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un libro in quindici giorni

KEN FOLLETT - NOTTE DELL'ACQUA

21 SETTEMBRE 2016


Clipper è il nome di un idrovolante realmente esistito, che al momento della sua creazione, negli anni trenta, aveva una capienza di circa settanta persone e si stendeva per oltre trenta metri di lunghezza. Nel settembre del trentanove, il velivolo sta per affrontare uno dei viaggi più difficili e delicati, la rotta Southampton  - New York, che comprende anche due scali, in Irlanda e a Terranova.

Siamo agli albori della seconda guerra mondiale, nel momento in cui l’inghilterra si schiera contro la Germania. A bordo del Clipper prendono posto esemplari di svariata umanità, ognuno dei quali con ottimi motivi per lasciare il continente e cercare rifugio nel Nuovo Mondo. Tra di essi, lord Oxenford, fascista, con l’intera famiglia, costituita dalla moglie e tre figli poco più che adolescenti. Non tutti però sono disposti a seguire il padre oltreoceano, e infatti la famiglia non partirà al completo. La sorella maggiore Elisabeth resterà a terra, decisa a perseguire sul campo gli intenti hitleriani che l’affascinano da sempre, mentre la minore Margareth, socialista e comunista, pur aberrando le atrocità della guerra vorrebbe restare per dar man forte agli antifascisti, ma non riesce a ribellarsi all’autorità paterna. Il clipper ospita anche personaggi che poco o nulla hanno a che spartire col conflitto mondiale. Un triangolo amoroso costituito dalla moglie, l’amante e il marito di lei che in circostanze grottesche riesce ad imbarcarsi per il Clipper, quando già i piccioncini speravano di  poter mettere qualche migliaio di chilometri tra loro e il poveretto. C’è anche spazio per un povero ladruncolo denominato Harry Marks, ricercato per un furto di gemelli e braccato dalla polizia londinese che preferisce la fuga negli USA piuttosto che pagare il proprio conto con le forze dell’ordine di Sua Maestà. Una volta a bordo purtuttavia, il buon Harry riuscirà ad infilarsi in un guaio se possibile ancora maggiore. Inutile dire che le gustose problematiche che riguardano la disparata umanità a bordo del clipper, non sono niente in confronto a quanto sta per accadere sullo stesso idrovolante. Si da infatti il caso che ospite del velivolo ci sia anche un pericoloso criminale, scortato da un agente della FBI, entrambi sono ovviamente sotto falsa identità. La manovra però, teoricamente del tutto segreta, viene a conoscenza di una pericolosa banda di criminali con sede a New York, i quali sono intenzionati a liberare l’ostaggio. Per far ciò, non esitano a ricattare il motorista del clipper, Eddie Deakin. Gli rapiscono la moglie e gli fanno pervenire degli ordini farà bene ad eseguire, affinchè la donna venga liberata. Il problema vero, e stavolta riguarda tutti, è che per obbedire, il buon Eddie dovrebbe violare le procedure di bordo e mettere a repentaglio la vita dei passeggeri.

Le peculiarità principali della scrittura di Follett ci sono tutte. Folti background di presentazione e istradamento, che spesso durano capitoli interi; adrenalina in dose massiccia, intrecci insistiti, sapienti, spruzzate di sesso inserite in pertugi inattesi. Non tradisce, insomma. Se proprio dovessi muovere un appunto a “Notte sull’acqua”, potrei rimarcare come il fatto della guerra in sé, che in fondo è il fattore scatenante dell’intera vicenda, passa fin da subito in secondo piano nell’economia della narrazione; gli innamoramenti dei protagonisti per ideologie contrapposte non portano poi a sviluppi di alcun genere, palesando che il conflitto non è altro che una sorta di pretesto narrativo.

Ma le storie sono appassionanti e i colpi di scena nella seconda parte del romanzo frequenti e logici, quasi consequenziali. Talvolta grottesco, come nelle corse contro il tempo per alcuni passeggeri per arrivare in tempo per i decolli, ma mai inverosimile; arguto a livello psicologico, particolarmente nei conflitti famigliari, specialmente nell’impari confronto tra Elisabeth e Margareth. L’azione non è mai stagnante e il finale è ricoperto della doverosa tensione. Non un capolavoro, ma un racconto ispirato e interessante.

