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un libro in quindici giorni

GRAHAM GREENE - IL POTERE E LA GLORIA

21 FEBBRAIO 2016


Messico, fine degli anni trenta. Nel Paese è in corso una potente persecuzione anticattolica da parte del governo e delle forze dell’ordine. In particolare, alcuni uomini dell’esercito sono a caccia di un prete che pare imprendibile.

Il drappello di polizia incaricato della cattura del sacerdote non si fa scrupoli di mettere sotto torchio i poveri, persino donne e bambini, dei villaggi che attraversano, pur d’avere informazioni sull’oggetto della propria caccia. E’ giusto sottolineare che il soggetto in questione, malgrado l’abito talare, non sia esattamente un sant’uomo. Ama infatti lasciarsi andare a qualche bicchierino di troppo, specialmente della vietatissima acquavite, che peraltro di sfroso riesce spesso a reperire. Quello che è peggio però, è che l’uomo di chiesa, durante un momento di particolare abbruttimento morale s’è accoppiato ad una vagabonda e da quell’unione è nata una bimba.

Sono passati comunque alcuni anni da quello sbandamento. Il prete ha fatto da tempo atto di contrizione, e vive sotto il giogo costante del peso dei propri peccati. Tanto da convincersi che sia ineluttabile per lui, il pagare il male fatto con la vita, che dovrà consegnare a Dio tramite mMartirio. Per il momento però, pare riuscire a nascondersi bene. Naturalmente non è l’unico esponente clericale ad essere in una posizione critica, ma molti, come il famigerato padre Josè, che s’è coperto di colpe altrettanto vergognose ma ha scelto  la strada più sicura, rinnegando la vocazione e sposandosi.

La perenne fuga del prete avrà un epilogo, se vogliamo, non del tutto imprevedibile. A tradire il prete sarà un cristiano rinnegato, che gli chiede di tornare sui propri passi per un ultimo, irrinunciabile atto di carità cristiana: officiare l’estrema unzione a un moribondo. Nel momento in cui il protagonista accetta e segue il rinnegato, sa già di segnare il proprio destino, ma lo accetta e lo affronta, con paure e pentimenti del tutto umani, convinto dell’inevitabilità di bere sino in fondo l’amaro calice. Tutto come da copione dunque? Forse no. La fine cruenta del nostro sacerdote, quello che potremmo definirlo il sacrificio riparatore, potrebbe anche illuminare qualche mente e portare a un finale di inopinata speranza

Romanzo crudele, pesantissimo, e del tutto scomodo, per le domande che suscita, per le sfide che costringe a indire con sé stessi, soprattutto a chi si ritiene un buon cristiano (spesso a torto come il sottoscritto).

Particolarmente a partire dalla seconda metà, l’attenzione si concentra sulla figura del sacerdote e sugli interrogativi che lo premono, via via più incessantemente, man mano che si sente braccato. Con ritardo certamente colpevole, ma affrontandone le conseguenze con un coraggio spirituale che solo la consapevolezza gli dà, il prete realizza i propri errori ed è pronto a scontarne il fio.

E’ stata la solitudine, l’accerchiamento, la poca saldezza morale ad instradarlo sul cattivo sentiero, e non bisogna pensare che questo fallimento apparente non lo facesse soffrire:

Era un cattivo prete, lo sapeva; la gente aveva un nomignolo per quelli del suo genere: il prete dell’acqua vite; ma ogni fallo sfuggiva alla vista e alla mente; da qualche parte, segretamente, si accumulavano tutti: il pietrame dei suoi falli. Un giorno, supponeva, quel pietrame avrebbe soffocato completamente la fonte della grazia. Intanto andava avanti, con periodi di paura, di stanchezza, con una timida leggerezza di cuore

Ma la sua grande forza sarà poi quella di comprendere, di agire di conseguenza, di seguire fino in fondo poi il reale insegnamento che deriva dalla vocazione. Così, lentamente, realizza, decide, riparte.

