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un libro in quindici giorni

KEN FOLLETT - MONDO SENZA FINE

13 LUGLIO 2017


Duecento anni dopo le vicende de “I pilastri della terra”, Follett ci riporta in suolo britannico, precisamente a Kingsbridge. I protagonisti discendono direttamente da Tom, l’eroe del romanzo precedente, autore dell’imponente cattedrale su cui la storia s’imperniava. Tutto ha inizio intorno alla fine del 1327, quando quattro ragazzini in un bosco assistono a uno scontro tra cavalieri; a spuntarla sarà un cavaliere solitario che uccide i nemici, malgrado fossero in due contro uno, ma subisce una grave malformazione ad un braccio.

I piccoli, Caris, figlia del lanaiolo, i fratelli Merthin e Ralph, figli di sir Gerald, cavaliere del re e Gwenda la popolana, che il padre obbliga a piccoli furti per sopravvivere, escono allo scoperto ma il cavaliere vincitore, Thomas, non ha intenzione di far loro del male. Dopo aver affidato a Merthin, una misteriosa lettera da rendere nota solo alla sua morte, il cavaliere si vede costretto all’amputazione di un braccio. Prenderà poi i voti da monaco benedettino. La vita nel piccolo borgo pare scorrere tranquilla, almeno finchè, quello stesso inverno, le inclemenze del tempo e della natura portano al crollo del ponte in pietra che collegava il paese al mondo circostante. Impensabile farne a meno: senza il passaggio, Kingsbridge rimarrebbe esclusa dal commercio e da gran parte delle attività imprenditoriali che fiorivano in essa, specialmente avrebbe dovuto rinunciare agli introiti derivanti dall’annuale fiera della lana, che attirava annualmente centinaia di visitatori.

Proprio a Merthin, che si dimostrerà sin dall’inizio costruttore valente, con idee innovatrici, viene affidato il compito di costruire il ponte, una responsabilità notevole, che il ragazzo affronta con coraggio. Ma si deve scontrare contro l’ottusità del priore, Godwyn, sempre spalleggiato dall’attendente Philemon, fratello di Gwenda. I vertici del priorato si chiudono in convinzioni conservatrici e ristrette, celandosi sotto la finta e ipocrita ala protettrice dell’abito talare, in realtà puntando a una mera affermazione personale nell’ambito clericale e laico. Purtroppo sono loro ad avere, per vecchie leggi reali, potere assoluto sulla cittadina.

Quando Merthin e Caris, nel frattempo divenuta sua fidanzata, cercano di aggirare il cavillo che li soggioga al priorato, Godwyn approfitta dell’epidemia di peste nel frattempo calata sul borgo, e del fatto che Caris opera trattamenti medici “non ortodossi”, per accusarla di stregoneria ed indurla dunque all’impossibilità di nuocere. Questa mossa potrebbe risultare devastante, per i due giovani. L’unica possibilità per Caris d’evitare il rogo è farsi suora. Tale è la delusione di Merthin, da fargli decidere d’espatriare. Si recherà a Firenze, dove ricomincerà da capo, avviando in loco l’attività di costruttore e creandosi una propria famiglia.

Tutto il corso della vicenda verrà peraltro rimesso pesantemente in discussione con lo scoppio della peste nera, nel 1348. Il che porrà fine a molte diatribe, aprendone peraltro di nuove... 

Inutile dilungarsi eccessivamente sulla trama, che come per ogni romanzo “epico” di Follett si tesse tramite incroci complicati e continui. Vorrei solo puntualizzare come anche in “Mondo senza fine”, tutti i tasselli s’accomodano buoni buoni al posto giusto, con le tempistiche e le modalità che il narratore stabilisce, sempre con imbarazzante precisione. Non c’è tematica sollevata nel testo, e come per ogni libro delle trilogie, queste sono vastissime, che non riceva la propria soluzione.

