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L'ALTRA VITA

20 OTTOBRE 2017

 

Finalmente, dopo tre settimane aveva aperto gli occhi. Non che potesse vedere granchè, immobilizzato come era a letto. Poteva leggermente muovere le gambe, ma con cautela. Le braccia erano un pò più libere, almeno sarebbe stato in grado di cibarsi da solo, leggere, usare il computer. Non poteva in alcun modo nè alzarsi, ne sedersi. Bacino fratturato e convalescente, operazione teoricamente riuscita, ma era meglio aspettare ancora qualche tempo. Il dottore che aveva assistito al suo risveglio era stato categorico e l'aveva subito investito, era il caso di dirlo, di raccomandazioni.
Era stata proprio questa la preoccupazione della madre, la coercizione alla quiete assoluta. Proprio lui, obbligato sotto le coperte, proprio lui che aveva sette vite d'esuberanza addosso. Proprio lui, che in ventidue anni di scapestratura medio-alta, era passato dalla mania per il calcio a quella per le moto e adesso se ne stava sempre in giro rombando il più assordantemente possibile, su quelle astronavi a due ruote che a lei facevano paura soltanto a vederle, e tutte le volte che usciva di casa annunciato da quel rombo di tuono si rintanava in camera scoppiando in singhiozzi e pregando che anche per quella volta tutto andasse bene. Che qualcuno gli poggiasse la mano sulla testa, a quel figlio tanto temerario, per non dire incosciente, finchè risentiva lo stesso rombo di tuono tornare verso casa e spegnersi di colpo a un metro dal garage, e il suo cuore riprendeva il ritmo normale.
L'incidente poi, per colmo di ironia non era certo stato colpa sua. Dietro una curva d'un sentiero di campagna, dove amava scorrazzare più che sulle strade, s'era d'improvviso trovato davanti un leprotto, e l'unico leprotto immobile del mondo, forse paralizzato dalla paura e dal rumore, era toccato a lui. Lui che aveva sempre amato gli animali e che, diceva, stimava più degli umani. Aveva fatto un estremo tentativo per evitarlo, ed era finito lungo disteso sul prato, mentre la moto continuava la sua folle corsa per schiantarsi, lei sì, definitivamente, contro un palo della luce.
Tutti questi pensieri attraversavano la mente della madre mentre il figlio si svegliava, dopo un letargo di oltre venti giorni, ed ascoltava senza rispondere le mitragliate di raccomandazioni del medico. Il quale pareva aver sempre qualcosa di nuovo da vietare, da condizionare, da illustrare. Non taceva più. E lui, nel letto che lo guardava con aria strana, un'aria che la mamma non gli aveva mai visto. Lei invece, non vedeva l'ora che il medico finalmente tacesse, per risentire la voce di suo figlio. Finalmente lui gli chiese cosa si sentisse, in questo momento.
Il ragazzo guardò il dottore, senza dire nulla, finchè quest'ultimo lo incitò nuovamente a parlare. Ma dalla bocca del giovane uscirono solo brevi suoni disarticolati, a singhiozzo, intercalati da respiri faticosi, rossori, lacrime che spuntavano agli angoli degli occhi e gli rigavano la guancia. La mamma credette di svenire. Invece era sveglia, e terribilmente lucida quando vide il medico uscire a precipizio dalla stanza per rientrarvi dopo pochi minuti con un paio di colleghi, che provarono a sbloccare il semi mutismo del ragazzo. Fu a questo punto che la madre scoppiò in lacrime e s'abbandonò su una sedia presso alla finestra, giunse presto un'infermiera ad occuparsi di lei mentre il ragazzo fu riportato nello studio del medico, tra l'imbarazzo evidente del professionista e dei suoi colleghi.
Una settimana dopo, la madre del ragazzo fu finalmente messa a parte di ciò che era successo. Stavolta il medico non parve imbarazzato. Si limitò a dire che l'incidente era stato "brutto", l'intervento "tecnicamente riuscito" ma purtroppo un "minimo di rischio" andava sempre tenuto presente, e una "spiacevole conseguenza" s'era verificata. Il figlio aveva perso in parte l'uso della parola e anche le facoltà motorie non s'erano riprese come "s'erano auspicati". In questo momento il ragazzo era affetto in sostanza da "lieve ritardo". Terapie? A iosa, signora, quasi le sorrise il medico. Avrebbero cominciato con un bel corso di fisioterapia, poi tutta una serie di cure tese a "recuperare il più possibile le capacità psicomotorie del ragazzo", il quale peraltro, era sottinteso, non correva più alcun pericolo di vita ed era perfettamente reinseribile nella società.