Mette in guardia dalla “bellezza degli angeli brutti”, come quella ingannatrice, infida di Satana. S’adagia mite al destino che ha scelto, convinto. E terribilmente bello, e grandioso è il particolare sottolineato da Greene. La paura che resta è solo del dolore fisico, delle pallottole, ma passerà in un  attimo. Quella che resterà, è la speranza più grande, cui lui ora sente di poter anelare, è la gloria eterna.

“Il potere e la gloria” è scritto affascinante e impetuoso, impossibile da leggere senza passare attraverso le forche caudine di dolorosi esami di coscienza. Da leggere, specialmente in tempi come questi.

 

A VOCE ALTA - BERNHARD SCHLINK

3 FEBBRAIO 2016


 

Il quindicenne Michael Berg, vive a Berlino nei primi anni cinquanta. Come ogni studentello della sua età ha una vita normale, che cerca il divertimento più che lo studio e non si fa giustamente troppe domande sui temi caldi della vita. Rientrando all’ora di pranzo da scuola, un giorno Michael sta male, s’accascia al bordo della strada e una signora di una ventina d’anni più di lui si ferma a soccorrerlo.

Si chiama Hanna e fa la bigliettaia sui mezzi pubblici. Dopo qualche primo approccio confusionario ed imbarazzato, Michael s’accorge di voler rivedere la donna, e grande è il suo stupore quando si rende conto che l’attrazione è reciproca. In breve il rapporto tra i due si cesella in una storia, piuttosto inverosimile in realtà, che mischia amore, affetto, sesso al limite della pedofilia e quant’altro. Ma proprio quando questo legame comincia a portare malumore e domande inevasa in casa Berg, s’interrompe di colpo perchè la donna svanisce. Presto peraltro, anche aiutato dalla giovane ètà, Michael se ne fa una ragione e prosegue la sua vita. Arriva al diploma e s’iscrive alla facoltà di legge. Sarà proprio questa scelta di studi a portarlo a rincontrare Hanna, anche se certamente non nel modo in cui lui avrebbe voluto. La ritrova traumaticamente nel 1967 in un’aula di tribunale, accusata di non aver impedito, insieme ad altre donne „assistenti“ delle SS, lo sterminio di alcune centinaia di ebrei rimasti rinchiusi all’interno di una chiesa, circa trecento persone. Al nome di Hanna e le altre, la polizia è risalita grazie al ritrovamento di un diario di una sopravvissuta. E’ in occasione del processo che Micheal scopre qualcosa che la donna gli aveva tenuto nascosto, ossia il fatto che lei fosse analfabeta. Ecco perchè, ricorda ora il giovane, non si stancava mai di ascoltarlo leggere opere di letteratura di massimo livello tra cui Omero, Cechov e altri sommi autori. Questa condizione potrebbe far pendere a suo favore le sorti del procedimento penale, ma lei non la sfrutta.Tantomeno Michael si fa avanti per farlo notare.Dopo vent’anni di galera, e dopo aver ripreso i contatti con Berg, nel frattempo sposato, separato e infelicemente irrealizzato nel proprio lavoro, Hanna si suicida il giorno stesso della scarcerazione.

Quest’opera ha ottenuto ampi consensi internazionali, eppure devo ammettere con onestà che non mi ha particolarmente impressionato. La principale connotazione negativa, è che a mio parere il romanzo manca del tutto di pathos. Non smuove, non macera; sembra un trattato di mera cronaca, una storia presa a piè pari da un archivio statale che si limita a registrare.

E’ un ricordo inventato di una situazione inverosimile, ma il lettore non si ferma a pensare, a immaginare. Non c’e passione, è scritto con stile piuttosto freddo, manca di particolari in molti punti, particolari non proprio di secondo piano, che avrebbero potuto servire per una maggior comprensione della storia. Invece, tanto per fare degli esempi, buio totale sulla famiglia di Michael, quella di origine e quella che forma, della moglie e figli si conoscono a mala pena i nomi. Quasi come sopra per Hanna. Praticamente non esistono altri personaggi. E’ una grossa occasione persa in questo senso, sembra scritto sbrigativamente. A parte l’improbabilità della passione infuocata tra una donna matura e un adolescente, si poteva partire da un contesto più verosimile. Inverosimile anche il fatto che Hanna preferisca la carcerazione dura pur di non svelare il proprio analfabetismo, in fondo.

