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un libro in quindici giorni

EDOARDO ALBINATI - LA SCUOLA CATTOLICA

6 NOVEMBRE 2017

 

La scuola cattolica, di Edoardo Albinati, premio Strega 2016, milletrecento pagine, romanzo. Tutto giusto tranne il finale, perché solo per dibattere se questo libro possa essere definito romanzo, saggio o chissà che, servirebbero tempi e spazi di cui purtroppo non dispongo. Non è un romanzo nel senso canonico del termine, e se lo fosse, lo sarebbe autobiografico. Un saggio che attinge a un passato rivisto con occhi disillusi e un’apertura mentale totale, acquisita in anni di duro esercizio. Un’apertura che porta Albinati a scrivere con coraggio straordinario su situazioni drammatiche e scabrose, quasi tutte risalenti a quegli anni fatidici che erano i settanta; la stessa che viene richiesta al lettore.

L’argomento di base è il delitto del Circeo, settembre 1975, sul quale non mi dilungherò in sede di commento. Quello che conta sono le elucubrazioni, potenti e smisurate, brillanti ed impreviste che lo scrittore, la cui principale attività è, non a caso, l’insegnamento nel carcere di Rebibbia, profonde a piene mani nell’opera. Le motivazioni recondite e di ardua comprensione che portarono ragazzi della cosiddetta Roma bene a infierire sino allo stupro e all’assassinio su ragazze del “volgo”; il reiterare a distanza di un trentennio il crimine stesso (il duplice omicidio di Izzo nel 2005, che ha spinto Albinati a concepire e realizzare il lavoro. Individui persi nella nebbia del male, fuoriusciti dalla stessa scuola cattolica che aveva formato l’autore (e non solo: anche l’altrettanto celebre scrittore Marco Lodoli). Ma non è tanto sul loro profilo che l’autore si basa: non vuole, “La scuola cattolica”, essere un’approfondita e noiosa analisi psicosomatica di soggetti di cui “non avresti mai detto che…”. Veri protagonisti sono le essenze di una generazione e le disfunzioni straordinarie (sociali – politiche – economiche) che han portato alla sua unicità ed alla necessità di trattarne.

 

Così, adottando uno stile narrativo assai particolare, mediato tra il celebre stream of consciousness di joyciana memoria e le più colorate sfaccettature del pensiero universale, di cui l’Uomo senza qualità di Musil rimane uno degli esempi più brillanti, Albinati trascorre anche centinaia di pagine sullo stesso argomento, senza annoiare. Certamente ossessionato dal sesso, ossessione che ritiene essere una delle cause scatenanti e non l’unica, e nemmeno la principale, degli stupri; s’avventura, nel campo, in una catarsi lucida e coraggiosa, citando episodi crudi, azioni e reazioni, conseguenze prospettive. Ma la stessa analisi investe poi con crudezza i campi più disparati, le istituzioni, la crescita, la morale, solo per tornare a tracciare compiutamente la scheda completa della società oscura, morbosa, dei nostri anni settanta.

Illuminante anche la “collezione di aforismi”, ad opera dell’amatissimo professor Cosmo, dallo stesso redatti in punto di morte, naturalmente spazianti a trecentosessanta gradi, tratteggiati con traiettorie imprevedibili, offrono codici di geometrie esistenziali, per citare Battiato.

 

