, che invece non suscita mai né comprensione, né solidarietà o particolari sentimenti al di là d’una serpeggiante indifferenza. Il libro non attira. Il sesso ostentato più che imbarazzare annoia, la pochezza dell’argomento fa si che la lettura scivoli via leggera e dimenticabilissima.

Missiroli non scrive male, sebbene talvolta s’incarti nell’eccessiva ricercatezza di stile. Speriamo in qualcosa di più consistente e piacevole in futuro. Ma “Atti osceni in luogo privato” non da alcun spunto d’interesse, sormontato com’è da un implacabile e morboso deja-vu.



 

AMELIA GIMENEZ-BARTLETT - GLI ONORI DI CASA

19 DICEMBRE 2018

 

Nel commissariato di Barcellona, l’ispettore Petra Delicado si trova alle prese con quello che con un inglesismo un po’ fastidioso oggi si definisce cold case. Alcuni anni prima uno stimato imprenditore del tessile, Adolfo Siguan, viene trovato morto in una casa di appuntamenti, dove il vecchio virtuoso s’incontrava con ragazzine di primo pelo, prostitute giovanissime raccattate dalla strada. Siguan, secondo l’indagine dell’epoca, è stato ucciso da un magnaccia, a sua volta poi fatto fuori da uno sconosciuto, per motivi altrettanto sconosciuti. L’indagine era forse stata archiviata troppo frettolosamente.

Quando adesso l’ispettore riprende il fascicolo tra le mani, all’inizio lo fa con noia misto scetticismo, convinta di trovarsi obbligata ad una inutile perdita di tempo che non porterà a risultati migliori rispetto a quelli già ottenuti. Insieme al suo vice, Fermin, scoprono dapprima una serie d’incongruenze che riaccendono l’interesse sul caso e i dubbi sulla formula con cui lo stesso è stato archiviato. Naturalmente però non è semplice ripercorrere piste già battute invano un lustro prima. La ragazza con cui il buon Siguan s’intratteneva peccaminosamente viene fatta fuori in modo cruento e misterioso solo pochi giorni dopo esser stata interrogata dalla polizia. Da un dettaglio, uno scorcio di traccia, si fa strada la pista della mafia italiana, che ha allargato i propri tentacoli sino in Spagna, sotto le sembianze d’un poco fantasioso Franco Catania, killer mercenario assoldato dalle cosche. Alla ricerca del quale, Delicado e Fermin volano in Italia, più precisamente a Roma, ultimo domicilio conosciuto del malvivente.

Una volta nella città eterna, i due investigatori spagnoli s’interfacciano con l’ispettore di polizia Maurizio Abate e la sua seconda Gabriella, iniziando a portare avanti in gruppo indagini a tappeto. Non mancano, in verità, contrasti interni alla squadra, visti i caratteri fumantini e rigidi dei due più alti in grado, ma i risultati non tarderanno ad arrivare. Abate e Delicato escogitano un piano ingegnoso per catturare Catania e obbligarlo a parlare, ma un imprevisto in corso d’opera porta all’assassinio del killer italiano (e al quasi ferimento della poliziotta spagnola), chiudendogli invece la bocca per sempre. Richiamati poi in patria da altre priorità, Fermin e Petra rientrano con la delusione di chi ha proferito il massimo impegno per raggiungere risultati trascurabili. Ma le indagini sono tutt’altro che concluse, e il filo sottile che congiunge Italia e Spagna non si spezzerà, anzi, porterà ad una collaborazione forse persino più proficua a distanza che a contatto. Ci fermiamo qui con la trama, anche se di sviluppi ve ne saranno ancora, per chi avrà la pazienza di coprire l’intera distanza di cinquecento e rotti pagine del romanzo, edito di Sellerio.

Non è semplice dare un giudizio complessivo dell’opera, perché raramente come in questo caso, lo stile narrativo e l’efficacia della trama (intreccio, prospettiva, verosimiglianza) viaggiano parallele, senza mai incontrarsi. I dialoghi della Gimenez Bartlett è spesso elementare, talmente naif da risultare in alcuni tratti stucchevoli, con battute raffazzonate o scontate. I personaggi sono in qualche caso tirati all’eccesso delle proprie peculiarità, come l’ispettore Delicado sempre e comunque la megera inflessibile scostante o antipatica, Fermin il bonaccione cane di compagnia tranquillo e fedele e via discorrendo. Diverso il discorso più prettamente tecnico. Malgrado l’apparente semplicità dell’antefatto (il classico cold case ripristinato), la narrazione si snoda attraverso canali complessi ed industriosi, con variazioni sensate e logiche che portano ad una conclusione del tutto opposta a quella che una lettura superficiale od una prima impressione, per quanto meditata, poteva suggerire.

