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un libro in quindici giorni

PAOLO GIORDANO - LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

17 OTTOBRE 2015


Nella Torino dei primi anni settanta s’incrociano le storie di due preadolescenti.

Alice Della Rocca si guadagna una zoppia che  si terrà dentro tutta la vita nel vano tentativo d’esaudire il volere del padre, che la voleva campionessa di sci.

Mattia e Michela sono due fratelli, l’uno l’opposto dell’altra. Lui intelligente, fortemente portato per la matematica, lei affetta da inguaribile forma di ritardo mentale. Questo naturalmente isola anche Mattia dal branco dei compagni di scuola, e a dire il vero al ragazzino interessa poco. Ma un giorno, per partecipare una volta tanto ad una festa, lascia Michela in un parco, con il proposito di “ritirarla” al ritorno. Purtroppo, quando Mattia torna a cercarla non la trova più. La ragazzina sparirà per sempre.

I due avvenimenti influiscono negativamente sulla vita di Alice e Mattia che subiranno un progressivo, insanabile isolamento. Mattia crescerà anche una pericolosa tendenza all’autolesionismo. Alice riuscirà a farsi ammettere in una cerchia d’amicizia “in”, solo subendo pesanti umiliazioni. Ed è tramite queste nuove amicizie che conoscerà Mattia.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dalla conoscenza dei due ragazzi non nasce alcuna storia. Solo che i due, per alchimie che ancora non sanno definire, tendono a cercarsi, a stare bene insieme per un tempo definito, e poi a tornare a vivere ognuno la propria vita. Ma nel corso del tempo non si perderanno di vista. Nel tempo, Alice sposerà un giovane medico, Fabio, che le è rimasto vicino nei dolorosi momenti della malattia che le porta via la madre in età ancora giovane, ma sarà un matrimonio non riuscito. La separazione della coppia, legata non tanto al fatto che Alice non può avere figli, ma più che altro all’assenza d’un vero sentimento da parte della giovane, la spinge verso il baratro della depressione.

Mattia insegna matematica in una prestigiosa università estera, ma continua a mantenersi estremamente introverso e disinteressato a qualsiasi tipo di legame.

L’apparente svolta di queste vite predestinate ha inizio quando Alice ha la netta impressione di aver visto una ragazza che somiglia molto a Mattia, e per questa ragione ritiene che potrebbe essere Michela. Questo porterà a un incontro tra Alice e Mattia, che si rivedranno ormai trentenni, e forse potrebbero decidere, ma non è scontato, cosa fare delle proprie esistenze.

Non v’è possibilità d’errore nell’interpretare il messaggio derivante dalla lettura, un messaggio palesato sin dal titolo. Alice e Mattia, e il secondo in particolar modo, sono numeri primi, ossia personaggi difficilmente accompagnabili. Esseri dal comportamento imprevedibile, e comunque incomprensibile, nemici dell’istinto, che si crogiolano nel dubbio circa le decisioni di prendere e poi è quasi sempre con pena inenarrabile che scelgono il da farsi, spiazzando i propri interlocutori.

Questo accade perché scelgono di obbedire a criteri silenziosi ed elitari, che nemmeno perdono tempo a spiegare, neppure lo vorrebbero. In queste logiche rientra il precipitoso e infruttuoso volo di ritorno di Mattia dall’Inghilterra per raggiungere Alice, onde costituire un finale provvisorio, imbarazzante e doloroso per entrambi.

Ma inflessibilmente inevitabile.

Va da sé che si tratta di anime straordinariamente sole. Nessuno riesce mai a penetrare il loro mondo, e in nessuno esse trovano una corrispondenza che lenisca questo tipo di solitudine, raro e pressoché inguaribile. Non è dato comprendere se ne soffrano o meno, l’unica certezza è l’inevitabilità dell’adeguarvisi.

