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LA TERZA ETA' DEI BEATLES

09 Luglio 2010

Con il compimento dei settant’anni, Ringo Starr ha portato ufficialmente i Beatles nella terza età. Il “Naso” ha festeggiato a New York, tra concerti a Times Square prima e al Radio City Music Hall poi, con l’intermezzo della degustazione di una smisurata torta all’Hard Rock Cafè. A mezzogiorno in punto, Richard s’è rivolto alla folla chiedendo di scandire con lui lo slogan “Peace and Love”, e ricevendo idealmente, quarant'anni dopo, il testimone dal suo (amato) compagno di squadra John. Paul, a quanto ho capito, ha brillato per assenza, anche se i rapporti tra i due sono più che buoni praticamente da sempre.

Parlando di Beatles e di Ringo in particolare, colgo l’occasione per tirare una picconata, come si usava dire vent’anni fa, a un luogo comune, duro non solo a morire, ma anche ad ammalarsi seriamente. Nell’immaginario collettivo, Ringo è da sempre musicista di scarso talento e personalità, salito praticamente per caso sul treno più bello del mondo, con l’unica funzione di sorridere al momento giusto e dire sempre di si. Niente di più falso, ovviamente. Sorvolando sul fatto che Starr è sempre stato un batterista fantasioso e duttile, anche se forse non un virtuoso, ed ha sempre rivestito della miglior ritmica possibile le composizioni dei Beatles che nel corso della loro carriera andavano tecnicamente sempre più sofisticandosi, il serafico baronetto è stato anche protagonista di una rivalutazione che ha portato molti esponenti di spicco dello strumento (Collins fra tutti) a citarlo come modello.

E’ invece vero, verissimo, che la buona predisposizione d’animo e il carattere accondiscendente hanno spesso funto da balsamo rigeneratore nei momenti inevitabili in cui le personalità forti degli altri venivano in contrasto, disinnestando la miccia (finchè è stato possibile) dello scontro e della discordia. Un personaggio da rivalutare.

 

LA CATENA DI SANT'ANTONIO

03 Luglio 2010

 Vi arriva una catena di Sant’Antonio? Potete scegliere come

comportarvi, se come il signor Pastafresca o come il signor

Verdecampo, i protagonisti di questa storiella, che troverà poi

spazio nel prossimo libro di racconti.

Imbecillità e suggestione, connubio fatale………

 

LA CATENA DI SANT'ANTONIO

 


