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un libro in quindici giorni

PATRICIA HIGHSMITH - IL TALENTO DI MR. RIPLEY

7 SETTEMBRE 2017

 

Prendi un giovanotto dall’età indefinibile tra i 20 e i 30, collocalo a New York, dotalo di assai poca voglia di faticare per guadagnarsi il pane, ma di un gran talento, come dice il titolo, per arti sopraffine quali truffe, menzogne e ruberie (per il momento): Ora che hai modellato il ritratto di Tom Ripley, non ti resta che seguirne le vicende sin dal momento in cui, una sera di tarda estate, qualcuno lo sta inseguendo per le strade della grande mela. Tom (coda di paglia) teme già il peggio; invece è solo un benestante industriale nautico, Herbert Greenleaf, che gli affida un compito ben preciso. Volare oltreoceano fino a un paesello in provincia di Napoli e convincere il figlio Richard a rientrare negli USA per seguire gli affari di famiglia. Herbert compie un errore: è convinto che Tom e Richard siano amici. Invece, Ripley lo conosce appena, ma accetta di buon grado. Non disdegna, in fondo, di entrare nelle grazie di un ricco imprenditore.

 

Una volta in Italia Ripley scopre che Richie è in compagnia della sua amica Marjorie. Il Greenleaf ascolta le motivazioni della presenza del connazionale, ma non da subito una risposta. Coi soldi di Herbert, intanto Tom prende una stanza, e osserva da vicino la strana convivenza dei due. Richie non è interessato a un rapporto stabile con la ragazza, a differenza di quest’ultima, tanto che prende a frequentare di più Tom che Marjorie. E’ in quest’ambito, che un’idea terribile si fa strada nella mente del giovane Ripley. Tom è affascinato dalla ricchezza di Richie, che gli permette di vivere senza la minima preoccupazione. Convince il Greenleaf a partire per una breve vacanza con lui, suscitando la gelosia di Marjorie, e mentre sono su una barca in alto mare, lo uccide e getta il corpo in acqua, affondando poi il natante in un isoletta deserta.

 

Scrive poi una lettera firmata Richie a Marjorie, con cui la informa che non tornerà al paese tanto presto, di dimenticarla. Assume di punto in bianco l’identità di Richie, ritirando i fondi in arrivo da New York, e tornando ad essere Tom Ripley il tempo necessario per tener buono Herbert, scrivendogli di tanto in tanto, inventando informazioni e aggiornamenti. Naturalmente, le complicazioni non tardano. Ad attentare ai piani di grandezza di Tom arriva una conoscenza di Richie, Freddie Miles, che dopo aver chiesto a Ripley notizie sull’amico, esce da quel colloquio molto insospettito. Per evitare guai, Ripley fa fuori anche lui tramite un pesante busto di marmo. Le “imprese” di Ripley iniziano però a far piuttosto rumore, e presto il buon Tom si troverà le forze dell’ordine alle calcagna. Non gli resterà che organizzare una fuga, che metterà in atto in modo del tutto rocambolesco. Riuscirà a cavarsela?

 

Pubblicato nel 1955, questo fanta-thriller della celebre autrice americana Patricia Highsmith è una lettura semplice ma non banale, logica ma da non sottovalutare, capace di movimentare pagine in apparenza quiescenti con abili colpi di scena. La maestria del protagonista appare inarrivabile, e il suo personaggio sempre affascinante, in quanto evidentemente privo di scrupoli eppure pervaso di continuo da una sclerante introspezione psicologica che lo porta non tanto a pentirsi degli omicidi, ma al contrario al timore latente di non riuscire, in qualche modo, a raggiungere l’agognata dimensione d’opulenza per la quale li ha commessi.

