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un libro in quindici giorni

PRIMO LEVI - IL SISTEMA PERIODICO

23 APRILE 2019

 

Nel 1975 Primo Levi pubblica “Il sistema periodico”, una raccolta di racconti assai particolari.  Ognuno di questi racconti è intitolato ad un elemento chimico, e sono di pura fantasia, tranne in alcune occasioni, nelle quali l’autore sconfina, più o meno velatamente, in un’autobiografia travestita da narrazione. Come Argon, il racconto che apre l’opera, che è un pretesto per paragonare i gas nobili, di cui appunto Argon fa parte, per darci un quadro generale della popolazione ebrea piemontese a cavallo tra le due guerre, quindi quella maggiormente conosciuta e frequentata da Levi. Oppure Ferro, la stabilità e la durezza dell’elemento viste nella proiezione dell’amico fraterno dell’autore, Alessandro Dalmastro, che a differenza di Levi non riuscì a scampare alla mattanza dei primi anni Quaranta, perendo per mano dei fascisti. La permanenza di Levi a Monowitz fa da pretesto per la narrazione di Cerio. Lui e l’amico Alberto Dalla Volta riusciranno a produrre degli accendini primitivi grazie alla lavorazione grezza di Cerio, materiale simile al ferro; vendendo gli acciarini, riescono a procurarsi il pane che permette loro di sopravvivere per l’intera durata della prigionia, arrivando vivi al sospirato momento della liberazione. Ma l’episodio più toccante che Levi ci riporta, camuffandolo da racconto dedicato a un elemento chimico, è Vanadio. In esso, l’autore ci narra l’esperienza singolare, e per certi versi sconvolgente del ritrovare in tempo di pace, per una questione lavorativa, il capo del laboratorio chimico di Auschwitz, dottor Muller. I due intraprendono una corrispondenza privata e decidono di incontrarsi, ma il colpo di scena è dietro l’angolo. L’ultimo racconto direttamente collegato all’esperienza vissuta è Oro, nel corso del quale Levi fotografia la propria cattura nel dicembre del 1943 e la vita, si fa per dire, da prigioniero come partigiano.

 

In alcune circostanze, l’elemento autobiografico è più strettamente correlato allo stesso autore ed alla sua attività di chimico, come in Nichel, ove la finzione nasconde il suo impiego all’amiantifera di Balangero, peraltro non citata nel testo, oppure in Fosforo, dove troviamo anche lo sconfino sentimentale dell’incapricciamento per Giulia, una collega di lavoro già “occupata”, la cui vicenda poi susciterà non pochi rimpianti in Primo. Stagno contiene la cronaca del tentativo da parte dell’autore di svolgere un’attività da libero professionista, specificatamente nel campo delle vernici. Idrogeno e Zinco sono più direttamente riferiti alle prime esperienze di Levi come chimico, prima del disastro sconvolgente del conflitto mondiale. Molti trasudano risvolti inopinatamente divertenti, come in Azoto, dove Primo cerca invano d’ottenere un ricavato (allossana) che dovrebbe poi innestare in una particolare qualità di cosmetici destinati al mercato di tipacci con pochi scrupoli (e forse anche per questo il lavoro non gli riesce come certamente potrebbe). O Titanio, che coglie il dialogo surreale tra una bambina ed un imbianchino, intento a dipingere mobili ed elettrodomestici della casa. Sarcasmo alla Buzzati in Arsenico, storia di un vecchio ciabattino, cui un concorrente giovane regala ufficialmente zucchero, in realtà, appunto, arsenico.

 

Normalmente in questa rubrica recensisco romanzi o più raramente libri di saggistica; questa è la prima raccolta di racconti di cui mi occupo, e lo faccio volentieri, perché mi sembra di cogliere un’importanza capitale in queste pagine, per Levi e per la letteratura italiana in generale. Perché anche qui, come nella Tregua o in Se questo è un uomo, tornano inevitabili le agghiaccianti esperienze da deportato, ma la novità de “Il sistema periodico” consta nel fatto che Levi ci mostra quanto abbiano influito, per non dire intaccato, la sua attività di chimico.

