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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA CAPITOLO 27 - ALLA MIA ETA'

17 LUGLIO 2018

 

CAPITOLO 27
Alla mia età

Come forse ho già accennato da qualche parte, sennò tanto ve lo dico adesso, i Gamba erano (sono) una formazione di rhytym’n’blues in attività da un paio d’anni, fautori di brani dalla spiccata connotazione campanilistica, che tessono le lodi delle tradizioni e del territorio, senza disdegnare testi in gergo locale e incursioni nel folk più classico.
Appoggiato al bancone, con la Ceres in mano (“non ho nemmeno la forza di ordinare una Guinness“) un perplesso capo dei dhegrado osservava la band all‘opera.
Gli altri tre li aveva lasciati là al tavolo, incredibile che paressero realmente interessati a quella musica. Notò con disappunto che a un certo momento s’erano recati fin sotto al palco per ammirare il gruppo. Finalmente qualcuno annunciò al microfono qualcosa che sembrava significare una breve pausa, e il leader si riaccomodò seduto, con espressione da compatimento ad adornargli il viso.
Subito dopo inorridì: vide tornare i suoi colleghi soddisfatti, addirittura col sorriso sulle labbra.
“Allora, cosa ve ne pare?“
Sembrava che non aspettasse altro che ricevere il “la” da Oscar, per esprimere tutto il suo disappunto. Un fiume in piena. Anzi, in strabordo.
“Ragazzi, non posso crederci. Fatico a crederci. Passi per i Biglietti scaduti, che suonano dello psicho- jazz (era riuscito a mantenere la stessa definizione della prima volta che li aveva nominati!), ma almeno dimostrano un minimo di inventiva. Ma questi, dico questi, ma li sentite? Canzoni in dialetto, sui pendolari, su amoreggiamenti in riva al Ticino, sulla sfiga dei gatti neri?!? Vi rendete conto? Io sono qui a vedere il mio batterista che passa disinvoltamente dalla batteria garage punk a suonare i bonghi durante “Mia bela Madunina“? (Non c’era nessuna parte di bongo in quel brano, ma tant’è, ndr). Ma lo sanno questi che esisteva (esiste tuttora, e si sta probabilmente anche dando una grattatina, ndr.) gente come Iannacci o Svampa o chi volete voi che le ha già fatte quarant’anni fa ‘ste cose?!?”.
Il soliloquio proseguì ancora per alcuni secondi, finchè il boss sentì il bisogno di prender fiato.
Paolo sorrideva divertito, senza sentir il bisogno di commentare qualcosa. Gary, cui invece il gruppo non dispiaceva affatto, tentava di supportarne la causa, sostenendo che si, i Gamba de Fegn suonavano canzoni quasi unicamente dialettali, la loro musica poteva talvolta non brillare per inventiva o originalità come quella dei dhg , ma…
“Ma devi ammettere, Beto, che sono dinamici, simpatici, goliardici, il cantante sa il fatto suo ed il resto della band è impeccabile, tecnicamente.”
“Suonassimo noi come loro”, era la frase che all’ultimo momento preferì non aggiungere.
“Sarà…comunque l’importante è che Karsi non cominci a tirar pacchi e tenga sempre presente che l’unico vero suo gruppo siamo noi, altrimenti farà i conti con me!!”
“E in tal caso allora si, che dovrà preoccuparsi seriamente!” lo schernivano gli altri, mentre lo spettacolo si accingeva a riprendere.
Beto allora tornò al banco ma si accorse di aver ingollato già tre ceres e divorato alcuni untissimi piatti di patatine fritte ricolme di salse varie multicolori. Era un po’ confuso e non sapeva come ingolfare ulteriormente il proprio stomaco: ordinò cappuccio e brioche alla crema che consumò in piedi, a rilento, rincorrendo un pensiero latente. Non c’era nemmeno Pamela con cui sfogare il proprio malumore. Appoggiò la tazzina vuota nel piattino e, sospirando, tornò al tavolo dagli altri dhg.