 

 

LETIZIA TRICHES - GIALLO TRASTEVERE

1 SETTEMBRE 2016



Siamo nella Roma da bere, intorno alla metà degli anni ottanta. Il centro della nostra storia è un villino in zona Monteverde, abitato dalla famiglia borghese dei Venturi. Mara e Clara sono due sorelle molto diverse tra loro: la prima, bella e tormentata, sposa Luigi, industriale milanese e si trasferisce con lui nel capoluogo lombardo. La seconda, di carattere forte e pratico, non ha legami sentimentali ed avverte più di ogni altro appartenente alla famiglia, il legame con la casa patriarcale.
Alla morte di Luigi, Mara torna nella capitale rioccupando il posto nel villino che è sempre stato suo. Ma torna con le sue due figlia, Ambra, la maggiore e Roda, la seconda, e anche queste due sorelle sono caratterizzate da profonde differenze. Tanto Ambra e taciturna, introversa, piuttosto reticente a mettersi in mostra, quando la sorella ama mettersi in mostra, favorita anche dalla notevole avvenenza, frequentando la società mondana e vivendo un'esistenza del tutto sopra le righe. Fin troppo, forse, se è vero che, nel bel mezzo della più notevole nevicata che la capitale ricordi, la sera del 10 febbraio 1986, il cadavere di una giovane viene rinvenuto proprio nel giardino imbiancato della villa dei Venturi: è quello di Roda.
A cercare di fare luce sulla vicenda, il colonnello Angelo Pietracola, che nel corso delle indagini verrà coadiuvato da un aiutante speciale, il figlio Anand, neolaureato. Il Pietracola ha un ulteriore stimolo per riuscire nelle indagini: circa vent'anni prima, la moglie indiana Mahima, prima di morire d'un male incurabile, aveva contribuito all'allattamento della piccola Roda, che di fatto era sorella di latte di Anand. Per il colonnello, tornare nel villino dei Venturi rappresenta anche una sorta di emozionante catarsi in un passato che credeva dimenticato per sempre.
Peccato per lui però, che la storia si complichi, e neanche poco. A nemmeno tre mesi dalla morte della giovane, un altro decesso alimenta la scia di sangue che la storia lascia dietro di sè: a perdere la vita stavolta è il nuovo fidanzato di Mara, il quarantatreenne Walter Lago, il cui corpo viene ritrovato privo di vita in casa propria. L'estensione delle ricerche porta Pietracola ad indagare in ambienti oscuri, col coinvolgimento di spacciatori di droga e rampolli in carriera in odore di pedofilia...


La penna di Letizia Triches, dopo aver raccontato gli oscuri intrighi sviluppatisi all'ombra del Vesuvio in "Verde napoletano", punta i fari sulla capitale e traccia una trama dagli intrecci coinvolgenti e una corposa serie di colpi di scena, specialmente dopo la scoperta del secondo omicidio. (C'è stato intorno alla metà del romanzo anche un gatticidio, all'apparenza innocuo e slegato dal senso della narrazione, che sarebbe un grave errore ignorare). Parallelamente è interessante notare l'evolversi dello stato d'animo dei Pietracola, che più sviscerano i meandri della squallida realtà che si para loro incontro, più riaprono cassetti della memoria che credevano sigillati e rendono ancora più compresso il loro compito. Tanto che proprio alla fine del romanzo dovranno prendere una decisione difficile e impegnativa, per cogliere la quale dovranno considerare la divisa e il codice ma anche un senso d'umanità e pietà che la loro professione è tenuta a sacrificare.


Il regista occulto di questa trama, complicata ed avvolgente, è, come nei gialli più riusciti, uno tra i personaggi dalla personalità meno spiccata, e anche qui la capacità della Triches di sondare le frastagliate peculiarità dell'intimo umano porta a risultati appassionanti. Un libro consigliato agli amanti del genere, ma da non prendere sottogamba; se lo leggerete con noncuranza sotto l'ombrellone rischierete di perdere un filo che non saprete più riannodare.

