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un libro in quindici giorni

ARCHIBALD.J CRONIN - IL MEDICO DELL'ISOLA

23 DICEMBRE 2017

 

Robert Murray è un giovane medico, scrupoloso e pieno di buona volontà, che vive e lavora negli Stati Uniti ma è d’origine scozzese, di Edimburgo.

Il primario del celebre ospedale Methodist Hospital, di New York, dove Murray è impiegato, lo convoca un giorno nel suo ufficio per comunicargli la sua prossima partenza: dovrà infatti affrontare una trasferta ai caraibi, per accompagnare un ricco proprietario terriero ammalato di cancro, che sull’isola è proprietario di una magione e numerose terre. Dovendovi trascorrere un periodo di riposo, ed essendo pericolosamente affezionato alla bottiglia, il primario lo affida alle cure amorevoli di Murray, che sarà al suo fianco durante il soggiorno. Il signor Defreece salpa dunque in compagnia di Robert e una giovane infermiera, la signora Benchley, ma non si tratterà certo d’una vacanza spensierata.

Arrivati alla magione, Defreece ritrova la moglie e la figlia Natalie, che apparentemente l’accolgono con le premure e l’affetto dovuto a un famigliare ammalato, più altri personaggi pittoreschi quale il non meglio qualificato amico di famiglia Lamonte, squattrinato e parassita, e il dottor Da Souza, medico personale di Defreece, che ringrazia Murray e l’infermiera d’aver debitamente scortato l’uomo, e di restare per l’intera durata della convalescenza. I due accettano.

Nel frattempo l’isola caraibica è percorsa da un fremito d’eccitazione per la grande festa che sta per esservi celebrata, quella del Mardi Gras, e tutti sembrano realmente elettrizzati per l’avvenimento. Ma proprio alla vigilia di questa celebrazione, due avvenimenti sconvolgono la magione: l’improvvisa morte della moglie di Defreece e la sparizione dell’infermiera Benchley. Robert allora inizia a comprendere che c’è un disegno più vasto alla base della sua presenza sull’isola e approfittando della confusione che la festa porta tra gli indigeni, compie una serie di indagini discrete e funzionali, che lo porteranno ad una scoperta davvero inaspettata. Nel frattempo è la figura del medico De Souza ad impadronirsi della scena, dimostrandosi ben diverso, o meglio, ben più contorto rispetto al premuroso e zelante professionista che appare.

 

In una delle sue rare incursioni nel mistero, Cronin non rinuncia al terreno abituale, quello della medicina, trasferendo però la scena su un’affascinante isola caraibica. Un paio di nuovi ingredienti che corroborano lo scritto di tensione, una peculiarità che Cronin gestisce al meglio, mantenendo sempre desta e vigile l’attenzione del lettore. E’ particolarmente in gamba nello spostare gli equilibri della vicenda da un luogo all’altro e da un personaggio all’altro, con una sapiente distribuzione di sospetti, accuse e teorie illuminanti che si sgonfiano di colpo sotto il sole cocente di San Felipe.

Come nelle migliori tradizioni di genere, la verità scaturisce da particolari infinitesimali, e sarà da uno di questi che il colpevole si tradirà. Ma Cronin è in gamba a non banalizzare il tutto come un vano copia e incolla di migliaia di signore in giallo o poirot. “Il medico sull’isola” rientra nella schiera dei cosiddetti romanzi brevi, ma questo amplifica semmai le sue qualità, allineando alla bontà della trama l’essenzialità e l’assenza d’inutili ghirigori. Una lettura consigliata per scoprire l’altro volto del grande autore scozzese.

