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un libro in quindici giorni

MELANIA G.MAZZUCCO - UN GIORNO PERFETTO

19 APRILE 2015


Roma, Venerdì 4 maggio 2001.

E’ sera tardi, intorno a mezzanotte. In una zona semicentrale, via Carlo Alberto, la quiete della notte primaverile è squarciata dalla sorda eco di alcuni spari, seguiti da strazianti grida d’aiuto. Una famiglia è distrutta per sempre.

Eppure quella mattina era iniziata come tutte le altre. Emma Tempesta e Antonio Buonocore, impiegata precaria di call center lei, guardia giurata lui, vivono una crisi di coppia comune ad altre migliaia di persone, mentre i loro figli Valentina e Kevin attraversano il pericolante sentiero dell’adolescenza. Sasha è professore d’italiano della giovane, e per i suoi modi di fare gentili e l’aspetto angelico è l’idolo di mamme e alunne. S’aspetta tanto da questo venerdì, visto che festeggia l’anniversario di fidanzamento con Dario, irreprensibile padre di famiglia.

L’avvocato Elio Fioravanti, cui Antonio è in questo giorno assegnato come capo scorta, è molto preoccupato perché sta conducendo una campagna elettorale assai difficile, e teme che la sua carriera politica giunga prematuramente a termine. In questa giornata ha in programma una serie di contatti ravvicinati con la gente dei quartieri più poveri, e magari difficili, ove disseminare discorsi a effetto conditi di facili promesse per raggranellare consensi e voti. Ma altre preoccupazione gli giungono dal figlio avuto nel primo matrimonio, Ari, nome di battaglia Zero, fancazzista, nichilista e comunista che vive un’ipocrita condizione di studente universitario sognando una vita alla Che Guevara. La nuova moglie di Elio, Maya, è una piccola, stronzetta snob borghese, almeno fino all’incontro con Emma. Quel venerdì, cedendo alle insistenze della figlia Camilla, invaghita del piccolo Kevin, che sta organizzando la festa dei suoi sette anni, Maya estende l’invito al figlio di Emma e comincia a porsi qualche domanda (ancora superficiale, per il momento) sul cosmo popolare che suda la vita sotto il suo attico milionario.

Apparentemente tutto è normale. Il solito gioco di esistenze incrociate, di persone che s’incontrano e si separano nell’ambito di un normale giorno della vita?  Non esattamente, visto che tra queste persone ce n’è una che le regole di detto gioco non riesce più ad accettare e scivola lentamente, ma inesorabilmente, in una spirale di follia. Come succede in questi casi, vi persevera lucidamente, sino al tragico impatto finale, all’incontro tra alienazione e realtà. E trascina con sè le vittime predestinate. Il tutto, nello stupore e dolore collettivo: nessuno degli “altri”, infatti, riesce ad intuire ciò che sta per succedere.

Non c’è poesia o volo di fantasia tra queste pagine, ma pura e semplice realtà, come testimoniano le cronache dei giorni che stiamo vivendo; non per questo il lavoro dell’autrice (finemente descrittivo, efficacemente introspettivo, persino qua e là terapeutico) è meno evidente. La scrittura “violenta” della Mazzocco, che trasuda glaciale impassibilità e non illude mai circa tardivi, improbabili “ripensamenti” del soggetto che impazzisce, pur trascinando sin dall’inizio il lettore in una rigida, lugubre consapevolezza, ha molte carte da giocare e le gioca piuttosto bene. Distrae la mente oppressa tramite un fitto gioco di analisi psicologica dei vari personaggi, parcheggia spesso la scrittura in un limbo di situazioni grottesche, come quelle in cui viene coinvolto il giovane professore Sasha, omosessuale idolatrato dal pubblico femminile di madri, docenti e studentesse. Irride la pateticità di certi soggetti, come Elio il politicante, la figura più pesantemente penosa del romanzo intero, persino sua moglie Maya, sostanzialmente una mantenuta, riesce alla fine dei conti a dimostrare un minimo di dignità.

