Home Un libro in quindici giorni

un libro in quindici giorni

ESKHOLT NEVO - NOSTALGIA

20 NOVEMBRE 2018

 

Due giovani conviventi israeliani, Noa, da Gerusalemme e Amir, da Tel Aviv, si trasferiscono in un paesino più o meno equidistante dalle due citta, denominato Castel, dal quale progettano di portare avanti la propria convivenza perseguendo i propri interessi professionali: la ragazza studia fotografia e lui psicologia. Il villaggio dove i due vanno ad abitare è un ex possedimento arabo, rilevato da una comunità ebraica, proveniente dal Kurdistan e ivi insediatasi.

Nel cortiletto in cui abitano, ci sono altri nuclei famigliari. I padroni di casa, gli Zakian, diventano presto i loro migliori amici. Un rapporto di buon vicinato si svilupperà anche con altri ebrei del posto: una famiglia segnata da un dolore tremendo: la morte del figlio maggiore Ghidi, caduto nel corso della guerra col libano, il cui lle e con una famiglia che vive nei dintorni, segnata dalla tragedia della morte di uno dei figli, ucciso in Libano e il cui secondogenito s'attaccherà in maniera viscerale ad Amir, nel quale rivede ovviamente il fratello perduto. A completare la galleria dei personaggi un muratore palestinese, Saddiq, che si trova a lavorare nei paraggi.

Dopo alcune settimane, il muratore si rende conto che la casa dove abitano ora Amir e Noa altri non è che l'abitazione dalla quale la sua famiglia aveva dovuto fuggire. In lui, che possiede ancora l'antica chiave usata dai suoi all'epoca, nasce il desiderio d'entrare nell'appartamento per rivederlo. Finchè mette in pratica il proposito. Non l'avesse mai fatto: lo beccano proprio mentre, una volta entrato, stringe tra le mani un gioiello appartenuto alla madre, e lo arrestano come fanatico terrorista...finchè l'attentato, alla fine, si verifica veramente, ma non c'entra Saddiq.

Soggiunge, puntuale come il canone rai, la crisi di mezza convivenza tra Noa e Amir, e sapete come l'affrontano? Con la più classica, banale e ritrita pausa di riflessione e temporanea separazione. Nel frattempo un amico di Amir, trasferitosi in America, annuncia il proprio ritorno.

 

"Nostalgia" di Eshkolt Nevo, è un romanzo davvero brutto. Una storia che, prima di tutto, non ha una trama vera e propria; instilla un pezzo di vita inventata a corredo di un attentato realmente accaduto, quello in cui cadde vittima il Primo Ministro di Israele e Ministro della Difesa Yitzhak Rabin. Peccato che quel pezzetto di vita suoni slegatissimo, agli occhi del lettore. Non è sorretto da una cornice temporale, non ha logiche che giustifichino la narrazione, è come una fotografia di vita scattata a caso e messa lì, senza l'illustrazione di un contesto, indizi che portino a ricostruire un prima e quanto meno ad ipotizzare un dopo. Infatti termina di colpo, quando potrebbe aver avuto cinquanta pagine in meno o cento in più e sarebbe stata la stessa cosa.

 

La storia di Amir e Noa, per giunta, non desta alcuna emozione. Potrebbe essere una qualsiasi più o meno travagliata, più o meno incasinata storia di convivenza di una coppia qualsiasi del mondo. Non c'è il minimo elemento distintivo che riconduca la loro storia nell'ambito della delicata situazione socio-politica in Israele, che si suppone essere uno dei nemmeno tanto velati scopi dello scrittore nella stesura dell'opera. Anche il continuo variare della voce narrante, che s'alterna paragrafo dopo paragrafo per tutti o quasi i personaggi, senza che vengono indicati, dunque sballottando di continuo il lettore da una situazione all'altra con annessi e connessi, non rende la lettura scorrevole.

 

I colloqui sono elementari, talvolta superflui, ostentanti normalità come se Nevo volesse infondere leggerezza a tutti i costi, con lo scopo in realtà d'amplificare la cupezza d'una realtà perennemente in bilico tra tregua e conflitto, sciagura e oasi, ma la percezione di pericolo e precarietà non traspare mai da nessun carattere, da nessuna storia o dialogo. Un romanzo deludente, che non lascia alcuna sensazione, quale essa sia.