 

ALDO PALAZZESCHI - SORELLE MATERASSI

24 LUGLIO 2016

 

 

 

Nei primi anni del novecento, a Coverciano, hinterland  di Firenze, le due sorelle Materassi, Teresa e Caterina sono due celebri ricamatrici e sarte. Possono vantare una clientela esigente e raffinata, scelta dal fior fiore della borghesia fiorentina, per la quale producono in continuazione completini intimi, da sposa e tutta la più ampia gamma di biancheria di lusso. La loro opera è talmente precisa ed elegante che la voce della loro abilità si sparge ben oltre i dintorni del capoluogo toscano. Prima  era solo per passione, ma col passare del tempo diventa sempre più una necessità, per Teresa e Carolina, il restare chine per l’intera giornata sulla loro macchina per cucire nel tentativo di soddisfare le richieste. Tanto è vero che a un dato momento le sorelle si trovano costrette a rifiutare gli ordinativi in eccesso, scegliendoli accuratamente tra quelli della clientela meno “importante”.

Insieme a loro vive una terza sorella, Giselda, che però non fa parte della società. Imbruttita interiormente da una pessima esperienza sentimentale,

la terza sorella non riesce a trovare con le prime due un dialogo di comprensione e aiuto reciproco, innalzando tra sé e le sarte un muro invalicabile di incomunicabilità. A completare la famiglia c’è la vecchia domestica Niobe, fedele e saggia, da sempre e per sempre al servizio di Carolina e Teresa.

Tutto sembra procedere normalmente sino a quando un fattore imprevisto invade la vita delle sorelle. Una quarta sorella, Augusta, che s’è trasferita in Abruzzo e della quale nulla si sa più da anni, è in punto di morte e sta per lasciar solo un figlio adolescente, Remo.

E’ fin da subito lampante che il giovanotto, rimasto solo al mondo, non può che seguire le zie sulla via del ritorno per la toscana, ed entrare ufficialmente a far parte della famiglia Materassi.

Questo punto è lo spartiacque della vicenda.

 

La sua personalità brillante e disinvolta, i modi di fare eleganti, il sorriso perenne stampato sul volto e una certa avvenenza fisica, stregano le due inflessibili sorelle sin dal primo momento. La sua presenza ammiccante, spesso equivoca, riesce lentamente a plagiarle, facendo si che si pieghino sistematicamente ad ogni capriccio e ogni richiesta, particolarmente di tenore economico.

Piano piano, quella che in prima istanza si potrebbe definire un’infatuazione delle donne verso il famigliare, assume però la dimensione di una vera e propria ossessione. Un delirio onirico che non lascia scampo nemmeno alla pratica e saggia Niobe. Solo Giselda ne sembra immune, e i tentativi che mette in atto per cercare di salvare la situazione si dimostrano vani. Al contrario, riescono solo a scavare un solco ancora più profondo, tra lei e le sorelle, che l’accusano di invidia e gelosia, “che Remo ha occhi solo per noialtre!”

Con simili presupposti, la bancarotta può solo essere dietro l’angolo. E si manifesterà subito dopo lo sfarzoso matrimonio dello stesso Remo, con una giovane ereditiera americana, celebrato appena prima che il giovanotto sparisca per sempre…

 

Scrittura ficcante, non priva d’ironia, tramite cui l’autore registra con precisione illuminata ogni singolo momento del declino delle due sorelle, fino all’avvento di Remo integerrime e votate al duro lavoro quotidiano. La presenza del ragazzo le riporta indietro nel tempo, le mette di fronte a questioni inevase e presumibilmente ormai perdute nella memoria, su pulsioni e frivolezze, batticuori e romanticismi che ritenevano d’aver sepolto per sempre nel cinismo e nella grettezza d’una vita fatta di tempistiche e consegne, di domeniche passate alla finestra “a rimirare il popolo bue che passa sotto le loro finestre”, d’una irreprensibilità che ritenevano a prova di bomba.

In realtà sono figure semplicemente patetiche, incapaci oltretutto di risvegliarsi dall’incantesimo cui il terremoto-Remo le ha condannati, che si adagiano, sognanti, verso la rovina. La narrazione non è sempre scorrevolissima, in alcune parti risente dello stile prosaico, persino prolisso, dell’epoca, ma in assoluto il messaggio arriva forte e chiaro; alla fine si prova quasi un leggero senso d’afflizione nel constatare come anche i soggetti più apparentemente freddi e inviolabili, concreti e inflessibili possano scivolare su inopinati punti deboli fino quasi a rovinare le proprie esistenze.

