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ATTIVITA' SERALI DI BRUNO EMPOLI

14 GIUGNO 2017


Attività serali di Bruno Empoli.

Il pregiudizio contro pseudo colpevoli, il rapporto con la Santa Messa, a pranzo dai suoi.



 

 

Anche quel venerdì sera, Bruno Empoli aveva deciso di trascorrerlo a casa. Se ne stava seduto in salotto, con la televisione accesa al volume più basso possibile ma comunque udibile, in modo da non distrarsi nel lavoro, ma mantenere un sottofondo sonoro a tenergli compagnia. Scriveva e leggeva. Leggere e scrivere erano le sue attività preferite. Era pensare, che non gli riusciva tanto bene, e quando gli capitava entrava in crisi, o meglio, si costringeva a restare fermo su un punto, su un concetto, una riflessione, finchè riusciva a trovare un suo equilibrio, quella che, illusoriamente, chiamava la pace interiore. La tranquillità transitoria, l'armistizio tremolante, la tregua di controllo, ecco che cos'era, invece.

Pensando a lungo, tra lunghe, estenuanti crisi di coscienza, di riuscire a pareggiare i conti con sè stesso.

Quel venerdì sera dovette combattere una battaglia dura. Dal volume minimo del televisore colse una notizia che lo lasciò inebetito. Subito depose la biro. Scostò il quaderno (usava raramente il computer, in pratica soltanto per ricopiare e salvare il materiale che riteneva degno), si passò la mano sulla fronte.

Due ragazzi, ormai circa trentenni. Alcuni anni prima erano stati coinvolti nell'omicidio di un'amica. Vivevano insieme in uno di quegli appartamente condivisi da universitari, per limitare le spese. Un brutto giorno l'amica era stata rinvenuta cadavere. I due ragazzi, all'epoca fidanzati, erano stati quasi sin da subito additati come i possibili colpevoli. Tre gradi di giudizio. L'assoluzione in primo grado, la condanna in appello a ventotto e trent'anni, il maschio era ritenuto l'esecutore materiale del delitto. Poi la cassazione. In mezzo, sette anni di esposizione mediatica. E lui, Bruno, s'era fatto la sua idea, che probabilmente corrispondeva a quella dell'osservatore medio. I due ragazzi non potevano che essere colpeoli. Empoli li aveva classificati. Imbottigliati con etichetta indelebile. E quelli dovevano essere. Ogni volta che i tre volti venivano esposti sui media, lui riconosceva e separava martire e carnefici. Che terribile coraggio avevano avuto quei due, pensava. Si sentiva migliore, e da quella bottiglia non li liberava più. Quella sera però, apprese che in cassazione i due erano stati dichiarati definitivamente innocenti.

E lui aveva smesso di scrivere, scostato il quaderno e s'era messo la mano sulla fronte. I due giovani riconosciuti innocenti erano ora di fianco a lui, ad occupare altre due sedie intorno al tavolo del salotto.

Gli chiesero di ridar loro la propria vita, o almeno gli otto anni che avevano trascorso nel limbo. Con sguardo gentile, fu il ragazzo a rivolgersi a Bruno:

"Dovresti proprio renderci quegli otto anni, per favore. Solo allora li riavremo davvero, quella della legge non è che una assoluzione formale, noi abbiamo bisogno di quella della gente. Pensaci, ti prego. Adesso dobbiamo andare, abbiamo tante di quelle persone ancora da convincere..."

Rimasto solo, ci mise più di un pò, il buon Bruno, prima di ricominciare a scrivere. E quando riprese, lo fece senza convinzione. Avrebbe aperto, infine, quella bottiglia?

La fissava dallo scaffale, restava sigillata, l'etichetta bianca in buona evidenza. Non l'ha riaperta, per qualla sera. Ricorrendo a quello che era un classico compromesso con sè stesso, si disse che l'avrebbe lasciata chiusa ancora per un pò. In fondo le giurie non erano infallibili. Quei due giovani dovevano essere gli assassini, lo dicevano tutti.

A questo punto gli era venuto un brivido di freddo.

Dunque lui giudicava a seconda di quel che dicevano tutti?