La rudezza di linguaggio, il turpiloquio di strada, tipico degli autori della generazione della Mazzucco (Ammaniti in primis) è sorprendentemente meno presente rispetto a quanto avrebbe potuto essere, data la tematica; eppure l’opera non risulta meno coinvolgente, il che è significativo: la cronaca pesante, la cronaca tragica, non colpisce di meno nè è meno drammaticamente reale, se narrata con linguaggio (quasi) normale.

Il finale lascia aperta ancora una porticina per un epilogo che solo poche pagine prima sarebbe stato difficilmente immaginabile, e risulta in fondo anche plausibile. Forse da qui, l’unica, flebile stilla di speranza in un domani meno nero.

 

MORRIS WEST - I GIULLARI DI DIO

4 APRILE  2015

“Parusia” è termine d’origine greca che, nella teologia cristiana, sta a significare la fine del tempo terrestre e il ritorno di Gesù nel mondo, per il Giudizio universale. E’ il tema centrale di questo straordinario romanzo di Morris West, pubblicato nel 1980.

Sarà’ lo stesso pontefice Gregorio XVII a ricevere da Dio la mostruosa responsabilità di questa rivelazione, e il Papa prepara a tal proposito un’enciclica straordinaria, per diffondere al mondo la sconvolgente novità. Ma le autorità vaticane vengono a conoscenza del fatto e “dimettono” Gregorio, obbligandolo alla rinuncia ed al ritiro presso un convento a Montecassino, ufficialmente per motivi di salute.

Il Papa costretto al silenzio sente, tuttavia, di non poter far finta di nulla e portare un simile peso sul cuore e sulla coscienza. Così redige un’accorata lettera per un suo amico fidato, Carl Mendelius, noto teologo nonché pastore protestante tedesco, illustrandogli il problema. Mendelius è lacerato dal dilemma: fidarsi del vecchio amico o rischiare di assecondare le fisime di un pazzoide?

Dopo aver trascorso alcuni giorni in meditazione, Mendelius matura la decisione di recarsi prima a Roma, per discutere la faccenda col cardinale Dexter, uno dei pochi personaggi nelle file vaticane a dar credito all’ex Papa, poi al convento di Montecassino per sviscerare l’argomento con lo stesso Gregorio, al secolo Jean Marie Barette. E qui cominciano i primi guai. Nella capitale, Mendelius viene coinvolto in un attentato, dai contorni piuttosto anomali, nei confronti di un elemento di spicco della finanza mondiale. Successivamente, toccherà allo stesso pastore doversi difendere dai pericolosi interventi di certe organizzazioni internazionali particolarmente interessate allo sviluppo della vicenda…oltre all’esistenza del teologo sarà sconvolta anche quella della moglie e i figli, che dovranno rivedere i propri piani di vita futura.

Venuto a sapere dell’accaduto, davanti a Jean Marie, già Papa Gregorio si aprono due strade. Arrendersi e lasciar andare il tutto, in modo da non turbare equilibri ed interessi più grandi di lui, o proseguire per la sua strada, cercando gli appoggi necessari per diffondere il messaggio. La decisione che prenderà, quasi inutile specificarlo, gli sconvolgerà l’esistenza più di quanto già non lo fosse fino a quel momento.

La potenza narrativa del prolifico autore australiano raggiunge il suo apice in quest’opera profonda e toccante. Malgrado la corposità del tema trattato e la tensione che se ne sprigiona, la scorrevolezza costante delle pagine preserva dalla noia o dall’austerità. Così le situazioni si susseguono e nuovi scenari si aprono a scadenza quasi periodica, di fronte agli occhi e alle menti spaventate del teologo prima e dell’ex-pontefice poi, che si dividono quasi a metà il ruolo del protagonista.

