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IL MAQUILLAGE DEI RICORDI

1 luglio 2017

 

La signorina Anastasia Belmondo è una sarta in pensione che vive al terzo piano di una prestigiosa palazzina in stile liberty in riva al lago. Non si è mai sposata. Ha sempre goduto di ottima salute e malgrado abbia già passato da un pezzo gli ottanta s’ostina accanitamente a voler vivere da sola. Inutilmente la sua unica parente, una nipote che vive con la famiglia a pochi chilometri, cerca nel corso delle sue non rade visite di dissuaderla a cercarsi un’accompagnatrice.
Ogni volta la signorina Belmondo ascolta compitamente
le ragioni della donna, che è sinceramente preoccupata nel sapere la zia sola in quella casa, mentre sorseggia con lei un tè coi biscotti nel soggiorno. Più spesso però, la nipote la coglie assorta a rimirare le tende di pizzo raccolte in nastri, e da lì vede il suo pensiero volare oltre le finestre e planare sull’acqua cheta dei pomeriggi di mezzo autunno. Così, non sempre con esagerata dolcezza, la riporta sulla terra e le ribadisce la necessità di prendersi una governante.
“Che farai se ti succede qualcosa mentre sei qui sola? Una sincope, un colpo, che so io. E se dimentichi il gas acceso? Se cadi dalla sedia o dal letto? Io non posso esserci sempre, lo sai.” La nipote svuotava il suo sacco di argomentazioni davanti alla zia che annuiva gravemente e che la aiutava a sgravarsi la coscienza dandole tutte le ragioni del mondo. Ma una volta rimasta sola proseguiva la sua vita di prima. La mattina riassettava l’appartamento da capo a piedi,
inevitabilmente sette giorni su sette, apportando talvolta gustose variazioni come la passata della cera. Poi le piante sui due balconi. Alle tredici in punto, il pranzo, sempre diverso, come la cena. Dopo mangiato il sonnellino e alle quattro il Rosario, come le piaceva quando lo trasmettevano da Fatima, un posto dove aveva lasciato il cuore. Poi. come amava dire con aria civettuola, si prendeva il pomeriggio libero. Il che vuol dire una passeggiata lungolago nelle
belle giornate, con frequenti fermate al parco per ricamare in santa pace. Se il tempo era inclemente, sferruzzava sul divano in casa, lasciando accesa la televisione per uno di quei “film che facevano una volta”, quelli della fascia di metà pomeriggio, quando la parte importante dell’audience in genere non la puoi catturare.
Non che non veda mai nessuno, intendiamoci. La migliore amica di Anastasia è la signora Benedetti, di dodici anni più giovane, che le telefona e la va a trovare, ed è testimone delle svariate attività della signorina.
Spesso l’accompagna nelle sue passeggiate, o si siede
accanto a lei nei suoi lavori del pomeriggio. Si, perché la signorina ha fatto già da tempo capire alla Benedetti, con tatto e sensibilità, che alla mattina preferirebbe non “subire interruzioni nelle sue mansioni di casa” (ossia il riordino della stessa). Per la Benedetti va benissimo. Lei è la moglie di Peppino il fabbro, e in genere non ha molta più compagnia della signorina Anastasia, dato che vede il marito solo a colazione, pranzo e cena. Nel resto del tempo lui si divide tra il lavoro e il bar, quando torna a casa la sera tardi la moglie è già a letto.
Durante le sue visite, la Benedetti parla, parla, parla, mentre la signorina Belmondo l’ascolta educatamente. Ma Anastasia lo fa volentieri, con gli occhi bassi sul ricamo, considerando che, poverina, doveva aver ben bisogno di sfogarsi e di parlare, e raccontare, e commentare, per sconfiggere
la propria solitudine.
Naturalmente anche la Benedetti non mancava di buttar lì alla signorina che “forse avrebbe dovuto trovare una persona che si prendesse un po’ cura di lei”: Poi, inevitabilmente, abbassa gli occhi, chiede scusa ma “lo fa solo perché non si sa mai cosa può capitare nella vita”. Anastasia le sorride, la ringrazia per le sue premure e le versa ancora del tè.
Ieri pomeriggio, mentre la nipote posteggiava l’auto per andare a trovare la zia, s’è trovata faccia a faccia con la signora Benedetti. Si sono fermate a chiacchierare, e l’
argomento era intuibile. Imperterrita, Anastasia accoglie tuttora le interscambiabili premure della parente e della amica, mentre rifà la manica a un vestito o regola l’orlo di un paio di pantaloni. E concorda che hanno ragione, promette che ci penserà e cambia discorso.
La signorina Anastasia dice sempre che ha avuto una vita bella, un passato privo di dolori e non teme il futuro. E per questo motivo non ha bisogno di protezione, né di “essere governata”, il cui pensiero la fa solo ridere.
Quando era giovane, era una bellissima ragazza, e come se non bastasse era fine e colta. Erano molti i ragazzi che perdevano la testa per lei, ma chi le rapì il cuore non era tra loro. Era questi il figlio di un proprietario terriero, che abitava in un'altra città e con il padre di Anastasia intratteneva rapporti di lavoro. Così anche i due giovani, pressoché coetanei, avevano spesso occasione d’incontrarsi. Il padre di lui era estasiato dalla classe e l’eleganza della figlia del proprio interlocutore, e, con l’istinto proprio di chi ha coltivato passioni oneste nel corso degli anni, non tardò ad accorgersi del sentimento che la giovane provava. Sentimento che si sarebbe dimostrato catastroficamente mal riposto. Il figlio del commerciante era uno sciupa femmine senza scrupoli, senza voglia di imparare il mestiere né tanto meno di pensare seriamente a metter su casa. Illuse vilmente la poveretta, e solo grazie all’intervento del padre il suo piano di sedurla e abbandonarla non ebbe seguito. Ma il povero genitore si vergognò a tal punto da interrompere i rapporti commerciali con la famiglia Belmondo; né lui né il figlio fecero più ritorno.
Anastasia idealizzò quell’amore sbagliato a tal punto che si rifiutò a lungo di liberare il suo cuore per concedergli una nuova possibilità. E quando decise che era pronta, nessun treno in ritardo poteva più passare per la sua stazione.

