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un libro in quindici giorni

ALESSANDRO BARICCO - CITY

18 FEBBRAIO 2015


Un tredicenne di nome Gould è dotato d’intelligenza stratosferica, tanto che all’età delle elementari frequenta già gli studi universitari. Non ha però una famiglia: la madre ospite fissa d’un ospedale psichiatrico, il padre distante generale dell’esercito. Supplisce alla mancanza creandosi due amici immaginari. Poomerang, muto, ma Gould ne può leggere i pensieri, e Diesel. Shatzy Shell è una segretaria un po’ fuori di testa che è appena stata licenziata da una casa editrice. I due si conoscono tramite un sondaggio telefonico, l’ultimo lavoro che la ragazza svolge per il proprio editore. Da quel breve contatto cambia la vita di entrambi, visto che la giovane decide di fare da madre/baby sitter al piccolo. E certo miglior abbinamento non si sarebbe potuto azzeccare, tante sono le cose in comune tra i due. Oltre a portare avanti una convivenza definibile quantomeno strampalata, progettano entrambi una propria storia personale, di cui sono registi e sceneggiatori: un western epico, nel caso di Shatzy e un incontro di pugilato, per Gould.

L’ex segretaria se ne va in giro con un registratore portatile e ogni volta che le viene una nuova buona idea l‘immortala su nastro; il genio tredicenne si chiude in bagno e da vita all’imprese pugilistiche del mito Larry Gordman, con telecronache, anzi, radiocronache, avvincenti e appassionate.

Tutto aiuta il ragazzino a sentirsi vivo e a fingere d’ignorare ciò che invece sa benissimo di essere: un fenomeno da baraccone crudelmente abbandonato a sé stesso che alimenta il proprio mondo, altrimenti morto, di fantasmi di compagnia e fantasie galoppanti. Saltuariamente, la vita del ragazzo viene alimentata anche dalle lezioni che segue all’università, tra le quali possiamo ad esempio ricordare l’ avvinta esposizione delle “Ninfee di Monet” dell’ineffabile docente Mondrian Kilroy. Inutile forse sottolineare che i professori di Gould sono bizzarri ed improbabili almeno quanto il ragazzo.

Quando il lettore finisce la lettura, implacabile gli si materializza in mente la domanda peggiore, quella che ti genera il sospetto d’aver solo perso del tempo: “E allora?”

Una storia senza trama che lascia sempre le cose come stanno. Vi si cerca uno spunto per proseguire, non si trova, si va avanti e si (ri)cerca inutilmente. Credo che lo sfarzo di irrealtà che permane il libro nasconda invece, tipo cenere sotto il tappeto, una sfilza non indifferente di luoghi comuni: il genio disadattato che vorrebbe essere trattato da bambino come gli altri, e nessuno capisce (neanche Shatzy, evidentemente, se è vero come è vero che alla fine il ragazzo se la svigna), tranne la ragazza sensibile e mezza matta a sua volta, il professore di matematica che dà fuori di matto nelle astrusità dei suoi calcoli, ecc. In sostanza un bel mazzetto di convenzionalità vestiti di surreale.

Sulle volgarità assortite che qua e là invadono lo scritto, non c’è molto da dire, è una proiezione del mondo odierno e allora perché sforzarsi di mantenere le proprie pagine ripulite da trivialità gratuite? In “City” però, come altrove, non hanno funzionalità, ossia, non aggiungono alcunché al’economia della storia e sembrano buttate lì perché fa figo. E’ un romanzo che non sprigiona la minima capacità di emozionare, non dà nessun piacere. Come lo stesso autore ha ammesso, è ostico, pieno di falsi sentieri che non conducono da nessuna parte, vedi le infinite pagine del discorso diretto del professore, un tormento senza pace (dello stesso personaggio psico intellettualoide che poi salta fuori con una gemma del tipo “l’onestà intellettuale non esiste”. Ma dai?). Gli infiniti scompartimenti in cui la storia è spezzettata non si congiungono mai in un denominatore comune che vi conferisca un significato. A meno che lo si trovi nell’asserzione che “i fiumi non sono matti anche se nel loro percorso fanno una strada che è esattamente tre volte più lunga di quella che farebbero se andassero diritto”. E se il romanzo deve essere un nonsense, deve almeno scaturirne una scintilla creativa, un’impressione di genialità. Non è per niente il caso di questo libro. Per Baricco aveva certamente un senso, ma per quel che mi riguarda l’ermetismo è spesso una semplice scusa per scrivere brutture.