Doveroso inoltre rilevare che una sezione narrativa è pur presente ne “La scuola cattolica”. E’ avvincente e non manca di colpi di scena, seppur concentrata in alcune decine di pagine verso la fine del libro. La figura più rilucente di questo settore è certamente Leda, sorella di Arbus, l’ingegnoso e parzialmente dissociato compagno di scuola di Albinati. Nella complessità del carattere, nella controluce degli sguardi e dei penetranti silenzi che diffonde, Leda è il personaggio chiave dell’intera opera. E nel piccolo grande dramma che si consuma proprio sul finale ai danni di Cassio Maiori, è lei a rubare la scena tramutandosi in eroina indimenticabile quanto sfuggente, effimera. Come lo è in fondo la vita, sembra l’autore dimostrarci in tutte queste pagine di profonde e crude riflessioni. Ma è solo una parte del messaggio, immenso e sfaccettato com’è l’intera opera. Leggetelo con fiducia e pazienza, ma sempre con intento e passione, lasciatevi stupire dalla vasta cultura e dalla sintassi colta, ricercata che Albinati utilizza costantemente; non rifiutatelo a priori. Si dice che l’apparenza inganni; in questo caso, è la mole. Ma se fosse questo il parametro, non avremmo nemmeno mai letto Moby Dick o l'Ulysse.

 

GIUSEPPE BERTO - IL CIELO E' ROSSO

17 OTTOBRE 2017

 

Seconda guerra mondiale. Un rifugio provvisorio e rischioso accoglie quattro ragazzi sfuggiti ai bombardamenti. Il gruppo organizza la propria vita come una vera e propria comunità. Carla, la più grande, contribuisce al traballante menage ricorrendo ad una saltuaria prostituzione. E’ fidanzata con Tullio, che fa parte di una combriccola allargata a numerosi altri ragazzotti, la quale si dedica a ladrocini e ruberie. Sono gli unici tra i quattro, peraltro, a guadagnare qualcosa.

C’è anche Daniele, non ancora sedicenne, che per qualche anno ha studiato con profitto in un collegio, e in un attimo vede stravolta la propria esistenza. Sfugge per miracolo a un bombardamento ma rientrando a casa vi trova solo macerie e morte, quella dei suoi genitori. Lo shock è tale che vaga per giorni senza meta, prima di essere accolto dal gruppetto. E infine Giulia, la più timida e cagionevole di salute, che si occupa di preparare i frugali pasti e di curare un’orfanella di cinque anni, Maria.

 

L’esistenza quotidiana dei quattro adolescenti è inevitabilmente durissima: al di là della precarietà d’affetti, nessuno di loro ha più alcun legame o rapporto con la famiglia d’origine, ove ancora esistente, la lotta per la sopravvivenza è un’incognita, in numerose occasioni si saltano pranzi e cene. In questo quadro miserrimo di precarietà assoluta, nasce un sentimento tra Daniele e Giulia, talmente puro che i due ragazzi quasi temono di confessarsi.

Col passare del tempo la guerra volge al termine, ma i pericoli per i ragazzi non sono diminuiti. Accade l’irreparabile: nel corso di una delle loro scorrerie, Tullio e alcuni suoi amici, forse traditi dal fuoco amico, vengono dapprima intercettati, poi catturati, infine abbattuti a colpi di fucile. La tragedia piomba sulla giovanissima comunità come un colpo definitivo, ove già la pace e l’armonia erano merce rara. Carla, la più pragmatica del gruppo, non sta troppo a piangersi addosso e continua a procurarsi da vivere per sé e gli altri nell’unico modo che ha imparato. Anche Daniele, finalmente, inizia a sbloccarsi psicologicamente; trova un impiego precario in collaborazione coi contadini che vendono le proprie merci al mercato comunale, ma le difficoltà permangono notevoli. In casi non isolati, le guardie confiscano illegalmente le merci, oppure obbligano i commercianti a balzelli o altre angherie assortite. Daniele appare però più deciso e maturo, nel suo ruolo di “capofamiglia”. E anche con Giulia le cose si sbloccano: i due sembrano trovare il coraggio di confessarsi i propri reciproci sentimenti, con la benedizione dell’ormai smaliziata Carla. Purtroppo la disgrazia è nuovamente in agguato. In breve, brevissimo tempo Giulia muore di tubercolosi, senza nemmeno avere il tempo di vivere il proprio pulitissimo sentimento con Daniele.

Ciò che accade dopo, al lettore scoprirlo, purchè si tenga lontano da pallide illusioni di lieto fine.