 

MORRIS WEST - UN TOCCO DA MAESTRO

9 LUGLIO 2016

 

 

Una famiglia fiorentina di nobili tradizioni possiede un importante archivio di documenti del passato di grande valore – scritti, dipinti, scultore e via citando. Il gestore dell’archivio è un giovane ed ambizioso americano, di nome Max, che diventa l’amante della ricca ereditiera di famiglia, Pia. La sua esistenza, agiata e in fondo priva di reali problemi, cambia quando la donna confessa a Max d’essere ammalata di tumore inoperabile. La notizia getta l’uomo nello sconforto, Max era davvero affezionato alla donna, indipendentemente dal di lei patrimonio. Preannuncia così a Pia che, una volta che lei non ci fosse stata più, lui sarebbe tornato in America. Intenerita, Pia gli promette, oltre alla dovuta liquidazione, anche un premio supplementare. Potrà portare via uno, al massimo due, oggetti dal capiente archivio di famiglia, a sua discrezione.

 

Qualche settimana dopo la morte di Pia, Max inizia i preparativi per il ritorno negli Stati Uniti.

Bighellonando su e giù per l'archivio, allo scopo di prelevare i due oboli come d'accordo con la donna, s'imbatte niente meno che in due opere di Raffaello. Per un esperto come lui è un gioco il verificare come detti ritratti non siano mai stati catalogati finora. Una scoperta che può rivelarsi di valore inestimabile e accende nel giovane un'ambizione irrefrenabile.

 

Conscio della difficoltà, per non parlare dell’impossibilità, di appropriarsi delle opere, e goderne dunque l’inestimabile valore, in maniera legale, Max concepisce un piano sottile e complicato per arrivare al suo scopo senza dare nell’occhio. Si trasferisce come d’accordo in America e si avvicina al mondo dorato delle case d’asta e dei mercanti di quadri, preziosi e antichi. La personalità brillante e disinvolta del giovane, oltre al curriculum di tutto rispetto, gli permettono di entrare nel giro giusto, istradandosi ben presto sulla via buona per raggiungere il proprio scopo. Peccato però non aver fatto i conti con due variabili impazzite: una storia d’amore che non lo porta esattamente dove vorrebbe, e un caso d’omicidi, vittima la moglie di un gallerista, che lo coinvolge nel momento in cui di tutto aveva bisogno tranne che di quel tipo di visibilità.

La strada percorsa da Max si fa via via impervia, improvvisamente pericolosa. Arriva un momento in cui, quasi fatalmente, i sospetti per l’omicidio della bella signora inizio a concentrarsi su di lui; come se non bastasse, sulla preziosa operazione-Raffaello l’anelato happy ending sembra allontanarsi. Tutto questo costringe Max ad un’inopinata fuga in Svizzera. Ma non potrà rimandare all’infinito il rientro in patria per affrontare la resa dei conti.

 

Opera tra le meno conosciute della vasta produzione dello scrittore australiano, “Un tocco da maestro”, comprende molte delle classiche peculiarità della sua scrittura, tra cui il sapiente uso degli intrecci e la capacità di spiazzare il lettore portandolo di colpo, in più di una circostanza, ad imboccare un sentiero narrativo del tutto antitetico rispetto al trend mostrato sino a quel momento. La figura di Max Mathers, sfrontata e spregiudicata, rinasce più di una volta dalle proprie ceneri e riesce (quasi) sempre a cavarsi d’impaccio anche nelle situazioni più scabrose, sempre che non intervenga qualcosa, come in questo caso, di perfettamente inatteso a cambiar le carte in tavola, ma anche del tutto logico e coerente.

La high society patinata ed illusoria, le lobby nel mondo dell’arte, la pittura in primis, sono dipinte senza mezzi termini e con dovizia di particolari da West. Il romanzo potrà apparire, in pochi, brevi punti, eccessivamente ricco di arzigogoli artistici, dettagli tecnici che possono apparire superflui: non lo sono. Proseguite la lettura fino in fondo per avere un quadro chiaro, esauriente della vicenda intera.

Raggiunge l’intensità emotiva di altre opera ad alto tasso adrenalinico, come “La salamandra” o “I giullari di Dio”, per fare un esempio, e pur non essendo un capolavoro va certamente annoverato tra le opere più significative dell’intero catalogo dello scrittore.