Solo, con palese lentezza di movimenti e difficoltà d'espressione e, dulcis in fondo, l'assoluta incertezza che un giorno sarebbe potuto tornare normale.
Nella casa piombò una lancinante disperazione, tanto più cocente perchè seguita alla gioia dovuta al risveglio, per niente scontato, del ragazzo. Ma il tempo, che non rimargina mai le ferite, riesce talvolta a tramortire la rabbia e l'impotenza trasformandole in una quieta rassegnazione. Il ragazzo seguiva il programma di rieducazione, ma i progressi erano pressochè impercettibili. Tutti pensavano che la sua vita passata sarebbe stata un ricordo irripetibile. Lo stipendio che aveva già da qualche anno iniziato a percepire era stato sostituito da una pensione di invalidità, e lui passava i momenti delle giornate durante le quali non aveva a che fare con fisioterapisti e macchinari vari, seduto sul balcone in casa sua a guardare la strada, con uno strano sorriso stampato in faccia. Il padre, separato e da tempo lontano da casa, non vide nella nuova condizione del figlio una ragione per riprendere con maggior frequenza le visite.
La madre invece era pensionata, da poco. Impiegò alcuni mesi ad elaborare la nuova situazione; ad aiutarla compariva talvolta in casa la sorella, e più spesso qualche pietosa vicina di casa. Dopo alcuni mesi, il ragazzo cominciò a uscire di casa. Passò per le vie che faceva sempre prima dell’incidente, superò il parco, vide la piazza, i negozi, i colori dell’autunno che stava scendendo. Qualcuno che lo conosceva decise di ignorarlo, altri lo salutarono senza fermarsi. Un amico lo fermò. Volle informarsi brevemente su come stesse, pareva non aver remore a parlargli; pur trattandolo con gentilezza, poi se ne andò con un vago ci vediamo. Lui riprese il cammino, procedeva un po’ a fatica, si fermò spesso su delle panchine per prender fiato, non era abituato al movimento.
Arrivò sul sagrato della chiesa, stava per proseguire, ma si fermò, pensando che sua madre era certamente lì. Non aveva mai amato molto andare in chiesa, quando lo faceva era per compiacere sua madre. Entrò e sentì subito gli sguardi della gente addosso, di quella pietà mista a curiosità un pò macabra, sapeva che avrebbe dovuto abituarsi. Vide infatti subito suo madre, era inginocchiata poco lontano dall'altare. Volle andare da lei, chissà, magari le avrebbe fatto piacere vederlo lì, anche se lui, in realtà, s'era già pentito d'essere entrato e non vedeva l'ora di riguadagnare l'uscita.
Procedette lento sino alla panca ove era inginocchiata lei, le si sistemò di fianco, lei non se ne accorse subito. Restava giù, la testa fra le mani. A un metro da loro, il Crocefisso e le Sue cinque piaghe parevano fissarlo. Il ragazzo parve stupito da quello sguardo. Uno stupore che quasi si tramutava in disagio. Pensò: “Hai un bel guardarmi, con quello che mi è successo! Perchè non l'hai evitato? Mia madre dice che puoi tutto, che bisogna pregarti, affidarsi a te. E lei prega sempre, viene qui da sempre. Perchè hai lasciato che accadesse?"
Formulava questi pensieri con difficoltà, la madre era sempre raccolta, in ginocchio. Il Signore continuava a guardarlo. Finalmente la madre alzò il viso, guardò il figlio, gli sorrise. Il disagio di lui creebbe ancora. “Perché sono entrato qui?”, si chiese. Voleva andarsene, lasciare la madre alle sue preghiere e tornarsene a casa, ma i pensieri e i suoi riflessi parevano, in quel luogo, ancora più lenti, appannati. Il Signore continuava ad osservarlo, dalla sofferenza delle sue cinque piaghe.
Il ragazzo non ne poteva più. Salutò la madre, che ricambiò delusa, sperava che sarebbe rimasto un pò con lei, fece per uscire dalla panca. Prima d'andare via, guardò un'altra volta il Signore. Fu in quel momento: gli parve di vederlo sorridere, e il sorriso di Gesù sembrava quello di sua madre. Come in trance, si fermò, si risiedette alla panca. La madre se ne accorse subito: fece finta di niente, continuò a pregare, con un bisbiglio sommesso, ma il cuore le batteva un pò più forte.
Lui ci mise un pò, a dirlo, ma la madre lo comprese benissimo.
"Mamma, preghiamo insieme?"
Fu la prima di tante volte, che madre e figlio si presentarono in chiesa insieme, a pregare e a ringraziare. Grazie che lui fosse sopravvissuto, che compisse ogni giorno minimi miglioramenti, seppur talmente piccoli che la gente non se accorgeva neppure. E ogni volta che erano davanti al Signore lo vedevano sorridere, loro soltanto, sorridere malgrado le Sue cinque piaghe.
E iniziarono a sorridere anche loro.