Home Notizie SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 20 - IL QUINTO BEATLE

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 20 - IL QUINTO BEATLE

30 MAGGIO 2018

 


Alberto Torretta, ventitre anni e mezzo abbondanti, nel momento in cui vedeva il proprio batterista ritornare al tavolo delle trattative dopo aver soprasseduto alla battuta di grana grossa cui lo aveva sottoposto, si sentiva un uomo contento. Mentre un rabbonito Fabrizio recuperava il suo posto, lui, lungi dallo scusarsi, si gingillava con il bicchiere di Kronenburg.
Ne osservava in controluce la coltre compatta delle due dita di schiuma che, parole sue, provava quasi dispiacere a lacerare. Apprezzava e lodava ad alta voce il colore ambrato della bevanda e si lanciò in un breve haiku dedicato al malto ed alle sue “proprietà rigenerative ed ammalianti”.
Al termine del vaneggiamento ed intascate le dovute irrisioni dal compatto fronte del resto del complesso, espresse l’unica frase savia della sua serata fin a quel momento, ossia la stessa che, espressa dal sottostimato Cassetti, era affogata in una pozza di scherno:
“Che facciamo adesso?”
Finalmente i ragazzi decisero di oltrepassare il concetto. Presero a squadrarsi reciprocamente con espressioni interrogative, sinchè il primo ad esporsi fu Garavani.
Paolo manifestò con prontezza i propri programmi. Per lui era scontato, quasi naturale, il rimando a fine estate di ogni attività musicale, vista tra l’altro la momentanea mancanza di appuntamenti dal vivo.
“Beh, ragazzi, direi che, a livello musicale, si chiude tranquilli fino a settembre. Per il resto, magari prima di agosto ci troviamo a bere qualcosa…”
Non sarebbe esatto a questo punto sostenere che gli altri saltassero di gioia a questa frase.
Gary abbozzò una reazione:
“..ma..nemmeno una prova, un ritrovo..”
“No, ragazzi, davvero. Sapete che in questi mesi sto ingranando bene in azienda, preferisco concentrarmi lì, poi dopo le ferie torniamo in sala. Tanto non abbiamo nuovi impegni dal vivo per il momento, è inutile star a pensare a pezzi nuovi, arrangiamenti, scalette...prima di fine mese ci sentiamo e andiamo fuori un paio d’orette, ma senza strumenti e sbattimenti vari, ok?!?”
Nessuno parve trovare argomentazioni valide a sfavore della comunicazione di Paolo, che ne approfittò per svuotare la tazza di media chiara e prendere congedo dalla combriccola:
“Adesso è meglio che vada, sennò domani chi ce la fa ad alzarsi. Ciao, ciao a tutti, statemi bene. E in caso non ci vedessimo, buone vacanze a tutti!”
Con un affabile sorriso lasciò il locale e si fiondò dritto a casa. Ritirò con cura l’auto in garage e senza fare rumore si coricò velocemente, ricordando di puntare la sveglia, anche qualche minuto prima del dovuto.
Nel frattempo, il praticante commerciante, futuro laureato in filosofia e frequentatore d’accademia d’arte, nonché attuale cantante e showman del gruppo “Dhegrado” si era nuovamente messo ad osservare la schiuma della Kronenburg (non era la stessa di prima, ovvio). Enigmaticamente, adesso non trovava più nulla di elegiaco o raffinato negli elementi cromatici della bevanda, che non trascurò di diffondere generosamente anche tra il pavimento del Bologna e le proprie scarpe, imbevendone i lacci di poltiglietta giallognola.
Adesso capiva, forse, cosa gli era sfuggito quella sera a proposito del suo chitarrista, e si rese anche conto non era la prima volta che ci faceva caso.
Aveva l’impressione che Paolo stesse iniziando ad essere meno propositivo ed entusiasta circa l’attività della band, particolarmente nelle serate, e per lui erano molte, che sarebbero inevitabilmente sfociate in giornate lavorative.