Anche quando due esponenti di questa categoria si incontrano, e si comprendono, e inevitabilmente si cercano, non possono stare insieme, ogni numero primo è destinato a seguire il proprio percorso, che non s’incrocia mai stabilmente con quello di nessun altro.

Al di là d’ogni dissertazione e malgrado la desolazione del clima che va creandosi, la lettura non annoia, guidando il lettore verso una conclusione magari non originalissima, ma del tutto opportuna.

Senza aspettarsi di trovarsi di fronte a un capolavoro, questo romanzo, che riscosse nel 2008 un successo grandioso dando fama immediata all’autore, ha almeno il merito di tracciare un ritratto crudo e non interpretabile dello stato d’abbandono cui un’anima possa arrivare a trovarsi.

 

JOHN GRISHAM - L'AVVOCATO DI STRADA

2 OTTOBRE 2015


Michael Brock è un rampante avvocato appena trentenne ma con un'esperienza già quasi decennale presso uno degli studi più prestigiosi di Washington, la "Drake and Sweeney". Il giovane lavora ottanta ore alla settimana, una maratona quasi pareggiata dalla moglie, chirurgo in una pregiata struttura sanitaria.

La "Drake and Sweeney" è un covo di spietati avvoltoi, che cavalcano la legge a proprio piacimento e con lo scopo di fatturare cifre da capogiro. Il sogno personale di ognuno, in ogni caso, è di essere promosso socio. Un giorno, a seguito di un episodio che poteva costargli la vita - è preso in ostaggio da un barbone armato prima che l'attentatore venga ucciso nel corso di un'irruzione di polizia - Michael inizia una profonda metamorfosi che lo spinge ad avvicinarsi al mondo degli homeless, un universo sommerso, invisibile agli occhi patinati della upper class ma anche all'americano medio. Appropinqua allora un consultorio legale, capitanato da un agguerrito avvocato di colore, Mordecai Green, la cui sede è dislocata nella periferia più malfamata.

Sarà lui a trasfomare Michael in un avvocato di strada, al soldo dei rifiuti della società contro le angherie e i soprusi degli "arrivati".

Brock lascia dunque il suo ricco studio, accompagnato dalla riprovazione generale, e si ritrova in una stamberga dal riscaldamento precario, straccioni che non pagano come clienti e la prima, scottante causa  proprio contro la "Drake and Sweeney". Una giovane madre tossicodipendente e i suoi tre figli piccoli muoiono per le esalazioni tossiche dei gas di scarico d'un automobile ove s'erano rifugiati per sfuggire al gelo di un febbraio implacabile. Ma sono state sfrattate forzatamente da un capannone, e dietro quell'abuso si cela proprio l'ex studio di Brock.

Con l'usuale scrittura avvolgente, Grishman dipinge a tinte fosche e commoventi la questione dei senzatetto ("homeless") nella capitale, puntando particolarmente il dito sull'abissale contrasto tra essi e la più che abbiente classe avvocatizia. Chi ha richezza, salute, abitazioni lussuose perde inevitabilmente in rapporti umani. Lo stesso protagonista vede sfasciarsi il proprio matrimonio, con sua moglie la frequentazione è pressochè inesistente.

Quello che parrebbe stonare in apparenza è il tono eccessivamente pietosistico adottato dall'autore con cui le situazioni sono raccontate, e anche la trasformazione subita da Michael, da efficente macchina da soldi e successo ad accorato paladino dei derelitti, è quanto mai fulminea e radicale.

Pochi i dubbi, le notti agitate a rimuginare davvero su quanto stava lasciando indietro per abbracciare l'ignoto. Una formula "popolare", però voluta appositamente dall'autore per dare forza e ritmo alla narrazione. Non è un romanzo d'introspezione psicologica o di suspence (assente), bensì di denuncia sociale, che vede lo scopo prettamente narrativo in secondo piano. In questo senso possiamo dire che ha raggiunto il suo scopo.