Quello a cui il grande autore inglese non riesce mai a rinunciare è il rendere piccanti certe scene scendendo volentieri in particolari più che espliciti, al di là di ogni puritanesimo non sempre strettamente necessari all’economia del racconto. Al di là della sindrome da cento sfumature, volendo cercare il pelo nell’uovo si potrebbe anche notare come una cinquantina di pagine, esattamente quelle relative alla guerra dei cent’anni, se le sarebbe pure potute risparmiare. In ultima analisi peraltro, si tratta di dettagli. In assoluto, la narrazione è efficace e coinvolgente in modo abbastanza costante. Il che per un tomo di oltre milletrecento pagine, non è caratteristica di poco conto. La formula dei “Pilastri della terra” viene perpetrata senza suscitare noia o stanchezza, mantenendo invece costante l’interesse del lettore.

 

MARCO VENTURINO - COSA SOGNANO I PESCI ROSSI

24 GIUGNO 2017



Romanzo-denuncia, per animi forti e fortemente sconsigliato a chi cerca la classica lettura “distraente”, “Cosa sognano i pesci rossi” vede i due protagonisti alternarsi regolarmente nella narrazione sino all’epilogo. C’è l’amministratore delegato d’una florida azienda del nord, il signor Tunesi, nella parte del pesce rosso, la cui sfolgorante carriera viene stroncata da un tumore, e un medico anestesista, Gaboardi, che invece non trae molte soddisfazioni dall’attività lavorativa, disilluso dall’arrivismo e l’ipocrisia che lo circondano.
Tunesi viene confinato in un ospedale milanese, reparto terapia intensiva e Luca lo assiste con frequenza quotidiana. La trama del romanzo consiste in pratica del decorso ospedaliero del paziente, e si conclude appena raggiunto il verdetto estremo: guarigione o morte. In mezzo, le considerazioni taciute ma vitali di Tunesi, che resta lucido per gran parte della narrazione. Lo struggimento per l’essere escluso, di colpo e senza apparente via di salvezza, dalla vita quotidiana, che prosegue anche senza di lui, nei volti mortificati dei suoi cari, la moglie e la figli, negli atteggiamenti ondivaghi di medici e infermieri che si alternano al suo capezzale. Può comunicare solo tramite sguardi, cenni con le mani, rimanendo costantemente segregato nel letto, affiancato da altri due pazienti muti ed immobili, nelle stesse condizioni. Ovviamente è lo sconforto il suo vero compagno di viaggio. Solo raramente soppiantato da un anelito di vita, di coraggio, magari ispirato da un commento positivo del medico di turno o un sorriso delle gentili, pietose infermiere. Lo spirito appassisce ulteriormente quando, dopo oltre un mese di degenza, Tunesi viene aggredito da una febbre misteriosa, che i medici non riescono a spiegare e sottrae lucidità al paziente. L’uomo entra in una spirale d’incoscienza, sale su montagne russe di disperate illusioni, sogna di dare in sposa la figlia a quello che ritiene il più meritevole tra i dottori, fa progetti per quella che ritiene l’imminente dimissione.
L'altra parte del mondo, distante anni luce dalla dimensione in cui galleggia esanime il signor Tunesi, eppure così drammaticamente a contatto con essa, è quella in cui gareggiano i professionisti della salute.
Dietro una facciata di pervicace attaccamento al lavoro, a quella che spesso appare una vocazione, una vera missione, si nascondono spesso sagome d’individui senza cuore, tesi unicamente alla realizzazione e all’avanzamento professionale, per i quali la presenza di un malato terminale rappresenta una nuova sfida, magari un traguardo da raggiungere, un rivale nell’equipe medica da superare, insomma spesso tutto è tranne un pietoso caso umano.
Interessante notare come i due mondi non entrino quasi mai in collisione tra loro. Il professore di turno è un esecutore a mano libera, per il quale Tunesi è una tela bianca, da riempire colle iniziative che sgorgano dal talento e dagli impulsi della scalata professionale. Non può permettersi di compiere errori per l’indelebile macchia che apporrebbe sul curriculum, il salvare una vita umana è una diretta, positiva, conseguenza. Ma non si stabilisce il minimo rapporto tra le due parti; rapporto che, al contrario, s’imposta almeno in misura embrionale col personale addetto (infermieri, addetti alle pulizie e quant’altro)
La narrazione s’interrompe, più che concludersi, quando il destino e l’azione dell’uomo stabiliscono ciò che sarà.
Terribili contrasti tra capitoli adiacenti, gli uni, pervasi da struggenti aneliti di vita ormai smarriti e perduti, da parte di Tunesi, con conseguenti, terribili, rimorsi, rimpianti e rancori. Gli altri, mera cronaca di scalata al potere di professionisti rampanti, descritti da Luca con malcelata meraviglia e stanca rassegnazione.
Nota a margine: l’autore è direttore di divisione di anestesia e terapia intensiva all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Uno dei lati più inquietanti di “Cosa pensano i pesci rossi”, è che nomi e situazioni sono frutto di fantasia, ma solo quelli.

