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un libro in quindici giorni

FRUTTERO & LUCENTINI - LA DONNA DELLA DOMENICA

30 APRILE 2016


Primi anni settanta, Torino. L’architetto Garrone, personaggio dissoluto ed oscuro che galleggia inerte in una vita di sotterfugi ed espedienti, viene fatto fuori in casa sua tramite un corpo contundente, assai pesante, la cui forma ricorda l’attributo maschile. La rosa dei possibili candidati al ruolo di colpevole attinge principalmente dalla media borghesia cittadina. Abbiamo la coppietta composta da Massimo Campi, bohemien perdigiorno, che vive di rendita, e l’impiegato finto-intellettuale Lello Riviera. C’è poi la consorte d’un proprietario d’industria benestante,

Anna Carla Dosio, che fa della noia e della beatitudine nel sentirsi perennemente inadeguata la propria ragione di vita. Il problema è che la dolce signora ha l’abitudine, mai troppo stigmatizzata, di parlare spesso a proposito e ora il commissario Santamaria, cui vengono affidate le indagine preliminari. Peggio ancora quando i pensieri inopportuni, la nostra amica li scrive. E la polizia arriva ad intercettare una missiva inviata dalla Dosio a Campi con cui lei sottolinea la necessità di far fuori il Garrone. Naturalmente la povera svampita riderà degli ovvi interrogativi che gli inquirenti le porranno, dicendo che il far fuori si riferiva alla necessità di escludere l’architetto dalla loro pseudo cerchia cultural-progessista,

Estasiato dalla puerile giustificazione, il buon Santamaria ci dà dentro con le indagini, senza preoccuparsi di rispettare troppo la privacy della Dosio, del Campi e di altri loro raccomandabili amici. Non si può però non sottolineare come il commissario sembri subire, almeno in parte, il fascino leggiadro della donna, il che non gli impedirà di svolgere con coscienza e senza favoritismi il proprio lavoro. L’ambiguo rapporto tra i due sarà una costante della narrazione intera.

Le cose, già per nulla semplici di suo, paiono complicarsi ulteriormente nel momento in cui entra in scena un marmista rozzo ed ignorante, ma dannatamente astuto e sicuro di sé, che potrebbe aver prodotto e commercializzato l’arma del delitto. Per non farci mancar nulla, intervengono fortemente nella vicenda, col passare delle pagine, anche la turbolenta signora Tabusso, amica di Anna Carla, l’americanista Bonetto, affetto da manie suicide, e il gallerista di dubbia fama Vollero.

Mentre la polizia cerca con pazienza di far combaciare tutti i pezzi del mosaico, accade però qualcosa d’imprevisto. C’è un nuovo omicidio, vittima ne è un personaggio in fondo marginale, almeno in apparenza. Qualcosa però, nelle modalità dell’assassinio, e in particolare nel luogo, dove esso accade, accende un’efficace lampadina nella testa di Santamaria e del suo staff.

Da lì, qualcosa si muoverà in maniera irreversibile.

Siamo di fronte a quella che è in tutta probabilità l’opera più famosa e celebrata dei due scrittori torinesi. Un romanzo che ci accompagna in un lungo viaggio attraverso la borghesia del capoluogo piemontese dell’epoca, mostrandocene con la consueta arguzia e dovizia di particolari le tecniche di comportamento tramite le quali se ne muovevano i rappresentanti, senza tralasciare, anzi, puntualizzando con irriverenza le ipocrisie, i vizi, le più inguaribili tendenze al parassitismo.

Dal lato strettamente “Giallistico”, la vicenda non risulta per nulla scontata; il colpevole sarà evidenziato solo nelle ultime pagine (attenzione a non farvi fuorviare dal titolo – è pertinente nel senso della trama, ma non connota a priori una sospettata) e la logica con la quale viene incastrato impeccabile. L’unica sottolineatura che mi sento di fare è che chiamarlo giallo non corrisponde a verità. La narrazione è in realtà una godibilissima, anche se talvolta leggermente prolissa, commedia, carica di spirito e sarcasmo. Un raccontare che sborda più che volentieri nell’introspezione psicologica, giocando quasi con sadismo con le paure e le ipocondrie, gli isterismi e gli egoismi di personaggi spesso della consistenza d’un fantoccio, penosamente ignari del proprio povero nulla, che sono e rappresentano.