 

ANDREA DE CARLO - DUE DI DUE

17 SETTEMBRE 2015


Nell'estate del 1968, Mario, quindicenne piuttosto timido e narratore in prima persona, conosce al liceo il coetaneo Guido Laremi, che con Mario condivide il disprezzo e la delusione per il mondo conservatore e borghese che li circonda. Nasce un'amicizia che tiene botta malgrado le palesi differenze caratteriali. Tanto insofferente e imprevedibile Guido, quanto più apparentemente maturo e riflessivo l'altro, comunque incapace di sfuggire da prototipi di vita stereotipati, cosa che invece a Laremi riesce sempre piuttosto bene.

Vero protagonista del romanzo, quest'ultimo segue sempre il proprio istinto e una pesante irrazionalità che lo contraddistingue fin da subito, alla ricerca di una pace interiore che è peraltro destinato a non trovare. Lascia il liceo, si finge pazzo per saltare il servizio militare, gira il mondo senza nemmeno il patema di crearsi una posizione o porsi il problema di come campare, cambia ragazze come calzini e torna sempre all'ovile, ossia al contatto con Mario.

Proprio nel corso di uno di questi contatti, siamo ormai nella prima metà degli anni settanta, convince l'amico a un viaggio in Grecia, durante il quale tra l'altro gli ruba una ragazza conosciuta sul posto, nel corso del quale non fa altro che ribadire la propria provvisorietà e l'irrinunciabile inquietudine.

Mario, che nel frattempo porta avanti senza entusiasmo gli studi di filosofia e una stanca relazione con Roberta, dopo questa breve vacanza vede sparire di nuovo il Laremi, senza domandarsi se e quali progetti possa avere in cantiere.

Nel momento in cui decede il secondo marito della madre di Mario, il giovane ottiene un'eredità piuttosto cospicua, grazie alla quale compie la decisione più estrema della sua esistenza: emigrarsene in Umbria, dove acquista un terreno e riatta due case abbandonate, decidendo di vivere della campagna. A Perugia trova una ragazza milanese che lavora in una libreria, Martina, che abbraccia il suo progetto e ne diventa la compagna di vita. Quando anche la di lei sorella, Chiara, scende da Milano e si unisce alla bella compagnia, il casale si allarga. Chiara si mette con un tedesco conosciuto in luogo.

Guido, che nel frattempo viva da sbandato in Australia con la cantante drogata di un gruppo punk, contatta Mario e lo va a trovare. Lì, Chiara s'innamora di lui e da il benservito al tedesco, diventando la nuova preda del Laremi. Il quale pare trovare un minimo di pace e libertà nell'ambito della splendida cornice bucolica di Mario e famiglie, e si dedica all'attività di scrittore. Porta a termine un romanzo, di nome "Canemacchina", in cui sputa tutto il suo odio per la vita regolare e borghese, per Milano e le altre città che piano avvelenano chi ci vive costringendoli a un'esistenza inclassificabile. Il romanzo è un successo straordinario, che però spinge il Laremi a doversi piegare alle logiche e ai compromessi che lo star system impone, anche in campo letterario...

 

 

Tra i più celebri romanzi dell'autore milanese, "Due di due" merita certamente il successo che ha riscosso, sia di pubblico che di critica. La cronaca di due parabole che partono accostate e si dilatano inesorabilmente, per le scelte di vita che compiono o si trovano costrette a compiere, ma senza mai perdere il contatto.

I caratteri descritti rappresentano mirabilmente la doppia anima che permeava ogni diciottenne che avesse vissuto il sessantotto. Quella eccessiva, senza pace, radicale, sempre pronta a ribaltare ogni situazione pur di cercare con coerenza di costruire un ambiente migliore, più vivibile, meno "tritanime", come le definiva lo stesso Laremi. E quella invece più fragile nelle proprie idealità, comunque sincera nel crederci ma meno capace di difenderle quando le avversità si fanno sentire, raffigurata da Mario. Il quale, alla fine, raggiunge in fondo la medesima dimensione piccolo borghese che aveva tanto disprezzato da studente e anche oltre, ma vi arriva sottostando al numero più basso possibile di compromessi "ideologici", decidendo ad esempio di ritirare appena dopo pochi giorni i gemelli dalle scuole elementari.

