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un libro in quindici giorni

LA VERITA SUL CASO HARRY QUEBERT - JOEL DICKER

26 LUGLIO 2018

 

Il giovanissimo scrittore americano Marcus Goldman, dopo essere assurto a straordinaria notorietà grazie al suo romanzo d’esordio, cade vittima del più classico degli incidenti del mestiere: il blocco creativo. La deadline per la consegna del nuovo romanzo s’avvicina implacabile e l’ispirazione latita, il che lo getta nella disperazione.  Nel frattempo un evento clamoroso scuote l’opinione pubblica: sopra il capo di Harry Quebert, uno dei più grandi scrittori americani contemporanei,  cala l’orribile sospetto d’aver ucciso una quindicenne, Nola Kellergan, oltre trent’anni prima. La stessa quindicenne con cui, a trentaquattro anni, ebbe una, relazione in un’estate del 1975. Questa storia è stata la segretissima ispirazione del suo romanzo migliore, “Le origini del male”, baciato da un enorme riscontro di critica e pubblico.

Malgrado l’incombente scadenza per la consegna del romanzo che peraltro manco ha iniziato, e contro il parere del proprio agente, Marcus Goldman parte per Aurora, nel New Hampshire per raccogliere elementi a sostegno dell’innocenza di Harry Quebert, suo amatissimo ex professore universitario che aveva ricoperto la figura di mentore, padre adottivo e amico. Una guida spirituale che, in una sorta di passaggio di consegne, ha educato il giovane Marcus alla fine arte della letteratura facendo di lui lo scrittore di grido del nuovo millennio, esattamente come lui lo era stato di quello trascorso. Ovvio che Marcus si senta in debito con lui e cerchi di fare il possibile per scagionarlo.

Da questo momento la trama si inerpica su sentieri tortuosi, con continui salti avanti e indietro nel tempo.

Il numero dei personaggi è rilevante, e ognuno di essi è piuttosto ben caratterizzato. Ce ne sono soltanto un paio che assurgono presto a stregua di macchiette, poco credibili e mal sopportabili, come la madre del protagonista,  ottusa e premurosa oltre i confini del masochismo,  suona falsa e ridondante.  I dialoghi, sono serrati e fluidi, stonano solo leggermente quelli tra il giovane Harry e Nola, evocati tramite numerosi flashback, mielosi, stereotipati, degni del più gommoso degli Harmony.

Quando, proprio nell’ultimo centinaio di pagine, si fa largo il colpo di scena finale, si snoda attraverso almeno tre nuovi colpevoli, dichiarati e smentiti da nuovi eventi che, come nelle comunicazioni commerciali, annullano e sostituiscono il precedente. Forse la spirale è eccessivamente movimentata ed articolata, ma in fondo l’intera vicenda, nella sua complicanza, alla fine regge ed e ben congegnata, senza particolari incongruenze temporali/logistiche, normalmente le nemiche principali dei thriller.
A vantaggio di quest’opera prima di Dicker il fatto che il libro scorra veloce e mantiene comunque un ritmo che permette di rimanere avviluppati nei meandri sempre più oscuri di una storia bipolare. Con un suo lato luminoso, quello delle ariose spiagge affacciate sull’oceano, sulle quali si consuma una storia d’amore senza confini di età, estrazione sociale e ipocriti perbenismi. Con un suo lato oscuro, quello dei boschi più cupi che accolgono in seno la fuga di una ragazzina, che scappa da un mondo che non si è risparmiato di ferirla nell’animo. E’ un romanzo che mostra il talento indubbio dello scrittore debuttante, con l’unico dubbio che abbia forse messo un po’ troppa carne al fuoco, per un’opera prima; ma tutto sommato non se l’è cavata male. Il testo contiene anche implicite riflessioni sul mestiere dello scrittore, (singolare, per un esordiente) anche se qui si tende già di più alla scoperta dell’acqua calda, come nell’insistere da parte di Dicker nel tratteggiare la sciacallaggine dell’editore Barnasky, che istiga Goldman a scavare nel torbido per vendere meglio la storia. E ci mancherebbe altro che la letteratura, la musica o l’arte in genere non siano, particolarmente al giorno d’oggi, il veicolo principale d’arricchimento di editori/produttori senza scrupoli.
L’ironia della sorte ha voluto che questo romanzo diventasse un caso editoriale, esattamente nello stesso modo dell’esordio di Marcus Goldman. Però val la pena una lettura: non lasciatevi scoraggiare dallo spessore del romanzo.