 

HENNING MANKELL - DELITTO DI MEZZA ESTATE

28 NOVEMBRE 2017

 

La stagione migliore di Henning Mankell e dl suo eroe, il poliziotto Kurt Wallander, si riverbera in questo romanzo eccellente, datato 1996, intitolato “Delitto di mezza estate”. Tutto succede nelle prime due pagine, malgrado il libro ne conti seicento: tre ragazzi, radunatisi in una radura per festeggiare il 21 giugno, solstizio d’estate, vengono giustiziati con una pallottola in fronte a testa. Per lunghi giorni, i familiari ne aspettano il rientro a casa senza preoccuparsi, loro avevano lasciato detto che sarebbero partiti per un viaggio intorno all’Europa. Ma anche il mese di luglio trascorre e qualche campanello d’allarme inizia a trillare. Il commissario Wallander e la sua squadra iniziano ad indagare, quando una disgrazia terribile s’abbatte su di loro. Lo stimatissimo collega Svedberg, assente ingiustificato dall’ufficio per qualche giorno, viene trovato morto in casa. E certamente non si tratta di morte naturale. Nella scena del delitto viene trovata una sedia rovesciata, una fucile che ha evidentemente sparato da poco e, stranamente, tutto in perfetto ordine. Manca solo un vecchio telescopio. Superato il duro shock iniziale, Kurt e il suo staff si trovano di fronte a un mistero ancora più pesante rispetto a quello dei ragazzi scomparsi.  Ci impiegheranno molto poco a intuire che i due fatti sono correlati. Una deduzione che si dimostrerà ancora più centrata quando, meno di una settimana più tardi, una coppia di villeggianti effettua una macabra scoperta. Troverà cioè i tre corpi dei ragazzi massacrati oltre cinquanta giorni prima.

Wallander e i suoi sono ricoperti da una pressione quasi insostenibile; oltre alla furia e al dolore delle famiglie dei ragazzi uccisi, devono anche rispondere alla vorace invadenza dei giornalisti e dell’opinione pubblica. Tutto male? Anzi, peggio. Il nostro Kurt scopre d’essere diabetico, e il suo dottore gli impone una visita approfondita, che il commissario non può far altro che rimandare di continuo, dato il precipitare degli eventi.

Proprio quando tutto sembra volgere al peggio tuttavia, una traccia flebile sembra colorare di speranza il nero dell’orizzonte. Wallander e i suoi collaboratori scovano una possibile superstite del massacro; una ragazza originariamente invitata alla festa di mezza estate, che non ha avuto la possibilità di parteciparvi causa malattia. Peccato che la giovane si riveli quantomeno mentalmente instabile, tanto da fuggire dall’ospedale (psichiatrico) ove era stata ricoverata. Ma Kurt non molla la presa: la sua testimonianza è troppo importante per lo sviluppo delle indagini.

E la ritroverà, infatti, ma per pochissimo tempo, prima che faccia la fine degli altri tre ragazzi e del poliziotto…

 

 

Di fronte ad ogni nuovo romanzo di Mankell, il lettore più affezionato sa di doversi preparare ad una lettura dal doppio risvolto. Quella prettamente legata alla trama, che anche in questa occasione si mostra all’altezza, caratterizzata com è da un’instabilità continua,  spostamenti in lungo e in largo con sforamenti in Danimarca e colpi di scena a go-go. Parallelamente, l’autore mette in scena la vivisezione del protagonista, alle prese in questa puntata con un repentino peggioramento delle condizioni di salute e tutto il greve annebbiamento interiore che ne consegue. Wallender non è disposto a rinunciare alla scrupolosità, agli orari impossibili cui il suo lavoro lo costringe, a decidere e mettere in atto senza rimuginarvi sopra troppo: tutte cose che il suo nuovo irriducibile antagonista (la sua salute) tollera ben poco.