 

DANIEL GLATTAURER - LE HO MAI RACCONTATO DEL VENTO DEL NORD

3 FEBBRAIO 2015

 

Un messaggio inviato ad un indirizzo sbagliato origina un rapporto epistolare tra una signora che intendeva annullare l’abbonamento ad una rivista e un illustre sconosciuto che nulla ha in comune con la casa editrice cui la missiva era destinata, tranne l’indirizzo email, che varia soltanto in una lettera. Tutto pare chiudersi con le scuse della donna accettate dall’uomo, se non che, per via d’un altro paio di equivoci, i due la corrispondenza la continuano eccome. Finchè, superando pian piano l’imbarazzo iniziale, Leo ed Emmi, questi i loro nomi, trovano stimolante la situazione che si va creando, ed arrivano a scriversi quotidianamente, ed anche più volte al giorno, raccontandosi di sé, le proprie esistenze, le fatiche quotidiane, ma soprattutto le proprie insoddisfazioni. Emmi chiarisce subito di essere sposata, e specifica felicemente, con due bimbi; Leo afferma di essere appena uscito da una forte delusione sentimentale e che non ha la minima intenzione di impegnarsi a breve. Fosse così facile. Malgrado i manifesti di innocuità, quel contatto di servizio, evidentemente ambiguo, diventa una vera ragione di vita, per entrambi. Fino al momento in cui però, inevitabilmente, la cosa sembra sfuggire di mano. Un bel giorno, Leo riceve un email non da Emmi, ma dal di lei marito. Il quale pone all’uomo una proposta inattesa: che incontri infine la moglie. Perché la donna è ossessionata da quel demone da invia e ricevi e pare non aver più la testa per altro. Così lei la incontra, vi parlate, magari vi piacete pure, fate quel che bisogna fare e poi me la rimanda alla vita normale. L’uomo è evidentemente sofferente, e Leo è scioccato da questo, tanto che decide di colpo di troncare il rapporto via email con Emmi. Ma qui dovrà sbattere contro la disperazione della donna, che poi è anche la sua..

 

I due protagonisti non sono ragazzini alla prima cotta (virtuale) della loro vita. Sono due adulti che lavorano e si dibattono tra le normali sfighe della vita, che vedono nell’incognita, costituita da quel partner segreto e sconosciuto, una possibilità d’evasione dal grigiore quotidiano, ma al tempo stesso non hanno il coraggio di fissare un incontro, consapevoli che così facendo, rischierebbero di spezzare l’incantesimo che  li spinge a verificare avidamente la casella di posta.

Ma la dipendenza tra i due scatta inesorabile, e pur essendo consapevoli dell’assurdità della situazione, entrano nell’insana modalità dell’innamoramento virtuale. Basta leggere un estratto:

E’ già tornato dal teatro? Non riesco a dormire, stasera. Le ho mai raccontato del vento del Nord? Quando tengo la finestra aperta è insopportabile. Sarebbe bello se mi scrivesse qualche altra parola. Anche solo “Allora chiuda la finestra”. Al che ribatterei: Con la finestra chiusa non riesco a dormire.

A quel punto il degenerarsi della situazione è inevitabile.

E anche il finale, in un certo senso, è abbastanza coerente con l’appesantirsi dell’atmosfera, tutt’altro che gioviale come agli inizi della vicenda.