 

PHILIP ROTH - PASTORALE AMERICANA

21 GIUGNO 2016

 

Anni sessanta. Una famiglia di origini ebree, i Levov, si fa incarnazione del sogno americano, raggiungendo, tramite una fabbrica di guanti di qualità superiore, un’agiatezza insperata solo una trentina d’anni prima, quando il capostipite Lou sbarca nel New Jersey. Mentre il figlio minore Jerry diventa medico chirurgo, sarà il maggiore, Seymour, a portare avanti l’azienda di famiglia, sviluppandola e ingrandendola ulteriormente. In effetti non sono poche le qualità di questo ragazzo, che sembra proprio baciato dalla buona sorte. Di bell’aspetto, biondo-con-gli-occhi-azzurri, (tanto da esserse soprannominato “lo svedese”), è anche stato il migliore della sua classe, nonché nei vari sport che ha praticato. Non ultimo, ha sposato una signora irlandese esteticamente notevole, tanto da vincere il titolo di Miss Jersey.

Un’esistenza benedetta, insomma. Non proprio. I cambiamenti epocali che il nuovo continente attraversa in quel decennio segneranno profondamente i Levov, decretandone il declino. L’affare-Cuba, dell’ottobre del 1962, l’assassinio del presidente Kennedy; la devastante spedizione delle truppe americane in Vietnam, i disordini razziali: un insieme di bombe emozionali che sconquasseranno la psiche, evidentemente fragile di suo, di Meredith, la figlia appena sedicenne dei Levov.

La ragazza prende quella che si definirebbe una brutta china, con comportamenti via via ribelli nei confronti dei suoi e soprattutto della società intera, con quegli atteggiamenti tipici del post-adolescente che si sente in grado di giudicare, condannare e punire senza appello, convinti di essere i soli in grado di poter cambiare un mondo sbagliato. Il problema è che la cara Merry mette in pratica questi principi sballati nel modo peggiore: assalta un ufficio postale e ne uccide il conduttore, per poi fuggire.

Inutile aggiungere che gli anni successivi, per i nostri ebrei americani, sono una prova difficile, se non impossibile, da superare. Seymour non si arrende mai. Non abbandonerà un solo istante la ricerca della figlia, solo parzialmente aiutato, nella delicata operazione, dalla moglie, che cade in una spirale depressiva, soltanto in parte derivante dalla sciagurata primogenita, o dal fratello Jerry, che sembra approfittare della disgrazia per riversare su Seymour la frustrazione e le gelosie accumulate in tutti gli anni trascorsi all’ombra della magnificenza dello svedese.

Le ricerche della ragazza daranno a Seymour i frutti sperati, ma sarà un sollievo futile, addirittura ingannevole. Nel corso delle pagine infatti, la situazione si fa via via più inquietante e complicata, sino al finale.

 

Nel frattempo, superata la soglia dei “favolosi anni sessanta”, un nuovo scandalo, il Watergate di Tricky Dicky Nixon, sconvolge la terra della libertà.

 

Premio Pulitzer 1998, è questo un romanzo di una difficoltà inenarrabile, da non prendere per nulla alla leggera, ma che darà forti emozioni, se letto e interpretato come si deve. La famiglia Levov è la famiglia ideale a stelle e strisce, ebrea, dunque costretta a superare comunque stereotipi e pregiudizi; arricchita e non benestante di suo, perfettamente integrata e consapevole dell’americanità che li deve contraddistinguere, l’orgoglio d’appartenenza trasuda da ogni riga.

 

La prolissità è un difetto apparente che ad una più attenta analisi si trasforma in qualità evidente:

Come in molte altre opere di Roth, l’autore afferra i propri personaggi e situazioni che li riguardano, e li sviscera a lungo, fino allo sfinimento del lettore più superficiale che arrivi a chiedersi, ma tutto questo cos’ ha a che fare con l’economia della narrazione? Le decine di pagine dedicate alla descrizione del trattamento e della lavorazione dei guanti, piuttosto del background famigliare degli Orcutt, famiglia “amica” dei Levov, ad esempio.

Eppure tutto serve e tutto concorre a creare un quadro limpido, concreto e non interpretabile di causa ed effetto, nel caso in questione di uno dei più mortificanti voli a planare dalla più assoluta perfezione al nulla definitivo e senza speranza.

La disgrazia è annunciata, sale lungo i capillare delle esistenze dei Levov molto lenta, eppure la famiglia non riesce a creare gli anticorpi necessari, si sfilaccia, si divide nei rancori, si pateticizza nella pubbliche ipocrisie, si sfascia immeritatamente come immeritatamente era stata baciata da ogni fortuna immaginabile, contrita nelle violente irrazionalità dell’esistenza umana.

