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un libro in quindici giorni

JOSEPH HELLER - E' SUCCESSO QUALCOSA

31 LUGLIO 2015


Primi anni settanta, New York. Bob Slocum è un dirigente newyorkese sposato, con tre figli di cui uno ritardato, che conduce una vita del tutto normale, al limite dell’insignificanza. In questo romanzo, e sull’opportunità di denominare così questo scritto si dibatterà più oltre, Slocum analizza il momento storico che sta vivendo, concentrandosi  sostanzialmente sul lavoro, sulla famiglia e sul sesso.

Per quanto riguarda il lavoro, Heller/Slocum esprime tutta la propria insicurezza, ammettendo di odiare e temere alcuni colleghi o superiori, e di essere temuto e odiato da altri colleghi o inferiori,  narrando le proprie amare frustrazioni nei ricorrenti casi di abusi gerarchici (come quando gli viene negato di pronunciare un discorso di tre minuti in occasione di un meeting aziendale, il che lo sconvolgerà per anni)  ma anche le sottili soddisfazioni che talvolta riesce a togliersi. (Viene destinato a prendere il posto di un superiore con annesso aumento di stipendio).

Nell’ambito famigliare, il buon Bob è dotato di moglie standard, mediamente depressa, normalmente lamentevole circa i lavori di casa, costantemente in bilico tra buonsenso e isterismo. C’è una figlia femmina diciassettenne che vive il suo massimo momento di rifiuto e ribellione nei confronti dei genitori (uno stato d’essere davvero raro per una ragazza di quell’età), che esprime con aspre discussioni, anarchia negli orari, sigarette. Un figlio maschio di nove anni terrorizzato dal proprio istruttore di ginnastica e gravato             dalla propria timidezza (un’altra caratteristica insolita in questa fascia). Un altro figlio, Derek, menomato mentalmente, senza alcuna possibilità di guarigione, etichettato sin da subito come palla al piede.

La peculiarità più preponderante del “romanzo”, tuttavia, è la presenza del sesso. Una presenza continua, ingombrante, minimo comune denominatore di ogni situazione (viaggi, lavoro, famiglia). Un chiodo fisso che occupa in misura variabile ognuna delle 610 (!) pagine dello scritto. Vengono riportate con dovizia di particolari le imprese compiute dal protagonista, i rimpianti, i sogni non realizzati, mai i rimorsi (ad esempio relativamente ai frequenti tradimenti che opera nei confronti della moglie). E’ tutto un costante immaginare o riportare, con risvolti macabro-grotteschi, come nel caso del rapporto con Virginia, la collega che Slocum non riuscirà mai a possedere malgrado la disponibilità di quest’’ultima. Virginia morirà suicida, come il padre, inalando gas di scarico in garage, e lui ancora ad anni di distanza continuerà a telefonare in ditta con nomi falsi chiedendo di lei…

Fosse l’unica pesantezza di questo saggio inconcludente e insensato (A che pro pubblicare un mare di pagine di riflessioni personali con cui uno può o meno sentirsi in armonia o meno, ma non per questo si sognerebbe di mettere nero su bianco?). Quando non si parla di congiunzioni carnali e amenità correlate, semplicemente non succede mai nulla. Non c’è trama, il che è dura da digerire considerando la lunghezza del testo. Ci sono solo constatazioni, annotazioni di vita vissuta di interesse medio basso, ponderazioni e ricordi, qualche goccia di acre umorismo, cupe riflessioni su un futuro nebuloso. I dialoghi riportati sono chilometrici, reiterati nei concetti e persino nelle parole utilizzate. Le litigate, le discussioni, le riappacificazioni e i momenti di armonia in famiglia durano centinaia di pagine e alla fine lasciano le cose esattamente come stavano.

Il protagonista e i suoi famigliari sono persone in genere meschine (l’indifferenza e il fastidio verso Derek è ripugnante). Non c’è assolutamente amore, non si suscitano speranze, non si sorride mai. Le dimensioni e le esplorazioni del “coso” governano, e il resto sta a zero. Bob è un perdente pauroso e maniaco, che non chiede amore, comprensione, fiducia, non ha sentimenti, solo voglie, rancori, timori. A giustificazione del titolo, succede infine qualcosa nelle ultime 10 – 15 pagine, ma è, come si dice, troppo poco e troppo tardi.