I quali però s’erano già alzati e diretti nuovamente presso il palco, ancora preso d‘assalto dai fans.
Con grande sforzo    , Alberto s’appropinquò allo stage e si sforzò di assistere alla performance dei Gamba per cercare di capire e di trovarvi lealmente qualcosa di buono.
Represse un lieve moto d’avversione e si mise in ascolto. Gradatamente, cominciò a cogliere alcune “sensazioni positive”, come avrebbe in seguito ammesso. Non andò in bagno come aveva programmato e non si staccò più dalla propria postazione fino alla fine del concerto.
Richiesto d’un parere, confessò che, in effetti, i sette ragazzi (la line-up dei Gamba comprendeva: voce, basso, chitarra, batteria, bonghi-percussioni-triangoli, piano-tastiere e un addetto ai fiati) se l’erano cavata assai bene, come peraltro sottolineato dall’esultanza del pubblico, che non mollava un attimo i musicisti.
Il cantante e leader, Giovanni Marini, era un vero istrione. Giocava con l’audience e coi suoi colleghi di band, faceva battute, raccontava storielle, trascinava la folla a unirsi coralmente ai brani proposti, cosa che naturalmente nessuno si faceva pregare di fare. Niente da invidiare dunque al carisma del nostro, il quale non a caso definì “già visto ma interessante” il modo di tenere la scena di Marini.
I quattro degradi non riuscirono a parlare col Fat quella sera, poiché il concerto si protrasse ben oltre mezzanotte e Oscar e soprattutto Paolo premevano per rientrare non proprio la mattina dopo come invece non sarebbe dispiaciuto ad Alfonso e soprattutto ad Alberto, che s’era praticamente trasformato nel più acceso fan del gruppo.
Nel viaggio di ritorno, evidentemente riconquistato dal “profumo del palco e la sensazione di dominio del pubblico che emana dal live di questi ragazzi” il capo espresse il desiderio di tornare il più presto a suonare dal vivo, ma dovette picchiare il naso contro la dura realtà: non toccavano strumenti da mesi e non era in programma alcuna data in quel momento.
“Quel tipo là che ti ruffianavi tu per suonare all’Ideal, è ancora vivo?”, domandò a Garavani sulla strada sdrucciolevole del ritorno. Paolo rispose senza distaccare gli occhi dal volante e le orecchie dal celebre “Live in Moscow” dei CCCP.
“Mah, è tanto che non lo vedo..ci tenevamo in contatto più che altro per motivi di lavoro…potrei provare a sentirlo, vedere se ha in ballo qualcosa per noi..” Preferiva restare sul vago, con palpabile mancanza di autoconvinzione.
Quando lui ed Oscar furono tornati a casa, Alfonso riaccompagnò il boss a casa, e fu l’occasione per nuovi sterili commenti sulla band che avevano appena ascoltato dal vivo, dopodiché si congedarono senza clamori particolari.
Il lavoro era iniziato per tutti a pieno regime ormai, ed anche il capo si vedeva costretto a performance diurne che non contemplavano microfoni da far roteare, bensì il dividersi tra l’azienda familiare e la frequenza di quello che si sperava essere l’ultimo anno di filosofia, nonché il secondo della scuola d’arte drammatica. Ma dentro di sé il ragazzo era sulle spine, perché la sete di palco che lo attanagliava non accennava ad estinguersi, anzi, e lui sapeva che se non ci fossero stati concerti all’orizzonte, gli altri avrebbero potuto pensare che non c’erano ragioni particolari nemmeno per organizzare delle sessioni di prove.
