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LA SERATA DI EQUIVOCI MUSICALI

26 OTTOBRE 2017

 

Sabato 28 Ottobre ore 21 Quartetto Archimia con Rachel O'Brien a Nova Milanese. Virtuosi, simpatici e sorprendenti, hanno girato e stupito il mondo con il loro modo di suonare eclettico, capace di spaziare da Bach a Piazzolla. Non c'è modo migliore per iniziare questa nuova stagione musicale. Scoprila qui: https://www.teatrobinarionova.com/musica
Ti aspettiamo sabato. Rimarrai a bocca aperta.....
Nova Milanese EquiVoci Musicali Quartetto Archimia Full

 

TIZIANO, VOL.4

23 OTTOBRE 2017

 

Tiziano, ovvero i pazzi sono loro, volume 4.

Vista la calda serata estiva, Tiziano decide di farsi un giro a piedi per le stradine del suo paese. Discende lungo l’ampia vallata che si snidava oltre il ponte sul fiumiciattolo e si dirige verso la fine del centro abitato, dove incomincia la campagna. Curioso osservatore delle traiettorie tese dagli uccelli nei loro voli, Tiziano era da sempre più abituato a guardare in alto che in basso o dritto davanti a sé, ed anche stavolta il giovane rischia paurose collisioni nel corso del tragitto, e forse sono proprio i suoi amati volatili ad intercedere per lui presso il Creatore,affinché tenga tutte e due le mani ben salde sul soggetto. Fatto sta che il ragazzo approda incolume in vista delle ultime abitazioni, prima che il paesaggio si dipani in una verdissima pianura disseminata di cascinali, campi, torrentelli, boschi di faggi e betulle. Proprio all’altezza di una delle ultime abitazioni, qualcosa attira la volubile attenzione di Tiziano. All’interno del giardino d’una villa s’eleva una maestosa quercia, doveva essere molto vecchia, è disseminata di rami nodosi, contorti, molti di essi sporgenti oltre il muro di cinta. Li, Tiziano individua un gran nido di rondine, collocato però in modo piuttosto innaturale, obliquo tra i rami, dando quasi la sensazione che possa cadere da un momento all’altro. Resta qualche secondo fermo a guardarlo, il tempo necessario per confermare le sensazioni suscitate in lui da quella vista, poi passa all’azione.

S’arrampica lesto sul muretto di cinta, sul quale s’issa poi in piedi con animalesca agilità. Un istante più tardi si sta già inerpicando per i massicci rami sporgenti della vecchia quercia. Raggiunto il nido pericolante, si siede a cavalcioni di un ramo ed inizia a studiare la situazione in modo da raddrizzare il nido senza danneggiarlo o rovesciarne le uova. Era straordinariamente penzolante. Il nido conteneva ben quattro uova, ed erano ancora intere, nota il giovane con sollievo. Si guarda intorno, senza veder traccia di rondini. Ma più in là, oltre la gonfia sagoma della grossa quercia appena rischiarata dalla luna, vede appollaiati sotto una tettoia una coppia di corvacci. Silenziosi, che paiono guardare proprio lui, quasi con aria di sfida. “Ecco cosa è successo al nido”, ragionò. In assenza delle rondini, i corvi lo avevano attaccato, ma tutto ciò che erano riusciti a fare era stato sradicarlo dal ramo su cui poggiava, al quale ormai solo un lembo di legno sottile lo teneva agganciato. Incurante della loro presenza, Tiziano sistema una delle sue enormi mani sotto il nido, mentre afferra con l’altra il batuffolo di legno che lo teneva sospeso. Con prudenza ossessionante e mossettine impercettibili, Tiziano riesce alfine a risollevare il nido ed a reinstallarlo nella posizione originaria, favorito dal solco formatosi in un incavo del ramo. Ma non fa in tempo a compiacersi dell’operato perché, preceduti da fragorosi sbattiti d’ali e gracchiate stridule e sinistre, i corvacci gli sono addosso. Tiziano subodora il pericolo, afferra un ramo appuntito e scevro da foglie ed ingaggia un aspro combattimento, cercando di allontanare le bestiacce. Dopo una battaglia di una decina di minuti, è il ragazzo a spuntarla, anche se mezzo punzecchiato qua e là: i corvi fuggono in volo, strepitando orribilmente e con convulsi colpi d’ala. Il giovane è tanto più soddisfatto, dato che nella colluttazione il nido non ha riportato danni o malaugurate sottrazioni. Ma è un appagamento di breve durata. Svegliato di soprassalto per il rumore, il proprietario della villa s’è destato, ha acceso le luci in casa, ha verificato che l’allarme non sia scattato e che dentro tutto fosse in ordine. S’avvicina con circospezione all’ingresso, apre piano la porta. Sente ora nitidi i rumori e la colluttazione. Ecco, là presso il muro di cinta, avverte l’agitarsi delle fronde, sgradevoli gracchi, colpi che vibrano. Tra mille cautele s’appropinqua verso la quercia proprio mentre i corvi si danno alla fuga. L’uomo è attraversato da un moto di sollievo, ma s’incupisce subito, allorchè si rende conto che tra le folte frasche della quercia sta capitando ancora qualcosa di strano. Ancora stormire, scricchiolare di rami, mentre non tira un alito di vento e gli altri alberi del giardino sono perfettamente immobili. Con uno sforzo coraggioso giunge a pochi passi dalla quercia, e vi scorge Tiziano che andava riassestando il nido. Terrorizzato, il buon uomo corre in casa, prende lo schioppo e strepitando verso l’intruso esplode un paio di colpi in aria.