Il signor Giovanni Pastafresca e l’amico Luigi Verdecampo sono due appassionati hi-tech. Fanno a gara per acquistare gli ultimi modelli di telefonia e per aggiudicarsi ogni nuovo aggiornamento software sviscerando con pignoleria le cascate di offerte che quotidianamente il web propone. Vivono col cellulare in mano e il note-book nella ventiquattr’ore.  Una mattina di fine maggio, il signor Pastafresca riceve sul cellulare la classica catena di Sant Antonio, con la quale gli si promette salute, ricchezza e felicità tramite un semplice “inoltra” del messaggio ad altri dieci utenti. La mancata esecuzione gli avrebbe causato (in questo caso era stata ancora abbastanza magnanima) tre mesetti di disgrazie. Il signor Pastafresca non ci pensò un momento e cancellò il messaggio, detestando mentalmente l’”amico” che glielo aveva girato. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno, anche Verdecampo ricevette la catena. Restò indubbio sul dafarsi, dopodichè la rinviò ad altri dieci utenti, cercando di evitare gli amici più intimi per non avere storie; dimenticò presto l’episodio.
Qualche giorno dopo i due si incontrarono al bar e commentarono insieme.
“Io l’ho cancellata subito”, affermò Pastafresca.
“Ma no, io l’ ho rimandata, così per ridere”, ribattè l’amico, poi parlarono d’altro.
C’era da verificare un imperdibile offerta di tot ore di traffico
gratis sul cellulare mediante un vantaggiosissimo nuovo tipo di contratto, per cui trascorsero le successive tre ore a controllarne l’affidabilità. Quando verso mezzanotte stabilirono che non ne valeva la pena, rientrarono soddisfatti a casa.
Tre giorni dopo, Verdecampo ricevette una nuova catena. Piuttosto annoiato dalla circostanza, tuttora in dubbio su cosa fare, si accorse che arrivava dallo stesso mittente della precedente. Decise ancora una volta di inoltrarla, ma telefonò al conoscente pregandolo di non mandargli più nulla del genere. Stavolta inviò la catena a dieci utenti diversi dai precedenti, sempre selezionati tra quelli con cui aveva meno familiarità. La catena stavolta millantava unicamente salute certa per lunghi anni. Naturalmente l’interruzione della stessa avrebbe causato malattie improvvise ed in alcuni casi anche decessi.
L’umore del signor Verdecampo subì un’impennata la sera stessa quando, in collaborazione col fido Pastafresca, scovarono ed applicarono in due ore nette la più conveniente tra le quindici offerte uscite in quella settimana, che promettevano la miglior risoluzione assoluta nelle fotografie da telefonino. Non avrebbero mai scattato alcuna foto, cosa che non interessava minimamente i due amici, ma l’orgoglio di appropriarsi della miglior risoluzione sulla terra fu tale da meritarsi un brindisi a base di cedrata e patatine rosse.
Al risveglio il giorno dopo però un messaggino sospetto lo mise in allarme. Era la catena del giorno precedente, rinviatagli, evidentemente per errore, da uno dei destinatari. Così il buon Luigi chiamò subito la persona chiarendo il fatto che la catena non andava rispedita al mittente ed altre amenità, riuscendo anche ad entrare in frizione con l’ottimo antagonista e dato che nessuno voleva dar ragione all’altro, la telefonata proseguì per svariati minuti consentendo a Luigi di arrivare tardi al lavoro e di spendere 6/7 euro al vento. Trascorse il resto della giornata in calma apparente. Ma l’angoscia lo colse sul far della sera, allorchè realizzò che, seppur per errore, gli era pur sempre arrivata una nuova catena cui non aveva tuttora dato seguito. Dopo aver attraversato una notte agitata, decise che avrebbe inoltrato la catena vecchia per la seconda volta, fortunatamente aveva ancora una buona riserva di contatti cui non aveva ancora girato quel tipo di messaggio. Lanciò la nuova decina.
Secondo i suoi calcoli, ora avrebbe dovuto finalmente sentirsi meglio, invece una strana inquietudine s’impadroniva di lui man mano che passavano le ore. Ne parlò a Giovanni il quale fu davvero sorpreso di apprendere dello stato d’ansia dell’amico. Era sempre stato una persona serena, non riusciva a capacitarsene. Per distrarlo, quella sera lo portò allo stadio comunale ove era in corso la gara dello sputo del nocciolo di ciliegia. Per la cronaca, il trofeo (un barattolo di ciliegie snocciolate) se lo aggiudicò un tale che sparò il nocciolo a 27,50 mt. senza rincorsa. Quella notte Luigi dormì sereno, e per qualche giorno le nuvole scomparvero dal suo orizzonte.
Ma nel pomeriggio del terzo giorno, un lampo lo attraversò: aveva già spedito tre catene eppure non aveva avuto benefici, né d’ordine economico, né di salute o altro genere. Non se ne dispiaceva in realtà, non che si aspettasse subitanee ricchezze o elisir di lunga vita, però detestava il pensiero di essere stato in qualche modo infinocchiato. Inoltre ricordò che il suo amico Giovanni non aveva ancora ricevuto la “giusta punizione”. Quella sera, al bar:
“Ma…a te, finora, non è capitato niente?”
“Niente, di che genere?”
“Beh, nessuna rogna, che ne so… stai bene di salute? A soldi, come va? Il lavoro, la crisi, succede niente?!?”
“No, perché dovreb..ma che fai, meni gramo?”
“No..anzi, mi preoccupo per te..anzi, sono felice che va tutto bene! Magari andrà peggio più tardi…no, scusa, non volevo..beh ci vediamo, eh? Ciao, ciao…”
Giovanni scosse la testa e reputò che l’amico lavorava troppo. La sera seguente Luigi, per smuovere l’impasse, ebbe un’idea geniale. Pianificò di creare una catena tutta sua. In essa, prometteva genericamente che un desiderio che esisteva da sempre sarebbe divenuto realtà; l’interruzione della catena comportava il doverlo abbandonare definitivamente. Mandò il messaggio a ben venti contatti, includendo alcuni di quelli cui aveva già inviato i precedenti e che non avevano avuto niente da ridere, più altri.
Da questi ultimi però ricevette alcune telefonate di lamentela, dovendo così depennarli dalla lista dei futuri papabili riceventi. In più, dovette richiamare più volte coloro tra questi con cui teneva ad aver buoni rapporti per cercare di ricucire lo strappo, cosa che gli costò non poca fatica, stress e denaro. Invece di stare meglio, nuove sensazioni d’apprensione lo colsero. Inevitabilmente aveva l’impressione di commettere qualcosa di poco pulito. Un nervosismo latente lo accompagnava anche sul lavoro e nella vita di tutti i giorni. Non stava meglio finanziariamente. Non aveva ancora ricevuto alcuno dei benefici decantati ed aveva già speso decine di euro tra catene inviate e relative telefonate di chiarificazioni.
Cominciarono le ritorsioni. Più d’uno dei riceventi delle sue catene, create o inoltrate, gli rinviarono catene sempre nuove e dalle condizioni più stravaganti ed ovviamente irrinunciabili. Entrato ormai nel vortice della dipendenza, le reinoltrava tutte. Non badava più ormai a cosa promettessero o minacciassero. Anche i suoi destinatari erano ormai scelti a caso tra i suoi contatti. Se qualcuno richiamava per questionare, non si dava più nemmeno la pena di ribattere lasciando sfogare l’interlocutore senza replicare. Staccava il telefono per lunghi tratti, e spesso trovava una nuova catena una volta riavviatolo. Lungi dallo sparire, le sue agitazioni si dilatarono, tanto da causargli insonnia e palpitazioni improvvise, finchè cadde malato.
Una bella mattina verso il 20 di giugno, Giovanni Pastafresca realizzò che erano svariati giorni che non aveva contatti con l’amico. Eppure nuove offerte hi-tech piovevano a catinelle e Luigi era sempre il primo a combinare appuntamenti per approfondirle. Si preoccupò ulteriormente a causa del fatto che non riusciva a contattarlo al cellulare. Si risolse così a recarsi a casa sua e lo trovò in stato pietoso. Luigi, che era stato molto riservato su quanto gli andava capitando, alla fine si decise a raccontargli l’intera faccenda.
Giovanni restò un intero pomeriggio al capezzale dell’amico, e tornò per tre o quattro giorni di fila. Riaccese il cellulare di
Luigi e cominciò a cancellare senza pietà ogni nuova catena che si ripresentasse, intimando a Verdecampo di fare lo stesso in sua assenza, pena l’abbandono al suo destino. Piano l’ammalato iniziò a dare segni di miglioramento, il quarto giorno ricominciò ad interessarsi al lancio di una nuova irrinunciabile fornitura di adsl + tot ore di navigazione gratis. Dieci giorni dopo tornò al lavoro e Giovanni gli lasciò in prova il cellulare in gestione, per testare la sua guarigione. Intorno alla metà di luglio, non arrivò più nessuna catena, né telefonate relative. Ogni traccia di malattia era sparita.
Luigi si dimostrò molto riconoscente. Per prima cosa offrì a Giovanni una cena ed intestò a suo nome un irrinunciabile convenzione telefonica con un gestore emergente per 800 ore a spesa ridotta, purchè effettuata tutta entro una settimana. Durante la cena però, non ce la faceva più dalla curiosità ed infine porse a Pastafresca la domanda che voleva fargli da quasi due mesi.
“Per non aver inoltrato quella prima catena, dici? No, mai niente di niente, anzi! Sto benissimo, il lavoro va a gonfie vele, ho rimediato una cena ed un vantaggiosissimo contratto telefonico
!”