Una lettura troppo semplice e tra virgolette leggera, del tutto priva di introspezione, e per una tematica come quella trattata è un difetto non da poco. Come s’è finito, si passa direttamente ad altro. Resta poco, ed è un peccato. Una turbata elaborazione interiore dovrebbe essere la naturale conseguenza di questo tipo di letture, ed è esattamente ciò che “A voce alta” non suscita.

 

 

 

 

HEINRICH BOLL - FOTO DI GRUPPO CON SIGNORA

19 GENNAIO 2016

Per ammissione dello stesso autore, "Foto di gruppo con signora“ è stato scritto per tinteggiare il ritratto più possibile fedele della società tedesca tra gli anni sessanta e settanta, prendendo a pretesto la vita di una signora intorno ai cinquant’anni, Leni Gruyten. Una donna piacente e sveglia, che però non riesce a ritagliarsi il posto di rilievo che in detta società meriterebbe in quanto, sue parole "non capisce il mondo“.

La narrazione ha inizio agli sgoccioli dell’ottocento: vengono riportate alcune vicende essenziali riguardanti la sua famiglia di origine, sino alla nascita di Leni, nel 1922. La protagonista attraversa una crescita piuttosto classica, per quelli che erano gli schemi dell’epoca. Con l’età però, sviluppa una particolare predilizione per valori astratti, isole di minimalismo del tutto incompatibili con le angoscianti tematiche esistenziali vissuti chi come lei vede attraversata la propria gioventù da un conflitto mondiale e la faticosa, dolorosa ricostruzione che ne segue.

Leni vive a Colonia (mai citata, ma deducibile) e troverà poi notevoli difficoltà, una volta superati gli anni verdi, ad integrarsi nel mondo del lavoro, riuscendo ad impiegarsi presso un fioraio specializzato in corone per funerali, ma nemmeno la stabilità economica è per lei traguardo prioritario. Persegue gioie negate al mondo esterno, non è donna da condivisione e sceglie con furente egoismo le persone che vuole nella sua vita, percorrendo sentieri di selezione insondabili: siano esse la più eccentrica delle monache del convento, suor Rahel o il fratello-artista Heinrich, che farà una brutta fine come disertore,

Ma anche il soldato russo Boris, con il quale vivrà una temeraria storia d’amore dopo essere stata sposata per quattro giorni con un anonimo connazionale. (Alla morte di quest‘ ultimo al fronte, s’accompagna poi con un immigrato turco che oggi definiremmo operatore ecologico). Le vicende di Leni terminano a questo punto, esattamente al quarantottesimo compleanno della donna, siamo nel 1970.

Quest’opera rappresenta un’imponente operazione storiografica che abbraccia una settantina d’anni di storia germanica, sino a giungere alla data di pubblicazione. Lo fa col pretesto di raccontare un’esistenza, in questo caso l’esistenza di una donna piuttosto fuori dagli schemi non allineata, in un certo verso tanto coraggiosa quanto ingenua. Già la definizione di romanzo, dunque, che viene assegnata a “Foto di gruppo con signora”, è piuttosto impropria. Qui siamo di fronte a un vero e proprio saggio, che ispeziona senza remissione i meandri più reconditi della società teutonica, dando ovviamente ampio spazio agli anni della guerra, ma anche al post bellico, allo sviluppo industriale e quant’altro.