Stavolta il ragazzo sull’albero si spaventa sul serio. Quasi perde l’equilibrio rischiando di sfracellarsi al suolo. Mantenuta per miracolo la stabilità, lancia un’occhiata veloce al nido, per assicurarsi che sia sempre al proprio posto, poi tutto trafelato, grondante sudore, comincia a giustificarsi presso il padrone della villa. Il quale però non lo può sentire, perché tuttora urla il doppio di Tiziano, s’agita, gli tremano le mani e per fortuna o per istinto ha pensato almeno di deporre il fucile a terra!. Di colpo riprende l’arma e sempre strillando ritorna in casa correndo. Ma Tiziano non fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, perché in quello stesso istante le rondini fanno ritorno al nido. Il ragazzo ne distingue tre che gli svolazzano intorno, nel tentativo di beccarlo e scacciarlo. Il giovane si prepara di nuovo a difendersi, ma questa volta incontra molte più difficoltà, perché non intende far del male alle rondinelle. Così è una lotta impari, e Tiziano è costretto alla ritirata. Cercando di mantenere il bilanciamento  eccolo scendere di ramo in ramo verso l’agognato muretto di cinta. Quando vi arriva è mezzo smangiucchiato dalle rondini, che nel frattempo l’hanno per fortuna trascurato per ritornare al nido. E ancora una volta, il conforto del ragazzo ha vita breve. Mentre ancora sta poggiando il piedone sul muro, avverte l’ululare di sirene, frastuono di clacson, stridore di freni, sbattersi di portiere, affrettarsi di passi, sibili di lanciarazzi e lacrimogeni, brandire di manganelli e revolver, il tutto verso di lui. “Scendi subito, con le mani dietro la schiena, e non tentare scherzi. Sei circondato.” Tiziano è fermo e ritto in piedi sul muretto. Totalmente immobile ma non per lo spavento. Solo si chiede come possa scendere dal muro mantenendo le mani dietro la schiena.

Cerca di spiegare ad un agente il suo problema, e questi gli concede allora di scendere tenendo le  mani alzate. Non sapendo come fare, Tiziano eleva le braccia, si piega sulle ginocchia il più possibile e si lancia a piedi uniti giù dal muretto. Di tempra assai robusta, il giovanotto si limita a sbucciarsi le ginocchia. Una volta a terra, è subito catturato ed ammanettato da tre poliziotti corpulenti e decisi a tutto pur di ridurre il criminale alla ragione; la scena avvenne sotto lo sguardo compiaciuto del padrone della villa che aveva allertato le forze dell’ordine. Con grande stupore dei gendarmi e delusione della folla da stadio che si era nel contempo radunata, speranzosa di vedere almeno un po’ di sangue, Tiziano si lascia condurre via senza opporre la minima resistenza. Dà un’ultima occhiata alla quercia, e il suo cuore si riempie di gioia nel vedere il nido stabilmente al suo posto e le rondini accovacciate in prossimità dello stesso, placide e beatamente intente a vezzeggiare i piccoli, che vedevano la luce proprio in quel momento, allo schiudersi delle uova.