 

Primo romanzo di Giuseppe Berto, tanto lodato dalla critica quanto sostanzialmente ignorato dal pubblico, una delle tante testimonianze romanzate del conflitto, o meglio delle conseguenze dello stesso, “Il cielo è rosso” appare nel 1946, in un momento in cui tutte le ferite (del cuore, della memoria, dei luoghi devastati…) sono ancora apertissime. Eppure l’autore riesce in un impresa titanica: rendere l’orrore del momento con una scrittura colloquiale, persino leggera, oseremmo dire.

Il che non presuppone, ovviamente, noncuranza o peggio mancanza di rispetto da parte dell’autore. E’ in realtà un mezzo assai efficace per trasportare il lettore nella diretta scarna, senza enfasi drammatiche, tragicamente pratica e reale. La morte di Tullio ad esempio non provoca pianti disperati, come la separazione tra Daniele e Giulia, tanto per citare i casi più drammatici. C’è pragmatismo e maturità di chi ha quindici anni solo sulla carta, si risolve con colloqui stretti e schietti, bando alle ciance e ripartire da capo, sempre.

Un ritratto efficace e funzionale dell’adolescenza dell’epoca, cui il confronto generazionale con la odierna farebbe solo sorridere (o incazzare ferocemente).

 

MARCELLA SERRANO - NOSTRA SIGNORA DELLA SOLITUDINE

29 SETTEMBRE 2017

 

Una famosa scrittrice cilena, Carmen Avila, sparisce nel nulla. Nessun segnale pregresso lasciava presagire la scomparsa. Sul momento, il fatto provoca grande eco sui mass media nazionali ed internazionali, arrivando a ricoprire praticamente l’intero sudamerica, ma le forze dell’ordine non riescono ad ottenere risultati tangibili. Il marito dell’artista lascia calmare le acque per qualche tempo, sperando in un ritorno spontaneo della consorte. Inutilmente. Nel momento in cui le polizie internazionali dimostrano la propria impotenza, il marito decide d’affidare la ricerca ad una squadra d’avvocati di grido. La prescelta per condurre le indagini è l'avvocatessa Rosa Alvallay.

La prima mossa che la donna compie è quella, giusto per raccogliere possibili indizi, di acquistare in blocco i cinque romanzi della scrittrice. Leggendoli, Rosa riesce a venire a conoscere i dettagli più privati sulla complicata psicologia di Carmen Avila, il che risulta molto utile nelle indagini, se rapportato alla sospetta ritrosia del legittimo consorte dell’artista, oppure all’apparentemente inspiegabile ostilità della sua migliore amica.

Prima ancora di chiedersi da cosa possa derivare l’apparente ostracismo che le si pone davanti, Rosa mette in pratica le proprie intuizioni e inizia a viaggiare tra Stati Uniti, Messico e Cile. Più si addentra nei meandi del mistero, più il personaggio di Carmen sembra affascinarla, tanto è vero che si trova spesso ad imbastire paragoni tra sè stessa e la scrittrice.

Ne analizza dapprima le contingenze: Carmen è sempre stata molto abbandonata nella propria vita, prima dai genitori, che sono finiti in India vittime di un’interminabile crisi mistica. Affidata alla nonna e poi alla di lei dipartita, alla cura di uomini sbagliati e sempre troppo poco sensibili nei suoi confronti.

Lei, Rosa, invece, gode della presenza di una famiglia “classica”, un marito e due figli già grandi (l’avvocatessa supera i cinquanta), ma è frequentemente attaccata da un simile senso di solitudine: i rapporti in casa sono ormai ridotti ad insipide ripetitività. Sarà proprio da questa similitudine, che Rosa troverà la spinta più efficace per la buona riuscita delle indagini.