Certamente no, che diamine! Era un uomo che sapeva discernere! Ma per quella sera, dopo essersi alzato tre volte, deciso a riaprire la bottiglia e liberarne i due innocenti, per tre volte s'era risieduto, senza farlo.

E non era più riuscito a leggere o scrivere. La mente s'era ormai allentata e lui non provava più gioia a restarsene in salotto circondato dai suoi libri, a svolgere l'attività che amava. Intorno a mezzanotte era andato a letto. Non temeva che non sarebbe riuscito a dormire: non soffriva d'insonnia e smettere di pensare gli faceva sempre bene.

Il giorno dopo, sabato, era tranquillo. Una giornata che passava normalmente, a riassettare la casa, fare un pò di spesa, riposarsi, insomma viveva da persona normale. Quel sabato pomeriggio tardi andò in chiesa. Era molto religioso: non saltava mai una Messa, anche quando sentiva che non aveva troppa voglia di andarci. Perchè sapeva che si trattava di un suo preciso dovere: nè più nè meno che andare a lavorare.

Questo lo faceva stare male.

Sentiva che avrebbe dovuto andarci con gioia, invece talvolta la frequenza gli si rivelava un peso.

Bruno era molto devoto alla Madonna: le dedicava la prima preghiera del mattino e l'ultima della sera. E a Lei chiedeva di diventare migliore in quanto riteneva di non essere buono e di non meritarsi tutto quello che aveva.

Per quale ragione, le chiedeva, nonostante fosse un credente convinto, s'annoiava spesso nel corso della funzione religiosa?

Era successo anche quel sabato sera.

La Vergine gli aveva risposto tramite il sacerdote officiante, durante l'omelia. Il prete parlava di cose pratiche. Del doloroso fenomeno dei Cristiani in medio oriente. Incitava i fedeli a pregare per loro, senza lasciarsi prendere da sentimenti di odio o rancora per i "nostri fratelli che sbagliano". Parlava di questo ed altre questioni di primaria importanza quali la tolleranza, l'accoglienza, la follia umana, il discernimento, il perdono. Inevitabile, inestimabile. Per tutto il tempo della predica, Empoli ascoltava sempre con estrema attenzione. Non s'accorgeva nemmeno che passava il tempo e riteneva che quello fosse il momento pregnante della celebrazione. Quelle che lo annoiavano erano altre funzioni della celebrazione: certe invocazioni vuote, costituite da terminologie pompose, obsolete, astratte. Certi inni cantati a più voci, impeccabilmente suonati, che parevano ogni volta sollecitare più che altro il narcisismo degli esecutori. Credeva che la funzione, oltre che da un'omelia anche corposa purchè significativa, dovesse essere in sostanza costituita dalle letture, il Vangelo, il Padre Nostro ed i riti di Comunione.

Era convinto che questo avrebbe attirato più giovani alla Santa Messa, non certo le formule più vetuste della celebrazione. Ma quando aveva accennato a queste sue convinzioni in confessione, il prete l'aveva squadrato con aria di rimprovero, lui s'era subito sentito un blasfemo, mentre in realtà cercava solo un dialogo, un confronto, una risposta.

Il prete non aveva invece nemmeno voluto ascoltarlo, e lui era rimasto nel dubbio. Era davvero un'opinione tanto ardita?

Non l'avrebbe mai saputo, e nel frattempo aveva continuato a frequentare fedelmente le funzioni religiose, tenendosi per sè le opinioni indesiderate, i momenti di noia e quelli, fortunatamente non mancavano mai, di sincera condivisione e ardimento di fede.

E anche quel sabato era uscito da chiesa mediamente risollevato.

La domenica mattina aveva chiamato la madre. Era stato invitato a pranzo dai genitori e preannunciava il suo arrivo.

Erano cinque anni che abitava da solo, malgrado in realtà non ne avesse bisogno. Lui avrebbe potuto benissimo continuare a vivere coi suoi, ma s'era arreso, non sapeva bene nemmeno lui a cosa. Alla logica, forse.

Una logica astratta, che voleva che un trentacinquenne non potesse più, e già da tempo, suvvia, restare nella sua casa d'origine. I suoi non lo avevano influenzato, ma s'erano sentiti sollevati nel momento in cui Bruno li informava che aveva trovato un trilocale in semicentro accollandosi un mutuo a tasso variabile ventennale.