 

Così il lettore assiste il buon Kurt che lotta contro tutti i suoi fantasmi, e ancora non riesce a riesce ad accettare la realtà che lo spinge a mettere in secondo o terzo piano il granitico senso del dovere che lo contraddistingue. Con le conseguenze che il lettore potrà scoprire. Quello che possiamo anticipare è che “Delitto di mezza estate”, al solito, mantiene le promesse, in entrambi i sensi il buon Mankell diriga la narrazione. Scopo dichiarato dell’autore è anche quello di esprimere la propria preoccupazione per la “disfatta morale del popolo svedese”, illustrata dal decadimento dei costumi e l’imbarbarimento delle coscienze, che Henning mette in scena tramite i delitti più efferati e schizofrenici. E poi la solita maniacale precisione dei particolari, i collegamenti, gli impeccabili rimandi. Tutto funziona benissimo, ma non è una novità.

 

EDOARDO ALBINATI - LA SCUOLA CATTOLICA

6 NOVEMBRE 2017

 

La scuola cattolica, di Edoardo Albinati, premio Strega 2016, milletrecento pagine, romanzo. Tutto giusto tranne il finale, perché solo per dibattere se questo libro possa essere definito romanzo, saggio o chissà che, servirebbero tempi e spazi di cui purtroppo non dispongo. Non è un romanzo nel senso canonico del termine, e se lo fosse, lo sarebbe autobiografico. Un saggio che attinge a un passato rivisto con occhi disillusi e un’apertura mentale totale, acquisita in anni di duro esercizio. Un’apertura che porta Albinati a scrivere con coraggio straordinario su situazioni drammatiche e scabrose, quasi tutte risalenti a quegli anni fatidici che erano i settanta; la stessa che viene richiesta al lettore.

L’argomento di base è il delitto del Circeo, settembre 1975, sul quale non mi dilungherò in sede di commento. Quello che conta sono le elucubrazioni, potenti e smisurate, brillanti ed impreviste che lo scrittore, la cui principale attività è, non a caso, l’insegnamento nel carcere di Rebibbia, profonde a piene mani nell’opera. Le motivazioni recondite e di ardua comprensione che portarono ragazzi della cosiddetta Roma bene a infierire sino allo stupro e all’assassinio su ragazze del “volgo”; il reiterare a distanza di un trentennio il crimine stesso (il duplice omicidio di Izzo nel 2005, che ha spinto Albinati a concepire e realizzare il lavoro. Individui persi nella nebbia del male, fuoriusciti dalla stessa scuola cattolica che aveva formato l’autore (e non solo: anche l’altrettanto celebre scrittore Marco Lodoli). Ma non è tanto sul loro profilo che l’autore si basa: non vuole, “La scuola cattolica”, essere un’approfondita e noiosa analisi psicosomatica di soggetti di cui “non avresti mai detto che…”. Veri protagonisti sono le essenze di una generazione e le disfunzioni straordinarie (sociali – politiche – economiche) che han portato alla sua unicità ed alla necessità di trattarne.

 

Così, adottando uno stile narrativo assai particolare, mediato tra il celebre stream of consciousness di joyciana memoria e le più colorate sfaccettature del pensiero universale, di cui l’Uomo senza qualità di Musil rimane uno degli esempi più brillanti, Albinati trascorre anche centinaia di pagine sullo stesso argomento, senza annoiare. Certamente ossessionato dal sesso, ossessione che ritiene essere una delle cause scatenanti e non l’unica, e nemmeno la principale, degli stupri; s’avventura, nel campo, in una catarsi lucida e coraggiosa, citando episodi crudi, azioni e reazioni, conseguenze prospettive. Ma la stessa analisi investe poi con crudezza i campi più disparati, le istituzioni, la crescita, la morale, solo per tornare a tracciare compiutamente la scheda completa della società oscura, morbosa, dei nostri anni settanta.

Illuminante anche la “collezione di aforismi”, ad opera dell’amatissimo professor Cosmo, dallo stesso redatti in punto di morte, naturalmente spazianti a trecentosessanta gradi, tratteggiati con traiettorie imprevedibili, offrono codici di geometrie esistenziali, per citare Battiato.