 

CLAUDIO PIERSANTI - LUISA E IL SILENZIO

31 OTTOBRE 2018

 

Quando la tua vita scorre automatica da anni e anni di collaudata abitudine, capita di trovarsi proiettati alla pensione senza che ci se ne renda conto. E’ quello che più o meno capita a Luisa, una capocontabile che ha trascorso qualche decennio della propria vita negli uffici d’una società commerciale.

Molto ben considerata sul lavoro, energica e decisa ma anche umana, ottiene facilmente la considerazione, ma non l’affetto, dei colleghi, coi quali non condivide nulla al di fuori dell’ambito professionale. La stima dei superiori è altissima: il presidente assegna solo a lei, la tenuta dei suoi conti personali, da cui non filtrerà mai la minima smagliatura. Luisa vive sola, dopo la morte dei genitori e la fine della storia pluridecennale con Bruno.

Nel momento in cui parte il romanzo, Luisa sta affrontando gli ultimi periodi di lavoro prima della pensione. L’idea di smettere di lavorare non le lascia nessuna sensazione particolare: lo considera un semplice momento della vita, come ogni altro. Non soffre nemmeno particolarmente di solitudine, sempre per quell’acuminato senso fatalista che mantiene da sempre.

Eppure qualcosa inizia a girare storto. Nella sua esistenza ordinaria, del tutto indegna di nota, s’infiltrano negativa inaspettate, il cui eco si diffonde nei locali sgombri delle sue giornate domestiche. Arrivano telefonate anonime, che lei dapprima attribuisce al suo ex. Dal cortile sottostante giungono, sempre più sguaiati e rumorosi, i rombi delle moto dei giovinastri perditempo del bar. Di notte, le capita di svegliarsi e percorrere i brevi sentieri di casa senza motivo, mentre nella penombra gli oggetti e le suppellettili assumono un’aria sempre più sinistra.. Eppure non che le dispiaccia, la vita della pensionata. Deve solo cercare di amalgamarla con la propria solitudine, che comunque non svende ad ogni costo, come si denota nel momento in cui  arginando gli attacchi di una parente fastidiosa e invadente, le si nega con ostinazione e tenacia. Tende a rientrare nel passato ormai remoto e chiuso, immaginando leziosamente, ad esempio, come sarebbe stata la vita se Bruno non se ne fosse andato e magari avessero avuto dei figli.

Fino alla scoperta del primo bubbone sotto l’ascella, e alla sua sorprendente reazione, che non è quella che uno potrebbe aspettarsi, ma come, sto iniziando adesso a godermi I frutti d’una intera vita di lavoro, e invece di un lungo periodo di svago e serenità…anzi. Luisa decide di esplorare la nuova tappa della sua esistenza, bubbone compreso, da osservatrice neutrale, quasi non la riguardasse, senza muovere un dito al riguardo.

 

La prosa di Piersanti, in quello che viene considerato il punto più alto della sua prosa, insieme forse al “Ritorno a casa di Enrico Metz” è incredibilmente asettica. Racconta la discesa dell’essere umano verso la consapevolezza nichilista, l’insensibile accettazione della propria fine, senza alcun tipo particolare di sofferenza.

Lo fa senza enfasi, senza punte di isterismo emozionale, tanto meno, appunto, da parte della protagonista.

Quasi inducendo il lettore a sospettare un crollo finale che non arriverà, a ragionare magari su sintomi di pazzia latente derivati dallo shock dell’inattesa e ferale notizia, invece la vita di Luisa procede senza sbalzi, come un viaggio che appropinqua la tappa finale senza scossoni di sorta, con fatalismo distante.

Quali le ragioni che possano indurre Luisa ad optare per un simile comportamento, Piersanti non dissemina indizi a proposito; con la sua scrittura razionale ed asciutta rende però, il che non è opera da poco, l’opzione estrema scelta da Luisa verosimile e persino accettabile. “Luisa e il silenzio” è romanzo da leggere senza amarezza nè pregiudizio, una narrazione che non lascia miasmi dolorosi o dispiacenti; è probabilmente una prosa crudele, d’una determinazione spaventevole, ma discreto e, da non sottovalutare, sorretto da una fede incrollabile. Un’opera grande, nascosta negli scaffali delle librerie che devono anteporvi la biografia del campione di calcio o la nuova raccolta di ricette della showgirl del momento.

