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un libro in quindici giorni

GIORGIO SAVIANE - GETSEMANI

7 MAGGIO 2017


La vigorosa introversione spirituale che caratterizza una parte notevole della produzione letteraria del troppo presto dimenticato autore veneto raggiunge il suo culmine nel romanzo “Getsemani”, pubblicato nel 1980. Un romanzo che richiede una lettura “elastica”, da parte di chi non abbia pregiudizi di sorta nell’affrontare certe tematiche, e più di esse l’interpretazione sofferta che Saviane ne da.

Il punto di partenza della vicenda è rappresentato da un viaggiatore solitario in treno, che s’imbatte in uno storpio, accompagnato dalla madre e da sorella. Il protagonista, un ebreo chiamato Gesù, avverte dall’incontro un retrogusto di ribrezzo, poi s’accorge che invece avrebbe potuto fare qualcosa per lui e i suoi famigliari. Così li ricerca ansiosamente e li ritrova, una volta scesi. Il che, effettivamente, è ciò che accade. Pur non essendo una persona normalmente dotata di carità o pietà verso il prossimo, e tantomeno di competenze mediche, Gesù riesce nel miracolo. In tempi anche, data la gravità del soggetto, sorprendentemente veloci.

Quasi inutile soggiungere che la vicenda non finisce qui. L’improvvisato ma efficace guaritore non smette di frequentare la famiglia dell’ex malato, di nome Michele. Al contrario, allaccia una relazione intima con la sorella di Michele, la quale, oltretutto, ha dovuto battere le strade per lungo tempo, per dare respiro alle finanze familiari, disastrate dalle cure costose cui Michele è stato sottoposto. Quando la storia si fa seria, e la donna aspetta un figlio, le cose precipitano di colpo. Una mattina, la ragazza viene rinvenuta nel letto, uccisa. Stessa sorte tocca al bimbo che porta in grembo. Il primo, ovvio, sospettato, è lo stesso Gesù. Il quale però, malgrado venga riconosciuto colpevole praticamente senza che vengano svolte indagini, non rivendica la propria innocenza. Da questo momento la narrazione si attorciglia intorno a una specie di tumultuosa visione onirica tramite la quale l’accusato rivive la via Crucis di nostro Signore, fino all’arrivo sulla collina del Golgota. Come prigioniero d’una sorta d’epico delirio, il protagonista, innocente, si lascia arrestare senza opporre resistenza come se ciò costituisse la riedizione di un nuovo disegno divino, cui lui si sottomette patendone ogni sofferenza. Al lettore di scoprire il prosieguo e il termine della narrazione.

Qualche parola in più però va spesa sulla notevole complessità della lettura, che lo scritto esige.

Cosa è davvero malattia, cosa davvero guarigione, concetti messi in discussione pesantemente dall’autore, che incrocia con sapienza dilemmi irresolubili sullo stato di salute del corpo e dell’anima, ci mette di fronte a una scelta che i più improvvidi non avrebbero forse nemmeno mai pensato di porsi, colora il tutto d’eccessività portando elementi di disturbo evidente, quale la chiassosa presenza dei mass media, attirati come api sul miele dalla fantomatica figura del guaritore non professionista, oltretutto accusato di duplice, efferato omicidio.

L’impresa davvero difficile poi, è seguire, o cercare di farlo, l’autore nelle sue intricate, travagliate elucubrazioni, nell’ambito d’un parallelismo continuo tra la figura del protagonista e quella di Gesù Cristo, che lo porta a considerazioni discutibili ma coraggiose, che lastricano gran parte della seconda metà del libro. Quello che sgorga evidente da ogni pagina è il bisogno impellente dell’autore di riflettere oggettivamente sulla (propria) fede, applicando a tali riflessioni la finzione narrativa che risulta a lettura ultimata del tutto confacente al messaggio. Va anche sottolineato come Saviane spesso si diverta a scompaginare le idee al lettore adottando una scrittura schizofrenica, poco ortodossa, con periodi brevi, nervosi, apparentemente scollegati fra loro, che risuonano peraltro molto efficaci nel testimoniare il disagio che prova, la sofferenza che patisce nel mettere a nudo la propria anima. Un disagio che ogni lettore finisce per far proprio. Definire “Getsemani” un romanzo è esercizio puramente manieristico. C’è tutto quanto può servire a un cattolico o preteso tale per guardarsi dentro e porsi domande, magari troppo a lungo rinviate.