 

L'ALTRA VITA

20 OTTOBRE 2017

 

Finalmente, dopo tre settimane aveva aperto gli occhi. Non che potesse vedere granchè, immobilizzato come era a letto. Poteva leggermente muovere le gambe, ma con cautela. Le braccia erano un pò più libere, almeno sarebbe stato in grado di cibarsi da solo, leggere, usare il computer. Non poteva in alcun modo nè alzarsi, ne sedersi. Bacino fratturato e convalescente, operazione teoricamente riuscita, ma era meglio aspettare ancora qualche tempo. Il dottore che aveva assistito al suo risveglio era stato categorico e l'aveva subito investito, era il caso di dirlo, di raccomandazioni.
Era stata proprio questa la preoccupazione della madre, la coercizione alla quiete assoluta. Proprio lui, obbligato sotto le coperte, proprio lui che aveva sette vite d'esuberanza addosso. Proprio lui, che in ventidue anni di scapestratura medio-alta, era passato dalla mania per il calcio a quella per le moto e adesso se ne stava sempre in giro rombando il più assordantemente possibile, su quelle astronavi a due ruote che a lei facevano paura soltanto a vederle, e tutte le volte che usciva di casa annunciato da quel rombo di tuono si rintanava in camera scoppiando in singhiozzi e pregando che anche per quella volta tutto andasse bene. Che qualcuno gli poggiasse la mano sulla testa, a quel figlio tanto temerario, per non dire incosciente, finchè risentiva lo stesso rombo di tuono tornare verso casa e spegnersi di colpo a un metro dal garage, e il suo cuore riprendeva il ritmo normale.
L'incidente poi, per colmo di ironia non era certo stato colpa sua. Dietro una curva d'un sentiero di campagna, dove amava scorrazzare più che sulle strade, s'era d'improvviso trovato davanti un leprotto, e l'unico leprotto immobile del mondo, forse paralizzato dalla paura e dal rumore, era toccato a lui. Lui che aveva sempre amato gli animali e che, diceva, stimava più degli umani. Aveva fatto un estremo tentativo per evitarlo, ed era finito lungo disteso sul prato, mentre la moto continuava la sua folle corsa per schiantarsi, lei sì, definitivamente, contro un palo della luce.
Tutti questi pensieri attraversavano la mente della madre mentre il figlio si svegliava, dopo un letargo di oltre venti giorni, ed ascoltava senza rispondere le mitragliate di raccomandazioni del medico. Il quale pareva aver sempre qualcosa di nuovo da vietare, da condizionare, da illustrare. Non taceva più. E lui, nel letto che lo guardava con aria strana, un'aria che la mamma non gli aveva mai visto. Lei invece, non vedeva l'ora che il medico finalmente tacesse, per risentire la voce di suo figlio. Finalmente lui gli chiese cosa si sentisse, in questo momento.
Il ragazzo guardò il dottore, senza dire nulla, finchè quest'ultimo lo incitò nuovamente a parlare. Ma dalla bocca del giovane uscirono solo brevi suoni disarticolati, a singhiozzo, intercalati da respiri faticosi, rossori, lacrime che spuntavano agli angoli degli occhi e gli rigavano la guancia. La mamma credette di svenire. Invece era sveglia, e terribilmente lucida quando vide il medico uscire a precipizio dalla stanza per rientrarvi dopo pochi minuti con un paio di colleghi, che provarono a sbloccare il semi mutismo del ragazzo. Fu a questo punto che la madre scoppiò in lacrime e s'abbandonò su una sedia presso alla finestra, giunse presto un'infermiera ad occuparsi di lei mentre il ragazzo fu riportato nello studio del medico, tra l'imbarazzo evidente del professionista e dei suoi colleghi.
Una settimana dopo, la madre del ragazzo fu finalmente messa a parte di ciò che era successo. Stavolta il medico non parve imbarazzato. Si limitò a dire che l'incidente era stato "brutto", l'intervento "tecnicamente riuscito" ma purtroppo un "minimo di rischio" andava sempre tenuto presente, e una "spiacevole conseguenza" s'era verificata. Il figlio aveva perso in parte l'uso della parola e anche le facoltà motorie non s'erano riprese come "s'erano auspicati". In questo momento il ragazzo era affetto in sostanza da "lieve ritardo". Terapie? A iosa, signora, quasi le sorrise il medico. Avrebbero cominciato con un bel corso di fisioterapia, poi tutta una serie di cure tese a "recuperare il più possibile le capacità psicomotorie del ragazzo", il quale peraltro, era sottinteso, non correva più alcun pericolo di vita ed era perfettamente reinseribile nella società.