 

“Le ho mai raccontato del vento del nord” non è certo un romanzo d’amore, è una testimonianza tetra, celata dietro una scrittura spiritosa, di quanto possa essere facile e vano abbandonarsi a fantasie in libertà circa un mondo parallelo da crearsi a proprio piacimento, senza confini di doveri, senza limiti di opportunità, pur di sfuggire alla vita piatta. Salvo poi lasciarlo nel limbo delle ipotesi da non tradurre in realtà, pena la caduta del sogno. La famiglia è un porto sicuro che però trema al primo soffio di vento virtuale, figuriamoci di fronte alla tempesta, lasciando ogni protagonista con un mucchio di domande inevase e il proprio fardello di cupa insoddisfazione. Il messaggio dell’autore è tutt’altro che leggero e mi sento di accodarmi al parere di quei lettori che avrebbero preferito non fosse dato un seguito a questo romanzo, come invece è accaduto. Così invece si rischia di trasformare un tema serio in un’insulsa saga a puntate.

 

IAN MC EWAN - ESPIAZIONE

19 GENNAIO 2015


Campagna inglese, anni trenta. Briony è una scrittrice in erba che sogna il suo primo romanzo. Ha una sorella maggiore, Cecilia, che porta avanti un non meglio definito rapporto d’amicizia con Robbie, figlio della loro domestica. Tutto comincia quando un pomeriggio, dalla finestra, Briony assiste a quello che crede essere un maldestro tentativo di stupro di Robbie nei confronti di Cecilia. E’ un equivoco, ovviamente, ma nella mente della sorella minore si fa strada un malsano sentimento di repulsione misto a paura per il ragazzo. Nella stessa giornata, uno scambio di lettere convince ancora di più Briony che l’amico della sorella sia un pervertito sessuale. Quando poi, la sera, la cugina Lola viene effettivamente violentata in giardino, e Briony scorge un’ombra fuggire nel buio, ha già deciso che il colpevole è Robbie, e da quel momento gli rovina ingiustamente la vita.

Grazie alla sua testimonianza decisiva, fredda, senza un momento di ripensamento, la polizia arresta il ragazzo la sera stessa e lo condanna a diversi anni di galera. Gli unici a credere nella sua innocenza sono Cecilia e la madre Emily.

Tutto questo accade in una sola giornata.

La scena si sposta poi avanti nel tempo, sino alla guerra. Robbie interrompe la detenzione per arruolarsi: in molte occasioni, scampa per miracolo agli attacchi nazisti sul fronte, la sua vita è continuamente appesa a un filo.

Con gli anni Briony realizza l'errore commesso, e soprattutto comprende l'impossibilità assoluta di porvi rimedio; desolata, cerca di espiare il suo peccato rendendosi utile al prossimo. S'impiega come praticante presso un ospedale e, sottostando senza un lamento ai rigidissimi protocolli che lo contraddistinguono, porta avanti un processo di riparazione che possa mitigare il suo senso di colpa. Verrà ben presto impiegata per lenire le sofferenze dei soldati feriti e si abituerà alle scene più drammatiche e gli orari più massacranti.

Un giorno, Briony assiste non vista al matrimonio della cugina Lola con Paul Marshall, sua vecchia fiamma, e di colpo comprende che era stato lui, in realtà, a farle violenza quella sera in giardino. Allora, raccoglie il coraggio va a trovare la sorella, nel frattempo divenuta a sua volta infermiera professionale. Qui ha la sorpresa d'incontrarvi Robbie, rientrato in licenza. I tre si ritrovano per la prima volta dalla sera dell'arresto del giovane. Malgrado la promessa di Briony, che assicura loro che cercherà le prove per accusare Paul del crimine erroneamente imputato a Robbie, questi e Cecilia non le offrono il perdono, e le loro strade si dividono nuovamente. Tutto finisce qui? Non proprio, c'è una coda, un salto temporale di oltre cinquant'anni, quando una stagionata Briony presenta finalmente il romanzo che è stato sempre il sogno della sua vita..

