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un libro in quindici giorni

FEDOR DOSTOEVSKJI - UMILIATI E OFFESI

17 MAGGIO 2015


Vania Petrovic è un giovane scrittore, squattrinato e piuttosto gracile in salute, che viene incoraggiato a proseguire nella (tentata) carriera dai consensi ricavati a seguito del primo romanzo che ha pubblicato. E’ innamorato di Natascia, figlia di una coppia di anziani cui il giovane è assai legato. Ma la ragazza scappa di casa per inseguire un altro sogno d’amore, quello per Alioscia, primogenito del principe Valkovsky, peraltro già in causa civile con i genitori di Natascia. Naturale che il nobile ostaggi la storia d’amore e “proponga”, parlando eufemisticamente, al ragazzo una differente candidata, ossia Katia, più consona al lignaggio dei Valkovsky.

Nel frattempo però, i rapporti tra Natascia e i suoi genitori degenerano, tanto che il padre, il vecchio Ikmeniev, la rinnega come figlia imponendole di non tornare più a casa, malgrado il dolore lancinante che causa in questo modo a tutti e tre i membri della famiglia, in special modo a sé stesso. Incurante della crescente sofferenza di Natascia e nonostante la disinteressata vicinanza di Vania, il principe riesce a spingere il manipolabile e debole Alioscia tra le braccia di Katia.

Intanto Vania incontra una bambina, apparentemente abbandonata a sé stessa, Nelly. Sua madre e il nonno materno sono morti, e il giovane scrittore la conosce per caso nell’abitazione di una megera che la schiavizza e la percuote, finchè lui non decide, malgrado la cronica povertà e la scarsezza di entrate, di tenerla con sé nella stanzetta in cui vive.

Con l’avvicinarsi della data di partenza di Alioscia, Vania è sempre più angosciato dallo stato psicofisico di Natascia, la quale dopo una furibonda discussione con il principe, affronta la situazione chiudendosi in un silenzio prostrato e inerme. Lo scrittore deve inoltre pensare seriamente all’adolescente che ha accolto in casa. Le cose inizieranno a cambiare quando il vecchio Ikmeniev conosce Nelly e inizierà ad accarezzare l’idea di adottarla, una possibilità vista con gioia dalla moglie Anna, date anche le precarietà di Vania. La bimba presto porta, nella famiglia dei due anziani, una ventata di rimorso e nostalgia per la figlia ripudiata, e anche Natascia, quando viene a saperlo, inizia a riconsiderare la sua posizione di totale chiusura nei confronti della famiglia d’origine. A complicare il quadro, ecco l’imprevista entrata in scena da protagonista d’un personaggio apparentemente di secondo piano, il faccendiere sfaccendato, ex compagno di scuola di Vania, Maslobojev…

In questo profondo, articolato affresco della società russa di metà/fine diciannovesimo secolo (il romanzo vede la luce nel 1861), imprecisamente trattato alla stregua di romanzo d’appendice, (le vicende amorose e la drammaticità che lo pervadono non sono fine ma mezzo, tramite il quale l’autore porta a compimento il proprio disegno), Dostoevskji traccia una linea netta di demarcazione tra l’eroe negativo (il principe) e la “corte” dei poveri (gli umiliati e offesi) che delle sue malvagità subiscono le conseguenze. Il personaggio di Vania, per molti versi una trasposizione dell’autore stesso, chiarisce limpidamente da che parte il quarantenne Fedor si schieri. Il principe viene delineato con toni aspri e critici, spesso canzonatori, e la peculiarità più evidente è la vigliaccheria del nobile, che di fronte all’orgoglio e la dignità del “villano”, mette in campo il proprio potere – politico, sociale, persino morale, secondo l’etica ipocrita dell’alta società russa dell’epoca – per annientarlo.