Solo, con palese lentezza di movimenti e difficoltà d'espressione e, dulcis in fondo, l'assoluta incertezza che un giorno sarebbe potuto tornare normale.
Nella casa piombò una lancinante disperazione, tanto più cocente perchè seguita alla gioia dovuta al risveglio, per niente scontato, del ragazzo. Ma il tempo, che non rimargina mai le ferite, riesce talvolta a tramortire la rabbia e l'impotenza trasformandole in una quieta rassegnazione. Il ragazzo seguiva il programma di rieducazione, ma i progressi erano pressochè impercettibili. Tutti pensavano che la sua vita passata sarebbe stata un ricordo irripetibile. Lo stipendio che aveva già da qualche anno iniziato a percepire era stato sostituito da una pensione di invalidità, e lui passava i momenti delle giornate durante le quali non aveva a che fare con fisioterapisti e macchinari vari, seduto sul balcone in casa sua a guardare la strada, con uno strano sorriso stampato in faccia. Il padre, separato e da tempo lontano da casa, non vide nella nuova condizione del figlio una ragione per riprendere con maggior frequenza le visite.
La madre invece era pensionata, da poco. Impiegò alcuni mesi ad elaborare la nuova situazione; ad aiutarla compariva talvolta in casa la sorella, e più spesso qualche pietosa vicina di casa. Dopo alcuni mesi, il ragazzo cominciò a uscire di casa. Passò per le vie che faceva sempre prima dell’incidente, superò il parco, vide la piazza, i negozi, i colori dell’autunno che stava scendendo. Qualcuno che lo conosceva decise di ignorarlo, altri lo salutarono senza fermarsi. Un amico lo fermò. Volle informarsi brevemente su come stesse, pareva non aver remore a parlargli; pur trattandolo con gentilezza, poi se ne andò con un vago ci vediamo. Lui riprese il cammino, procedeva un po’ a fatica, si fermò spesso su delle panchine per prender fiato, non era abituato al movimento.
Arrivò sul sagrato della chiesa, stava per proseguire, ma si fermò, pensando che sua madre era certamente lì. Non aveva mai amato molto andare in chiesa, quando lo faceva era per compiacere sua madre. Entrò e sentì subito gli sguardi della gente addosso, di quella pietà mista a curiosità un pò macabra, sapeva che avrebbe dovuto abituarsi. Vide infatti subito suo madre, era inginocchiata poco lontano dall'altare. Volle andare da lei, chissà, magari le avrebbe fatto piacere vederlo lì, anche se lui, in realtà, s'era già pentito d'essere entrato e non vedeva l'ora di riguadagnare l'uscita.
Procedette lento sino alla panca ove era inginocchiata lei, le si sistemò di fianco, lei non se ne accorse subito. Restava giù, la testa fra le mani. A un metro da loro, il Crocefisso e le Sue cinque piaghe parevano fissarlo. Il ragazzo parve stupito da quello sguardo. Uno stupore che quasi si tramutava in disagio. Pensò: “Hai un bel guardarmi, con quello che mi è successo! Perchè non l'hai evitato? Mia madre dice che puoi tutto, che bisogna pregarti, affidarsi a te. E lei prega sempre, viene qui da sempre. Perchè hai lasciato che accadesse?"
Formulava questi pensieri con difficoltà, la madre era sempre raccolta, in ginocchio. Il Signore continuava a guardarlo. Finalmente la madre alzò il viso, guardò il figlio, gli sorrise. Il disagio di lui creebbe ancora. “Perché sono entrato qui?”, si chiese. Voleva andarsene, lasciare la madre alle sue preghiere e tornarsene a casa, ma i pensieri e i suoi riflessi parevano, in quel luogo, ancora più lenti, appannati. Il Signore continuava ad osservarlo, dalla sofferenza delle sue cinque piaghe.
Il ragazzo non ne poteva più. Salutò la madre, che ricambiò delusa, sperava che sarebbe rimasto un pò con lei, fece per uscire dalla panca. Prima d'andare via, guardò un'altra volta il Signore. Fu in quel momento: gli parve di vederlo sorridere, e il sorriso di Gesù sembrava quello di sua madre. Come in trance, si fermò, si risiedette alla panca. La madre se ne accorse subito: fece finta di niente, continuò a pregare, con un bisbiglio sommesso, ma il cuore le batteva un pò più forte.
Lui ci mise un pò, a dirlo, ma la madre lo comprese benissimo.
"Mamma, preghiamo insieme?"
Fu la prima di tante volte, che madre e figlio si presentarono in chiesa insieme, a pregare e a ringraziare. Grazie che lui fosse sopravvissuto, che compisse ogni giorno minimi miglioramenti, seppur talmente piccoli che la gente non se accorgeva neppure. E ogni volta che erano davanti al Signore lo vedevano sorridere, loro soltanto, sorridere malgrado le Sue cinque piaghe.
E iniziarono a sorridere anche loro.