 

ANDREA DE CARLO - NEL MOMENTO

12 OTTOBRE 2018

 

Luca, romano, età non specificata ma intorno ai quaranta, ha già operato un paio di cambiamenti importanti nella sua vita, a livello professionale e famigliare. Dopo la separazione dalla moglie s’è trasferito in campagna, dove ha aperto con la compagna Anna ha aperto un centro equestre Nonostante l’impegno risulti abbastanza gravoso, l’entusiasmo e la forza di volontà porta la coppia ad ingranare in tempi ragionevoli ed ottenere risultati lusinghieri. Finchè una brutta mattina di marzo, grigia e ventosa, Luca incappa in una brutta caduta da cavallo, che lo lascia semisvenuto su una stradina all’ingresso d’un bosco. Quando riprende conoscenza, con fatica, al dolore fisico s’aggiunge l’intrusione d’un malessere psicologico, subentra un disagio inspiegabile, che lo riempie di rigetto alla sola idea di rientrare al centro. Se ne rende conto sin dall’inizio, con un senso di sgomento misto sconforto. Con grosse difficoltà riesce ad alzarsi, per ricadere presto a terra. Passa una macchina sul sentiero sterrato a folle velocità e per qualche provvidenziale chimica celeste non lo maciulla. Si ferma invece a raccoglierlo, e Luca s’issa con fatica sulla vettura. La sua salvatrice è una creatura incasinatissima, esattamente come l’automobile che guida senza cura, di nome Alberta, in piena crisi col proprio convivente Riccardo, crisi che sfocerà in una greve causa per affidamento di minore. Alberta chiede sbrigativamente a Luca se deve portarlo in ospedale o dove; lui invece chiede di poterla seguire a casa sua. Alberta, poco impressionata o stupita dalla richiesta, acconsente senza battere ciglio e porta Luca a casa sua. Da principio lo tratta come un soprammobile, senza considerarne la presenza E lo rende passivo partecipe della sua vita caotica, in una casupola disordinata, preda di scadenze improrogabili da sostenere tramite lavori precari e il contrasto infinito per la custodia del pargoletto con Riccardo. Qui ha inizio la metamorfosi di Luca. Invece di tornare a casa, o quanto meno al pronto soccorso, e cercare di far ripartire il flusso interrotto della propria esistenza, esita ed assapora l’imprevedibile sviluppo di quell’uggiosa mattinata di marzo, rendendosi conto d’essersi sentito, fino al momento di quella caduta, “perfettamente infelice”. In quest’istante imbocca un sentiero senza ritorno, una svolta che raggiungerà il suo culmine dopo che, in circostanze tragiche, Luca incontrerà Maria Chiara, la sorella di Alberta. Completamente raccontato in prima persona, questo romanzo di Andrea De Carlo ha una trama infinitamente semplice, ma è dotato d’una scrittura complicatissima, da renderne del tutto fuorviante una lettura veloce. Sin dalle primissime pagine, l’autore decide di descrivere ogni minima sensazione che può essere causa od effetto dell’azione, espone la base psicologica che da vita all’azione, ne enuncia ogni singola mutazione, sino alla trasformazione definitiva, praticamente per ogni singola azione narrata. Esempi: Il risultato è denso, spesso come una torta sacker, da seguire con attenzione per coglierne totalmente l’essenza ed ottenerne una giusta immagine nella mente. Spesso deborda, come quando spara dentro venti congiunzioni, quasi sempre “e” in una frase, e si fa davvero fatica. Ma in altri casi il risultato è esaltante, frutto della cura maniacale dell’autore per dare forma compiuta ad una delle più complete messe a nudo di soggetti, mai reperibile in opera letteraria. Capolavoro o schifezza, troppo soggettivo per classificarlo definitivamente. A me sembra geniale, complicato ed avvincente.

 

HARUKI MURAKAMI - TOKYO BLUES

13 SETTEMBRE 2018

 

Toru Watanabe ha trentotto anni e sta atterrando ad Amburgo. Siamo nel 1987. Gli sovvengono, in un lungo flashback, una serie di avvenimenti avvenuti circa diciassette anni prima. Ossia quando era uno studente universitario a Tokyo, con le idee non troppo chiare sul futuro, come miliardi di ventenni, e una lunga storia di sfighe assortite davanti.