Un’attività cui Levi aveva mosso i primi passi prima d’essere internato, e che riprende ad esercitare subito dopo il ritorno a casa. L’opera di fantasia, presente comunque nella gran parte dei racconti, è mirabile e lucida: imperdibile. Vanadio e Carbonio a parere di chi scrive le tracce più significative, ma tutte sarebbero ampiamente degne di menzione. “Il sistema periodico” è la testimonianza del suo aver voluto riabbracciare immediatamente la vita senza lasciare spazio a rimugini di sorta. Anni più tardi purtroppo, il destino avrebbe presentato un conto amaro.

 

LUCA BIANCHINI - SIAMO SOLO AMICI

5 APRILE 2019

 

Due persone che più diverse non potrebbero. Giacomo portiere d’albergo e Rafael, portiere di calcio. Veneziano uno, brasiliano l’altro. Il primo, elegante e discreto, solo, quasi cinquantenne, alla perenne ricerca del vero amore. L’altro, venticinquenne, che dell’amore invece ha esperienze ormai persino datate malgrado la giovane età. Per farla breve, sono accomunati da ricordi che preferirebbero archiviare in un file inaccessibile della memoria. Si trovano a Venezia, l’incontro avviene proprio nella hall dell’hotel, e danno vita ad un’amicizia immediata, scoppiettante, due opposti che s’attraggono in maniera irresistibile. Come se la schiva riservatezza del primo scateni colla brillante esuberanza del secondo una scintilla vitale, che possa far del bene ad entrambi.

A ben vedere esistono anche punti di contatto. Il senso doloroso di precarietà, la sensazione di quel qualcosa d’oscuro che ti ammorba l’esistenza nei momenti più impensati, l’incompletezza inspiegabile, tanto irrazionale dall’apparire, talvolta, persino affettata, quasi una civetteria. E’ l’inerzia, invece, di non sapere determinare gli eventi, bensì la rassegnazione ad accettarli, naturalmente maturata, in entrambi i casi, in anni di accecanti frustrazioni. L’affetto e la comunione leniscono le ferite, mai come in questo momento, e i due traggono lampanti benefici dalla reciproca frequentazione. Non che le donne siano, peraltro, assenti dal mondo dei due portieri.

A scoordinare le direttive in apparenza solide d’un legame affettivo di questo genere, non può che intervenire il genere femminile. Non bastano le storie sbarellate dalle quali la strana coppia scappa: per Giacomo, una bionda svampita e benestante torinese, Elena, e per Rafael Regina, protagonista di notti brasiliane in discoteca. Ne sopraggiungono altre, una per uno, senza litigarci per fortuna, ossia Frida e Tamara. La prima fa la mignotta, o meglio l’elegante escort in un pied-a terre ai margini della laguna, che ha preso Giacomo in simpatia, tanto da riceverlo ad orari fissi ogni mercoledì e fargli lo sconto. La quarta donna, Tamara, commessa in un pub, si trova a lavorare gomito a gomito con Rafael e pian piano ad affezionarsene. Quello che è strano semmai, è che il tombeur de femme sudamericano si lasci abbindolare da un tipo in apparenza così poco significativo, a parte gli irricevibili indumenti che indossa, d’un kitsch orrendo, dalla lacrima facile e impressionabile come un bambino.

Insomma, a partire da simili premesse, è pressoché naturale che per l’intera durata del romanzo, poco meno di trecento pagine, la trama si dipani con toni da soap opera, o appena leggermente più elevati grazie alla capacità dell’autore d’intrecciare abilmente le varie storie, inserendovene poi un buon numero di colpi di scena, come quello principale, dell’ultimo capitolo. In effetti, la narrazione scivola leggera come una piuma e rosea come la gazzetta, e non mancherà di far la felicità dei cuori sensibili, allevati a pane e Casati Modigliani e in prima fila per i filmoni strappalacrime tipo Inda Lindstrom. Non contribuisce a rendere più piacevole una lettura costantemente dolciastra e appiccicaticcia, il continuo ricorrere a citazioni di canzoni del presente e passato recente, nel tentativo forse di attualizzare personaggi che ricalcano stereotipi di love comedy vecchi di decenni per non dire di secoli.