 

Colpiscono anche i toni e i modi sempre perfettamente controllati, l’ambivalenza degli atteggiamenti che Tom mantiene nei riguardi di molti dei personaggi della narrazione, penso a Herbert o a Marjorie, senza mai realmente tradirsi; addirittura, riesce ad infondere in alcuni casi un senso di sicurezza ed affidabilità, incarnandosi in un perfetto angelo del male, ingannatore e spietato nei fatti quanto comprensivo, dolce e disponibile a parole. Ma la sicurezza vera del traguardo raggiunto, quella la Highsmith non gliela concede mai. La chiosa ideale del romanzo è della stessa autrice, rende perfettamente l’idea del destino che attendeva Tom:  “… Avrebbe visto poliziotti in attesa in ogni porto dove fosse sbarcato?"

 

ANDREA DE CARLO - VILLA METAPHORA

1 AGOSTO 2017

 


Cosa si potrebbe desiderare di più, in questi tempi noiosi, in cui ci si stanca di tutto e di avere tutto, che una bella vacanza super-ultra esclusiva presso un resort sperduto in mezzo al Mediterraneo, in un punto imprecisato tra Sicilia e Nordafrica?, Detto resort, situato in territorio di Tari, nasce dall’intraprendenza professionale d’un architetto milanese, Gianluca Perusato, professionista molto quotato nel ramo e vincitore di prestigiosi premi a livello internazionale. Data la sua esclusività, il resort, denominato “Villa Metaphora”, non potrà che ospitare un numero limitato di clienti super selezionati, ovviamente ricchi e meglio ancora snob. La lista si limita infatti a una decina scarsa di elementi, ossia: Un imprenditore Americano, Brian Heckhart, sposato alla stellina del cinema Lynn Lou Shaw; il potentissimo banchiere tedesco Werner Reitt con la consorte. L’ingegnere Giulio Cobanni con la moglie Tiziana, unici italiani ammessi a corte, La misteriosa intellettualoide francese Simone Poulanc. Perusato dispone di uno staff limitato ma agguerrito, tecnicamente assai preparato: lo chef Ramiro, specializzato in piatti d’essai, in cui prevale la qualità sopraffina, ricercata e rara, rispetto alla quantità, molto limitata. La segretaria tuttofare Lucia e il cugino manovale Carmine, taresi doc, unici indigeni tra tutta l’umanità presente, il falegname specializzato Paolo Zacomel. Il lusso sborda, ovviamente, da ogni poro dell’avveniristica struttura. Ai danarosi utenti vengono però assicurata una serie di servizi cinque stelle: privacy assoluta, mare cristallino, panorami mozzafiato e via elencando. Tutti i presupposti per una vacanza da sogno. Serve, a questo punto, informare i gentili lettori che detta vacanza diventerà presto un incubo? Dopo un inizio di convivenza sui generis, durante la quale i vari ospiti si annusano, per lo più con diffidenza e mantenendo una certa dose d’innata supponenza, pare che il ghiaccio si sciolga, complice una gita sul prestigioso motoscafo della casa, ove partecipa la quasi totalità dei villeggianti. Il natante, pilotato con maestria da Carmine, farà una pessima fine, e per poco non si potrà dire lo stesso dei suoi occupanti. E’ in questo momento che per il zelante, ossequiente padrone di casa e il suo staff, inizia ad applicarsi la teoria del piano inclinato. Un qualunque corpo piazzato su di esso, per quanto impercettibilmente, scende inesorabile sino a toccare il fondo. In sostanza, la causa scatenante di quello che sarà un fallimento per nulla annunciato dipenderà dal fatto che il racchiudere un numero, seppur limitato, di persone all’interno di un buen retiro per facoltosi, può anche far implodere gli ego degli stessi, con conseguenze difficilmente preventivabili. Se poi ci si mettono anche imprevedibili sconquassi naturali…già, poiché ad intorpidire ulteriormente la già precaria situazione ci penseranno alcune scosse di terremoto, uno sciame sismico irregolare e forse poco pericoloso a livello pratico, data la forte antisismicità della struttura, ma davvero pesante sul lato psicologico, per gli ospiti.