Il tono della narrazione è camaleontico, come sempre accade nelle opere di Morris West. Alcuni tratti sono pregni di drammatica introspezione psicologica, specialmente nella figura dell’ex-pontefice, spinto dagli eventi a una catarsi inesorabile, che rischia di esporlo di continuo a crisi di pensiero e di fede, e invece finisce per rafforzarlo ed infondergli linfa vitale sempre nuova per affrontare la situzione. Altri hanno i ritmi più classicheggianti del thriller, senza mai scadere nel facile splatter che fa vendere tanta cartaccia in questi periodi.

“I giullari di Dio” scuote le coscienze e costringe a porsi delle domande, alle quali ognuno risponderà a suo modo: l’autore diffonde la propria risposta tramite il  finale. Una chiusura che potrebbe sembrare dettata dalla profonda fede religiosa di West, con la quale permea e contraddistingue la narrazione intera, ma non per questo suona artefatta o improbabile, anzi. Di fronte alle minacce che nel corso delle pagine s’accumulano a terrorizzare il mondo, (nucleare, terroristica…) è la risposta migliore, e, dal suo e nostro punto di vista, priva di dubbi. E tanto più necessaria, considerando il plumbeo momento storico che stiamo vivendo. Oggi West non si stupirebbe, probabilmente, di come gli scenari apocalittici dipinti nel romanzo appaiano sempre meno inverosimili..

Buona Pasqua a tutti!

 

MARCO BUTICCHI - LA VOCE DEL DESTINO

20 MARZO 2015


 

Lungo le rive della Senna, quando scende la sera e i turisti si diradano, il sottobosco dei clochard riprende vita. Tra loro, una donna piuttosto anziana. Chissà che direbbero i suoi compagni di sventura, se venissero a sapere che quella donna era l’artista più popolare del Novecento. Sotto le sue spoglie dimesse si cela nientemeno che Luce de Bartolo, cantante lirica di livello mondiale. Che non immagina neppure il rischio che corre per via d’un medaglione all’apparenza insignificante, che porta al collo.

 

La vicenda parte da molto più indietro. Da quasi un secolo prima, nell'Argentina fra le due guerre e racconta un'amicizia straordinaria, quella fra Luce ed Eva Duarte. Nate da famiglie d’umilissime origine in un paesino, Junin, sconosciuto alle cronache, lasceranno entrambi un segno indelebile nella storia contemporanea. La prima calcando i palcoscenici dei teatri lirici, la seconda impalmando il potentissimo colonnello Juan Domingo Perón: nasce così il mito intramontabile di Evita.  Le due ragazze diventeranno donne attraverso la tragedia della seconda guerra mondiale, la cui drammatica vicenda avrà una coda inattesa. Oltre a loro, i principali protagonisti della vicenda sono tre loro amici d’infanzia, i fratelli Soriano: Glauco, un crudelissimo gerarca nazista, Michele, campione di boxe, e il suo gemello Antonio, valoroso membro della resistenza argentina.

Ma dopo il 1945, Hitler e la sua malata ideologia sopravvivono, ed è proprio tramite contatti segreti con Peron e il suo entourage che cercano di ritornare in auge, installando basi operativo-logistiche in Argentina. Da qui, le trame per questa orrenda minaccia avvolgono via via i poteri più insospettabili: le stanze segrete del mondo finanziario e persino del Vaticano.

Per riaffermare un’altra volta la propria delirante potenza, è necessario sostenere sforzi rilevanti a livello economico e il gruppo di fanatici neonazisti ha bisogno di entrare in possesso del misterioso tesoro di Peron, la cui chiave d’accesso è custodita proprio da Luce, alla quale viene donata da Evita in punto di morte, ormai sconfitta dal tumore. Naturalmente, le loro vicende si intersecheranno con quelle dei tre Soriano, che si ritroveranno in situazioni drammatiche, e l’istinto fraterno varrà assai poco, quando si dovrà scegliere tra sopravvivere o perire, oltretutto molti degli interessi in gioco dipendono proprio dalle loro gesta.