Una narrazione le cui finalità mi sfuggono, certamente una mia mancanza. Se voleva essere il ritratto dell’uomo medio americano, povera umanità a stelle e strisce; a livello di romanzo è del tutto inconsistente eppure sgargiantemente  prolisso, nonché volgare e tutto sommato fastidioso.

 

RICHARD FORD - LO STATO DELLE COSE

16 LUGLIO 2015


 

Frank Bascombe, 55 anni, è un agente immobiliare del New Jersey. Vive separato da due mogli: Ann, la prima, che torna talvolta a tampinarlo e lui non regge, e Sally, la seconda, che invece riaccoglierebbe a braccia aperte. Ha una figlia, Clarissa, che transita piuttosto disinvoltamente da uno stato di conclamata omosessualità a quelli che lei definisce tentativi di impostare rapporti normali, un figlio, Paul, che lo detesta, un altro, Ralph, morto giovane, e un tumore alla prostata. Una situazione invero complicata e peraltro non dissimile da quella di migliaia di altri personaggi senza volto sparsi nelle varie latitudini del pianeta. In questo romanzo, Frank racconta uno spaccato di tre giorni della propria vita durante la quale cerca l’essenza dell’esistere senza lasciarsi disarmare da elucubrazioni che, vista la situazione che lo riguarda, tenderebbero piuttosto al tetro.

 

Anche perché la città in cui vive, l’immaginaria Sea-Clift è l’ordinario fatto luogo. Per fortuna Frank ha dalla sua parte un collaboratore yemenita pazzoide e allucinato, che lo coglie di sorpresa continuamente coi suoi imprevedibili comportamenti, e la facoltà di trascorrere gran parte del suo tempo in macchina, il che gli impedisce di pensare e lo costringe a concentrarsi invece sui continui mutamenti del paesaggio, sempre più vittima di sconvolgimenti speculativi selvaggi.

Cosa gli impedisce di darsi alla disperazione pensando al proprio stato, del tutto precario?

Il vivere questi tre giorni (al culmine dei quali succederà qualcosa di decisivo per le sorti della sua malattia) concentrandosi sull’attimo e non sulle ripercussioni dell’attimo; sulla soddisfazione e la pienezza, il più possibile libera da remore frenanti; sulla competenza e l’orgoglio dell’autoaffermazione, sulla ricerca di un appagamento effimero ma disperatamente irrinunciabile.

In questo modo, Frank si “sente” vivere e non coltiva nessun tipo di rimpianto o rimorso. Anche i dialoghi con i figli e con le donne della sua vita sono schietti e senza più possibilità di fraintendimenti, senza le fughe e i silenzi che spesso nel passato erano stata una comoda via d’uscita per evitare confronti dolorosi e avevano mantenuto il rapporto in una fase falsamente buonista.

 

 

 

In questo modo, Frank si sente infinitamente più appagato, come se la sua vita vissuta sino a quel momento non fosse stata molto più di un’accomodante bugia. L’approssimarsi di quello che sarà l’appuntamento decisivo della sua vita, ossia la trasvolata che viene solo accennata al termine del romanzo, se in parte lo condanna a un comprensibile stato di panico, dall’altra gli infonde una lucidità e per certi versi una spietatezza con la quale ogni interlocutore dovrà confrontarsi. Una consapevolezza, quella del nostro agente, che lo porta a familiarizzare con la propria malattia, ad esorcizzarne la paura sino a considerarla parte integrante della propria esistenza. Un malessere “positivo”, dunque? Piuttosto l’inattesa capacità di razionalizzare, di non lasciarsi sedurre da una facile, vittimistica ondata di panico e proseguire, sino appunto al momento in cui si siederà su quell’aereo e dovrà solo aspettare.

 

Non c’è drammaticità, nella narrazione, che Frank conduce in prima persona per l’intera durata del libro. C’è cronaca, molta cronaca, di quei tre giorni, dei quali praticamente ogni minuto viene vivisezionato e giudicato poi a priori, nelle immancabili riflessioni del protagonista.