Un De Carlo dai toni piuttosto apocalittici, in quest’opera fiume che lambisce le mille pagine, e che ha la dote di superare un esame cui, in questi casi, non ci si può sottrarre, ovvero il rischio noia. No, non ci si stanca, nella lettura, perché l’autore riesce a dotare i personaggi di caratteristiche forti e precise sin dai primi momenti, ed ogni capitolo vive in pratica di vita propria contribuendo all’assemblarsi della vicenda.
L'attenzione può essere messa a dura prova in alcuni episodi specifici, ad esempio quelli in cui l'autore lascia parlare l'indigeno tarese nella propria lingua, ma è davvero in gamba invece a mantenere un credibile equilibrio nel cocktail di linguaggi che formano l'idioma locale; un pò di pazienza nel seguirlo porta a questo tipo di constatazione. Molto spiccate anche le descrizioni psicologiche dei personaggi, i loro comportamenti e la variabilità delle azioni e reazioni che li determinano. Interessante la progressione con cui molti dei protagonisti perdono i propri freni inibitori e le loro maschere piccolo/medio borghesi crollano, deflagrando negli eventi che si susseguono implacabili e mostrando il loro vero io.
Il finale aperto a varie considerazione, più che incompiuto rientra nell'ambito di quel fatalismo che pervade l'intera narrazione...solo alcuni, forse, si salveranno..

 

KEN FOLLETT - MONDO SENZA FINE

13 LUGLIO 2017


Duecento anni dopo le vicende de “I pilastri della terra”, Follett ci riporta in suolo britannico, precisamente a Kingsbridge. I protagonisti discendono direttamente da Tom, l’eroe del romanzo precedente, autore dell’imponente cattedrale su cui la storia s’imperniava. Tutto ha inizio intorno alla fine del 1327, quando quattro ragazzini in un bosco assistono a uno scontro tra cavalieri; a spuntarla sarà un cavaliere solitario che uccide i nemici, malgrado fossero in due contro uno, ma subisce una grave malformazione ad un braccio.

I piccoli, Caris, figlia del lanaiolo, i fratelli Merthin e Ralph, figli di sir Gerald, cavaliere del re e Gwenda la popolana, che il padre obbliga a piccoli furti per sopravvivere, escono allo scoperto ma il cavaliere vincitore, Thomas, non ha intenzione di far loro del male. Dopo aver affidato a Merthin, una misteriosa lettera da rendere nota solo alla sua morte, il cavaliere si vede costretto all’amputazione di un braccio. Prenderà poi i voti da monaco benedettino. La vita nel piccolo borgo pare scorrere tranquilla, almeno finchè, quello stesso inverno, le inclemenze del tempo e della natura portano al crollo del ponte in pietra che collegava il paese al mondo circostante. Impensabile farne a meno: senza il passaggio, Kingsbridge rimarrebbe esclusa dal commercio e da gran parte delle attività imprenditoriali che fiorivano in essa, specialmente avrebbe dovuto rinunciare agli introiti derivanti dall’annuale fiera della lana, che attirava annualmente centinaia di visitatori.

Proprio a Merthin, che si dimostrerà sin dall’inizio costruttore valente, con idee innovatrici, viene affidato il compito di costruire il ponte, una responsabilità notevole, che il ragazzo affronta con coraggio. Ma si deve scontrare contro l’ottusità del priore, Godwyn, sempre spalleggiato dall’attendente Philemon, fratello di Gwenda. I vertici del priorato si chiudono in convinzioni conservatrici e ristrette, celandosi sotto la finta e ipocrita ala protettrice dell’abito talare, in realtà puntando a una mera affermazione personale nell’ambito clericale e laico. Purtroppo sono loro ad avere, per vecchie leggi reali, potere assoluto sulla cittadina.