 

ALESSANDRO MARI - TROPPO UMANA SPERANZA

29 MAGGIO 2017


Nell’Italia della prima metà dell‘800, ancora ben lontana dal prospettare una qualsiasi sorta d’unità, s’incrociano quattro storie popolari. La prima vede protagonista l’orfanello Colombino, in perenne compagnia dell’asino Astolfo, che non lo perde di vista un momento nelle sue peripezie, ospite nella parrocchia del buon Don Sante, rigoroso ma legato al ragazzo. Poi c’è una ragazza, Leda, finita in disgrazia, imprigionata più che nell’austerità di un collegio, nell’immoto ricordo dell’amato Lorenzo, imprigionato in luride, anguste celle romane. La terza scena punta i riflettori sulla scena mitologica di Giuseppe Garibaldi e la sensuale Aninha, vera gatta selvaggia orgogliosa e indomabile. Infine, la bizzarra vicenda d’un pittore di corte che punta alle sottane più blasonate, giusto per non restare a corto di spiccioli, ma con un vero, clamoroso progetto in mente: esplorare i primi tortuosi, pioneristici sentieri di una nuova arte che denominerà fotografia. Le ambientazioni sono le più svariate. La base si trova al confine tra varesotto e milanese, ma la scena transita per Roma e Genova, sino a debordare dai non ancora definiti confini nazionali, sino a Londra e persino dall’altra parte del mondo, in Sudamerica.

Il romanzo si muove spingendo avanti parallelamente le quattro vicende: Colombino è innamorato di Vittoria, e alla morte dell’amatissimo don Sante non esita a andare in pellegrinaggio a piedi, accompagnato solo dal fedele Astolfo, nientemeno che dal Santo Padre in modo da ottenere il permesso alle agognate nozze, dato che la famiglia della giovane glielo nega sistematicamente.

Leda invece riesce a mettersi sulle tracce di Lorenzo, tramite sir John, un misterioso nobile inglese; il risultato delle sue ricerche forse non sarà quello che lei spera, ma inopinatamente le si apriranno davanti nuovi orizzonti.  Per Aninha, la pasionaria dei due mondi, e Don Josè, l’amante fiero e disposto al sacrificio della vita per lei e per la Patria, alternativamente, sin dalle prime pagine s’apre una storia di combattimenti epici e destinati a epiloghi che si risolveranno poi in nuove partenze. Lisander sarà a sua volta protagonista di un’avventura esaltante, ma resterà apparentemente penalizzato dall’amore per una ragazza di strada, Chiarella. Non accetterai mai del tutto la via intrapresa dalla ragazza, che lei non rinnegherà, e si troverà di fronte a un numero non indifferente di scelte scomode. Il momento culminante del romanzo sarà, ovviamente, quello in cui le quattro strade si incroceranno.