 

DAVID HERBERT LAWRENCE - FIGLI E AMANTI

11 APRILE 2017


Siamo agli albori del secolo, nella contea inglese del Derbyshire. La giovane Gertrude è sposata con un minatore di nome Walter, e le difficoltà economiche non mancano. Vivono in affitto e campano del solo, misurato stipendio del marito, che tra l’altro non disdegna di fare il giro delle osterie una volta terminata la giornata lavorativa. La solitudine e i maltrattamenti, più verbali che fisici cui Gertrude va incontro da parte del marito, la spingono a dedicarsi quasi totalmente ai due figli maschi, William e Paul. Il primo è un ragazzo forte, volitivo e generoso, che non vuole vivere nella realtà chiusa e paesana del proprio ambiente e decide di andarsene. Trova lavoro a Londra ancora piuttosto giovane, e là si fidanza. Purtroppo, per un virus polmonare, muore assai giovane, intorno ai ventitré anni.

La disgrazia piomba come un fulmine a ciel sereno sulla famiglia, che nel frattempo ha accolto altri due figli: Annie e Arthur, e non fa altro che aumentare il carico di greve incomunicabilità tra moglie e marito. Il figlio maggiore è ora Paul, che inizia ad avvertire sin da subito due necessità vitali e contrastanti; quella di stare vicino alla madre e contemporaneamente di crearsi una vita propria, inevitabilmente al di fuori dell’ambito familiare. La madre però, in apparenza, non favorisce quella che sarebbe l’esigenza naturale del figlio, ossia di mettere le basi per una vita futura autonoma, tendendo invece a trattenerlo a sé tramite una presenza esclusiva ed egoistica, fatta anche di sottili ma non trascurabili, per il figlio, ricatti psicologici.

L’anomalia diventa palese allorquando al giovane Paul si presenta l’occasione di una ragazza, Miriam, con cui Morel sviluppa presto una relazione platonica, basata sulla comunione di interessi culturali ed intellettuali. Nei riguardi di Miriam però il ragazzo mantiene costantemente un atteggiamento ambiguo, indeciso tra il costante, primitivo richiamo all’ovile della madre e l’istinto naturale che lo porterebbe a sviluppare una relazione con Miriam, naturalmente tesa verso il matrimonio. Alla fine, Paul prenderà la decisione di troncare il rapporto con la ragazza, che ne subirà un trauma emotivo non indifferente. Anche la successiva storia di Morel non ha miglior fine. Clara Dawes, suffragette di idee apertamente femministe, lo introduce alla scoperta del sesso, ma non riesce ad impostare col ragazzo, peraltro minore di lui di alcuni anni, un rapporto duraturo.

Tutto questo induce il ragazzo ad attraversare gravi crisi di coscienza, per le quali peraltro non può chiedere aiuto a nessuno; né ai fratelli, distanti, né al padre, ingrigito in un muto tramonto esistenziale, né ovviamente alla stessa madre. Quando poi Gertrude s’ammala di tumore e la fine per lei sembra avvicinarsi a grandi passi, Paul, ormai venticinquenne, pare destinato ad imboccare un cunicolo di discesa senza fine.

Considerato dalla critica dell’epoca il vero capolavoro dello scrittore inglese, più del maggiormente celebrato “L’amante di Lady Chatterley”, “Figli e amanti” è contraddistinto da alta tensione introspettiva, quasi sempre incentrata sul personaggio di Paul, costantemente travagliato nella suo doppio ruolo, appunto, di figlio in servizio permanente, e d’amante, viste le sollecitazioni cui viene sottoposto in tal senso prima da Miriam poi da Clara.

