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un libro in quindici giorni

STEPHEN KING - MISERY

24 DICEMBRE 2015


Colorado, giorni nostri. Paul Sheldon è un celebre scrittore che deve buona parte del suo successo ad una serie di romanzi popolari che vedono protagonista Misery Chaistain. Un giorno di fine autunno, nel corso d’un improvvisa tempesta di neve, perde il controllo della propria vettura e si schianta nella campagna già imbiancata. Non è ancora il suo momento però: a salvarlo provvederà una un’infermiera che abita nei paraggi, Annie Wilkes. Riesce ad estrarlo dall’auto e a curarlo nella casa isolata in cui vive dopo la separazione dal marito.

Che però questo salvi la vita dell’artista, è tutto da vedersi. La buona Annie non è infatti che una pazza psicopatica, il cui passatempo preferito è proprio leggere le belle storie che hanno Misery come protagonista. E il fatto che la sua eroina debba morire, nelle nuove avventure che ha appena terminato di leggere, non le va giù per nulla.

Il buon Paul viene si curato, ma appena riconosciuto viene legato e immobilizzato, cadendo dunque alla mercè della matta.

Comincia, per il povero Sheldon, un oscuro periodo di abusi e violenze psicologiche, e talvolta anche fisiche. La Wilkes, senza la minima intenzione di liberare l’autore nemmeno quando si sarà rimesso, lo obbliga inoltre a bruciare la (unica!) copia manoscritta del suo nuovo libro, “Bolidi”.

Non contenta, obbliga Paul ad iniziare di punto in bianco un nuovo romanzo, nel quale dovrà riuscire a far rivivere Misery, in modo da rimborsare almeno in parte la donna e “la schiera degli affezionati distrutti dal dolore” della grave perdita.

Paul capisce fin da subito che non solo gli conviene obbedire alla furia paranoica della sua persecutrice, inventandosi di punto in bianco una trama credibile, ma si rende anche conto che questo non lo metterà necessariamente al sicuro dalle angherie pazzoidi della Wilkes, e l’angoscia si impadronisce di Sheldon giorno dopo giorno.

Eppure riesce a rimanere lucido e a non perdere la speranza di fuggire. Cerca di scoprire come liberarsi nel corso di brevi assenze da casa della Wilkes, muovendosi con grandi fatiche e dolori alla ricerca di una via d’uscita. Purtroppo, i suoi tentativi sono destinati ad essere frustrati. Quando Annie s’accorge che Sheldon lascia temporaneamente l’angolo in cui è stato confinato, lo menoma, tranciandogli un piede, e fa fuori un agente che era arrivato a casa sua nel corso delle indagini.

Il merito più grande di King in questo romanzo è di riuscire a mantenere la tensione ad un elevatissimo livello di guardia, malgrado in effetti la narrazione si giochi costantemente su due soli personaggi, per giunta in uno spazio assai limitato. E’ maestro nel chiudere al protagonista, per lunghi tratti del racconto, ogni spiraglio di possibile libertà, frustrandone le speranze con nuovi colpi di lucida follia da parte della Wilkes, che si dimostra tutt’altro che una sprovveduta, essendo bensì perfettamente in grado di impostare e mettere in pratica il suo piano malsano. La personalità dell’ex infermiera viene sviscerata a dovere, ed è interessante notare come la sua pericolosità sia tanto più maggiore laddove pare perdere presa. Sheldon impara presto che c’è solo da perderci a cercare un inganno nei suoi confronti, persino a livello letterario; Annie è talmente addentro nella parte di salva-Misery da accorgersi persino, leggendo le bozze del romanzo che sta nascendo, quando lo scrittore non è artisticamente corretto o coerente, nel tratteggiarlo. Soprattutto, non cala mai la guardia, nemmeno quando il romanzo sembra finalmente corrispondere alle sue folli esigenze

La situazione a questo punto lascia strada a un finale doppio, forse non del tutto inatteso ma nemmeno tristemente prevedibile.