Si era ripromesso di non fare, stavolta, il primo passo per radunare il gruppo e ad accrescere la sua irrequietudine fu il fatto che, effettivamente, nessuno dopo una settimana dalla gita al Pandemonio si era ancora fatto vivo. In quel lasso di tempo, l’unica telefonata che ricevette fu di Alfonso, che nel parlare comunicò al boss che Karsi avrebbe compiuto gli anni (28) il giorno quattordici, e magari si poteva organizzare qualcosina, con il secondo fine mica tanto velato di riprendere in mano gli strumenti. A Torretta, invece, del genetliaco del corpulento batterista calava proprio nulla; s’informò presso Gary se stesse continuando a vedersi con “quegli altri” come li chiamava lui, e istigò il bassista a smuovere un po’ le acque per la ripresa delle prove. Gary potè solo replicargli che avrebbe chiamato anche Paolo e Oscar, con lo stesso pretesto. Ma la sera dopo ritelefonò al leader dicendo che Paolo ringraziava per l’informazione ed avrebbe chiamato Fat per fargli gli auguri, mentre per quanto riguarda la musica “adesso come adesso sono un po’ preso, sapete, il lavoro ma anche l’organizzare per le nozze, però prima della fine del mese riprendiamo eccome”.
Terminò la comunicazione con la frase più temuta:
“Mi faccio vivo io, tranquilli.”
Alberto masticava amaro.
Cominciò a entrare nell’ordine d’idee che il suo chitarrista doveva essere davvero in un momento particolare, per mettere in terzo piano l’amato garage-punk.
Ma le sue sofferenze stavano per aver termine.
Il venerdì successivo, con Pamela si recarono in un bar piuttosto alla moda in quell’epoca, ossia il famigerato “Bloom” a Mezzago, ove la ragazza del leader ebbe la sorpresa di riconoscere dietro al bancone una sua compagna di università, che lavorava lì con l’ovvia motivazione di mantenersi agli studi. Alberto, che non era dell’umore migliore, degnò appena di uno sguardo l’amica di Pam, salvo cambiare totalmente modo di fare non appena la ragazza si lascia sfuggire che nella parte superiore del locale esiste uno spazio per la musica dal vivo molto, molto ben frequentato.
“I prossimi saremo noi, ragazza. Scrivi in bacheca che qui suoneranno molto presto, i fantastici Dhegrado!!”. Nell’enunciare la frase aveva alzato il tono della voce di circa un tono e mezzo, cosa che non gli riusciva nemmeno nell’esecuzione dei brani, ed alcuni astanti si voltarono pensando ad un accenno di rissa. La barista, che per fortuna di Beto era gentile e piuttosto timida, prima si rallegra del fatto che “il ragazzo della Pam” avesse un gruppo, dopodiché sparisce dietro le tende per riapparire poco dopo con un tipo piuttosto imponente, con lunghe trecce di capelli rasta, barba-baffuto, tatuato ovunque e dall’aria minacciosa, che chiede senza tanti complimenti al signor Torretta che tipo di serata intendeva “eventualmente pensare di organizzare all’interno del mio locale”.
Alberto, scolorendosi appena in volto e scostandosi impercettibilmente dal banco, ridiscende presto al timbro di voce precedente o forse un semitono più sotto e racconta al marcantonio che “il nostro complesso è fautore del rock puro con accenno al punk e non disdegna incursioni nel garage anni ’60. Può inoltre contare su vasto un repertorio di brani originali”. Il padrone del “Bloom” lo guarda con fare dubitativo e mantiene la medesima espressione torva.
Non pare convintissimo.
Poi chiede: “OK, avete una cassetta, qualcosa da farmi sentire?!?”, al che il frontman degradiano, che si sarebbe strappato una balla per non aver avuto con sé nemmeno un nastro in quel momento, ha un colpo di genio.
“Non ho cassette con me”, replica il grande cantante recuperando l’aplomb, “ma t’assicuro che non c’è n’è bisogno. A parte il fatto che è singolare che qui non si sia mai sentito parlare di noi, ti posso assicurare che se ci dai un sabato sera ti riempio il locale!”
Pausa carica di tensione.
L’energumeno scruta truce il capo, che fieramente sostiene lo sguardo. Per crearsi un tono da vero maledetto ordina un Ballantine doppio, che in parte poi rimetterà in bagno.
