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MATILDA LA COMMESSA

16 LUGLIO 2019

 

Congedate le ultime clienti, le commesse spengono il loro bel sorriso portatile e spariscono dietro l’ingresso della stireria adiacente all’area di vendita. Richiudono la porta dietro sé e si lasciano andare sulla prima sedia sgombra. Non hanno voglia di parlare né di guardarsi in faccia. La testa rintronante come un registratore di cassa. Il respiro dapprima affannoso, poi più regolare.
Le 19,30. La gente, i mocciosi urlanti, i mariti sbuffanti, i clamori e i commenti, risatine e proteste, tutto si trasferisce alle casse, non è più un problema loro. Ma hanno appena cinque minuti per riposarsi. Già si alzano, aprono la porta della stireria, tornano al proprio reparto, dove radunano frenetiche gli indumenti sbattuchiati qua e là, li riassettano brevemente e li schiaffano al posto. Spazzano frettolose l'area di competenza, contando solo su sé stesse, poiché se per caso qualcuna restava indietro con la sistemazione, mica le altre le davano una mano.
Così, fulmineamente, prima ancora di certi clienti, che si dibattono alle casse anelando a sconti inottenibili, lo sciame delle commesse emigra irregolare oltre l’uscita, massa insalutata ed informe agli occhi del padrone,arido di complimenti,ma sempre provvido di grettezze, proferite indifferentemente di spalle o di faccia.
La commessa Matilde non faceva quasi mai parte dello stormo. Anche lei si riposa un attimo dopo le 19,30,
poi si rialza e continua la stessa vita che ha condotto prima del riposo. Riordina i capi di vestiario ripiegandoli perfettamente e reinserendoli con calma nella gruccia. Guarda sempre nei camerini, chè qualcuno può aver scordato qualcosa e allora lei lo porterebbe in cassa in attesa d'essere reclamato. Pulisce con cura il pavimento della sua zona, e se al di là del confine c'è una carta per terra può anche debordare per raccoglierla.
Lascia sempre una decina di minuti di vantaggio alle colleghe. Che infatti non la considerano una di loro, ridono mentre fuggono dalle proprie postazioni e la guardano che rimane lì, con una faccia strana. E per dileggiarla meglio cercano d’impersonarne lo sguardo dimesso, il sorriso bonario mentre scimmiottano la sua frase preferita: “Il marasma finisce coi clienti”. Per loro non aveva senso.

Minuti e poi il silenzio è completo intorno a Matilda. Gli echi giungono attutiti, dispersi tra angoli di reparti bui e dimenticati sino al giorno successivo, annacquati tra gli spiazzi vuoti, gli incroci, le distanze silenziose. Sono le otto meno dieci e Matilda, finito di sistemare il proprio spazio, indossa cappotto, sciarpa e guanti. Le sequenze di indumenti perfettamente allineati attendono una nuova ressa, durante la quale non perderanno la propria imperturbabilità. Questo pensa Matilda mentre si volta e se ne va: perché loro, disanimati, morti, possono vegetare tranquilli, mentre chi ha un’anima vive agitato, convulso, compresso in una corsa continua, che finisce ogni volta solo sotto le coperte finché un giorno finirà sottoterra?

Come se non si rendesse conto?

Matilda passa oltre il metal detector ed esce normalmente, come era entrata tot ore prima, sotto lo sguardo indagatore del presidente che si chiede perché lei non sia come le altre.

“Ma riuscirò a coglierla in castagna!”, rimugina chiudendo il Magazzino. Poi corre via, che anche lui ha da fare.