La trama del giallo in senso stretto si concede pause anche lunghette, tra un divertissement e una tragedia, e questo è contemporaneamente il valore aggiunto e il limite del romanzo.

 

ABRAHAM YEHOSHUA - LA SPOSA LIBERATA

12 APRILE 2016


Siamo ad Haifa, a cavallo tra il primo e il secondo millennio. Il professore Yohanan Rivlin è insegnante di storia meridionale all’università, e sua moglie Haghit è giudice distrettuale. Hanno coronato quello che si potrebbe definire un matrimonio felice con l’arrivo di due figli maschi, Ofer e Yazi. Ma sarà proprio il primogenito a causare, indirettamente, un dolore lancinante ai genitori: dopo appena un anno di matrimonio, la moglie Galia ripudia Ofer, e la causa della brusca separazione non viene resa nota. A soffrirne sarà in modo particolare Yohanan, che non si rassegnerà mai all’inopinata fine delle nozze del figlio.

Un’afflizione tenace, riaccesa ogni qualvolta ci sono contatti con il figlio, nel frattempo trasferitosi a Parigi, che non s’aspettava assolutamente la fine del matrimonio e vive in una sofferenza continua, appena addolcita dalla flebile speranza che, un giorno..

Passano quattro anni, e proprio quando Rivlin pare, assai faticosamente, a metabolizzare l’accaduto, ecco che l’improvvisa scomparsa dell’ex-suocero riaccende in lui una sete di verità che pareva sopita, e decide di agire. Nella ricerca delle vere motivazioni della separazione, Rivlin non può però contare sull’aiuto della moglie, rassegnata e razionale, convinta della cosmicità degli eventi, che si limita a star vicino, per quanto possibile, al figlio con amore, né su quella dello stesso Ofer, il quale proibisce recisamente al padre di rimettere naso nella questione, vuole solo dimenticare. Tra sotterfugi e mezze bugie, sfruttando coincidenze e ritagli di tempo, il professore si reca più volte presso l’hotel gestito dalla famiglia dell’ex-nuora, a Gerusalemme,

Una struttura ora condotta dalla figlia maggiore, Tehila, che accoglie il vecchio professore con cordialità, spesso perfino ambigua, in certe occasioni.

Ma, deludentemente, non riesce a venire a capo di nulla. Sia la ragazza che la madre (Galia, già risposata e incinta del nuovo marito, si tiene il più possibile alla larga dall’hotel) negano di conoscere le motivazioni della separazione.

Ma saranno proprio i suoi studi, o meglio, l’oggetto degli stessi, a dargli una mano fondamentale, sotto forma d’un singolare autista e un vecchio cameriere, entrambi arabi, Rashed e Fuad. Sia il primo, fratello di una promettente alunna di Rivlin, che il secondo, supereranno le naturali diffidenze che l’aver a che fare con un ebreo susciterà in loro e ne comprenderanno appieno il dramma umano. Quello che, anche grazie a loro, Rivlin scoprirà, potrà forse non piacergli, ma placherà, se non il dolore, il bisogno di ricostruire il puzzle.

S'è dibattuto a lungo negli ultimi anni se questo "La sposa liberata" sia o meno il capolavoro dell'ormai ottantenne Abraham Yehoshua. Senza inoltrarci nell'annosa questione, salta facilmente agli occhi quanto l'opera sia da annoverarsi tra le più significative dell'intera produzione dell'autore ebreo. Scritto ed edito in un periodo fondamentale (1999), in un momento in cui le prospettive di pace tra palestinesi ed israeliani parevano davvero poter superare lo stadio della speranza infinita per assurgere a realtà, il romanzo esprime l'ardente speranza del letterato d'addivenire a un tal obiettivo.

Ampi stralci della narrazione sono infatti incentrati su situazioni variegate (una festa – letture di poesie e racconti – celebrazioni assortite, ma anche vita quotidiana) nelle quali appare, evidente, idealizzato, il desiderio di una convivenza pacifica, ottimale, tra due popoli ma anche due e più fedi (compaiono persino dei cristiani). Non c’è accenno a tensioni, tantomeno a terrorismo, o fondamentalismo. Le due parti analizzano anche, in brevi oasi politicizzate, le proprie paure e le idee sul futuro, ma senza tentare mai una prevaricazione.