 

GIANNA MANZINI - RITRATTO IN PIEDI

2 LUGLIO 2018

 

Un'opera d'una poesia infinita, questo penultimo lavoro della scrittrice pistoiese Gianna Manzini, "Ritratto in piedi". Il ritratto in questione è quello del padre dell'autrice, Giuseppe, ufficialmente orafo ma anarchico di professione, di quelli duri e puri, quelli che all'inizio del ventesimo secolo venivano messi all'indice e isolati, indicati al pubblico ludibrio e costretti in pratica a una vita di macchia.

Per questi suoi pensieri politici molto sopra le righe, quest'uomo vive solo, in un antro ricavato nella propria bottega. La figlia subisce questo stato difficile sin dalla più tenera età, dividendosi di continuo tra la postazione del padre, nella quale fa conoscenza dei suoi colleghi cospiratori tra cui Errico Malatesta, e casa propria, dove per la piccola l'aria è decisamente meno respirabile.

La madre viene infatti dipinta assai barcollante nei propri sentimenti, incapace di prendere una posizione definita sulla propria situazione ed influenzata negativamente dai propri famigliari, primo tra tutti il fratello di lei, che aveva preso il cognato come socio nella propria azienda. Malauguratamente però, il padre di Gianna aveva trasferito i propri bellicosi ideali sul posto di lavoro, e la prima mossa per la quale s'era fatto notare era stato un bello sciopero di massa degli operai, al che era chiaro che la sua esperienza in ditta poteva dirsi terminata.

Così la crescita di Gianna si svolge in maniera obliqua, con presenze altalenanti e rimescolamenti di cuore e d'anima che l'attraversano a distanza ravvicinata, talvolta anche nel corso della stessa giornata. Par d'intendere che la bimba, nel frattempo adolescente e poi giovane, provi in sè maggior predisposizione per il padre, che vive in maniera più limpida e, volendo, anche un pò teatralmente ("Il mondo è la mia patria") la propria condizione.

Un uomo che fa della propria utopia una ragion di vita e ne ottiene solo l'inappellabile condanna all'emarginazione, che però sprigiona un candore, un'innocenza struggenti, ammalianti sulla figlia. E' qui, dunque, che troviamo espressa l’ardente componente poetica accennata poc'anzi. Gianna ritrova la dolcezza della figura paterna in ogni cambio di stagione, in tutte le scintillanti manifestazioni della propria crescita, ne mantiene viva l'immagine confortante anche quando non è con lei, per i momenti più bui, specie quelli vissuti in famiglia. Tutte le esperienze più belle, i ricordi sorridenti della sua giovane vita lo vedono al centro della scena.

Nessun lieto fine dietro l’angolo: la separazione dei genitori, il confino del padre a Cutigliano ad opera del regime fascista, la prematura fine e l’acuto senso di colpa della figlia, chiaramente espresso sul finale del romanzo, sono le tappe salienti di questa sofferta catarsi dell’autrice.

"Rimpianto e rimprovero stuzzicano il rimorso. Tento forse di blandirlo, battendomi il petto? Non esistono nascondigli di sorta o possibili astuzie per sviarlo. E dell'atto di costrizione se ne infischia, il rimorso. C'era tempo per tutto...ma non c'era posto per te, mio vero, unico orgoglio, mia lezione vivente, mia grazia vivente.."

Tutto il libro racchiude un percorso travagliato di sensazioni profonde, acute, intrattenibili, che con maestria la Manzini mette su carta e del quale rende partecipe il lettore con raffinatezza e senza alcuna concessione al pietismo. “Ritratto in piedi” piacerà soprattutto alla critica (s’aggiudicherà il Premio Campiello 1971) e si rivelerà la più fortunata opera nella non esigua produzione letteraria della Manzini. Un’autrice che il grande pubblico dovrebbe riscoprire, perlomeno per le emozioni che regala con il suo stile mansueto e appassionato al contempo.