Il problema semmai consiste nel fatto che, pur rientrando tutti nella medesima cerchia di “paria”, gli umiliati e offesi faticano a illuminare di solidarietà e sostegno reciproco le proprie misere esistenze, perdendosi spesso nei meandri di un orgoglio fatale (come nel caso del nonno di Nelly, e per lungo tempo anche del vecchio Ikmeniev) mancanza di coraggio (Alioscia), reiterato individualismo (Natascia; non c’è una sola riga nel romanzo intero in cui ella non pensi unicamente al proprio bene, sino alla partenza definitiva del fidanzato). Il solo Vania è leale e disinteressato, instancabile sostenitore di cause disperate, alle quali sacrifica finanche la salute.

E’ l’unica figura realmente immacolata del romanzo e si pone agli antipodi del principe, personaggio, al contrario, integralmente immorale. In mezzo, a congiungere le parti, stanno gli altri. “Umiliati e offesi”, passato sotto silenzio all’epoca della pubblicazione, verrà presto rivalutato, soprattutto alla luce degli ampi consensi tributati alle opere successive. E a ragione: malgrado qualche eccesso di sentimentalismo, rappresenta una fotografia del nostro tempo ancora attuale a oltre un secolo e mezzo di distanza.

 

ALDO PALAZZESCHI - I FRATELLI CUCCOLI

2 MAGGIO 2015


 

Trattasi delle vicende di Celestino Cuccoli, cinquantenne, benestante, che può permettersi di non lavorare ma non può fermare il corso degli eventi tragici che investono le nostre vite: la scomparsa della fidanzata Marta, per un male incurabile, e poi quello della madre, cui era devotissimo, che lo lascerà solo in compagnia di una vecchia domestica. Incapace per lungo tempo di elaborare il dolore, Celestino si chiude in casa perseguendo una vita pressoché claustrale, ma la mancanza di una famiglia propria costituisce un cruccio che lo ferisce quotidianamente. Finchè un giorno prende una decisione clamorosa: da un orfanotrofio adotterà ben quattro ragazzi: Sergio, Osvaldo, Renzo e Luigino. Dedicherà a questi giovani un amore totalizzante (per loro) ed annullante (per sé stesso). Da questo momento esisteranno solo i quattro fratelli Cuccoli e l’unica cosa che conterà per Celestino sarà soddisfare le loro esigenze. La bella casa padronale s’arricchisce d’un’attrezzatissima palestra; le stanze migliori diventano quelle dei figli, ai quali non viene imposto obbligo alcuno, né di studio né di lavoro.

Tanta magnanimità, forse un tantino avventata, verrà, com’è purtroppo intuibile, ripagata soltanto marginalmente. Il solo Luigino sembra crescere secondo canoni apprezzabili: otterrà presto una laurea ed una cattedra per l’insegnamento presso una scuola messinese. Ma per il resto al povero Cuccoli senior l’esperienza di genitore riserva per lo più amarezze. I beni dilapidati dai rampolli portano presto a una situazione economica assai precaria e la situazione degenera infine in una strana sparatoria, una notte di febbraio, che vede coinvolti i tre figli rimasti e quasi spedisce il padre al creatore. Dal processo, i tre figli Cuccoli, specie grazie alla decisiva testimonianza del genitore, escono tutti assolti.

A questo punto, la guerra resetta tutto e stravolge le vite di ognuno. Una tragedia aspetta Celestino: Renzo cadrà in battaglia, proprio mentre le condizioni economiche di Cuccoli senior lo costringono a trasferirsi in una casetta in montagna presso un parente della fedele domestica. Resterà lì per sette anni, quasi senza più notizie dei figli superstiti. Finchè un giorno, Sergio e Osvaldo, ormai sposati con prole, lo riaccoglieranno nella propria casa. E per l’ormai nonno Celestino, il fato ha in serbo un’ultima, sconvolgente sorpresa.

 

 

Quando nel 1948 Palazzeschi pubblica quest’opera, il fascino della figura di Celestino cattura subito lettori e critici. Personaggio angelico, immune a bassezze o sotterfugi di qualsivoglia specie, che in un momento preciso della sua vita si spende in una missione senza ritorno Non c’è mai un ripensamento nel concedere, mai un dubbio, una deviazione, nemmeno quando questo lo riduce in povertà, con le conseguenze che il lettore potrà sbizzarrirsi a leggere. Come Vania Petrovic per Natascia in “Umiliati e offesi”, il protagonista non ha altro scopo di vita che il benessere dei propri cari, indipendentemente dal riscontro affettivo che ne ottiene in cambio, al quale non è minimamente interessato.