 

Doveroso inoltre rilevare che una sezione narrativa è pur presente ne “La scuola cattolica”. E’ avvincente e non manca di colpi di scena, seppur concentrata in alcune decine di pagine verso la fine del libro. La figura più rilucente di questo settore è certamente Leda, sorella di Arbus, l’ingegnoso e parzialmente dissociato compagno di scuola di Albinati. Nella complessità del carattere, nella controluce degli sguardi e dei penetranti silenzi che diffonde, Leda è il personaggio chiave dell’intera opera. E nel piccolo grande dramma che si consuma proprio sul finale ai danni di Cassio Maiori, è lei a rubare la scena tramutandosi in eroina indimenticabile quanto sfuggente, effimera. Come lo è in fondo la vita, sembra l’autore dimostrarci in tutte queste pagine di profonde e crude riflessioni. Ma è solo una parte del messaggio, immenso e sfaccettato com’è l’intera opera. Leggetelo con fiducia e pazienza, ma sempre con intento e passione, lasciatevi stupire dalla vasta cultura e dalla sintassi colta, ricercata che Albinati utilizza costantemente; non rifiutatelo a priori. Si dice che l’apparenza inganni; in questo caso, è la mole. Ma se fosse questo il parametro, non avremmo nemmeno mai letto Moby Dick o l'Ulysse.

 

GIUSEPPE BERTO - IL CIELO E' ROSSO

17 OTTOBRE 2017

 

Seconda guerra mondiale. Un rifugio provvisorio e rischioso accoglie quattro ragazzi sfuggiti ai bombardamenti. Il gruppo organizza la propria vita come una vera e propria comunità. Carla, la più grande, contribuisce al traballante menage ricorrendo ad una saltuaria prostituzione. E’ fidanzata con Tullio, che fa parte di una combriccola allargata a numerosi altri ragazzotti, la quale si dedica a ladrocini e ruberie. Sono gli unici tra i quattro, peraltro, a guadagnare qualcosa.

C’è anche Daniele, non ancora sedicenne, che per qualche anno ha studiato con profitto in un collegio, e in un attimo vede stravolta la propria esistenza. Sfugge per miracolo a un bombardamento ma rientrando a casa vi trova solo macerie e morte, quella dei suoi genitori. Lo shock è tale che vaga per giorni senza meta, prima di essere accolto dal gruppetto. E infine Giulia, la più timida e cagionevole di salute, che si occupa di preparare i frugali pasti e di curare un’orfanella di cinque anni, Maria.

 

L’esistenza quotidiana dei quattro adolescenti è inevitabilmente durissima: al di là della precarietà d’affetti, nessuno di loro ha più alcun legame o rapporto con la famiglia d’origine, ove ancora esistente, la lotta per la sopravvivenza è un’incognita, in numerose occasioni si saltano pranzi e cene. In questo quadro miserrimo di precarietà assoluta, nasce un sentimento tra Daniele e Giulia, talmente puro che i due ragazzi quasi temono di confessarsi.

Col passare del tempo la guerra volge al termine, ma i pericoli per i ragazzi non sono diminuiti. Accade l’irreparabile: nel corso di una delle loro scorrerie, Tullio e alcuni suoi amici, forse traditi dal fuoco amico, vengono dapprima intercettati, poi catturati, infine abbattuti a colpi di fucile. La tragedia piomba sulla giovanissima comunità come un colpo definitivo, ove già la pace e l’armonia erano merce rara. Carla, la più pragmatica del gruppo, non sta troppo a piangersi addosso e continua a procurarsi da vivere per sé e gli altri nell’unico modo che ha imparato. Anche Daniele, finalmente, inizia a sbloccarsi psicologicamente; trova un impiego precario in collaborazione coi contadini che vendono le proprie merci al mercato comunale, ma le difficoltà permangono notevoli. In casi non isolati, le guardie confiscano illegalmente le merci, oppure obbligano i commercianti a balzelli o altre angherie assortite. Daniele appare però più deciso e maturo, nel suo ruolo di “capofamiglia”. E anche con Giulia le cose si sbloccano: i due sembrano trovare il coraggio di confessarsi i propri reciproci sentimenti, con la benedizione dell’ormai smaliziata Carla. Purtroppo la disgrazia è nuovamente in agguato. In breve, brevissimo tempo Giulia muore di tubercolosi, senza nemmeno avere il tempo di vivere il proprio pulitissimo sentimento con Daniele.