Leggetelo con pazienza, non mancherà di impressionarvi malgrado l’apparente, laconica, logicità del concetto espresso.



 

CARLO SGORLON - IL PATRIARCATO DELLA LUNA

3 GIUGNO 2016


In un tempo non molto lontano, quando ancora il verde prevaleva sul grigio del progresso, il bibliotecario Ermanno sposa Iva e con lei ospita in casa anche il figlio adottivo, Morvan. Un ragazzino vispo e divorato dalla curiosità circa il mondo che lo circonda e del perché delle cose, una curiosità spasmodica, inesauribile, che mette spesso in difficoltà i suoi stessi genitori e gli insegnanti della scuola che frequenta.

I genitori ritengono che abbia assimilato tali caratteristiche dal nonno Mattia, che era mugnaio ed inventore. Proprio dalla notevole quantità di materiali che il giovane reperisce nella soffitta dove il nonno lavorava, Morvan inizia la propria attività. La spiccata sensibilità per l’ambiente, l’intelligenza brillante e la capacità intuitiva che lo porterà ad impadronirsi di concetti d’importanza rilevante a livello sociale, lo spingono a portare avanti un cammino di ricerca del tutto personale.

 

 

Una specie di lotta contro i mulini a vento: in un mondo che corre a velocità supersonica e dissemina esempi di arida e avida modernità (pozzi di petrolio, disboscamenti a go-go ed edilizia selvaggia tanto per esemplificare), fonda un patriarcato inesistente, denominato “patriarcato della luna”, che punta invece a riportare la terra e la natura all’antico splendore.  Ripristinare l’ordine naturale delle cose. Dare un colpo mortale alle brutture del progresso e alle nefandezze travestite da innovazioni che porta, incentivando le invidie, le bramosie, odi e rancori, spietate concorrenze, persino malattie, guerre, distruzioni.

 

Nel frattempo trova una compagna, Noemi, vedova di Stefano, che era del tutto in antitesi con gli ideali del giovane. Il classico industriale in carriera, con il quale la donna scopre presto d’aver ben poco in comune, e cui il destino prepara una sorte crudele e beffarda. Noemi abbraccia in pieno le visioni naif un po’ pazzoidi di Morvan e ne diventa il sostegno inseparabile.

 

Quelle che si possono definire “opere di bonifica” di Morvan e la sua congrega (nel frattempo arrivano infatti altri soggetti ad aderire alla sua politica, come una rockstar assediata dai fan che pianta tutto per un sicuro anonimato) si esprimono spesso con manifestazioni clamorose. Come quando vince una macchina nuova fiammante, simbolo della motorizzazione e della velocità, e la distrugge scientificamente a martellate, sino a non lasciare una sola rondella intera. Naturalmente passa subito per pazzo e la sua notorietà assume dimensioni internazionale.

 

Un romanzo visionario, dallo stesso Sgorlon definito la più fantasiosa tra le sue opere. Il tema che vi tratta è ritrito solo in apparenza. Non solo immagina e ambisce a un mondo migliore, dando vita a un personaggio che vuole ristabilire la bellezza primaria dell’ambiente ove c’è dato di vivere; da al personaggio l’astuzia, la forza, persino talvolta la cattiveria e la furbizia per portarlo avanti sino a conseguenze inimmaginabili. E se arriverà o meno a ricreare l’isola che non c’è, non lo svelerò, naturalmente.

 

 

Nella sua seconda metà,  “Il patriarcato della luna” vira verso il metafisico, specialmente con le elucubrazioni relative alla figura di Ermanno. Sarà proprio la figura del padre adottivo di Morvan a velare di tristezza il finale della narrazione, la quale però rimane straordinariamente elusiva ed imprevedibile. Le figure, gli avvenimenti, i progetti tutto quanto è causa ed effetto del patriarcato si dipana in un caleidoscopio di colori e sensazioni dal gusto sempre nuovo, non c’è noia, malgrado le intenzioni di Sgorlon siano presto scoperte, solo una pressante, crescente curiosità.

Per leggere questo romanzo è necessario superare le ottiche delle logicità cronologiche, entrare nell’ordine di idee del tutto è possibile, non lasciare che ci si formi un sorrisetto di scherno agli angoli della bocca. L’autore stesso è consapevole che quanto illustra è lucente utopia, e pare (giustamente) non vergognarsi né preoccuparsene; ogni lettore conquistato è un punto guadagnato alla causa, per quanto utopica sia.