E di certi, elevati personaggi dostoevskijani il Cuccoli ha la leggiadria imperturbabile, la mente sgombra da paure, rimorsi o dubbi, vivendo sin (quasi) alla rovina la propria dimensione.

La questione semmai è: si tratta di bontà o un’estrema, perversa forma di egoismo? Sergio, Osvaldo, Renzo e Luigino permettono, in fondo, la costituzione della famiglia che Celestino non ha mai avuto, e la vastità della sua opera filantropica potrebbe anche essere interpretata come la fastosa realizzazione del proprio ego. Ma in questo caso a livello subconscio, visto che non c’è nemmeno un pensiero, una parola, un’azione del Cuccoli nell’opera che non suoni più che corretta, spontanea, altruista. Il finale, atteso in quest’ottica, potrebbe anche non essere una sorpresa, ma non mancherà di colpire i cuori più teneri.

Straordinariamente scorrevole la narrazione, almeno nella sua maggior parte, e se vogliamo cogliere una pecca, direi che delle lunghe pagine imperniate sulla mega festa estiva nella residenza al mare, dove tra l’altro poi Luigino incontrerà Palma, la sua sposa, almeno una dozzina potevano essere evitate, ma è un difetto marginale. “I fratelli Cuccoli” è un romanzo senza pretese di moralizzazione, ma rimette in circolo il concetto di sacrificio cospargendolo d’un pizzico di follia e preservandolo da facili, epiche drammatizzazioni.

 

MELANIA G.MAZZUCCO - UN GIORNO PERFETTO

19 APRILE 2015


Roma, Venerdì 4 maggio 2001.

E’ sera tardi, intorno a mezzanotte. In una zona semicentrale, via Carlo Alberto, la quiete della notte primaverile è squarciata dalla sorda eco di alcuni spari, seguiti da strazianti grida d’aiuto. Una famiglia è distrutta per sempre.

Eppure quella mattina era iniziata come tutte le altre. Emma Tempesta e Antonio Buonocore, impiegata precaria di call center lei, guardia giurata lui, vivono una crisi di coppia comune ad altre migliaia di persone, mentre i loro figli Valentina e Kevin attraversano il pericolante sentiero dell’adolescenza. Sasha è professore d’italiano della giovane, e per i suoi modi di fare gentili e l’aspetto angelico è l’idolo di mamme e alunne. S’aspetta tanto da questo venerdì, visto che festeggia l’anniversario di fidanzamento con Dario, irreprensibile padre di famiglia.

L’avvocato Elio Fioravanti, cui Antonio è in questo giorno assegnato come capo scorta, è molto preoccupato perché sta conducendo una campagna elettorale assai difficile, e teme che la sua carriera politica giunga prematuramente a termine. In questa giornata ha in programma una serie di contatti ravvicinati con la gente dei quartieri più poveri, e magari difficili, ove disseminare discorsi a effetto conditi di facili promesse per raggranellare consensi e voti. Ma altre preoccupazione gli giungono dal figlio avuto nel primo matrimonio, Ari, nome di battaglia Zero, fancazzista, nichilista e comunista che vive un’ipocrita condizione di studente universitario sognando una vita alla Che Guevara. La nuova moglie di Elio, Maya, è una piccola, stronzetta snob borghese, almeno fino all’incontro con Emma. Quel venerdì, cedendo alle insistenze della figlia Camilla, invaghita del piccolo Kevin, che sta organizzando la festa dei suoi sette anni, Maya estende l’invito al figlio di Emma e comincia a porsi qualche domanda (ancora superficiale, per il momento) sul cosmo popolare che suda la vita sotto il suo attico milionario.