 

ABRAHAM YEHOSHUA - RITORNO DALL'INDIA

21 MAGGIO 2018

 

Protagonista della vicenda un giovane e idealista medico israeliano, Benji Rubin, che ottiene, faticosamente il suo primo impiego, non ancora stabile, presso l’ospedale di Gerusalemme. Dopo poche settimane di lavoro, il direttore sanitario della struttura, dottor Lazar, chiede al giovane di seguire lui e la moglie in India, per riaccompagnare a casa la loro figlia Einat, la quale quasi al termine di un soggiorno laggiù s’ammala d’epatite. Non fidandosi della sanità locale,  Lazar e la moglie Dori compiono un blitz in terra indiana ove, con l’aiuto del dottorino, guariscono la figlia e la riportano in Israele.

Tutto bene? Si, in un certo senso, a parte il fatto che siamo solo all’inizio e non alla fine della storia.

Per tutto il tempo della trasferta il dottorino si chiede il motivo del suo coinvolgimento, visto che lo stesso dottor Lazar è del tutto in grado di curare un’epatite.

Oltretutto è dibattuto sul fatto che la sua partenza possa migliorare o peggiorare la sua posizione all’interno della scala gerarchica ospedaliera. E’ piuttosto a disagio, in effetti, si sente un po’ come un burattino nelle mani di due sapienti manovratori, e approfitta di ogni piccola occasione per staccarsi dall’ingombrante coppia.

Invece, man mano che il viaggio prosegue, Benji ne rimane intrigato. Il fatto che Einat venga salvata e riportata a casa, diventa un dettaglio in fondo marginale. Il grande mistero dell’India, amplificato dagli indecifrabili atteggiamenti dei coniugi, mantenuti anche dopo aver recuperato incolume la figlia,  che vivono in una simbiosi realmente indecifrabile. Tutto questo però non impedisce al giovane medico di portare avanti scrupolosamente il proprio lavoro, fino a prendere decisioni impopolari, ad esempio quella di effettuare una trasfusione a Inat, troppo debole per affrontare il disagio d’un viaggio tanto repentino.

Eppure la decisione di Rubin si dimostra azzeccata. Di più: indispensabile, per la buona guarigione di Inat. Da qui, mentre il quartetto rientra a Gerusalemme via Roma, lo strano legame che avviluppa il giovane medico ai signori Lazar ha un ulteriore, inatteso sviluppo. Forse, la signora Dori e il marito speravano inconsciamente che la figlia potesse far innamorare il dottorino di sé. Effettivamente, a ritorno avvenuto, il buon Benji ha si cresciuto un sentimento particolare, ma non è ciò che i due coniugi si sono augurati.

Un sentimento la cui ragione ultima e definitiva si farà via via più chiara man mano che scorriamo le pagine di questo corposo, dettagliato ed avvincente romanzo.

 

 

Un romanzo in cui Yehoshua molla (in parte) la presa sull’annoso problema dei conflitti arabo-israeliani per concentrarsi maggiormente su tribolazioni interiori, lunghe ed articolate catarsi che arrivano a lambire un concetto delicato e profondo come quello della trasmutazione dell’anima, vero protagonista della narrazione intera. L’abilità dell’autore sta nel riuscire a calarvene il lettore gradatamente, sempre mantenendo una scrittura scorrevole e molto dialogata, sino a renderlo del tutto simbiotico con esso.

Naturalmente il segreto è penetrare la figura del protagonista che a sua volta compie questo viaggio e ne riporta sempre in prima persona. Potreste non amare del tutto il buon Rubin. Tendenzialmente egoista, progressivamente invasato dalla forza trascinante del sentimento che lo travolge, sembra lasciare in secondo e anche terzo piano gli affetti più stretti (moglie, figlia, genitori), e prestare in fondo blanda attenzione alla sua carriera in fiore. Le ultime centocinquanta pagine però lasceranno in lui tracce indelebili, per cogliere le quali val la pena d’arrivare in fondo a una lettura complessa. Anche perché, il tanto esaltato sentimento dell’amicizia ne esce con le ossa rotte, sovrastato com’è da istinto e passione, in queste pagine. Leggiamo e costringiamoci a paragonarci a Rubin per  realizzare i pesanti conflitti interiori che lo sconvolgono e porci il più classico degli interrogativi, e noi, che avremmo fatto?