“Va bene” replica il gestore sfogliando l’agenda con aria professionale, “ci vediamo il 20 febbraio alle 22, iniziare puntuali e smettere tassativi alle 24. Non pago nulla, solo qualcosa da mangiare e due consumazioni gratis per ognuno di voi, e sarà meglio per te se manterrai la promessa. Naturalmente se scatenate risse saranno guai grossi per tutti.”
“Il venti febbraio…ma è fra tre settimane e…”
“Non vorrai mica tirarti indietro, vero?!?”
Intervenne Pam: “Tranquillo, puoi confermare la data, sarà un grande happening!!”.
In macchina, il leader stava pensando al modo migliore per avvisare gli altri, e particolarmente il suo chitarrista prossimo sposo, che tra venti giorni avrebbe dovuto suonare per due ore di fronte a un pubblico che bisognava racimolare da casa per un bestione tatuato ed irascibile che non pagava niente.
Sudò freddo e cominciò ad essere assalito dai dubbi.
E se Fat Karsi avesse avuto un impegno proprio quella sera? E se non avessero potuto provare con regolarità prima del live? E se…
“E se la smettessi di menartela e lasciassi che io ti dia una mano?!?” intervenne ancora Pam. Al che il nostro si tranquillizzò leggermente e procedette verso casa ascoltando vecchi brani funky dei Jackson five e dimenando la testa a scatti in prossimità dei semafori.
Alle otto di un noioso sabato sera di fine gennaio, suona il telefono in casa Garavani.
“Sono Pamela, buonasera, c’è Paolo?!?”
Lui stesso rispondeva al telefono, e si mostrò in verità piuttosto sorpreso di udire la voce della ragazza del capo.
La quale non si perse troppo in convenevoli, e dopo essersi assicurata che Paolo, Mirella e famiglie stessero bene, il lavoro procedesse tranquillo ed i preparativi per l’ormai imminente sposalizio pure, sganciò la bomba con noncuranza: “Sai, dobbiamo suonare per due ore al Bloom di Mezzago tra tre settimane, è un impegno già preso, non possiamo assolutamente tirarci indietro!”
Per Paolo fu un vero shock. Se all’apparecchio fosse stato il suo cantante l’avrebbe ricoperto di pernacchie, o in un momento di malumore magari di insulti. Restò talmente sorpreso da non riuscire a replicare subito, e fu una debolezza fatale, in quanto la ragazza riprese a mitragliarlo: “Oltretutto il gestore è un tipo tosto e minaccioso, che si aspetta il pienone. Col Beto stiamo già organizzando un pullman di amici e contiamo di raccogliere un certo numero di adesioni. Naturalmente anche voi dovreste mettere in giro la voce, creare volantini per tappezzare le piazze e pubblicità varie. Ah, fammi una cortesia, Paolo, io adesso chiamo Karsi, tu magari aziona Alfonso e digli di avvisare Oscar, ok?!? Allora ci vediamo lunedi sera alle prove, d’accordo? Ora ti lascio perché voglio beccare il Fat e poi dobbiamo prepararci, sai è sabato sera dopotutto! A dopodomani, ciao ciao!!”
Quando Paolo riappese il ricevitore, aveva chiara in mente una cosa, e cioè che il suo frontman si era ficcato in un mezzo guaio, ed il tentativo della di lui fidanzata di risolvere tutto era stato notevole. Avrebbe potuto facilmente metterli nei guai, esibendo una scusa qualsiasi di lavoro ad esempio, per mandare a catafascio le prove ed il concerto, se avesse agito per ripicca.
Invece si fermò un momento a riflettere.
Forse stava davvero tralasciando eccessivamente i compagni di band, nonostante le indiscutibili necessità che lo tenevano lontano dalle chitarre. Forse il fato elargiva una delle ultime occasioni per rinverdire il Sogno, dato il cambiamento che, sacrosanto e inevitabile, incombeva. Forse poteva ancora permettersi un piccolo salto nell’Incoscienza, senza che essa lo distogliesse dal Perseguimento della Realtà.