Dal nulla, il suo miglior amico, Kizuki, fidanzato di Naoko, una bella giornata di maggio decide di richiudersi in garage e salire in macchina, dopo aver collegato il tubo di scarico al finestrino aperto e aver acceso il motore. Niente di che, in confronto a quanto capiterà oltre. Naoko, quasi per induzione, si rifugia in Toru, nel tentativo di scacciare gli incubi e i fantasmi che ne attaccano la psiche. Naoko diventa la figura centrale dell’esistenza incerta di Toru. Di più: diventa un’ossessione che gli scombina le giornate già poco organizzate, tra le tremolanti lezioni universitarie, un compagno di stanza schizzato, denominato non senza fondamento, Sturmtruppen e le ossessioni, condivise con molti coetanei e coetanee, per sesso ed alcol.

Quando la vicinanza tra Naoko e Toru sbocca, in modo piuttosto inevitabile, in qualcosa di più che semplice amicizia, la situazione, invece che migliorare, precipita. La ragazza non riesce a liberarsi dal fantasma di Kizuki e i sensi di colpa s’amplificano, aggredendola e confinandola in un oscuro mondo d’incertezze.  Oltretutto, la sorella della ragazza s’era a sua volta, tempo prima, tolta la vita. Troppo per Naoko, tanto che, all’insaputa di Toru, si farà internare in un ospedale psichiatrico. Toru, sconvolto, riesce a trovare comunque le proprie consolazioni con la frequentazione di Midori. La ragazza abborda Toru in un bar. Manco a dirlo, anche la sua situazione personale è traballante. Madre defunta, il padre muore di cancro pochi giorni dopo che Toru conosce Midori, e fa in tempo a smazzarsi alcune ore in ospedale a fianco del moribondo, fungendo persino da badante. La ragazza è lunatica e disorientata, non sa cosa fare con la cartolibreria che i suoi le lasciano in eredità, è in disaccordo con la sorella: vuoi che Toru non inizi una storia clandestina pure con lei?

Intanto il tempo passa. Arriviamo al 1970 e nuovi cambiamenti attendono Toru e il suo mondo greve.  Toru è costretto a registrare un nuovo suicidio: quello di Hatsumi, la fidanzata di Nagasawa, il miglior amico del protagonista sui banchi dell’università. Poco tempo dopo, inevitabilmente, arriva quello di Naoko, sconfitta definitivamente dai propri fantasmi, che la inducono ad appendersi a un albero di montagna, fuori dall’istituto psichiatrico. E’ la fine anche per Toru? Nemmeno per idea. Dopo una fugace relazione con una compagna d’istituto di Naoko, la trentasettenne (!) Reiko, può correre da Midori per cercare di costruire qualcosa di finalmente stabile con lei.

 

Non consiglio la lettura di questo romanzo, e non solo per il proliferare di sindrome manico-depressive cui potrebbe dare il via. A parte l’ovvia considerazione che trecento pagine d’apologia del togliersi la vita non è il più brillante leggere possibile, riscontro anche mancanze, come dire, logistiche. Non ci sono spiegazioni o background che giustifichino la maggior parte dei suicidi, manca la storia dietro la tragica decisione di Kizuki o la sorella di Naoko. Non c’è una linea che leghi il passato, che occupa l’intera narrazione, col presente, che vede Toru sbarcare ad Amburgo nel 1987. Troppi spazi bianchi. Come finisce la storia con Midori? Perché la scelta di diciotto anni di distanza tra l’azione e il presente? Chi è diventato, che ha fatto Toru nel frattempo?

Non c’è umorismo. Si cammina sul filo per tutto il tempo pensando, e che disgrazia sta per capitare, ora?!?  E poi, a costo di passare per bigotto, davvero troppo, troppo sesso. Troppo esplicito e fuori contesto. Descrizioni fin troppo eloquenti, fin troppo compiaciute, il Kamasutra era già stato scritto da tempo..insomma una lettura lugubre, vanamente fatalista, ossessionata, disdicevole.