Tuttavia tenne quell’importuno pensiero per sé, e, salutato poi Karsi in modo nemmeno troppo guascone, prese un Alfonso ed una bottiglia di Kronenburg terminata a metà e uscì dal locale. Si ricordò di pagare.
Come aveva promesso, fu comunque lo stesso Paolo il primo a riprendere i contatti con gli altri componenti la band.
Una ventina di giorni più tardi, invitò Beto, Alfonso e Karsi, in stretto ordine di importanza, ma comunque i secondi due sono intercambiabili, a radunarsi ancora una volta prima della classica separazione agostana.
Fu una serata di puro divertimento.
Le peculiarità dei quattro personaggi si espressero nella maniera più compiuta, e la presenza di Mirella non servì a calmierare le tipiche esuberanze del leader. Ad un dato momento, poco prima del commiato, come in ogni società che si rispetti s’iniziarono a sciorinare i buoni propositi e gli intenti del dopo-ferie, e le proposizioni esternate da Beto e lo stesso Paolo in particolare si sarebbero rivelate le più degne di nota. Il nostro impeccabile capocomplesso riportò quello che era ormai un segreto di Pulcinella e cioè che dai primi di settembre avrebbe affiancato agli stanchi studi di filosofia ed alle misere prestazioni lavorative dai suoi la frequenza del Corso di Arte Drammatica, presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, riscuotendo consensi unanimi fra gli astanti.
Tra i programmi di Garavani, l’intenzione di seguire con Mirella il corso fidanzati, che si sarebbe svolto nella prima metà del 1992. Ed era sottointeso che la sua frequenza sarebbe logicamente poi sfociata nel più classico dei lieto fine.
L’amico e collega di band Torretta sciorinò subito la delicatezza a lui consona, con una fragorosa paccona sulle spalle del proprio chitarrista e la posteriore proposizione:
“Bene, grande! Quand’è che vi sposate? Non vedo l’ora di mettere le gambe sotto il tavolo e ubriacarmi tutto il giorno!!”.  
Ma Paolo lo condì via con un giro di parole ed una risata, il che probabilmente stava ad indicare che non voleva entrare troppo nei dettagli di un progetto così intimo, nemmeno con gli amici. Lui stesso decretò poi che s’era fatto tardi e sarebbe stato opportuno sciogliere l’assemblea e riaggiornarla a settembre.
Sulla macchina di Alfonso, sempre in bilico tra il rosso della riserva ed l’ultima tacca di verde, un pensieroso leader ascoltava quelle che nei momenti migliori definiva le “cassettine di musichetta pop” del bassista senza fare ulteriori commenti idioti. (Anche perché quasi sempre si trattava di dilettanti come gli Who, i Genesis o i Beatles e giustamente Alberto si sentiva in posizione di deriderli).
Scaricato il largo batterista, la peugeottina di Gary tirò un notevole sospirò di sollievo, dopodiché proseguono verso il cortile abitativo del leader, il quale prima di varcarne il confine prese la parola:
“Tu cosa ne pensi?”
“De che?”
“Delle circonlocuzioni di sintassi nell’analisi logica, naturalmente. Ma del Paolo, no?!?”
“Che ha fatto?”
Alberto finse d’inalberarsi ma non gli riusciva granché bene, tuttavia la scarsa presenza di spirito dimostrata dal proprio bassista in quella occasione lo stava irritando.
“Credo che Paolo stia diventando troppo “serio”, se afferri il senso della frase”.
Finalmente Alfonso uscì allo scoperto, dimostrando di comprendere facilmente dove il leader volesse andasse a parare, ed opponendogli una pregnante disquisizione. Prima però spense lo stereo, con suo profondo cruccio dato che gli toccò di troncare a metà nientemeno che “Burning down the house“ dei Talking Heads, ma David Byrne l’avrebbe certo perdonato, vista l‘importanza che il summit a due andava assumendo.
