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un libro in quindici giorni

DAN BROWN - ANGELI E DEMONI

10 FEBBRAIO 2017

 

 

Robert Langdon è un docente di simbologia religiosa all’università di Harvard. Una mattina riceve quella che potremmo definire una convocazione obbligata all’istituto CERN di Ginevra, il cui presidente, Maximilian Kohler, sta indagando sull’omicidio di uno scienziato dell’istituto, Leonardo Vetra, il cui cadavere viene marchiato a fuoco con un misterioso ambigramma. Langdon lo decifra come il simbolo degli Illuminati,una setta segreta ritenuta, evidentemente in maniera erronea, estinta, che promulgava sin dal Medio Evo la lotta eterna degli ideali puramente scientifici contro il cosiddetto oscurantismo degli ambienti religiosi.

Al centro si precipita anche la figlia dello scienziato ucciso, Vittoria, la quale, oltre a subire lo shock e il dolore per la morte del padre, è costretta anche a svelare che lei e il padre avevano, in gran segreto, realizzato l’antimateria, ossia una materia costituita da antiparcelle, dalla potenzialità devastante, assai maggiore della bomba atomica. E il campione d’antimateria è stato trafugato dall’assassino di Vetra.

L’affare si complica pericolosamente quando Vittoria e Langdon riescono a rintracciare la posizione del campione di antimateria,il quale viene localizzato nientemeno che nella Città del Vaticano, ove per altro il Pontefice è appena trapassato e sta per avere inizio il Conclave. Il problema e che tra tutti i cardinali eleggibili, ben quattro di essi risultano misteriosamente spariti; come se non bastasse, l’antimateria è alimentata da batterie che hanno un’autonomia limitata a sole ventiquattr’ore, dopodiché si verificherà un’esplosione senza precedenti. L’autorità cui spetta il poco invidiabile compito di prendere in mano la situazione, nella condizione di Papa vacante, è il camerlengo Ventresca, il quale viene, tra i sospetti e l’ostracismo del comandante delle guardie svizzere, Olivetti, informato dei fatti a meno di dodici ore dal momento dell’esplosione. Dapprima restio a dare credito all’incredibile vicenda, Ventresca è poi costretto a cedere, e anche a muoversi in fretta, quando una telefonata anonima getta il terrore nelle stanze vaticane: la voce rivendica l’appartenenza agli illuminati, e annuncia che i quattro cardinali scomparsi verranno giustiziati a scadenza di un’ora l’uno dall’altro, in quattro differenti chiese romane.

E’ la vendetta servita gelida, più che fredda, per la persecuzione che la setta subì diverse centinaia d’anni prima ad opera della Santa Inquisizione.

Inizia dunque per Langdon e Vittoria, coadiuvati dalla guardia svizzera, in gran segreto, dato che gli occhi del mondo sono puntati sul conclave, una corsa disperata contro il tempo per recuperare sia i quattro cardinali in pericolo, che l’antimateria; una corsa che si dipanerà in quattro tappe, ognuna delle quali definita col nome dei quattro elementi: acqua, terra, aria, fuoco.

 

Uno dei migliori pregi del romanzo è il fatto che, malgrado una trama in apparenza complicata, la narrazione si snodi poi lineare, senza l’inconveniente che solo il lettore più attento possa non perdere il filo. Il che non è poco, considerando la “pesantezza” dell’argomento trattato, a livello storico, umanistico e religioso.

Non mancano, era ineluttabile, i particolari più pulp, che pare Brown si diverti a disseminare qua e là lungo il romanzo per accontentare la parte più sadica dell’utente (ad esempio la tortuosa vicenda dell’occhio dello scienziato ucciso, adottato dal killer come passpartout per il laboratorio..). Meno incoraggiante alla lettura può essere la considerazione che, a partire da metà romanzo in poi, il protagonista si trovi a passare attraverso le forche caudine di una serie incalcolabile di prove di sopravvivenza talvolta talmente inverosimili dallo sfiorare il grottesco, e non vi sto neppure a specificare se ne esce vivo o meno (e trattasi di docente universitario, non l’incredibile Hulk). Va però considerato come l’inverosimile sia la base vitale di ogni thriller che si rispetti, lo trovate qui come in Cussler piuttosto che in Clancy, per fare altri nomi. Ma la palpitazione del lettore è pressoché costante e la seconda parte del romanzo snocciola colpi di scena a ripetizione, compreso quello fondamentale, che si manifesta negli ultimi capitoli del complesso e lungo finale, rendendo “Angeli e demoni” una lettura in fondo soddisfacente, non soltanto per gli amanti del genere.