 

LA VERITA SUL CASO HARRY QUEBERT - JOEL DICKER

26 LUGLIO 2018

 

Il giovanissimo scrittore americano Marcus Goldman, dopo essere assurto a straordinaria notorietà grazie al suo romanzo d’esordio, cade vittima del più classico degli incidenti del mestiere: il blocco creativo. La deadline per la consegna del nuovo romanzo s’avvicina implacabile e l’ispirazione latita, il che lo getta nella disperazione.  Nel frattempo un evento clamoroso scuote l’opinione pubblica: sopra il capo di Harry Quebert, uno dei più grandi scrittori americani contemporanei,  cala l’orribile sospetto d’aver ucciso una quindicenne, Nola Kellergan, oltre trent’anni prima. La stessa quindicenne con cui, a trentaquattro anni, ebbe una, relazione in un’estate del 1975. Questa storia è stata la segretissima ispirazione del suo romanzo migliore, “Le origini del male”, baciato da un enorme riscontro di critica e pubblico.

Malgrado l’incombente scadenza per la consegna del romanzo che peraltro manco ha iniziato, e contro il parere del proprio agente, Marcus Goldman parte per Aurora, nel New Hampshire per raccogliere elementi a sostegno dell’innocenza di Harry Quebert, suo amatissimo ex professore universitario che aveva ricoperto la figura di mentore, padre adottivo e amico. Una guida spirituale che, in una sorta di passaggio di consegne, ha educato il giovane Marcus alla fine arte della letteratura facendo di lui lo scrittore di grido del nuovo millennio, esattamente come lui lo era stato di quello trascorso. Ovvio che Marcus si senta in debito con lui e cerchi di fare il possibile per scagionarlo.

Da questo momento la trama si inerpica su sentieri tortuosi, con continui salti avanti e indietro nel tempo.

Il numero dei personaggi è rilevante, e ognuno di essi è piuttosto ben caratterizzato. Ce ne sono soltanto un paio che assurgono presto a stregua di macchiette, poco credibili e mal sopportabili, come la madre del protagonista,  ottusa e premurosa oltre i confini del masochismo,  suona falsa e ridondante.  I dialoghi, sono serrati e fluidi, stonano solo leggermente quelli tra il giovane Harry e Nola, evocati tramite numerosi flashback, mielosi, stereotipati, degni del più gommoso degli Harmony.

Quando, proprio nell’ultimo centinaio di pagine, si fa largo il colpo di scena finale, si snoda attraverso almeno tre nuovi colpevoli, dichiarati e smentiti da nuovi eventi che, come nelle comunicazioni commerciali, annullano e sostituiscono il precedente. Forse la spirale è eccessivamente movimentata ed articolata, ma in fondo l’intera vicenda, nella sua complicanza, alla fine regge ed e ben congegnata, senza particolari incongruenze temporali/logistiche, normalmente le nemiche principali dei thriller.
A vantaggio di quest’opera prima di Dicker il fatto che il libro scorra veloce e mantiene comunque un ritmo che permette di rimanere avviluppati nei meandri sempre più oscuri di una storia bipolare. Con un suo lato luminoso, quello delle ariose spiagge affacciate sull’oceano, sulle quali si consuma una storia d’amore senza confini di età, estrazione sociale e ipocriti perbenismi. Con un suo lato oscuro, quello dei boschi più cupi che accolgono in seno la fuga di una ragazzina, che scappa da un mondo che non si è risparmiato di ferirla nell’animo. E’ un romanzo che mostra il talento indubbio dello scrittore debuttante, con l’unico dubbio che abbia forse messo un po’ troppa carne al fuoco, per un’opera prima; ma tutto sommato non se l’è cavata male. Il testo contiene anche implicite riflessioni sul mestiere dello scrittore, (singolare, per un esordiente) anche se qui si tende già di più alla scoperta dell’acqua calda, come nell’insistere da parte di Dicker nel tratteggiare la sciacallaggine dell’editore Barnasky, che istiga Goldman a scavare nel torbido per vendere meglio la storia. E ci mancherebbe altro che la letteratura, la musica o l’arte in genere non siano, particolarmente al giorno d’oggi, il veicolo principale d’arricchimento di editori/produttori senza scrupoli.
L’ironia della sorte ha voluto che questo romanzo diventasse un caso editoriale, esattamente nello stesso modo dell’esordio di Marcus Goldman. Però val la pena una lettura: non lasciatevi scoraggiare dallo spessore del romanzo.