Ciò che accade dopo, al lettore scoprirlo, purchè si tenga lontano da pallide illusioni di lieto fine.

 

Primo romanzo di Giuseppe Berto, tanto lodato dalla critica quanto sostanzialmente ignorato dal pubblico, una delle tante testimonianze romanzate del conflitto, o meglio delle conseguenze dello stesso, “Il cielo è rosso” appare nel 1946, in un momento in cui tutte le ferite (del cuore, della memoria, dei luoghi devastati…) sono ancora apertissime. Eppure l’autore riesce in un impresa titanica: rendere l’orrore del momento con una scrittura colloquiale, persino leggera, oseremmo dire.

Il che non presuppone, ovviamente, noncuranza o peggio mancanza di rispetto da parte dell’autore. E’ in realtà un mezzo assai efficace per trasportare il lettore nella diretta scarna, senza enfasi drammatiche, tragicamente pratica e reale. La morte di Tullio ad esempio non provoca pianti disperati, come la separazione tra Daniele e Giulia, tanto per citare i casi più drammatici. C’è pragmatismo e maturità di chi ha quindici anni solo sulla carta, si risolve con colloqui stretti e schietti, bando alle ciance e ripartire da capo, sempre.

Un ritratto efficace e funzionale dell’adolescenza dell’epoca, cui il confronto generazionale con la odierna farebbe solo sorridere (o incazzare ferocemente).

 

MARCELLA SERRANO - NOSTRA SIGNORA DELLA SOLITUDINE

29 SETTEMBRE 2017

 

Una famosa scrittrice cilena, Carmen Avila, sparisce nel nulla. Nessun segnale pregresso lasciava presagire la scomparsa. Sul momento, il fatto provoca grande eco sui mass media nazionali ed internazionali, arrivando a ricoprire praticamente l’intero sudamerica, ma le forze dell’ordine non riescono ad ottenere risultati tangibili. Il marito dell’artista lascia calmare le acque per qualche tempo, sperando in un ritorno spontaneo della consorte. Inutilmente. Nel momento in cui le polizie internazionali dimostrano la propria impotenza, il marito decide d’affidare la ricerca ad una squadra d’avvocati di grido. La prescelta per condurre le indagini è l'avvocatessa Rosa Alvallay.

La prima mossa che la donna compie è quella, giusto per raccogliere possibili indizi, di acquistare in blocco i cinque romanzi della scrittrice. Leggendoli, Rosa riesce a venire a conoscere i dettagli più privati sulla complicata psicologia di Carmen Avila, il che risulta molto utile nelle indagini, se rapportato alla sospetta ritrosia del legittimo consorte dell’artista, oppure all’apparentemente inspiegabile ostilità della sua migliore amica.

Prima ancora di chiedersi da cosa possa derivare l’apparente ostracismo che le si pone davanti, Rosa mette in pratica le proprie intuizioni e inizia a viaggiare tra Stati Uniti, Messico e Cile. Più si addentra nei meandi del mistero, più il personaggio di Carmen sembra affascinarla, tanto è vero che si trova spesso ad imbastire paragoni tra sè stessa e la scrittrice.

Ne analizza dapprima le contingenze: Carmen è sempre stata molto abbandonata nella propria vita, prima dai genitori, che sono finiti in India vittime di un’interminabile crisi mistica. Affidata alla nonna e poi alla di lei dipartita, alla cura di uomini sbagliati e sempre troppo poco sensibili nei suoi confronti.