Questo romanzo del 2011, opera prima di Alessandro Mari, è stato molto ben accolto dalla critica, conquistando tra gli altri il prestigioso Premio Viareggio nello stesso anno di pubblicazione. E’ un romanzo decisamente ben scritto, con termini talvolta persino virtuosi, il che è in un certo senso sorprendente ove si consideri che l’autore all’epoca non era nemmeno trentenne. Una terminologia ricercata e consona al linguaggio dell’epca: una connotazione che tende a far classificare l’opera come romanzo storico.

La lettura però non è per nulla semplice, e non solo per la mole, peraltro notevole. “Troppo umana speranza” richiede concentrazione continua, la narrazione procede lenta, come lento e compassato era lo scorrere della vita a quell’epoca. I concetti, sviscerati con estrema dovizia di particolari, si dilatano per righe fitte, numerose, spesso procedendo lisci e logici in qualche caso attorcigliandosi su se stessi. Nell’ambito della vicenda, forse alcune pagine avrebbero potuto essere snellite, se non evitate del tutto. In qualche occasione, Mari si “accanisce” su particolari della personalità del personaggio tale o sulla tortuosità della vicenda, sino a suonare gommoso, vanamente prolisso, penso ad esempio alla vicenda della rocambolesca carcerazione di Colombino o a certi sviluppi dell’attività di Lisander post-Teresa. Ma tutto è probabilmente riconducibile alla volontà del giovane autore di unire il gusto pomposo per la prosa tipicamente ottocentesca con un sapore più goliardico e dissacrante, tanto per restare in tema, scapigliato. Un tentativo coraggioso e in genere superiore alla piccola gamma di difetti formali e sostanziali che lo percorrono.

 

GIORGIO SAVIANE - GETSEMANI

7 MAGGIO 2017


La vigorosa introversione spirituale che caratterizza una parte notevole della produzione letteraria del troppo presto dimenticato autore veneto raggiunge il suo culmine nel romanzo “Getsemani”, pubblicato nel 1980. Un romanzo che richiede una lettura “elastica”, da parte di chi non abbia pregiudizi di sorta nell’affrontare certe tematiche, e più di esse l’interpretazione sofferta che Saviane ne da.

Il punto di partenza della vicenda è rappresentato da un viaggiatore solitario in treno, che s’imbatte in uno storpio, accompagnato dalla madre e da sorella. Il protagonista, un ebreo chiamato Gesù, avverte dall’incontro un retrogusto di ribrezzo, poi s’accorge che invece avrebbe potuto fare qualcosa per lui e i suoi famigliari. Così li ricerca ansiosamente e li ritrova, una volta scesi. Il che, effettivamente, è ciò che accade. Pur non essendo una persona normalmente dotata di carità o pietà verso il prossimo, e tantomeno di competenze mediche, Gesù riesce nel miracolo. In tempi anche, data la gravità del soggetto, sorprendentemente veloci.

Quasi inutile soggiungere che la vicenda non finisce qui. L’improvvisato ma efficace guaritore non smette di frequentare la famiglia dell’ex malato, di nome Michele. Al contrario, allaccia una relazione intima con la sorella di Michele, la quale, oltretutto, ha dovuto battere le strade per lungo tempo, per dare respiro alle finanze familiari, disastrate dalle cure costose cui Michele è stato sottoposto. Quando la storia si fa seria, e la donna aspetta un figlio, le cose precipitano di colpo. Una mattina, la ragazza viene rinvenuta nel letto, uccisa. Stessa sorte tocca al bimbo che porta in grembo. Il primo, ovvio, sospettato, è lo stesso Gesù. Il quale però, malgrado venga riconosciuto colpevole praticamente senza che vengano svolte indagini, non rivendica la propria innocenza. Da questo momento la narrazione si attorciglia intorno a una specie di tumultuosa visione onirica tramite la quale l’accusato rivive la via Crucis di nostro Signore, fino all’arrivo sulla collina del Golgota. Come prigioniero d’una sorta d’epico delirio, il protagonista, innocente, si lascia arrestare senza opporre resistenza come se ciò costituisse la riedizione di un nuovo disegno divino, cui lui si sottomette patendone ogni sofferenza. Al lettore di scoprire il prosieguo e il termine della narrazione.