 

POESIA SPICCIOLA

11 OTTOBRE 2017

 

Poesia spicciola

 

una volta

 

una volta il cielo

era più gentile

donava struggenti storie d’amore

le più durature

e tu, allora, saresti esistita,

t’avrei trovata in un lampo

e di sola, pura essenza

un’intera esistenza avremmo vissuta

 

 

 

 

ecco, al traguardo

 

ecco, al traguardo,

al candore dei capelli

corrisponderà quello dell’anima

 

 

 

 

la mano vecchia


 

una mano vecchia

rugosa

sulla mia spalla

adesso più che spronare, riposa

 

è un sollievo

 

e ci ho messo così tanto

a non poterne fare a meno,

ora che è flebile,

il tocco

 

 

colloquio per voce e silenzio


 

potessi credere davvero

che tu m'ascolti

potessi attribuirti un calore, definirti una gioia

potessi sentirti davvero

consolazione, annuncio

come muterebbero i miei giorni!

 

potessi fermare il flusso delle cantilene grottesche,

delle parole vane, condannate,

scollegate dalla mente, dal cuore

dare un senso a tante promesse

strozzate nel buio,

in un greve colloquio per voce e silenzio

 

 

 

 

 

SALE TRA I CAPELLI

8 OTTOBRE 2017

 

30 settembre, lunedi', come uno scherzo del destino, proprio in questo giorno doveva succedere, e lui quando se n'era reso conto s'era messo a ridere. Come, proprio una giornata come oggi, che ti dà l'illusione di cominciare qualcosa, una nuova settimana, nuove prospettive, nuova vita, era invece la giornata in cui la spiaggia chiudeva per autunno. anche l'ultimo bagno, gliel'avevano detto già della sera prima:
"Caro mio, domani si chiude, resti solo tu, che scenderai a fare in spiaggia?"

Danno e beffa insieme. Altro che lunedì d'inizio, era il segnale del letargo che iniziava, lungo, gommoso, inattaccabile. E proprio quel giorno lì, già triste di suo, doveva succedere.

 

Lui lo sapeva anche se non stava scritto da nessuna parte, quello era un appuntamento che si sentiva a pelle, non era segnato su quei maledetti calendari, gli stessi che oggi stabilivano che con settembre finisce anche la vita della spiaggia.

Proprio in quel giorno, senza più nemmeno l'eco dei fremiti delle avventure che avevano attraversato il bagnasciuga come una scossa elettrica, infondendogli un senso; proprio quel giorno, con la sabbia appiattita dei castelli, delle buche, delle piste, dei loro piccoli autori già compressi in angusti banchi di legno, dove verranno allenati a diventare grandi. Proprio in quella data, quando ormai i pezzi della stagione vissuta sono racchiusi in flashback che saranno riproposti d'inverno, davanti al camino, schiudendo l'archivio della digitale.

Si, proprio quel giorno. Lui lo sapeva, e in fondo non se ne disperava, quale occasione migliore se non quella, che gli permetteva di non acuire ulteriormente il proprio rammarico.

 

Guarda l'orologio, le dieci e quasi tutto tace, gli ombrelloni sono pungiglioni spuntati che d'altronde questa flebile spolverata di sole renderebbe inutili, presto li caricheranno e li porteranno via, e per la prima volta quest'innaturale asportazione non gli avrebbe fatto del male.

