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un libro in quindici giorni

CARLO SGORLON - IL PATRIARCATO DELLA LUNA

3 GIUGNO 2016


In un tempo non molto lontano, quando ancora il verde prevaleva sul grigio del progresso, il bibliotecario Ermanno sposa Iva e con lei ospita in casa anche il figlio adottivo, Morvan. Un ragazzino vispo e divorato dalla curiosità circa il mondo che lo circonda e del perché delle cose, una curiosità spasmodica, inesauribile, che mette spesso in difficoltà i suoi stessi genitori e gli insegnanti della scuola che frequenta.

I genitori ritengono che abbia assimilato tali caratteristiche dal nonno Mattia, che era mugnaio ed inventore. Proprio dalla notevole quantità di materiali che il giovane reperisce nella soffitta dove il nonno lavorava, Morvan inizia la propria attività. La spiccata sensibilità per l’ambiente, l’intelligenza brillante e la capacità intuitiva che lo porterà ad impadronirsi di concetti d’importanza rilevante a livello sociale, lo spingono a portare avanti un cammino di ricerca del tutto personale.

 

 

Una specie di lotta contro i mulini a vento: in un mondo che corre a velocità supersonica e dissemina esempi di arida e avida modernità (pozzi di petrolio, disboscamenti a go-go ed edilizia selvaggia tanto per esemplificare), fonda un patriarcato inesistente, denominato “patriarcato della luna”, che punta invece a riportare la terra e la natura all’antico splendore.  Ripristinare l’ordine naturale delle cose. Dare un colpo mortale alle brutture del progresso e alle nefandezze travestite da innovazioni che porta, incentivando le invidie, le bramosie, odi e rancori, spietate concorrenze, persino malattie, guerre, distruzioni.

 

Nel frattempo trova una compagna, Noemi, vedova di Stefano, che era del tutto in antitesi con gli ideali del giovane. Il classico industriale in carriera, con il quale la donna scopre presto d’aver ben poco in comune, e cui il destino prepara una sorte crudele e beffarda. Noemi abbraccia in pieno le visioni naif un po’ pazzoidi di Morvan e ne diventa il sostegno inseparabile.

 

Quelle che si possono definire “opere di bonifica” di Morvan e la sua congrega (nel frattempo arrivano infatti altri soggetti ad aderire alla sua politica, come una rockstar assediata dai fan che pianta tutto per un sicuro anonimato) si esprimono spesso con manifestazioni clamorose. Come quando vince una macchina nuova fiammante, simbolo della motorizzazione e della velocità, e la distrugge scientificamente a martellate, sino a non lasciare una sola rondella intera. Naturalmente passa subito per pazzo e la sua notorietà assume dimensioni internazionale.

 

Un romanzo visionario, dallo stesso Sgorlon definito la più fantasiosa tra le sue opere. Il tema che vi tratta è ritrito solo in apparenza. Non solo immagina e ambisce a un mondo migliore, dando vita a un personaggio che vuole ristabilire la bellezza primaria dell’ambiente ove c’è dato di vivere; da al personaggio l’astuzia, la forza, persino talvolta la cattiveria e la furbizia per portarlo avanti sino a conseguenze inimmaginabili. E se arriverà o meno a ricreare l’isola che non c’è, non lo svelerò, naturalmente.

 

 

Nella sua seconda metà,  “Il patriarcato della luna” vira verso il metafisico, specialmente con le elucubrazioni relative alla figura di Ermanno. Sarà proprio la figura del padre adottivo di Morvan a velare di tristezza il finale della narrazione, la quale però rimane straordinariamente elusiva ed imprevedibile. Le figure, gli avvenimenti, i progetti tutto quanto è causa ed effetto del patriarcato si dipana in un caleidoscopio di colori e sensazioni dal gusto sempre nuovo, non c’è noia, malgrado le intenzioni di Sgorlon siano presto scoperte, solo una pressante, crescente curiosità.

Per leggere questo romanzo è necessario superare le ottiche delle logicità cronologiche, entrare nell’ordine di idee del tutto è possibile, non lasciare che ci si formi un sorrisetto di scherno agli angoli della bocca. L’autore stesso è consapevole che quanto illustra è lucente utopia, e pare (giustamente) non vergognarsi né preoccuparsene; ogni lettore conquistato è un punto guadagnato alla causa, per quanto utopica sia.