 

CARLO EMILIO GADDA - LA COGNIZIONE DEL DOLORE

12 NOVEMBRE 2016


Negli anni trenta, nello stato del Maradagál, partorito dalla fantasia dell'autore,si consuma una disputa bellica che coinvolge lo stato originale del Parapagal, anch'esso di pura fantasia. La battaglia si snoda nel corso di alcuni anni e, cosa non insolita nemmeno in tempi più recenti, ognuno dei due Stati se ne considera vincitore.

Una guardia notturna che assume un'identità fasulla, non Pedro Manganones bensì l'italianissimo Gaetano Palumbo, dal nome di un parente, vigila sulla sicurezza della città di Lukones. L'unico a conoscere la vera identità di Pedro è un luminare della medicina, il dottor Higueroa, ma non ha intenzione di rivelare il segreto.

Higueroa arriva una sera presso l'abitazione di Gonzalo Pirobutirro, pseudo nobile, celibe, precursore dei moderni bamboccioni, visto che seppur oltre cinquantenne vive ancora in casa con la vecchia madre. Ha una discutibile celebrità nella zona, derivante dal fatto che è un mangiatore insaziabile, dallo stomaco illimitato. Ma quando giunge all'abitazione di Gonzalo, è molto agitato: qualcuno per strada gli ha svelato che il Pirobutirro sarebbe un vero orco, che maltratta e percuote la vecchia genitrice, la quale vive nel terrore i suoi ultimi anni.

Il dottore visita il padrone di casa e non registra niente di patologico che lo riguardi, ma nel corso della sua presenza non riesce a non considerare il segreto di cui è venuto a conoscenza. Fa in modo allora di allontanare il presunto bruto da casa propria, per una gita con le figlie del dottore. Ma il Pirobutirro ha una reazione imprevista. Il dottore allora cerca di mantenere viva una conversazione allontanando da sé sospetti di secondi fini, riportando l’attenzione sul fatto che la villa gli sembra in genere poco ben difesa ed esposta ad eventuali attacchi di malintenzionati.

Anche qui però Gonzalo reagisce in malo modo, rifiuta seccamente di abbonarsi alla vigilanza, mettendo in dubbio la capacità di Gaetano Palumbo di effettuare una protezione efficace per la villa e i dintorni nel corso dei malfermi pattugliamenti della guardia. Nel frattempo si registrano estemporanee apparizioni della madre, che risulta evidentemente soggiogata dal figlio e ne teme il carattere brutale e le imprevedibili reazioni.

Al termine di un’ennesima discussione con la madre però, inopinatamente è lo stesso Gonzalo ad andarsene di casa, qualche mese dopo. Il problema della sorveglianza tuttavia si pone, ma per risolverlo si adotta un metodo differente; viene affidata a due ex contrabbandieri, i quali una notte avvertono rumori e passi alla rinfusa fuori dalla villa. Danno l’allarme in fretta e furia e irrompono poi all’interno, solo per trovare la madre di Gonzalo distesa al suolo vittima di una selvaggia aggressione, in punto di morte.

Elogiato in massa dalla critica specializzata, questo romanzo di Emilio Gadda è di una difficoltà inenarrabile. Sostanzialmente non ha un soggetto che conduca la narrazione. Le pagine sono rigonfie di passaggi complicati, inestricabili oserei dire, con contributi linguistici da parte degli idiomi più svariati, spagnolo, francese, persino tocchi di dialetto napoletano. Un libro difficile, che richiede una fedeltà assoluta ma a parere di chi scrive in più di un’occasione eccede nel proprio estremismo stilistico.

Seguire il filo del discorso è estremamente complicato: i riflettori della narrazione cambiano molto velocemente il palcoscenico da illuminare, e la storia e i suoi protagonisti mutano d’improvviso, apparentemente senza collegamenti finiti tra una scena e l’altra. Inoltre, il dramma esistenziale del protagonista e dei personaggi è narrato in fredda cronaca, senza l’abbozzo d’un qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo, e se c’è qualcosa che il romanzo non esprime è proprio il dolore. Al limite rabbia, risentimento, incomprensione, inutilità di vita, mura rassegnazione, ma non certo dolore.