Nell’approcciarsi alla lettura di “Nostra signora della solitudine”, è necessario chiarirsi bene le idee su cosa aspettarsi dalla stessa. Il fatto che sin dall’inizio si chiarisca che trattasi di persona scomparsa, non deve indurre l’utente a pensare di trovarsi a sfogliare un giallo, o persino un thriller e via discorrendo. Niente di tutto ciò. Il materiale è assolutamente privo della minima tensione, non c’è suspense, di fiato sospeso o trepidazione ricorrente non se ne parla nemmeno.

Detto ciò, va sottolineato come Il lettore venga invece invitato dalla Serrano a un lungo, complicato, interminabile viaggio nella psiche di due donne in fondo assai simili, forse persino due facce della stessa donna, una preda e l’altra cacciatrice, dove in fondo la seconda sprizza da ogni poro il desiderio inconfessabile di trovare il coraggio e la sofferenza necessari per imitare l’esempio della prima. (Se poi trovi o meno la forza di farlo, la narrazione non racconta).

Quello che potrà essere l’esito della ricerca, diventa palese prima della fine del romanzo.

Il problema vero non è tanto il catalogare il genere dell’opera, il seguirne gli intrecci o il volteggiare dell’autrice tra le sinuosità di un’introspezione peraltro difficile e sofferente: il problema vero è che il romanzo non appassiona. Pur impegnandomi a seguire la Serrano lungo i viali anche poetici delle sue descrizioni, delle debolezze ma anche la vitalità nascosta delle due protagoniste, non c’è feeling né, come accennavo prima, pathos. La soluzione escogitata per sciogliere i nodi del rebus, suona banale e piuttosto raffazzonata. Anche la scarsa scorrevolezza, unita all’affastellarsi di personaggi in fondo poco definiti, non è d’aiuto. Non che manchino del tutto spunti o pagine interessanti, ma non è quella che si definisce una lettura soddisfacente.

 

PATRICIA HIGHSMITH - IL TALENTO DI MR. RIPLEY

7 SETTEMBRE 2017

 

Prendi un giovanotto dall’età indefinibile tra i 20 e i 30, collocalo a New York, dotalo di assai poca voglia di faticare per guadagnarsi il pane, ma di un gran talento, come dice il titolo, per arti sopraffine quali truffe, menzogne e ruberie (per il momento): Ora che hai modellato il ritratto di Tom Ripley, non ti resta che seguirne le vicende sin dal momento in cui, una sera di tarda estate, qualcuno lo sta inseguendo per le strade della grande mela. Tom (coda di paglia) teme già il peggio; invece è solo un benestante industriale nautico, Herbert Greenleaf, che gli affida un compito ben preciso. Volare oltreoceano fino a un paesello in provincia di Napoli e convincere il figlio Richard a rientrare negli USA per seguire gli affari di famiglia. Herbert compie un errore: è convinto che Tom e Richard siano amici. Invece, Ripley lo conosce appena, ma accetta di buon grado. Non disdegna, in fondo, di entrare nelle grazie di un ricco imprenditore.

 

Una volta in Italia Ripley scopre che Richie è in compagnia della sua amica Marjorie. Il Greenleaf ascolta le motivazioni della presenza del connazionale, ma non da subito una risposta. Coi soldi di Herbert, intanto Tom prende una stanza, e osserva da vicino la strana convivenza dei due. Richie non è interessato a un rapporto stabile con la ragazza, a differenza di quest’ultima, tanto che prende a frequentare di più Tom che Marjorie. E’ in quest’ambito, che un’idea terribile si fa strada nella mente del giovane Ripley. Tom è affascinato dalla ricchezza di Richie, che gli permette di vivere senza la minima preoccupazione. Convince il Greenleaf a partire per una breve vacanza con lui, suscitando la gelosia di Marjorie, e mentre sono su una barca in alto mare, lo uccide e getta il corpo in acqua, affondando poi il natante in un isoletta deserta.