Un finale leggibile e interpretabile in più versioni, comunque sigillo di un’opera che trasuda sedizione psicologica quasi da ogni pagina, reso poi magistralmente su pellicola dal regista Rob Rainer.

 

SAUL BELLOW - IL DONO DI HUMBOLDT

10 DICEMBRE 2015


 

 

 

Charlie Citrine è uno sceneggiatore (ma anche commediografo e scrittore) che all’alba dei ’70 raggiunge il punto più alto, a livello di successo, della propria carriera. La sua esistenza corrisponde al prototipo dell’intellettualoide di mondo: levatura morale in fondo non eccelsa, frequentazioni discutibili (mezzi mafiosetti col vizio di distruggere autovetture di lusso), divorzio milionario sul groppone. Vita mondana, sorrisi a comando, ipocrisia; eppure un tempo Citrine non era così. Aveva avuto un grande maestro, che avrebbe voluto instradarlo per un sentiero del tutto diverso.

Fin da quando era ancora molto giovane, Charlie aveva un idolo, un poeta maledetto, Humboldt von Fleisher, di chiare origini teutoniche, che ne era l’esatto contrario: chiuso, solitario, geniale, indefesso ricercatore dell’arte in senso stretto al dì là del consenso di pubblico. Quando ancora Charlie è all’inizi della carriera, gli aiuti e i suggerimenti di Humboldt sono manna dal cielo, e per via di quella strana alchimia che lega a doppio filo personaggi in apparenza lontani anni luce, si sviluppa tra loro un legame molto forte, quasi viscerale.

Alla morte di Humboldt, il poeta lascia a Charlie un’eredità che potrebbe avere un valore inestimabile, e Citrine vi si butta a capofitto, anche per sfruttare il momento favorevole che la sua carriera sta vivendo grazie ad una commedia di enorme successo “Von Trenck”, apologia dello stesso Humboldt.

Raggiungere il lascito (artistico – economico – non è dato sapere…) sarà, per Citrine, un’impresa tutt’altro che semplice.

Dovrà passare attraverso una serie inenarrabile di vicende stravaganti, districandosi prima dalle mire di Rinaldo Cantabile, sotto la cui ala nefasta percorrerà la linea sottile che separa legalità e malaffare, poi da quelle di pseudo-amici (George Swiebel e le sue fisime socio-politiche, tanto per fare un esempio), infine da quelle (le peggiori) dell’ex-moglie Denise e i suoi avvocati senza scrupoli. Sempre uscendone con le ossa piuttosto malandate, se non proprio rotte.

Le vicissitudini che Citrine attraversa nel corso della narrazione, che oltretutto lo portano anche al di là dell’Atlantico per un viaggio in Europa che si dimostrerà del tutto inconcludente se non nocivo, lo riducono in uno stato piuttosto prossimo al lastrico, prima che riesca a recuperare il “tesoro nascosto” del vecchio maestro. Se riuscirà nell’impresa, e a che prezzo, lasciamo scoprire al lettore.

Nei personaggi di Citrine e Humboldt si riconoscono le figure dello stesso Bellow e di Delmore Schwartz, il celebre poeta di origini rumene esaltato per il genio inarrivabile e protagonista di una discesa inarrestabile verso l’oblio in età ancora relativamente giovane. Il raffronto e l’amicizia – combattuta e radicale, inestinguibile e crudele - tra due dei massimi esponenti culturali nel dopoguerra statunitense, agli antipodi per carattere e ambizioni, è in realtà il brillante pretesto adottato dall’autore per tracciare la figura del letterato nella società americana.