Perfetta nella sua inevitabilità l'evoluzione della figura dura e pura di Guido, perennemente insoddisfatto, caduto alla fine nella trappola del "mondo normale" che lo stringerà tra le sue spire peggiorandone l'infelicità. Il finale, il finale definitivo, quello dell'ultima pagina, rappresenta in maniera degna la differenza invalicabile permeatasi nel tempo tra i due caratteri, è un gesto che chiude definitivamente un'epoca e si porta via le sue in fondo fallaci, utopiche peculiarità.

 

JOSEPH HELLER - E' SUCCESSO QUALCOSA

31 LUGLIO 2015


Primi anni settanta, New York. Bob Slocum è un dirigente newyorkese sposato, con tre figli di cui uno ritardato, che conduce una vita del tutto normale, al limite dell’insignificanza. In questo romanzo, e sull’opportunità di denominare così questo scritto si dibatterà più oltre, Slocum analizza il momento storico che sta vivendo, concentrandosi  sostanzialmente sul lavoro, sulla famiglia e sul sesso.

Per quanto riguarda il lavoro, Heller/Slocum esprime tutta la propria insicurezza, ammettendo di odiare e temere alcuni colleghi o superiori, e di essere temuto e odiato da altri colleghi o inferiori,  narrando le proprie amare frustrazioni nei ricorrenti casi di abusi gerarchici (come quando gli viene negato di pronunciare un discorso di tre minuti in occasione di un meeting aziendale, il che lo sconvolgerà per anni)  ma anche le sottili soddisfazioni che talvolta riesce a togliersi. (Viene destinato a prendere il posto di un superiore con annesso aumento di stipendio).

Nell’ambito famigliare, il buon Bob è dotato di moglie standard, mediamente depressa, normalmente lamentevole circa i lavori di casa, costantemente in bilico tra buonsenso e isterismo. C’è una figlia femmina diciassettenne che vive il suo massimo momento di rifiuto e ribellione nei confronti dei genitori (uno stato d’essere davvero raro per una ragazza di quell’età), che esprime con aspre discussioni, anarchia negli orari, sigarette. Un figlio maschio di nove anni terrorizzato dal proprio istruttore di ginnastica e gravato             dalla propria timidezza (un’altra caratteristica insolita in questa fascia). Un altro figlio, Derek, menomato mentalmente, senza alcuna possibilità di guarigione, etichettato sin da subito come palla al piede.

La peculiarità più preponderante del “romanzo”, tuttavia, è la presenza del sesso. Una presenza continua, ingombrante, minimo comune denominatore di ogni situazione (viaggi, lavoro, famiglia). Un chiodo fisso che occupa in misura variabile ognuna delle 610 (!) pagine dello scritto. Vengono riportate con dovizia di particolari le imprese compiute dal protagonista, i rimpianti, i sogni non realizzati, mai i rimorsi (ad esempio relativamente ai frequenti tradimenti che opera nei confronti della moglie). E’ tutto un costante immaginare o riportare, con risvolti macabro-grotteschi, come nel caso del rapporto con Virginia, la collega che Slocum non riuscirà mai a possedere malgrado la disponibilità di quest’’ultima. Virginia morirà suicida, come il padre, inalando gas di scarico in garage, e lui ancora ad anni di distanza continuerà a telefonare in ditta con nomi falsi chiedendo di lei…