 

Il limite principale de “Lo stato delle cose” è proprio questo. Ogni singolo attimo viene riportato in uno streaming infinito di descrizioni, azioni, pensieri, opere, viaggi, non viene saltato un momento, come se Bascombe tenesse un chip attaccato alla spalla e lo azionasse all’inizio della narrazione per staccarlo alla fine. E’ davvero notevole, e fatalmente eccessiva, la massa di informazioni che il lettore medio assorbe, in quello che alla fine suona come un compiaciuto, sterminato deserto di parole. Il messaggio sarebbe arrivato comunque, con la stessa stupita leggerezza, con un centinaio o anche più pagine in meno.

 

HENNING MANKELL - L'UOMO INQUIETO

1 LUGLIO 2015


 


Ambientata nel 2008, è questa la decima avventura del commissario Kurt Wallander, di servizio a Ystad, il quale al traguardo dei sessant’anni si trova coinvolto in una sordida storia di spionaggio che affonda le sue radici a quasi una trentina di anni addietro, ai primi ’80. Tutto ha inizio quando l’irrequieta figlia di Kurt, Linda, annuncia al padre il proprio fidanzamento con Hans von Enke, genietto della finanza, nonché il fatto d’essere in attesa della primogenita, che verrà poi chiamata Klara. Kurt viene invitato a conoscere i consuoceri, Louise ed Hakan, ed è proprio durante la festa di compleanno di quest’ultimo che succede qualcosa. L’uomo comandante di marina ora in pensione, gli confida d’aver vissuto un episodio che l’ha segnato per tutta la vita. Avevano individuato un presunto sottomarino russo immerso nelle acque territoriali svedesi, e stavano per costringerlo a rivelarsi, ma proprio quando tutto era pronto per l’azione, dalla base avevano ricevuto l’ordine di allontanarsi immediatamente. Nell’ambito della guerra fretta, una decisione inspiegabile da parte delle alte sfere. Tanto che Hakan decide di svolgere un’indagine a fari spenti, per capirne la ragione. Forse però schiaccia qualche piede di troppo, infatti meno di tre mesi dopo il contatto con Kurt, von Enke scompare. Il commissario Wallander, che nel frattempo si trova in ferie, si sente in obbligo morale di andare a fondo alla faccenda. Non solo per la parentela: perché prima di scomparire, Von Enke ha raccontato questa vicenda proprio a lui? Le acque si intorpidiscono ulteriormente quando viene rapita anche la moglie, Louise. La povera donna però, viene trovata morta di lì a breve.

La prima ipotesi sulla quale si concentrano gli inquirenti è quella del suicidio. Ma a far davvero scalpore è quello che viene rinvenuto nella borsetta della madre di Hans: un microfilm di rilevante importanza strategica internazionale. Louise era dunque una spia? Così parrebbe: per averne la certezza, e per risolvere un mistero che perdura da quasi trent’anni, diventa sempre più importante ritrovare Hakan..

 


 

Quest’avventura chiude con ogni probabilità la fortunata saga del commissario Wallander il quale, oltrepassata ormai la soglia dei sessant’anni, si scopre quasi improvvisamente stanco e invecchiato, e i problemi da affrontare non sono più legati unicamente a omicidi e contrabbando, rapimenti o stupri.

Deve fare i conti anche, soprattutto con sé stesso. La realtà che gli si affaccia addosso è scomoda e difficilmente digeribile, eppure, ovviamente, spietata. Si manifesta con subitanei vuoti di memoria, ansie apparentemente irrazionali, debolezze.

E sulla dolorosa scoperta di questa dimensione sconosciuta, Mankell costruisce un romanzo nel romanzo, parallelo alla narrazione vera e propria e non meno interessante di quest’ultima. Il lettore si trova ad essere doppiamente stimolato alla lettura, seguendo con pari coinvolgimento gli intrecci in divenire della vicenda in senso stretto, ma anche, con una punta di cruccio solidale, la progressiva, dolente consapevolezza da parte di Kurt, del punto di non ritorno.