 

Scrive poi una lettera firmata Richie a Marjorie, con cui la informa che non tornerà al paese tanto presto, di dimenticarla. Assume di punto in bianco l’identità di Richie, ritirando i fondi in arrivo da New York, e tornando ad essere Tom Ripley il tempo necessario per tener buono Herbert, scrivendogli di tanto in tanto, inventando informazioni e aggiornamenti. Naturalmente, le complicazioni non tardano. Ad attentare ai piani di grandezza di Tom arriva una conoscenza di Richie, Freddie Miles, che dopo aver chiesto a Ripley notizie sull’amico, esce da quel colloquio molto insospettito. Per evitare guai, Ripley fa fuori anche lui tramite un pesante busto di marmo. Le “imprese” di Ripley iniziano però a far piuttosto rumore, e presto il buon Tom si troverà le forze dell’ordine alle calcagna. Non gli resterà che organizzare una fuga, che metterà in atto in modo del tutto rocambolesco. Riuscirà a cavarsela?

 

Pubblicato nel 1955, questo fanta-thriller della celebre autrice americana Patricia Highsmith è una lettura semplice ma non banale, logica ma da non sottovalutare, capace di movimentare pagine in apparenza quiescenti con abili colpi di scena. La maestria del protagonista appare inarrivabile, e il suo personaggio sempre affascinante, in quanto evidentemente privo di scrupoli eppure pervaso di continuo da una sclerante introspezione psicologica che lo porta non tanto a pentirsi degli omicidi, ma al contrario al timore latente di non riuscire, in qualche modo, a raggiungere l’agognata dimensione d’opulenza per la quale li ha commessi.

 

Colpiscono anche i toni e i modi sempre perfettamente controllati, l’ambivalenza degli atteggiamenti che Tom mantiene nei riguardi di molti dei personaggi della narrazione, penso a Herbert o a Marjorie, senza mai realmente tradirsi; addirittura, riesce ad infondere in alcuni casi un senso di sicurezza ed affidabilità, incarnandosi in un perfetto angelo del male, ingannatore e spietato nei fatti quanto comprensivo, dolce e disponibile a parole. Ma la sicurezza vera del traguardo raggiunto, quella la Highsmith non gliela concede mai. La chiosa ideale del romanzo è della stessa autrice, rende perfettamente l’idea del destino che attendeva Tom:  “… Avrebbe visto poliziotti in attesa in ogni porto dove fosse sbarcato?"

 

ANDREA DE CARLO - VILLA METAPHORA

1 AGOSTO 2017

 


Cosa si potrebbe desiderare di più, in questi tempi noiosi, in cui ci si stanca di tutto e di avere tutto, che una bella vacanza super-ultra esclusiva presso un resort sperduto in mezzo al Mediterraneo, in un punto imprecisato tra Sicilia e Nordafrica?, Detto resort, situato in territorio di Tari, nasce dall’intraprendenza professionale d’un architetto milanese, Gianluca Perusato, professionista molto quotato nel ramo e vincitore di prestigiosi premi a livello internazionale. Data la sua esclusività, il resort, denominato “Villa Metaphora”, non potrà che ospitare un numero limitato di clienti super selezionati, ovviamente ricchi e meglio ancora snob. La lista si limita infatti a una decina scarsa di elementi, ossia: Un imprenditore Americano, Brian Heckhart, sposato alla stellina del cinema Lynn Lou Shaw; il potentissimo banchiere tedesco Werner Reitt con la consorte. L’ingegnere Giulio Cobanni con la moglie Tiziana, unici italiani ammessi a corte, La misteriosa intellettualoide francese Simone Poulanc. Perusato dispone di uno staff limitato ma agguerrito, tecnicamente assai preparato: lo chef Ramiro, specializzato in piatti d’essai, in cui prevale la qualità sopraffina, ricercata e rara, rispetto alla quantità, molto limitata. La segretaria tuttofare Lucia e il cugino manovale Carmine, taresi doc, unici indigeni tra tutta l’umanità presente, il falegname specializzato Paolo Zacomel. Il lusso sborda, ovviamente, da ogni poro dell’avveniristica struttura. Ai danarosi utenti vengono però assicurata una serie di servizi cinque stelle: privacy assoluta, mare cristallino, panorami mozzafiato e via elencando. Tutti i presupposti per una vacanza da sogno. Serve, a questo punto, informare i gentili lettori che detta vacanza diventerà presto un incubo? Dopo un inizio di convivenza sui generis, durante la quale i vari ospiti si annusano, per lo più con diffidenza e mantenendo una certa dose d’innata supponenza, pare che il ghiaccio si sciolga, complice una gita sul prestigioso motoscafo della casa, ove partecipa la quasi totalità dei villeggianti. Il natante, pilotato con maestria da Carmine, farà una pessima fine, e per poco non si potrà dire lo stesso dei suoi occupanti. E’ in questo momento che per il zelante, ossequiente padrone di casa e il suo staff, inizia ad applicarsi la teoria del piano inclinato. Un qualunque corpo piazzato su di esso, per quanto impercettibilmente, scende inesorabile sino a toccare il fondo. In sostanza, la causa scatenante di quello che sarà un fallimento per nulla annunciato dipenderà dal fatto che il racchiudere un numero, seppur limitato, di persone all’interno di un buen retiro per facoltosi, può anche far implodere gli ego degli stessi, con conseguenze difficilmente preventivabili. Se poi ci si mettono anche imprevedibili sconquassi naturali…già, poiché ad intorpidire ulteriormente la già precaria situazione ci penseranno alcune scosse di terremoto, uno sciame sismico irregolare e forse poco pericoloso a livello pratico, data la forte antisismicità della struttura, ma davvero pesante sul lato psicologico, per gli ospiti.