 

ANTONIA ARSLAN - LA MASSERIA DELLE ALLODOLE

15 MAGGIO 2016


La famiglia armena degli Arslanian nel 1915, vive in pace in Anatolia, governata dal capofamiglia Hamparzum. Ha due figli maschi: Yerwant, che s’è stabilito da tempo in Italia dove svolge la professione medica, e Sempad. Alla morte del padre i due fratelli progettano di rincontrarsi in Anatolia, leggermente turbati per via di non meglio identificate visioni tragiche di morte che Hamparzum avrebbe avuto prima del decesso.

Nel frattempo però, lo scoppio della prima guerra mondiale è destinato a turbare le loro esistenze. Il regime s’era già macchiato di stragi efferate nei confronti del popolo armeno un ventennio prima, intorno al 1895, e purtroppo la storia è destinata a ripetersi. Non appena sentono odore di bruciato, gli Arslanian fuggono al luogo denominato “Masseria delle allodole”, una specie di buen retiro in campagna, insieme al medico Krikor ed altri amici di famiglia. Un accorgimento che però non servirà, visto che alcuni soldati snideranno comunque gli Armeni nascosti. Il ventiquattro maggio compiono la strage, uccidendo tutti i membri maschi della compagnia. Un colonnello moderato, avvisato troppo tardi, farà una dura quanto vana reprimenda nei confronti degli assassini. Alle donne di famiglia non resta che tornare alle proprie case, consolate  - si fa per dire – dalla presenza di alcune lamentatrici.

Le brutte sorprese però, per il popolo armeno, o meglio quel che ne resta, non sono finite. Una volta rientrate in città, mentre s’apprestavano a riprendere la vita di sempre, alle donne della famiglia viene comunicato che dovranno andarsene verso una meta non precisata, scortate dall’esercito. La meta si rivelerà essere Aleppo, in Siria, e ovviamente si rivelerà un viaggio tragico, nel corso del quale la maggior parte delle donne saranno derubate e violentate, molte di esse addirittura uccise. La fortuna di alcune – poche – donne armene sarà di trovare ad Aleppo Zareh, il fratello di Sempad, che con l’aiuto di alcuni amici e riuscendo temerariamente a corrompere qualche soldato, riesce a nascondere in casa propria le perseguitate. Prima che però almeno per una piccola parte dello sfortunato popolo armeno si possa delineare un minimo di lieto fine, un’ultima tragedia: una zia si sacrifica per permettere ai tre piccoli nipotini di Nubar, Arussiag ed Henriette di essere scoperte.

I sopravvissuti riusciranno infine a fuggire in Italia da Yerwant. Come la stessa autrice si premura di farci sapere, nessun membro della famiglia tornerà mai più alla casa d’origine, in Anatolia. Qui il romanzo finisce. Nel 2007 ne sarà ricavata una trasposizione cinematografica a cura dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani.

Inutile sottolineare il rispetto per questo genere di testimonianza, che definire narrativa appare quanto meno impreciso, visto che trattasi di vero e proprio resoconto storico di quanto è avvenuto ormai oltre un secolo or sono in terra turca, una strage troppo spesso relegata in secondo piano dai libri di storia.

Quello che però, al di là della drammaticità dei fatti, è che per l’intera durata della narrazione, la scrittura si mantiene eccessivamente fredda, quasi distaccata, come se si trattasse di un reportage d’un cronista professionista e non invece della parola d’una diretta discendente degli uomini e donne perseguitati, torturati e uccisi in quella occasione.

Si tratta di un’opera scritta senza partecipazione emotiva. Stranamente, verrebbe da dire, dato l’argomento trattato. Il lettore assimila nello stesso modo quella che può essere la descrizione di un normale fatto quotidiano nella vita della comunità armena, come il progetto dell’incontro tra fratelli dopo tempo, e la cronaca dell’esecuzione di tutti i membri maschi della famiglia. La lettura s’appiattisce spesso, nell’ attesa d’un cambio di marcia da parte dell’autrice a livello stilistico e di coinvolgimento,  che però non arriva, e in qualche pagina affiora un’ombra di noia, appunto originata  dalla “meccanicità” con cui procede il racconto, privo di sussulti a livello emozionale.

 
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