Un letterato che s’aggira in un universo diviso tra speculatori, scaltri calcolatori e pazzi affascinanti idealisti; ne studia la convivenza, irrazionale, grottesca ma necessaria per mantenere un equilibrio vitale. Ne resta blandamente interessato, se ne trattiene ai margini. Stabilisce che non può ergersi a giudice arbitro di alcuna delle due fazioni ma nemmeno riesce a riconoscersi in nessuna di esse, rivendicando la propria (discutibile, forse patetica) appartenenza a un’elite superiore e inaccessibile, che gli permette d’osservare con distacco e sarcasmo l’esistenza che gli scorre intorno.

Un romanzo, in retrospettiva, la cui trama, peraltro non esile, serve da cassa di risonanza per illustrare, con dovizia di particolari, le posizioni più cosmiche di Bellow, all’epoca sessantenne e dunque nel pieno della maturità artistica. Vita, arte, società: tesi espresse con entusiasmo e umorismo in un monologo che perdura anche per pagine intere, sovrastando i dialoghi. Bellow si dimostra in alcune parti forse leggermente logorroico, ma se il lettore riesce a entrare in sintonia con il suo modo di narrare, un po’ guascone, mai drammatico malgrado l’estrema serietà di certune divagazioni, così fintamente stralunato, rischia di non accorgersene neppure.

 

GIAMPAOLO PANSA - TI CONDURRO' FUORI DALLA NOTTE

22 NOVEMBRE 2015


Abituato a destreggiarsi tra l’attività di saggista, giornalista e romanziere, Giampaolo Pansa indossa quest’ultima veste con più frequenza alla fine degli anni novanta e se ne esce con un romanzo, “Ti condurrò fuori dalla notte”, che racconta la storia di Bruno Viotti, un giornalista che ha vissuto in prima persona, sul campo, la macabra parabola del terrorismo italiano.

Proprio quando la stagione più cruenta sembra ormai alle spalle e le pagine più nere fanno parte dei libri di storia, il nostro giornalista sparisce. Così, improvvisamente, non dà più tracce di sé, lasciando interdetti i colleghi di lavoro e i compagni di mille battaglie a colpi di editoriali. Potrebbe sembrare una coincidenza, ma la sparizione del Viotti è di pochissimo successiva all’omicidio di Walter Tobagi (Collega di Pansa nella vita reale).

La repentina scomparsa di Viotti pare destinata nel corso delle settimane ad un’archiviazione definitiva, ma qualcuno da oltralpe sembra intenzionato, o meglio intenzionata, a saperne di più. A tal uopo, la giovane giornalista Angela Mercier sbarca a Milano, alla redazione giornalistica che ha avuto per ultima Bruno Viotti alle proprie dipendenze, e inizia una ricerca assidua, testarda, che la porterà in giro per mezz’Italia, sino in Sardegna.

Malgrado il Viotti abbia la fama di sciupa femmine, non è per motivi sentimentali che Angela lo cerca tanto intensamente. I motivi sono famigliari: la giovane potrebbe aver ragione di credere, per certe indagini che ha condotto, che Bruno possa essere suo padre. Quando alla fine Angela riesce a ritrovare il giornalista, vivo e vegeto, impiega non poco a superare la ritrosia iniziale dell’uomo, che da principio fatica ad accettare quella che definisce un’intrusione nella propria privacy. Nel momento in cui però la donna svela al Viotti le ragioni che l’hanno spinta a cercarlo tanto ostinatamente, Bruno pare aprire uno spiraglio a quello che potrà dimostrarsi un inattesa, luminosa alternativa di futuro, e pian piano accetta la novità.

Non che questo, ovviamente, potrà metterlo al sicuro dai fantasmi dell’oscuro passato ai quali ha cercato di fuggire. Proprio insieme ad Angela dovrà affrontare un nuova insidia. E da qui in poi, ad uso e consumo del lettore, meglio fermarsi con la trama.