Può servire come allenamento per la propria capacità di intuire le vere intenzioni dell’autore, ma a parere di chi scrive manca del tutto di organicità, per non dire di senso compiuto. Troppi barocchismi, troppe citazioni storico-letterarie, troppe acrobazie linguistico-sintassiche, eccessivo in tutto, particolarmente nella propria tenace incomprensibilità.

 

JOHNATAN FRANZEN - LE CORREZIONI

15 OTTOBRE 2016


 

La famiglia Lambert, una coppia di pensionati i cui figli, oscillanti tra i 30 e i 20 anni, sono già da tempo fuori di casa, vive nel midwest americano, in uno stato d’apparente serenità nel quale condurre l’età finale della propria esistenza. La serenità è, per l’appunto, del tutto teorica e sfuggente. Il padre, Alfred, non ancora

Settantenne e già aggredito da una forma non leggera di Alzheimer, va tenuto monitorato con una certa attenzione e tiene sempre in ambasce la moglie. La quale,

Enid, vive nel mito d’un passato perfetto ed irraggiungibile, convinta com è d’aver realizzato, per un breve, magnifico istante, la Famiglia Media Americana quando i figli erano piccoli e si viveva nell’accenno di una minima armonia.

Essendo perfettamente consapevole del fatto che per Alfred potrebbe essere solo questione di tempo, Enid cerca di realizzare un ultimo, dolente sogno. Riunire  l’intera famiglia per un ultimo Natale tutti insieme. Il problema è che si tratta di un progetto dalla realizzazione tutt’altro che semplice.

Per un motivo o l’altro, la progenie dei Lambert incontrerà soverchie difficoltà nel cercar d’accontentare il desiderio della madre.

Gary, il maggiore,vive a Philadelpia con la moglie e tre figli maschi. Dirigente bancario, nevrotico e paranoico, accompagnato ad una moglie immatura ed egoista, la quale non ha la minima

Intenzione di salire su un aereo per trascorrere le festività coi suoceri. Gary vive in funzione di una praticità aggressiva e irrinunciabile, riuscendo sempre a convincersi che tutto funzioni secondo l’ordine naturale delle cose. Naturalmente non è quasi mai così e il giovane si carica di continuo di rabbiosa negatività, che fondamentalmente sfoga implodendo, tanto da venir spesso tacciato di depressione latente dai propri familiari.

Il secondo figlio Chipper è sostanzialmente un perdigiorno, sempre alle prese con una fatidica sceneggiatura che non fa altro che rileggere e rifare ogni volte, professore precarissimo di college, piuttosto sciatto e mal organizzato, che “fuggirà” poi in Lituania per un’”operazione commerciale” più che discutibile.

La terzogenita Denise sembra a sua volta altrettanto scombinata e disorientata dalla vita: chef a cinque stelle dal successo strepitoso nei ristoranti più in di Manhattan prima di subire un licenziamento dai risvolti grotteschi; vive perennemente in bilico tra omo ed eterosessualità e al pari del fratello di mezzo appare del tutto priva di una direzione.

L’unico che ci tenga davvero a rincontrare i genitori per Natale, Gary, non riesce però a convincere la moglie e i figli e ci va da solo. A sua volta, lo fa per il proprio bisogno di seguire un filo tutto personale dell’idealità della vita, che per vero affetto.

"Le correzioni" di Franzen merita il successo che ha riscosso in tutto il mondo. E' un libro crudele, che prende in esame le paradossali situazioni che coinvolgono una famiglia della middle class per celebrare la fine, o meglio il fallimento ideologico dell'American dream. Ogni figura protagonista è a suo modo incontrovertibilmente patetica. Alfred è il capofamiglia inflessibile che la malattia riduce a bambino capriccioso. I figli, lontani da tempo dal nucleo originale della casa, faticano enormemente a trovare una propria dimensione, sia che ricreino a loro volta un nucleo famigliare (Gary) o vivano da single inquieti, (Chip), indecisi persino sulla propria stessa identità (Denise)

L'unica persona che davvero pare avere a cuore l'immagine della Famiglia Ideale, anche perché sconvolta dai paragoni continui che lei stessa istituisce con amici e parenti, è  Enid, e proprio la sua figura è patetica in misura persino commovente. Lotta come una leonessa per mantenere in vita il proprio mondo ideale, coprendosi di ridicolo, come quando rifiuta d’ammettere la demenza incombente del marito o la palese assenza d’affetto da parte dei figli. Cerca di continuo di appiccicare un mastice ormai desueto (le famose correzioni) sulle falle maligne d’una barca ormai alla deriva.