Un De Carlo dai toni piuttosto apocalittici, in quest’opera fiume che lambisce le mille pagine, e che ha la dote di superare un esame cui, in questi casi, non ci si può sottrarre, ovvero il rischio noia. No, non ci si stanca, nella lettura, perché l’autore riesce a dotare i personaggi di caratteristiche forti e precise sin dai primi momenti, ed ogni capitolo vive in pratica di vita propria contribuendo all’assemblarsi della vicenda.
L'attenzione può essere messa a dura prova in alcuni episodi specifici, ad esempio quelli in cui l'autore lascia parlare l'indigeno tarese nella propria lingua, ma è davvero in gamba invece a mantenere un credibile equilibrio nel cocktail di linguaggi che formano l'idioma locale; un pò di pazienza nel seguirlo porta a questo tipo di constatazione. Molto spiccate anche le descrizioni psicologiche dei personaggi, i loro comportamenti e la variabilità delle azioni e reazioni che li determinano. Interessante la progressione con cui molti dei protagonisti perdono i propri freni inibitori e le loro maschere piccolo/medio borghesi crollano, deflagrando negli eventi che si susseguono implacabili e mostrando il loro vero io.
Il finale aperto a varie considerazione, più che incompiuto rientra nell'ambito di quel fatalismo che pervade l'intera narrazione...solo alcuni, forse, si salveranno..

 

KEN FOLLETT - MONDO SENZA FINE

13 LUGLIO 2017


Duecento anni dopo le vicende de “I pilastri della terra”, Follett ci riporta in suolo britannico, precisamente a Kingsbridge. I protagonisti discendono direttamente da Tom, l’eroe del romanzo precedente, autore dell’imponente cattedrale su cui la storia s’imperniava. Tutto ha inizio intorno alla fine del 1327, quando quattro ragazzini in un bosco assistono a uno scontro tra cavalieri; a spuntarla sarà un cavaliere solitario che uccide i nemici, malgrado fossero in due contro uno, ma subisce una grave malformazione ad un braccio.