Quando Merthin e Caris, nel frattempo divenuta sua fidanzata, cercano di aggirare il cavillo che li soggioga al priorato, Godwyn approfitta dell’epidemia di peste nel frattempo calata sul borgo, e del fatto che Caris opera trattamenti medici “non ortodossi”, per accusarla di stregoneria ed indurla dunque all’impossibilità di nuocere. Questa mossa potrebbe risultare devastante, per i due giovani. L’unica possibilità per Caris d’evitare il rogo è farsi suora. Tale è la delusione di Merthin, da fargli decidere d’espatriare. Si recherà a Firenze, dove ricomincerà da capo, avviando in loco l’attività di costruttore e creandosi una propria famiglia.

Tutto il corso della vicenda verrà peraltro rimesso pesantemente in discussione con lo scoppio della peste nera, nel 1348. Il che porrà fine a molte diatribe, aprendone peraltro di nuove... 

Inutile dilungarsi eccessivamente sulla trama, che come per ogni romanzo “epico” di Follett si tesse tramite incroci complicati e continui. Vorrei solo puntualizzare come anche in “Mondo senza fine”, tutti i tasselli s’accomodano buoni buoni al posto giusto, con le tempistiche e le modalità che il narratore stabilisce, sempre con imbarazzante precisione. Non c’è tematica sollevata nel testo, e come per ogni libro delle trilogie, queste sono vastissime, che non riceva la propria soluzione.

Quello a cui il grande autore inglese non riesce mai a rinunciare è il rendere piccanti certe scene scendendo volentieri in particolari più che espliciti, al di là di ogni puritanesimo non sempre strettamente necessari all’economia del racconto. Al di là della sindrome da cento sfumature, volendo cercare il pelo nell’uovo si potrebbe anche notare come una cinquantina di pagine, esattamente quelle relative alla guerra dei cent’anni, se le sarebbe pure potute risparmiare. In ultima analisi peraltro, si tratta di dettagli. In assoluto, la narrazione è efficace e coinvolgente in modo abbastanza costante. Il che per un tomo di oltre milletrecento pagine, non è caratteristica di poco conto. La formula dei “Pilastri della terra” viene perpetrata senza suscitare noia o stanchezza, mantenendo invece costante l’interesse del lettore.

 