Si troverà, dopo una lettura scorrevole e non sforzata, malgrado le oltre seicento pagine, a scoprire un doppio finale, e tra i due quello più prettamente introspettivo non sarà da meno rispetto all’altro. Più il protagonista è costretto a guardarsi dentro, più ciò che vede non gli piace. Ecco che l’assalgono i rimorsi, e soprattutto i rimpianti, per quanto avrebbe potuto essere e non fu (la struggente, meteorica presenza di Baiba), ecco che pare incapace di proseguire le indagini, annaspando in una sorta di sabbie mobili, dalle quali sembra non trovar la forza di risollevarsi. L’intuizione giusta lo coglie nel momento in cui s’impone freddezza, svuota la mente e pone un freno alle angosce crescenti. Basterà per liberarlo dall’inquietudine? Probabilmente no.

"L'uomo inquieto", a metà tra il thriller e il saggio, coniuga suspense e riflessione, azione e domande assolute, e se questa dovrà essere l'ultima indagine del commissario Wallander, non è davvero un brutto modo di uscire di scena.

 

MARIO SOLDATI - LE DUE CITTA'

16 GIUGNO 2015


 

 

 

Ragazzino agli albori del ventesimo secolo, Emilio Viotti proviene da una famiglia della piccola borghesia torinese. Il blasone è più preteso che reale, sperano in un’eredità (che poi non arriverà) da parte dei Sanfront, loro si, nobili doc, ma l’educazione che il giovane riceve sarà grandemente influenzata da questo equivoco di base.

La sua amicizia con Piero, semplice figlio di un giardiniere, non viene ad esempio vista di buon occhio, ma per Emilio le lunghe corse in bicicletta per colli e valli in sua compagnia rappresentano un ottimo antidoto alla solitudine. In tutti i casi, Emilio gode del minimo d’agiatezza necessaria per affrontare gli studi universitari. Frequentando la città incontra Veve, anch’ella di provenienza piuttosto umile, che sarà il più grande amore della sua vita. Un amore destinato a finire allorchè il giovane si reca a Roma per laurearsi; contemporaneamente Piero diverrà fotografo.

Nella capitale, Emilio riuscirà a sedurre la bella Elena, per la quale non prova peraltro alcun trasporto; l’entrare nelle sue grazie sarà utilissimo per l’avviamento alla carriera di produttore cinematografico, al fianco del potente professionista Golzio. Sposerà Elena e opererà una fulminea carriera nell’industria del magnate. Nulla è la vita famigliare: con Elena saranno corna reciproche perenni, tanto è vero che Emilio non avrà mai la certezza d’essere il vero padre del figlio Luigino; l’uomo ha però la gioia di incontrare Piero, che sarà un apprezzato direttore della fotografia in campo televisivo e cinematografico, i due ritroveranno presto l’antico affiatamento.

Siamo ormai negli anni trenta. Convinto antifascista, Emilio sente nascere in sé più d’una remora, nel lavorare in un campo i cui contenuti sono del tutto allineati al regime, ma l’imponente ritorno economico scaccia presto ogni scrupolo. Verso la fine della guerra, Piero si ammala, una malattia sconosciuta e ributtante, che a lungo andare non gli darà scampo. Per aiutare la sua famiglia a livello economico, Emilio fa assumere sua figlia Irma come aiuto montatrice. Anche con la ragazza, peraltro poco registrata di suo, il Viotti non tarderà a esercitare le sue doti di seduttore, tanto che Irma pretenderà addirittura di sposarlo, richiesta che verrà ovviamente cassata da Emilio, ma alla fine mal gliene incoglierà. Intanto le condizioni del povero Piero peggiorano a vista d’occhio fino all’epilogo inevitabile.


 

 

Torino contro Roma, idealmente solidità contro dissolutezza. Tra gli affetti incontaminati, la bellezza, gli amori assoluti, il valore degli ideali irreprensibili, e la prospettiva di un’arricchente escalation sociale con l’adeguamento automatico a tutto quanto ne consegue, il nostro eroe non impiega granchè a compiere una scelta.