Qualche parola in più però va spesa sulla notevole complessità della lettura, che lo scritto esige.

Cosa è davvero malattia, cosa davvero guarigione, concetti messi in discussione pesantemente dall’autore, che incrocia con sapienza dilemmi irresolubili sullo stato di salute del corpo e dell’anima, ci mette di fronte a una scelta che i più improvvidi non avrebbero forse nemmeno mai pensato di porsi, colora il tutto d’eccessività portando elementi di disturbo evidente, quale la chiassosa presenza dei mass media, attirati come api sul miele dalla fantomatica figura del guaritore non professionista, oltretutto accusato di duplice, efferato omicidio.

L’impresa davvero difficile poi, è seguire, o cercare di farlo, l’autore nelle sue intricate, travagliate elucubrazioni, nell’ambito d’un parallelismo continuo tra la figura del protagonista e quella di Gesù Cristo, che lo porta a considerazioni discutibili ma coraggiose, che lastricano gran parte della seconda metà del libro. Quello che sgorga evidente da ogni pagina è il bisogno impellente dell’autore di riflettere oggettivamente sulla (propria) fede, applicando a tali riflessioni la finzione narrativa che risulta a lettura ultimata del tutto confacente al messaggio. Va anche sottolineato come Saviane spesso si diverta a scompaginare le idee al lettore adottando una scrittura schizofrenica, poco ortodossa, con periodi brevi, nervosi, apparentemente scollegati fra loro, che risuonano peraltro molto efficaci nel testimoniare il disagio che prova, la sofferenza che patisce nel mettere a nudo la propria anima. Un disagio che ogni lettore finisce per far proprio. Definire “Getsemani” un romanzo è esercizio puramente manieristico. C’è tutto quanto può servire a un cattolico o preteso tale per guardarsi dentro e porsi domande, magari troppo a lungo rinviate.

 

DAVID HERBERT LAWRENCE - FIGLI E AMANTI

11 APRILE 2017


Siamo agli albori del secolo, nella contea inglese del Derbyshire. La giovane Gertrude è sposata con un minatore di nome Walter, e le difficoltà economiche non mancano. Vivono in affitto e campano del solo, misurato stipendio del marito, che tra l’altro non disdegna di fare il giro delle osterie una volta terminata la giornata lavorativa. La solitudine e i maltrattamenti, più verbali che fisici cui Gertrude va incontro da parte del marito, la spingono a dedicarsi quasi totalmente ai due figli maschi, William e Paul. Il primo è un ragazzo forte, volitivo e generoso, che non vuole vivere nella realtà chiusa e paesana del proprio ambiente e decide di andarsene. Trova lavoro a Londra ancora piuttosto giovane, e là si fidanza. Purtroppo, per un virus polmonare, muore assai giovane, intorno ai ventitré anni.

La disgrazia piomba come un fulmine a ciel sereno sulla famiglia, che nel frattempo ha accolto altri due figli: Annie e Arthur, e non fa altro che aumentare il carico di greve incomunicabilità tra moglie e marito. Il figlio maggiore è ora Paul, che inizia ad avvertire sin da subito due necessità vitali e contrastanti; quella di stare vicino alla madre e contemporaneamente di crearsi una vita propria, inevitabilmente al di fuori dell’ambito familiare. La madre però, in apparenza, non favorisce quella che sarebbe l’esigenza naturale del figlio, ossia di mettere le basi per una vita futura autonoma, tendendo invece a trattenerlo a sé tramite una presenza esclusiva ed egoistica, fatta anche di sottili ma non trascurabili, per il figlio, ricatti psicologici.