 

Romanzo di consapevolezza, di composta accettazione, questo di Ian McEwan, per il quale l’autore inglese è al momento maggiormente conosciuto. Un errore può cambiare la nostra vita, e rovinare quella degli altri? Certo, e quando la giovane protagonista, cui i tredici anni d’età sono solo un blando giustificativo, decide che il rimedio sarà il mettersi al servizio del prossimo, non ha un attimo di ripensamento, come non ne ha avuti nel momento in cui ha stabilito l’irrevocabile colpevolezza di Robbie. Romanzo di chiusura, ostinata e immutabile, di scelte nette e senza ritorno. Cecilia, che fin dal primo momento non dubita dell’innocenza di Robbie, vede la propria esistenza mutilata di colpo, la persona che sceglie per il suo futuro le viene sottratta senza ragione. E lei se ne va, taglia i ponti con tutta la famiglia per sempre, la stessa famiglia che ha accettato e approvato l’ingiusta condanna. Pia illusione dunque, per Briony, persino lo sperare in una grazia umana da parte dei due individui che ha rovinato. Un’espiazione che non ridà la serenità, anzi, riacutizza ad ogni passo l’effetto doloroso dell’errore commesso. Briony si annulla, vivendo senza amici né amori né ricordi: sa solo quello che farà, e quello che vorrebbe fare, pur nella sua utopica irrealizzazione, visto che Paul Marshall non potrà essere accusato di nulla, del momento che la sua vittima l’ha sposato.

Il finale è stravagante e poetico, una chiosa originale per una vicenda che in realtà risulterà ancora più amara e dolente di come appare al lettore; un finale con cui McEwan sceglie di riportare sogno e speranza, remissione e dolcezza.

 

GIOVANNI ARPINO - LA TRAPPOLA AMOROSA

23 DICEMBRE 2014


Stazione Radio Gloria” è una radio privata presso la quale lavora il vecchio attore Giacomo Berzia, che dopo una vita più che onorevole a calcare le scene è caduto in disgrazia (o se preferite, è stato pensionato). Tutte le domeniche egli conduce una rubrica, denominata “Le lettere impossibili”, destinate ad entità o personaggi storici del passato. E’ coadiuvato dal professor Tramontano, chiacchierone e caustico, e riesce settimana dopo settimana, preparando coscienziosamente le puntate con ricerche, indagini e studi, a dar ancora un senso alla propria vita.

Abbandonata ormai da anni l’idea di crearsi una famiglia propria, Berzia vive solo, ha contatti quotidiani con la sorella Amalia, rimasta vedova, con la quale si vedono regolarmente a pranzo e in occasioni comandate.

Tutto pare procedere secondo una conclamata, rassicurante monotonia di vita quando, durante un freddo e triste dicembre, Giacomo riceve una lettera, che contiene un elettrocardiogramma e un messaggio criptico: “Come vedi, questo mio cuore è sanissimo. Da oggi è tuo”. Da quel momento la piatta esistenza di Giacomo pare abbeverarsi di nuova linfa. Bastano pochi altri messaggi, disseminati sapientemente nei luoghi normalmente frequentati dall’uomo, perché questo venga pian piano rapito dall’idea di poter riaprirsi all’amore. Stante lo scetticismo della sorella, metà preoccupata e metà gelosa, e l’imbarazzato incitamento del collaboratore.

Prima che la misteriosa corteggiatrice si faccia avanti però, le cose si complicano. Infatti Giacomo incontra una ragazza polacca, Halina, personaggio ambiguo che lavora presso un antiquario. Si lamenta con Giacomo che il padrone la obblighi a prestazioni extra lavorative, piange perché lontana dalla sua gente, dice di vivere in condizioni disperate. Poi però truffa un amico dentista di Berzia, lo stesso antiquario e sparisce nel nulla

Ma quello della ragazza è un pensiero che non rimane a lungo nella mente di Giacomo, infatuato com’è della sua misteriosa aspirante. Proprio il 24 dicembre, riceve in dono un cesto colmo di delizie gastronomiche, ma con grande delusione di Giacomo, Natale e S.Stefano trascorrono senza che si faccia viva.