 

LA PAGA DEL VOLONTARIO

28 GIUGNO 2010

In genere mi trovo piuttosto a disagio a parlare della mia attività di volontario. Temo sempre di oltrepassare il confine tra informazione e autocelebrazione, e ritengo che nella sezione apposita ci siano tutte le informazioni necessarie per chi voglia intraprendere questo cammino. Ma ieri mi trovavo in ospedale al cospetto di una signora molto anziana, impossibilitata all’uso di braccia e gambe, per la quale la presenza del personale infermieristico, e del volontario, è l’unico mezzo per mangiare, muoversi, esistere.

Mi guarda e recrimina sulla propria inutilità e sul fatto che il Signore dovrebbe richiamarla a Sé.

Non servono parole, per queste situazioni. La sola cosa utile è star vicino a queste persone, aiutando, pazientando cercando di non far pesare loro l’umiliazione che provano, in questa condizione totalmente dipendente dalla cura del prossimo.

Qualche minuto dopo, la signora s’è addormentata, quietamente, e io sono uscito dalla stanza.

Sono ripassato dopo una mezz’oretta, e la signora era sveglia, m’ha sorriso. Per il momento, m’ha detto, non aveva bisogno più niente.

Questa è la paga del volontario, e la vera ragione che ti fa alzare presto una mattina di festa.