 

Luce dovrà riuscire a mettere in salvo la preziosa chiave, e con esso a salvaguardare il futuro del mondo intero. Magari non da sola, ma con l’aiuto di due angeli custodi, sempre che riescano ad intervenire al momento giusto…

 

Siamo nel campo in cui Marco Buticchi si trova maggiormente a suo agio, ossia quello del romanzo storico. Luce è l’unico personaggio ad attraversare quasi per intero il secolo di storia di cui si tratta, ed è il punto in cui realtà e finzione s’intersecano dando vita a una narrazione sempre veemente, in particolar modo nella seconda parte, quando entrano in scena gli “angeli custodi”. Se un appunto si può muovere, è proprio il fatto che l’azione si velocizza a ritmi via via più forsennati man mano che ci si avvicina alla fine, dando al romanzo un sapore da James Bond che suona leggermente stereotipato.

Ma a parte questo, che può essere considerato un dettaglio, il giudizio resta del tutto positivo. Intrecci e colpi di scena si susseguono al di là di ogni possibile prevedibilità, personaggi nati dalla penna dell’autore convivono in modo del tutto naturale con figure storiche realmente esistite, dagli stessi Evita Peron e consorte a Papa Luciani, per fare un esempio), sino al rocambolesco finale. Non esistono cali di tensione, nemmeno agli inizi quando le due protagoniste entrano in scena da ragazzine; Buticchi dissemina indizi fin da subito, un accento particolare, un tono dimesso o eccessivo, un silenzio inatteso, prolungato, e via dicendo, dai quali si deducono le inquietanti peculiarità della narrazione.

 

 

VASCO PRATOLINI - CRONACHE DI POVERI AMANTI

5 MARZO 2015


Siamo a metà degli anni venti. Via del Corno è una strada del centro di Firenze, molto popolosa, abitata da personaggi che si conoscono da generazioni e costituiscono una città nella città.

 

C’è Giulio, un mezzo balordo che fa dentro e fuori dalle patrie galere, la cui moglie Liliana, quando il marito è sotto la sicura “protezione” dello Stato, viene ospitata dalla Signora, una ricca, potente ed ambigua ex-prostituta di cui tutti hanno un’indicibile soggezione, e che ha già tra le proprie grinfie l’orfanella Gesuina. Pur essendo perennemente malata, controlla in realtà la vita della strada a proprio piacimento. Giulio è in combutta col carbonaio Nesi, cui affida una refurtiva prima d’essere tradotto in carcere. Ma il Nesi viene tradito e finisce arrestato a sua volta, prima che un attacco di cuore se lo porti via. La sua amante Aurora, da cui il carbonaio ha avuto in figlio, scappa col di lui primogenito, Otello, spargendo la voce che in realtà il bimbo sia di Otello.

 

La vita procede, in via del Corno, tutt’altro che monotona. Il fascismo scatena ardori e entusiasmi, odi e sofferenze e divide la gente. Così troviamo, da una parte, il fiero movimento partigiano, capeggiato da Corrado, detto Maciste, e Alfredo, che si scontrerà inevitabilmente con le camicie nere, che vedono Carlino e Osvaldo in prima fila, portando giornate di lacrime e sangue. Anche all’interno delle fazioni stesse: Osvaldo, per i dubbi espressi circa le “metodologie” violente utilizzate, viene duramente punito e s’affretta a ribadire la sua fedeltà al movimento fascista. Inevitabile che prima o poi ci scappi il morto.

 

Intanto Giulio viene condannato a dieci anni di galera e Liliana si consola abbandonando la Signora e correndo tra le braccia di Otello, che capisce ben presto che Aurora non fa per lui. Per la Signora è in serbo un finale di romanzo cruento e denso di colpi di scena, mentre nel momento più difficile delle scombussolate esistenze di via del Corno, si fa strada una figura nuova, quella di Renzo, che riuscirà in qualche modo a riaccendere una fiammella di speranza nel futuro della comunità.