 

IRENE NEMIROVSKY - SUITE FRANCESE

18 APRILE 2018

 

Il 3 giugno 1940 Parigi viene bombardata per la prima volta dai tedeschi. Scatta l’allarme generale. Ognuno si prepara ad abbandonare la capitale, e il giorno successivo inizia il grande esodo. La narrazione si concentra su alcuni gruppi di personaggi, appartenenti ai più disparati strati sociali, ma per la grande maggioranza esponenti del ceto alto.

C’è la ricca famiglia dei Pericand, dell’alta borghesia, governata dalla madre, Charlotte, il tipo di persona che vede il popolo bue con occhio falsamente progressista. Lei e il marito hanno quattro figli, il maggiore del quale s’è fatto prete ed è già da alcuni giorni impegnato a proteggere un gruppettino di adolescenti orfanelli.

C’è un illustre letterato, che fa parte dell’ordine degli Accademici di Francia, Gabriel Corte, che fugge per ripararsi a Vichy con la sua compagna, Florence; il loro obiettivo è di raggiungere un codazzo di pseudo intellettualoidi che hanno una mezza intenzione di passare al nemico per mera convenienza. Peccato che nel corso della fuga gliene capitino di ogni, tra cui lo smarrimento delle bozze del suo ultimo romanzo. Riuscirà a giungere alla tanto anelata zona franca?

C’è lo scapolo sessantenne Charlie Langelet, che colleziona porcellane, orrendamente snob, che ama rifuggire il popolo bue come appestati, e disprezza genericamente buona parte del resto della razza umana. La sua frase standard è “Pazzesco quanto volgare possa essere questo povero mondo”, particolarmente quando le veline e gli imballi per le porcellane non gli sembrano abbastanza protettivi.

Scendendo di rango, c’è il nucleo piccolo borghese dei bancari Michaud, i quali, insieme a tutti i loro colleghi, devono spostarsi a Tours per proseguire l’attività lavorativa. Hanno un figlio soldato che non dà loro molte notizie. Per loro però, raggiungere la nuova sede si dimostrerà un’impresa. In macchina con qualcuno di buon cuore, nemmeno a pensarci. In treno, impossibile, affollati e radi. Non resta loro che provare a piedi. E non è detto che nel lungo viaggio non capiti loro qualche sorpresa non del tutto negativa.




Progettato come un'opera in cinque volumi, “Suite francese” è purtroppo restato incompleto a causa dell'internamento della sua autrice nel campo di concentramento di Auschwitz dal quale purtroppo non uscirà, morendovi  nell'agosto del '42. La narrazione è molto dialogata e piuttosto scarna ed essenziale, nell’incedere e nel divenire dei frangenti. Non vi sono fronzoli psicologici, non c’è molto spazio per drammi di pianto e disperazione, c’è la praticità di una situazione in crescendo, dalla quale, oltre al mero fatto storico, è interessante notare ulteriori particolarità a livello stilistico. L’autrice, ad esempio, non riesce proprio a non evidenziare la propria antipatia nei confronti dei borghesi o presunti tali.

Con le situazioni che propone, l’autrice palesa il rancore profondo verso la cosiddetta casta, che a suo dire rovina la vita di quello che il suo Paese d’adozione (nata in Ucraina, s’è presto trasferita in Francia, ove ha vissuto sino alla deportazione), accusandoli di non mutare mentalità nemmeno sotto la catastrofe della guerra, cercando ancora pateticamente di mantenere i loro privilegi, resi pia illusione dal disastro cui il conflitto li aveva condotti, assurdamente avvinghiati all’incrollabile utopia di una privilegiata gerarchia sociale. Per il resto, la penna della scrittrice è urticante e malinconica, struggente e libera. La narrazione sfiora il conflitto e non vi entra nel merito, limitandosi, grandiosamente, al gioco delle parti tra vincitori e vinti, nel quale potremmo anche scoprire, senza troppo stupore, come in certi casi i ruoli possano persino invertirsi.