Apparentemente tutto è normale. Il solito gioco di esistenze incrociate, di persone che s’incontrano e si separano nell’ambito di un normale giorno della vita?  Non esattamente, visto che tra queste persone ce n’è una che le regole di detto gioco non riesce più ad accettare e scivola lentamente, ma inesorabilmente, in una spirale di follia. Come succede in questi casi, vi persevera lucidamente, sino al tragico impatto finale, all’incontro tra alienazione e realtà. E trascina con sè le vittime predestinate. Il tutto, nello stupore e dolore collettivo: nessuno degli “altri”, infatti, riesce ad intuire ciò che sta per succedere.

Non c’è poesia o volo di fantasia tra queste pagine, ma pura e semplice realtà, come testimoniano le cronache dei giorni che stiamo vivendo; non per questo il lavoro dell’autrice (finemente descrittivo, efficacemente introspettivo, persino qua e là terapeutico) è meno evidente. La scrittura “violenta” della Mazzocco, che trasuda glaciale impassibilità e non illude mai circa tardivi, improbabili “ripensamenti” del soggetto che impazzisce, pur trascinando sin dall’inizio il lettore in una rigida, lugubre consapevolezza, ha molte carte da giocare e le gioca piuttosto bene. Distrae la mente oppressa tramite un fitto gioco di analisi psicologica dei vari personaggi, parcheggia spesso la scrittura in un limbo di situazioni grottesche, come quelle in cui viene coinvolto il giovane professore Sasha, omosessuale idolatrato dal pubblico femminile di madri, docenti e studentesse. Irride la pateticità di certi soggetti, come Elio il politicante, la figura più pesantemente penosa del romanzo intero, persino sua moglie Maya, sostanzialmente una mantenuta, riesce alla fine dei conti a dimostrare un minimo di dignità.

La rudezza di linguaggio, il turpiloquio di strada, tipico degli autori della generazione della Mazzucco (Ammaniti in primis) è sorprendentemente meno presente rispetto a quanto avrebbe potuto essere, data la tematica; eppure l’opera non risulta meno coinvolgente, il che è significativo: la cronaca pesante, la cronaca tragica, non colpisce di meno nè è meno drammaticamente reale, se narrata con linguaggio (quasi) normale.

Il finale lascia aperta ancora una porticina per un epilogo che solo poche pagine prima sarebbe stato difficilmente immaginabile, e risulta in fondo anche plausibile. Forse da qui, l’unica, flebile stilla di speranza in un domani meno nero.

 

MORRIS WEST - I GIULLARI DI DIO

4 APRILE  2015

“Parusia” è termine d’origine greca che, nella teologia cristiana, sta a significare la fine del tempo terrestre e il ritorno di Gesù nel mondo, per il Giudizio universale. E’ il tema centrale di questo straordinario romanzo di Morris West, pubblicato nel 1980.

Sarà’ lo stesso pontefice Gregorio XVII a ricevere da Dio la mostruosa responsabilità di questa rivelazione, e il Papa prepara a tal proposito un’enciclica straordinaria, per diffondere al mondo la sconvolgente novità. Ma le autorità vaticane vengono a conoscenza del fatto e “dimettono” Gregorio, obbligandolo alla rinuncia ed al ritiro presso un convento a Montecassino, ufficialmente per motivi di salute.

Il Papa costretto al silenzio sente, tuttavia, di non poter far finta di nulla e portare un simile peso sul cuore e sulla coscienza. Così redige un’accorata lettera per un suo amico fidato, Carl Mendelius, noto teologo nonché pastore protestante tedesco, illustrandogli il problema. Mendelius è lacerato dal dilemma: fidarsi del vecchio amico o rischiare di assecondare le fisime di un pazzoide?