 

ANTONIA ARSLAN - LA MASSERIA DELLE ALLODOLE

15 MAGGIO 2016


La famiglia armena degli Arslanian nel 1915, vive in pace in Anatolia, governata dal capofamiglia Hamparzum. Ha due figli maschi: Yerwant, che s’è stabilito da tempo in Italia dove svolge la professione medica, e Sempad. Alla morte del padre i due fratelli progettano di rincontrarsi in Anatolia, leggermente turbati per via di non meglio identificate visioni tragiche di morte che Hamparzum avrebbe avuto prima del decesso.

Nel frattempo però, lo scoppio della prima guerra mondiale è destinato a turbare le loro esistenze. Il regime s’era già macchiato di stragi efferate nei confronti del popolo armeno un ventennio prima, intorno al 1895, e purtroppo la storia è destinata a ripetersi. Non appena sentono odore di bruciato, gli Arslanian fuggono al luogo denominato “Masseria delle allodole”, una specie di buen retiro in campagna, insieme al medico Krikor ed altri amici di famiglia. Un accorgimento che però non servirà, visto che alcuni soldati snideranno comunque gli Armeni nascosti. Il ventiquattro maggio compiono la strage, uccidendo tutti i membri maschi della compagnia. Un colonnello moderato, avvisato troppo tardi, farà una dura quanto vana reprimenda nei confronti degli assassini. Alle donne di famiglia non resta che tornare alle proprie case, consolate  - si fa per dire – dalla presenza di alcune lamentatrici.

Le brutte sorprese però, per il popolo armeno, o meglio quel che ne resta, non sono finite. Una volta rientrate in città, mentre s’apprestavano a riprendere la vita di sempre, alle donne della famiglia viene comunicato che dovranno andarsene verso una meta non precisata, scortate dall’esercito. La meta si rivelerà essere Aleppo, in Siria, e ovviamente si rivelerà un viaggio tragico, nel corso del quale la maggior parte delle donne saranno derubate e violentate, molte di esse addirittura uccise. La fortuna di alcune – poche – donne armene sarà di trovare ad Aleppo Zareh, il fratello di Sempad, che con l’aiuto di alcuni amici e riuscendo temerariamente a corrompere qualche soldato, riesce a nascondere in casa propria le perseguitate. Prima che però almeno per una piccola parte dello sfortunato popolo armeno si possa delineare un minimo di lieto fine, un’ultima tragedia: una zia si sacrifica per permettere ai tre piccoli nipotini di Nubar, Arussiag ed Henriette di essere scoperte.

I sopravvissuti riusciranno infine a fuggire in Italia da Yerwant. Come la stessa autrice si premura di farci sapere, nessun membro della famiglia tornerà mai più alla casa d’origine, in Anatolia. Qui il romanzo finisce. Nel 2007 ne sarà ricavata una trasposizione cinematografica a cura dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani.

Inutile sottolineare il rispetto per questo genere di testimonianza, che definire narrativa appare quanto meno impreciso, visto che trattasi di vero e proprio resoconto storico di quanto è avvenuto ormai oltre un secolo or sono in terra turca, una strage troppo spesso relegata in secondo piano dai libri di storia.

Quello che però, al di là della drammaticità dei fatti, è che per l’intera durata della narrazione, la scrittura si mantiene eccessivamente fredda, quasi distaccata, come se si trattasse di un reportage d’un cronista professionista e non invece della parola d’una diretta discendente degli uomini e donne perseguitati, torturati e uccisi in quella occasione.

Si tratta di un’opera scritta senza partecipazione emotiva. Stranamente, verrebbe da dire, dato l’argomento trattato. Il lettore assimila nello stesso modo quella che può essere la descrizione di un normale fatto quotidiano nella vita della comunità armena, come il progetto dell’incontro tra fratelli dopo tempo, e la cronaca dell’esecuzione di tutti i membri maschi della famiglia. La lettura s’appiattisce spesso, nell’ attesa d’un cambio di marcia da parte dell’autrice a livello stilistico e di coinvolgimento,  che però non arriva, e in qualche pagina affiora un’ombra di noia, appunto originata  dalla “meccanicità” con cui procede il racconto, privo di sussulti a livello emozionale.