 

MORDECAI RICHLER - LA VERSIONE DI BARNEY

20 MARZO 2018

 

La versione di Barney, ovvero l’ultimo grande successo dello scrittore canadese Moderai Richler, pubblicato nel 1997, quattro anni prima della prematura scomparsa. Barney Panofsky è un produttore televisivo e cinematografico di grido ed assai abbiente, protagonista di una vita in genere trascorsa assai sopra le righe, che a un certo momento si trova coinvolto in un accusa d’omicidio. Barney è innocente e non vede l’ora di gridarlo ai quattro venti, ma non trova miglior modo possibile per farlo che avventurarsi in un’autobiografia che vorrebbe nelle intenzioni risultare seria e probante della sua estraneità, e invece rappresenta un caleidoscopio di emozioni frullate, ricordi vividi od offuscati profusi a volontà, citazioni storiche traballanti, aneddoti filtrati attraverso troppe notte nebbiosamente etiliche.

Noi non crediamo davvero che il buon Barney, le cui criticabili qualità empirebbero un elenco telefonico, possa davvero aver assassinato l’amico Boogie. Certo che la sua autodifesa è del tutto controproducente, il ritratto di uno psicopatico non pericoloso, ma incoerente, menefreghista, specialmente verso sé stesso, straordinariamente auto indulgente e sempre disponibile a lasciarsi andare, mettendo a tacere in un amen coscienza e morale. Ma non è un killer, e il lettore potrà restare leggermente interdetto nel rendersi conto che Richler impiega oltre cinquecento pagine a mettere in chiaro questo punto, in fondo l’unico che conti. Ma se preso dal verso giusto, ossia il suo, Barney Panofsky vi intrigherà

 

Allora. Barney gestisce una casa di produzioni il cui nome la dice lunga (“Totally unnecessary productions” – non credo serva la traduzione). Non è mancante di talento, il problema che ama scialacquarlo nel fancazzismo, nel mai tramontato feeling con l’alcool, coi sogni irrealizzabili e con le donne, il cui pensiero per lui è un tormento costante, si trova ogni volta a pensare a qualcuna d’irraggiungibile, e la femmina che lo fa penare non è mai quella che ha accanto in quel momento, si spiegano facilmente così i tre matrimoni, fallaci come foglie al vento.  Solo per l’ultima moglie, la mitica Miriam, Barney perderà completamente la testa e piangerà come un pulcino indifeso le notti in cui ne avvertirà più pungentemente la mancanza, ma qualcosa (o qualcuno…) ha fatto si che lei sparisse per sempre. Il che installa una specie di sordina nella vita di Barney, che inizia a vivere come sotto anestesia, sempre sull’orlo tra eccitazione e abbattimento. Nulla può turbarlo più di tanto o farlo spaventare o preoccupare a morte, tanto lei non c’è. Anche quelli che “pretendono io abbia fatto fuori quel citrullo di Boogie”, in fondo in fondo non gli avvelenano la vita più di tanto.

Non bisogna sottovalutare poi il fatto che il buon Panofsky è malato di Alzheimer, e le imperfezioni che sostiene, gli strafalcioni, gli errori vengono perfidamente sottolineati da una nota a margine nella stessa pagina…giusto per dovere di cronaca, riportiamo ancora che la causa del decesso dell’amico-nemico Boogie sarà ben diversa di quella ufficialmente constatata, e sarà proprio Barney a scoprirla, in modo del tutto rocambolesco, in perfetto stile-Panofsky.

 

Leggete pure la versione di Barney perché ridere, fa ridere. Ci sono momenti irresistibili, basta pescare bene nell’immensità degli scritti. Altre volte vi verrà voglia di lanciare il libro dal balcone e magari colpire in testa il vicino antipatico. E’un buon antidepressivo, potete passarci ore, basta tener sempre presente che non esistono fili logici da seguire e che le quasi cinquecento pagine sono sostanzialmente composte da pezzettini di argomenti e situazioni iniziate, interrotte, riprese, terminate, riaperte, (forse) concluse, in un continuo concatenamento.