Lei, Rosa, invece, gode della presenza di una famiglia “classica”, un marito e due figli già grandi (l’avvocatessa supera i cinquanta), ma è frequentemente attaccata da un simile senso di solitudine: i rapporti in casa sono ormai ridotti ad insipide ripetitività. Sarà proprio da questa similitudine, che Rosa troverà la spinta più efficace per la buona riuscita delle indagini.

Nell’approcciarsi alla lettura di “Nostra signora della solitudine”, è necessario chiarirsi bene le idee su cosa aspettarsi dalla stessa. Il fatto che sin dall’inizio si chiarisca che trattasi di persona scomparsa, non deve indurre l’utente a pensare di trovarsi a sfogliare un giallo, o persino un thriller e via discorrendo. Niente di tutto ciò. Il materiale è assolutamente privo della minima tensione, non c’è suspense, di fiato sospeso o trepidazione ricorrente non se ne parla nemmeno.

Detto ciò, va sottolineato come Il lettore venga invece invitato dalla Serrano a un lungo, complicato, interminabile viaggio nella psiche di due donne in fondo assai simili, forse persino due facce della stessa donna, una preda e l’altra cacciatrice, dove in fondo la seconda sprizza da ogni poro il desiderio inconfessabile di trovare il coraggio e la sofferenza necessari per imitare l’esempio della prima. (Se poi trovi o meno la forza di farlo, la narrazione non racconta).

Quello che potrà essere l’esito della ricerca, diventa palese prima della fine del romanzo.

Il problema vero non è tanto il catalogare il genere dell’opera, il seguirne gli intrecci o il volteggiare dell’autrice tra le sinuosità di un’introspezione peraltro difficile e sofferente: il problema vero è che il romanzo non appassiona. Pur impegnandomi a seguire la Serrano lungo i viali anche poetici delle sue descrizioni, delle debolezze ma anche la vitalità nascosta delle due protagoniste, non c’è feeling né, come accennavo prima, pathos. La soluzione escogitata per sciogliere i nodi del rebus, suona banale e piuttosto raffazzonata. Anche la scarsa scorrevolezza, unita all’affastellarsi di personaggi in fondo poco definiti, non è d’aiuto. Non che manchino del tutto spunti o pagine interessanti, ma non è quella che si definisce una lettura soddisfacente.

 

PATRICIA HIGHSMITH - IL TALENTO DI MR. RIPLEY

7 SETTEMBRE 2017

 

Prendi un giovanotto dall’età indefinibile tra i 20 e i 30, collocalo a New York, dotalo di assai poca voglia di faticare per guadagnarsi il pane, ma di un gran talento, come dice il titolo, per arti sopraffine quali truffe, menzogne e ruberie (per il momento): Ora che hai modellato il ritratto di Tom Ripley, non ti resta che seguirne le vicende sin dal momento in cui, una sera di tarda estate, qualcuno lo sta inseguendo per le strade della grande mela. Tom (coda di paglia) teme già il peggio; invece è solo un benestante industriale nautico, Herbert Greenleaf, che gli affida un compito ben preciso. Volare oltreoceano fino a un paesello in provincia di Napoli e convincere il figlio Richard a rientrare negli USA per seguire gli affari di famiglia. Herbert compie un errore: è convinto che Tom e Richard siano amici. Invece, Ripley lo conosce appena, ma accetta di buon grado. Non disdegna, in fondo, di entrare nelle grazie di un ricco imprenditore.