Forse l’autrice ha cercato di alleggerire con colloqui da sit comedy le atmosfere pesanti tipiche del genere; un tentativo, in sostanza, di  mediare il noir con la commedia; agli occhi del lettore medio ottiene risultati alterni, agrodolci; talvolta apprezzabili, in altri casi deludenti. Giusto aggiungere che la lettura risulta comunque scorrevole e non appesantita dal dualismo forma-sostanza.

 

ESKHOLT NEVO - NOSTALGIA

20 NOVEMBRE 2018

 

Due giovani conviventi israeliani, Noa, da Gerusalemme e Amir, da Tel Aviv, si trasferiscono in un paesino più o meno equidistante dalle due citta, denominato Castel, dal quale progettano di portare avanti la propria convivenza perseguendo i propri interessi professionali: la ragazza studia fotografia e lui psicologia. Il villaggio dove i due vanno ad abitare è un ex possedimento arabo, rilevato da una comunità ebraica, proveniente dal Kurdistan e ivi insediatasi.

Nel cortiletto in cui abitano, ci sono altri nuclei famigliari. I padroni di casa, gli Zakian, diventano presto i loro migliori amici. Un rapporto di buon vicinato si svilupperà anche con altri ebrei del posto: una famiglia segnata da un dolore tremendo: la morte del figlio maggiore Ghidi, caduto nel corso della guerra col libano, il cui lle e con una famiglia che vive nei dintorni, segnata dalla tragedia della morte di uno dei figli, ucciso in Libano e il cui secondogenito s'attaccherà in maniera viscerale ad Amir, nel quale rivede ovviamente il fratello perduto. A completare la galleria dei personaggi un muratore palestinese, Saddiq, che si trova a lavorare nei paraggi.

Dopo alcune settimane, il muratore si rende conto che la casa dove abitano ora Amir e Noa altri non è che l'abitazione dalla quale la sua famiglia aveva dovuto fuggire. In lui, che possiede ancora l'antica chiave usata dai suoi all'epoca, nasce il desiderio d'entrare nell'appartamento per rivederlo. Finchè mette in pratica il proposito. Non l'avesse mai fatto: lo beccano proprio mentre, una volta entrato, stringe tra le mani un gioiello appartenuto alla madre, e lo arrestano come fanatico terrorista...finchè l'attentato, alla fine, si verifica veramente, ma non c'entra Saddiq.

Soggiunge, puntuale come il canone rai, la crisi di mezza convivenza tra Noa e Amir, e sapete come l'affrontano? Con la più classica, banale e ritrita pausa di riflessione e temporanea separazione. Nel frattempo un amico di Amir, trasferitosi in America, annuncia il proprio ritorno.

 

"Nostalgia" di Eshkolt Nevo, è un romanzo davvero brutto. Una storia che, prima di tutto, non ha una trama vera e propria; instilla un pezzo di vita inventata a corredo di un attentato realmente accaduto, quello in cui cadde vittima il Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Yitzhak Rabin. Peccato che quel pezzetto di vita suoni slegatissimo, agli occhi del lettore. Non è sorretto da una cornice temporale, non ha logiche che giustifichino la narrazione, è come una fotografia di vita scattata a caso e messa lì, senza l'illustrazione di un contesto, indizi che portino a ricostruire un prima e quanto meno ad ipotizzare un dopo. Infatti termina di colpo, quando potrebbe aver avuto cinquanta pagine in meno o cento in più e sarebbe stata la stessa cosa.

 

La storia di Amir e Noa, per giunta, non desta alcuna emozione. Potrebbe essere una qualsiasi più o meno travagliata, più o meno incasinata storia di convivenza di una coppia qualsiasi del mondo. Non c'è il minimo elemento distintivo che riconduca la loro storia nell'ambito della delicata situazione socio-politica in Israele, che si suppone essere uno dei nemmeno tanto velati scopi dello scrittore nella stesura dell'opera. Anche il continuo variare della voce narrante, che s'alterna paragrafo dopo paragrafo per tutti o quasi i personaggi, senza che vengono indicati, dunque sballottando di continuo il lettore da una situazione all'altra con annessi e connessi, non rende la lettura scorrevole.