Fosse l’unica pesantezza di questo saggio inconcludente e insensato (A che pro pubblicare un mare di pagine di riflessioni personali con cui uno può o meno sentirsi in armonia o meno, ma non per questo si sognerebbe di mettere nero su bianco?). Quando non si parla di congiunzioni carnali e amenità correlate, semplicemente non succede mai nulla. Non c’è trama, il che è dura da digerire considerando la lunghezza del testo. Ci sono solo constatazioni, annotazioni di vita vissuta di interesse medio basso, ponderazioni e ricordi, qualche goccia di acre umorismo, cupe riflessioni su un futuro nebuloso. I dialoghi riportati sono chilometrici, reiterati nei concetti e persino nelle parole utilizzate. Le litigate, le discussioni, le riappacificazioni e i momenti di armonia in famiglia durano centinaia di pagine e alla fine lasciano le cose esattamente come stavano.

Il protagonista e i suoi famigliari sono persone in genere meschine (l’indifferenza e il fastidio verso Derek è ripugnante). Non c’è assolutamente amore, non si suscitano speranze, non si sorride mai. Le dimensioni e le esplorazioni del “coso” governano, e il resto sta a zero. Bob è un perdente pauroso e maniaco, che non chiede amore, comprensione, fiducia, non ha sentimenti, solo voglie, rancori, timori. A giustificazione del titolo, succede infine qualcosa nelle ultime 10 – 15 pagine, ma è, come si dice, troppo poco e troppo tardi.

Una narrazione le cui finalità mi sfuggono, certamente una mia mancanza. Se voleva essere il ritratto dell’uomo medio americano, povera umanità a stelle e strisce; a livello di romanzo è del tutto inconsistente eppure sgargiantemente  prolisso, nonché volgare e tutto sommato fastidioso.

 

RICHARD FORD - LO STATO DELLE COSE

16 LUGLIO 2015


 

Frank Bascombe, 55 anni, è un agente immobiliare del New Jersey. Vive separato da due mogli: Ann, la prima, che torna talvolta a tampinarlo e lui non regge, e Sally, la seconda, che invece riaccoglierebbe a braccia aperte. Ha una figlia, Clarissa, che transita piuttosto disinvoltamente da uno stato di conclamata omosessualità a quelli che lei definisce tentativi di impostare rapporti normali, un figlio, Paul, che lo detesta, un altro, Ralph, morto giovane, e un tumore alla prostata. Una situazione invero complicata e peraltro non dissimile da quella di migliaia di altri personaggi senza volto sparsi nelle varie latitudini del pianeta. In questo romanzo, Frank racconta uno spaccato di tre giorni della propria vita durante la quale cerca l’essenza dell’esistere senza lasciarsi disarmare da elucubrazioni che, vista la situazione che lo riguarda, tenderebbero piuttosto al tetro.

 

Anche perché la città in cui vive, l’immaginaria Sea-Clift è l’ordinario fatto luogo. Per fortuna Frank ha dalla sua parte un collaboratore yemenita pazzoide e allucinato, che lo coglie di sorpresa continuamente coi suoi imprevedibili comportamenti, e la facoltà di trascorrere gran parte del suo tempo in macchina, il che gli impedisce di pensare e lo costringe a concentrarsi invece sui continui mutamenti del paesaggio, sempre più vittima di sconvolgimenti speculativi selvaggi.

Cosa gli impedisce di darsi alla disperazione pensando al proprio stato, del tutto precario?

Il vivere questi tre giorni (al culmine dei quali succederà qualcosa di decisivo per le sorti della sua malattia) concentrandosi sull’attimo e non sulle ripercussioni dell’attimo; sulla soddisfazione e la pienezza, il più possibile libera da remore frenanti; sulla competenza e l’orgoglio dell’autoaffermazione, sulla ricerca di un appagamento effimero ma disperatamente irrinunciabile.