Diciamo poi che l’autore s’è preservato un triplo salto mortale per passare dal penultimo all’ultimo capitolo, transitando senza via di mezzo da un tran-tran sdolcinato e sospiroso a un reale, radicale, estremo mutamento, di direzione narrativa, umore e clima. E non è detto che faccia del tutto bene; talmente radicale ed estremo, appunto, è il passo, che diventa difficile da metabolizzare per un occhio e un cuore abituato alla dolcezza del mellifluo. Tra drammaticità improvvise alternate a un costante senso di comicità, il tutto immerso in una comunque rassicurante patina di sentimento. “Siamo solo amici” offre esattamente quanto uno possa aspettarsi da un titolo del genere, e vi sorprenderete a considerare che, appena un’ora o due dopo aver terminato la lettura, di essa vi resterà in genere ben poco.




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TRE PASSI INDIETRO

20 MARZO 2019

 

Metà maggio, una stazioncina di campagna, pressoché deserta. Un uomo ben vestito e dall’aspetto curato, occhiali da sole e ventiquattrore. L’espressione del viso non lasciava trasparire alcuna emozione. Dopo alcuni passi si fermò presso la banchina, appena oltre la striscia gialla. Nel silenzio assoluto, si sarebbe potuto sentire il battito irregolare di un cuore travolto da emozioni inscindibili l’una dall’altra, che ancora lo trattenevano lì, ad un passo dal Viaggio. L’assurdità di quella solitudine lo stava ormai stringendo d’assedio, quando il vociare allegro e confusionario di alcuni bimbi rincorsi invano da mamme preoccupate attraversò in un balenò la piccola stazione, per poi scomparire oltre l’uscita. L’uomo sembrò vacillare a quell’inaspettato scoppiare di vita, ancora di più che di fronte al silenzio assordante che l’aveva preceduto. Trasalì, sentendosi toccare alle spalle: giratosi, vide davanti a sé una vecchietta, che gli chiese l’ora di passaggio di un convoglio. Il viso rassicurante, l’espressione dolce, strinse con calore le mani dell’uomo, (“lei mi ricorda mio figlio che è andato a stare lontano, non lo vedo da anni, sa?”) prima di andarsene a passettini minuti, silenziosi. Adesso era rimasto finalmente solo, sempre ai margini della banchina, quando un imperioso profumo di tigli lo pervase, obbligandolo suo malgrado ad inebriarsene. Allora capì. E fece tre passi indietro.

 

FRANZ KAFKA - IL CASTELLO

15 MARZO 2019

 

Sera invernale schiumosa di nebbia, luogo indefinito della campagna austriaca, un agrimensore raggiunge un villaggio. Il signor K entra nell’unica osteria, ancora aperta, e chiede di poter parlare col padrone del castello sovrastante il villaggio, dal quale sarebbe stato convocato per compiere il proprio mestiere. Con sua grande sorpresa però, né il gestore, né gli avventori sembrano prendere troppo sul serio la sua richiesta, qualcuno, con occhi turgidi e silenziosi, appare persino ostile.

Solo l’arrivo contestuale d’un messaggero, che apporta la nomina di K come agrimensore e la firma in calce del conte Westwest, sblocca la situazione. Il sindaco del paese, recita la missiva, sarà il superiore di K., il quale potrà iniziare “a breve” a svolgere il proprio incarico. Sollevato, K si trasferisce in un albergo ove trascorrere la notte, e vi conosce la cameriera Frieda, con la quale si fidanzerà, convincendola a lasciare per lui il ruolo di amante d’un importante funzionario.

Quando però il giorno dopo K arriva al cospetto del sindaco, viene da questi informato che la sua nomina e dunque la sua convocazione non è altro che frutto d’un disdicevole equivoco. Un errore dovuto al complesso e macchinoso apparato burocratico. Naturalmente, di fronte alla faccia stupefatta di K, il primo cittadino si mette ad architettare mille e più scusanti in modo da rendere credibile e digeribile, per K, la dura realtà d’aver affrontato quel viaggio per niente e, soprattutto, di restare senza prospettive di lavoro.