“Senti, Beto, Paolo è l’unico di noi quattro ad avere, da anni ormai, una ragazza fissa ed un lavoro stabile, nell’azienda di famiglia, della quale è naturalmente destinato ad assumere il comando. Tu studi ancora, io ho appena finito il militare, Karsi gestisce un bar coi suoi. Il nostro chitarrista è l’unico che ha davanti a sé l’obiettivo a breve scadenza di diventare un imprenditore, così come lo è ora il signor Pierluigi.
Non può sempre giocare alla rockstar, Beto. Ha ventiquattro anni, credo che dovrà per forza tagliare sempre più spazio ai divertimenti di contorno, come lo è il nostro gruppo”.
Stavolta Alberto non rideva più. Le sue sensazioni si erano dunque dimostrate affini a quelle di Gary. E lui che sperava di essere rasserenato.
“Tu credi che ci mollerà, voglio dire, cosa farà colla band?”. “E’ presto per dirlo, guarda, secondo me ci conviene prenderla come viene, però…”
“Però è proprio così, purtroppo” soggiungeva un adesso immalinconito leader, proseguendo: “D’altra parte, non ci eravamo mai fatti grosse idee circa una qualsiasi “carriera”, o sbaglio?!?“
La questione restò sospesa nel vuoto di una calda serata di fine luglio, una volta spento il motore del peugeot solo il totale silenzio antistante la corte di Torretta circondava adesso i due.
Beto e Alfonso si guardarono in faccia per qualche secondo senza dire più nulla. Il gerente dell’eccellente band “Dhegrado” si grattò la barbetta ispida e tossicchiò brevemente, poi rimirò assorto il cielo qua e là nuvoloso ma comunque puntellato di stelle. Indicò con il mignolo un punto lontano, tipo ET, poi cominciò piano a declamare un carme sconsolatamente privo di senso, delirando circa uno spettro puma che affonda i suoi pensieri nella nebbia di un bianco paesino annerito dal fumo, mentre il suo bassista intonava un accompagnamento a cappella simulando delle parti di basso e batteria tra un verso e l’altro, e persino un breve assolo di sax tenore in una pausa di silenzio.
Qualche rado passante incrociandoli li classificò per dei poveri mentecatti dediti alla bottiglia, mentre i due proseguirono tranquillamente sin verso le due del mattino prima di insultarsi con reciprocità per qualche vocalità male eseguita ed al fine separarsi.
Un paio di giorni più tardi, il signor Cassetti, che aveva gustato immensamente le proprie vacanze in Irlanda durante l’estate precedente, ripartì, con la stessa destinazione, insieme a un gruppo di amici.
Il soggiorno nelle verdi valli ebbe, ancora una volta, il potere di ritemprarlo egregiamente dalle fatiche dell’anno lavorativo messo alle spalle. Persino il recente soggiorno in ospedale e relativa lunga e fastidiosa riabilitazione erano un lontano puntino di dolore che sbiadiva tra i cieli limpidi e le scogliere frastagliate. Con la Guinness in una mano e la Marlboro nell’altra, Fabrizio osservava quelle meraviglie della natura, insolitamente meditabondo e taciturno, tanto che un suo compagno non mancò di rilevare questo suo atipico modo d’essere, e chiedergliene ragione.
“Sai, riflettevo.”
“Tu? Come mai?”
Doveva essere veramente assorto, per non cogliere la vaga malignità nella replica dell’amico. Ma Karsi tacque ancora per qualche secondo, seguendo il filo grigiastro del fumo che ascendeva a far tutt’uno con la linea soffice delle rade nubi che sovrastavano la valle.
“Si, io. Io che passo più di undici mesi all’anno in un bar, tranne qualche sera che mi ritaglio per andare a suonare da qualche parte. Devo venire qui, ogni volta, per rendermi conto di tutto quello che, forse, mi perdo.”
“Certo che lo spettacolo della natura qui mette i brividi! Non che da noi manchino le meraviglie, è ovvio, ma qui c’è sempre qualcosa di speciale..”