Si vocifera che la figura di Paul possa essere la proiezione letteraria dello stesso Lawrence: senza entrare nel merito, impossibile non sottolineare la maestria con la quale l’autore guida il protagonista lungo tutta la china della parabola discendente, sino al punto più basso, ossia la morte di sua madre; avvenimento che, invece di dargli, pur nel grande dolore, “via libera” verso un’autonoma e più naturale dimensione comportamentale e d’apertura nei confronti del mondo esterno, riesce a metterlo ancora più in crisi. Poche pagine oltre, l’improvviso e inatteso finale apre una strada diversa per un destino che appariva già segnato.

Una lettura non complicata ma esigente, che non mancherà di soddisfare chi ama crogiolarsi con le più intricate contraddizioni della psiche umana, meno chi si aspetta un’opera più essenzialmente “narrativa”.

 

GIORGIO FALETTI - APPUNTI DI UN VENDITORE DI DONNE

27 MARZO 2017


Francesco Marcona, meglio conosciuto come Bravo, è un libero professionista che agisce nella Milano pre-da bere di fine anni settanta. Il suo settore è piuttosto redditizio, anche se non scevro di rischi, come lo stesso Bravo ha potuto sperimentare sulla propria pelle, visto che, per aver pestato i piedi a gente tanto irritabile quanto pericolosa, si trova con una menomazione permanente in una parte del corpo poco nobile.

Inconvenienti che Bravo mette in preventivo con un atteggiamento misto di cinismo e fatalismo. Dopotutto campa facendo il venditore di donne, sostanzialmente il magnaccia. La narrazione ce lo presenta all’ inizio di una nuova avventura, che lo trascinerà in mezzo a guai davvero grossi. Conosce una ragazza nuova, Carla, che ha deciso di preferire guadagni facili e immediati a una vita umile e precaria da impiegata, mettendo a tacere le remore. La ragazza ha fascino, bellezza e decisione, e a Bravo non par vero d’includerla tra le proprie “proposte”.

I primi segnali allarmanti si hanno quando Bravo, colluso con un mafioso, Tano Casale, un boss le cui attività si sviluppano fiorenti per tutta l’area del milanese ed oltre, viene ai ferri corti con il braccio destro dello stesso, Tulipano. Quest’ultimo lo rapisce e lo conduce presso un campo isolato e sterrato, con l’intenzione di piantargli una pallottola in testa, ma uno sconosciuto, nascosto angelo custode salva la pelle a Bravo, scaricando addosso al picciotto l’intero caricatore di una trentotto.

Scampato il pericolo, Bravo cerca di distrarsi immergendosi nel lavoro. Riceve un’ordinazione su commessa per tre ragazze “le migliori e più discrete possibili”, per rallegrare una festa nel monzese in un villone appartenente a un nome eclatante della finanza, Lorenzo Bonifaci. Carla ed altre due della scuderia vengono selezionate all’uopo ed accompagnate sul posto. Bravo immagina già i guadagni, e mette alle spalle l’increscioso incidente di pochi giorni prima.

Le sue sfortune invece, sono soltanto all’inizio.

Al risveglio la mattina successiva viene a sapere che nella villa di Bonifaci è stata consumata una vera strage. Bonifaci e alcuni suoi amici, tra cui esponenti di spicco della scena politica, le tre ragazze e un poliziotto corrotto sono stati massacrati. Ad aggravare lo sconforto di Bravo, il fatto che le tre ragazze uccise non corrispondevano a quelle da lui inviate. Al posto di Carla, come si nota dalle foto sui giornali, a perdere la vita è stata Laura, che non avrebbe dovuto far parte della spedizione.

Altri cadaveri attendono il lettore, nella seconda parte del romanzo. Seguirà una nuova strage, di cui stavolta Bravo sarà testimone diretto, nonché l’unico risparmiato, per l’intento preciso di qualcuno che sta tessendo una trama articolata e cruenta, le cui maglie comprendono, tra gli altri, esponenti della Polizia, delle Brigate Rosse e del Sisde. A Bravo non resta che una sola via d’uscita, che metterà in pratica, o cercherà di fare, subito dopo.

