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SONATA IN LA BEMOLLE MAGGIORE, OPERA 26

6 LUGLIO 2019

 

Dissipata anche l’eco degli ultimi brusii, finalmente nella sala il buio era completo. L’artista abbracciò ancora una volta l’audience con lo sguardo, poi posò gli occhi sullo spartito accomodato sul leggio e diede carta bianca alle proprie mani e al proprio talento. Favorita dall’acustica avvolgente del teatro, la musica impiegò davvero poco tempo ad ammaliare la mente ed i sensi degli spettatori.
Il concerto era seguito da un pubblico decisamente disciplinato. Non si segnalavano disturbi all’esibizione, e ci fu chi soffiò il naso in modo tanto discreto che il rumore ne risultò soffocato dalla potenza del suono. Sporadico lo scavallare di gambe, solo tra le file più arretrate. Nessun innaturale dilatamento di mascelle, il che significava la rinuncia alle caramelle o chewing gum di sorta. Solo brevi, occasionali, svolazzi di ventagli in madreperla, che venivano generalmente tenuti in vista, al di sopra gli abiti da sera. A vegliare sul sacrosanto diritto alla quiete, quattro uscieri alle estremità del teatro, pronti a rilevare e accomodare ogni trasgressione al cerimoniale.
Tra la folla, una signora di una certa età, ma dal portamento tuttora giovanile e dignitoso, seguiva rapita la melodia, un sorriso etereo a modellarle l’espressione, immobile, estraniata dal mondo esterno.
Da piccola, portava sempre bellissimi vestitini di seta e i capelli raccolti nella treccia, e tutte le volte che il papà tornava a casa, gli chiedeva di suonare per lei. Il babbo, anche se era stanco e non rientrava da molti giorni, le sorrideva, la issava sul piano ed iniziava ad eseguire un motivo, la sonata in la bemolle maggiore, opera 26, di Ludwig Van Beethoven. La preferita dalla bimba.
E la piccola ascoltava, e sognava che il babbo potesse sempre restare a casa con lei a suonare quella musica celestiale. Invece lui ripartiva ogni volta, e lei non capiva perché. La mamma le diceva che il papà faceva un lavoro di grande responsabilità e che da lui dipendeva la vita di tante persone. Certo, lui doveva essere davvero una persona molto importante, rifletteva la piccola. Tutte le volte che partiva, infatti, indossava un’elegante divisa verde scuro, piena di stelline sul petto. Ed a ogni partenza la abbracciava tanto forte che pensava la volesse stritolare.

Un giorno, il padre non tornò. La bimba, stupita, ne chiese la ragione alla madre, la quale le spiegò che il babbo era diventato tanto coraggioso ed importante, che adesso avevano bisogno di lui anche in cielo. La piccola era fiera di avere un papà così. Qualche settimana prima, per il suo compleanno, il babbo le aveva regalato un mangiadischi, e lei adesso ascoltava sempre la sua sonata preferita da quel grande apparecchio che lui le aveva installato in cameretta, di fianco al lettino. Quando scendeva la notte, ascoltava piano quella melodia e guardava fuori dalla finestra, cercando d’indovinare dietro quale stella stesse riposando il babbo, dopo la sua giornata di lavoro.
E anche stasera quella bambina è presente, tra il pubblico attento e rispettoso, ad ascoltare la sonata. Guarda il pianista e vede il padre, nella sua uniforme così elegante. Non ha più la treccia, né il vecchio giradischi regalatole dal babbo. Ma a casa, dopo lo spettacolo, guarderà fuori dalla sua finestra, cercando la stella dalla quale il babbo l’avrebbe vegliata e protetta anche per quella notte.