I piccoli, Caris, figlia del lanaiolo, i fratelli Merthin e Ralph, figli di sir Gerald, cavaliere del re e Gwenda la popolana, che il padre obbliga a piccoli furti per sopravvivere, escono allo scoperto ma il cavaliere vincitore, Thomas, non ha intenzione di far loro del male. Dopo aver affidato a Merthin, una misteriosa lettera da rendere nota solo alla sua morte, il cavaliere si vede costretto all’amputazione di un braccio. Prenderà poi i voti da monaco benedettino. La vita nel piccolo borgo pare scorrere tranquilla, almeno finchè, quello stesso inverno, le inclemenze del tempo e della natura portano al crollo del ponte in pietra che collegava il paese al mondo circostante. Impensabile farne a meno: senza il passaggio, Kingsbridge rimarrebbe esclusa dal commercio e da gran parte delle attività imprenditoriali che fiorivano in essa, specialmente avrebbe dovuto rinunciare agli introiti derivanti dall’annuale fiera della lana, che attirava annualmente centinaia di visitatori.

Proprio a Merthin, che si dimostrerà sin dall’inizio costruttore valente, con idee innovatrici, viene affidato il compito di costruire il ponte, una responsabilità notevole, che il ragazzo affronta con coraggio. Ma si deve scontrare contro l’ottusità del priore, Godwyn, sempre spalleggiato dall’attendente Philemon, fratello di Gwenda. I vertici del priorato si chiudono in convinzioni conservatrici e ristrette, celandosi sotto la finta e ipocrita ala protettrice dell’abito talare, in realtà puntando a una mera affermazione personale nell’ambito clericale e laico. Purtroppo sono loro ad avere, per vecchie leggi reali, potere assoluto sulla cittadina.

Quando Merthin e Caris, nel frattempo divenuta sua fidanzata, cercano di aggirare il cavillo che li soggioga al priorato, Godwyn approfitta dell’epidemia di peste nel frattempo calata sul borgo, e del fatto che Caris opera trattamenti medici “non ortodossi”, per accusarla di stregoneria ed indurla dunque all’impossibilità di nuocere. Questa mossa potrebbe risultare devastante, per i due giovani. L’unica possibilità per Caris d’evitare il rogo è farsi suora. Tale è la delusione di Merthin, da fargli decidere d’espatriare. Si recherà a Firenze, dove ricomincerà da capo, avviando in loco l’attività di costruttore e creandosi una propria famiglia.

Tutto il corso della vicenda verrà peraltro rimesso pesantemente in discussione con lo scoppio della peste nera, nel 1348. Il che porrà fine a molte diatribe, aprendone peraltro di nuove... 

Inutile dilungarsi eccessivamente sulla trama, che come per ogni romanzo “epico” di Follett si tesse tramite incroci complicati e continui. Vorrei solo puntualizzare come anche in “Mondo senza fine”, tutti i tasselli s’accomodano buoni buoni al posto giusto, con le tempistiche e le modalità che il narratore stabilisce, sempre con imbarazzante precisione. Non c’è tematica sollevata nel testo, e come per ogni libro delle trilogie, queste sono vastissime, che non riceva la propria soluzione.

Quello a cui il grande autore inglese non riesce mai a rinunciare è il rendere piccanti certe scene scendendo volentieri in particolari più che espliciti, al di là di ogni puritanesimo non sempre strettamente necessari all’economia del racconto. Al di là della sindrome da cento sfumature, volendo cercare il pelo nell’uovo si potrebbe anche notare come una cinquantina di pagine, esattamente quelle relative alla guerra dei cent’anni, se le sarebbe pure potute risparmiare. In ultima analisi peraltro, si tratta di dettagli. In assoluto, la narrazione è efficace e coinvolgente in modo abbastanza costante. Il che per un tomo di oltre milletrecento pagine, non è caratteristica di poco conto. La formula dei “Pilastri della terra” viene perpetrata senza suscitare noia o stanchezza, mantenendo invece costante l’interesse del lettore.