In questo modo, Frank si “sente” vivere e non coltiva nessun tipo di rimpianto o rimorso. Anche i dialoghi con i figli e con le donne della sua vita sono schietti e senza più possibilità di fraintendimenti, senza le fughe e i silenzi che spesso nel passato erano stata una comoda via d’uscita per evitare confronti dolorosi e avevano mantenuto il rapporto in una fase falsamente buonista.

 

 

 

In questo modo, Frank si sente infinitamente più appagato, come se la sua vita vissuta sino a quel momento non fosse stata molto più di un’accomodante bugia. L’approssimarsi di quello che sarà l’appuntamento decisivo della sua vita, ossia la trasvolata che viene solo accennata al termine del romanzo, se in parte lo condanna a un comprensibile stato di panico, dall’altra gli infonde una lucidità e per certi versi una spietatezza con la quale ogni interlocutore dovrà confrontarsi. Una consapevolezza, quella del nostro agente, che lo porta a familiarizzare con la propria malattia, ad esorcizzarne la paura sino a considerarla parte integrante della propria esistenza. Un malessere “positivo”, dunque? Piuttosto l’inattesa capacità di razionalizzare, di non lasciarsi sedurre da una facile, vittimistica ondata di panico e proseguire, sino appunto al momento in cui si siederà su quell’aereo e dovrà solo aspettare.

 

Non c’è drammaticità, nella narrazione, che Frank conduce in prima persona per l’intera durata del libro. C’è cronaca, molta cronaca, di quei tre giorni, dei quali praticamente ogni minuto viene vivisezionato e giudicato poi a priori, nelle immancabili riflessioni del protagonista.

 

Il limite principale de “Lo stato delle cose” è proprio questo. Ogni singolo attimo viene riportato in uno streaming infinito di descrizioni, azioni, pensieri, opere, viaggi, non viene saltato un momento, come se Bascombe tenesse un chip attaccato alla spalla e lo azionasse all’inizio della narrazione per staccarlo alla fine. E’ davvero notevole, e fatalmente eccessiva, la massa di informazioni che il lettore medio assorbe, in quello che alla fine suona come un compiaciuto, sterminato deserto di parole. Il messaggio sarebbe arrivato comunque, con la stessa stupita leggerezza, con un centinaio o anche più pagine in meno.

 

HENNING MANKELL - L'UOMO INQUIETO

1 LUGLIO 2015


 


Ambientata nel 2008, è questa la decima avventura del commissario Kurt Wallander, di servizio a Ystad, il quale al traguardo dei sessant’anni si trova coinvolto in una sordida storia di spionaggio che affonda le sue radici a quasi una trentina di anni addietro, ai primi ’80. Tutto ha inizio quando l’irrequieta figlia di Kurt, Linda, annuncia al padre il proprio fidanzamento con Hans von Enke, genietto della finanza, nonché il fatto d’essere in attesa della primogenita, che verrà poi chiamata Klara. Kurt viene invitato a conoscere i consuoceri, Louise ed Hakan, ed è proprio durante la festa di compleanno di quest’ultimo che succede qualcosa. L’uomo comandante di marina ora in pensione, gli confida d’aver vissuto un episodio che l’ha segnato per tutta la vita. Avevano individuato un presunto sottomarino russo immerso nelle acque territoriali svedesi, e stavano per costringerlo a rivelarsi, ma proprio quando tutto era pronto per l’azione, dalla base avevano ricevuto l’ordine di allontanarsi immediatamente. Nell’ambito della guerra fretta, una decisione inspiegabile da parte delle alte sfere. Tanto che Hakan decide di svolgere un’indagine a fari spenti, per capirne la ragione. Forse però schiaccia qualche piede di troppo, infatti meno di tre mesi dopo il contatto con Kurt, von Enke scompare. Il commissario Wallander, che nel frattempo si trova in ferie, si sente in obbligo morale di andare a fondo alla faccenda. Non solo per la parentela: perché prima di scomparire, Von Enke ha raccontato questa vicenda proprio a lui? Le acque si intorpidiscono ulteriormente quando viene rapita anche la moglie, Louise. La povera donna però, viene trovata morta di lì a breve.

