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L'ACQUA DEL DESERTO

7 GENNAIO 2019

 

Dall'hotel si dipana verso il basso una lunga passerella, costellata di botteghe, negozietti, bar/ristoranti, sale giochi, internet points. Tutto chiuso. Scendo fino ad una piazzetta ovale piastrellata d'arancione e m'immetto sul lungomare, che s'espande per una decina di chilometri ambo le direzioni. Lo percorro brevemente, poi accedo alla spiaggia, una spiaggia libera, immensa, costituita da rena color caffelatte, che si può estendere anche per un centinaio di metri prima d'essere lambita dall'acqua dell'oceano. Raccolgo le ciabatte, non vorrei sporcarle. Per quanto il mio sguardo possa abbracciare l’arenile, non vedo anima viva. Lunghe cordate di scogli partono da riva. Oltre la punta dell'ultimo scoglio verso levante, la cupola rosseggiante del sole inizia ad affiorare dall'oceano, mi sembra impossibile che riuscirà a squarciare il folto gregge di nuvole che adesso staziona sul cielo caraibico, eppure lo farà. Qui dicono che in una giornata si vivano le quattro stagioni: la sera e la notte rappresentano e l'inverno: nuvole basse e piene, totale assenza di stelle, temperatura in calo; il mattino e il pomeriggio sono primavera e estate, col sole che s'impadronisce della scena per stabilizzarsi e colpire forte fino a sera, temperato sempre dall'inebriante brezza tipica. Il brivido forte dell'acqua mi pervade, va in circolo.
Sono le cinque e dieci. Osservo. Quando le onde arrivano sulla sponda, ancora molto deboli, rivestono il bagnasciuga di spuma color nocciola, densa, uniforme. Ritraendosi, scoprono una base molto più chiara, con appena alcune venature scure. Dall'altra parte è America, e sbircio oltre l'orizzonte i pochi volatili insonnoliti e le rarissime imbarcazioni che violano la distesa celeste e blu che mi si para davanti. Entro camminando piano, lasciando che l'acqua ricopra gradatamente ogni parte del mio corpo, i vestiti attendono fiduciosi appena oltre il bagnasciuga. I tremiti si moltiplicano, ginocchia, schiena, ventre; ogni contaminazione esterna s'attutisce. Non sono abituato all'alba sul mare, mi manca il luccichio brillante che il sole dissemina sulle onde prima d'affogare dietro le coste di ponente. Resto in piedi e chiudo gli occhi, respirando la pressoché totale assenza di sole o vento. Eccomi ibernato nel gelo tonificante dell’acqua, a vivere momenti fatti di nulla, gonfi dell’azzurro pallido dell’orizzonte che rapisce ed ottenebra, impedendo il filtro d’ogni residua agitazione, considerazione, banalità. L’appiattimento dei sensi,  l’io come parte integrata dell’impermeabile limbo dell’alba sull’oceano. Uno stato in cui il mare m’aveva imprigionato e da cui solo il mare poteva affrancarmi. Talmente concentrato ed appagato, impiego del tempo a recepire un brusio crescente intorno a me, dapprima sibilo trascurabile, che bussa gentilmente ai miei riflessi e non guasta l’inebriante esclusività della mia condizione. Ma il rumore si fa insistito, presto avverto uno sbattere secco intorno a me e di colpo un vero e proprio fragore investe barbaro la baia di silenzio, alienandomi dal mio essere. I sensi ora si risvegliano, e di corsa. Tutt’intorno è un irrompere di flutti, onde irruenti che tracciano traiettorie irregolari, smottamenti del fondo, correnti umide e fredde: il tutto m’induce a recuperare la terra ferma in un amen. Quale fosse l’origine di quello che, dal nulla, stava trasformandosi in vero e proprio maremoto non era esattamente il mio pensiero primario. Mi riprendo i vestiti, già mezzi bagnati, che indosso a spanne, correndo; scalo la gradinata a quattro a quattro, mettendomi al riparo dal furore degli elementi. Spettacolo in fondo affascinante. Resto, a capace distanza, a rimirare le scogliere, le coste, ora battute dalla rabbia del mare con violenza inaudita, senza farmene una ragione. Sino a pochi istanti prima mi trovavo in un’oasi di pace inenarrabile, del cui elitario aroma godevo intensamente. Ecco. Forse proprio qui stava il punto. Forse avevo profanato un regno che non dovevo violare: l’alba doveva trovare gli elementi ancora liberi dalla presenza dell’uomo, che già di lì a poche ore sarebbe divenuta opprimente e chiassosa. Quiete e tranquillità avevano vegliato sulla maestosità dell’oceano e non erano ancora pronti a rassegnarsi all’invasione animale, che fino a notte poi non avrebbe più restituito loro quel regno amato e vituperato. Mi guardo attorno. E’ il terzo anno che vengo qui. Nell’entroterra ci sono bellissime colline, dolci pendii che ospitano piantagioni di bananeti, piante tropicali; nelle zone più intricate resistono territori di flora primitiva, inaccessibili, spettrali. Dagli anni scorsi però, i mutamenti si notano a vista d’occhio. Ogni volta conto nuove file di hotels grandiosi, residence che sembrano tanti piccoli alveari, miriadi di quadratini come stanze.
Strade veloci li collegano, centri commerciali, ristoranti, bar,
casinò vi sorgono intorno, quasi tra la sera e la mattina. Qui la temperatura è mite tutto il giorno, tutto l’anno: si lavora anche di notte, d’inverno, e il paesaggio cambia repentinamente, e non torna mai indietro. Un’ondata più forte delle altre si sfascia contro il muretto, sobbalzo. Ho offeso la natura, e la sua reazione è stata forte, impressionante. Finalmente m’allontano e lancio un ultimo sguardo alla rabbia dell’oceano. Cosa succederà quando si ribellerà allo sfruttamento selvaggio, alle speculazioni, agli interessi?