Nella figura in fondo patetica del Viotti, Soldati sviscera una compiuta e crudele disanima dell’uomo medio borghese dell’epoca. L’opportunismo, l’egoismo, le seduzioni facili, ipocrisia e doppiezza:

le raffinatezze dei modi e la sporcizia dei pensieri. Fino al rendersi conto, con perfetto ed irrimediabile ritardo, d’aver gettato la propria vita senza mai nemmeno lasciarsi sfiorare da un tardivo sintomo di consapevolezza.

 

Impietoso il contrasto con la figura di Piero, che si mantiene immune da qualsivoglia contaminazione. Non a caso, la sincera amicizia che lo legava ad Emilio tende a sbiadire, seppur mai sparendo del tutto, nel corso degli anni.

 

Il romanzo avrebbe potuto risultare certamente più snello, se Soldati non avesse ornato molte pagine con descrizioni minuziose di una romantica Torino, dai primi del novecento sino al termine della prima guerra mondiale, oppure con gli sfarzi ricercati della capitale sotto l’elegia fascista. In particolare si dilunga, con compiacimento descrittivo, sulle particolarità degli arredamenti della casa patronale ove conosce Elena, sulla finezze e l’eleganza di mobilie, suppellettili e quant’altro. Niente di terribile per carità, ma sono tocchi di completamento che in alcuni casi vanno a gravare e rallentare una trama già poco agile di suo. La predilezione per il capoluogo piemontese è peraltro evidente – nelle ultime cento pagine la descrizione della Torino rifiorita nel dopoguerra rifulge di tenerezza e nostalgia.

Il finale – pulp, non del tutto imprevedibile vista la parabola di pazzia che la “piccola Irma” attraversa a grande velocità nella relativamente breve porzione di romanzo in cui appare – nulla toglie o aggiunge a un’opera che è testimonianza solida di cinquant’anni del nostro passato, accompagna il lettore sino al dopoguerra e lo arricchisce di sensazioni e profumi, riflessioni ed immagini che non lasciano sempre un retrogusto gradevole.

 

CARLOS RUIZ ZAFON - L'OMBRA DEL VENTO

1 GIUGNO 2015


Il giovane Daniel Sempere, figlio di un libraio, viene introdotto dal padre nel famigerato cimitero dei libri dimenticati, di proprietà dell’amico Isaac, un luogo dove volumi di ogni genere vengono salvati dall’incuria del tempo e della gente e ad ogni visitatore viene richiesto di prendersi cura di una copia a scelta e conservarla sempre.

 

Il ragazzo, appena undicenne, sceglie “L’ombra del vento”, romanzo del semisconosciuto autore Juliàn Carax. S’innamorerà di quel volume a tal punto da decidere di ricercare tutte le opere del misterioso scrittore. Cio’ facendo però, il ragazzo attirerà gli strali di un personaggio assai pericoloso, un certo Lain Coubert, che a sua volta ricerca ogni possibile scritto di Juliàn, ma per distruggerlo, e non si farà certo scrupoli di fronte ad un adolescente indifeso.

 

Per Daniel, la scalata all’opera omnia di Carax si dimostra da subito terribilmente ardua. Su suggerimento del padre, inizia la ricerca presso una famiglia benestante, quella di Don Gustavo Barcelò, ma ottiene solo d’innamorarsi invano della di lui nipote. Che però è ambita da giovani più maturi e robusti, e al povero Daniel mal ne incoglie, moralmente ma anche fisicamente..Intanto il padre lo assolda a dare una mano alla libreria, e gli affari paiono andare bene, tanto che presto c’è bisogno di un assistente. E la scelta cade su un senzatetto di nome Fermin, che avrà la pietà di soccorrere, per quanto possibile, il povero Daniel dai disastri delle sue improbabili scorribande amorose. In Fermìn, Daniel troverà un insperato e fedele collaboratore per la caccia ai romanzi di Carax.