MARCO VENTURINO - COSA SOGNANO I PESCI ROSSI

24 GIUGNO 2017



Romanzo-denuncia, per animi forti e fortemente sconsigliato a chi cerca la classica lettura “distraente”, “Cosa sognano i pesci rossi” vede i due protagonisti alternarsi regolarmente nella narrazione sino all’epilogo. C’è l’amministratore delegato d’una florida azienda del nord, il signor Tunesi, nella parte del pesce rosso, la cui sfolgorante carriera viene stroncata da un tumore, e un medico anestesista, Gaboardi, che invece non trae molte soddisfazioni dall’attività lavorativa, disilluso dall’arrivismo e l’ipocrisia che lo circondano.
Tunesi viene confinato in un ospedale milanese, reparto terapia intensiva e Luca lo assiste con frequenza quotidiana. La trama del romanzo consiste in pratica del decorso ospedaliero del paziente, e si conclude appena raggiunto il verdetto estremo: guarigione o morte. In mezzo, le considerazioni taciute ma vitali di Tunesi, che resta lucido per gran parte della narrazione. Lo struggimento per l’essere escluso, di colpo e senza apparente via di salvezza, dalla vita quotidiana, che prosegue anche senza di lui, nei volti mortificati dei suoi cari, la moglie e la figli, negli atteggiamenti ondivaghi di medici e infermieri che si alternano al suo capezzale. Può comunicare solo tramite sguardi, cenni con le mani, rimanendo costantemente segregato nel letto, affiancato da altri due pazienti muti ed immobili, nelle stesse condizioni. Ovviamente è lo sconforto il suo vero compagno di viaggio. Solo raramente soppiantato da un anelito di vita, di coraggio, magari ispirato da un commento positivo del medico di turno o un sorriso delle gentili, pietose infermiere. Lo spirito appassisce ulteriormente quando, dopo oltre un mese di degenza, Tunesi viene aggredito da una febbre misteriosa, che i medici non riescono a spiegare e sottrae lucidità al paziente. L’uomo entra in una spirale d’incoscienza, sale su montagne russe di disperate illusioni, sogna di dare in sposa la figlia a quello che ritiene il più meritevole tra i dottori, fa progetti per quella che ritiene l’imminente dimissione.
L'altra parte del mondo, distante anni luce dalla dimensione in cui galleggia esanime il signor Tunesi, eppure così drammaticamente a contatto con essa, è quella in cui gareggiano i professionisti della salute.
Dietro una facciata di pervicace attaccamento al lavoro, a quella che spesso appare una vocazione, una vera missione, si nascondono spesso sagome d’individui senza cuore, tesi unicamente alla realizzazione e all’avanzamento professionale, per i quali la presenza di un malato terminale rappresenta una nuova sfida, magari un traguardo da raggiungere, un rivale nell’equipe medica da superare, insomma spesso tutto è tranne un pietoso caso umano.
Interessante notare come i due mondi non entrino quasi mai in collisione tra loro. Il professore di turno è un esecutore a mano libera, per il quale Tunesi è una tela bianca, da riempire colle iniziative che sgorgano dal talento e dagli impulsi della scalata professionale. Non può permettersi di compiere errori per l’indelebile macchia che apporrebbe sul curriculum, il salvare una vita umana è una diretta, positiva, conseguenza. Ma non si stabilisce il minimo rapporto tra le due parti; rapporto che, al contrario, s’imposta almeno in misura embrionale col personale addetto (infermieri, addetti alle pulizie e quant’altro)
La narrazione s’interrompe, più che concludersi, quando il destino e l’azione dell’uomo stabiliscono ciò che sarà.
Terribili contrasti tra capitoli adiacenti, gli uni, pervasi da struggenti aneliti di vita ormai smarriti e perduti, da parte di Tunesi, con conseguenti, terribili, rimorsi, rimpianti e rancori. Gli altri, mera cronaca di scalata al potere di professionisti rampanti, descritti da Luca con malcelata meraviglia e stanca rassegnazione.
Nota a margine: l’autore è direttore di divisione di anestesia e terapia intensiva all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Uno dei lati più inquietanti di “Cosa pensano i pesci rossi”, è che nomi e situazioni sono frutto di fantasia, ma solo quelli.

 

ALESSANDRO MARI - TROPPO UMANA SPERANZA

29 MAGGIO 2017


Nell’Italia della prima metà dell‘800, ancora ben lontana dal prospettare una qualsiasi sorta d’unità, s’incrociano quattro storie popolari. La prima vede protagonista l’orfanello Colombino, in perenne compagnia dell’asino Astolfo, che non lo perde di vista un momento nelle sue peripezie, ospite nella parrocchia del buon Don Sante, rigoroso ma legato al ragazzo. Poi c’è una ragazza, Leda, finita in disgrazia, imprigionata più che nell’austerità di un collegio, nell’immoto ricordo dell’amato Lorenzo, imprigionato in luride, anguste celle romane. La terza scena punta i riflettori sulla scena mitologica di Giuseppe Garibaldi e la sensuale Aninha, vera gatta selvaggia orgogliosa e indomabile. Infine, la bizzarra vicenda d’un pittore di corte che punta alle sottane più blasonate, giusto per non restare a corto di spiccioli, ma con un vero, clamoroso progetto in mente: esplorare i primi tortuosi, pioneristici sentieri di una nuova arte che denominerà fotografia. Le ambientazioni sono le più svariate. La base si trova al confine tra varesotto e milanese, ma la scena transita per Roma e Genova, sino a debordare dai non ancora definiti confini nazionali, sino a Londra e persino dall’altra parte del mondo, in Sudamerica.