Naturalmente se lo scopo ultimo della narrazione (la discolpa) verrà raggiunto, lo si potrà scoprire, intuire, si potrà credere di averlo indovinato, tutto si perde nel caleidoscopio d’una storia coloratissima e folle. Da approcciare senza pregiudizi e senza irritazione: nel momento in cui la storia sembra avvitarsi su sé stessa, il colpo di genio è (quasi) sempre dietro l’angolo

 

NICCOLO' AMMANITI - BRANCHIE

20 FEBBRAIO 2018

 

Marco Donati è un trentenne romano che gestisce un negozio di acquari nella capitale e, come molti altri, ha alcuni punti fermi nella vita. Il primo è il suo negozio, col quale è talmente in simbiosi da viverci dentro (e non farebbe male darvi una sistematina ogni tanto, ma lui non si preoccupa di ragnatele e intonaco scrostato). Il secondo riguarda gli affetti: due donne similmente ossessive nei suoi confronti, la madre Adele e la fidanzata, futuro architetto, Maria, di cui in fondo s’interessa e preoccupa poco. Il terzo è un compagno piuttosto scomodo alla cui presenza s’è però abituato: un cancro allo stato terminale.

La sua vita procede seguendo un itinerario personalizzato d’indifferenze assortite, di momenti felici che coincidono, di solito, con il suo stare in compagnia con gli amati pesci, con cui forma un connubio impenetrabile, vietato persino alla madre e alla morosa. E’ ovvio che Marco, al di là di una fine pressochè certa anche se non ancora ben definita nel tempo, non s’aspetti molto dalla vita. Tantomeno s’aspetta di ricevere una strana telefonata dall’India. Lo cerca una perfetta sconosciuta, tale signora Damien, che commissiona a Marco la progettazione di un grande acquario, il più grande dell’intera India, da crearsi in loco. Verrà pagato profumatamente.  Per quanto del tutto disinteressato all’aspetto economico della questione, Marco accetta subito senza nemmeno consultarsi con madre e fidanzata. Solo che una volta sbarcato nel paese asiatico, prima di iniziare a svolgere il compito assegnatoli, deve passare attraverso un bailamme di situazioni consequenziali e grottesche. Dapprima si unisce a una strana band costituita da personaggi provenienti da ogni parte del mondo, che ha la strana abitudine di provare lungo gli oscuri canali delle fogne cittadine. Si fidanza con la cantante, una ragazza belga, nascondendole in pieno stile italico d’esser già impegnato.

Col gruppo suona nella lussuosa tenuta d’un ricco industriale locale, Mr. Oberton, e qui viene fatto oggetto delle mire ninfomani della figlia dello stesso.

Naturalmente, i colpi di scena per il buon Marco sono solo all’inizio. Una squadra di bruti, definiti arancioni, al soldo del cattivo signore indiano, lo rapiscono, o almeno cercano di farlo, con risultati a lungo deludenti. Quando vi riescono, lo conducono nientemeno che al cospetto di sua madre.

Marco viene a sapere il motivo della presenza della madre in India e la ragione per cui la donna l’ha fatto rapire. La sua reazione, del tutto imprevedibile, scatenerà una reazione a catena che s’esaurirà molte, molte pagine dopo.

Dalla prima opera ufficiale che pubblica, Niccolò Ammaniti dispone già le linee guida di quello che è il suo stile narrativo, al quale volenti o nolenti ci si adegua senza distinzioni. Il grottesco è la regola fondamentale cui si attiene costantemente. La capacità sta nel fatto di renderlo tanto credibile agli occhi del lettore da far si che venga seguito, e non è la cosa più semplice o scontata del mondo. Inventare tanto per inventare, sovrapporre indiscriminatamente è facile e sconsiderato. C’è molta più disciplina nel proporre un prodotto scelleratamente pazzoide come questo, così com’è strutturato, che nel redigere una narrazione “razionale e logica”.

Nel caso di Branchie, si può dibattere sul fatto che tale operazione sia o meno riuscita. Forse Ammaniti eccede coi fuochi d’artificio, ma è anche vero che alla fine tutti i tasselli vanno a posto, magari con un po’ di fatica da parte del lettore a seguirne il filo spiazzante. Eppure alla fine uno vorrebbe confrontarsi presto con una nuova opera dell’autore romano, giusto per quella sensazione da ottovolante, che in fondo scaturisce tanto raramente dalle moderne opere letterarie. Il finale è del tutto adeguato e disorientante: comunque non prevedibile.