 

GIANNA MANZINI - RITRATTO IN PIEDI

2 LUGLIO 2018

 

Un'opera d'una poesia infinita, questo penultimo lavoro della scrittrice pistoiese Gianna Manzini, "Ritratto in piedi". Il ritratto in questione è quello del padre dell'autrice, Giuseppe, ufficialmente orafo ma anarchico di professione, di quelli duri e puri, quelli che all'inizio del ventesimo secolo venivano messi all'indice e isolati, indicati al pubblico ludibrio e costretti in pratica a una vita di macchia.

Per questi suoi pensieri politici molto sopra le righe, quest'uomo vive solo, in un antro ricavato nella propria bottega. La figlia subisce questo stato difficile sin dalla più tenera età, dividendosi di continuo tra la postazione del padre, nella quale fa conoscenza dei suoi colleghi cospiratori tra cui Errico Malatesta, e casa propria, dove per la piccola l'aria è decisamente meno respirabile.

La madre viene infatti dipinta assai barcollante nei propri sentimenti, incapace di prendere una posizione definita sulla propria situazione ed influenzata negativamente dai propri famigliari, primo tra tutti il fratello di lei, che aveva preso il cognato come socio nella propria azienda. Malauguratamente però, il padre di Gianna aveva trasferito i propri bellicosi ideali sul posto di lavoro, e la prima mossa per la quale s'era fatto notare era stato un bello sciopero di massa degli operai, al che era chiaro che la sua esperienza in ditta poteva dirsi terminata.

Così la crescita di Gianna si svolge in maniera obliqua, con presenze altalenanti e rimescolamenti di cuore e d'anima che l'attraversano a distanza ravvicinata, talvolta anche nel corso della stessa giornata. Par d'intendere che la bimba, nel frattempo adolescente e poi giovane, provi in sè maggior predisposizione per il padre, che vive in maniera più limpida e, volendo, anche un pò teatralmente ("Il mondo è la mia patria") la propria condizione.

Un uomo che fa della propria utopia una ragion di vita e ne ottiene solo l'inappellabile condanna all'emarginazione, che però sprigiona un candore, un'innocenza struggenti, ammalianti sulla figlia. E' qui, dunque, che troviamo espressa l’ardente componente poetica accennata poc'anzi. Gianna ritrova la dolcezza della figura paterna in ogni cambio di stagione, in tutte le scintillanti manifestazioni della propria crescita, ne mantiene viva l'immagine confortante anche quando non è con lei, per i momenti più bui, specie quelli vissuti in famiglia. Tutte le esperienze più belle, i ricordi sorridenti della sua giovane vita lo vedono al centro della scena.

Nessun lieto fine dietro l’angolo: la separazione dei genitori, il confino del padre a Cutigliano ad opera del regime fascista, la prematura fine e l’acuto senso di colpa della figlia, chiaramente espresso sul finale del romanzo, sono le tappe salienti di questa sofferta catarsi dell’autrice.

"Rimpianto e rimprovero stuzzicano il rimorso. Tento forse di blandirlo, battendomi il petto? Non esistono nascondigli di sorta o possibili astuzie per sviarlo. E dell'atto di costrizione se ne infischia, il rimorso. C'era tempo per tutto...ma non c'era posto per te, mio vero, unico orgoglio, mia lezione vivente, mia grazia vivente.."

Tutto il libro racchiude un percorso travagliato di sensazioni profonde, acute, intrattenibili, che con maestria la Manzini mette su carta e del quale rende partecipe il lettore con raffinatezza e senza alcuna concessione al pietismo. “Ritratto in piedi” piacerà soprattutto alla critica (s’aggiudicherà il Premio Campiello 1971) e si rivelerà la più fortunata opera nella non esigua produzione letteraria della Manzini. Un’autrice che il grande pubblico dovrebbe riscoprire, perlomeno per le emozioni che regala con il suo stile mansueto e appassionato al contempo.