Il romanzo si muove spingendo avanti parallelamente le quattro vicende: Colombino è innamorato di Vittoria, e alla morte dell’amatissimo don Sante non esita a andare in pellegrinaggio a piedi, accompagnato solo dal fedele Astolfo, nientemeno che dal Santo Padre in modo da ottenere il permesso alle agognate nozze, dato che la famiglia della giovane glielo nega sistematicamente.

Leda invece riesce a mettersi sulle tracce di Lorenzo, tramite sir John, un misterioso nobile inglese; il risultato delle sue ricerche forse non sarà quello che lei spera, ma inopinatamente le si apriranno davanti nuovi orizzonti.  Per Aninha, la pasionaria dei due mondi, e Don Josè, l’amante fiero e disposto al sacrificio della vita per lei e per la Patria, alternativamente, sin dalle prime pagine s’apre una storia di combattimenti epici e destinati a epiloghi che si risolveranno poi in nuove partenze. Lisander sarà a sua volta protagonista di un’avventura esaltante, ma resterà apparentemente penalizzato dall’amore per una ragazza di strada, Chiarella. Non accetterai mai del tutto la via intrapresa dalla ragazza, che lei non rinnegherà, e si troverà di fronte a un numero non indifferente di scelte scomode. Il momento culminante del romanzo sarà, ovviamente, quello in cui le quattro strade si incroceranno.

Questo romanzo del 2011, opera prima di Alessandro Mari, è stato molto ben accolto dalla critica, conquistando tra gli altri il prestigioso Premio Viareggio nello stesso anno di pubblicazione. E’ un romanzo decisamente ben scritto, con termini talvolta persino virtuosi, il che è in un certo senso sorprendente ove si consideri che l’autore all’epoca non era nemmeno trentenne. Una terminologia ricercata e consona al linguaggio dell’epca: una connotazione che tende a far classificare l’opera come romanzo storico.

La lettura però non è per nulla semplice, e non solo per la mole, peraltro notevole. “Troppo umana speranza” richiede concentrazione continua, la narrazione procede lenta, come lento e compassato era lo scorrere della vita a quell’epoca. I concetti, sviscerati con estrema dovizia di particolari, si dilatano per righe fitte, numerose, spesso procedendo lisci e logici in qualche caso attorcigliandosi su se stessi. Nell’ambito della vicenda, forse alcune pagine avrebbero potuto essere snellite, se non evitate del tutto. In qualche occasione, Mari si “accanisce” su particolari della personalità del personaggio tale o sulla tortuosità della vicenda, sino a suonare gommoso, vanamente prolisso, penso ad esempio alla vicenda della rocambolesca carcerazione di Colombino o a certi sviluppi dell’attività di Lisander post-Teresa. Ma tutto è probabilmente riconducibile alla volontà del giovane autore di unire il gusto pomposo per la prosa tipicamente ottocentesca con un sapore più goliardico e dissacrante, tanto per restare in tema, scapigliato. Un tentativo coraggioso e in genere superiore alla piccola gamma di difetti formali e sostanziali che lo percorrono.

 

GIORGIO SAVIANE - GETSEMANI

7 MAGGIO 2017


La vigorosa introversione spirituale che caratterizza una parte notevole della produzione letteraria del troppo presto dimenticato autore veneto raggiunge il suo culmine nel romanzo “Getsemani”, pubblicato nel 1980. Un romanzo che richiede una lettura “elastica”, da parte di chi non abbia pregiudizi di sorta nell’affrontare certe tematiche, e più di esse l’interpretazione sofferta che Saviane ne da.

Il punto di partenza della vicenda è rappresentato da un viaggiatore solitario in treno, che s’imbatte in uno storpio, accompagnato dalla madre e da sorella. Il protagonista, un ebreo chiamato Gesù, avverte dall’incontro un retrogusto di ribrezzo, poi s’accorge che invece avrebbe potuto fare qualcosa per lui e i suoi famigliari. Così li ricerca ansiosamente e li ritrova, una volta scesi. Il che, effettivamente, è ciò che accade. Pur non essendo una persona normalmente dotata di carità o pietà verso il prossimo, e tantomeno di competenze mediche, Gesù riesce nel miracolo. In tempi anche, data la gravità del soggetto, sorprendentemente veloci.