 

FRUTTERO & LUCENTINI - LA DONNA DELLA DOMENICA

30 APRILE 2016


Primi anni settanta, Torino. L’architetto Garrone, personaggio dissoluto ed oscuro che galleggia inerte in una vita di sotterfugi ed espedienti, viene fatto fuori in casa sua tramite un corpo contundente, assai pesante, la cui forma ricorda l’attributo maschile. La rosa dei possibili candidati al ruolo di colpevole attinge principalmente dalla media borghesia cittadina. Abbiamo la coppietta composta da Massimo Campi, bohemien perdigiorno, che vive di rendita, e l’impiegato finto-intellettuale Lello Riviera. C’è poi la consorte d’un proprietario d’industria benestante,

Anna Carla Dosio, che fa della noia e della beatitudine nel sentirsi perennemente inadeguata la propria ragione di vita. Il problema è che la dolce signora ha l’abitudine, mai troppo stigmatizzata, di parlare spesso a proposito e ora il commissario Santamaria, cui vengono affidate le indagine preliminari. Peggio ancora quando i pensieri inopportuni, la nostra amica li scrive. E la polizia arriva ad intercettare una missiva inviata dalla Dosio a Campi con cui lei sottolinea la necessità di far fuori il Garrone. Naturalmente la povera svampita riderà degli ovvi interrogativi che gli inquirenti le porranno, dicendo che il far fuori si riferiva alla necessità di escludere l’architetto dalla loro pseudo cerchia cultural-progessista,

Estasiato dalla puerile giustificazione, il buon Santamaria ci dà dentro con le indagini, senza preoccuparsi di rispettare troppo la privacy della Dosio, del Campi e di altri loro raccomandabili amici. Non si può però non sottolineare come il commissario sembri subire, almeno in parte, il fascino leggiadro della donna, il che non gli impedirà di svolgere con coscienza e senza favoritismi il proprio lavoro. L’ambiguo rapporto tra i due sarà una costante della narrazione intera.

Le cose, già per nulla semplici di suo, paiono complicarsi ulteriormente nel momento in cui entra in scena un marmista rozzo ed ignorante, ma dannatamente astuto e sicuro di sé, che potrebbe aver prodotto e commercializzato l’arma del delitto. Per non farci mancar nulla, intervengono fortemente nella vicenda, col passare delle pagine, anche la turbolenta signora Tabusso, amica di Anna Carla, l’americanista Bonetto, affetto da manie suicide, e il gallerista di dubbia fama Vollero.

Mentre la polizia cerca con pazienza di far combaciare tutti i pezzi del mosaico, accade però qualcosa d’imprevisto. C’è un nuovo omicidio, vittima ne è un personaggio in fondo marginale, almeno in apparenza. Qualcosa però, nelle modalità dell’assassinio, e in particolare nel luogo, dove esso accade, accende un’efficace lampadina nella testa di Santamaria e del suo staff.

Da lì, qualcosa si muoverà in maniera irreversibile.

Siamo di fronte a quella che è in tutta probabilità l’opera più famosa e celebrata dei due scrittori torinesi. Un romanzo che ci accompagna in un lungo viaggio attraverso la borghesia del capoluogo piemontese dell’epoca, mostrandocene con la consueta arguzia e dovizia di particolari le tecniche di comportamento tramite le quali se ne muovevano i rappresentanti, senza tralasciare, anzi, puntualizzando con irriverenza le ipocrisie, i vizi, le più inguaribili tendenze al parassitismo.

Dal lato strettamente “Giallistico”, la vicenda non risulta per nulla scontata; il colpevole sarà evidenziato solo nelle ultime pagine (attenzione a non farvi fuorviare dal titolo – è pertinente nel senso della trama, ma non connota a priori una sospettata) e la logica con la quale viene incastrato impeccabile. L’unica sottolineatura che mi sento di fare è che chiamarlo giallo non corrisponde a verità. La narrazione è in realtà una godibilissima, anche se talvolta leggermente prolissa, commedia, carica di spirito e sarcasmo. Un raccontare che sborda più che volentieri nell’introspezione psicologica, giocando quasi con sadismo con le paure e le ipocondrie, gli isterismi e gli egoismi di personaggi spesso della consistenza d’un fantoccio, penosamente ignari del proprio povero nulla, che sono e rappresentano.

La trama del giallo in senso stretto si concede pause anche lunghette, tra un divertissement e una tragedia, e questo è contemporaneamente il valore aggiunto e il limite del romanzo.