Nella figura di Bruno Viotti non è complicato riconoscere lo stesso autore, se non dal lato umano, per il quale ovviamente non s’è in diritto né nella possibilità di stilare paralleli, ma certamente dal lato professionale: Giampaolo Pansa, stimato giornalista che ha vissuto in prima linea, dalle colonne del “Corriere della sera”, la sanguinosa epopea del terrorismo italiano, e non solo.

E’ a Viotti che Pansa affida il desiderio che deve aver provato, soffocandolo certo con irriportabili difficoltà, di lasciare uno scenario di morti crudeli e insensate e ricrearsi una nuova identità lontano da quella ribalta politico-intellettuale colorata di sangue.  Con tutto ciò, la lettura non è cruenta, solo occasionalmente e in genere dalla metà in poi permeata di tensione.

Un’idea che avrebbe potuto funzionare, se non fosse per la forma, purtroppo talvolta addirittura imbarazzante.

Ecco un piccolo campionario di espressioni presenti nel romanzo, tra il dialettale e l’inventato:

“la libertà di contarle la rava e la fava / quell’aria da sgenato / uno di quelli che ti stuffiano di cortesia/ perché fai la faccia diffiziosa?/ una di quelle donne che sgonfiano la piva….vogliose di slumare dentro le faccende…/la mattina il cielo si presentò scarufento/ Angela si rivestì ancora mezza insognarata/ assolutamente niente sbanfò Angela/ Sbagnassata di sudore..”

Altrove troviamo periodi con costruzioni non esattamente da Nobel: “Angela l’azzannò con un sorriso”.

“Ti condurrò fuori dalla notte” è un saggio romanzato, che parte da una buona idea e arriva al cuore del lettore, che indovina la pena del protagonista, la condivide e gioisce con lui per il nuovo corso che intraprende. Ma certi strafalcioni letterari, alcuni termini strampalati e grossolani, risultano del tutto nocivi alla lettura e pesano sul gradimento della narrazione.

 

GABRIEL GARCIA MARQUEZ - L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA

4 NOVEMBRE 2015

 

Nel paradiso (quasi) incontaminato dei Caraibi, a cavallo tra 19 e 20esimo secolo, s’incrociano le vicende di Florentino Ariza e Fermina Daza, sedici e tredici anni, che si fidanzano ufficialmente, come s’usava all’epoca, praticamente senza manco essersi mai visti. Una storia platonica che non avrà un seguito, visto che, crescendo, Fermina si sposerà con il pregiatissimo dottor Juvenile Urbino.

Non per questo, peraltro, il buon Florentino s’arrende.  Si dedicherà, nel corso di oltre mezzo secolo, ad una irriducibile, ferrea, fiduciosa attesa dell’amata, confidando che il destino o chissà cosa gli permetterà prima o poi di coronare il sogno d’amore.

Alle ultime pagine del romanzo, perché sennò è inutile, il lettore potrà scoprire se la battaglia sarà vinta.

Nelle trecento e passa pagine che stanno in mezzo, le vite dei protagonisti vengono passate al setaccio con dovizia di particolari. Fermina si consegna, dietro abili manovre diplomatiche del padre Lorenzo ancora abbastanza giovane alle amorose cure d’un medico famoso, il dottor Urbino, cadendo vittima del più classico esempio di matrimonio combinato. In un primo momento questo pare condurla all’infelicità; col passare degli anni invece le striature piccolo borghesi della sua esistenza tendono a darle un senso di completezza, di rifugio. I figli che concepiscono e crescono sono la proiezione della loro vita rassicurante e ripetitiva.

Altro discorso per Florentino.

Non appena realizza che la sua promessa sposa s’è accasata altrove, reagisce con razionalità. Giura, cosa che effettivamente fa, che attenderà Fermina a vita, ma intraprende fin da subito una brillante e ininterrotta carriera da latin lover. Per il suo giaciglio passano femmine d’ogni tipo, sino a sfiorare la pedofilia, visto che vi ospita anche anche una mezza parente, che sfiora a malapena i quindici anni.