Quinto romanzo di Faletti, che in comune con i precedenti mantiene un dark tone piuttosto accentuato, e si dota di una trama che pare trovar gusto a complicarsi col passare delle pagine. Dapprima ci viene proposta quella che potremmo definire la flemmatica quiescenza di un personaggio conscio del proprio ruolo nel sottobosco del malaffare, cinico e disilluso il giusto, e non solo per via della menomazione, intento unicamente a radunare nuove, allettanti prede per i propri clienti. Quando però una serie d’inattesi, contemporanei avvenimenti cambia le carte in tavola, eccolo trasformarsi in preda ambita da una larga scala di cacciatori senza scrupoli.

A livello psicologico, Faletti descrive egregiamente il mutamento del personaggio, il sorgere delle paure, le improvvise ed impietose rese dei conti con sé stesso, oltre che con altri, che si trova sempre più frequentemente costretto ad affrontare. L’autore è inflessibile cronista delle fulminee variazioni di stati d’animo di Bravo e dei suoi compagni di viaggio, alcuni dei quali muteranno d’identità in maniera sorprendente ed efficace (in particolar modo Daytona, e soprattutto Lucio, la cui metamorfosi sarà un vero e proprio fulmine a ciel sereno).

Finale con un ennesimo, inatteso, colpo di scena, realmente inconcepibile sino a poche pagine prima, che solleva di un altro punto la valutazione. Leggetelo, siamo di fronte a quello che a parere di chi scrive è l’unico romanzo di Faletti a raggiungere il livello di “Io uccido”, (gli altri restano un quarto di gradino più sotto) e purtroppo non avremo nuove controprove.

 

JOHANNES MARIO SIMMEL - LA TRAMA DEI SOGNI

3 MARZO 2017


Scorre il fondamentale anno 1968. Nella Germania ovest, in un paesino denominato Neurode, a pochi chilometri da Brema, giace un ex-campo prigionieri di guerra, da qualche anno riciclato come rifugio giovani profughi dai paesi dell’est (specie ungheresi, polacchi e bulgari).

Specializzata nella cura dei minori, bimbi e ragazzi sino a quattordici, quindici anni d’età, è la signora Louise, un’assistente sociale in servizio permanente in loco, che compie con estrema professionalità il proprio dovere. Va però subito sottolineato che la donna, assai mite e scrupolosa, disposta a tutto pur di salvare ed accudire i bimbi costretti lontani dalle loro case, è anche irrimediabilmente fuori di testa. Nasconde infatti un segreto inconfessabile: ogni giorno, o quasi, si reca in una radura fangosa a qualche centinaia di metri dal campo, e s’incontra con le anime (immaginarie?) di persone del passato, tra cui un soldato, un farmacista, un contabile…provenienti da ogni parte d’Europa, che lei definisce i suoi amici.

Con essi scambia opinioni, richiede consigli, cerca conferme…sulla vita che è e quella che sarebbe potuta essere…

Nel frattempo al campo arrivano un giornalista, Walter Roland, e il suo fidato collaboratore, Bertie. Appena giunto, Walter capisce di trovarsi di fronte a uno scoop sensazionale, il migliore della sua vita. Un’inchiesta messa giù nella maniera più ruffiana e commuovente possibile sui ragazzi strappati alle proprie case e via lacrimando, non poteva certo farsela scappare. Ma tutto cambia quando uno di questi ragazzi, poco più di un bimbo, viene crudelmente assassinato.

Cambia ancora di più, quando una giovane ospite del campo, Irina, fugge inaspettatamente, dopo aver atteso invano la visita del proprio fidanzato. Una fuga che vede in compartecipazione, loro malgrado, anche Walter e Bernie; sarà l’avvenimento che cambierà il corso della vicenda intera.

La quale assumerà presto i contorni di un fosco caso di spionaggio internazionale, che vede implicati la creme dell’intelligence americana e dell’allora unione sovietica.