Ma qualche giorno più tardi si svela. E’ un medico sui quaranta, Claudia Ottavia Arduino, che propone un incontro, ovviamente accettato da Berzia. Il quale scopre d’esser stato pedinato Berzia da un maresciallo in pensione per conto della donna, per la quale ha anche inviato i messaggi anonimi. E’stata lei a far sparire Halina, pagandole un viaggio per l'Australia, per togliersi di torno una concorrente pericolosa. Giacomo accetta la trappola amorosa in cui è caduto, sperando in un futuro più colorato.

Giuseppe Arpino ha terminato questo romanzo pochissimi giorni prima di morire, nel novembre del 1987, ed è rassicurante che l’ultima sua prova in assoluto abbia assunto i termini della positività, della speranza in un certo senso, di un vecchio artista che ha passato ormai da anni la soglia dell’esistenza da cui non si chiede più niente alla vita, e invece arrivano ancora piacevoli sorprese. E’ bello è piacevole, anche se forse non basta a risollevare le sorti di un romanzo certamente non eccelso, veloce e fin troppo essenziale, in molte zone poco definito nei dettagli e che avrebbe giovato da una scrittura di maggior respiro.

E’ pur vero che se la trama si dimostra tal volta frettolosa e leggerina, lo stile è una sorpresa piacevole, fresco, ironico, moderno. Questa particolarità, e il fatto che il racconto sia calato totalmente nell’ambito di una città facilmente riconoscibile come Torino, porta a più di un’assonanza col tocco di illustri rappresentanti della mole come Ferrero e Lucentini. Il linguaggio è “sgamato” e tutt’altro che austero od obsoleto; un contrasto curioso con l’assoluta mancanza di definizione dei caratteri. Il lettore non arriva mai a “conoscere” i protagonisti con dovizia di particolari abbastanza da considerarli intimi, provare sentimenti nei loro confronti, quali essi siano; restano sfuggenti ed anonimi per l’intera durata del romanzo.

Un’opera talvolta intrigante ma in genere leggera come una piuma, simpatica e dimenticabile…l’utopia dell’amore che non ingrigisce con l’età ma la veste anzi di colori nuovi e curiosi..pur con i suoi difetti non mancherà di piacere agli appassionati del genere.

 

JONATHAN COE - I TERRIBILI SEGRETI DI MAXWELL SIM

8 DICEMBRE 2014

Maxwell Sim, prossimo ai cinquant’anni, non ha molto di che gioire per la propria esistenza. Separato, con problemi di comunicazione con la figlia Lucy e la moglie Caroline, che spera di riconquistare, coltiva cattivi rapporti col padre vedovo trapiantatosi in Australia, è in aspettativa dal lavoro causa sospetto principio di depressione. Ciò che maggiormente comincia a pesargli è la solitudine, malgrado la nutrita scorta di amici virtuali che annovera su facebook.

Per smuoversi dal torpore in cui è caduto, accetta una nuova proposta di lavoro dall’amico Trevor: entrare in una squadra di venditori di spazzolini da denti rivoluzionari, full modern optionals, e compiere un percorso promozionale fin all’estremo nord della Scozia, mentre i suoi colleghi raggiungeranno gli altri punti estremi del Regno Unito.

Il problema è che questo viaggio si trasforma presto da professionale a introspettivo, con conseguenze che per Maxwell rischieranno di essere quasi devastanti. Durante il tragitto infatti, si ferma a visitare due vecchi vicini di casa, e viene a scoprire sul padre verità spiacevoli,  che inevitabilmente si ripercuotono su di lui, ancora a distanza di anni. L’incontro con una vecchia amica, centinaia di chilometri oltre, lascia riaffiorare altri fantasmi del passato. Tutto questo agisce pericolosamente sulla sua psiche, al punto che trova l’unica compagnia passabile nella voce suadente del suo navigatore satellitare…

La svolta, nella penosa vicenda di Maxwell, si registra un lunedì di marzo, in Scozia. Durante una bufera di neve, l’uomo viene rinvenuto addormentato in macchina, semi nudo e in coma etilico, col suo carico di spazzolini da denti. Che altro gli resta da fare a questo punto? O lasciarsi andare del tutto, o ritornare nel luogo dove la sua anima ha registrato gli ultimi sussulti di vita, ossia dall’altra parte del mondo, in Australia, ma non dal padre. Il viaggio intercontinentale che Maxwell intraprenderà lo guida verso orizzonti sconosciuti ed uno sviluppo imprevisto.