L’anomalia diventa palese allorquando al giovane Paul si presenta l’occasione di una ragazza, Miriam, con cui Morel sviluppa presto una relazione platonica, basata sulla comunione di interessi culturali ed intellettuali. Nei riguardi di Miriam però il ragazzo mantiene costantemente un atteggiamento ambiguo, indeciso tra il costante, primitivo richiamo all’ovile della madre e l’istinto naturale che lo porterebbe a sviluppare una relazione con Miriam, naturalmente tesa verso il matrimonio. Alla fine, Paul prenderà la decisione di troncare il rapporto con la ragazza, che ne subirà un trauma emotivo non indifferente. Anche la successiva storia di Morel non ha miglior fine. Clara Dawes, suffragette di idee apertamente femministe, lo introduce alla scoperta del sesso, ma non riesce ad impostare col ragazzo, peraltro minore di lui di alcuni anni, un rapporto duraturo.

Tutto questo induce il ragazzo ad attraversare gravi crisi di coscienza, per le quali peraltro non può chiedere aiuto a nessuno; né ai fratelli, distanti, né al padre, ingrigito in un muto tramonto esistenziale, né ovviamente alla stessa madre. Quando poi Gertrude s’ammala di tumore e la fine per lei sembra avvicinarsi a grandi passi, Paul, ormai venticinquenne, pare destinato ad imboccare un cunicolo di discesa senza fine.

Considerato dalla critica dell’epoca il vero capolavoro dello scrittore inglese, più del maggiormente celebrato “L’amante di Lady Chatterley”, “Figli e amanti” è contraddistinto da alta tensione introspettiva, quasi sempre incentrata sul personaggio di Paul, costantemente travagliato nella suo doppio ruolo, appunto, di figlio in servizio permanente, e d’amante, viste le sollecitazioni cui viene sottoposto in tal senso prima da Miriam poi da Clara.

Si vocifera che la figura di Paul possa essere la proiezione letteraria dello stesso Lawrence: senza entrare nel merito, impossibile non sottolineare la maestria con la quale l’autore guida il protagonista lungo tutta la china della parabola discendente, sino al punto più basso, ossia la morte di sua madre; avvenimento che, invece di dargli, pur nel grande dolore, “via libera” verso un’autonoma e più naturale dimensione comportamentale e d’apertura nei confronti del mondo esterno, riesce a metterlo ancora più in crisi. Poche pagine oltre, l’improvviso e inatteso finale apre una strada diversa per un destino che appariva già segnato.

Una lettura non complicata ma esigente, che non mancherà di soddisfare chi ama crogiolarsi con le più intricate contraddizioni della psiche umana, meno chi si aspetta un’opera più essenzialmente “narrativa”.

 

GIORGIO FALETTI - APPUNTI DI UN VENDITORE DI DONNE

27 MARZO 2017


Francesco Marcona, meglio conosciuto come Bravo, è un libero professionista che agisce nella Milano pre-da bere di fine anni settanta. Il suo settore è piuttosto redditizio, anche se non scevro di rischi, come lo stesso Bravo ha potuto sperimentare sulla propria pelle, visto che, per aver pestato i piedi a gente tanto irritabile quanto pericolosa, si trova con una menomazione permanente in una parte del corpo poco nobile.

Inconvenienti che Bravo mette in preventivo con un atteggiamento misto di cinismo e fatalismo. Dopotutto campa facendo il venditore di donne, sostanzialmente il magnaccia. La narrazione ce lo presenta all’ inizio di una nuova avventura, che lo trascinerà in mezzo a guai davvero grossi. Conosce una ragazza nuova, Carla, che ha deciso di preferire guadagni facili e immediati a una vita umile e precaria da impiegata, mettendo a tacere le remore. La ragazza ha fascino, bellezza e decisione, e a Bravo non par vero d’includerla tra le proprie “proposte”.

I primi segnali allarmanti si hanno quando Bravo, colluso con un mafioso, Tano Casale, un boss le cui attività si sviluppano fiorenti per tutta l’area del milanese ed oltre, viene ai ferri corti con il braccio destro dello stesso, Tulipano. Quest’ultimo lo rapisce e lo conduce presso un campo isolato e sterrato, con l’intenzione di piantargli una pallottola in testa, ma uno sconosciuto, nascosto angelo custode salva la pelle a Bravo, scaricando addosso al picciotto l’intero caricatore di una trentotto.