 

I colloqui sono elementari, talvolta superflui, ostentanti normalità come se Nevo volesse infondere leggerezza a tutti i costi, con lo scopo in realtà d'amplificare la cupezza d'una realtà perennemente in bilico tra tregua e conflitto, sciagura e oasi, ma la percezione di pericolo e precarietà non traspare mai da nessun carattere, da nessuna storia o dialogo. Un romanzo deludente, che non lascia alcuna sensazione, quale essa sia.

 

CLAUDIO PIERSANTI - LUISA E IL SILENZIO

31 OTTOBRE 2018

 

Quando la tua vita scorre automatica da anni e anni di collaudata abitudine, capita di trovarsi proiettati alla pensione senza che ci se ne renda conto. E’ quello che più o meno capita a Luisa, una capocontabile che ha trascorso qualche decennio della propria vita negli uffici d’una società commerciale.

Molto ben considerata sul lavoro, energica e decisa ma anche umana, ottiene facilmente la considerazione, ma non l’affetto, dei colleghi, coi quali non condivide nulla al di fuori dell’ambito professionale. La stima dei superiori è altissima: il presidente assegna solo a lei, la tenuta dei suoi conti personali, da cui non filtrerà mai la minima smagliatura. Luisa vive sola, dopo la morte dei genitori e la fine della storia pluridecennale con Bruno.

Nel momento in cui parte il romanzo, Luisa sta affrontando gli ultimi periodi di lavoro prima della pensione. L’idea di smettere di lavorare non le lascia nessuna sensazione particolare: lo considera un semplice momento della vita, come ogni altro. Non soffre nemmeno particolarmente di solitudine, sempre per quell’acuminato senso fatalista che mantiene da sempre.

Eppure qualcosa inizia a girare storto. Nella sua esistenza ordinaria, del tutto indegna di nota, s’infiltrano negativa inaspettate, il cui eco si diffonde nei locali sgombri delle sue giornate domestiche. Arrivano telefonate anonime, che lei dapprima attribuisce al suo ex. Dal cortile sottostante giungono, sempre più sguaiati e rumorosi, i rombi delle moto dei giovinastri perditempo del bar. Di notte, le capita di svegliarsi e percorrere i brevi sentieri di casa senza motivo, mentre nella penombra gli oggetti e le suppellettili assumono un’aria sempre più sinistra.. Eppure non che le dispiaccia, la vita della pensionata. Deve solo cercare di amalgamarla con la propria solitudine, che comunque non svende ad ogni costo, come si denota nel momento in cui  arginando gli attacchi di una parente fastidiosa e invadente, le si nega con ostinazione e tenacia. Tende a rientrare nel passato ormai remoto e chiuso, immaginando leziosamente, ad esempio, come sarebbe stata la vita se Bruno non se ne fosse andato e magari avessero avuto dei figli.

Fino alla scoperta del primo bubbone sotto l’ascella, e alla sua sorprendente reazione, che non è quella che uno potrebbe aspettarsi, ma come, sto iniziando adesso a godermi I frutti d’una intera vita di lavoro, e invece di un lungo periodo di svago e serenità…anzi. Luisa decide di esplorare la nuova tappa della sua esistenza, bubbone compreso, da osservatrice neutrale, quasi non la riguardasse, senza muovere un dito al riguardo.

 

La prosa di Piersanti, in quello che viene considerato il punto più alto della sua prosa, insieme forse al “Ritorno a casa di Enrico Metz” è incredibilmente asettica. Racconta la discesa dell’essere umano verso la consapevolezza nichilista, l’insensibile accettazione della propria fine, senza alcun tipo particolare di sofferenza.

Lo fa senza enfasi, senza punte di isterismo emozionale, tanto meno, appunto, da parte della protagonista.

Quasi inducendo il lettore a sospettare un crollo finale che non arriverà, a ragionare magari su sintomi di pazzia latente derivati dallo shock dell’inattesa e ferale notizia, invece la vita di Luisa procede senza sbalzi, come un viaggio che appropinqua la tappa finale senza scossoni di sorta, con fatalismo distante.