Il finale, con tali, cinerei presupposti, potrebbe per molti lettori rappresentare una sorpresa, e certamente è più originale di quel che si potrebbe immaginare procedendo con la lettura.

Seicento pagine che vale la pena leggere, con pochi momenti di piccolo tedio ma molti, molti di più cruciali ed interessanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

KEN FOLLETT - NOTTE DELL'ACQUA

21 SETTEMBRE 2016


Clipper è il nome di un idrovolante realmente esistito, che al momento della sua creazione, negli anni trenta, aveva una capienza di circa settanta persone e si stendeva per oltre trenta metri di lunghezza. Nel settembre del trentanove, il velivolo sta per affrontare uno dei viaggi più difficili e delicati, la rotta Southampton  - New York, che comprende anche due scali, in Irlanda e a Terranova.

Siamo agli albori della seconda guerra mondiale, nel momento in cui l’inghilterra si schiera contro la Germania. A bordo del Clipper prendono posto esemplari di svariata umanità, ognuno dei quali con ottimi motivi per lasciare il continente e cercare rifugio nel Nuovo Mondo. Tra di essi, lord Oxenford, fascista, con l’intera famiglia, costituita dalla moglie e tre figli poco più che adolescenti. Non tutti però sono disposti a seguire il padre oltreoceano, e infatti la famiglia non partirà al completo. La sorella maggiore Elisabeth resterà a terra, decisa a perseguire sul campo gli intenti hitleriani che l’affascinano da sempre, mentre la minore Margareth, socialista e comunista, pur aberrando le atrocità della guerra vorrebbe restare per dar man forte agli antifascisti, ma non riesce a ribellarsi all’autorità paterna. Il clipper ospita anche personaggi che poco o nulla hanno a che spartire col conflitto mondiale. Un triangolo amoroso costituito dalla moglie, l’amante e il marito di lei che in circostanze grottesche riesce ad imbarcarsi per il Clipper, quando già i piccioncini speravano di  poter mettere qualche migliaio di chilometri tra loro e il poveretto. C’è anche spazio per un povero ladruncolo denominato Harry Marks, ricercato per un furto di gemelli e braccato dalla polizia londinese che preferisce la fuga negli USA piuttosto che pagare il proprio conto con le forze dell’ordine di Sua Maestà. Una volta a bordo purtuttavia, il buon Harry riuscirà ad infilarsi in un guaio se possibile ancora maggiore. Inutile dire che le gustose problematiche che riguardano la disparata umanità a bordo del clipper, non sono niente in confronto a quanto sta per accadere sullo stesso idrovolante. Si da infatti il caso che ospite del velivolo ci sia anche un pericoloso criminale, scortato da un agente della FBI, entrambi sono ovviamente sotto falsa identità. La manovra però, teoricamente del tutto segreta, viene a conoscenza di una pericolosa banda di criminali con sede a New York, i quali sono intenzionati a liberare l’ostaggio. Per far ciò, non esitano a ricattare il motorista del clipper, Eddie Deakin. Gli rapiscono la moglie e gli fanno pervenire degli ordini farà bene ad eseguire, affinchè la donna venga liberata. Il problema vero, e stavolta riguarda tutti, è che per obbedire, il buon Eddie dovrebbe violare le procedure di bordo e mettere a repentaglio la vita dei passeggeri.

Le peculiarità principali della scrittura di Follett ci sono tutte. Folti background di presentazione e istradamento, che spesso durano capitoli interi; adrenalina in dose massiccia, intrecci insistiti, sapienti, spruzzate di sesso inserite in pertugi inattesi. Non tradisce, insomma. Se proprio dovessi muovere un appunto a “Notte sull’acqua”, potrei rimarcare come il fatto della guerra in sé, che in fondo è il fattore scatenante dell’intera vicenda, passa fin da subito in secondo piano nell’economia della narrazione; gli innamoramenti dei protagonisti per ideologie contrapposte non portano poi a sviluppi di alcun genere, palesando che il conflitto non è altro che una sorta di pretesto narrativo.