L’idea di Boll era dunque quella di dar vita a un personaggio simbolo che impersonasse la metamorfosi del Paese negli anni. Niente di male, per carità. La stessa tecnica è già stata utilizzata anche da scrittori nostrani, penso al Pansa di “Ti condurrò fuori dalla notte”, ad esempio. Il problema è che poi è necessario mediare le esigenze del saggio in senso stretto, che sono quelle di illustrare un avvenimento realmente accaduto con la maggior dovizia di particolari possibili, più un’eventuale ma non indispensabile presa di posizione dell’autore, con quelle della narrativa, ossia raccontare una storia inventata, suscitando emozioni e inducendo il lettore a lavorare di fantasia.

E in questo senso, la lettura di questo libro risulta assai complicata, purtroppo. Troppe, eccessive le divagazioni: per capitoli interi il lettore perde persino di vista la figura della Gruyten. Anche a livello stilistico, la cosa non è semplice. Bolt narra la storia di Leni lasciando che siano a descriverla coloro che l’hanno conosciuta;  al lettore non resta che passare attraverso le forche caudine di pagine e pagine (anche decine alla volta) piene di informazioni biografiche, connotazioni psicologiche, manie, peculiarità assortite e quant’altro su questi stessi personaggi che devono raccontare la protagonista..

Narrazione stopposa, dilatata, appena velata e alleggerita dal tono docilmente sarcastico dell’autore..un po’ poco, per renderla digeribile ed appassionante.

 

STEPHEN KING - MISERY

24 DICEMBRE 2015


Colorado, giorni nostri. Paul Sheldon è un celebre scrittore che deve buona parte del suo successo ad una serie di romanzi popolari che vedono protagonista Misery Chaistain. Un giorno di fine autunno, nel corso d’un improvvisa tempesta di neve, perde il controllo della propria vettura e si schianta nella campagna già imbiancata. Non è ancora il suo momento però: a salvarlo provvederà una un’infermiera che abita nei paraggi, Annie Wilkes. Riesce ad estrarlo dall’auto e a curarlo nella casa isolata in cui vive dopo la separazione dal marito.

Che però questo salvi la vita dell’artista, è tutto da vedersi. La buona Annie non è infatti che una pazza psicopatica, il cui passatempo preferito è proprio leggere le belle storie che hanno Misery come protagonista. E il fatto che la sua eroina debba morire, nelle nuove avventure che ha appena terminato di leggere, non le va giù per nulla.

Il buon Paul viene si curato, ma appena riconosciuto viene legato e immobilizzato, cadendo dunque alla mercè della matta.

Comincia, per il povero Sheldon, un oscuro periodo di abusi e violenze psicologiche, e talvolta anche fisiche. La Wilkes, senza la minima intenzione di liberare l’autore nemmeno quando si sarà rimesso, lo obbliga inoltre a bruciare la (unica!) copia manoscritta del suo nuovo libro, “Bolidi”.

Non contenta, obbliga Paul ad iniziare di punto in bianco un nuovo romanzo, nel quale dovrà riuscire a far rivivere Misery, in modo da rimborsare almeno in parte la donna e “la schiera degli affezionati distrutti dal dolore” della grave perdita.

Paul capisce fin da subito che non solo gli conviene obbedire alla furia paranoica della sua persecutrice, inventandosi di punto in bianco una trama credibile, ma si rende anche conto che questo non lo metterà necessariamente al sicuro dalle angherie pazzoidi della Wilkes, e l’angoscia si impadronisce di Sheldon giorno dopo giorno.

Eppure riesce a rimanere lucido e a non perdere la speranza di fuggire. Cerca di scoprire come liberarsi nel corso di brevi assenze da casa della Wilkes, muovendosi con grandi fatiche e dolori alla ricerca di una via d’uscita. Purtroppo, i suoi tentativi sono destinati ad essere frustrati. Quando Annie s’accorge che Sheldon lascia temporaneamente l’angolo in cui è stato confinato, lo menoma, tranciandogli un piede, e fa fuori un agente che era arrivato a casa sua nel corso delle indagini.