 

 

 

 

 

Come cambiano le gerarchie, gli stati d’animo, i modi di pensare di gente sino a quel momento in fondo ordinaria, quando un movimento politico totalitario ed autoritario scuote e rivoluziona uno Stato intero? Ne abbiamo l’esempio studiando la vita di questo microcosmo, una vietta centrale della Firenze negli anni venti, e la metamorfosi che si coglie è davvero notevole.

 

Dapprima grandi entusiasmi o pesanti opposizioni, ma comunque possenti e drammatiche voglia di lotta fremente per quelli che sembrano ideali assoluti, irrinunciabili. Ma poi, pian piano le cose ricominciano a cambiare.

 

Chi porta a casa la pelle, tra mille peripezie, acquista una consapevolezza nuova, ossia che la disputa fratricida tra le due fazioni sta assumendo una dimensione nazionale via via più pericolosa, e i più avveduti se ne tirano fuori del tutto...gli altri però, come Carlino, tendono a fare il bello e il cattivo tempo nel quartiere, e la vita diventa sensibilmente più dura, sino a trascendere in guerriglia.

 

Ma “Cronache di poveri amanti” è anche un romanzo di notevole forza drammatica, come dimostrano le pagine in cui Maciste e Ugo vengono a sapere che i fascisti stanno preparando in Firenze una notte di omicidi, e decidono senza frapporre tempo in mezzo di percorrere le strade della città col sidecar per avvisare tutti del pericolo incombente. E si trasforma anche in intrigante trattato psicologico, ad esempio quando viene reso palese che Otello ha voluto far sua Aurora come rivincita sul padre opprimente ma non in quanto realmente interessato alla ragazza. Oppure nelle lunghe pagine dedicate alla mutazione avvenuta nella Signora, protagonista principale della terza parte del libro, dalla personalità variegata e sorprendente.

E’ singolare anche la vis polemica che Pratolini adotta nei confronti dei protagonisti stessi delle vicende, come con Mario, la cui tormentata relazione con Bianca è in primo piano nella parte finale del romanzo. L'intera narrazione alza il sipario su  una fiera d’anime irrequiete, in movimento ed evoluzione, un ritratto efficace e fedele dell’italia a cavallo tra le due guerre.

 

ALESSANDRO BARICCO - CITY

18 FEBBRAIO 2015


Un tredicenne di nome Gould è dotato d’intelligenza stratosferica, tanto che all’età delle elementari frequenta già gli studi universitari. Non ha però una famiglia: la madre ospite fissa d’un ospedale psichiatrico, il padre distante generale dell’esercito. Supplisce alla mancanza creandosi due amici immaginari. Poomerang, muto, ma Gould ne può leggere i pensieri, e Diesel. Shatzy Shell è una segretaria un po’ fuori di testa che è appena stata licenziata da una casa editrice. I due si conoscono tramite un sondaggio telefonico, l’ultimo lavoro che la ragazza svolge per il proprio editore. Da quel breve contatto cambia la vita di entrambi, visto che la giovane decide di fare da madre/baby sitter al piccolo. E certo miglior abbinamento non si sarebbe potuto azzeccare, tante sono le cose in comune tra i due. Oltre a portare avanti una convivenza definibile quantomeno strampalata, progettano entrambi una propria storia personale, di cui sono registi e sceneggiatori: un western epico, nel caso di Shatzy e un incontro di pugilato, per Gould.

L’ex segretaria se ne va in giro con un registratore portatile e ogni volta che le viene una nuova buona idea l‘immortala su nastro; il genio tredicenne si chiude in bagno e da vita all’imprese pugilistiche del mito Larry Gordman, con telecronache, anzi, radiocronache, avvincenti e appassionate.