Il buon Roland e l’amico Bernie capiscono abbastanza presto d’esser entrati in un terreno minato; ritengono però, invece di ritrarsene, più redditizio il  cercare di attraversarlo. Il sentore del pericolo incombente non è sufficientemente pauroso da indurli a rinunciare all’affare della loro vita professionale. In particolar modo Walter è determinato a provocare un cambiamento in ambito lavorativo, visto che la rivista per la quale lavora, “Blitz”, pur riconoscendone la specchiata abilità, lo sotto utilizza, destinandolo a rubriche di facile presa, e dello spessore d’un righello.

Assai coinvolgenti saranno gli stravolgimenti cui i protagonisti, in particolar modo Walter e Irina, il cui destino dipenderà integralmente da quello del giornalista, si vedranno sottoposti.

Redatto con il ritmo tipico d’un romanzo d’azione, in realtà “La trama dei sogni” di Johannes Mario Simmel, è assai più di questo. Le pagine più classicamente thrilling sono sapientemente sparse per l’intera narrazione, a partire dall’uccisione del povero Karel sino al colpo di scena finale, ma notevole è anche la ricerca psicologica parimenti disseminata, che riguarda specialmente il protagonista Walter, ma non solo. Il giornalista deve più volte fare i conti col contrasto via via più marcato tra l’ambizione professionale e l’immoralità di certi comportamenti, imprescindibili per la buona riuscita di dette azioni, il che lo porterà a prendere più di una decisione spiazzante.

Per non parlare della fantasmagorica figura della signorina Louise e dei fantasmi partoriti dalla sua immaginazione. Un personaggio tramite il quale Simmel solleva interrogativi variegati: follia e realtà si mischiano in un punto d’incontro tanto credibile da risultare non solo razionale ma persino funzionale alla trama e agli sviluppi di un romanzo come questo. E chi, e con quali criteri, può rimarcare il confine tra raziocinio ed alienazione? Dopotutto Louise è impeccabile nel lavoro, non fa male a nessuno ed applica alla propria esistenza principi di comportamento basati su una correttezza inflessibile. Del tutto intrigante per il lettore è gustare l’interagire della sua figura con il sottobosco di individui loschi e viscidi che caratterizzano la vicenda.

Leggere questo romanzo, seppur di non facile reperibilità, contribuirà a riscoprire un autore contemporaneo interessante e forse troppo presto finito nel dimenticatoio.

 

DAN BROWN - ANGELI E DEMONI

10 FEBBRAIO 2017

 

 

Robert Langdon è un docente di simbologia religiosa all’università di Harvard. Una mattina riceve quella che potremmo definire una convocazione obbligata all’istituto CERN di Ginevra, il cui presidente, Maximilian Kohler, sta indagando sull’omicidio di uno scienziato dell’istituto, Leonardo Vetra, il cui cadavere viene marchiato a fuoco con un misterioso ambigramma. Langdon lo decifra come il simbolo degli Illuminati,una setta segreta ritenuta, evidentemente in maniera erronea, estinta, che promulgava sin dal Medio Evo la lotta eterna degli ideali puramente scientifici contro il cosiddetto oscurantismo degli ambienti religiosi.

Al centro si precipita anche la figlia dello scienziato ucciso, Vittoria, la quale, oltre a subire lo shock e il dolore per la morte del padre, è costretta anche a svelare che lei e il padre avevano, in gran segreto, realizzato l’antimateria, ossia una materia costituita da antiparcelle, dalla potenzialità devastante, assai maggiore della bomba atomica. E il campione d’antimateria è stato trafugato dall’assassino di Vetra.