La prima ipotesi sulla quale si concentrano gli inquirenti è quella del suicidio. Ma a far davvero scalpore è quello che viene rinvenuto nella borsetta della madre di Hans: un microfilm di rilevante importanza strategica internazionale. Louise era dunque una spia? Così parrebbe: per averne la certezza, e per risolvere un mistero che perdura da quasi trent’anni, diventa sempre più importante ritrovare Hakan..

 


 

Quest’avventura chiude con ogni probabilità la fortunata saga del commissario Wallander il quale, oltrepassata ormai la soglia dei sessant’anni, si scopre quasi improvvisamente stanco e invecchiato, e i problemi da affrontare non sono più legati unicamente a omicidi e contrabbando, rapimenti o stupri.

Deve fare i conti anche, soprattutto con sé stesso. La realtà che gli si affaccia addosso è scomoda e difficilmente digeribile, eppure, ovviamente, spietata. Si manifesta con subitanei vuoti di memoria, ansie apparentemente irrazionali, debolezze.

E sulla dolorosa scoperta di questa dimensione sconosciuta, Mankell costruisce un romanzo nel romanzo, parallelo alla narrazione vera e propria e non meno interessante di quest’ultima. Il lettore si trova ad essere doppiamente stimolato alla lettura, seguendo con pari coinvolgimento gli intrecci in divenire della vicenda in senso stretto, ma anche, con una punta di cruccio solidale, la progressiva, dolente consapevolezza da parte di Kurt, del punto di non ritorno.

Si troverà, dopo una lettura scorrevole e non sforzata, malgrado le oltre seicento pagine, a scoprire un doppio finale, e tra i due quello più prettamente introspettivo non sarà da meno rispetto all’altro. Più il protagonista è costretto a guardarsi dentro, più ciò che vede non gli piace. Ecco che l’assalgono i rimorsi, e soprattutto i rimpianti, per quanto avrebbe potuto essere e non fu (la struggente, meteorica presenza di Baiba), ecco che pare incapace di proseguire le indagini, annaspando in una sorta di sabbie mobili, dalle quali sembra non trovar la forza di risollevarsi. L’intuizione giusta lo coglie nel momento in cui s’impone freddezza, svuota la mente e pone un freno alle angosce crescenti. Basterà per liberarlo dall’inquietudine? Probabilmente no.

"L'uomo inquieto", a metà tra il thriller e il saggio, coniuga suspense e riflessione, azione e domande assolute, e se questa dovrà essere l'ultima indagine del commissario Wallander, non è davvero un brutto modo di uscire di scena.

 

MARIO SOLDATI - LE DUE CITTA'

16 GIUGNO 2015


 

 

 

Ragazzino agli albori del ventesimo secolo, Emilio Viotti proviene da una famiglia della piccola borghesia torinese. Il blasone è più preteso che reale, sperano in un’eredità (che poi non arriverà) da parte dei Sanfront, loro si, nobili doc, ma l’educazione che il giovane riceve sarà grandemente influenzata da questo equivoco di base.

La sua amicizia con Piero, semplice figlio di un giardiniere, non viene ad esempio vista di buon occhio, ma per Emilio le lunghe corse in bicicletta per colli e valli in sua compagnia rappresentano un ottimo antidoto alla solitudine. In tutti i casi, Emilio gode del minimo d’agiatezza necessaria per affrontare gli studi universitari. Frequentando la città incontra Veve, anch’ella di provenienza piuttosto umile, che sarà il più grande amore della sua vita. Un amore destinato a finire allorchè il giovane si reca a Roma per laurearsi; contemporaneamente Piero diverrà fotografo.