Il merito più grande di King in questo romanzo è di riuscire a mantenere la tensione ad un elevatissimo livello di guardia, malgrado in effetti la narrazione si giochi costantemente su due soli personaggi, per giunta in uno spazio assai limitato. E’ maestro nel chiudere al protagonista, per lunghi tratti del racconto, ogni spiraglio di possibile libertà, frustrandone le speranze con nuovi colpi di lucida follia da parte della Wilkes, che si dimostra tutt’altro che una sprovveduta, essendo bensì perfettamente in grado di impostare e mettere in pratica il suo piano malsano. La personalità dell’ex infermiera viene sviscerata a dovere, ed è interessante notare come la sua pericolosità sia tanto più maggiore laddove pare perdere presa. Sheldon impara presto che c’è solo da perderci a cercare un inganno nei suoi confronti, persino a livello letterario; Annie è talmente addentro nella parte di salva-Misery da accorgersi persino, leggendo le bozze del romanzo che sta nascendo, quando lo scrittore non è artisticamente corretto o coerente, nel tratteggiarlo. Soprattutto, non cala mai la guardia, nemmeno quando il romanzo sembra finalmente corrispondere alle sue folli esigenze

La situazione a questo punto lascia strada a un finale doppio, forse non del tutto inatteso ma nemmeno tristemente prevedibile.

Un finale leggibile e interpretabile in più versioni, comunque sigillo di un’opera che trasuda sedizione psicologica quasi da ogni pagina, reso poi magistralmente su pellicola dal regista Rob Rainer.

 

SAUL BELLOW - IL DONO DI HUMBOLDT

10 DICEMBRE 2015


 

 

 

Charlie Citrine è uno sceneggiatore (ma anche commediografo e scrittore) che all’alba dei ’70 raggiunge il punto più alto, a livello di successo, della propria carriera. La sua esistenza corrisponde al prototipo dell’intellettualoide di mondo: levatura morale in fondo non eccelsa, frequentazioni discutibili (mezzi mafiosetti col vizio di distruggere autovetture di lusso), divorzio milionario sul groppone. Vita mondana, sorrisi a comando, ipocrisia; eppure un tempo Citrine non era così. Aveva avuto un grande maestro, che avrebbe voluto instradarlo per un sentiero del tutto diverso.

Fin da quando era ancora molto giovane, Charlie aveva un idolo, un poeta maledetto, Humboldt von Fleisher, di chiare origini teutoniche, che ne era l’esatto contrario: chiuso, solitario, geniale, indefesso ricercatore dell’arte in senso stretto al dì là del consenso di pubblico. Quando ancora Charlie è all’inizi della carriera, gli aiuti e i suggerimenti di Humboldt sono manna dal cielo, e per via di quella strana alchimia che lega a doppio filo personaggi in apparenza lontani anni luce, si sviluppa tra loro un legame molto forte, quasi viscerale.

Alla morte di Humboldt, il poeta lascia a Charlie un’eredità che potrebbe avere un valore inestimabile, e Citrine vi si butta a capofitto, anche per sfruttare il momento favorevole che la sua carriera sta vivendo grazie ad una commedia di enorme successo “Von Trenck”, apologia dello stesso Humboldt.

Raggiungere il lascito (artistico – economico – non è dato sapere…) sarà, per Citrine, un’impresa tutt’altro che semplice.

Dovrà passare attraverso una serie inenarrabile di vicende stravaganti, districandosi prima dalle mire di Rinaldo Cantabile, sotto la cui ala nefasta percorrerà la linea sottile che separa legalità e malaffare, poi da quelle di pseudo-amici (George Swiebel e le sue fisime socio-politiche, tanto per fare un esempio), infine da quelle (le peggiori) dell’ex-moglie Denise e i suoi avvocati senza scrupoli. Sempre uscendone con le ossa piuttosto malandate, se non proprio rotte.