Tutto grazie a una coppia di cinesi, madre e figlia, che all’epoca del primo viaggio, due mesi prima aveva notato pranzare presso il suo stesso ristorante di Sydney in armonia e complicità, sentimenti che lui non aveva mai sperimentato con nessun membro della propria famiglia.

Diviene chiaro sin dopo poche pagine della lettura che lo scopo di Coe, o almeno parte dello scopo, è di evidenziare l’assurdità della condizione nella quale il nostro eroe si dibatte: non riesce in nessun modo a stabilire rapporti umani non tanto duraturi, ma che abbiano almeno un senso compiuto, nel periodo in cui si vivono. E tutto questo nell’epoca regina della comunicazione, nel tempo di face book e twitter, solo per citarne un paio.

Max realizza questa cosa nel momento peggiore – personale, professionale – e questo influisce drammaticamente sulla sua vicenda. Coe guida il lettore in un viaggio attraverso una psiche rovinata, fuori controllo, durante il quale la peculiarità più evidente del signor Sim è che più annaspa per recuperare, più le sabbie mobili lo trascinano giù. Alla faccia delle felicità virtuali che i social fanno a gara a proporci nella società odierna.

La scelta dell’autore è tuttavia di tener la mano leggera, evitando tragicità tonali e spingendo invece verso un’allucinata, autoironica consapevolezza. Il protagonista finisce per flirtare col proprio sentirsi inadeguato, si comporta di conseguenza senza porsi domande universali, si sente per assurdo più libero, meno impaurito, osserva con occhio distaccato il baratro che gli si para davanti.

Il tema è intrigante, e sviluppato con maestria. Quello che storpia un poco è però il finale, nel quale Coe sfora nel postmoderno, piluccando un po’ da Calvino e un po’ da Vittorini e s’inventa una chiosa assai più fantastica di quanto già non sia il crescendo della narrazione. Anche il reiterare su Maxwell il “segreto sconvolgente” che ha già stravolto la vita del padre, appare superfluo e stridente, appesantendo un epilogo che avrebbe potuto risultare più consono ed efficace.

 

STEPHEN KING - 22/11/'63

23 NOVEMBRE 2014


Siamo, per il momento, nel 2011. Jake Epping è un frustrato insegnante del Maine, appena lasciato dalla moglie alcolista, che arrotonda il magro stipendio con qualche supplenza alle serali. Incontra in classe il bidello Harry Dunning, che gli racconta di come, il giorno di Halloween del 1958, il padre avesse massacrato la sua intera famiglia, lasciando lui solo, unico superstite, gravemente ferito, con una zoppia permanente a ricordo. Una sera, Jake viene contattato dal suo barista di fiducia, Al, che gli dà un paio di notizie sconvolgenti. La prima è che il cancro lo sta consumando. La seconda è che nascosto nel suo locale c’è un condotto che lo trasporta indietro nel tempo e precisamente nel settembre del 1958.

Al gli spiega che lui non potrà usufruire del cunicolo temporale, data la malattia, ma Jake si, e dovrà farlo, visto che l’attendono due compiti da brivido: il primo è quello di fermare la follia omicida del padre di Harry, il secondo, nientemeno, di bloccare Lee Harvey Oswald, che cinque anni dopo avrebbe sparato al presidente Kennedy. Nel frattempo lui avrebbe dovuto ambientarsi nel vivere un passato mai vissuto, già sapendo dalla storia quello che sarebbe successo.