Tuttavia, raccontando la sua avventura anni dopo, Anastasia ricordava con serenità che da giovane aveva avuto un amore appassionato, ma poi lui aveva dovuto andare lontano, e non si erano mai più rivisti.

Ci sono, per fortuna, anche storie più leggere da raccontare sul suo conto.
La signora Benedetti era presente il giorno in cui Anastasia diede un ricevimento per il suo cinquantesimo compleanno. Una festa morigerata, senza sfarzi né eccentricità, ma lei era splendente, illuminata dal solito, luminoso sorriso. La moglie del fabbro, mescolandosi tra gli invitati, ne raccolse svariati pareri. Le persone che più avidamente s’affrettavano a sciorinare lodi e sorrisi sgargianti alla padrona di casa erano le stesse che in privato maggiormente puntavano il dito
contro la povertà della scelta del rinfresco, la modestia degli ornamenti e quant’altro, scambiando la sobrietà per pochezza, il che è proprio delle anime mediocri.
Il giorno dopo la Benedetti riportò tutto ad Anastasia. Ancora oggi, la moglie del fabbro non sa trattenere un moto di stupore quando, magari passeggiando sul lungo lago al fianco di Anastasia, la Belmondo le cinge il braccio e sospira: “Ti ricordi, che bella che è stata la festa per i miei 50 anni? Tutti erano contenti, tutti a farmi i complimenti…”. In quel momento alla signorina luccicano gli occhi e l’amica capisce che Anastasia serba davvero quell’evento in sé considerandolo una memoria piacevole. Ne rimane stupita, ma non osa dirle nulla.
La stessa meraviglia che spesso pervade la nipote di Anastasia. Quando è un po’ giù di morale, chiede alla zia di raccontarle qualche storia del suo passato. Lei l’accontenta, seppur sia sempre stata più a suo agio come ascoltatrice che come voce parlante, e alla fine del racconto la nipote sta sempre meglio.
Si, perché ancora una volta Anastasia avrà abbellito la memoria. Quando deve parlare di sé, degli avvenimenti che ha vissuto, delle persone che ha conosciuto o i luoghi che ha visitato, lei trucca il ricordo, ricostituendolo con colori delicati e distesi, smussando gli angoli ispidi, ricacciando amarezze e disillusioni che semplicemente non vuole riconoscere.
D’altra parte il suo passato aumenta ogni giorno, e ogni giorno s’incunea in un avvenire smagrito e flebile, quindi perché non addolcirlo? E come può, chi riesce a fare questo bene come lei, aver qualsivoglia timore per il proprio avvenire?
Anche la nipote e la signora Benedetti, che ormai una cosa simile la stanno sospettando da un po’, forse capiranno un giorno, quanto siano futili le loro insistenze.
Lei intanto rimira il lago e versa il tè, gli occhi ridenti sul ricamo.