Quando mi chiedo, e càpita, chi me lo fa fare, e quando mi sembra solo di buttar via del tempo, bastano pochi minuti sul posto, per farmi arrossire di questo pensiero.

 

L'EREMITA E LE STAGIONI DELL'AMORE

23 GIUGNO 2010

Voi cosa ne pensate? Ha ragione lui?

 

L'eremita e le stagioni dell'amore

E che io non sia dileggiato, 
che non venga compatito
per l'isolamento 
cui mi sono votato.
Io dell'amore
ho vissuto la stagione migliore,
giovane e intenso
sincero e fugace
al riparo dei raggiri del tempo,
dalle sue promesse vane

 

 

 

 

 

IL NUOVO TEATRO DI QUALITA' ITALIANO: LA COMPAGNIA ASTORTINTI.

19 GIUGNO 2010

Questa settimana poniamo l’accento su una delle più brillanti realtà del nuovo teatro italiano: la compagnia “Astortinti”, composta dagli attori e registi Paola Tintinelli e Alberto Astorri.

Con alle spalle un’attività ormai ultradecennale, la compagnia ha attraversato lo stivale con progetti avanguardistici, con un occhio sempre attento alle continue metamorfosi della nostra nevrotica quotidianità. Qualche tempo fa è sbarcato a Milano il nuovo lavoro della coppia, “Amurdur”, , in cooperazione coll’ attore tosco-ligure Simone Ricciardi.
Lo spettacolo non si basa su di una trama, consistendo bensì di una toccante trasposizione dell’Oggi, sopra un palcoscenico disseminato di amplificatori, casse e strumenti d’ogni genere, all’interno del quale il buio del mondo odierno viene delineato tramite il sound selvaggio di una band creata all’uopo, gli Hamletmachine.Un concerto-descrizione dell’uomo post-duemila.
Anche questa piéce, come le più graffianti produzioni dell’avveniristica compagnia, vive dunque di metafore ed immagini ed illustra alla perfezione il timore del domani, l’incomunicabilità derivante dai nostri stili di vita, la grettezza dei mezzi di informazione (un grande Ricciardi alla consolle) e del becero universo moderno.

Istigando a lottare, a rivoltarsi per cambiare, in un crescendo deflagrante di tensioni, di allucinazioni, di tormenti senza pace. Dilatati vieppiù dalla lacerante solitudine cui l’artista risulta inesorabilmente confinato, disdegnato com’è da un’audience che non comprende il messaggio che lancia. (Illuminante a tal proposito la mesta considerazione che “scappa” al frontman del gruppo: "Che vita che faccio...sempre così, sulla sponda del rischio...")

Come non dedicare poi una citazione alla figura di Paola Tintinelli, particolarmente efficace nell’impersonare il regista dello show, che cerca di far mettere al pubblico una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio (“E’ buono, e...perché è buono..."). Questi viene però viene duramente rimbeccato e biasimato dal pubblico stesso, sordo e cieco, nella figura di un vecchio, rappresentato dalla fiorente vena drammatica di Alberto Astorri, che, con asprezza e sarcasmo, smoccola sulla vanità degli impulsi, delle passioni. I nostri giorni s’ esauriranno comunque nell’amarezza, nella consapevolezza dell’inutilità delle lotte e delle precarie, inconcludenti proclamazioni di indipendenza.

Il momento topico è nel monologo finale di Astorri, con uno struggente richiamo/anatema al padre, dolorose considerazioni sulla sua “privilegiata” esistenza di rock star e le più profonde, amare riflessioni sulla vita attuale: “Gli angeli sono scesi sulla terra, hanno accatastato le loro ali creando una colonna altissima, e hanno attizzato il fuoco, bruciando tutto sino al cielo…siamo rimasti soli! Siamo rimasti soli!!!!” Ed insinuante, si fa largo in scena il simbolo del degrado cui l’umanità è ormai destinata: il ritorno ai primati, alla sembianza scimmiesca rappresentata da un camaleontico e pregnante Simone Ricciardi. Ossia il clamoroso fallimento della “vincente” e ipertecnologica generazione contemporanea. La cronaca della caduta delle aspirazioni umane ha la coprente, trascinante colonna sonora di Coule la vie, di Giorgio Canale & i Rossofuoco.
“Amurdur” trasuda decisamente tensioni artistiche e moti emozionali di tutto rispetto, quali avevamo già ammirato nelle più riuscite pièce della compagnia, dal Titanic alla crudele Rosa di nessuno.

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Alfonso

 
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