 

ABRAHAM YEHOSHUA - LA SPOSA LIBERATA

12 APRILE 2016


Siamo ad Haifa, a cavallo tra il primo e il secondo millennio. Il professore Yohanan Rivlin è insegnante di storia meridionale all’università, e sua moglie Haghit è giudice distrettuale. Hanno coronato quello che si potrebbe definire un matrimonio felice con l’arrivo di due figli maschi, Ofer e Yazi. Ma sarà proprio il primogenito a causare, indirettamente, un dolore lancinante ai genitori: dopo appena un anno di matrimonio, la moglie Galia ripudia Ofer, e la causa della brusca separazione non viene resa nota. A soffrirne sarà in modo particolare Yohanan, che non si rassegnerà mai all’inopinata fine delle nozze del figlio.

Un’afflizione tenace, riaccesa ogni qualvolta ci sono contatti con il figlio, nel frattempo trasferitosi a Parigi, che non s’aspettava assolutamente la fine del matrimonio e vive in una sofferenza continua, appena addolcita dalla flebile speranza che, un giorno..

Passano quattro anni, e proprio quando Rivlin pare, assai faticosamente, a metabolizzare l’accaduto, ecco che l’improvvisa scomparsa dell’ex-suocero riaccende in lui una sete di verità che pareva sopita, e decide di agire. Nella ricerca delle vere motivazioni della separazione, Rivlin non può però contare sull’aiuto della moglie, rassegnata e razionale, convinta della cosmicità degli eventi, che si limita a star vicino, per quanto possibile, al figlio con amore, né su quella dello stesso Ofer, il quale proibisce recisamente al padre di rimettere naso nella questione, vuole solo dimenticare. Tra sotterfugi e mezze bugie, sfruttando coincidenze e ritagli di tempo, il professore si reca più volte presso l’hotel gestito dalla famiglia dell’ex-nuora, a Gerusalemme,

Una struttura ora condotta dalla figlia maggiore, Tehila, che accoglie il vecchio professore con cordialità, spesso perfino ambigua, in certe occasioni.

Ma, deludentemente, non riesce a venire a capo di nulla. Sia la ragazza che la madre (Galia, già risposata e incinta del nuovo marito, si tiene il più possibile alla larga dall’hotel) negano di conoscere le motivazioni della separazione.

Ma saranno proprio i suoi studi, o meglio, l’oggetto degli stessi, a dargli una mano fondamentale, sotto forma d’un singolare autista e un vecchio cameriere, entrambi arabi, Rashed e Fuad. Sia il primo, fratello di una promettente alunna di Rivlin, che il secondo, supereranno le naturali diffidenze che l’aver a che fare con un ebreo susciterà in loro e ne comprenderanno appieno il dramma umano. Quello che, anche grazie a loro, Rivlin scoprirà, potrà forse non piacergli, ma placherà, se non il dolore, il bisogno di ricostruire il puzzle.

S'è dibattuto a lungo negli ultimi anni se questo "La sposa liberata" sia o meno il capolavoro dell'ormai ottantenne Abraham Yehoshua. Senza inoltrarci nell'annosa questione, salta facilmente agli occhi quanto l'opera sia da annoverarsi tra le più significative dell'intera produzione dell'autore ebreo. Scritto ed edito in un periodo fondamentale (1999), in un momento in cui le prospettive di pace tra palestinesi ed israeliani parevano davvero poter superare lo stadio della speranza infinita per assurgere a realtà, il romanzo esprime l'ardente speranza del letterato d'addivenire a un tal obiettivo.

Ampi stralci della narrazione sono infatti incentrati su situazioni variegate (una festa – letture di poesie e racconti – celebrazioni assortite, ma anche vita quotidiana) nelle quali appare, evidente, idealizzato, il desiderio di una convivenza pacifica, ottimale, tra due popoli ma anche due e più fedi (compaiono persino dei cristiani). Non c’è accenno a tensioni, tantomeno a terrorismo, o fondamentalismo. Le due parti analizzano anche, in brevi oasi politicizzate, le proprie paure e le idee sul futuro, ma senza tentare mai una prevaricazione.

Yehoshua colora poi la trama base dello scritto con un paio d’intriganti colpi di scena, svela il mistero delle nozze mandate a monte al momento giusto, appena dopo aver lanciato il messaggio subliminale del libro e riesce, alla faccia delle seicento pagine, a non addormentare il lettore. Scava a fondo sulle più recondite ferite che possono colpire una famiglia, portando ad immedesimazioni persino dolorose.