“Non è solo natura, è pace interiore, è silenzio, è pensieri finalmente liberi da pressioni, da tempistiche, da orari, da scadenze. E‘ il realizzare che ne ho bisogno, e il cercare di fare qualcosa.”
L’altro adesso lo ascoltava con interesse. Avrebbe voluto che l’amico proseguisse, ma Fabrizio lasciò cadere il discorso. Depose il boccale semivuoto e passeggiò piano, lo sguardo a perdersi lungo il fiumiciattolo che declinava a valle senza impedimenti, scorrendo semplicemente, libero.
Scese per la valle sino a lambire l’acqua corrente. Agli argini del torrentello si allargavano chiazze diseguali di ghiaia mista a sabbia. Si chinò e ne afferrò un pugno. Parve esaminare la rena per qualche istante, poi la lasciò scivolare placida dalle mani, sino a che si adagiò sul suolo.
Restò a guardare la quiete del quadro che aveva davanti, sordo ai richiami dell’amico che voleva rientrare con lui al baretto per un’altra birra prima di cena.
Non ne parlò più, per il resto della vacanza, ma qualche volta si sorprese nuovamente raccolto nella pacatezza dell’ambiente che lo circondava. Solo il giorno del rientro, tornò il Karsi consueto: compagnone, blandamente irritabile, generoso, pronto a riprendere la vita normale.
A poche migliaia di chilometri più a sudest, un altro componente del gruppo musicale “Dhegrado”, approfittando magari della mancata partenza per le vacanze, maturava nel frattempo un’azione fondamentale per il prosieguo della brillante carriera dello stesso.
Alfonso aveva, anzi ha tuttora, un cugino più giovane che sembrava voler seriamente imparare a suonare la chitarra. Oscar, 19 anni, seguiva ormai da qualche mese la band nei vari live oltre a fare spesso una capatina in saletta durante le prove, entrando presto in confidenza con i vari componenti. Alfonso fu sorpreso quando durante una visita a casa sua poco prima di ferragosto, lo sentì suonare praticamente a memoria i più recenti pezzi dei dhg. “Caspita, nemmeno io mi ricordo certe parti!” fu il primo commento che seppe uscirgli di bocca.
Quel giorno non disse nulla ad Oscar, ma quando verso la metà di settembre si ritrovò con gli altri, oltre i vari salamelecchi di rientro che non servivano a nulla, se ne uscì come segue: “Perché non ci prendiamo una chitarra di accompagnamento?”
Il signor Torretta, che si era appena lamentato presso gli altri di aver appena trascorso un’altra estate priva di sesso, guardò subito Cassetti, che però stava ancora considerando con sarcasmo l’affermazione del leader accendendo una marlboro medium e tenendo gli occhi bassi; allora rivolse lo sguardo verso Garavani, il quale invece andava squadrando Garimbelli e la sua idea, che per l‘imbarazzo soppesava il soffitto con occhiate generiche; per un attimo insomma nessuno si guardò in faccia.
Gli attimi che seguirono furono gli unici in tutta la storia della band durante i quali il serafico bassista ottenne finalmente una consistente dose di sfottò e insulti. La proposta non piaceva assolutamente a nessuno: tra le argomentazioni contrapposte, qualcuno se ne uscì con l’affermazione che i dhg erano un circolo esclusivo di sane menti distorte dal garage-punk, ed ho pochi dubbi che il lettore indovini donde nasceva tale pacchiana esposizione. Dal canto suo, Paolo appariva leggermente perplesso circa la giovane età del papabile nuovo ingresso; Karsi non disse niente di particolare, limitandosi a sottolineare il fatto che una chitarra di accompagnamento avrebbe potuto anche avere effetti perniciosi sulla spontaneità della musica: temeva il deleterio emergere di artifizi ed arzigogoli su quello che in fondo doveva essere un sound poderoso e senza interposizioni (anche se forse le parole proferite dal rotondetto musicista non furono esattamente queste).