Quasi inutile soggiungere che la vicenda non finisce qui. L’improvvisato ma efficace guaritore non smette di frequentare la famiglia dell’ex malato, di nome Michele. Al contrario, allaccia una relazione intima con la sorella di Michele, la quale, oltretutto, ha dovuto battere le strade per lungo tempo, per dare respiro alle finanze familiari, disastrate dalle cure costose cui Michele è stato sottoposto. Quando la storia si fa seria, e la donna aspetta un figlio, le cose precipitano di colpo. Una mattina, la ragazza viene rinvenuta nel letto, uccisa. Stessa sorte tocca al bimbo che porta in grembo. Il primo, ovvio, sospettato, è lo stesso Gesù. Il quale però, malgrado venga riconosciuto colpevole praticamente senza che vengano svolte indagini, non rivendica la propria innocenza. Da questo momento la narrazione si attorciglia intorno a una specie di tumultuosa visione onirica tramite la quale l’accusato rivive la via Crucis di nostro Signore, fino all’arrivo sulla collina del Golgota. Come prigioniero d’una sorta d’epico delirio, il protagonista, innocente, si lascia arrestare senza opporre resistenza come se ciò costituisse la riedizione di un nuovo disegno divino, cui lui si sottomette patendone ogni sofferenza. Al lettore di scoprire il prosieguo e il termine della narrazione.

Qualche parola in più però va spesa sulla notevole complessità della lettura, che lo scritto esige.

Cosa è davvero malattia, cosa davvero guarigione, concetti messi in discussione pesantemente dall’autore, che incrocia con sapienza dilemmi irresolubili sullo stato di salute del corpo e dell’anima, ci mette di fronte a una scelta che i più improvvidi non avrebbero forse nemmeno mai pensato di porsi, colora il tutto d’eccessività portando elementi di disturbo evidente, quale la chiassosa presenza dei mass media, attirati come api sul miele dalla fantomatica figura del guaritore non professionista, oltretutto accusato di duplice, efferato omicidio.

L’impresa davvero difficile poi, è seguire, o cercare di farlo, l’autore nelle sue intricate, travagliate elucubrazioni, nell’ambito d’un parallelismo continuo tra la figura del protagonista e quella di Gesù Cristo, che lo porta a considerazioni discutibili ma coraggiose, che lastricano gran parte della seconda metà del libro. Quello che sgorga evidente da ogni pagina è il bisogno impellente dell’autore di riflettere oggettivamente sulla (propria) fede, applicando a tali riflessioni la finzione narrativa che risulta a lettura ultimata del tutto confacente al messaggio. Va anche sottolineato come Saviane spesso si diverta a scompaginare le idee al lettore adottando una scrittura schizofrenica, poco ortodossa, con periodi brevi, nervosi, apparentemente scollegati fra loro, che risuonano peraltro molto efficaci nel testimoniare il disagio che prova, la sofferenza che patisce nel mettere a nudo la propria anima. Un disagio che ogni lettore finisce per far proprio. Definire “Getsemani” un romanzo è esercizio puramente manieristico. C’è tutto quanto può servire a un cattolico o preteso tale per guardarsi dentro e porsi domande, magari troppo a lungo rinviate.

 

DAVID HERBERT LAWRENCE - FIGLI E AMANTI

11 APRILE 2017


Siamo agli albori del secolo, nella contea inglese del Derbyshire. La giovane Gertrude è sposata con un minatore di nome Walter, e le difficoltà economiche non mancano. Vivono in affitto e campano del solo, misurato stipendio del marito, che tra l’altro non disdegna di fare il giro delle osterie una volta terminata la giornata lavorativa. La solitudine e i maltrattamenti, più verbali che fisici cui Gertrude va incontro da parte del marito, la spingono a dedicarsi quasi totalmente ai due figli maschi, William e Paul. Il primo è un ragazzo forte, volitivo e generoso, che non vuole vivere nella realtà chiusa e paesana del proprio ambiente e decide di andarsene. Trova lavoro a Londra ancora piuttosto giovane, e là si fidanza. Purtroppo, per un virus polmonare, muore assai giovane, intorno ai ventitré anni.