 

 

 

 

ROBERT LUDLUM - IL MANOSCRITTO

25 MARZO 2016


 

 

Peter Chancellor è uno scrittore che ha la pericolosa abitudine, nei suoi romanzi, di infastidire personalità di una certa rilevanza a livello politico-economico, senza disdegnare digressioni nel campo della sicurezza. Così, dopo aver passato più d’un guaio a causa dello scritto precedente, intitolato “Contraccolpo”, con qualche personaggio di pochi scrupoli della CIA e dintorni, si troverà, grazie al nuovo libro ad aver a che fare con una serie di brutti ceffi in qualche modo riconducibili alla FBI, dal carattere irascibile e rancoroso.

 

Tutto ha inizio quando nell’ambiente si sparge la voce, non senza causare apprensione, di un nuovo progetto letterario targato Chancellor. L’uomo viene contattato subito da un gruppo di pseudo-intellettuali, denominato Inver Brass, al quale la figura dello scrittore sembra perfetta per aiutare l’associazione a portare a termine un piano ambizioso.

Pochi giorni più tardi il capo della FBI, John Hoover, viene ritrovato morto, e la causa appare subito estranea alla pur veneranda età dell’uomo, più che ottantenne. Ma le cose non vanno come previsto. Inver Brass ha fatto assassinare il capo della FBI tramite un suo uomo (Stefan Varak) per mettere le mani su alcuni files dall’archivio privato di Hoover che al gruppo faceva assai gola. Peccato però che molti, almeno la metà, di quei file, non si trovino.

Qui subentra il nostro baldo scrittore, che mette in atto la propria inconsapevole collaborazione col gruppo, collaborazione della quale si troverà presto a pentire amaramente.

Inver Brass infatti, convince Peter che il recuperare quei file sarà d’importanza capitale affinchè possa portare avanti e poi terminare il nuovo romanzo.

 

Da questo momento, inevitabilmente, il nostro protagonista si troverà invischiato in una spirale crescente di attentati, sparizioni improvvise, coincidenze che hanno del sovrannaturale. Perde in un rocambolesco incidente d’auto la fidanzata, e ne esce vivo per miracolo. Trova il tempo d’innamorarsi di nuovo, di Alison, figlia di un ex generale della FBI, scomparso in circostanze perlomeno discutibili a poco tempo di distanza dalla moglie, instabile psichica, o almeno apparentemente tale.

Proprio scavando nel passato della madre di Alison, Peter inizia a trovare qualche labile traccia, i primi timidi segnali per uscire, o almeno tentare di farlo, dal tunnel in cui s’è cacciato.  Più Peter s’avvicina ai file spariti, più la loro vita è in pericolo, ma i due non se ne renderanno conto, perché a un dato momento sarà lui stesso a spargere il terrore sulla propria strada. Man mano che proseguirà con la stesura del romanzo, incidendo su carta eventi tragici e cruenti, questi si avvereranno poi, con spaventosa puntualità…


Una action novel in pieno stile Ludlum (i diritti del romanzo per trarne un film sono stati recentemente acquisiti dal regista Marc Forster, si parla di Di Caprio nel ruolo di Chancellor), che non mancherà di soddisfare gli amanti del genere. Il  requisito indispensabile, ossia la chiarezza nell’esposizione degli eventi dal lato cronologico e semplicemente logico, viene rispettata in pieno, tanto che malgrado la complessità della narrazione, la lettura fluisce scorrevolmente.  Difficilmente evitabile, e nemmeno il grande scrittore newyorchese ne è immune, il cadere nello stereotipo dell’eroe praticamente preso dalla strada che passa indenne attraverso insidie inenarrabili, ma in questo caso Ludlum sopperisce all’ovvio con un’ingegnosa invenzione che “carica” il finale del romanzo.

La prevedibilità non ha mai fatto parte del bagaglio tecnico di Ludlum, ed anche in quest’occasione non ci si perde o annoia, grazie ad alcuni piccoli accorgimenti che il narratore adotta nei momenti chiave del racconto. Nell’attimo cioè in cui il lettore medio, mi ci metto anch’io naturalmente, pensa d’aver già capito tutto e poter scrivere il prosieguo e il finale senza ricorrere alla lettura, salvo poi…

 

PIERO CHIARA - VEDRO SINGAPORE?