Yehoshua colora poi la trama base dello scritto con un paio d’intriganti colpi di scena, svela il mistero delle nozze mandate a monte al momento giusto, appena dopo aver lanciato il messaggio subliminale del libro e riesce, alla faccia delle seicento pagine, a non addormentare il lettore. Scava a fondo sulle più recondite ferite che possono colpire una famiglia, portando ad immedesimazioni persino dolorose.

 

 

 

 

ROBERT LUDLUM - IL MANOSCRITTO

25 MARZO 2016


 

 

Peter Chancellor è uno scrittore che ha la pericolosa abitudine, nei suoi romanzi, di infastidire personalità di una certa rilevanza a livello politico-economico, senza disdegnare digressioni nel campo della sicurezza. Così, dopo aver passato più d’un guaio a causa dello scritto precedente, intitolato “Contraccolpo”, con qualche personaggio di pochi scrupoli della CIA e dintorni, si troverà, grazie al nuovo libro ad aver a che fare con una serie di brutti ceffi in qualche modo riconducibili alla FBI, dal carattere irascibile e rancoroso.

 

Tutto ha inizio quando nell’ambiente si sparge la voce, non senza causare apprensione, di un nuovo progetto letterario targato Chancellor. L’uomo viene contattato subito da un gruppo di pseudo-intellettuali, denominato Inver Brass, al quale la figura dello scrittore sembra perfetta per aiutare l’associazione a portare a termine un piano ambizioso.

Pochi giorni più tardi il capo della FBI, John Hoover, viene ritrovato morto, e la causa appare subito estranea alla pur veneranda età dell’uomo, più che ottantenne. Ma le cose non vanno come previsto. Inver Brass ha fatto assassinare il capo della FBI tramite un suo uomo (Stefan Varak) per mettere le mani su alcuni files dall’archivio privato di Hoover che al gruppo faceva assai gola. Peccato però che molti, almeno la metà, di quei file, non si trovino.

Qui subentra il nostro baldo scrittore, che mette in atto la propria inconsapevole collaborazione col gruppo, collaborazione della quale si troverà presto a pentire amaramente.

Inver Brass infatti, convince Peter che il recuperare quei file sarà d’importanza capitale affinchè possa portare avanti e poi terminare il nuovo romanzo.

 

Da questo momento, inevitabilmente, il nostro protagonista si troverà invischiato in una spirale crescente di attentati, sparizioni improvvise, coincidenze che hanno del sovrannaturale. Perde in un rocambolesco incidente d’auto la fidanzata, e ne esce vivo per miracolo. Trova il tempo d’innamorarsi di nuovo, di Alison, figlia di un ex generale della FBI, scomparso in circostanze perlomeno discutibili a poco tempo di distanza dalla moglie, instabile psichica, o almeno apparentemente tale.

Proprio scavando nel passato della madre di Alison, Peter inizia a trovare qualche labile traccia, i primi timidi segnali per uscire, o almeno tentare di farlo, dal tunnel in cui s’è cacciato.  Più Peter s’avvicina ai file spariti, più la loro vita è in pericolo, ma i due non se ne renderanno conto, perché a un dato momento sarà lui stesso a spargere il terrore sulla propria strada. Man mano che proseguirà con la stesura del romanzo, incidendo su carta eventi tragici e cruenti, questi si avvereranno poi, con spaventosa puntualità…


Una action novel in pieno stile Ludlum (i diritti del romanzo per trarne un film sono stati recentemente acquisiti dal regista Marc Forster, si parla di Di Caprio nel ruolo di Chancellor), che non mancherà di soddisfare gli amanti del genere. Il  requisito indispensabile, ossia la chiarezza nell’esposizione degli eventi dal lato cronologico e semplicemente logico, viene rispettata in pieno, tanto che malgrado la complessità della narrazione, la lettura fluisce scorrevolmente.  Difficilmente evitabile, e nemmeno il grande scrittore newyorchese ne è immune, il cadere nello stereotipo dell’eroe praticamente preso dalla strada che passa indenne attraverso insidie inenarrabili, ma in questo caso Ludlum sopperisce all’ovvio con un’ingegnosa invenzione che “carica” il finale del romanzo.

La prevedibilità non ha mai fatto parte del bagaglio tecnico di Ludlum, ed anche in quest’occasione non ci si perde o annoia, grazie ad alcuni piccoli accorgimenti che il narratore adotta nei momenti chiave del racconto. Nell’attimo cioè in cui il lettore medio, mi ci metto anch’io naturalmente, pensa d’aver già capito tutto e poter scrivere il prosieguo e il finale senza ricorrere alla lettura, salvo poi…

 

PIERO CHIARA - VEDRO SINGAPORE?