Scampato il pericolo, Bravo cerca di distrarsi immergendosi nel lavoro. Riceve un’ordinazione su commessa per tre ragazze “le migliori e più discrete possibili”, per rallegrare una festa nel monzese in un villone appartenente a un nome eclatante della finanza, Lorenzo Bonifaci. Carla ed altre due della scuderia vengono selezionate all’uopo ed accompagnate sul posto. Bravo immagina già i guadagni, e mette alle spalle l’increscioso incidente di pochi giorni prima.

Le sue sfortune invece, sono soltanto all’inizio.

Al risveglio la mattina successiva viene a sapere che nella villa di Bonifaci è stata consumata una vera strage. Bonifaci e alcuni suoi amici, tra cui esponenti di spicco della scena politica, le tre ragazze e un poliziotto corrotto sono stati massacrati. Ad aggravare lo sconforto di Bravo, il fatto che le tre ragazze uccise non corrispondevano a quelle da lui inviate. Al posto di Carla, come si nota dalle foto sui giornali, a perdere la vita è stata Laura, che non avrebbe dovuto far parte della spedizione.

Altri cadaveri attendono il lettore, nella seconda parte del romanzo. Seguirà una nuova strage, di cui stavolta Bravo sarà testimone diretto, nonché l’unico risparmiato, per l’intento preciso di qualcuno che sta tessendo una trama articolata e cruenta, le cui maglie comprendono, tra gli altri, esponenti della Polizia, delle Brigate Rosse e del Sisde. A Bravo non resta che una sola via d’uscita, che metterà in pratica, o cercherà di fare, subito dopo.

Quinto romanzo di Faletti, che in comune con i precedenti mantiene un dark tone piuttosto accentuato, e si dota di una trama che pare trovar gusto a complicarsi col passare delle pagine. Dapprima ci viene proposta quella che potremmo definire la flemmatica quiescenza di un personaggio conscio del proprio ruolo nel sottobosco del malaffare, cinico e disilluso il giusto, e non solo per via della menomazione, intento unicamente a radunare nuove, allettanti prede per i propri clienti. Quando però una serie d’inattesi, contemporanei avvenimenti cambia le carte in tavola, eccolo trasformarsi in preda ambita da una larga scala di cacciatori senza scrupoli.

A livello psicologico, Faletti descrive egregiamente il mutamento del personaggio, il sorgere delle paure, le improvvise ed impietose rese dei conti con sé stesso, oltre che con altri, che si trova sempre più frequentemente costretto ad affrontare. L’autore è inflessibile cronista delle fulminee variazioni di stati d’animo di Bravo e dei suoi compagni di viaggio, alcuni dei quali muteranno d’identità in maniera sorprendente ed efficace (in particolar modo Daytona, e soprattutto Lucio, la cui metamorfosi sarà un vero e proprio fulmine a ciel sereno).

Finale con un ennesimo, inatteso, colpo di scena, realmente inconcepibile sino a poche pagine prima, che solleva di un altro punto la valutazione. Leggetelo, siamo di fronte a quello che a parere di chi scrive è l’unico romanzo di Faletti a raggiungere il livello di “Io uccido”, (gli altri restano un quarto di gradino più sotto) e purtroppo non avremo nuove controprove.

 

JOHANNES MARIO SIMMEL - LA TRAMA DEI SOGNI

3 MARZO 2017


Scorre il fondamentale anno 1968. Nella Germania ovest, in un paesino denominato Neurode, a pochi chilometri da Brema, giace un ex-campo prigionieri di guerra, da qualche anno riciclato come rifugio giovani profughi dai paesi dell’est (specie ungheresi, polacchi e bulgari).