Tutto aiuta il ragazzino a sentirsi vivo e a fingere d’ignorare ciò che invece sa benissimo di essere: un fenomeno da baraccone crudelmente abbandonato a sé stesso che alimenta il proprio mondo, altrimenti morto, di fantasmi di compagnia e fantasie galoppanti. Saltuariamente, la vita del ragazzo viene alimentata anche dalle lezioni che segue all’università, tra le quali possiamo ad esempio ricordare l’ avvinta esposizione delle “Ninfee di Monet” dell’ineffabile docente Mondrian Kilroy. Inutile forse sottolineare che i professori di Gould sono bizzarri ed improbabili almeno quanto il ragazzo.

Quando il lettore finisce la lettura, implacabile gli si materializza in mente la domanda peggiore, quella che ti genera il sospetto d’aver solo perso del tempo: “E allora?”

Una storia senza trama che lascia sempre le cose come stanno. Vi si cerca uno spunto per proseguire, non si trova, si va avanti e si (ri)cerca inutilmente. Credo che lo sfarzo di irrealtà che permane il libro nasconda invece, tipo cenere sotto il tappeto, una sfilza non indifferente di luoghi comuni: il genio disadattato che vorrebbe essere trattato da bambino come gli altri, e nessuno capisce (neanche Shatzy, evidentemente, se è vero come è vero che alla fine il ragazzo se la svigna), tranne la ragazza sensibile e mezza matta a sua volta, il professore di matematica che dà fuori di matto nelle astrusità dei suoi calcoli, ecc. In sostanza un bel mazzetto di convenzionalità vestiti di surreale.

Sulle volgarità assortite che qua e là invadono lo scritto, non c’è molto da dire, è una proiezione del mondo odierno e allora perché sforzarsi di mantenere le proprie pagine ripulite da trivialità gratuite? In “City” però, come altrove, non hanno funzionalità, ossia, non aggiungono alcunché al’economia della storia e sembrano buttate lì perché fa figo. E’ un romanzo che non sprigiona la minima capacità di emozionare, non dà nessun piacere. Come lo stesso autore ha ammesso, è ostico, pieno di falsi sentieri che non conducono da nessuna parte, vedi le infinite pagine del discorso diretto del professore, un tormento senza pace (dello stesso personaggio psico intellettualoide che poi salta fuori con una gemma del tipo “l’onestà intellettuale non esiste”. Ma dai?). Gli infiniti scompartimenti in cui la storia è spezzettata non si congiungono mai in un denominatore comune che vi conferisca un significato. A meno che lo si trovi nell’asserzione che “i fiumi non sono matti anche se nel loro percorso fanno una strada che è esattamente tre volte più lunga di quella che farebbero se andassero diritto”. E se il romanzo deve essere un nonsense, deve almeno scaturirne una scintilla creativa, un’impressione di genialità. Non è per niente il caso di questo libro. Per Baricco aveva certamente un senso, ma per quel che mi riguarda l’ermetismo è spesso una semplice scusa per scrivere brutture.

 

DANIEL GLATTAURER - LE HO MAI RACCONTATO DEL VENTO DEL NORD

3 FEBBRAIO 2015

 

Un messaggio inviato ad un indirizzo sbagliato origina un rapporto epistolare tra una signora che intendeva annullare l’abbonamento ad una rivista e un illustre sconosciuto che nulla ha in comune con la casa editrice cui la missiva era destinata, tranne l’indirizzo email, che varia soltanto in una lettera. Tutto pare chiudersi con le scuse della donna accettate dall’uomo, se non che, per via d’un altro paio di equivoci, i due la corrispondenza la continuano eccome. Finchè, superando pian piano l’imbarazzo iniziale, Leo ed Emmi, questi i loro nomi, trovano stimolante la situazione che si va creando, ed arrivano a scriversi quotidianamente, ed anche più volte al giorno, raccontandosi di sé, le proprie esistenze, le fatiche quotidiane, ma soprattutto le proprie insoddisfazioni. Emmi chiarisce subito di essere sposata, e specifica felicemente, con due bimbi; Leo afferma di essere appena uscito da una forte delusione sentimentale e che non ha la minima intenzione di impegnarsi a breve. Fosse così facile. Malgrado i manifesti di innocuità, quel contatto di servizio, evidentemente ambiguo, diventa una vera ragione di vita, per entrambi. Fino al momento in cui però, inevitabilmente, la cosa sembra sfuggire di mano. Un bel giorno, Leo riceve un email non da Emmi, ma dal di lei marito. Il quale pone all’uomo una proposta inattesa: che incontri infine la moglie. Perché la donna è ossessionata da quel demone da invia e ricevi e pare non aver più la testa per altro. Così lei la incontra, vi parlate, magari vi piacete pure, fate quel che bisogna fare e poi me la rimanda alla vita normale. L’uomo è evidentemente sofferente, e Leo è scioccato da questo, tanto che decide di colpo di troncare il rapporto via email con Emmi. Ma qui dovrà sbattere contro la disperazione della donna, che poi è anche la sua..

