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IL DIARIO

9 GIUGNO 2017

 

Ci sono tre piccioni che si inseguono, camminando, sul cornicione del condominio in faccia al nostro. Non hanno paura. Se sbandassero, potrebbero volar via e salvarsi. Resto a guardarli, senza pensare di abbassare gli occhi e ritornare in camera. D’altronde la nostra camera è in stand-by. Non ho ancora iniziato a mettervi mano. Ho le idee abbastanza chiare al proposito, ma mi manca la voglia di realizzarle. Di base, vorrei lasciare tutto com’è. Il tuo letto, il tuo armadio di fianco al mio, lo scaffale, la scrivania lo stereo al suo posto, che continuerò a non usare dal tanto che ne eri geloso. Era scontato che ognuno avesse le proprie cose, i propri possedimenti. Non che non potessimo invadere gli spazi, semplicemente non ci veniva in mente. Per questo adesso guardo “di là” e resto perplesso. Vedo involucri che esistono da sempre, copertine conosciute, coperchi noti, oggetti di cui potrei citare a memoria forme, colori, dimensioni, il tutto sparpagliato senza criterio apparente sulla scrivania o sullo scaffale. Ma non li conosco. Non mi è mai venuto in mente che avrei potuto chiederti di farmi dare un’occhiata, di prestarmi qualcosa; non ho mai pensato che forse avrei anche potuto benissimo farlo direttamente. Lo stesso, per te. Che strano: il nostro era davvero un ottimo rapporto, eppure tutto era immutabile, da sempre. Di colpo mi prende una frenesia isterica, di aprire tutto, di leggere tutto, di venire a scoprire tutto, ed ora che potrei farlo senza alcun impedimento, provo solo orrore al pensiero. Mi sembrerebbe di profanare. Così per qualche tempo, mi sono limitato a spolverare. Anche questo, prima non l’avevo mai fatto. Avevo già la mia parte, che non era piccola. Sono arrivato a pensare, vergognandomene relativamente, che adesso si potrebbe finalmente tenere in ordine la totalità della camera, però anche qui mi pare di violare, di mancare di rispetto. Ma adesso che tutto è tornato tranquillo, adesso che anche i miei sembrano ridiscesi sulla terra e stiamo cercando di ricompattare e di razionalizzare, c’è qualcosa che mi frulla in testa e mi lascia inquieto. Tra tutto il materiale vario che costituiva, costituisce tuttora, devo ricominciare ad usare il presente, l’altra metà della stanza, c’è qualcosa che non contribuiva a formare la massa informe e senza nome dell’off-limits. Qualcosa che, a differenza delle altre, colpiva lo sguardo. Contribuisce, colpisce. L’ho detto adesso, che dovrei tornare ad usare il presente,ma ci metterò ancora un po’ di tempo, sono in evidente fase di rodaggio, di convalescenza. Ho riflettuto a lungo se avessi dovuto farlo o meno. Poi oggi pomeriggio, ho deciso. E’ sabato, il tempo è grigio, ed io non ho nessuna voglia di uscire. Tu saresti uscito comunque, di questo sono certo, ma a me non sarebbe mai venuto in mente di fare ciò che ho fatto. Comunque, ho rotto gli indugi. Sono entrato nella tua metà, senza che alcuno avesse nulla da obiettare. Ho guardato la pigna, ho allungato la mano, ho preso il quaderno. Un quaderno in progress, questo mi ha sempre incuriosito, nel senso che sono due o tre quaderni incollati uno sull’altro, e non era da te. Mi intriga pensare che tu potessi avere un progetto in sviluppo, tale che ti facesse riempire tre quaderni di fila. Oh, non che avessi una vita noiosa, ci mancherebbe; il lavoro, la palestra, la fidanzata, la musica, la famiglia, in ordine casuale, facevano sì che ti riducessi a dormire anche quattro/cinque ore per notte. Fatto sta che adesso sono qui, alla metà abbondante di un grigio sabato pomeriggio, tra l’altro senza nemmeno gli anticipi della serie A, con un quaderno triplo nella mano e lo sguardo incantato verso l’alto, rimirando tre piccioni che si inseguono, camminando, sul cornicione del condominio in faccia al nostro. Perché è proprio con quest’immagine che la remora si è insinuata forte, impedendomi di aprire la prima pagina come fosse incollata con la coccoina. Ci penso e ci ripenso, e non ho proprio idea di cosa potrei trovarci, ormai non do più niente per scontato. Resto qui con il triquaderno in mano e mi sembra di scorgere al linea arancione del tramonto autunnale che, freddo ed intenso, sta per investire lo specchio di cielo oltre la finestra. Devo pur fare qualcosa. Chissà perché non i libri, di molti non ricordo nemmeno il titolo. Perché no le cartellette, i fogli volanti, ricordo che te ne ho visto aggiungere uno sulla pigna pericolante proprio il giorno che è successa la cosa. Se almeno fossi stato ordinato come me, adesso dalla tua parte vedrei solo uno scaffale ed una scrivania dalle forme armoniose e poco accattivanti, invece così è una tentazione continua. Mi metto su il the, ci sarà pur qualcosa nella fascia preserale, intanto ci penso. Dove ho messo il telecomando? I miei non sono ancora rientrati, certamente han fatto uno di quei giretti terapeutici che lo psicologo ha consigliato per evitare di trascorrere lunghi vuoti pomeriggi elucubrando. Preparerò io qualcosa, ultimamente si mangia un po’ a casaccio e nemmeno questo è giusto, se dobbiamo cercare di recuperare la normalità. Ah, ecco il telecomando, meno male. Così eccoci qui, infine. Adesso sono le 19, ho appena terminato di bere il the e guardo la televisione amaramente, col volume appena sopra il limite delle frequenze riservate ai cani. Fuori tutto è scuro, non vedo più i piccioni, saranno volati a cercar riparo per la notte. Voi due non siete ancora rientrati, mi sa che metterò su davvero quei quattro spaghetti, anzi tre. Ed il tuo quaderno giace intatto nel raccoglitore differenziato della carta. Mi spiace che tu non ci sia più, e particolarmente mi spiace che non abbiamo parlato di più. Forse non avresti avuto bisogno di scrivere quel quaderno, che non ho violato ma ho capito, era certo un diario. E io non mi sarei macerato nel dubbio prima di decidermi a gettarlo. E’ meglio così. Non avevo il coraggio né il diritto di aprirlo e tanto ormai quanto di ciò che c’è scritto può ancora aver senso?