L’affare si complica pericolosamente quando Vittoria e Langdon riescono a rintracciare la posizione del campione di antimateria,il quale viene localizzato nientemeno che nella Città del Vaticano, ove per altro il Pontefice è appena trapassato e sta per avere inizio il Conclave. Il problema e che tra tutti i cardinali eleggibili, ben quattro di essi risultano misteriosamente spariti; come se non bastasse, l’antimateria è alimentata da batterie che hanno un’autonomia limitata a sole ventiquattr’ore, dopodiché si verificherà un’esplosione senza precedenti. L’autorità cui spetta il poco invidiabile compito di prendere in mano la situazione, nella condizione di Papa vacante, è il camerlengo Ventresca, il quale viene, tra i sospetti e l’ostracismo del comandante delle guardie svizzere, Olivetti, informato dei fatti a meno di dodici ore dal momento dell’esplosione. Dapprima restio a dare credito all’incredibile vicenda, Ventresca è poi costretto a cedere, e anche a muoversi in fretta, quando una telefonata anonima getta il terrore nelle stanze vaticane: la voce rivendica l’appartenenza agli illuminati, e annuncia che i quattro cardinali scomparsi verranno giustiziati a scadenza di un’ora l’uno dall’altro, in quattro differenti chiese romane.

E’ la vendetta servita gelida, più che fredda, per la persecuzione che la setta subì diverse centinaia d’anni prima ad opera della Santa Inquisizione.

Inizia dunque per Langdon e Vittoria, coadiuvati dalla guardia svizzera, in gran segreto, dato che gli occhi del mondo sono puntati sul conclave, una corsa disperata contro il tempo per recuperare sia i quattro cardinali in pericolo, che l’antimateria; una corsa che si dipanerà in quattro tappe, ognuna delle quali definita col nome dei quattro elementi: acqua, terra, aria, fuoco.

 

Uno dei migliori pregi del romanzo è il fatto che, malgrado una trama in apparenza complicata, la narrazione si snodi poi lineare, senza l’inconveniente che solo il lettore più attento possa non perdere il filo. Il che non è poco, considerando la “pesantezza” dell’argomento trattato, a livello storico, umanistico e religioso.

Non mancano, era ineluttabile, i particolari più pulp, che pare Brown si diverti a disseminare qua e là lungo il romanzo per accontentare la parte più sadica dell’utente (ad esempio la tortuosa vicenda dell’occhio dello scienziato ucciso, adottato dal killer come passpartout per il laboratorio..). Meno incoraggiante alla lettura può essere la considerazione che, a partire da metà romanzo in poi, il protagonista si trovi a passare attraverso le forche caudine di una serie incalcolabile di prove di sopravvivenza talvolta talmente inverosimili dallo sfiorare il grottesco, e non vi sto neppure a specificare se ne esce vivo o meno (e trattasi di docente universitario, non l’incredibile Hulk). Va però considerato come l’inverosimile sia la base vitale di ogni thriller che si rispetti, lo trovate qui come in Cussler piuttosto che in Clancy, per fare altri nomi. Ma la palpitazione del lettore è pressoché costante e la seconda parte del romanzo snocciola colpi di scena a ripetizione, compreso quello fondamentale, che si manifesta negli ultimi capitoli del complesso e lungo finale, rendendo “Angeli e demoni” una lettura in fondo soddisfacente, non soltanto per gli amanti del genere.

 

CARLO EMILIO GADDA - LA COGNIZIONE DEL DOLORE

12 NOVEMBRE 2016


Negli anni trenta, nello stato del Maradagál, partorito dalla fantasia dell'autore,si consuma una disputa bellica che coinvolge lo stato originale del Parapagal, anch'esso di pura fantasia. La battaglia si snoda nel corso di alcuni anni e, cosa non insolita nemmeno in tempi più recenti, ognuno dei due Stati se ne considera vincitore.

Una guardia notturna che assume un'identità fasulla, non Pedro Manganones bensì l'italianissimo Gaetano Palumbo, dal nome di un parente, vigila sulla sicurezza della città di Lukones. L'unico a conoscere la vera identità di Pedro è un luminare della medicina, il dottor Higueroa, ma non ha intenzione di rivelare il segreto.