 

I due protagonisti non sono ragazzini alla prima cotta (virtuale) della loro vita. Sono due adulti che lavorano e si dibattono tra le normali sfighe della vita, che vedono nell’incognita, costituita da quel partner segreto e sconosciuto, una possibilità d’evasione dal grigiore quotidiano, ma al tempo stesso non hanno il coraggio di fissare un incontro, consapevoli che così facendo, rischierebbero di spezzare l’incantesimo che  li spinge a verificare avidamente la casella di posta.

Ma la dipendenza tra i due scatta inesorabile, e pur essendo consapevoli dell’assurdità della situazione, entrano nell’insana modalità dell’innamoramento virtuale. Basta leggere un estratto:

E’ già tornato dal teatro? Non riesco a dormire, stasera. Le ho mai raccontato del vento del Nord? Quando tengo la finestra aperta è insopportabile. Sarebbe bello se mi scrivesse qualche altra parola. Anche solo “Allora chiuda la finestra”. Al che ribatterei: Con la finestra chiusa non riesco a dormire.

A quel punto il degenerarsi della situazione è inevitabile.

E anche il finale, in un certo senso, è abbastanza coerente con l’appesantirsi dell’atmosfera, tutt’altro che gioviale come agli inizi della vicenda.

 

“Le ho mai raccontato del vento del nord” non è certo un romanzo d’amore, è una testimonianza tetra, celata dietro una scrittura spiritosa, di quanto possa essere facile e vano abbandonarsi a fantasie in libertà circa un mondo parallelo da crearsi a proprio piacimento, senza confini di doveri, senza limiti di opportunità, pur di sfuggire alla vita piatta. Salvo poi lasciarlo nel limbo delle ipotesi da non tradurre in realtà, pena la caduta del sogno. La famiglia è un porto sicuro che però trema al primo soffio di vento virtuale, figuriamoci di fronte alla tempesta, lasciando ogni protagonista con un mucchio di domande inevase e il proprio fardello di cupa insoddisfazione. Il messaggio dell’autore è tutt’altro che leggero e mi sento di accodarmi al parere di quei lettori che avrebbero preferito non fosse dato un seguito a questo romanzo, come invece è accaduto. Così invece si rischia di trasformare un tema serio in un’insulsa saga a puntate.

 

IAN MC EWAN - ESPIAZIONE

19 GENNAIO 2015


Campagna inglese, anni trenta. Briony è una scrittrice in erba che sogna il suo primo romanzo. Ha una sorella maggiore, Cecilia, che porta avanti un non meglio definito rapporto d’amicizia con Robbie, figlio della loro domestica. Tutto comincia quando un pomeriggio, dalla finestra, Briony assiste a quello che crede essere un maldestro tentativo di stupro di Robbie nei confronti di Cecilia. E’ un equivoco, ovviamente, ma nella mente della sorella minore si fa strada un malsano sentimento di repulsione misto a paura per il ragazzo. Nella stessa giornata, uno scambio di lettere convince ancora di più Briony che l’amico della sorella sia un pervertito sessuale. Quando poi, la sera, la cugina Lola viene effettivamente violentata in giardino, e Briony scorge un’ombra fuggire nel buio, ha già deciso che il colpevole è Robbie, e da quel momento gli rovina ingiustamente la vita.