7 MARZO 2016


Nei primi anni trenta, un funzionario burocratico viene destinato come “aiutante” presso la Pretura di Aidussina, oggi in Slovenia ma all’epoca compreso nel regno d’Italia. Un salto nel buio non indifferente per il giovane, che di colpo viene immesso in una realtà non soltanto sconosciuta, ma pesantemente influenzata dai quarti di luna delle numerose etnie che laggiù vivono: germanici, italiani, sloveni… Non è esattamente alle prime armi, ma la realtà che lo circonda lo disorienta. Quella del paesotto che lo ospita, con personaggi maneggioni, superbi, mai del tutto affidabili;  e quella del comando, ove non si può certo dire d’essere oberati di lavoro. Così lui s’adegua, come gli altri, a un tran tran piuttosto fiacco, tendente, il più spesso possibile, al lavativo.

 

Invece di sentirsi umiliato, deluso dal tipo di vita anonima che conduce, il nostro protagonista si cala sempre più adeguatamente nel ruolo, in pratica, di sanguisuga, cosi come la maggior parte di chi gli sta intorno. Naturalmente, non sempre quel tipo di atteggiamento paga. Le gerarchie più elevate del comando dove il giovane opera, specialmente nella figura dell’alto commissario di giustizia Mordace, talvolta compiono ispezioni a sorpresa e in quel caso son dolori. Chi lavora contrariamente alla deontologia professionale, ne paga le conseguenze. E sotto la scure passa anche il nostro protagonista, che viene cacciato dalla pretura e spostato in un’altra, a Pontebbia, d’ancora più infima conduzione, per poi finire a Cividale del Friuli, senza che s’impegni a mutare il trend.

 

Ormai il nostro passa la maggior parte del suo tempo al bar del centro. Diventa un asso del bigliardo, il che, inaspettatamente, gli apre la strada per una certa scalata sociale, accolto tra pseudo intellettualoidi borghesi mezzo falliti. Anche la vita sentimentale del ragazzo è abbastanza turbolenta; il suo vizio di correr dietro alle sottane gli sarà però fatale, quando il Mordace lo coglierà, diciamo così, in flagranza di reato proprio nell’ufficio della Pretura…al nostro viziato protagonista non resterà che dichiararsi..pazzo!

 

Nel finale, un dubbio amletico lo attraversa. Ritirarsi tra le sponde amiche del lago Maggiore, da cui proveniva o votarsi a una nuova vita, emigrando verso lidi esotici, orientaleggianti??

Uno tra i maggiori successi dello scrittore lombardo, che fa parte della sua ultima produzione (vede la luce nel 1981), “Vedrò Singapore” ripresenta ed amplifica la statura del Chiara più irridente, sarcastico, che scandaglia senza troppa cortesia la realtà di certe istituzioni minori dell’epoca fascista, cogliendone con spirito ed acutezza le più grossolane mancanze. Traccia con mano esperta la figura del protagonista, perdigiorno, irresponsabile e mai una volta che sia una alla prese con un minimo scrupolo di coscienza..

 

La componente autobiografica, ammessa dallo scrittore stesso, è certamente considerevole, delineando come l’insofferenza di Chiara verso certe cellule dell’ordine pubblico dell’epoca non rappresenti soltanto un arbitrario frutto di fantasia; in tutti i casi, preponderante è il fattore prettamente narrativo, con intrecci continui dall’effetto godibilissimo, e descrizioni di luoghi, tempi e fatti precisi ed opportuni.

Il campionario dei personaggi che l’autore ci fa conoscere, al solito, coprono vasti e differenziati campionari d’umanità.

Se il pretore Merdicchione merita il plauso del lettore per la dignità con la quale (sop)porta un cognome tanto penalizzante, la giovane Brunilde, che tanto a lungo farà palpitare il cuore del nostro protagonista sacrifica detta dignità sull’altare di una vita comoda ed altamente remunerativa, che inizia ad intraprendere non appena varca i cancelli della più rinomata casa d’appuntamenti della zona. Dignità che va e viene, in altri caratteristi; nel vecchio Palateo, frustrato da un aspetto orribile; nell’avvocato Grisella, completamente padrone di sé soltanto al momento del suicidio.