Quali le ragioni che possano indurre Luisa ad optare per un simile comportamento, Piersanti non dissemina indizi a proposito; con la sua scrittura razionale ed asciutta rende però, il che non è opera da poco, l’opzione estrema scelta da Luisa verosimile e persino accettabile. “Luisa e il silenzio” è romanzo da leggere senza amarezza nè pregiudizio, una narrazione che non lascia miasmi dolorosi o dispiacenti; è probabilmente una prosa crudele, d’una determinazione spaventevole, ma discreto e, da non sottovalutare, sorretto da una fede incrollabile. Un’opera grande, nascosta negli scaffali delle librerie che devono anteporvi la biografia del campione di calcio o la nuova raccolta di ricette della showgirl del momento.

 

ANDREA DE CARLO - NEL MOMENTO

12 OTTOBRE 2018

 

Luca, romano, età non specificata ma intorno ai quaranta, ha già operato un paio di cambiamenti importanti nella sua vita, a livello professionale e famigliare. Dopo la separazione dalla moglie s’è trasferito in campagna, dove ha aperto con la compagna Anna ha aperto un centro equestre Nonostante l’impegno risulti abbastanza gravoso, l’entusiasmo e la forza di volontà porta la coppia ad ingranare in tempi ragionevoli ed ottenere risultati lusinghieri. Finchè una brutta mattina di marzo, grigia e ventosa, Luca incappa in una brutta caduta da cavallo, che lo lascia semisvenuto su una stradina all’ingresso d’un bosco. Quando riprende conoscenza, con fatica, al dolore fisico s’aggiunge l’intrusione d’un malessere psicologico, subentra un disagio inspiegabile, che lo riempie di rigetto alla sola idea di rientrare al centro. Se ne rende conto sin dall’inizio, con un senso di sgomento misto sconforto. Con grosse difficoltà riesce ad alzarsi, per ricadere presto a terra. Passa una macchina sul sentiero sterrato a folle velocità e per qualche provvidenziale chimica celeste non lo maciulla. Si ferma invece a raccoglierlo, e Luca s’issa con fatica sulla vettura. La sua salvatrice è una creatura incasinatissima, esattamente come l’automobile che guida senza cura, di nome Alberta, in piena crisi col proprio convivente Riccardo, crisi che sfocerà in una greve causa per affidamento di minore. Alberta chiede sbrigativamente a Luca se deve portarlo in ospedale o dove; lui invece chiede di poterla seguire a casa sua. Alberta, poco impressionata o stupita dalla richiesta, acconsente senza battere ciglio e porta Luca a casa sua. Da principio lo tratta come un soprammobile, senza considerarne la presenza E lo rende passivo partecipe della sua vita caotica, in una casupola disordinata, preda di scadenze improrogabili da sostenere tramite lavori precari e il contrasto infinito per la custodia del pargoletto con Riccardo. Qui ha inizio la metamorfosi di Luca. Invece di tornare a casa, o quanto meno al pronto soccorso, e cercare di far ripartire il flusso interrotto della propria esistenza, esita ed assapora l’imprevedibile sviluppo di quell’uggiosa mattinata di marzo, rendendosi conto d’essersi sentito, fino al momento di quella caduta, “perfettamente infelice”. In quest’istante imbocca un sentiero senza ritorno, una svolta che raggiungerà il suo culmine dopo che, in circostanze tragiche, Luca incontrerà Maria Chiara, la sorella di Alberta. Completamente raccontato in prima persona, questo romanzo di Andrea De Carlo ha una trama infinitamente semplice, ma è dotato d’una scrittura complicatissima, da renderne del tutto fuorviante una lettura veloce. Sin dalle primissime pagine, l’autore decide di descrivere ogni minima sensazione che può essere causa od effetto dell’azione, espone la base psicologica che da vita all’azione, ne enuncia ogni singola mutazione, sino alla trasformazione definitiva, praticamente per ogni singola azione narrata. Esempi: Il risultato è denso, spesso come una torta sacker, da seguire con attenzione per coglierne totalmente l’essenza ed ottenerne una giusta immagine nella mente. Spesso deborda, come quando spara dentro venti congiunzioni, quasi sempre “e” in una frase, e si fa davvero fatica. Ma in altri casi il risultato è esaltante, frutto della cura maniacale dell’autore per dare forma compiuta ad una delle più complete messe a nudo di soggetti, mai reperibile in opera letteraria. Capolavoro o schifezza, troppo soggettivo per classificarlo definitivamente. A me sembra geniale, complicato ed avvincente.