7 MARZO 2016


Nei primi anni trenta, un funzionario burocratico viene destinato come “aiutante” presso la Pretura di Aidussina, oggi in Slovenia ma all’epoca compreso nel regno d’Italia. Un salto nel buio non indifferente per il giovane, che di colpo viene immesso in una realtà non soltanto sconosciuta, ma pesantemente influenzata dai quarti di luna delle numerose etnie che laggiù vivono: germanici, italiani, sloveni… Non è esattamente alle prime armi, ma la realtà che lo circonda lo disorienta. Quella del paesotto che lo ospita, con personaggi maneggioni, superbi, mai del tutto affidabili;  e quella del comando, ove non si può certo dire d’essere oberati di lavoro. Così lui s’adegua, come gli altri, a un tran tran piuttosto fiacco, tendente, il più spesso possibile, al lavativo.

 

Invece di sentirsi umiliato, deluso dal tipo di vita anonima che conduce, il nostro protagonista si cala sempre più adeguatamente nel ruolo, in pratica, di sanguisuga, cosi come la maggior parte di chi gli sta intorno. Naturalmente, non sempre quel tipo di atteggiamento paga. Le gerarchie più elevate del comando dove il giovane opera, specialmente nella figura dell’alto commissario di giustizia Mordace, talvolta compiono ispezioni a sorpresa e in quel caso son dolori. Chi lavora contrariamente alla deontologia professionale, ne paga le conseguenze. E sotto la scure passa anche il nostro protagonista, che viene cacciato dalla pretura e spostato in un’altra, a Pontebbia, d’ancora più infima conduzione, per poi finire a Cividale del Friuli, senza che s’impegni a mutare il trend.

 

Ormai il nostro passa la maggior parte del suo tempo al bar del centro. Diventa un asso del bigliardo, il che, inaspettatamente, gli apre la strada per una certa scalata sociale, accolto tra pseudo intellettualoidi borghesi mezzo falliti. Anche la vita sentimentale del ragazzo è abbastanza turbolenta; il suo vizio di correr dietro alle sottane gli sarà però fatale, quando il Mordace lo coglierà, diciamo così, in flagranza di reato proprio nell’ufficio della Pretura…al nostro viziato protagonista non resterà che dichiararsi..pazzo!

 

Nel finale, un dubbio amletico lo attraversa. Ritirarsi tra le sponde amiche del lago Maggiore, da cui proveniva o votarsi a una nuova vita, emigrando verso lidi esotici, orientaleggianti??

Uno tra i maggiori successi dello scrittore lombardo, che fa parte della sua ultima produzione (vede la luce nel 1981), “Vedrò Singapore” ripresenta ed amplifica la statura del Chiara più irridente, sarcastico, che scandaglia senza troppa cortesia la realtà di certe istituzioni minori dell’epoca fascista, cogliendone con spirito ed acutezza le più grossolane mancanze. Traccia con mano esperta la figura del protagonista, perdigiorno, irresponsabile e mai una volta che sia una alla prese con un minimo scrupolo di coscienza..

 

La componente autobiografica, ammessa dallo scrittore stesso, è certamente considerevole, delineando come l’insofferenza di Chiara verso certe cellule dell’ordine pubblico dell’epoca non rappresenti soltanto un arbitrario frutto di fantasia; in tutti i casi, preponderante è il fattore prettamente narrativo, con intrecci continui dall’effetto godibilissimo, e descrizioni di luoghi, tempi e fatti precisi ed opportuni.

Il campionario dei personaggi che l’autore ci fa conoscere, al solito, coprono vasti e differenziati campionari d’umanità.

Se il pretore Merdicchione merita il plauso del lettore per la dignità con la quale (sop)porta un cognome tanto penalizzante, la giovane Brunilde, che tanto a lungo farà palpitare il cuore del nostro protagonista sacrifica detta dignità sull’altare di una vita comoda ed altamente remunerativa, che inizia ad intraprendere non appena varca i cancelli della più rinomata casa d’appuntamenti della zona. Dignità che va e viene, in altri caratteristi; nel vecchio Palateo, frustrato da un aspetto orribile; nell’avvocato Grisella, completamente padrone di sé soltanto al momento del suicidio.

 

Il finale, enigmatico ed astuto, ribadisce principalmente il fallimento d’un intero sistema e d’un modo di vita e sigilla con un tocco d’istrionismo una delle sue opere più ficcanti.