 

Una volta in Italia Ripley scopre che Richie è in compagnia della sua amica Marjorie. Il Greenleaf ascolta le motivazioni della presenza del connazionale, ma non da subito una risposta. Coi soldi di Herbert, intanto Tom prende una stanza, e osserva da vicino la strana convivenza dei due. Richie non è interessato a un rapporto stabile con la ragazza, a differenza di quest’ultima, tanto che prende a frequentare di più Tom che Marjorie. E’ in quest’ambito, che un’idea terribile si fa strada nella mente del giovane Ripley. Tom è affascinato dalla ricchezza di Richie, che gli permette di vivere senza la minima preoccupazione. Convince il Greenleaf a partire per una breve vacanza con lui, suscitando la gelosia di Marjorie, e mentre sono su una barca in alto mare, lo uccide e getta il corpo in acqua, affondando poi il natante in un isoletta deserta.

 

Scrive poi una lettera firmata Richie a Marjorie, con cui la informa che non tornerà al paese tanto presto, di dimenticarla. Assume di punto in bianco l’identità di Richie, ritirando i fondi in arrivo da New York, e tornando ad essere Tom Ripley il tempo necessario per tener buono Herbert, scrivendogli di tanto in tanto, inventando informazioni e aggiornamenti. Naturalmente, le complicazioni non tardano. Ad attentare ai piani di grandezza di Tom arriva una conoscenza di Richie, Freddie Miles, che dopo aver chiesto a Ripley notizie sull’amico, esce da quel colloquio molto insospettito. Per evitare guai, Ripley fa fuori anche lui tramite un pesante busto di marmo. Le “imprese” di Ripley iniziano però a far piuttosto rumore, e presto il buon Tom si troverà le forze dell’ordine alle calcagna. Non gli resterà che organizzare una fuga, che metterà in atto in modo del tutto rocambolesco. Riuscirà a cavarsela?

 

Pubblicato nel 1955, questo fanta-thriller della celebre autrice americana Patricia Highsmith è una lettura semplice ma non banale, logica ma da non sottovalutare, capace di movimentare pagine in apparenza quiescenti con abili colpi di scena. La maestria del protagonista appare inarrivabile, e il suo personaggio sempre affascinante, in quanto evidentemente privo di scrupoli eppure pervaso di continuo da una sclerante introspezione psicologica che lo porta non tanto a pentirsi degli omicidi, ma al contrario al timore latente di non riuscire, in qualche modo, a raggiungere l’agognata dimensione d’opulenza per la quale li ha commessi.

 

Colpiscono anche i toni e i modi sempre perfettamente controllati, l’ambivalenza degli atteggiamenti che Tom mantiene nei riguardi di molti dei personaggi della narrazione, penso a Herbert o a Marjorie, senza mai realmente tradirsi; addirittura, riesce ad infondere in alcuni casi un senso di sicurezza ed affidabilità, incarnandosi in un perfetto angelo del male, ingannatore e spietato nei fatti quanto comprensivo, dolce e disponibile a parole. Ma la sicurezza vera del traguardo raggiunto, quella la Highsmith non gliela concede mai. La chiosa ideale del romanzo è della stessa autrice, rende perfettamente l’idea del destino che attendeva Tom:  “… Avrebbe visto poliziotti in attesa in ogni porto dove fosse sbarcato?"

 

ANDREA DE CARLO - VILLA METAPHORA

1 AGOSTO 2017

 