Ma le storie sono appassionanti e i colpi di scena nella seconda parte del romanzo frequenti e logici, quasi consequenziali. Talvolta grottesco, come nelle corse contro il tempo per alcuni passeggeri per arrivare in tempo per i decolli, ma mai inverosimile; arguto a livello psicologico, particolarmente nei conflitti famigliari, specialmente nell’impari confronto tra Elisabeth e Margareth. L’azione non è mai stagnante e il finale è ricoperto della doverosa tensione. Non un capolavoro, ma un racconto ispirato e interessante.

 

 

LETIZIA TRICHES - GIALLO TRASTEVERE

1 SETTEMBRE 2016



Siamo nella Roma da bere, intorno alla metà degli anni ottanta. Il centro della nostra storia è un villino in zona Monteverde, abitato dalla famiglia borghese dei Venturi. Mara e Clara sono due sorelle molto diverse tra loro: la prima, bella e tormentata, sposa Luigi, industriale milanese e si trasferisce con lui nel capoluogo lombardo. La seconda, di carattere forte e pratico, non ha legami sentimentali ed avverte più di ogni altro appartenente alla famiglia, il legame con la casa patriarcale.
Alla morte di Luigi, Mara torna nella capitale rioccupando il posto nel villino che è sempre stato suo. Ma torna con le sue due figlia, Ambra, la maggiore e Roda, la seconda, e anche queste due sorelle sono caratterizzate da profonde differenze. Tanto Ambra e taciturna, introversa, piuttosto reticente a mettersi in mostra, quando la sorella ama mettersi in mostra, favorita anche dalla notevole avvenenza, frequentando la società mondana e vivendo un'esistenza del tutto sopra le righe. Fin troppo, forse, se è vero che, nel bel mezzo della più notevole nevicata che la capitale ricordi, la sera del 10 febbraio 1986, il cadavere di una giovane viene rinvenuto proprio nel giardino imbiancato della villa dei Venturi: è quello di Roda.
A cercare di fare luce sulla vicenda, il colonnello Angelo Pietracola, che nel corso delle indagini verrà coadiuvato da un aiutante speciale, il figlio Anand, neolaureato. Il Pietracola ha un ulteriore stimolo per riuscire nelle indagini: circa vent'anni prima, la moglie indiana Mahima, prima di morire d'un male incurabile, aveva contribuito all'allattamento della piccola Roda, che di fatto era sorella di latte di Anand. Per il colonnello, tornare nel villino dei Venturi rappresenta anche una sorta di emozionante catarsi in un passato che credeva dimenticato per sempre.
Peccato per lui però, che la storia si complichi, e neanche poco. A nemmeno tre mesi dalla morte della giovane, un altro decesso alimenta la scia di sangue che la storia lascia dietro di sè: a perdere la vita stavolta è il nuovo fidanzato di Mara, il quarantatreenne Walter Lago, il cui corpo viene ritrovato privo di vita in casa propria. L'estensione delle ricerche porta Pietracola ad indagare in ambienti oscuri, col coinvolgimento di spacciatori di droga e rampolli in carriera in odore di pedofilia...


La penna di Letizia Triches, dopo aver raccontato gli oscuri intrighi sviluppatisi all'ombra del Vesuvio in "Verde napoletano", punta i fari sulla capitale e traccia una trama dagli intrecci coinvolgenti e una corposa serie di colpi di scena, specialmente dopo la scoperta del secondo omicidio. (C'è stato intorno alla metà del romanzo anche un gatticidio, all'apparenza innocuo e slegato dal senso della narrazione, che sarebbe un grave errore ignorare). Parallelamente è interessante notare l'evolversi dello stato d'animo dei Pietracola, che più sviscerano i meandri della squallida realtà che si para loro incontro, più riaprono cassetti della memoria che credevano sigillati e rendono ancora più compresso il loro compito. Tanto che proprio alla fine del romanzo dovranno prendere una decisione difficile e impegnativa, per cogliere la quale dovranno considerare la divisa e il codice ma anche un senso d'umanità e pietà che la loro professione è tenuta a sacrificare.


Il regista occulto di questa trama, complicata ed avvolgente, è, come nei gialli più riusciti, uno tra i personaggi dalla personalità meno spiccata, e anche qui la capacità della Triches di sondare le frastagliate peculiarità dell'intimo umano porta a risultati appassionanti. Un libro consigliato agli amanti del genere, ma da non prendere sottogamba; se lo leggerete con noncuranza sotto l'ombrellone rischierete di perdere un filo che non saprete più riannodare.