Le vicissitudini che Citrine attraversa nel corso della narrazione, che oltretutto lo portano anche al di là dell’Atlantico per un viaggio in Europa che si dimostrerà del tutto inconcludente se non nocivo, lo riducono in uno stato piuttosto prossimo al lastrico, prima che riesca a recuperare il “tesoro nascosto” del vecchio maestro. Se riuscirà nell’impresa, e a che prezzo, lasciamo scoprire al lettore.

Nei personaggi di Citrine e Humboldt si riconoscono le figure dello stesso Bellow e di Delmore Schwartz, il celebre poeta di origini rumene esaltato per il genio inarrivabile e protagonista di una discesa inarrestabile verso l’oblio in età ancora relativamente giovane. Il raffronto e l’amicizia – combattuta e radicale, inestinguibile e crudele - tra due dei massimi esponenti culturali nel dopoguerra statunitense, agli antipodi per carattere e ambizioni, è in realtà il brillante pretesto adottato dall’autore per tracciare la figura del letterato nella società americana.

Un letterato che s’aggira in un universo diviso tra speculatori, scaltri calcolatori e pazzi affascinanti idealisti; ne studia la convivenza, irrazionale, grottesca ma necessaria per mantenere un equilibrio vitale. Ne resta blandamente interessato, se ne trattiene ai margini. Stabilisce che non può ergersi a giudice arbitro di alcuna delle due fazioni ma nemmeno riesce a riconoscersi in nessuna di esse, rivendicando la propria (discutibile, forse patetica) appartenenza a un’elite superiore e inaccessibile, che gli permette d’osservare con distacco e sarcasmo l’esistenza che gli scorre intorno.

Un romanzo, in retrospettiva, la cui trama, peraltro non esile, serve da cassa di risonanza per illustrare, con dovizia di particolari, le posizioni più cosmiche di Bellow, all’epoca sessantenne e dunque nel pieno della maturità artistica. Vita, arte, società: tesi espresse con entusiasmo e umorismo in un monologo che perdura anche per pagine intere, sovrastando i dialoghi. Bellow si dimostra in alcune parti forse leggermente logorroico, ma se il lettore riesce a entrare in sintonia con il suo modo di narrare, un po’ guascone, mai drammatico malgrado l’estrema serietà di certune divagazioni, così fintamente stralunato, rischia di non accorgersene neppure.

 

GIAMPAOLO PANSA - TI CONDURRO' FUORI DALLA NOTTE

22 NOVEMBRE 2015


Abituato a destreggiarsi tra l’attività di saggista, giornalista e romanziere, Giampaolo Pansa indossa quest’ultima veste con più frequenza alla fine degli anni novanta e se ne esce con un romanzo, “Ti condurrò fuori dalla notte”, che racconta la storia di Bruno Viotti, un giornalista che ha vissuto in prima persona, sul campo, la macabra parabola del terrorismo italiano.

Proprio quando la stagione più cruenta sembra ormai alle spalle e le pagine più nere fanno parte dei libri di storia, il nostro giornalista sparisce. Così, improvvisamente, non dà più tracce di sé, lasciando interdetti i colleghi di lavoro e i compagni di mille battaglie a colpi di editoriali. Potrebbe sembrare una coincidenza, ma la sparizione del Viotti è di pochissimo successiva all’omicidio di Walter Tobagi (Collega di Pansa nella vita reale).

La repentina scomparsa di Viotti pare destinata nel corso delle settimane ad un’archiviazione definitiva, ma qualcuno da oltralpe sembra intenzionato, o meglio intenzionata, a saperne di più. A tal uopo, la giovane giornalista Angela Mercier sbarca a Milano, alla redazione giornalistica che ha avuto per ultima Bruno Viotti alle proprie dipendenze, e inizia una ricerca assidua, testarda, che la porterà in giro per mezz’Italia, sino in Sardegna.