Ma l’ossessione di Fermina torna periodicamente, e costantemente, ad attaccarlo. Anche perché, altri grattacapi pare non averne: la sicurezza economica non costituisce un problema (ottiene in maniera inopinata la presidenza di una compagnia fluviale), non ha famigliari a carico (non ha mai conosciuto il padre e perde la madre relativamente presto) e utilizza la compagnia femminile come anestesia per difendersi dal Pensiero Fisso.

Fino al punto in cui, di colpo, Florentino realizza che il suo sogno è ancora realizzabile: basterà ribadire all’amata la propria fedeltà non appena, sperando che avvenisse al più presto, il buon Urbino tirerà le cuoia, liberando di fatto Fermina dal vincolo matrimoniale.

Il fatto è che l’auspicio di Ariza, nemmeno troppo tempo più tardi si avvera. Mancando forse un po’ di tatto, ma non certo di coerenza, l’uomo si precipiterà a casa dell’ormai vedova Urbino per manifestarle il proprio indomito, ormai ultracinquantenario, sentimento d’amore. E da lì…

“L’amore ai tempi del colera” racchiude pressoché per intero le peculiarità dello stile narrativo di Marquez. La narrazione non è mai essenziale, ridotta all’osso. Praticamente ogni ambientazione viene sviscerata con cura e abbondanza di particolari; per ogni personaggio che si incontra, di primo o secondo piano che sia, al lettore viene messa a disposizione una biografia estensiva, perdurante anche pagine intere. Una caratteristica che risulta quasi sempre funzionale alla narrazione; soltanto in alcuni, sporadici casi, capita d’inciampare in ridondanze descrittive delle quali si potrebbe francamente fare a meno.

Per quanto riguarda invece il contenuto della narrazione in senso stretto, non si tratta, e risulta abbastanza evidente sin dalle prime cinquanta/sessanta pagine, d’un romanzo d’amore. Certamente non è amore quello di Fermina, che fino alla “dichiarazione” finale, non parla praticamente mai con Florentino. Ma anche quello del ragazzo, assomiglia molto di più ad uno strano tipo d’ossessione, non canonica, totalizzante, non da veglie insonni o pianti disperati. Un’ossessione da puntiglio, da questione di principio, qualcosa che hai dato la tua parola e devi mantenere a tutti i cosi. Una fissazione asciutta e lucida, come asciutto e lucido è il piano che Florentino concepisce per ottenere finalmente il si della Daza. C’è calcolo e freddezza, invece che istinto, impulsività e frenesia.

E l’Ariza, che nei lunghi cinque decenni d’attesa non si mantiene certo illibato per riguardo alla sua amata, non genera certamente sentimenti di solidarietà e compassione, la sua figura suona a lungo andare tetra, egoistica, scostante.

Un romanzo atipico, e comunque stopposo e abbondante, nello stile di “Cent’anni di solitudine”, ma la capacità di Marquez resta quella di renderlo leggibile e persino scorrevole, per quanto non certo drammatico e struggente.

 

PAOLO GIORDANO - LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

17 OTTOBRE 2015


Nella Torino dei primi anni settanta s’incrociano le storie di due preadolescenti.

Alice Della Rocca si guadagna una zoppia che  si terrà dentro tutta la vita nel vano tentativo d’esaudire il volere del padre, che la voleva campionessa di sci.

Mattia e Michela sono due fratelli, l’uno l’opposto dell’altra. Lui intelligente, fortemente portato per la matematica, lei affetta da inguaribile forma di ritardo mentale. Questo naturalmente isola anche Mattia dal branco dei compagni di scuola, e a dire il vero al ragazzino interessa poco. Ma un giorno, per partecipare una volta tanto ad una festa, lascia Michela in un parco, con il proposito di “ritirarla” al ritorno. Purtroppo, quando Mattia torna a cercarla non la trova più. La ragazzina sparirà per sempre.