 

HARUKI MURAKAMI - TOKYO BLUES

13 SETTEMBRE 2018

 

Toru Watanabe ha trentotto anni e sta atterrando ad Amburgo. Siamo nel 1987. Gli sovvengono, in un lungo flashback, una serie di avvenimenti avvenuti circa diciassette anni prima. Ossia quando era uno studente universitario a Tokyo, con le idee non troppo chiare sul futuro, come miliardi di ventenni, e una lunga storia di sfighe assortite davanti.

Dal nulla, il suo miglior amico, Kizuki, fidanzato di Naoko, una bella giornata di maggio decide di richiudersi in garage e salire in macchina, dopo aver collegato il tubo di scarico al finestrino aperto e aver acceso il motore. Niente di che, in confronto a quanto capiterà oltre. Naoko, quasi per induzione, si rifugia in Toru, nel tentativo di scacciare gli incubi e i fantasmi che ne attaccano la psiche. Naoko diventa la figura centrale dell’esistenza incerta di Toru. Di più: diventa un’ossessione che gli scombina le giornate già poco organizzate, tra le tremolanti lezioni universitarie, un compagno di stanza schizzato, denominato non senza fondamento, Sturmtruppen e le ossessioni, condivise con molti coetanei e coetanee, per sesso ed alcol.

Quando la vicinanza tra Naoko e Toru sbocca, in modo piuttosto inevitabile, in qualcosa di più che semplice amicizia, la situazione, invece che migliorare, precipita. La ragazza non riesce a liberarsi dal fantasma di Kizuki e i sensi di colpa s’amplificano, aggredendola e confinandola in un oscuro mondo d’incertezze.  Oltretutto, la sorella della ragazza s’era a sua volta, tempo prima, tolta la vita. Troppo per Naoko, tanto che, all’insaputa di Toru, si farà internare in un ospedale psichiatrico. Toru, sconvolto, riesce a trovare comunque le proprie consolazioni con la frequentazione di Midori. La ragazza abborda Toru in un bar. Manco a dirlo, anche la sua situazione personale è traballante. Madre defunta, il padre muore di cancro pochi giorni dopo che Toru conosce Midori, e fa in tempo a smazzarsi alcune ore in ospedale a fianco del moribondo, fungendo persino da badante. La ragazza è lunatica e disorientata, non sa cosa fare con la cartolibreria che i suoi le lasciano in eredità, è in disaccordo con la sorella: vuoi che Toru non inizi una storia clandestina pure con lei?

Intanto il tempo passa. Arriviamo al 1970 e nuovi cambiamenti attendono Toru e il suo mondo greve.  Toru è costretto a registrare un nuovo suicidio: quello di Hatsumi, la fidanzata di Nagasawa, il miglior amico del protagonista sui banchi dell’università. Poco tempo dopo, inevitabilmente, arriva quello di Naoko, sconfitta definitivamente dai propri fantasmi, che la inducono ad appendersi a un albero di montagna, fuori dall’istituto psichiatrico. E’ la fine anche per Toru? Nemmeno per idea. Dopo una fugace relazione con una compagna d’istituto di Naoko, la trentasettenne (!) Reiko, può correre da Midori per cercare di costruire qualcosa di finalmente stabile con lei.

 

Non consiglio la lettura di questo romanzo, e non solo per il proliferare di sindrome manico-depressive cui potrebbe dare il via. A parte l’ovvia considerazione che trecento pagine d’apologia del togliersi la vita non è il più brillante leggere possibile, riscontro anche mancanze, come dire, logistiche. Non ci sono spiegazioni o background che giustifichino la maggior parte dei suicidi, manca la storia dietro la tragica decisione di Kizuki o la sorella di Naoko. Non c’è una linea che leghi il passato, che occupa l’intera narrazione, col presente, che vede Toru sbarcare ad Amburgo nel 1987. Troppi spazi bianchi. Come finisce la storia con Midori? Perché la scelta di diciotto anni di distanza tra l’azione e il presente? Chi è diventato, che ha fatto Toru nel frattempo?

Non c’è umorismo. Si cammina sul filo per tutto il tempo pensando, e che disgrazia sta per capitare, ora?!?  E poi, a costo di passare per bigotto, davvero troppo, troppo sesso. Troppo esplicito e fuori contesto. Descrizioni fin troppo eloquenti, fin troppo compiaciute, il Kamasutra era già stato scritto da tempo..insomma una lettura lugubre, vanamente fatalista, ossessionata, disdicevole.