Proprio quando la situazione sembra volgere al peggio, dalla scuola gli offrono un posto provvisorio come bidello. Lui è molto titubante, ma le circostanze avverse e l’insistenza di Frieda lo portano infine, tra mille riserve e dubbi, ad accettare. Anche se, pungolato nell’orgoglio, K s’adopererà allo stremo per ottenere ciò che ritiene spettargli di diritto, ossia il posto di agrimensore. Quello di cui, però, lentamente, K si rende conto con doloroso stupore, è che tutti nel villaggio, dalle autorità al più insignificante degli avventori, sembrano far fronte comune, con atteggiamenti e commenti, per impedirgli di raggiungere il proprio scopo, come se la banale immutabilità del villaggio debba essere preservata a tutti i costi. Soprattutto, K è strabiliato di come la gente sembra comportarsi inconsciamente in questo modo, ma non devii mai da questa allarmante, non scritta, direttiva.

 

Terzo ed ultimo “romanzo” di Kafka, ovviamente straordinario ed indimenticabile, al pari degli altri. Lo stesso senso del claustrofobico, il medesimo malessere caustico ed inspiegabile che attraversa le giornate della vita accompagnandoci e del quale non sappiamo spiegare l’origine, giustificare la presenza, progettarne una definitiva eliminazione. Se nel “Processo” però, le ombre del grottesco e dell’incredibilità di certe situazioni portavano il protagonista a una sorta di psicotica rassegnazione, d’imperturbabile consapevolezza dell’immutabilità del proprio stato e lo piombavano in un’inquietante quiescenza, nel “Castello” la lotta è costante e indomita, l’uomo sente profondamente il senso sconvolgente dell’ingiustizia che patisce e non se ne arrende, finchè non viene triturato dall’ineluttabilità degli eventi, e dalla scure affilata d’un destino che pare giocare a mettergli tutti contro, più o meno consapevolmente.

Una lettura che richiede un impegno notevole e costante, la prosa è fitta e continuamente alimentata da riflessioni e contraddizioni, plausibilità rinnegate e inverosimilità sdoganate. Non c’è niente, qui dentro, in cui ognuno di noi non possa ritrovare qualcosa di sé stesso, perfettamente immortalato in un momento irripetibile del cammino. La metafora del castello come vita irraggiungibile, la sensazione amarognola e incancellabile in cui ognuno di noi naviga a vista. Ovviamente imperdibile. La raccomandazione, per quel che può valere, è di non fermarsi alle prime, inevitabili, difficoltà: più si andrà avanti più ci si ritroverà ammaliati, attratti dal profluvio di sofferenze, esaltazioni e sensazioni che il romanzo procura. E dal fascino malato delle incongruenze inspiegabili e inflessibili, che lastricano l’esistenza umana.

 

GIORGIO SCERBANENCO - AL MARE CON LA RAGAZZA

15 FEBBRAIO 2019

 

Simona sono due ragazzini di periferia. I classici ragazzini vicini di casa, dispersi in palazzoni illimitati e identici che toccano cieli grigi e spugnosi d’avvilimento vitale. Non hanno nulla, ma non lo sanno; sin da quando sono sui banchi di scuola sanno d’appartenere l’uno all’altra e forse questo a loro basta. Non per sempre però. Quando i due iniziano a crescere, e i sogni ad ingrandirsi, e con essa la percezione della miseria che li avvolge, ecco lo scoramento e la scontentezza farsi avanti ad ingrigire ulteriormente, fino ad incattivirle, le loro giornate. Tanto, da trasformarsi in cattivi, talvolta tragici,  consiglieri. Il sogno dei due adolescenti è quello, come per milioni di altri, di vedere il mare, un sogno irraggiungibile. A meno che. A meno che il miglior amico di Duilio, Innocenzo, che lavora in un’officina, non s’offri di dar loro una mano. Che ci vuole? Basta rubare nell’officina dove Innocenzo lavora – ovviamente il buon consigliere ha il suo bel tornaconto – e i fondi si recuperano. Peccato il piano d’Innocenzo non tenga in debito conto la prontezza di riflessi del suo datore di lavoro, il quale, annusato il pericolo, afferra uno schioppo e ne vuota il caricatore sui due ragazzi in fuga precipitosa dal garage.