I due avvenimenti influiscono negativamente sulla vita di Alice e Mattia che subiranno un progressivo, insanabile isolamento. Mattia crescerà anche una pericolosa tendenza all’autolesionismo. Alice riuscirà a farsi ammettere in una cerchia d’amicizia “in”, solo subendo pesanti umiliazioni. Ed è tramite queste nuove amicizie che conoscerà Mattia.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dalla conoscenza dei due ragazzi non nasce alcuna storia. Solo che i due, per alchimie che ancora non sanno definire, tendono a cercarsi, a stare bene insieme per un tempo definito, e poi a tornare a vivere ognuno la propria vita. Ma nel corso del tempo non si perderanno di vista. Nel tempo, Alice sposerà un giovane medico, Fabio, che le è rimasto vicino nei dolorosi momenti della malattia che le porta via la madre in età ancora giovane, ma sarà un matrimonio non riuscito. La separazione della coppia, legata non tanto al fatto che Alice non può avere figli, ma più che altro all’assenza d’un vero sentimento da parte della giovane, la spinge verso il baratro della depressione.

Mattia insegna matematica in una prestigiosa università estera, ma continua a mantenersi estremamente introverso e disinteressato a qualsiasi tipo di legame.

L’apparente svolta di queste vite predestinate ha inizio quando Alice ha la netta impressione di aver visto una ragazza che somiglia molto a Mattia, e per questa ragione ritiene che potrebbe essere Michela. Questo porterà a un incontro tra Alice e Mattia, che si rivedranno ormai trentenni, e forse potrebbero decidere, ma non è scontato, cosa fare delle proprie esistenze.

Non v’è possibilità d’errore nell’interpretare il messaggio derivante dalla lettura, un messaggio palesato sin dal titolo. Alice e Mattia, e il secondo in particolar modo, sono numeri primi, ossia personaggi difficilmente accompagnabili. Esseri dal comportamento imprevedibile, e comunque incomprensibile, nemici dell’istinto, che si crogiolano nel dubbio circa le decisioni di prendere e poi è quasi sempre con pena inenarrabile che scelgono il da farsi, spiazzando i propri interlocutori.

Questo accade perché scelgono di obbedire a criteri silenziosi ed elitari, che nemmeno perdono tempo a spiegare, neppure lo vorrebbero. In queste logiche rientra il precipitoso e infruttuoso volo di ritorno di Mattia dall’Inghilterra per raggiungere Alice, onde costituire un finale provvisorio, imbarazzante e doloroso per entrambi.

Ma inflessibilmente inevitabile.

Va da sé che si tratta di anime straordinariamente sole. Nessuno riesce mai a penetrare il loro mondo, e in nessuno esse trovano una corrispondenza che lenisca questo tipo di solitudine, raro e pressoché inguaribile. Non è dato comprendere se ne soffrano o meno, l’unica certezza è l’inevitabilità dell’adeguarvisi.

Anche quando due esponenti di questa categoria si incontrano, e si comprendono, e inevitabilmente si cercano, non possono stare insieme, ogni numero primo è destinato a seguire il proprio percorso, che non s’incrocia mai stabilmente con quello di nessun altro.

Al di là d’ogni dissertazione e malgrado la desolazione del clima che va creandosi, la lettura non annoia, guidando il lettore verso una conclusione magari non originalissima, ma del tutto opportuna.

Senza aspettarsi di trovarsi di fronte a un capolavoro, questo romanzo, che riscosse nel 2008 un successo grandioso dando fama immediata all’autore, ha almeno il merito di tracciare un ritratto crudo e non interpretabile dello stato d’abbandono cui un’anima possa arrivare a trovarsi.