Malgrado il Viotti abbia la fama di sciupa femmine, non è per motivi sentimentali che Angela lo cerca tanto intensamente. I motivi sono famigliari: la giovane potrebbe aver ragione di credere, per certe indagini che ha condotto, che Bruno possa essere suo padre. Quando alla fine Angela riesce a ritrovare il giornalista, vivo e vegeto, impiega non poco a superare la ritrosia iniziale dell’uomo, che da principio fatica ad accettare quella che definisce un’intrusione nella propria privacy. Nel momento in cui però la donna svela al Viotti le ragioni che l’hanno spinta a cercarlo tanto ostinatamente, Bruno pare aprire uno spiraglio a quello che potrà dimostrarsi un inattesa, luminosa alternativa di futuro, e pian piano accetta la novità.

Non che questo, ovviamente, potrà metterlo al sicuro dai fantasmi dell’oscuro passato ai quali ha cercato di fuggire. Proprio insieme ad Angela dovrà affrontare un nuova insidia. E da qui in poi, ad uso e consumo del lettore, meglio fermarsi con la trama.

Nella figura di Bruno Viotti non è complicato riconoscere lo stesso autore, se non dal lato umano, per il quale ovviamente non s’è in diritto né nella possibilità di stilare paralleli, ma certamente dal lato professionale: Giampaolo Pansa, stimato giornalista che ha vissuto in prima linea, dalle colonne del “Corriere della sera”, la sanguinosa epopea del terrorismo italiano, e non solo.

E’ a Viotti che Pansa affida il desiderio che deve aver provato, soffocandolo certo con irriportabili difficoltà, di lasciare uno scenario di morti crudeli e insensate e ricrearsi una nuova identità lontano da quella ribalta politico-intellettuale colorata di sangue.  Con tutto ciò, la lettura non è cruenta, solo occasionalmente e in genere dalla metà in poi permeata di tensione.

Un’idea che avrebbe potuto funzionare, se non fosse per la forma, purtroppo talvolta addirittura imbarazzante.

Ecco un piccolo campionario di espressioni presenti nel romanzo, tra il dialettale e l’inventato:

“la libertà di contarle la rava e la fava / quell’aria da sgenato / uno di quelli che ti stuffiano di cortesia/ perché fai la faccia diffiziosa?/ una di quelle donne che sgonfiano la piva….vogliose di slumare dentro le faccende…/la mattina il cielo si presentò scarufento/ Angela si rivestì ancora mezza insognarata/ assolutamente niente sbanfò Angela/ Sbagnassata di sudore..”

Altrove troviamo periodi con costruzioni non esattamente da Nobel: “Angela l’azzannò con un sorriso”.

“Ti condurrò fuori dalla notte” è un saggio romanzato, che parte da una buona idea e arriva al cuore del lettore, che indovina la pena del protagonista, la condivide e gioisce con lui per il nuovo corso che intraprende. Ma certi strafalcioni letterari, alcuni termini strampalati e grossolani, risultano del tutto nocivi alla lettura e pesano sul gradimento della narrazione.

 

GABRIEL GARCIA MARQUEZ - L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA

4 NOVEMBRE 2015

 

Nel paradiso (quasi) incontaminato dei Caraibi, a cavallo tra 19 e 20esimo secolo, s’incrociano le vicende di Florentino Ariza e Fermina Daza, sedici e tredici anni, che si fidanzano ufficialmente, come s’usava all’epoca, praticamente senza manco essersi mai visti. Una storia platonica che non avrà un seguito, visto che, crescendo, Fermina si sposerà con il pregiatissimo dottor Juvenile Urbino.

Non per questo, peraltro, il buon Florentino s’arrende.  Si dedicherà, nel corso di oltre mezzo secolo, ad una irriducibile, ferrea, fiduciosa attesa dell’amata, confidando che il destino o chissà cosa gli permetterà prima o poi di coronare il sogno d’amore.

Alle ultime pagine del romanzo, perché sennò è inutile, il lettore potrà scoprire se la battaglia sarà vinta.