Da pazzo scatenato, Jake decide di fare un tentativo. Attraversa il varco temporale, assume l’identità di George Amberson, letterato, e riesce ad impedire a Frank Dunning di massacrare la sua famiglia, rendendolo inoffensivo per sempre. Malgrado il successo, Jake decide di rientrare al più presto nel mondo d’oggi. Al, ormai in fin di vita, lo vede pronto per la grande impresa di Dallas e lo spinge a riattraversare il cunicolo, avvertendolo che quando tornerà nel 2011, saranno passati solo due minuti di tempo. Poi, mentre Jake riparte, l’altro si suicida.

I fondi per vivere nel passato gli sono assicurati dalla notevole fortuna che ottiene dalle scommesse, una fortuna non casuale visto che conosce in anticipo il risultato delle competizioni su cui scommette, e dal lavoro di insegnante, retaggio del futuro, che svolge a Jodie, una cittadina più tranquilla rispetto a Dallas. Qui si ambienta rapidamente, si fa benvolere dal personale della scuola e trova persino l’amore nella figura della bibliotecaria, la dolce Sadie.

Vivendo con lei però, Jake alias George pian piano comincia a lasciar trasparire il proprio segreto, finchè la ragazza scopre la vera identità dell’insegnante, e si trova davanti a una scelta terribile: crederlo pazzo e lasciarlo oppure assecondarlo e stargli accanto nella sua incredibile missione..


Partiamo dal presupposto che i viaggi nel tempo sono un tema piuttosto “a rischio”, in ambito di letteratura: se n’è abusato in lungo e in largo, e chi decide di scriverne parte già da posizione svantaggiata. A maggior ragione, se il volume in questione sfiora le ottocento pagine. Ma nel caso di “22/11/63”, intraprendete tranquilli la lettura: non vi fermerete.

King lavora su due fronti: il contrasto insanabile tra le ruvide semplicità, le cautele allentate e il maggior senso d’umanità di mezzo secolo or sono e la gretta’incomunicabilità hi-tech di oggi, evitando di schierarsi. Modella una trama sempre in bilico, come da sua prerogativa, tra verosimile e grottesco senza mai cadere nell’illeggibile. Facilmente in grado di dribblare le trappole dell’ovvio, Guida il lettore verso uno sviluppo assai indigesto da sdoganare, rifiutandosi di indottrinare chicchessia circa l’annosa questione: è giusto cambiare il passato, anche il più nefasto, seppure il più tragicamente sbagliato che la malvagità e la follia umana abbia potuto concepire?

Forse no. Che la reazione retroattiva all’azione, per quanto indotta dai migliori propositi, possa produrre effetti inattesi è un concetto scomodo ma col quale ci obbliga a fare i conti. L’autore propone continuamente il conflitto tra coscienza e buon senso, mente e cuore; il suo protagonista prende decisioni istintive, ulteriormente complicate poi dal fiorire del sentimento che la macchina del tempo gli ha dato in dono, ed è questo oscillare continuo il fiore all’occhiello d’un romanzo complesso e peraltro terribilmente lineare.

Il finale potrebbe apparire studiato per accompagnare i cuori più teneri verso una facile, rassicurante commozione, invece è discreto e gentile, privo di retorica appiccicaticcia e in grado di rischiarare con un tocco di speranza il quadro in fondo plumbeo che affiora dalla narrazione, da qualsiasi lato, pardon, varco temporale la si affronti. In mancanza d’un improbabile lieto fine, emerge la consolazione, ed è forse il massimo che si possa ottenere.

 

JOHN GRISHAM - IO CONFESSO

8 NOVEMBRE 2014



E’ lunedì, 5 novembre 2007. Keith Schroeder, mite pastore del Kansas, riceve in parrocchia una visita, che gli sconvolgerà l’esistenza. Un uomo, alto, pelato, di poche parole, che dice di chiamarsi Travis Boyette, e gli confida che a ottocento miglia di distanza, in Texas, un innocente sta per essere giustiziato per un omicidio che in realtà ha commesso lui, otto anni prima.
Boyette afferma d’essere, oltre a un assassino, anche uno stupratore seriale e  il fatto di esser stato recentemente diagnosticato con un tumore non operabile al cervello l’ha indotto, a suo dire, a ripulirsi la coscienza. Peccato che l’esecuzione sia fissata per giovedì 8, e che il malcapitato Keith abbia tre giorni di tempo per fermarla..