S'era accorto che da quel momento la sua figura era cresciuta di considerazione agli occhi della gente. Anche se lui avrebbe preferito non avere quegli ottanta metri da pulire e ripulire, quella sacca periodica di vestiti da portare in tintoria, la pigna di piatti da lavare ogni tre/quattro giorni finchè l'acquaio si permeava di ragnatele. Era un emancipato, era maturato, adesso? Non lo sapeva e non ci poteva pensare. La differenza era che aveva molte più cose da fare, ma la panettiera lo chiamava "Signor Empoli" e non "il figlio della Pierina".

Arrivò dai suoi alle dodici e trenta: il padre lo attendeva in poltrona mentre la madre era china sui fornelli, lo salutò frettolosa, doveva curare il risotto.

"Siedi figliolo, come va?"

"Bene, papà, bene, grazie".

Il padre gli sorrise, il figlio ricambiò.

Bruno Empoli si sedette a tavola coi suoi occupando lo stesso posto che aveva quando ancora abitava con loro. Mangiavano senza troppe parole, seguendo il telegiornale. Bruno era sinceramente affezionato ai propri genitori, ma da loro aveva ereditato una certa sobrietà nei modi e tendeva ad evitare gli slanci affettivi. Tra il risotto e il pollo, guardò sua madre. Gli pareva che la ruga che le solcava la fronte si facesse più marcata. Avrebbe voluto, di colpo, alzarsi e darle un bacio, ma non lo fece. Pensò d'informarsi circa la sua salute, rinunciò, nel timore di ricevere cattive notizie. Ma se ci fosse stato qualcosa glielo avrebbero detto, era suo figlio in fondo. IL padre invece gli sembrava avere sempre la medesima espressione paffuta, con quel bel ventre tondo eppure non aveva mai sofferto di colesterolo o patologie particolari. Si, lui scoppiava di salute, come sempre. Almeno sperava. Scacciò quei pensieri dalla mente, avrebbe pregato la Madonnina per i genitori, come sempre, ma non gli andava di parlarne. Dopo pranzo, se ne andavano tutti a riposare, un'oretta, non di più, era come un rituale. Bruno Empoli rientrava nella cameretta ove aveva vissuto sino a un quinquennio prima. Lo pervase il solito attacco di nostalgia, che al solito scacciò. Il pomeriggio decise di restare coi suoi. Non era una privazione per lui, come loro pensavano. Gli dava davvero piacere passeggiare per le vie del centro, chiudersi al tepore di un bar per una cioccolata, informarsi genericamente su dispiaceri e gioie, serenità e contrattempi. Perchè abitare separati, allora?

Se lo chiedeva quando malinconicamente riprendeva la strada di casa sua, o meglio, del luogo dove abitava, che non era lo stesso.

"Sei sempre solo?", gli chiedevano i suoi

"Si"

"Ti dai da fare?"

Che voleva dire, darsi da fare?

Sforzare l'eliminazione di una solitudine accompagnandosi con chi era altrettanto solo, tanto per migliorare una statistica? Per realizzare l'escalation sognata dai suoi e miliardi di altri genitori nel mondo. E' cresciuto, ha trovato un lavoro, è uscito di casa, ha trovato una brava ragazza, s'è  sposato...

Ma secondo lui l'amore non si provoca, e le solitudini non si cancellano a forza. Intanto però viveva una situazione ibrida, era rispettato e scontento, stimato e irrequieto.

La sera di quella domenica si trovava in salottino, col televisore acceso al minimo. Era deciso a non pensare, perchè stavolta non avrebbe superato facilmente la crisi, guai se si fosse fossilizzato su un pensiero, un'idea, un'intuizione...come avrebbe pareggiato i conti con sè stesso? Così scriveva, leggeva, occupava in pieno il tempo che si era dato prima d'andarsene a dormire. Il giorno dopo era giorno di lavoro, e lui seguiva schemi inflessibili per il riposo. La mattina seguente, la testa era libera, lucida, priva degli insidiosi interrogativi - improvvisi, spietati - che gli frastagliavano l'esistenza