Ultimamente sperava di sparire con i sogni notturni, che gli evitassero la sofferenza di vedere mare e spiaggia così malmessi, attraversati solo da radi pescatori rugosi col cappello color stoppia, d'età indefinibile come la sua. Bruciati da un sole che non temono, del tipo che dopo aver passato la vita a sognare un oceano si ritrovano ad uscire all'alba dal sottopassaggio accanto alla fogna e rientrare la sera e sbuffare alla moglie, intenta a mondar l'insalata con mani automatiche ed occhi bassi. Ogni tanto passava una nave e lui la scrutava diffidente, senza pensare a quando anni prima ci viveva e da lontano vedeva le cabine, che gli sembravano simili a file di arnie colme del miele gustoso dell'allegra bagarre dei turisti. Oggi invece, come ogni momento di chiusura, gli davano l'impressione di gusci scrostati di marrone marcio, capanni d'assenza invisibili che paiono incapaci di sopravvivere all'inverno. Ma oggi è diverso, perchè oggi è quel giorno, e solo per caso coincide con la chiusura. Perchè sa bene che, invece, tutto ciò che intorno gli sembra morto tornerà, a differenza sua.

 

 

Adesso i sassi gli parevano diversi, perdevano le colorazioni grigiastre per ricoprirsi d'un bianco innocente, immacolato, libero. E stava lì, stava lì' a guardare questi sassi candidi nel deserto d'un mare mostruosamente indifferente al suo dramma, doppio per giunta, proprio lui che con le acque aveva vissuto in simbiosi tutta la vita, adesso le sentiva placide voltargli le spalle, e stavolta non solo in senso letterale. Suona mezzogiorno e lui era sempre lì, vede due ragazzi corrergli incontro, con l'ipod e le scarpe da tennis, voi non amate il mare, avrebbe voluto urlargli in faccia ma quello che gli era uscito non era altro che una sorta di gemito afono, incomprensibile. S'aspettava che lo ignorassero o lo irridessero, invece gli avevano sorriso e avevano proseguito, sbuffando e correndo in quell'oltraggioso abbigliamento.

 

 

Non era tornato a casa a mangiare e sapeva che non sarebbe stato cercato, se lo erano detto col silenzio d'un solo sguardo, era la prima volta che non c'era stato bisogno di spiegazioni, per fortuna almeno in quell'istante si era sentito compreso, accettato. Tanto il sole delle due, delle tre, non faceva niente, non scaldava e nemmeno sarebbe servito. Infatti era rimasto lì, come inebetito nell’accecante stagnazione di una stagione finita, in totale assenza di vento, senza alcuna percezione del tempo che passava. Quando la labile carezza del sole s’era esaurita del tutto, l’aveva assalito da un brivido di freddo.

Era quello il segnale, lo era sempre stato, di tornare a casa. Il primo segnale della stagione finita, una fine che sarebbe durata mesi.

Ma quella sera non aveva nessun posto dove tornare.

Meditava senza alcun sentimento particolare.

 

Era stato il quel momento che qualcuno gli si era avvicinato alle spalle, senza farsi sentire.

“Credo che tu sia davvero pronto, adesso”.

L’espressione era sempre la stessa, a metà tra il sorriso e il ghigno,

Straordinario, indossava gli stessi vestiti di quel giorno, in cui aveva voluto sfidare la tempesta. E ne sarebbe uscito sano e salvo, se non avesse poi incocciato in una tromba d’aria, a poche miglia dalla riva. C’erano voluti giorni, per trovarlo, ma quella sua tipica espressione sbarazzina, sprezzante, gli era rimasta disegnata sul volto.

“Proprio tu”, avevi sorriso, vedendolo.

“E chi altri?”, ti aveva risposto.

In effetti, chi altri?

Calò la sera, quel 30 settembre, ed in spiaggia non c’era più nessuno. Alle sette la luna era già alta nel cielo ed illuminava le onde ferme d’un argento livido.

Lo trovarono la mattina dopo, non che qualcuno l’avesse cercato, ma forse aveva scelto lui di farsi scoprire, poco al largo, incastonato tra gli scogli. Era come una festa di luce: il bagliore delle limpide acque del mattino, il brillare del sale tra i capelli, il risplendergli del volto. La spiaggia, lontano, restava deserta. Un gruppo di operai, silenziosi, aveva cominciato a liberarla degli ombrelloni.

 
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