Cosa si potrebbe desiderare di più, in questi tempi noiosi, in cui ci si stanca di tutto e di avere tutto, che una bella vacanza super-ultra esclusiva presso un resort sperduto in mezzo al Mediterraneo, in un punto imprecisato tra Sicilia e Nordafrica?, Detto resort, situato in territorio di Tari, nasce dall’intraprendenza professionale d’un architetto milanese, Gianluca Perusato, professionista molto quotato nel ramo e vincitore di prestigiosi premi a livello internazionale. Data la sua esclusività, il resort, denominato “Villa Metaphora”, non potrà che ospitare un numero limitato di clienti super selezionati, ovviamente ricchi e meglio ancora snob. La lista si limita infatti a una decina scarsa di elementi, ossia: Un imprenditore Americano, Brian Heckhart, sposato alla stellina del cinema Lynn Lou Shaw; il potentissimo banchiere tedesco Werner Reitt con la consorte. L’ingegnere Giulio Cobanni con la moglie Tiziana, unici italiani ammessi a corte, La misteriosa intellettualoide francese Simone Poulanc. Perusato dispone di uno staff limitato ma agguerrito, tecnicamente assai preparato: lo chef Ramiro, specializzato in piatti d’essai, in cui prevale la qualità sopraffina, ricercata e rara, rispetto alla quantità, molto limitata. La segretaria tuttofare Lucia e il cugino manovale Carmine, taresi doc, unici indigeni tra tutta l’umanità presente, il falegname specializzato Paolo Zacomel. Il lusso sborda, ovviamente, da ogni poro dell’avveniristica struttura. Ai danarosi utenti vengono però assicurata una serie di servizi cinque stelle: privacy assoluta, mare cristallino, panorami mozzafiato e via elencando. Tutti i presupposti per una vacanza da sogno. Serve, a questo punto, informare i gentili lettori che detta vacanza diventerà presto un incubo? Dopo un inizio di convivenza sui generis, durante la quale i vari ospiti si annusano, per lo più con diffidenza e mantenendo una certa dose d’innata supponenza, pare che il ghiaccio si sciolga, complice una gita sul prestigioso motoscafo della casa, ove partecipa la quasi totalità dei villeggianti. Il natante, pilotato con maestria da Carmine, farà una pessima fine, e per poco non si potrà dire lo stesso dei suoi occupanti. E’ in questo momento che per il zelante, ossequiente padrone di casa e il suo staff, inizia ad applicarsi la teoria del piano inclinato. Un qualunque corpo piazzato su di esso, per quanto impercettibilmente, scende inesorabile sino a toccare il fondo. In sostanza, la causa scatenante di quello che sarà un fallimento per nulla annunciato dipenderà dal fatto che il racchiudere un numero, seppur limitato, di persone all’interno di un buen retiro per facoltosi, può anche far implodere gli ego degli stessi, con conseguenze difficilmente preventivabili. Se poi ci si mettono anche imprevedibili sconquassi naturali…già, poiché ad intorpidire ulteriormente la già precaria situazione ci penseranno alcune scosse di terremoto, uno sciame sismico irregolare e forse poco pericoloso a livello pratico, data la forte antisismicità della struttura, ma davvero pesante sul lato psicologico, per gli ospiti.


Un De Carlo dai toni piuttosto apocalittici, in quest’opera fiume che lambisce le mille pagine, e che ha la dote di superare un esame cui, in questi casi, non ci si può sottrarre, ovvero il rischio noia. No, non ci si stanca, nella lettura, perché l’autore riesce a dotare i personaggi di caratteristiche forti e precise sin dai primi momenti, ed ogni capitolo vive in pratica di vita propria contribuendo all’assemblarsi della vicenda.
L'attenzione può essere messa a dura prova in alcuni episodi specifici, ad esempio quelli in cui l'autore lascia parlare l'indigeno tarese nella propria lingua, ma è davvero in gamba invece a mantenere un credibile equilibrio nel cocktail di linguaggi che formano l'idioma locale; un pò di pazienza nel seguirlo porta a questo tipo di constatazione. Molto spiccate anche le descrizioni psicologiche dei personaggi, i loro comportamenti e la variabilità delle azioni e reazioni che li determinano. Interessante la progressione con cui molti dei protagonisti perdono i propri freni inibitori e le loro maschere piccolo/medio borghesi crollano, deflagrando negli eventi che si susseguono implacabili e mostrando il loro vero io.
Il finale aperto a varie considerazione, più che incompiuto rientra nell'ambito di quel fatalismo che pervade l'intera narrazione...solo alcuni, forse, si salveranno..

 
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