Sorrise pensando che da molto, ormai, non gustava l’adrenalina di un’esibizione dal vivo e l’idea iniziò a sedurlo. Doveva essere stato seduto da tempo se Mirella, passando, gli chiese ad un tratto se qualcosa non andasse.
“Niente, ho solo ricevuto una bella telefonata, ed ora devo farne una altrettanto piacevole”, si limitò a riferirle.
La ragazza si recò tranquilla in cucina. Stasera preparava da mangiare lei, per il futuro marito ed i suoceri.
Il contatto più a rischio era quello con Fat Karsi, che però si dimostrò fin da subito non solo disponibile ma anche entusiasta. Disse che aveva voglia di riprendere a suonare con loro ed aveva lasciato apposta i lunedì liberi.
No, nessun concerto per lui il venti febbraio.
Si, che sarebbe venuto a tutte le prove.
Oscar, che lo aveva interpellato, rimase però impressionato dal sentirgli dire che, prima di quella data, sarebbe nuovamente uscito dal vivo con i Gamba il venerdi 12, presso il “Cacophony Club” di Villastanza. Un locale che aveva pari se non maggior risonanza del Pandemonio.
A capodanno, raccontò il Fat al suo giovane collega avevano ospitato gli Stone Roses, con i Timoria come apripista.
”Si, certo..ci saremo..credo”, il mezzo impegno con cui il chitarrista dhg concluse la chiamata.
Prima che la fatal mezzanotte di quel sabato scoccasse dunque, i Dhegrado erano ufficialmente ritornati dalle lunghe, oziose vacanze di Natale, Capodanno, Epifania e Rientro.
Ovviamente la prova di lunedì 1 febbraio fu fondamentale. Alberto, misteriosamente incravattato che faceva tanto Barrett post-Floyd, impiegò esattamente 15 secondi per salutare tutti, metterli al corrente del compito che li attendeva, come se nessuno ancora lo sapesse, urlare a vanvera per spronare la band ed impadronirsi del microfono. La sessione consistette fondamentalmente di un ripasso di tutti i pezzi originali e procedette con qualche piccolo intoppo dovuto alla ruggine, ma al terzo/quarto tentativo s’era già posto rimedio. Il lunedì successivo fu la volta delle cover e della definizione della scaletta. Tutto venne deciso e determinato dal Capo, che stavolta esibiva un farfallino a pois e per tutte e tre le sessioni di prove mostrò una passabile/buona conoscenza dei testi. Con gran sorpresa degli altri, bevve solo cedrata e succo di mela cotogna. La prova del 15 febbraio consistette in un doppio giro della track-list e scorse senza nessun problema. Nonostante le lunghe settimane di sosta forzata, il repertorio era alla fine stato rimesso a lucido. Erano sorti persino due pezzi originali: un brano strumentale che verteva su variazioni improvvisate su un giro in La minore; alla band piacque e si stabilì di inserirlo all’inizio del live (da cui il nome del brano, semplicemente “Intro”).
Da notare la presenza di Pam all’armonica, unica occasione in cui ad un esterno del gruppo fu permesso di suonare (tipo Billy Preston nelle sessioni di Get Back con i Beatles, tanto per rifarci ancora una volta all’unica band universalmente paragonabile ai dhg.)
Il secondo pezzo, “Morte lieta morte strana”, era un gretto e teso punk distorto con notevole uso del wah-wah da parte di Oscar ed un ritornello accattivante, memore certo della grinta del miglior periodo degradiano e colmo delle associazioni paranoiche e delle invettive classiche del leader contro il genere umano più “abbietto e pusillanime”. Insomma una rentrèe in piena regola, tanto che addirittura Karsi, certamente il musicista più attivo della band, abituato ad alternare tre gruppi di cui i Gamba in chiara ascesa, si ritrovò ad esclamare ad un certo punto:
“Ma guarda te se alla mia età devo sudare tutte le sere come un porcello dietro sto c..o di batteria!!”, mentre frasche di peli allagati fuoriuscivano ansimanti dalle ascelle.