 

Il finale, enigmatico ed astuto, ribadisce principalmente il fallimento d’un intero sistema e d’un modo di vita e sigilla con un tocco d’istrionismo una delle sue opere più ficcanti.

 

 

 

 

 

 

GRAHAM GREENE - IL POTERE E LA GLORIA

21 FEBBRAIO 2016


Messico, fine degli anni trenta. Nel Paese è in corso una potente persecuzione anticattolica da parte del governo e delle forze dell’ordine. In particolare, alcuni uomini dell’esercito sono a caccia di un prete che pare imprendibile.

Il drappello di polizia incaricato della cattura del sacerdote non si fa scrupoli di mettere sotto torchio i poveri, persino donne e bambini, dei villaggi che attraversano, pur d’avere informazioni sull’oggetto della propria caccia. E’ giusto sottolineare che il soggetto in questione, malgrado l’abito talare, non sia esattamente un sant’uomo. Ama infatti lasciarsi andare a qualche bicchierino di troppo, specialmente della vietatissima acquavite, che peraltro di sfroso riesce spesso a reperire. Quello che è peggio però, è che l’uomo di chiesa, durante un momento di particolare abbruttimento morale s’è accoppiato ad una vagabonda e da quell’unione è nata una bimba.

Sono passati comunque alcuni anni da quello sbandamento. Il prete ha fatto da tempo atto di contrizione, e vive sotto il giogo costante del peso dei propri peccati. Tanto da convincersi che sia ineluttabile per lui, il pagare il male fatto con la vita, che dovrà consegnare a Dio tramite mMartirio. Per il momento però, pare riuscire a nascondersi bene. Naturalmente non è l’unico esponente clericale ad essere in una posizione critica, ma molti, come il famigerato padre Josè, che s’è coperto di colpe altrettanto vergognose ma ha scelto  la strada più sicura, rinnegando la vocazione e sposandosi.

La perenne fuga del prete avrà un epilogo, se vogliamo, non del tutto imprevedibile. A tradire il prete sarà un cristiano rinnegato, che gli chiede di tornare sui propri passi per un ultimo, irrinunciabile atto di carità cristiana: officiare l’estrema unzione a un moribondo. Nel momento in cui il protagonista accetta e segue il rinnegato, sa già di segnare il proprio destino, ma lo accetta e lo affronta, con paure e pentimenti del tutto umani, convinto dell’inevitabilità di bere sino in fondo l’amaro calice. Tutto come da copione dunque? Forse no. La fine cruenta del nostro sacerdote, quello che potremmo definirlo il sacrificio riparatore, potrebbe anche illuminare qualche mente e portare a un finale di inopinata speranza

Romanzo crudele, pesantissimo, e del tutto scomodo, per le domande che suscita, per le sfide che costringe a indire con sé stessi, soprattutto a chi si ritiene un buon cristiano (spesso a torto come il sottoscritto).

Particolarmente a partire dalla seconda metà, l’attenzione si concentra sulla figura del sacerdote e sugli interrogativi che lo premono, via via più incessantemente, man mano che si sente braccato. Con ritardo certamente colpevole, ma affrontandone le conseguenze con un coraggio spirituale che solo la consapevolezza gli dà, il prete realizza i propri errori ed è pronto a scontarne il fio.

E’ stata la solitudine, l’accerchiamento, la poca saldezza morale ad instradarlo sul cattivo sentiero, e non bisogna pensare che questo fallimento apparente non lo facesse soffrire:

Era un cattivo prete, lo sapeva; la gente aveva un nomignolo per quelli del suo genere: il prete dell’acqua vite; ma ogni fallo sfuggiva alla vista e alla mente; da qualche parte, segretamente, si accumulavano tutti: il pietrame dei suoi falli. Un giorno, supponeva, quel pietrame avrebbe soffocato completamente la fonte della grazia. Intanto andava avanti, con periodi di paura, di stanchezza, con una timida leggerezza di cuore

Ma la sua grande forza sarà poi quella di comprendere, di agire di conseguenza, di seguire fino in fondo poi il reale insegnamento che deriva dalla vocazione. Così, lentamente, realizza, decide, riparte.

Mette in guardia dalla “bellezza degli angeli brutti”, come quella ingannatrice, infida di Satana. S’adagia mite al destino che ha scelto, convinto. E terribilmente bello, e grandioso è il particolare sottolineato da Greene. La paura che resta è solo del dolore fisico, delle pallottole, ma passerà in un  attimo. Quella che resterà, è la speranza più grande, cui lui ora sente di poter anelare, è la gloria eterna.