 

JOHN GRISHAM - L'AVVOCATO DI STRADA

2 OTTOBRE 2015


Michael Brock è un rampante avvocato appena trentenne ma con un'esperienza già quasi decennale presso uno degli studi più prestigiosi di Washington, la "Drake and Sweeney". Il giovane lavora ottanta ore alla settimana, una maratona quasi pareggiata dalla moglie, chirurgo in una pregiata struttura sanitaria.

La "Drake and Sweeney" è un covo di spietati avvoltoi, che cavalcano la legge a proprio piacimento e con lo scopo di fatturare cifre da capogiro. Il sogno personale di ognuno, in ogni caso, è di essere promosso socio. Un giorno, a seguito di un episodio che poteva costargli la vita - è preso in ostaggio da un barbone armato prima che l'attentatore venga ucciso nel corso di un'irruzione di polizia - Michael inizia una profonda metamorfosi che lo spinge ad avvicinarsi al mondo degli homeless, un universo sommerso, invisibile agli occhi patinati della upper class ma anche all'americano medio. Appropinqua allora un consultorio legale, capitanato da un agguerrito avvocato di colore, Mordecai Green, la cui sede è dislocata nella periferia più malfamata.

Sarà lui a trasfomare Michael in un avvocato di strada, al soldo dei rifiuti della società contro le angherie e i soprusi degli "arrivati".

Brock lascia dunque il suo ricco studio, accompagnato dalla riprovazione generale, e si ritrova in una stamberga dal riscaldamento precario, straccioni che non pagano come clienti e la prima, scottante causa  proprio contro la "Drake and Sweeney". Una giovane madre tossicodipendente e i suoi tre figli piccoli muoiono per le esalazioni tossiche dei gas di scarico d'un automobile ove s'erano rifugiati per sfuggire al gelo di un febbraio implacabile. Ma sono state sfrattate forzatamente da un capannone, e dietro quell'abuso si cela proprio l'ex studio di Brock.

Con l'usuale scrittura avvolgente, Grishman dipinge a tinte fosche e commoventi la questione dei senzatetto ("homeless") nella capitale, puntando particolarmente il dito sull'abissale contrasto tra essi e la più che abbiente classe avvocatizia. Chi ha richezza, salute, abitazioni lussuose perde inevitabilmente in rapporti umani. Lo stesso protagonista vede sfasciarsi il proprio matrimonio, con sua moglie la frequentazione è pressochè inesistente.

Quello che parrebbe stonare in apparenza è il tono eccessivamente pietosistico adottato dall'autore con cui le situazioni sono raccontate, e anche la trasformazione subita da Michael, da efficente macchina da soldi e successo ad accorato paladino dei derelitti, è quanto mai fulminea e radicale.

Pochi i dubbi, le notti agitate a rimuginare davvero su quanto stava lasciando indietro per abbracciare l'ignoto. Una formula "popolare", però voluta appositamente dall'autore per dare forza e ritmo alla narrazione. Non è un romanzo d'introspezione psicologica o di suspence (assente), bensì di denuncia sociale, che vede lo scopo prettamente narrativo in secondo piano. In questo senso possiamo dire che ha raggiunto il suo scopo.

 

ANDREA DE CARLO - DUE DI DUE

17 SETTEMBRE 2015


Nell'estate del 1968, Mario, quindicenne piuttosto timido e narratore in prima persona, conosce al liceo il coetaneo Guido Laremi, che con Mario condivide il disprezzo e la delusione per il mondo conservatore e borghese che li circonda. Nasce un'amicizia che tiene botta malgrado le palesi differenze caratteriali. Tanto insofferente e imprevedibile Guido, quanto più apparentemente maturo e riflessivo l'altro, comunque incapace di sfuggire da prototipi di vita stereotipati, cosa che invece a Laremi riesce sempre piuttosto bene.

Vero protagonista del romanzo, quest'ultimo segue sempre il proprio istinto e una pesante irrazionalità che lo contraddistingue fin da subito, alla ricerca di una pace interiore che è peraltro destinato a non trovare. Lascia il liceo, si finge pazzo per saltare il servizio militare, gira il mondo senza nemmeno il patema di crearsi una posizione o porsi il problema di come campare, cambia ragazze come calzini e torna sempre all'ovile, ossia al contatto con Mario.