 

LA VERITA SUL CASO HARRY QUEBERT - JOEL DICKER

26 LUGLIO 2018

 

Il giovanissimo scrittore americano Marcus Goldman, dopo essere assurto a straordinaria notorietà grazie al suo romanzo d’esordio, cade vittima del più classico degli incidenti del mestiere: il blocco creativo. La deadline per la consegna del nuovo romanzo s’avvicina implacabile e l’ispirazione latita, il che lo getta nella disperazione.  Nel frattempo un evento clamoroso scuote l’opinione pubblica: sopra il capo di Harry Quebert, uno dei più grandi scrittori americani contemporanei,  cala l’orribile sospetto d’aver ucciso una quindicenne, Nola Kellergan, oltre trent’anni prima. La stessa quindicenne con cui, a trentaquattro anni, ebbe una, relazione in un’estate del 1975. Questa storia è stata la segretissima ispirazione del suo romanzo migliore, “Le origini del male”, baciato da un enorme riscontro di critica e pubblico.

Malgrado l’incombente scadenza per la consegna del romanzo che peraltro manco ha iniziato, e contro il parere del proprio agente, Marcus Goldman parte per Aurora, nel New Hampshire per raccogliere elementi a sostegno dell’innocenza di Harry Quebert, suo amatissimo ex professore universitario che aveva ricoperto la figura di mentore, padre adottivo e amico. Una guida spirituale che, in una sorta di passaggio di consegne, ha educato il giovane Marcus alla fine arte della letteratura facendo di lui lo scrittore di grido del nuovo millennio, esattamente come lui lo era stato di quello trascorso. Ovvio che Marcus si senta in debito con lui e cerchi di fare il possibile per scagionarlo.

Da questo momento la trama si inerpica su sentieri tortuosi, con continui salti avanti e indietro nel tempo.

Il numero dei personaggi è rilevante, e ognuno di essi è piuttosto ben caratterizzato. Ce ne sono soltanto un paio che assurgono presto a stregua di macchiette, poco credibili e mal sopportabili, come la madre del protagonista,  ottusa e premurosa oltre i confini del masochismo,  suona falsa e ridondante.  I dialoghi, sono serrati e fluidi, stonano solo leggermente quelli tra il giovane Harry e Nola, evocati tramite numerosi flashback, mielosi, stereotipati, degni del più gommoso degli Harmony.

Quando, proprio nell’ultimo centinaio di pagine, si fa largo il colpo di scena finale, si snoda attraverso almeno tre nuovi colpevoli, dichiarati e smentiti da nuovi eventi che, come nelle comunicazioni commerciali, annullano e sostituiscono il precedente. Forse la spirale è eccessivamente movimentata ed articolata, ma in fondo l’intera vicenda, nella sua complicanza, alla fine regge ed e ben congegnata, senza particolari incongruenze temporali/logistiche, normalmente le nemiche principali dei thriller.
A vantaggio di quest’opera prima di Dicker il fatto che il libro scorra veloce e mantiene comunque un ritmo che permette di rimanere avviluppati nei meandri sempre più oscuri di una storia bipolare. Con un suo lato luminoso, quello delle ariose spiagge affacciate sull’oceano, sulle quali si consuma una storia d’amore senza confini di età, estrazione sociale e ipocriti perbenismi. Con un suo lato oscuro, quello dei boschi più cupi che accolgono in seno la fuga di una ragazzina, che scappa da un mondo che non si è risparmiato di ferirla nell’animo. E’ un romanzo che mostra il talento indubbio dello scrittore debuttante, con l’unico dubbio che abbia forse messo un po’ troppa carne al fuoco, per un’opera prima; ma tutto sommato non se l’è cavata male. Il testo contiene anche implicite riflessioni sul mestiere dello scrittore, (singolare, per un esordiente) anche se qui si tende già di più alla scoperta dell’acqua calda, come nell’insistere da parte di Dicker nel tratteggiare la sciacallaggine dell’editore Barnasky, che istiga Goldman a scavare nel torbido per vendere meglio la storia. E ci mancherebbe altro che la letteratura, la musica o l’arte in genere non siano, particolarmente al giorno d’oggi, il veicolo principale d’arricchimento di editori/produttori senza scrupoli.
L’ironia della sorte ha voluto che questo romanzo diventasse un caso editoriale, esattamente nello stesso modo dell’esordio di Marcus Goldman. Però val la pena una lettura: non lasciatevi scoraggiare dallo spessore del romanzo.

 
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