La disgrazia piomba come un fulmine a ciel sereno sulla famiglia, che nel frattempo ha accolto altri due figli: Annie e Arthur, e non fa altro che aumentare il carico di greve incomunicabilità tra moglie e marito. Il figlio maggiore è ora Paul, che inizia ad avvertire sin da subito due necessità vitali e contrastanti; quella di stare vicino alla madre e contemporaneamente di crearsi una vita propria, inevitabilmente al di fuori dell’ambito familiare. La madre però, in apparenza, non favorisce quella che sarebbe l’esigenza naturale del figlio, ossia di mettere le basi per una vita futura autonoma, tendendo invece a trattenerlo a sé tramite una presenza esclusiva ed egoistica, fatta anche di sottili ma non trascurabili, per il figlio, ricatti psicologici.

L’anomalia diventa palese allorquando al giovane Paul si presenta l’occasione di una ragazza, Miriam, con cui Morel sviluppa presto una relazione platonica, basata sulla comunione di interessi culturali ed intellettuali. Nei riguardi di Miriam però il ragazzo mantiene costantemente un atteggiamento ambiguo, indeciso tra il costante, primitivo richiamo all’ovile della madre e l’istinto naturale che lo porterebbe a sviluppare una relazione con Miriam, naturalmente tesa verso il matrimonio. Alla fine, Paul prenderà la decisione di troncare il rapporto con la ragazza, che ne subirà un trauma emotivo non indifferente. Anche la successiva storia di Morel non ha miglior fine. Clara Dawes, suffragette di idee apertamente femministe, lo introduce alla scoperta del sesso, ma non riesce ad impostare col ragazzo, peraltro minore di lui di alcuni anni, un rapporto duraturo.

Tutto questo induce il ragazzo ad attraversare gravi crisi di coscienza, per le quali peraltro non può chiedere aiuto a nessuno; né ai fratelli, distanti, né al padre, ingrigito in un muto tramonto esistenziale, né ovviamente alla stessa madre. Quando poi Gertrude s’ammala di tumore e la fine per lei sembra avvicinarsi a grandi passi, Paul, ormai venticinquenne, pare destinato ad imboccare un cunicolo di discesa senza fine.

Considerato dalla critica dell’epoca il vero capolavoro dello scrittore inglese, più del maggiormente celebrato “L’amante di Lady Chatterley”, “Figli e amanti” è contraddistinto da alta tensione introspettiva, quasi sempre incentrata sul personaggio di Paul, costantemente travagliato nella suo doppio ruolo, appunto, di figlio in servizio permanente, e d’amante, viste le sollecitazioni cui viene sottoposto in tal senso prima da Miriam poi da Clara.

Si vocifera che la figura di Paul possa essere la proiezione letteraria dello stesso Lawrence: senza entrare nel merito, impossibile non sottolineare la maestria con la quale l’autore guida il protagonista lungo tutta la china della parabola discendente, sino al punto più basso, ossia la morte di sua madre; avvenimento che, invece di dargli, pur nel grande dolore, “via libera” verso un’autonoma e più naturale dimensione comportamentale e d’apertura nei confronti del mondo esterno, riesce a metterlo ancora più in crisi. Poche pagine oltre, l’improvviso e inatteso finale apre una strada diversa per un destino che appariva già segnato.

Una lettura non complicata ma esigente, che non mancherà di soddisfare chi ama crogiolarsi con le più intricate contraddizioni della psiche umana, meno chi si aspetta un’opera più essenzialmente “narrativa”.

 
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