 

ALDO PALAZZESCHI - SORELLE MATERASSI

24 LUGLIO 2016

 

 

 

Nei primi anni del novecento, a Coverciano, hinterland  di Firenze, le due sorelle Materassi, Teresa e Caterina sono due celebri ricamatrici e sarte. Possono vantare una clientela esigente e raffinata, scelta dal fior fiore della borghesia fiorentina, per la quale producono in continuazione completini intimi, da sposa e tutta la più ampia gamma di biancheria di lusso. La loro opera è talmente precisa ed elegante che la voce della loro abilità si sparge ben oltre i dintorni del capoluogo toscano. Prima  era solo per passione, ma col passare del tempo diventa sempre più una necessità, per Teresa e Carolina, il restare chine per l’intera giornata sulla loro macchina per cucire nel tentativo di soddisfare le richieste. Tanto è vero che a un dato momento le sorelle si trovano costrette a rifiutare gli ordinativi in eccesso, scegliendoli accuratamente tra quelli della clientela meno “importante”.

Insieme a loro vive una terza sorella, Giselda, che però non fa parte della società. Imbruttita interiormente da una pessima esperienza sentimentale,

la terza sorella non riesce a trovare con le prime due un dialogo di comprensione e aiuto reciproco, innalzando tra sé e le sarte un muro invalicabile di incomunicabilità. A completare la famiglia c’è la vecchia domestica Niobe, fedele e saggia, da sempre e per sempre al servizio di Carolina e Teresa.

Tutto sembra procedere normalmente sino a quando un fattore imprevisto invade la vita delle sorelle. Una quarta sorella, Augusta, che s’è trasferita in Abruzzo e della quale nulla si sa più da anni, è in punto di morte e sta per lasciar solo un figlio adolescente, Remo.

E’ fin da subito lampante che il giovanotto, rimasto solo al mondo, non può che seguire le zie sulla via del ritorno per la toscana, ed entrare ufficialmente a far parte della famiglia Materassi.

Questo punto è lo spartiacque della vicenda.

 

La sua personalità brillante e disinvolta, i modi di fare eleganti, il sorriso perenne stampato sul volto e una certa avvenenza fisica, stregano le due inflessibili sorelle sin dal primo momento. La sua presenza ammiccante, spesso equivoca, riesce lentamente a plagiarle, facendo si che si pieghino sistematicamente ad ogni capriccio e ogni richiesta, particolarmente di tenore economico.

Piano piano, quella che in prima istanza si potrebbe definire un’infatuazione delle donne verso il famigliare, assume però la dimensione di una vera e propria ossessione. Un delirio onirico che non lascia scampo nemmeno alla pratica e saggia Niobe. Solo Giselda ne sembra immune, e i tentativi che mette in atto per cercare di salvare la situazione si dimostrano vani. Al contrario, riescono solo a scavare un solco ancora più profondo, tra lei e le sorelle, che l’accusano di invidia e gelosia, “che Remo ha occhi solo per noialtre!”

Con simili presupposti, la bancarotta può solo essere dietro l’angolo. E si manifesterà subito dopo lo sfarzoso matrimonio dello stesso Remo, con una giovane ereditiera americana, celebrato appena prima che il giovanotto sparisca per sempre…

 

Scrittura ficcante, non priva d’ironia, tramite cui l’autore registra con precisione illuminata ogni singolo momento del declino delle due sorelle, fino all’avvento di Remo integerrime e votate al duro lavoro quotidiano. La presenza del ragazzo le riporta indietro nel tempo, le mette di fronte a questioni inevase e presumibilmente ormai perdute nella memoria, su pulsioni e frivolezze, batticuori e romanticismi che ritenevano d’aver sepolto per sempre nel cinismo e nella grettezza d’una vita fatta di tempistiche e consegne, di domeniche passate alla finestra “a rimirare il popolo bue che passa sotto le loro finestre”, d’una irreprensibilità che ritenevano a prova di bomba.

In realtà sono figure semplicemente patetiche, incapaci oltretutto di risvegliarsi dall’incantesimo cui il terremoto-Remo le ha condannati, che si adagiano, sognanti, verso la rovina. La narrazione non è sempre scorrevolissima, in alcune parti risente dello stile prosaico, persino prolisso, dell’epoca, ma in assoluto il messaggio arriva forte e chiaro; alla fine si prova quasi un leggero senso d’afflizione nel constatare come anche i soggetti più apparentemente freddi e inviolabili, concreti e inflessibili possano scivolare su inopinati punti deboli fino quasi a rovinare le proprie esistenze.