 

Peccato che il buon Fermin, come molti altri clochard della Barcellona sconvolta dalla guerra civile e dal franchismo, venga continuamente perseguitato dalle forze dell’ordine. Sfortuna vuole che il temutissimo ispettore capo Javier Fumero sembri avere per lui un debole particolare, e questo, di riflesso, causerà un mare di guai al povero Daniel. Il quale, nel frattempo, penserà bene d’innamorarsi di Bèa, sorella del suo migliore amico Tomàs. Un’altra decisione apparentemente poco saggia.

 

A partire da questo momento, Daniel, e di riflesso coloro che gravitano intorno a lui, entrano in una spirale vorticosa di azioni e reazioni, il più delle volte vissute in maniera cruenta. Quello che capita nel finale, omesso in questo commento per ovvi motivi, ha più di un risvolto sorprendente, ma in genere non è proprio agli antipodi di una certa prevedibilità..

 

 

“L’ombra del vento” è il romanzo grazie al quale Carlos Ruiz Zafon è assurto a notorietà internazionale, agli inizi del nuovo millennio.

Presenta le caratteristiche tipiche della scrittura dell’autore catalano. Gran affollamento di personaggi, colpi di scena “a scadenza” quasi regolare, intrecci sapienti e a lungo respiro, che permettono di sciogliere i nodi di razionalità e completamento che si formano nella lettura anche a centinaia di pagine di distanza.

In questo caso, ancora più che nel “Gioco dell’angelo”, gli intrighi s’inseguono senza sosta, in qualche occasione originando situazioni trascurabili e forse inutili, vedi l’innamoramento del pre-adolescente Daniel per la finta innocente Clara Barcelo, ma più spesso avvincenti.

La sensazione prevalente al termine della lettura non è ben definibile. I sussulti da thriller si mischiano a speranzosi batticuori, minacce, pericoli e percosse s’integrano con brame ardenti di sentimento, sortendone un effetto agrodolce, non sempre gradevole, seppure indubitabilmente ingegnoso. La descrizione dell’ambiente è, al solito, quanto di più fosco e deprimente possa scaturire dalla penna dell’autore. Una Barcellona sepolcrale, fatta di angoli bui, vicoli pericolosi, anfratti inesplorati, inverni inaccessibili, tempeste di pioggia e neve, tuguri abbandonati e misteriosi…

Ma è tutto veramente necessario, strettamente funzionale al tono già angosciante di suo della narrazione? Questo è un ingrediente che non manca pressochè mai nelle opere di Zafon, penso a “Marina” o anche “Il gioco dell’angelo”, in quest’ambito qualche variazione in più non guasterebbe…

 

FEDOR DOSTOEVSKJI - UMILIATI E OFFESI

17 MAGGIO 2015


Vania Petrovic è un giovane scrittore, squattrinato e piuttosto gracile in salute, che viene incoraggiato a proseguire nella (tentata) carriera dai consensi ricavati a seguito del primo romanzo che ha pubblicato. E’ innamorato di Natascia, figlia di una coppia di anziani cui il giovane è assai legato. Ma la ragazza scappa di casa per inseguire un altro sogno d’amore, quello per Alioscia, primogenito del principe Valkovsky, peraltro già in causa civile con i genitori di Natascia. Naturale che il nobile ostaggi la storia d’amore e “proponga”, parlando eufemisticamente, al ragazzo una differente candidata, ossia Katia, più consona al lignaggio dei Valkovsky.

Nel frattempo però, i rapporti tra Natascia e i suoi genitori degenerano, tanto che il padre, il vecchio Ikmeniev, la rinnega come figlia imponendole di non tornare più a casa, malgrado il dolore lancinante che causa in questo modo a tutti e tre i membri della famiglia, in special modo a sé stesso. Incurante della crescente sofferenza di Natascia e nonostante la disinteressata vicinanza di Vania, il principe riesce a spingere il manipolabile e debole Alioscia tra le braccia di Katia.

Intanto Vania incontra una bambina, apparentemente abbandonata a sé stessa, Nelly. Sua madre e il nonno materno sono morti, e il giovane scrittore la conosce per caso nell’abitazione di una megera che la schiavizza e la percuote, finchè lui non decide, malgrado la cronica povertà e la scarsezza di entrate, di tenerla con sé nella stanzetta in cui vive.