Dopo aver trascorso alcuni giorni in meditazione, Mendelius matura la decisione di recarsi prima a Roma, per discutere la faccenda col cardinale Dexter, uno dei pochi personaggi nelle file vaticane a dar credito all’ex Papa, poi al convento di Montecassino per sviscerare l’argomento con lo stesso Gregorio, al secolo Jean Marie Barette. E qui cominciano i primi guai. Nella capitale, Mendelius viene coinvolto in un attentato, dai contorni piuttosto anomali, nei confronti di un elemento di spicco della finanza mondiale. Successivamente, toccherà allo stesso pastore doversi difendere dai pericolosi interventi di certe organizzazioni internazionali particolarmente interessate allo sviluppo della vicenda…oltre all’esistenza del teologo sarà sconvolta anche quella della moglie e i figli, che dovranno rivedere i propri piani di vita futura.

Venuto a sapere dell’accaduto, davanti a Jean Marie, già Papa Gregorio si aprono due strade. Arrendersi e lasciar andare il tutto, in modo da non turbare equilibri ed interessi più grandi di lui, o proseguire per la sua strada, cercando gli appoggi necessari per diffondere il messaggio. La decisione che prenderà, quasi inutile specificarlo, gli sconvolgerà l’esistenza più di quanto già non lo fosse fino a quel momento.

La potenza narrativa del prolifico autore australiano raggiunge il suo apice in quest’opera profonda e toccante. Malgrado la corposità del tema trattato e la tensione che se ne sprigiona, la scorrevolezza costante delle pagine preserva dalla noia o dall’austerità. Così le situazioni si susseguono e nuovi scenari si aprono a scadenza quasi periodica, di fronte agli occhi e alle menti spaventate del teologo prima e dell’ex-pontefice poi, che si dividono quasi a metà il ruolo del protagonista.

Il tono della narrazione è camaleontico, come sempre accade nelle opere di Morris West. Alcuni tratti sono pregni di drammatica introspezione psicologica, specialmente nella figura dell’ex-pontefice, spinto dagli eventi a una catarsi inesorabile, che rischia di esporlo di continuo a crisi di pensiero e di fede, e invece finisce per rafforzarlo ed infondergli linfa vitale sempre nuova per affrontare la situzione. Altri hanno i ritmi più classicheggianti del thriller, senza mai scadere nel facile splatter che fa vendere tanta cartaccia in questi periodi.

“I giullari di Dio” scuote le coscienze e costringe a porsi delle domande, alle quali ognuno risponderà a suo modo: l’autore diffonde la propria risposta tramite il  finale. Una chiusura che potrebbe sembrare dettata dalla profonda fede religiosa di West, con la quale permea e contraddistingue la narrazione intera, ma non per questo suona artefatta o improbabile, anzi. Di fronte alle minacce che nel corso delle pagine s’accumulano a terrorizzare il mondo, (nucleare, terroristica…) è la risposta migliore, e, dal suo e nostro punto di vista, priva di dubbi. E tanto più necessaria, considerando il plumbeo momento storico che stiamo vivendo. Oggi West non si stupirebbe, probabilmente, di come gli scenari apocalittici dipinti nel romanzo appaiano sempre meno inverosimili..

Buona Pasqua a tutti!

 

MARCO BUTICCHI - LA VOCE DEL DESTINO

20 MARZO 2015


 

Lungo le rive della Senna, quando scende la sera e i turisti si diradano, il sottobosco dei clochard riprende vita. Tra loro, una donna piuttosto anziana. Chissà che direbbero i suoi compagni di sventura, se venissero a sapere che quella donna era l’artista più popolare del Novecento. Sotto le sue spoglie dimesse si cela nientemeno che Luce de Bartolo, cantante lirica di livello mondiale. Che non immagina neppure il rischio che corre per via d’un medaglione all’apparenza insignificante, che porta al collo.

 

La vicenda parte da molto più indietro. Da quasi un secolo prima, nell'Argentina fra le due guerre e racconta un'amicizia straordinaria, quella fra Luce ed Eva Duarte. Nate da famiglie d’umilissime origine in un paesino, Junin, sconosciuto alle cronache, lasceranno entrambi un segno indelebile nella storia contemporanea. La prima calcando i palcoscenici dei teatri lirici, la seconda impalmando il potentissimo colonnello Juan Domingo Perón: nasce così il mito intramontabile di Evita.  Le due ragazze diventeranno donne attraverso la tragedia della seconda guerra mondiale, la cui drammatica vicenda avrà una coda inattesa. Oltre a loro, i principali protagonisti della vicenda sono tre loro amici d’infanzia, i fratelli Soriano: Glauco, un crudelissimo gerarca nazista, Michele, campione di boxe, e il suo gemello Antonio, valoroso membro della resistenza argentina.