 

Tutto succede subito, così, dopo appena una trentina di pagine. E da quel momento che il lettore si chiede, come potrà Scerbanenco riempire le circa duecento pagine mancanti. Magari introducendo un personaggio in apparenza estraneo, come la borghese ed infelice Edoarda, che invece sta in centro e attraversa la classica crisi esistenziale da trentenne. Legata all’amore impossibile per Ernesto, che invece è legato alla sorella, disabile, perennemente ammalata, costantemente bisognosa di cure, che ne approfitta per avviluppare a sé il fratello anche oltre l’effettiva necessità. Ernesto non ha quasi tempo di presenziare nella società che dirige, figuriamoci aderire alle lamentose richieste amorose di Edoarda.  Non vi sono molti altri personaggi in realtà, ma questi tre riempiono la scena in modo eccellente. La vicenda si sposta, da un punto all’altro del nord Italia, e si inerpica poi su sentieri avventurosi ed impensabili, non appena i due poli che reggono il romanzo  - quello dei ragazzi poveri e quello della borghese depressa - vengono a contatto.

 

 

Quello che succede val la pena d’esser letto. Io non conoscevo Scerbanenco, e forse l’idea di leggerlo non m’attraeva più di tanto, in fondo la sua è stata una produzione tanto vasta quanto merceologicamente eterogenea, per certi versi mal assemblata, sostanzialmente giallistica e romanzi d’amore, ma sbagliavo. In “Al mare con la ragazza”, le peculiarità del thriller sono scoperte sin dall’inizio, e s’ampliano col trascorrere delle pagine di commovente introspezione psicologica, come se l’incontro tra le due anime che contraddistingue la seconda parte dell’opera sia il più auspicabile e miracoloso possibile per risollevare due vite agli sgoccioli, e l’autore è grandioso nel dar palpitante seguito e sviluppo logico a tutto ciò.

Soprattutto se si considera che proprio nelle ultime pagine l’autore distilla finali consequenziali, che ognuno immagina di poter prevedere e gestire prima di arrivare all’incrocio successivo e ricredersi. Duilio attraversa in pochi mesi una crescita dolorosa, Edoarda raggiunge una consapevolezza insperata, e non è detto che questo li conduca alla serenità, anzi, potrebbe essere la fine definitiva dell’innocenza e Scerbanenco è maestro nel lasciare nel dubbio il lettore, che invano si chiederà quanto l’epilogo della vicenda potrà influire sulla psiche e sull’incerto futuro dei personaggi coinvolti

La narrazione è scorrevolissima, e la troverete appropriatamente crudele in alcune situazioni, dove la tragedia s’accanisce su una psiche debole e provata. Ma gli intrecci sono affascinanti ed ingegnosi, non c’è una sola pagina che scada nella prevedibilità o nello splatter a buon mercato. Da leggere? Ma certo. Molti bravi scrittori di oggi del genere, da Ammaniti a Perissinotto, pagano tributo cospicuo alla maestria di quest’autore.

 

 

 

MARCO MISSIROLI - ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO

22 GENNAIO 2019

 

Libero Marsell ha dodici anni e s’è appena trasferito da Milano a Parigi con la famiglia. La sua non è una famiglia, diciamo così, tradizionale; oppure diciamo che è sin troppo allineata al concetto moderno e discutibile di famiglia. La moglie inizia presto a cornificare il padre, e non in modo discreto; col miglior amico di quest’ultimo, Emmanuel. Il quale, a sua volta con classe e discrezione, frequenta quotidianamente con la sua ragazza (!) la famiglia di Libero e flirta alla luce del sole con la padrona di casa, fino a provocare la separazione dei genitori del ragazzino. Ben indirizzato da questo brillante esempio, l’adolescente inizia a coltivare le prime turbe sentimental-sessuali.