 

ANDREA VITALI - DOPO LUNGA E PENOSA MALATTIA

26 GENNAIO 2018


Il lago di Bellano è attraversato da un freddo vento che preannuncia tempesta, camuffando l’autunno d’inverno avanzato, malgrado si sia soltanto all’inizio di novembre, quando la notte scende implacabile e solitaria. Verso le tre di notte il telefono squilla in casa d’un noto professionista, il dottor Lonati. Il quale s’alza di scatto e raggiunge di corsa, è a meno di un chilometro, la residenza di uno dei suoi migliori amici, quella del notaio Galimberti.

Malgrado la celerità del medico e la brevità del tragitto da percorrere, una volta arrivato dall’amico, Lonati lo trova già cadavere.

Causa del decesso: infarto. Almeno ufficialmente. Ma fin dal primo momento, nonostante le apparenze sembrino lasciar poco adito a dubbi, il medico, decide di indagare ulteriormente, a livello diciamo così non ufficiale; indagini che lo portano, nel corso del tempo, ad accumulare nuovi indizi, piuttosto contrastanti col concetto di morte naturale.

Per proseguire però in quest’investigazione, il passo più importante del dottor Lonati sarà quello di accattivarsi la fiducia delle signore Galimberti, madre e figlia. E fingere di credere ai particolari che descrivono, come il fatto che quella sera piovosa nessuno si sia allontanato dalla villa, il che viene invece presto confutato dalle prove reperite con pazienza dal dottore. Il momento chiave è quello in cui Lonati scopre che le pillole che aveva trovato al capezzale del notaio al momento del decesso, non sono pastiglie per il cuore ma semplice zucchero. Partendo da una base in fondo striminzita, l’indagine non si protrae poi troppo a lungo: sette giorni soltanto, nel corso dei quali tracce e confidenze si moltiplicano a livello esponenziale. Prima che al lettore venga dischiuso il finale, che si dipana nel brevissimo spazio d’una pagina.

Nessuno dei romanzi di Vitali può essere definito un capolavoro, a parere di chi scrive; questo “Dopo lunga e penosa malattia”, che si dice sia l’unico giallo scritto dal medico bellanese, ha ancora meno titolo per fregiarsi di un titolo del genere. Perché, senza andare a scomodare Simenon o la Christie, una narrazione basata su un omicidio deve quantomeno essere sorretta da una certa logica. La quale appare spesso latitante, nel romanzo di Vitali. Molte le cose che risultano poco chiare al lettore, e chi vorrà addentrarsi nella lettura capirà presto di cosa sto parlando.

Il coinvolgimento del farmacista, al di là dell’input iniziale a favore del notaio, è costantemente inspiegabile e risulta oscura soprattutto la ragione per cui si lega agli assassini; la misteriosa chiamata a casa del dottore, quando una voce di donna rompe il silenzio notturno, resta priva di ulteriori svisceramenti e non si riesce logicamente a risalirne all’autore; il finale è una coperta corta che si preoccupa di dare un certo tipo di risposta lasciando peraltro scoperti altri interrogativi. La chiosa rimane in genere piuttosto raffazzonata, poco credibile. In genere in questi casi si parla di finale aperto a più interpretazioni, ma nessuna di quelle che ho azzardato io risulta soddisfacente, al lettore il tentativo di provare a sua volta a comprenderlo. Vitali sembra piegarsi sotto il peso di una trama appiccicaticcia e poco consistente, e il deludente finale non è che l’ovvia conseguenza.

Il noir è un’altra cosa, non basta calcare di continuo sulle condizioni ambientali che presentano cieli plumbei e pioggia a catinelle, acque agitate di lago e via terrificando, per rendere l’idea e dare un senso alla faccenda. Il fatto più saliente, peraltro, è sempre quello che induce il lettore di gialli allo sbadiglio: la noia e il latitare della suspense. Una certa sbrigatività aleggia inoltre lungo tutto il romanzo. Dettagli e particolari che contribuiscono a rendere “Dopo lunga e penosa malattia” una lettura poco consigliabile e del tutto dimenticabile.

 
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