 

 

 

 

 

 

GRAHAM GREENE - IL POTERE E LA GLORIA

21 FEBBRAIO 2016


Messico, fine degli anni trenta. Nel Paese è in corso una potente persecuzione anticattolica da parte del governo e delle forze dell’ordine. In particolare, alcuni uomini dell’esercito sono a caccia di un prete che pare imprendibile.

Il drappello di polizia incaricato della cattura del sacerdote non si fa scrupoli di mettere sotto torchio i poveri, persino donne e bambini, dei villaggi che attraversano, pur d’avere informazioni sull’oggetto della propria caccia. E’ giusto sottolineare che il soggetto in questione, malgrado l’abito talare, non sia esattamente un sant’uomo. Ama infatti lasciarsi andare a qualche bicchierino di troppo, specialmente della vietatissima acquavite, che peraltro di sfroso riesce spesso a reperire. Quello che è peggio però, è che l’uomo di chiesa, durante un momento di particolare abbruttimento morale s’è accoppiato ad una vagabonda e da quell’unione è nata una bimba.

Sono passati comunque alcuni anni da quello sbandamento. Il prete ha fatto da tempo atto di contrizione, e vive sotto il giogo costante del peso dei propri peccati. Tanto da convincersi che sia ineluttabile per lui, il pagare il male fatto con la vita, che dovrà consegnare a Dio tramite mMartirio. Per il momento però, pare riuscire a nascondersi bene. Naturalmente non è l’unico esponente clericale ad essere in una posizione critica, ma molti, come il famigerato padre Josè, che s’è coperto di colpe altrettanto vergognose ma ha scelto  la strada più sicura, rinnegando la vocazione e sposandosi.

La perenne fuga del prete avrà un epilogo, se vogliamo, non del tutto imprevedibile. A tradire il prete sarà un cristiano rinnegato, che gli chiede di tornare sui propri passi per un ultimo, irrinunciabile atto di carità cristiana: officiare l’estrema unzione a un moribondo. Nel momento in cui il protagonista accetta e segue il rinnegato, sa già di segnare il proprio destino, ma lo accetta e lo affronta, con paure e pentimenti del tutto umani, convinto dell’inevitabilità di bere sino in fondo l’amaro calice. Tutto come da copione dunque? Forse no. La fine cruenta del nostro sacerdote, quello che potremmo definirlo il sacrificio riparatore, potrebbe anche illuminare qualche mente e portare a un finale di inopinata speranza

Romanzo crudele, pesantissimo, e del tutto scomodo, per le domande che suscita, per le sfide che costringe a indire con sé stessi, soprattutto a chi si ritiene un buon cristiano (spesso a torto come il sottoscritto).

Particolarmente a partire dalla seconda metà, l’attenzione si concentra sulla figura del sacerdote e sugli interrogativi che lo premono, via via più incessantemente, man mano che si sente braccato. Con ritardo certamente colpevole, ma affrontandone le conseguenze con un coraggio spirituale che solo la consapevolezza gli dà, il prete realizza i propri errori ed è pronto a scontarne il fio.

E’ stata la solitudine, l’accerchiamento, la poca saldezza morale ad instradarlo sul cattivo sentiero, e non bisogna pensare che questo fallimento apparente non lo facesse soffrire:

Era un cattivo prete, lo sapeva; la gente aveva un nomignolo per quelli del suo genere: il prete dell’acqua vite; ma ogni fallo sfuggiva alla vista e alla mente; da qualche parte, segretamente, si accumulavano tutti: il pietrame dei suoi falli. Un giorno, supponeva, quel pietrame avrebbe soffocato completamente la fonte della grazia. Intanto andava avanti, con periodi di paura, di stanchezza, con una timida leggerezza di cuore

Ma la sua grande forza sarà poi quella di comprendere, di agire di conseguenza, di seguire fino in fondo poi il reale insegnamento che deriva dalla vocazione. Così, lentamente, realizza, decide, riparte.

Mette in guardia dalla “bellezza degli angeli brutti”, come quella ingannatrice, infida di Satana. S’adagia mite al destino che ha scelto, convinto. E terribilmente bello, e grandioso è il particolare sottolineato da Greene. La paura che resta è solo del dolore fisico, delle pallottole, ma passerà in un  attimo. Quella che resterà, è la speranza più grande, cui lui ora sente di poter anelare, è la gloria eterna.

“Il potere e la gloria” è scritto affascinante e impetuoso, impossibile da leggere senza passare attraverso le forche caudine di dolorosi esami di coscienza. Da leggere, specialmente in tempi come questi.

 
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