Con l’avvicinarsi della data di partenza di Alioscia, Vania è sempre più angosciato dallo stato psicofisico di Natascia, la quale dopo una furibonda discussione con il principe, affronta la situazione chiudendosi in un silenzio prostrato e inerme. Lo scrittore deve inoltre pensare seriamente all’adolescente che ha accolto in casa. Le cose inizieranno a cambiare quando il vecchio Ikmeniev conosce Nelly e inizierà ad accarezzare l’idea di adottarla, una possibilità vista con gioia dalla moglie Anna, date anche le precarietà di Vania. La bimba presto porta, nella famiglia dei due anziani, una ventata di rimorso e nostalgia per la figlia ripudiata, e anche Natascia, quando viene a saperlo, inizia a riconsiderare la sua posizione di totale chiusura nei confronti della famiglia d’origine. A complicare il quadro, ecco l’imprevista entrata in scena da protagonista d’un personaggio apparentemente di secondo piano, il faccendiere sfaccendato, ex compagno di scuola di Vania, Maslobojev…

In questo profondo, articolato affresco della società russa di metà/fine diciannovesimo secolo (il romanzo vede la luce nel 1861), imprecisamente trattato alla stregua di romanzo d’appendice, (le vicende amorose e la drammaticità che lo pervadono non sono fine ma mezzo, tramite il quale l’autore porta a compimento il proprio disegno), Dostoevskji traccia una linea netta di demarcazione tra l’eroe negativo (il principe) e la “corte” dei poveri (gli umiliati e offesi) che delle sue malvagità subiscono le conseguenze. Il personaggio di Vania, per molti versi una trasposizione dell’autore stesso, chiarisce limpidamente da che parte il quarantenne Fedor si schieri. Il principe viene delineato con toni aspri e critici, spesso canzonatori, e la peculiarità più evidente è la vigliaccheria del nobile, che di fronte all’orgoglio e la dignità del “villano”, mette in campo il proprio potere – politico, sociale, persino morale, secondo l’etica ipocrita dell’alta società russa dell’epoca – per annientarlo.

Il problema semmai consiste nel fatto che, pur rientrando tutti nella medesima cerchia di “paria”, gli umiliati e offesi faticano a illuminare di solidarietà e sostegno reciproco le proprie misere esistenze, perdendosi spesso nei meandri di un orgoglio fatale (come nel caso del nonno di Nelly, e per lungo tempo anche del vecchio Ikmeniev) mancanza di coraggio (Alioscia), reiterato individualismo (Natascia; non c’è una sola riga nel romanzo intero in cui ella non pensi unicamente al proprio bene, sino alla partenza definitiva del fidanzato). Il solo Vania è leale e disinteressato, instancabile sostenitore di cause disperate, alle quali sacrifica finanche la salute.

E’ l’unica figura realmente immacolata del romanzo e si pone agli antipodi del principe, personaggio, al contrario, integralmente immorale. In mezzo, a congiungere le parti, stanno gli altri. “Umiliati e offesi”, passato sotto silenzio all’epoca della pubblicazione, verrà presto rivalutato, soprattutto alla luce degli ampi consensi tributati alle opere successive. E a ragione: malgrado qualche eccesso di sentimentalismo, rappresenta una fotografia del nostro tempo ancora attuale a oltre un secolo e mezzo di distanza.

 

ALDO PALAZZESCHI - I FRATELLI CUCCOLI

2 MAGGIO 2015


 

Trattasi delle vicende di Celestino Cuccoli, cinquantenne, benestante, che può permettersi di non lavorare ma non può fermare il corso degli eventi tragici che investono le nostre vite: la scomparsa della fidanzata Marta, per un male incurabile, e poi quello della madre, cui era devotissimo, che lo lascerà solo in compagnia di una vecchia domestica. Incapace per lungo tempo di elaborare il dolore, Celestino si chiude in casa perseguendo una vita pressoché claustrale, ma la mancanza di una famiglia propria costituisce un cruccio che lo ferisce quotidianamente. Finchè un giorno prende una decisione clamorosa: da un orfanotrofio adotterà ben quattro ragazzi: Sergio, Osvaldo, Renzo e Luigino. Dedicherà a questi giovani un amore totalizzante (per loro) ed annullante (per sé stesso). Da questo momento esisteranno solo i quattro fratelli Cuccoli e l’unica cosa che conterà per Celestino sarà soddisfare le loro esigenze. La bella casa padronale s’arricchisce d’un’attrezzatissima palestra; le stanze migliori diventano quelle dei figli, ai quali non viene imposto obbligo alcuno, né di studio né di lavoro.