Alfonso non pareva eccessivamente mortificato dalla generale riprovazione che il suo suggerimento aveva suscitato. Singhiozzando con mestizia, annunciò che si sarebbe scaraventato nel Naviglio ascoltando musica techno, tuttavia disdisse presto il lugubre proponimento, punto primo perché tanto sapeva nuotare, e secondo perché in quel periodo il corso d’acqua era in secca.
L’amico Karsi lo rianimò in fretta, con un sorriso ed una  pacca sulle spalle a mano aperta che avrebbe schiantato un rinoceronte, e infatti gli squartò la clavicola.
Ad ogni buon conto, poche settimane dopo, Oscar veniva ufficialmente “invitato nella saletta privata dei Dhegrado, per il lunedì, 23 settembre p.v., per le ore 21, gradita puntualità“, tramite missiva redatta dal leader e consegnatagli dal cugino.
Quella sera Alfonso, sentendosi evidentemente in dovere di far gli onori di casa, presentò brevemente Oscar agli altri, venendone efferatamente schernito dato che tutti già lo conoscevano, poi si schiarì la gola con mugghi bizzarri ed emise un enunciato farneticante che recitava più o meno come segue:
“Vedi, in realtà di una chitarra nuova non ce ne fregava niente, ma ora stiamo riflettendo che un innesto di tal fattura potrebbe ritornarci utile per empire i vuoti melodici durante gli assoli, poi magari si possono intrecciare le parti acustico-elettriche e vedere come si combinano, mettiamoci dentro anche il wah-wah, il multieffetti che ho visto che usi ed affidando tutto poi alla genialità che traspare tra queste quattro mura, alla versatilità del leader, al nostro successo con le ragazze ed alla pancia del Fat Karsi, insomma ci è sembrato un bel tentativo da provare, e se sei d’accordo bene, in caso contrario puoi anche andare a suonare con Phil Collins o Bryan Adams!!”
Quando finalmente Gary terminò il delirio e vide che Oscar rideva sgargiantemente con gli altri, Beto compreso, capì che il cugino avrebbe accettato. Subito dopo il fatidico “si”, si tenne una primissima prova a cinque per impostare lo amalgama della nuova line-up, finché verso mezzanotte Cassetti esplose in un vorticante turpiloquio per motivi sconosciuti ai più e si pensò bene di piantarla lì. Fu quella l’occasione in cui Oscar guadagnò il primo gettone di presenza al Bologna come membro ufficiale dei Dhg.
L’inserimento di Oscar fu per certi versi facilitato dal fatto che dal mese di ottobre Alberto aveva finalmente iniziato a frequentare il primo anno all’Accademia d’Arte Drammatica, e dato il contemporaneo prosieguo della caccia alla laurea in filosofia, fu temporaneamente costretto con dispiacere (più suo che degli altri) a diradare le sue presenze in sala prove.
Invece di spiegare fazzoletti ed intonare canti funebri, i ragazzi pensarono, durante un’improvvisata riunione nel cortile di Garavani, a come organizzare quegli ultimi mesi del 1991, così rigurgitanti di novità.
Paolo aveva diradato i propri contatti con Pisani, e tutto taceva anche sul versante “Magia Music Meeting”. Una telefonata investigativa di Alberto ai gestori del locale non portò altro risultato che un professionale: “Abbiamo le serate coperte almeno fino a febbraio, ma ci faremo vivi alla bisogna. Mi lascia il numero, cortesemente?”.
Nemmeno il vecchio Oratorio di Boffalora progettava in quel momento manifestazioni che riportassero in cartellone il nome dei Dhegrado.
Fu così stabilito di rinunciare agli impegni dal vivo ma non allo svolgimento di prove settimanali, con lo scopo ben preciso di velocizzare l’integrazione chitarristica del giovane neo acquisto, cercando d’ovviare il meglio possibile all’assenza del leader.