L’ambiente della Parigi-bene in cui si trova a crescere, particolarmente il cafè Deux Magots, e l’amicizia di una bibliotecaria riflessiva e nostalgica chiamata Marie, trentenne che stabilisce fin da subito un rapporto piuttosto ambiguo col ragazzo, fanno il resto. Libero inizia a provare una certa impellenza d’esperienza nel campo. Le vicende della vita poi, urgono e colpiscono con durezza: la morte del padre separato quand’è ancora giovane, la prima, devastante, esperienza con Lunette, irrequieta e tormentata in perfetto stile parisien, la crescente preoccupazione del ragazzo su qualità e quantità di performance, con gli inevitabili paragoni coi suoi amici in Francia e persino quelli vecchi di Milano.

Proprio nella metropoli milanese il giovane Libero si trova a tornare presto, al momento d’entrare all’università, che inizia a frequentare circondato da nuove amicizie, nuove letture esistenziali e nuove tormentose puntate della sua ormai germogliata vita passionale. Il centro della vita sociale diventa una pittoresca trattoria sui navigli, di Giorgio. Oltre alla veemente pulsione sessuale, in Libero si fa largo, dopo l’iniziale repulsione maturata nei primi tempi in Francia, una passione strabordante per la letteratura, meglio se di nicchia ma anche più meramente popolare. Meglio ancora se accompagnata da buoni ascolti. E le pagine si popolano di citazioni sterminate, Buzzati, Hemingway, Vargas Llosa, Salingen,  Miller, Silone, Orwell, la Duras, Proust, Maigret, Faulkner, Camus. Piuttosto che Rolling stones, Doors, Dire Straits, Pink Floyd e via mitizzando.

Nel prosieguo della vita, perché per fortuna ogni tanto c’è anche un po’ di narrazione, non molta peraltro, Libero si prende ancora un paio di sbandatine prima di trovare la consacrazione definitiva, a livello sentimentale/mentale/sessuale per Anna. Intanto la madre di Libero si vede diagnosticare un tumore, ovviamente maligno, e riprende col figlio contatti che dal suo trasferimento in Italia in poi s’erano un po’ annacquati. Quando la donna s’arrende al male, per il romanzo il discorso si chiude. Dopo aver condotto il protagonista al culmine di quello che lui definisce adultità, Missiroli ritiene conclusa la parabola di Libero e ne interrompe di botto la storia.

Tanto per essere brevi e scortesi, non leggete questo libro. A meno che non siate parenti, amici o die-hard fans di quest’autore per le opere precedenti. Un’inutile, scombinata, illogica fiera di luoghi comuni sullo sviluppo sessuale, traumi e scoperte, timori e speranze, gioie e dolori dall’età pre-adolescenziale in poi. Tutto già scritto meglio, da tanti, in ogni epoca. Le situazioni erotiche si ripetono con poca immaginazione e cadenza quasi pendolare d’un modo avvilente, almeno Murakami in “Norwegian wood” disseminava sesso meno prevedibilmente e più fantasiosamente a livello di particolari.

Fosse solo quello. Non c’è trama, la narrazione è scarna, pressochè assente, vaga incerta intorno alle due fasi della vita di Libero, quella parigina e quella milanese, fino alla pagina triste della fine della madre e del romanzo intero, nel corso della succitata adultità. Le pagine scorrono irrilevanti, senza particolari scombussolamenti emozionali, cercando inutilmente di affascinare il lettore sulla complessa, mutabile psicologia del protagonista, che invece non suscita mai né comprensione, né solidarietà o particolari sentimenti al di là d’una serpeggiante indifferenza. Il libro non attira. Il sesso ostentato più che imbarazzare annoia, la pochezza dell’argomento fa si che la lettura scivoli via leggera e dimenticabilissima.

Missiroli non scrive male, sebbene talvolta s’incarti nell’eccessiva ricercatezza di stile. Speriamo in qualcosa di più consistente e piacevole in futuro. Ma “Atti osceni in luogo privato” non da alcun spunto d’interesse, sormontato com’è da un implacabile e morboso deja-vu.



 

AMELIA GIMENEZ-BARTLETT - GLI ONORI DI CASA

19 DICEMBRE 2018

 

Nel commissariato di Barcellona, l’ispettore Petra Delicado si trova alle prese con quello che con un inglesismo un po’ fastidioso oggi si definisce cold case. Alcuni anni prima uno stimato imprenditore del tessile, Adolfo Siguan, viene trovato morto in una casa di appuntamenti, dove il vecchio virtuoso s’incontrava con ragazzine di primo pelo, prostitute giovanissime raccattate dalla strada. Siguan, secondo l’indagine dell’epoca, è stato ucciso da un magnaccia, a sua volta poi fatto fuori da uno sconosciuto, per motivi altrettanto sconosciuti. L’indagine era forse stata archiviata troppo frettolosamente.