Higueroa arriva una sera presso l'abitazione di Gonzalo Pirobutirro, pseudo nobile, celibe, precursore dei moderni bamboccioni, visto che seppur oltre cinquantenne vive ancora in casa con la vecchia madre. Ha una discutibile celebrità nella zona, derivante dal fatto che è un mangiatore insaziabile, dallo stomaco illimitato. Ma quando giunge all'abitazione di Gonzalo, è molto agitato: qualcuno per strada gli ha svelato che il Pirobutirro sarebbe un vero orco, che maltratta e percuote la vecchia genitrice, la quale vive nel terrore i suoi ultimi anni.

Il dottore visita il padrone di casa e non registra niente di patologico che lo riguardi, ma nel corso della sua presenza non riesce a non considerare il segreto di cui è venuto a conoscenza. Fa in modo allora di allontanare il presunto bruto da casa propria, per una gita con le figlie del dottore. Ma il Pirobutirro ha una reazione imprevista. Il dottore allora cerca di mantenere viva una conversazione allontanando da sé sospetti di secondi fini, riportando l’attenzione sul fatto che la villa gli sembra in genere poco ben difesa ed esposta ad eventuali attacchi di malintenzionati.

Anche qui però Gonzalo reagisce in malo modo, rifiuta seccamente di abbonarsi alla vigilanza, mettendo in dubbio la capacità di Gaetano Palumbo di effettuare una protezione efficace per la villa e i dintorni nel corso dei malfermi pattugliamenti della guardia. Nel frattempo si registrano estemporanee apparizioni della madre, che risulta evidentemente soggiogata dal figlio e ne teme il carattere brutale e le imprevedibili reazioni.

Al termine di un’ennesima discussione con la madre però, inopinatamente è lo stesso Gonzalo ad andarsene di casa, qualche mese dopo. Il problema della sorveglianza tuttavia si pone, ma per risolverlo si adotta un metodo differente; viene affidata a due ex contrabbandieri, i quali una notte avvertono rumori e passi alla rinfusa fuori dalla villa. Danno l’allarme in fretta e furia e irrompono poi all’interno, solo per trovare la madre di Gonzalo distesa al suolo vittima di una selvaggia aggressione, in punto di morte.

Elogiato in massa dalla critica specializzata, questo romanzo di Emilio Gadda è di una difficoltà inenarrabile. Sostanzialmente non ha un soggetto che conduca la narrazione. Le pagine sono rigonfie di passaggi complicati, inestricabili oserei dire, con contributi linguistici da parte degli idiomi più svariati, spagnolo, francese, persino tocchi di dialetto napoletano. Un libro difficile, che richiede una fedeltà assoluta ma a parere di chi scrive in più di un’occasione eccede nel proprio estremismo stilistico.

Seguire il filo del discorso è estremamente complicato: i riflettori della narrazione cambiano molto velocemente il palcoscenico da illuminare, e la storia e i suoi protagonisti mutano d’improvviso, apparentemente senza collegamenti finiti tra una scena e l’altra. Inoltre, il dramma esistenziale del protagonista e dei personaggi è narrato in fredda cronaca, senza l’abbozzo d’un qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo, e se c’è qualcosa che il romanzo non esprime è proprio il dolore. Al limite rabbia, risentimento, incomprensione, inutilità di vita, mura rassegnazione, ma non certo dolore.

Può servire come allenamento per la propria capacità di intuire le vere intenzioni dell’autore, ma a parere di chi scrive manca del tutto di organicità, per non dire di senso compiuto. Troppi barocchismi, troppe citazioni storico-letterarie, troppe acrobazie linguistico-sintassiche, eccessivo in tutto, particolarmente nella propria tenace incomprensibilità.

 

JOHNATAN FRANZEN - LE CORREZIONI

15 OTTOBRE 2016


 

La famiglia Lambert, una coppia di pensionati i cui figli, oscillanti tra i 30 e i 20 anni, sono già da tempo fuori di casa, vive nel midwest americano, in uno stato d’apparente serenità nel quale condurre l’età finale della propria esistenza. La serenità è, per l’appunto, del tutto teorica e sfuggente. Il padre, Alfred, non ancora

Settantenne e già aggredito da una forma non leggera di Alzheimer, va tenuto monitorato con una certa attenzione e tiene sempre in ambasce la moglie. La quale,

Enid, vive nel mito d’un passato perfetto ed irraggiungibile, convinta com è d’aver realizzato, per un breve, magnifico istante, la Famiglia Media Americana quando i figli erano piccoli e si viveva nell’accenno di una minima armonia.