 

ABRAHAM YEHOSHUA - RITORNO DALL'INDIA

21 MAGGIO 2018

 

Protagonista della vicenda un giovane e idealista medico israeliano, Benji Rubin, che ottiene, faticosamente il suo primo impiego, non ancora stabile, presso l’ospedale di Gerusalemme. Dopo poche settimane di lavoro, il direttore sanitario della struttura, dottor Lazar, chiede al giovane di seguire lui e la moglie in India, per riaccompagnare a casa la loro figlia Einat, la quale quasi al termine di un soggiorno laggiù s’ammala d’epatite. Non fidandosi della sanità locale,  Lazar e la moglie Dori compiono un blitz in terra indiana ove, con l’aiuto del dottorino, guariscono la figlia e la riportano in Israele.

Tutto bene? Si, in un certo senso, a parte il fatto che siamo solo all’inizio e non alla fine della storia.

Per tutto il tempo della trasferta il dottorino si chiede il motivo del suo coinvolgimento, visto che lo stesso dottor Lazar è del tutto in grado di curare un’epatite.

Oltretutto è dibattuto sul fatto che la sua partenza possa migliorare o peggiorare la sua posizione all’interno della scala gerarchica ospedaliera. E’ piuttosto a disagio, in effetti, si sente un po’ come un burattino nelle mani di due sapienti manovratori, e approfitta di ogni piccola occasione per staccarsi dall’ingombrante coppia.

Invece, man mano che il viaggio prosegue, Benji ne rimane intrigato. Il fatto che Einat venga salvata e riportata a casa, diventa un dettaglio in fondo marginale. Il grande mistero dell’India, amplificato dagli indecifrabili atteggiamenti dei coniugi, mantenuti anche dopo aver recuperato incolume la figlia,  che vivono in una simbiosi realmente indecifrabile. Tutto questo però non impedisce al giovane medico di portare avanti scrupolosamente il proprio lavoro, fino a prendere decisioni impopolari, ad esempio quella di effettuare una trasfusione a Inat, troppo debole per affrontare il disagio d’un viaggio tanto repentino.

Eppure la decisione di Rubin si dimostra azzeccata. Di più: indispensabile, per la buona guarigione di Inat. Da qui, mentre il quartetto rientra a Gerusalemme via Roma, lo strano legame che avviluppa il giovane medico ai signori Lazar ha un ulteriore, inatteso sviluppo. Forse, la signora Dori e il marito speravano inconsciamente che la figlia potesse far innamorare il dottorino di sé. Effettivamente, a ritorno avvenuto, il buon Benji ha si cresciuto un sentimento particolare, ma non è ciò che i due coniugi si sono augurati.

Un sentimento la cui ragione ultima e definitiva si farà via via più chiara man mano che scorriamo le pagine di questo corposo, dettagliato ed avvincente romanzo.

 

 

Un romanzo in cui Yehoshua molla (in parte) la presa sull’annoso problema dei conflitti arabo-israeliani per concentrarsi maggiormente su tribolazioni interiori, lunghe ed articolate catarsi che arrivano a lambire un concetto delicato e profondo come quello della trasmutazione dell’anima, vero protagonista della narrazione intera. L’abilità dell’autore sta nel riuscire a calarvene il lettore gradatamente, sempre mantenendo una scrittura scorrevole e molto dialogata, sino a renderlo del tutto simbiotico con esso.

Naturalmente il segreto è penetrare la figura del protagonista che a sua volta compie questo viaggio e ne riporta sempre in prima persona. Potreste non amare del tutto il buon Rubin. Tendenzialmente egoista, progressivamente invasato dalla forza trascinante del sentimento che lo travolge, sembra lasciare in secondo e anche terzo piano gli affetti più stretti (moglie, figlia, genitori), e prestare in fondo blanda attenzione alla sua carriera in fiore. Le ultime centocinquanta pagine però lasceranno in lui tracce indelebili, per cogliere le quali val la pena d’arrivare in fondo a una lettura complessa. Anche perché, il tanto esaltato sentimento dell’amicizia ne esce con le ossa rotte, sovrastato com’è da istinto e passione, in queste pagine. Leggiamo e costringiamoci a paragonarci a Rubin per  realizzare i pesanti conflitti interiori che lo sconvolgono e porci il più classico degli interrogativi, e noi, che avremmo fatto?

 
Altri articoli...