Ma dopo il 1945, Hitler e la sua malata ideologia sopravvivono, ed è proprio tramite contatti segreti con Peron e il suo entourage che cercano di ritornare in auge, installando basi operativo-logistiche in Argentina. Da qui, le trame per questa orrenda minaccia avvolgono via via i poteri più insospettabili: le stanze segrete del mondo finanziario e persino del Vaticano.

Per riaffermare un’altra volta la propria delirante potenza, è necessario sostenere sforzi rilevanti a livello economico e il gruppo di fanatici neonazisti ha bisogno di entrare in possesso del misterioso tesoro di Peron, la cui chiave d’accesso è custodita proprio da Luce, alla quale viene donata da Evita in punto di morte, ormai sconfitta dal tumore. Naturalmente, le loro vicende si intersecheranno con quelle dei tre Soriano, che si ritroveranno in situazioni drammatiche, e l’istinto fraterno varrà assai poco, quando si dovrà scegliere tra sopravvivere o perire, oltretutto molti degli interessi in gioco dipendono proprio dalle loro gesta.

 

Luce dovrà riuscire a mettere in salvo la preziosa chiave, e con esso a salvaguardare il futuro del mondo intero. Magari non da sola, ma con l’aiuto di due angeli custodi, sempre che riescano ad intervenire al momento giusto…

 

Siamo nel campo in cui Marco Buticchi si trova maggiormente a suo agio, ossia quello del romanzo storico. Luce è l’unico personaggio ad attraversare quasi per intero il secolo di storia di cui si tratta, ed è il punto in cui realtà e finzione s’intersecano dando vita a una narrazione sempre veemente, in particolar modo nella seconda parte, quando entrano in scena gli “angeli custodi”. Se un appunto si può muovere, è proprio il fatto che l’azione si velocizza a ritmi via via più forsennati man mano che ci si avvicina alla fine, dando al romanzo un sapore da James Bond che suona leggermente stereotipato.

Ma a parte questo, che può essere considerato un dettaglio, il giudizio resta del tutto positivo. Intrecci e colpi di scena si susseguono al di là di ogni possibile prevedibilità, personaggi nati dalla penna dell’autore convivono in modo del tutto naturale con figure storiche realmente esistite, dagli stessi Evita Peron e consorte a Papa Luciani, per fare un esempio), sino al rocambolesco finale. Non esistono cali di tensione, nemmeno agli inizi quando le due protagoniste entrano in scena da ragazzine; Buticchi dissemina indizi fin da subito, un accento particolare, un tono dimesso o eccessivo, un silenzio inatteso, prolungato, e via dicendo, dai quali si deducono le inquietanti peculiarità della narrazione.

 

 

VASCO PRATOLINI - CRONACHE DI POVERI AMANTI

5 MARZO 2015


Siamo a metà degli anni venti. Via del Corno è una strada del centro di Firenze, molto popolosa, abitata da personaggi che si conoscono da generazioni e costituiscono una città nella città.

 

C’è Giulio, un mezzo balordo che fa dentro e fuori dalle patrie galere, la cui moglie Liliana, quando il marito è sotto la sicura “protezione” dello Stato, viene ospitata dalla Signora, una ricca, potente ed ambigua ex-prostituta di cui tutti hanno un’indicibile soggezione, e che ha già tra le proprie grinfie l’orfanella Gesuina. Pur essendo perennemente malata, controlla in realtà la vita della strada a proprio piacimento. Giulio è in combutta col carbonaio Nesi, cui affida una refurtiva prima d’essere tradotto in carcere. Ma il Nesi viene tradito e finisce arrestato a sua volta, prima che un attacco di cuore se lo porti via. La sua amante Aurora, da cui il carbonaio ha avuto in figlio, scappa col di lui primogenito, Otello, spargendo la voce che in realtà il bimbo sia di Otello.