Specializzata nella cura dei minori, bimbi e ragazzi sino a quattordici, quindici anni d’età, è la signora Louise, un’assistente sociale in servizio permanente in loco, che compie con estrema professionalità il proprio dovere. Va però subito sottolineato che la donna, assai mite e scrupolosa, disposta a tutto pur di salvare ed accudire i bimbi costretti lontani dalle loro case, è anche irrimediabilmente fuori di testa. Nasconde infatti un segreto inconfessabile: ogni giorno, o quasi, si reca in una radura fangosa a qualche centinaia di metri dal campo, e s’incontra con le anime (immaginarie?) di persone del passato, tra cui un soldato, un farmacista, un contabile…provenienti da ogni parte d’Europa, che lei definisce i suoi amici.

Con essi scambia opinioni, richiede consigli, cerca conferme…sulla vita che è e quella che sarebbe potuta essere…

Nel frattempo al campo arrivano un giornalista, Walter Roland, e il suo fidato collaboratore, Bertie. Appena giunto, Walter capisce di trovarsi di fronte a uno scoop sensazionale, il migliore della sua vita. Un’inchiesta messa giù nella maniera più ruffiana e commuovente possibile sui ragazzi strappati alle proprie case e via lacrimando, non poteva certo farsela scappare. Ma tutto cambia quando uno di questi ragazzi, poco più di un bimbo, viene crudelmente assassinato.

Cambia ancora di più, quando una giovane ospite del campo, Irina, fugge inaspettatamente, dopo aver atteso invano la visita del proprio fidanzato. Una fuga che vede in compartecipazione, loro malgrado, anche Walter e Bernie; sarà l’avvenimento che cambierà il corso della vicenda intera.

La quale assumerà presto i contorni di un fosco caso di spionaggio internazionale, che vede implicati la creme dell’intelligence americana e dell’allora unione sovietica.

Il buon Roland e l’amico Bernie capiscono abbastanza presto d’esser entrati in un terreno minato; ritengono però, invece di ritrarsene, più redditizio il  cercare di attraversarlo. Il sentore del pericolo incombente non è sufficientemente pauroso da indurli a rinunciare all’affare della loro vita professionale. In particolar modo Walter è determinato a provocare un cambiamento in ambito lavorativo, visto che la rivista per la quale lavora, “Blitz”, pur riconoscendone la specchiata abilità, lo sotto utilizza, destinandolo a rubriche di facile presa, e dello spessore d’un righello.

Assai coinvolgenti saranno gli stravolgimenti cui i protagonisti, in particolar modo Walter e Irina, il cui destino dipenderà integralmente da quello del giornalista, si vedranno sottoposti.

Redatto con il ritmo tipico d’un romanzo d’azione, in realtà “La trama dei sogni” di Johannes Mario Simmel, è assai più di questo. Le pagine più classicamente thrilling sono sapientemente sparse per l’intera narrazione, a partire dall’uccisione del povero Karel sino al colpo di scena finale, ma notevole è anche la ricerca psicologica parimenti disseminata, che riguarda specialmente il protagonista Walter, ma non solo. Il giornalista deve più volte fare i conti col contrasto via via più marcato tra l’ambizione professionale e l’immoralità di certi comportamenti, imprescindibili per la buona riuscita di dette azioni, il che lo porterà a prendere più di una decisione spiazzante.

Per non parlare della fantasmagorica figura della signorina Louise e dei fantasmi partoriti dalla sua immaginazione. Un personaggio tramite il quale Simmel solleva interrogativi variegati: follia e realtà si mischiano in un punto d’incontro tanto credibile da risultare non solo razionale ma persino funzionale alla trama e agli sviluppi di un romanzo come questo. E chi, e con quali criteri, può rimarcare il confine tra raziocinio ed alienazione? Dopotutto Louise è impeccabile nel lavoro, non fa male a nessuno ed applica alla propria esistenza principi di comportamento basati su una correttezza inflessibile. Del tutto intrigante per il lettore è gustare l’interagire della sua figura con il sottobosco di individui loschi e viscidi che caratterizzano la vicenda.

Leggere questo romanzo, seppur di non facile reperibilità, contribuirà a riscoprire un autore contemporaneo interessante e forse troppo presto finito nel dimenticatoio.

 
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