Quando adesso l’ispettore riprende il fascicolo tra le mani, all’inizio lo fa con noia misto scetticismo, convinta di trovarsi obbligata ad una inutile perdita di tempo che non porterà a risultati migliori rispetto a quelli già ottenuti. Insieme al suo vice, Fermin, scoprono dapprima una serie d’incongruenze che riaccendono l’interesse sul caso e i dubbi sulla formula con cui lo stesso è stato archiviato. Naturalmente però non è semplice ripercorrere piste già battute invano un lustro prima. La ragazza con cui il buon Siguan s’intratteneva peccaminosamente viene fatta fuori in modo cruento e misterioso solo pochi giorni dopo esser stata interrogata dalla polizia. Da un dettaglio, uno scorcio di traccia, si fa strada la pista della mafia italiana, che ha allargato i propri tentacoli sino in Spagna, sotto le sembianze d’un poco fantasioso Franco Catania, killer mercenario assoldato dalle cosche. Alla ricerca del quale, Delicado e Fermin volano in Italia, più precisamente a Roma, ultimo domicilio conosciuto del malvivente.

Una volta nella città eterna, i due investigatori spagnoli s’interfacciano con l’ispettore di polizia Maurizio Abate e la sua seconda Gabriella, iniziando a portare avanti in gruppo indagini a tappeto. Non mancano, in verità, contrasti interni alla squadra, visti i caratteri fumantini e rigidi dei due più alti in grado, ma i risultati non tarderanno ad arrivare. Abate e Delicato escogitano un piano ingegnoso per catturare Catania e obbligarlo a parlare, ma un imprevisto in corso d’opera porta all’assassinio del killer italiano (e al quasi ferimento della poliziotta spagnola), chiudendogli invece la bocca per sempre. Richiamati poi in patria da altre priorità, Fermin e Petra rientrano con la delusione di chi ha proferito il massimo impegno per raggiungere risultati trascurabili. Ma le indagini sono tutt’altro che concluse, e il filo sottile che congiunge Italia e Spagna non si spezzerà, anzi, porterà ad una collaborazione forse persino più proficua a distanza che a contatto. Ci fermiamo qui con la trama, anche se di sviluppi ve ne saranno ancora, per chi avrà la pazienza di coprire l’intera distanza di cinquecento e rotti pagine del romanzo, edito di Sellerio.

Non è semplice dare un giudizio complessivo dell’opera, perché raramente come in questo caso, lo stile narrativo e l’efficacia della trama (intreccio, prospettiva, verosimiglianza) viaggiano parallele, senza mai incontrarsi. I dialoghi della Gimenez Bartlett è spesso elementare, talmente naif da risultare in alcuni tratti stucchevoli, con battute raffazzonate o scontate. I personaggi sono in qualche caso tirati all’eccesso delle proprie peculiarità, come l’ispettore Delicado sempre e comunque la megera inflessibile scostante o antipatica, Fermin il bonaccione cane di compagnia tranquillo e fedele e via discorrendo. Diverso il discorso più prettamente tecnico. Malgrado l’apparente semplicità dell’antefatto (il classico cold case ripristinato), la narrazione si snoda attraverso canali complessi ed industriosi, con variazioni sensate e logiche che portano ad una conclusione del tutto opposta a quella che una lettura superficiale od una prima impressione, per quanto meditata, poteva suggerire.

Forse l’autrice ha cercato di alleggerire con colloqui da sit comedy le atmosfere pesanti tipiche del genere; un tentativo, in sostanza, di  mediare il noir con la commedia; agli occhi del lettore medio ottiene risultati alterni, agrodolci; talvolta apprezzabili, in altri casi deludenti. Giusto aggiungere che la lettura risulta comunque scorrevole e non appesantita dal dualismo forma-sostanza.

 
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