 

La vita procede, in via del Corno, tutt’altro che monotona. Il fascismo scatena ardori e entusiasmi, odi e sofferenze e divide la gente. Così troviamo, da una parte, il fiero movimento partigiano, capeggiato da Corrado, detto Maciste, e Alfredo, che si scontrerà inevitabilmente con le camicie nere, che vedono Carlino e Osvaldo in prima fila, portando giornate di lacrime e sangue. Anche all’interno delle fazioni stesse: Osvaldo, per i dubbi espressi circa le “metodologie” violente utilizzate, viene duramente punito e s’affretta a ribadire la sua fedeltà al movimento fascista. Inevitabile che prima o poi ci scappi il morto.

 

Intanto Giulio viene condannato a dieci anni di galera e Liliana si consola abbandonando la Signora e correndo tra le braccia di Otello, che capisce ben presto che Aurora non fa per lui. Per la Signora è in serbo un finale di romanzo cruento e denso di colpi di scena, mentre nel momento più difficile delle scombussolate esistenze di via del Corno, si fa strada una figura nuova, quella di Renzo, che riuscirà in qualche modo a riaccendere una fiammella di speranza nel futuro della comunità.



 

 

 

 

 

Come cambiano le gerarchie, gli stati d’animo, i modi di pensare di gente sino a quel momento in fondo ordinaria, quando un movimento politico totalitario ed autoritario scuote e rivoluziona uno Stato intero? Ne abbiamo l’esempio studiando la vita di questo microcosmo, una vietta centrale della Firenze negli anni venti, e la metamorfosi che si coglie è davvero notevole.

 

Dapprima grandi entusiasmi o pesanti opposizioni, ma comunque possenti e drammatiche voglia di lotta fremente per quelli che sembrano ideali assoluti, irrinunciabili. Ma poi, pian piano le cose ricominciano a cambiare.

 

Chi porta a casa la pelle, tra mille peripezie, acquista una consapevolezza nuova, ossia che la disputa fratricida tra le due fazioni sta assumendo una dimensione nazionale via via più pericolosa, e i più avveduti se ne tirano fuori del tutto...gli altri però, come Carlino, tendono a fare il bello e il cattivo tempo nel quartiere, e la vita diventa sensibilmente più dura, sino a trascendere in guerriglia.

 

Ma “Cronache di poveri amanti” è anche un romanzo di notevole forza drammatica, come dimostrano le pagine in cui Maciste e Ugo vengono a sapere che i fascisti stanno preparando in Firenze una notte di omicidi, e decidono senza frapporre tempo in mezzo di percorrere le strade della città col sidecar per avvisare tutti del pericolo incombente. E si trasforma anche in intrigante trattato psicologico, ad esempio quando viene reso palese che Otello ha voluto far sua Aurora come rivincita sul padre opprimente ma non in quanto realmente interessato alla ragazza. Oppure nelle lunghe pagine dedicate alla mutazione avvenuta nella Signora, protagonista principale della terza parte del libro, dalla personalità variegata e sorprendente.

E’ singolare anche la vis polemica che Pratolini adotta nei confronti dei protagonisti stessi delle vicende, come con Mario, la cui tormentata relazione con Bianca è in primo piano nella parte finale del romanzo. L'intera narrazione alza il sipario su  una fiera d’anime irrequiete, in movimento ed evoluzione, un ritratto efficace e fedele dell’italia a cavallo tra le due guerre.