Proprio nel corso di uno di questi contatti, siamo ormai nella prima metà degli anni settanta, convince l'amico a un viaggio in Grecia, durante il quale tra l'altro gli ruba una ragazza conosciuta sul posto, nel corso del quale non fa altro che ribadire la propria provvisorietà e l'irrinunciabile inquietudine.

Mario, che nel frattempo porta avanti senza entusiasmo gli studi di filosofia e una stanca relazione con Roberta, dopo questa breve vacanza vede sparire di nuovo il Laremi, senza domandarsi se e quali progetti possa avere in cantiere.

Nel momento in cui decede il secondo marito della madre di Mario, il giovane ottiene un'eredità piuttosto cospicua, grazie alla quale compie la decisione più estrema della sua esistenza: emigrarsene in Umbria, dove acquista un terreno e riatta due case abbandonate, decidendo di vivere della campagna. A Perugia trova una ragazza milanese che lavora in una libreria, Martina, che abbraccia il suo progetto e ne diventa la compagna di vita. Quando anche la di lei sorella, Chiara, scende da Milano e si unisce alla bella compagnia, il casale si allarga. Chiara si mette con un tedesco conosciuto in luogo.

Guido, che nel frattempo viva da sbandato in Australia con la cantante drogata di un gruppo punk, contatta Mario e lo va a trovare. Lì, Chiara s'innamora di lui e da il benservito al tedesco, diventando la nuova preda del Laremi. Il quale pare trovare un minimo di pace e libertà nell'ambito della splendida cornice bucolica di Mario e famiglie, e si dedica all'attività di scrittore. Porta a termine un romanzo, di nome "Canemacchina", in cui sputa tutto il suo odio per la vita regolare e borghese, per Milano e le altre città che piano avvelenano chi ci vive costringendoli a un'esistenza inclassificabile. Il romanzo è un successo straordinario, che però spinge il Laremi a doversi piegare alle logiche e ai compromessi che lo star system impone, anche in campo letterario...

 

 

Tra i più celebri romanzi dell'autore milanese, "Due di due" merita certamente il successo che ha riscosso, sia di pubblico che di critica. La cronaca di due parabole che partono accostate e si dilatano inesorabilmente, per le scelte di vita che compiono o si trovano costrette a compiere, ma senza mai perdere il contatto.

I caratteri descritti rappresentano mirabilmente la doppia anima che permeava ogni diciottenne che avesse vissuto il sessantotto. Quella eccessiva, senza pace, radicale, sempre pronta a ribaltare ogni situazione pur di cercare con coerenza di costruire un ambiente migliore, più vivibile, meno "tritanime", come le definiva lo stesso Laremi. E quella invece più fragile nelle proprie idealità, comunque sincera nel crederci ma meno capace di difenderle quando le avversità si fanno sentire, raffigurata da Mario. Il quale, alla fine, raggiunge in fondo la medesima dimensione piccolo borghese che aveva tanto disprezzato da studente e anche oltre, ma vi arriva sottostando al numero più basso possibile di compromessi "ideologici", decidendo ad esempio di ritirare appena dopo pochi giorni i gemelli dalle scuole elementari.

Perfetta nella sua inevitabilità l'evoluzione della figura dura e pura di Guido, perennemente insoddisfatto, caduto alla fine nella trappola del "mondo normale" che lo stringerà tra le sue spire peggiorandone l'infelicità. Il finale, il finale definitivo, quello dell'ultima pagina, rappresenta in maniera degna la differenza invalicabile permeatasi nel tempo tra i due caratteri, è un gesto che chiude definitivamente un'epoca e si porta via le sue in fondo fallaci, utopiche peculiarità.

 
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