 

MARCO VENTURINO - COSA SOGNANO I PESCI ROSSI

24 GIUGNO 2017



Romanzo-denuncia, per animi forti e fortemente sconsigliato a chi cerca la classica lettura “distraente”, “Cosa sognano i pesci rossi” vede i due protagonisti alternarsi regolarmente nella narrazione sino all’epilogo. C’è l’amministratore delegato d’una florida azienda del nord, il signor Tunesi, nella parte del pesce rosso, la cui sfolgorante carriera viene stroncata da un tumore, e un medico anestesista, Gaboardi, che invece non trae molte soddisfazioni dall’attività lavorativa, disilluso dall’arrivismo e l’ipocrisia che lo circondano.
Tunesi viene confinato in un ospedale milanese, reparto terapia intensiva e Luca lo assiste con frequenza quotidiana. La trama del romanzo consiste in pratica del decorso ospedaliero del paziente, e si conclude appena raggiunto il verdetto estremo: guarigione o morte. In mezzo, le considerazioni taciute ma vitali di Tunesi, che resta lucido per gran parte della narrazione. Lo struggimento per l’essere escluso, di colpo e senza apparente via di salvezza, dalla vita quotidiana, che prosegue anche senza di lui, nei volti mortificati dei suoi cari, la moglie e la figli, negli atteggiamenti ondivaghi di medici e infermieri che si alternano al suo capezzale. Può comunicare solo tramite sguardi, cenni con le mani, rimanendo costantemente segregato nel letto, affiancato da altri due pazienti muti ed immobili, nelle stesse condizioni. Ovviamente è lo sconforto il suo vero compagno di viaggio. Solo raramente soppiantato da un anelito di vita, di coraggio, magari ispirato da un commento positivo del medico di turno o un sorriso delle gentili, pietose infermiere. Lo spirito appassisce ulteriormente quando, dopo oltre un mese di degenza, Tunesi viene aggredito da una febbre misteriosa, che i medici non riescono a spiegare e sottrae lucidità al paziente. L’uomo entra in una spirale d’incoscienza, sale su montagne russe di disperate illusioni, sogna di dare in sposa la figlia a quello che ritiene il più meritevole tra i dottori, fa progetti per quella che ritiene l’imminente dimissione.
L'altra parte del mondo, distante anni luce dalla dimensione in cui galleggia esanime il signor Tunesi, eppure così drammaticamente a contatto con essa, è quella in cui gareggiano i professionisti della salute.
Dietro una facciata di pervicace attaccamento al lavoro, a quella che spesso appare una vocazione, una vera missione, si nascondono spesso sagome d’individui senza cuore, tesi unicamente alla realizzazione e all’avanzamento professionale, per i quali la presenza di un malato terminale rappresenta una nuova sfida, magari un traguardo da raggiungere, un rivale nell’equipe medica da superare, insomma spesso tutto è tranne un pietoso caso umano.
Interessante notare come i due mondi non entrino quasi mai in collisione tra loro. Il professore di turno è un esecutore a mano libera, per il quale Tunesi è una tela bianca, da riempire colle iniziative che sgorgano dal talento e dagli impulsi della scalata professionale. Non può permettersi di compiere errori per l’indelebile macchia che apporrebbe sul curriculum, il salvare una vita umana è una diretta, positiva, conseguenza. Ma non si stabilisce il minimo rapporto tra le due parti; rapporto che, al contrario, s’imposta almeno in misura embrionale col personale addetto (infermieri, addetti alle pulizie e quant’altro)
La narrazione s’interrompe, più che concludersi, quando il destino e l’azione dell’uomo stabiliscono ciò che sarà.
Terribili contrasti tra capitoli adiacenti, gli uni, pervasi da struggenti aneliti di vita ormai smarriti e perduti, da parte di Tunesi, con conseguenti, terribili, rimorsi, rimpianti e rancori. Gli altri, mera cronaca di scalata al potere di professionisti rampanti, descritti da Luca con malcelata meraviglia e stanca rassegnazione.
Nota a margine: l’autore è direttore di divisione di anestesia e terapia intensiva all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Uno dei lati più inquietanti di “Cosa pensano i pesci rossi”, è che nomi e situazioni sono frutto di fantasia, ma solo quelli.

 
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