 

ALESSANDRO BARICCO - CITY

18 FEBBRAIO 2015


Un tredicenne di nome Gould è dotato d’intelligenza stratosferica, tanto che all’età delle elementari frequenta già gli studi universitari. Non ha però una famiglia: la madre ospite fissa d’un ospedale psichiatrico, il padre distante generale dell’esercito. Supplisce alla mancanza creandosi due amici immaginari. Poomerang, muto, ma Gould ne può leggere i pensieri, e Diesel. Shatzy Shell è una segretaria un po’ fuori di testa che è appena stata licenziata da una casa editrice. I due si conoscono tramite un sondaggio telefonico, l’ultimo lavoro che la ragazza svolge per il proprio editore. Da quel breve contatto cambia la vita di entrambi, visto che la giovane decide di fare da madre/baby sitter al piccolo. E certo miglior abbinamento non si sarebbe potuto azzeccare, tante sono le cose in comune tra i due. Oltre a portare avanti una convivenza definibile quantomeno strampalata, progettano entrambi una propria storia personale, di cui sono registi e sceneggiatori: un western epico, nel caso di Shatzy e un incontro di pugilato, per Gould.

L’ex segretaria se ne va in giro con un registratore portatile e ogni volta che le viene una nuova buona idea l‘immortala su nastro; il genio tredicenne si chiude in bagno e da vita all’imprese pugilistiche del mito Larry Gordman, con telecronache, anzi, radiocronache, avvincenti e appassionate.

Tutto aiuta il ragazzino a sentirsi vivo e a fingere d’ignorare ciò che invece sa benissimo di essere: un fenomeno da baraccone crudelmente abbandonato a sé stesso che alimenta il proprio mondo, altrimenti morto, di fantasmi di compagnia e fantasie galoppanti. Saltuariamente, la vita del ragazzo viene alimentata anche dalle lezioni che segue all’università, tra le quali possiamo ad esempio ricordare l’ avvinta esposizione delle “Ninfee di Monet” dell’ineffabile docente Mondrian Kilroy. Inutile forse sottolineare che i professori di Gould sono bizzarri ed improbabili almeno quanto il ragazzo.

Quando il lettore finisce la lettura, implacabile gli si materializza in mente la domanda peggiore, quella che ti genera il sospetto d’aver solo perso del tempo: “E allora?”

Una storia senza trama che lascia sempre le cose come stanno. Vi si cerca uno spunto per proseguire, non si trova, si va avanti e si (ri)cerca inutilmente. Credo che lo sfarzo di irrealtà che permane il libro nasconda invece, tipo cenere sotto il tappeto, una sfilza non indifferente di luoghi comuni: il genio disadattato che vorrebbe essere trattato da bambino come gli altri, e nessuno capisce (neanche Shatzy, evidentemente, se è vero come è vero che alla fine il ragazzo se la svigna), tranne la ragazza sensibile e mezza matta a sua volta, il professore di matematica che dà fuori di matto nelle astrusità dei suoi calcoli, ecc. In sostanza un bel mazzetto di convenzionalità vestiti di surreale.

Sulle volgarità assortite che qua e là invadono lo scritto, non c’è molto da dire, è una proiezione del mondo odierno e allora perché sforzarsi di mantenere le proprie pagine ripulite da trivialità gratuite? In “City” però, come altrove, non hanno funzionalità, ossia, non aggiungono alcunché al’economia della storia e sembrano buttate lì perché fa figo. E’ un romanzo che non sprigiona la minima capacità di emozionare, non dà nessun piacere. Come lo stesso autore ha ammesso, è ostico, pieno di falsi sentieri che non conducono da nessuna parte, vedi le infinite pagine del discorso diretto del professore, un tormento senza pace (dello stesso personaggio psico intellettualoide che poi salta fuori con una gemma del tipo “l’onestà intellettuale non esiste”. Ma dai?). Gli infiniti scompartimenti in cui la storia è spezzettata non si congiungono mai in un denominatore comune che vi conferisca un significato. A meno che lo si trovi nell’asserzione che “i fiumi non sono matti anche se nel loro percorso fanno una strada che è esattamente tre volte più lunga di quella che farebbero se andassero diritto”. E se il romanzo deve essere un nonsense, deve almeno scaturirne una scintilla creativa, un’impressione di genialità. Non è per niente il caso di questo libro. Per Baricco aveva certamente un senso, ma per quel che mi riguarda l’ermetismo è spesso una semplice scusa per scrivere brutture.

 
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