Nelle trecento e passa pagine che stanno in mezzo, le vite dei protagonisti vengono passate al setaccio con dovizia di particolari. Fermina si consegna, dietro abili manovre diplomatiche del padre Lorenzo ancora abbastanza giovane alle amorose cure d’un medico famoso, il dottor Urbino, cadendo vittima del più classico esempio di matrimonio combinato. In un primo momento questo pare condurla all’infelicità; col passare degli anni invece le striature piccolo borghesi della sua esistenza tendono a darle un senso di completezza, di rifugio. I figli che concepiscono e crescono sono la proiezione della loro vita rassicurante e ripetitiva.

Altro discorso per Florentino.

Non appena realizza che la sua promessa sposa s’è accasata altrove, reagisce con razionalità. Giura, cosa che effettivamente fa, che attenderà Fermina a vita, ma intraprende fin da subito una brillante e ininterrotta carriera da latin lover. Per il suo giaciglio passano femmine d’ogni tipo, sino a sfiorare la pedofilia, visto che vi ospita anche anche una mezza parente, che sfiora a malapena i quindici anni.

Ma l’ossessione di Fermina torna periodicamente, e costantemente, ad attaccarlo. Anche perché, altri grattacapi pare non averne: la sicurezza economica non costituisce un problema (ottiene in maniera inopinata la presidenza di una compagnia fluviale), non ha famigliari a carico (non ha mai conosciuto il padre e perde la madre relativamente presto) e utilizza la compagnia femminile come anestesia per difendersi dal Pensiero Fisso.

Fino al punto in cui, di colpo, Florentino realizza che il suo sogno è ancora realizzabile: basterà ribadire all’amata la propria fedeltà non appena, sperando che avvenisse al più presto, il buon Urbino tirerà le cuoia, liberando di fatto Fermina dal vincolo matrimoniale.

Il fatto è che l’auspicio di Ariza, nemmeno troppo tempo più tardi si avvera. Mancando forse un po’ di tatto, ma non certo di coerenza, l’uomo si precipiterà a casa dell’ormai vedova Urbino per manifestarle il proprio indomito, ormai ultracinquantenario, sentimento d’amore. E da lì…

“L’amore ai tempi del colera” racchiude pressoché per intero le peculiarità dello stile narrativo di Marquez. La narrazione non è mai essenziale, ridotta all’osso. Praticamente ogni ambientazione viene sviscerata con cura e abbondanza di particolari; per ogni personaggio che si incontra, di primo o secondo piano che sia, al lettore viene messa a disposizione una biografia estensiva, perdurante anche pagine intere. Una caratteristica che risulta quasi sempre funzionale alla narrazione; soltanto in alcuni, sporadici casi, capita d’inciampare in ridondanze descrittive delle quali si potrebbe francamente fare a meno.

Per quanto riguarda invece il contenuto della narrazione in senso stretto, non si tratta, e risulta abbastanza evidente sin dalle prime cinquanta/sessanta pagine, d’un romanzo d’amore. Certamente non è amore quello di Fermina, che fino alla “dichiarazione” finale, non parla praticamente mai con Florentino. Ma anche quello del ragazzo, assomiglia molto di più ad uno strano tipo d’ossessione, non canonica, totalizzante, non da veglie insonni o pianti disperati. Un’ossessione da puntiglio, da questione di principio, qualcosa che hai dato la tua parola e devi mantenere a tutti i cosi. Una fissazione asciutta e lucida, come asciutto e lucido è il piano che Florentino concepisce per ottenere finalmente il si della Daza. C’è calcolo e freddezza, invece che istinto, impulsività e frenesia.

E l’Ariza, che nei lunghi cinque decenni d’attesa non si mantiene certo illibato per riguardo alla sua amata, non genera certamente sentimenti di solidarietà e compassione, la sua figura suona a lungo andare tetra, egoistica, scostante.

Un romanzo atipico, e comunque stopposo e abbondante, nello stile di “Cent’anni di solitudine”, ma la capacità di Marquez resta quella di renderlo leggibile e persino scorrevole, per quanto non certo drammatico e struggente.

 
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