Nella capitale, Emilio riuscirà a sedurre la bella Elena, per la quale non prova peraltro alcun trasporto; l’entrare nelle sue grazie sarà utilissimo per l’avviamento alla carriera di produttore cinematografico, al fianco del potente professionista Golzio. Sposerà Elena e opererà una fulminea carriera nell’industria del magnate. Nulla è la vita famigliare: con Elena saranno corna reciproche perenni, tanto è vero che Emilio non avrà mai la certezza d’essere il vero padre del figlio Luigino; l’uomo ha però la gioia di incontrare Piero, che sarà un apprezzato direttore della fotografia in campo televisivo e cinematografico, i due ritroveranno presto l’antico affiatamento.

Siamo ormai negli anni trenta. Convinto antifascista, Emilio sente nascere in sé più d’una remora, nel lavorare in un campo i cui contenuti sono del tutto allineati al regime, ma l’imponente ritorno economico scaccia presto ogni scrupolo. Verso la fine della guerra, Piero si ammala, una malattia sconosciuta e ributtante, che a lungo andare non gli darà scampo. Per aiutare la sua famiglia a livello economico, Emilio fa assumere sua figlia Irma come aiuto montatrice. Anche con la ragazza, peraltro poco registrata di suo, il Viotti non tarderà a esercitare le sue doti di seduttore, tanto che Irma pretenderà addirittura di sposarlo, richiesta che verrà ovviamente cassata da Emilio, ma alla fine mal gliene incoglierà. Intanto le condizioni del povero Piero peggiorano a vista d’occhio fino all’epilogo inevitabile.


 

 

Torino contro Roma, idealmente solidità contro dissolutezza. Tra gli affetti incontaminati, la bellezza, gli amori assoluti, il valore degli ideali irreprensibili, e la prospettiva di un’arricchente escalation sociale con l’adeguamento automatico a tutto quanto ne consegue, il nostro eroe non impiega granchè a compiere una scelta.

Nella figura in fondo patetica del Viotti, Soldati sviscera una compiuta e crudele disanima dell’uomo medio borghese dell’epoca. L’opportunismo, l’egoismo, le seduzioni facili, ipocrisia e doppiezza:

le raffinatezze dei modi e la sporcizia dei pensieri. Fino al rendersi conto, con perfetto ed irrimediabile ritardo, d’aver gettato la propria vita senza mai nemmeno lasciarsi sfiorare da un tardivo sintomo di consapevolezza.

 

Impietoso il contrasto con la figura di Piero, che si mantiene immune da qualsivoglia contaminazione. Non a caso, la sincera amicizia che lo legava ad Emilio tende a sbiadire, seppur mai sparendo del tutto, nel corso degli anni.

 

Il romanzo avrebbe potuto risultare certamente più snello, se Soldati non avesse ornato molte pagine con descrizioni minuziose di una romantica Torino, dai primi del novecento sino al termine della prima guerra mondiale, oppure con gli sfarzi ricercati della capitale sotto l’elegia fascista. In particolare si dilunga, con compiacimento descrittivo, sulle particolarità degli arredamenti della casa patronale ove conosce Elena, sulla finezze e l’eleganza di mobilie, suppellettili e quant’altro. Niente di terribile per carità, ma sono tocchi di completamento che in alcuni casi vanno a gravare e rallentare una trama già poco agile di suo. La predilezione per il capoluogo piemontese è peraltro evidente – nelle ultime cento pagine la descrizione della Torino rifiorita nel dopoguerra rifulge di tenerezza e nostalgia.

Il finale – pulp, non del tutto imprevedibile vista la parabola di pazzia che la “piccola Irma” attraversa a grande velocità nella relativamente breve porzione di romanzo in cui appare – nulla toglie o aggiunge a un’opera che è testimonianza solida di cinquant’anni del nostro passato, accompagna il lettore sino al dopoguerra e lo arricchisce di sensazioni e profumi, riflessioni ed immagini che non lasciano sempre un retrogusto gradevole.

 
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