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CARA CULTURA, MA NON CARO CULTURA

7 LUGLIO 2017

 

Luglio 2017, l’ingresso dello shop di una celebre casa editrice, in una grande città. Prima ancora delle lunghe ed ordinate file di scaffali che compongono il negozio, ecco comparire tre/quattro low -price points, pieni di volumi di vario genere divisi per…sconto. Si va dal 15%, al 30%, talvolta persino al 50%, sul prezzo di copertina.

La stessa scena si ripete nei reparti libri dei centri commerciali, persino nelle edicole, e si verifica capillarmente lungo l’intera penisola. Il falso mito del caro cultura si sta dunque sgretolando. Non parlo, ovviamente, del caro libri di scuola, argomento sul quale le proteste di genitori e alunni sono sacrosante, ma del fatto che oggi le opere di letterati, romanzieri, poeti e saggisti, contemporanei o meno, siano veramente alla portata d’ogni portafoglio, sia esso più o meno capace.

Nonostante le agevolazioni e le offerte di cui sopra, tuttavia, le casse dei book shops non registrano certo code o affollamenti di sorta. E allora sorge una problematica dal doppio risvolto, culturale e formativo. Quando vedi allegri trentenni, o anche oltre, affollare gli scaffali e le vetrine per assicurarsi videogiochi d’ultima e prossima generazione anche a 40/50 euro, e viceversa opere quali “Uno nessuno centomila“ o “Il fu Mattia Pascal” esposte tra le 3 e le 5 euro e restarsene bellamente ignorate, il dubbio circa la nostra inadeguata dimensione culturale odierna sorge eccome.

Nel momento in cui ci si affaccia alle vetrine delle librerie e se ne leggono le classifiche dei libri più venduti, in cima alle stesse troviamo raccolte di battute di comici, biografie di starlette, manuali per vincere al superenalotto, oltre che ovviamente ai soliti manuali di cucina firmati dalle star. Questo è un tipo di proposta che non ha bisogno di sconti particolari per vendere, e anche bene.

Ecco allora il problema di tipo formativo.