“Il potere e la gloria” è scritto affascinante e impetuoso, impossibile da leggere senza passare attraverso le forche caudine di dolorosi esami di coscienza. Da leggere, specialmente in tempi come questi.

 

A VOCE ALTA - BERNHARD SCHLINK

3 FEBBRAIO 2016


 

Il quindicenne Michael Berg, vive a Berlino nei primi anni cinquanta. Come ogni studentello della sua età ha una vita normale, che cerca il divertimento più che lo studio e non si fa giustamente troppe domande sui temi caldi della vita. Rientrando all’ora di pranzo da scuola, un giorno Michael sta male, s’accascia al bordo della strada e una signora di una ventina d’anni più di lui si ferma a soccorrerlo.

Si chiama Hanna e fa la bigliettaia sui mezzi pubblici. Dopo qualche primo approccio confusionario ed imbarazzato, Michael s’accorge di voler rivedere la donna, e grande è il suo stupore quando si rende conto che l’attrazione è reciproca. In breve il rapporto tra i due si cesella in una storia, piuttosto inverosimile in realtà, che mischia amore, affetto, sesso al limite della pedofilia e quant’altro. Ma proprio quando questo legame comincia a portare malumore e domande inevasa in casa Berg, s’interrompe di colpo perchè la donna svanisce. Presto peraltro, anche aiutato dalla giovane ètà, Michael se ne fa una ragione e prosegue la sua vita. Arriva al diploma e s’iscrive alla facoltà di legge. Sarà proprio questa scelta di studi a portarlo a rincontrare Hanna, anche se certamente non nel modo in cui lui avrebbe voluto. La ritrova traumaticamente nel 1967 in un’aula di tribunale, accusata di non aver impedito, insieme ad altre donne „assistenti“ delle SS, lo sterminio di alcune centinaia di ebrei rimasti rinchiusi all’interno di una chiesa, circa trecento persone. Al nome di Hanna e le altre, la polizia è risalita grazie al ritrovamento di un diario di una sopravvissuta. E’ in occasione del processo che Micheal scopre qualcosa che la donna gli aveva tenuto nascosto, ossia il fatto che lei fosse analfabeta. Ecco perchè, ricorda ora il giovane, non si stancava mai di ascoltarlo leggere opere di letteratura di massimo livello tra cui Omero, Cechov e altri sommi autori. Questa condizione potrebbe far pendere a suo favore le sorti del procedimento penale, ma lei non la sfrutta.Tantomeno Michael si fa avanti per farlo notare.Dopo vent’anni di galera, e dopo aver ripreso i contatti con Berg, nel frattempo sposato, separato e infelicemente irrealizzato nel proprio lavoro, Hanna si suicida il giorno stesso della scarcerazione.

Quest’opera ha ottenuto ampi consensi internazionali, eppure devo ammettere con onestà che non mi ha particolarmente impressionato. La principale connotazione negativa, è che a mio parere il romanzo manca del tutto di pathos. Non smuove, non macera; sembra un trattato di mera cronaca, una storia presa a piè pari da un archivio statale che si limita a registrare.

E’ un ricordo inventato di una situazione inverosimile, ma il lettore non si ferma a pensare, a immaginare. Non c’e passione, è scritto con stile piuttosto freddo, manca di particolari in molti punti, particolari non proprio di secondo piano, che avrebbero potuto servire per una maggior comprensione della storia. Invece, tanto per fare degli esempi, buio totale sulla famiglia di Michael, quella di origine e quella che forma, della moglie e figli si conoscono a mala pena i nomi. Quasi come sopra per Hanna. Praticamente non esistono altri personaggi. E’ una grossa occasione persa in questo senso, sembra scritto sbrigativamente. A parte l’improbabilità della passione infuocata tra una donna matura e un adolescente, si poteva partire da un contesto più verosimile. Inverosimile anche il fatto che Hanna preferisca la carcerazione dura pur di non svelare il proprio analfabetismo, in fondo.

Una lettura troppo semplice e tra virgolette leggera, del tutto priva di introspezione, e per una tematica come quella trattata è un difetto non da poco. Come s’è finito, si passa direttamente ad altro. Resta poco, ed è un peccato. Una turbata elaborazione interiore dovrebbe essere la naturale conseguenza di questo tipo di letture, ed è esattamente ciò che “A voce alta” non suscita.