Essendo perfettamente consapevole del fatto che per Alfred potrebbe essere solo questione di tempo, Enid cerca di realizzare un ultimo, dolente sogno. Riunire  l’intera famiglia per un ultimo Natale tutti insieme. Il problema è che si tratta di un progetto dalla realizzazione tutt’altro che semplice.

Per un motivo o l’altro, la progenie dei Lambert incontrerà soverchie difficoltà nel cercar d’accontentare il desiderio della madre.

Gary, il maggiore,vive a Philadelpia con la moglie e tre figli maschi. Dirigente bancario, nevrotico e paranoico, accompagnato ad una moglie immatura ed egoista, la quale non ha la minima

Intenzione di salire su un aereo per trascorrere le festività coi suoceri. Gary vive in funzione di una praticità aggressiva e irrinunciabile, riuscendo sempre a convincersi che tutto funzioni secondo l’ordine naturale delle cose. Naturalmente non è quasi mai così e il giovane si carica di continuo di rabbiosa negatività, che fondamentalmente sfoga implodendo, tanto da venir spesso tacciato di depressione latente dai propri familiari.

Il secondo figlio Chipper è sostanzialmente un perdigiorno, sempre alle prese con una fatidica sceneggiatura che non fa altro che rileggere e rifare ogni volte, professore precarissimo di college, piuttosto sciatto e mal organizzato, che “fuggirà” poi in Lituania per un’”operazione commerciale” più che discutibile.

La terzogenita Denise sembra a sua volta altrettanto scombinata e disorientata dalla vita: chef a cinque stelle dal successo strepitoso nei ristoranti più in di Manhattan prima di subire un licenziamento dai risvolti grotteschi; vive perennemente in bilico tra omo ed eterosessualità e al pari del fratello di mezzo appare del tutto priva di una direzione.

L’unico che ci tenga davvero a rincontrare i genitori per Natale, Gary, non riesce però a convincere la moglie e i figli e ci va da solo. A sua volta, lo fa per il proprio bisogno di seguire un filo tutto personale dell’idealità della vita, che per vero affetto.

"Le correzioni" di Franzen merita il successo che ha riscosso in tutto il mondo. E' un libro crudele, che prende in esame le paradossali situazioni che coinvolgono una famiglia della middle class per celebrare la fine, o meglio il fallimento ideologico dell'American dream. Ogni figura protagonista è a suo modo incontrovertibilmente patetica. Alfred è il capofamiglia inflessibile che la malattia riduce a bambino capriccioso. I figli, lontani da tempo dal nucleo originale della casa, faticano enormemente a trovare una propria dimensione, sia che ricreino a loro volta un nucleo famigliare (Gary) o vivano da single inquieti, (Chip), indecisi persino sulla propria stessa identità (Denise)

L'unica persona che davvero pare avere a cuore l'immagine della Famiglia Ideale, anche perché sconvolta dai paragoni continui che lei stessa istituisce con amici e parenti, è  Enid, e proprio la sua figura è patetica in misura persino commovente. Lotta come una leonessa per mantenere in vita il proprio mondo ideale, coprendosi di ridicolo, come quando rifiuta d’ammettere la demenza incombente del marito o la palese assenza d’affetto da parte dei figli. Cerca di continuo di appiccicare un mastice ormai desueto (le famose correzioni) sulle falle maligne d’una barca ormai alla deriva.

Il finale, con tali, cinerei presupposti, potrebbe per molti lettori rappresentare una sorpresa, e certamente è più originale di quel che si potrebbe immaginare procedendo con la lettura.

Seicento pagine che vale la pena leggere, con pochi momenti di piccolo tedio ma molti, molti di più cruciali ed interessanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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