Naturalmente il pastore si macera interiormente: credere allo squilibrato che gli si para davanti con quella storia che ha dell’inverosimile o correre a denunciarlo, visto che tra l’altro Boyette è in libertà vigilata? Ovviamente decide di buttarsi e i due si lanciano in una corsa contro il tempo per fermare l’esecuzione di Donteè Drumm, giocatore di baseball di colore accusato d’aver violentato, ucciso e sepolto la diciassettenne Nicole Yarber, a causa di un amore non corrisposto.


Il ragazzo però pare avere davvero poche possibilità di scampar la pena capitale, visto che le forze dell’ordine sono in possesso di una sua confessione, quanto spontaneamente redatta lo si potrà evincere dalla lettura. In più, il procuratore, il pessimo Paul Koffee, è storicamente un colpevolista convinto, specialmente nei confronti della parte negra della popolazione, ed ha aizzato a dovere la quasi totalità della stampa tirandola dalla sua parte. La famiglia di Nicole ci mette del suo, partecipando a svariate manifestazioni di suffragio per la ragazza, durante le quali i vari membri, specialmente la madre, mostrano sofferenza lacerante, inestinguibile, ad uso e consumo dei media.

Soltanto l’avvocato della famiglia Drumm, Robbie Flak, a capo di uno staff battagliero e pronto a lottare ad oltranza ventiquattr’ore al giorno, è pienamente convinto dell’innocenza del giovane, ed è nel suo studio che, poche ore prima dell’esecuzione, piombano Keith e Boyette e raccontano la loro storia.
Flak e gli altri giocano allora il tutto per tutto, a colpi di istanze e comunicazioni ufficiali. Chiedono la sospensione della pena per Drumm e di poter procedere, guidati da Travis, al recupero del cadavere della ragazza, mai ritrovato, sepolto da Boyette sulle colline texane.

Nel frattempo la moglie del pastore, Dana, attende tre Stati più a nord che il marito si liberi da quell’impiccio. E’anche lievemente impaurita, visto che nel paio d’occasioni in cui s’è trovata faccia a faccia con Boyette, questi non ha lesinato complimenti piuttosto pesanti, nei suoi confronti..

Mi fermo a tre quarti della trama, per lasciare almeno un fragile dubbio: riuscirà l’improbabile coppia  nell’intento di fermare la “justice machine” del Texas? Posso anticiparvi che siete di fronte a quattrocentocinquanta pagine che vale assolutamente la pena leggere, perché vi troverete il miglior Grisham, a livello di suspense, di cambi di scena e colpi di scena.
in “Io confesso”, il viaggio dell’autore attraverso i labirintici, contraddittori meandri del sistema giudiziario a stelle e strisce fa tappa alla discussa e discutibile tematica della pena di morte, puntando particolarmente il dito contro quei teorici paladini della giustizia che troppo spesso dimenticano d’applicare la celebre regola del “ragionevole dubbio”.
E quanto questo problema stia a cuore all’autore lo si deduce dal tono che tiene nel corso della narrazione. L’azione è serrata e ficcante, specialmente nella descrizione delle sollevazioni popolari delle coloured class, ma non mancano momenti di riflessione pura, amara, come quando Grisham si sofferma sulla metamorfosi attraversata da Dontè Drumm dal momento in cui entra nel braccio della legge, o della morte.
Da una rabbia cieca, disperata, furiosa a una sorta di acquiescente rassegnazione, Il ragazzo è immolato già anni prima dell’iniezione letale, e nel momento del trapasso, in cui diventa una cifra in più buona per le statistiche statali, la sua anima è volata via da tempo. Si, c'è spazio anche per un filo di commozione. Più emozionante che cruento, introspettivo ma inesorabile nel condannare il Dottor Morte, è questo uno dei migliori Grisham in assoluto.

 
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