 

 

 

 

HEINRICH BOLL - FOTO DI GRUPPO CON SIGNORA

19 GENNAIO 2016

Per ammissione dello stesso autore, "Foto di gruppo con signora“ è stato scritto per tinteggiare il ritratto più possibile fedele della società tedesca tra gli anni sessanta e settanta, prendendo a pretesto la vita di una signora intorno ai cinquant’anni, Leni Gruyten. Una donna piacente e sveglia, che però non riesce a ritagliarsi il posto di rilievo che in detta società meriterebbe in quanto, sue parole "non capisce il mondo“.

La narrazione ha inizio agli sgoccioli dell’ottocento: vengono riportate alcune vicende essenziali riguardanti la sua famiglia di origine, sino alla nascita di Leni, nel 1922. La protagonista attraversa una crescita piuttosto classica, per quelli che erano gli schemi dell’epoca. Con l’età però, sviluppa una particolare predilizione per valori astratti, isole di minimalismo del tutto incompatibili con le angoscianti tematiche esistenziali vissuti chi come lei vede attraversata la propria gioventù da un conflitto mondiale e la faticosa, dolorosa ricostruzione che ne segue.

Leni vive a Colonia (mai citata, ma deducibile) e troverà poi notevoli difficoltà, una volta superati gli anni verdi, ad integrarsi nel mondo del lavoro, riuscendo ad impiegarsi presso un fioraio specializzato in corone per funerali, ma nemmeno la stabilità economica è per lei traguardo prioritario. Persegue gioie negate al mondo esterno, non è donna da condivisione e sceglie con furente egoismo le persone che vuole nella sua vita, percorrendo sentieri di selezione insondabili: siano esse la più eccentrica delle monache del convento, suor Rahel o il fratello-artista Heinrich, che farà una brutta fine come disertore,

Ma anche il soldato russo Boris, con il quale vivrà una temeraria storia d’amore dopo essere stata sposata per quattro giorni con un anonimo connazionale. (Alla morte di quest‘ ultimo al fronte, s’accompagna poi con un immigrato turco che oggi definiremmo operatore ecologico). Le vicende di Leni terminano a questo punto, esattamente al quarantottesimo compleanno della donna, siamo nel 1970.

Quest’opera rappresenta un’imponente operazione storiografica che abbraccia una settantina d’anni di storia germanica, sino a giungere alla data di pubblicazione. Lo fa col pretesto di raccontare un’esistenza, in questo caso l’esistenza di una donna piuttosto fuori dagli schemi non allineata, in un certo verso tanto coraggiosa quanto ingenua. Già la definizione di romanzo, dunque, che viene assegnata a “Foto di gruppo con signora”, è piuttosto impropria. Qui siamo di fronte a un vero e proprio saggio, che ispeziona senza remissione i meandri più reconditi della società teutonica, dando ovviamente ampio spazio agli anni della guerra, ma anche al post bellico, allo sviluppo industriale e quant’altro.

L’idea di Boll era dunque quella di dar vita a un personaggio simbolo che impersonasse la metamorfosi del Paese negli anni. Niente di male, per carità. La stessa tecnica è già stata utilizzata anche da scrittori nostrani, penso al Pansa di “Ti condurrò fuori dalla notte”, ad esempio. Il problema è che poi è necessario mediare le esigenze del saggio in senso stretto, che sono quelle di illustrare un avvenimento realmente accaduto con la maggior dovizia di particolari possibili, più un’eventuale ma non indispensabile presa di posizione dell’autore, con quelle della narrativa, ossia raccontare una storia inventata, suscitando emozioni e inducendo il lettore a lavorare di fantasia.

E in questo senso, la lettura di questo libro risulta assai complicata, purtroppo. Troppe, eccessive le divagazioni: per capitoli interi il lettore perde persino di vista la figura della Gruyten. Anche a livello stilistico, la cosa non è semplice. Bolt narra la storia di Leni lasciando che siano a descriverla coloro che l’hanno conosciuta;  al lettore non resta che passare attraverso le forche caudine di pagine e pagine (anche decine alla volta) piene di informazioni biografiche, connotazioni psicologiche, manie, peculiarità assortite e quant’altro su questi stessi personaggi che devono raccontare la protagonista..

Narrazione stopposa, dilatata, appena velata e alleggerita dal tono docilmente sarcastico dell’autore..un po’ poco, per renderla digeribile ed appassionante.

 
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