Tanta magnanimità, forse un tantino avventata, verrà, com’è purtroppo intuibile, ripagata soltanto marginalmente. Il solo Luigino sembra crescere secondo canoni apprezzabili: otterrà presto una laurea ed una cattedra per l’insegnamento presso una scuola messinese. Ma per il resto al povero Cuccoli senior l’esperienza di genitore riserva per lo più amarezze. I beni dilapidati dai rampolli portano presto a una situazione economica assai precaria e la situazione degenera infine in una strana sparatoria, una notte di febbraio, che vede coinvolti i tre figli rimasti e quasi spedisce il padre al creatore. Dal processo, i tre figli Cuccoli, specie grazie alla decisiva testimonianza del genitore, escono tutti assolti.

A questo punto, la guerra resetta tutto e stravolge le vite di ognuno. Una tragedia aspetta Celestino: Renzo cadrà in battaglia, proprio mentre le condizioni economiche di Cuccoli senior lo costringono a trasferirsi in una casetta in montagna presso un parente della fedele domestica. Resterà lì per sette anni, quasi senza più notizie dei figli superstiti. Finchè un giorno, Sergio e Osvaldo, ormai sposati con prole, lo riaccoglieranno nella propria casa. E per l’ormai nonno Celestino, il fato ha in serbo un’ultima, sconvolgente sorpresa.

 

 

Quando nel 1948 Palazzeschi pubblica quest’opera, il fascino della figura di Celestino cattura subito lettori e critici. Personaggio angelico, immune a bassezze o sotterfugi di qualsivoglia specie, che in un momento preciso della sua vita si spende in una missione senza ritorno Non c’è mai un ripensamento nel concedere, mai un dubbio, una deviazione, nemmeno quando questo lo riduce in povertà, con le conseguenze che il lettore potrà sbizzarrirsi a leggere. Come Vania Petrovic per Natascia in “Umiliati e offesi”, il protagonista non ha altro scopo di vita che il benessere dei propri cari, indipendentemente dal riscontro affettivo che ne ottiene in cambio, al quale non è minimamente interessato.

E di certi, elevati personaggi dostoevskijani il Cuccoli ha la leggiadria imperturbabile, la mente sgombra da paure, rimorsi o dubbi, vivendo sin (quasi) alla rovina la propria dimensione.

La questione semmai è: si tratta di bontà o un’estrema, perversa forma di egoismo? Sergio, Osvaldo, Renzo e Luigino permettono, in fondo, la costituzione della famiglia che Celestino non ha mai avuto, e la vastità della sua opera filantropica potrebbe anche essere interpretata come la fastosa realizzazione del proprio ego. Ma in questo caso a livello subconscio, visto che non c’è nemmeno un pensiero, una parola, un’azione del Cuccoli nell’opera che non suoni più che corretta, spontanea, altruista. Il finale, atteso in quest’ottica, potrebbe anche non essere una sorpresa, ma non mancherà di colpire i cuori più teneri.

Straordinariamente scorrevole la narrazione, almeno nella sua maggior parte, e se vogliamo cogliere una pecca, direi che delle lunghe pagine imperniate sulla mega festa estiva nella residenza al mare, dove tra l’altro poi Luigino incontrerà Palma, la sua sposa, almeno una dozzina potevano essere evitate, ma è un difetto marginale. “I fratelli Cuccoli” è un romanzo senza pretese di moralizzazione, ma rimette in circolo il concetto di sacrificio cospargendolo d’un pizzico di follia e preservandolo da facili, epiche drammatizzazioni.

 
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