 

MORRIS WEST - UN TOCCO DA MAESTRO

9 LUGLIO 2016

 

 

Una famiglia fiorentina di nobili tradizioni possiede un importante archivio di documenti del passato di grande valore – scritti, dipinti, scultore e via citando. Il gestore dell’archivio è un giovane ed ambizioso americano, di nome Max, che diventa l’amante della ricca ereditiera di famiglia, Pia. La sua esistenza, agiata e in fondo priva di reali problemi, cambia quando la donna confessa a Max d’essere ammalata di tumore inoperabile. La notizia getta l’uomo nello sconforto, Max era davvero affezionato alla donna, indipendentemente dal di lei patrimonio. Preannuncia così a Pia che, una volta che lei non ci fosse stata più, lui sarebbe tornato in America. Intenerita, Pia gli promette, oltre alla dovuta liquidazione, anche un premio supplementare. Potrà portare via uno, al massimo due, oggetti dal capiente archivio di famiglia, a sua discrezione.

 

Qualche settimana dopo la morte di Pia, Max inizia i preparativi per il ritorno negli Stati Uniti.

Bighellonando su e giù per l'archivio, allo scopo di prelevare i due oboli come d'accordo con la donna, s'imbatte niente meno che in due opere di Raffaello. Per un esperto come lui è un gioco il verificare come detti ritratti non siano mai stati catalogati finora. Una scoperta che può rivelarsi di valore inestimabile e accende nel giovane un'ambizione irrefrenabile.

 

Conscio della difficoltà, per non parlare dell’impossibilità, di appropriarsi delle opere, e goderne dunque l’inestimabile valore, in maniera legale, Max concepisce un piano sottile e complicato per arrivare al suo scopo senza dare nell’occhio. Si trasferisce come d’accordo in America e si avvicina al mondo dorato delle case d’asta e dei mercanti di quadri, preziosi e antichi. La personalità brillante e disinvolta del giovane, oltre al curriculum di tutto rispetto, gli permettono di entrare nel giro giusto, istradandosi ben presto sulla via buona per raggiungere il proprio scopo. Peccato però non aver fatto i conti con due variabili impazzite: una storia d’amore che non lo porta esattamente dove vorrebbe, e un caso d’omicidi, vittima la moglie di un gallerista, che lo coinvolge nel momento in cui di tutto aveva bisogno tranne che di quel tipo di visibilità.

La strada percorsa da Max si fa via via impervia, improvvisamente pericolosa. Arriva un momento in cui, quasi fatalmente, i sospetti per l’omicidio della bella signora inizio a concentrarsi su di lui; come se non bastasse, sulla preziosa operazione-Raffaello l’anelato happy ending sembra allontanarsi. Tutto questo costringe Max ad un’inopinata fuga in Svizzera. Ma non potrà rimandare all’infinito il rientro in patria per affrontare la resa dei conti.

 

Opera tra le meno conosciute della vasta produzione dello scrittore australiano, “Un tocco da maestro”, comprende molte delle classiche peculiarità della sua scrittura, tra cui il sapiente uso degli intrecci e la capacità di spiazzare il lettore portandolo di colpo, in più di una circostanza, ad imboccare un sentiero narrativo del tutto antitetico rispetto al trend mostrato sino a quel momento. La figura di Max Mathers, sfrontata e spregiudicata, rinasce più di una volta dalle proprie ceneri e riesce (quasi) sempre a cavarsi d’impaccio anche nelle situazioni più scabrose, sempre che non intervenga qualcosa, come in questo caso, di perfettamente inatteso a cambiar le carte in tavola, ma anche del tutto logico e coerente.

La high society patinata ed illusoria, le lobby nel mondo dell’arte, la pittura in primis, sono dipinte senza mezzi termini e con dovizia di particolari da West. Il romanzo potrà apparire, in pochi, brevi punti, eccessivamente ricco di arzigogoli artistici, dettagli tecnici che possono apparire superflui: non lo sono. Proseguite la lettura fino in fondo per avere un quadro chiaro, esauriente della vicenda intera.

Raggiunge l’intensità emotiva di altre opera ad alto tasso adrenalinico, come “La salamandra” o “I giullari di Dio”, per fare un esempio, e pur non essendo un capolavoro va certamente annoverato tra le opere più significative dell’intero catalogo dello scrittore.

 
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