Grazie alla sua testimonianza decisiva, fredda, senza un momento di ripensamento, la polizia arresta il ragazzo la sera stessa e lo condanna a diversi anni di galera. Gli unici a credere nella sua innocenza sono Cecilia e la madre Emily.

Tutto questo accade in una sola giornata.

La scena si sposta poi avanti nel tempo, sino alla guerra. Robbie interrompe la detenzione per arruolarsi: in molte occasioni, scampa per miracolo agli attacchi nazisti sul fronte, la sua vita è continuamente appesa a un filo.

Con gli anni Briony realizza l'errore commesso, e soprattutto comprende l'impossibilità assoluta di porvi rimedio; desolata, cerca di espiare il suo peccato rendendosi utile al prossimo. S'impiega come praticante presso un ospedale e, sottostando senza un lamento ai rigidissimi protocolli che lo contraddistinguono, porta avanti un processo di riparazione che possa mitigare il suo senso di colpa. Verrà ben presto impiegata per lenire le sofferenze dei soldati feriti e si abituerà alle scene più drammatiche e gli orari più massacranti.

Un giorno, Briony assiste non vista al matrimonio della cugina Lola con Paul Marshall, sua vecchia fiamma, e di colpo comprende che era stato lui, in realtà, a farle violenza quella sera in giardino. Allora, raccoglie il coraggio va a trovare la sorella, nel frattempo divenuta a sua volta infermiera professionale. Qui ha la sorpresa d'incontrarvi Robbie, rientrato in licenza. I tre si ritrovano per la prima volta dalla sera dell'arresto del giovane. Malgrado la promessa di Briony, che assicura loro che cercherà le prove per accusare Paul del crimine erroneamente imputato a Robbie, questi e Cecilia non le offrono il perdono, e le loro strade si dividono nuovamente. Tutto finisce qui? Non proprio, c'è una coda, un salto temporale di oltre cinquant'anni, quando una stagionata Briony presenta finalmente il romanzo che è stato sempre il sogno della sua vita..

 

Romanzo di consapevolezza, di composta accettazione, questo di Ian McEwan, per il quale l’autore inglese è al momento maggiormente conosciuto. Un errore può cambiare la nostra vita, e rovinare quella degli altri? Certo, e quando la giovane protagonista, cui i tredici anni d’età sono solo un blando giustificativo, decide che il rimedio sarà il mettersi al servizio del prossimo, non ha un attimo di ripensamento, come non ne ha avuti nel momento in cui ha stabilito l’irrevocabile colpevolezza di Robbie. Romanzo di chiusura, ostinata e immutabile, di scelte nette e senza ritorno. Cecilia, che fin dal primo momento non dubita dell’innocenza di Robbie, vede la propria esistenza mutilata di colpo, la persona che sceglie per il suo futuro le viene sottratta senza ragione. E lei se ne va, taglia i ponti con tutta la famiglia per sempre, la stessa famiglia che ha accettato e approvato l’ingiusta condanna. Pia illusione dunque, per Briony, persino lo sperare in una grazia umana da parte dei due individui che ha rovinato. Un’espiazione che non ridà la serenità, anzi, riacutizza ad ogni passo l’effetto doloroso dell’errore commesso. Briony si annulla, vivendo senza amici né amori né ricordi: sa solo quello che farà, e quello che vorrebbe fare, pur nella sua utopica irrealizzazione, visto che Paul Marshall non potrà essere accusato di nulla, del momento che la sua vittima l’ha sposato.

Il finale è stravagante e poetico, una chiosa originale per una vicenda che in realtà risulterà ancora più amara e dolente di come appare al lettore; un finale con cui McEwan sceglie di riportare sogno e speranza, remissione e dolcezza.

 
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