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LA BICICLETTA DI DIO

17 DICEMBRE 2017

 

...Per correttezza: non è farina del mio sacco.

Grazie all'autore (Ignoto: gira sui social)

 

 

LA BICICLETTA  DI  DIO.

In una calda sera d’estate, un giovane si recò da un vecchio saggio: “Maestro, come posso essere sicuro che tutto ciò che faccio è quello che Dio mi chiede di fare?”. Il vecchio saggio sorrise compiaciuto e disse: “Una notte mi addormentai con il cuore turbato; anche io cercavo, inutilmente, una risposta a queste domande. Poi feci un sogno: Sognai una bicicletta a due posti: un tandem. E notai che Dio stava dietro e mi aiutava a pedalare. Ma poi avvenne che Dio mi suggerì di scambiarci i posti. Acconsentii e da quel momento la mia vita non fu più la stessa. Dio la rendeva più felice ed emozionante. Che cosa era successo da quando ci scambiammo i posti? Capii che quando guidavo io, conoscevo la strada. Era piuttosto noiosa e prevedibile. Era sempre la distanza più breve tra due punti. Ma quando cominciò a guidare Lui, conosceva bellissime scorciatoie, su per le montagne, attraverso luoghi rocciosi a gran velocità a rotta di collo. Tutto quello che riuscivo a fare, era tenermi in sella! Anche se sembrava una pazzia, Lui continuava a dire: “Pedala, pedala!”. Ogni tanto mi preoccupavo, diventavo ansioso e chiedevo: “Signore, ma dove mi stai portando?”. Egli si limitava a sorridere e non rispondeva. Tuttavia, non so come, cominciai a fidarmi. Presto dimenticai la mia vita noiosa ed entrai nell’avventura e quando dicevo: “Signore, ho paura…”, Lui si sporgeva indietro, mi toccava la mano e subito un’immensa serenità si sostituiva alla paura. Mi portò da gente con doni di cui avevo bisogno; doni di guarigione, accettazione e gioia. Mi diedero i loro doni da portare con me lungo il viaggio. Il nostro viaggio, vale a dire, di Dio e mio. E ripartimmo. Mi disse: “Dai via i regali, sono bagagli in più, troppo peso”. Così li regalai a persone che incontrammo, e trovai che nel regalare ero io a ricevere e il nostro fardello era comunque leggero. Dapprima non mi fidavo di Lui, al comando della mia vita. Pensavo che l’avrebbe condotta al disastro. Ma Lui conosceva i segreti della bicicletta, sapeva come farla inclinare per affrontare gli angoli stretti, saltare per superare luoghi pieni di rocce, volare per abbreviare passaggi paurosi. E io sto imparando a star zitto e pedalare nei luoghi più strani e comincio a godermi il panorama e la brezza fresca sul volto con il delizioso compagno di viaggio, la mia potenza superiore. E quando sono certo di non farcela più ad andare avanti, Lui si limita a sorridere e dice: “Non ti preoccupare, guido io, tu pedala”.

 

IRISH MUSIC A CINISELLO

13 DICEMBRE 2017


BIRKIN TREE, IRISH MUSIC
Venerdì 15 Dicembre ore 21, Il Pertini Auditorium
Cinisello Balsamo

A Cinisello Balsamo data unica della più importante band italiana di Irish Music, per un concerto capace di portare sul palco il ritmo, la malinconia e il fascino della musica irlandese. Uno stretto dialogo musicale in bilico tra virtuosismo e pathos, alla scoperta degli affascinanti paesaggi sonori della musica irlandese.

Concerto imperdibile, vi aspettiamo numerosi.

 

LA LUCE DEL NATALE

10 DICEMBRE 2017

 

La Luce del Natale

Amareggiata, disillusa
dall’immutato tormento del mondo,
fugge la luce del Natale
lasciando un’effimera scia di rimpianto,
e ascende speranzosa
alle sorgenti dell’infinito

 

FRANCO TRANQUILLO

4 DICEMBRE 2017

Il 4 dicembre, Franco Tranquillo entrò in posta, passò oltre la portaautomatica ed il metal detector e si recò con passo normale verso lapulsantiera dalla quale avrebbe dovuto selezionare il bigliettino relativo al servizio richiesto, valido per mettersi in coda. Il numero indicava una cifra pari al quintuplo di quella più alta segnalata in quell'istante dall'indicatore elettronico. Franco si sedette tranquillamente in attesa.

Il grande salone antistante le casse era tappezzato di sedie. Tutte vuote. Negli angoli e nei corridoi facevano capolino vecchie panche di legno, altrettanto libere e disadorne. Delle dieci casse solo sei erano aperte, e queste presentavano ognuna un funzionario a contatto diretto con un cliente. Il resto della folla era appostato uniformemente appena prima della linea della privacy. Procedendo verso il punto opposto rispetto alle casse, gli astanti si diradavano. Il singolare quadretto che ne sortiva era così rappresentabile: un lungo corridoio perimetrale immacolato, decine di file di sedie vuote e mezza dozzina scarsa di metri quadri di passaggio brulicante di personaggi che anelavano brontolando al transito, spingiucchiandosi cercando di non dare troppo nell'occhio. Il brusio che ne sortiva, amplificato dalla vastità del luogo, risultava lancinante alle orecchie del pubblico così ammassato, ed era quasi palpabile il sollievo che scaturiva ogni qualvolta il grande segnalatore elettronico, costantemente al centro degli sguardi di quasi tutti i clienti, aumentava di un'unità ogni 40/50 secondi circa le cifre che indicava, una per ognuna delle sei casse, tramite un breve richiamo acustico. Franco Tranquillo aprì il libro, immergendosi in una lettura attenta e scrupolosa alla ricerca di un dettaglio chiave che sbrogliasse la matassa di una trama complicata. Pregustò il fatto di aver davanti a sè un'attesa presumibilmente corposa, in modo da dedicarvisi con tutta tranquillità.

Mezz'ora dopo alzò lo sguardo e notò che il numero più alto del cervellone si era avvicinato di una dozzina di unità al suo, e riprese a leggere. In quello stesso momento ebbe luogo una fastidiosa diatriba tra un anziano ed un addetto alle casse, colpevole a detta dell'uomo di essere eccessivamente zelante e lento nel suo compito. Il diverbio proseguì per un paio di minuti: con toni mediamente isterici, il vecchio agitava il bastone nervosamente e aveva il viso acceso di rabbia. L'uomo della cassa, senza mutare il fare meccanico ed incolore con cui si  rivolgeva ai clienti, emise commenti poco simpatici sulla ormai obnubilata virilità dell'antagonista, mentre quest'ultimo lo invitava a portargli la sorella od in alternativa la figlia o la nipote. Il sole faceva capolino evidenziando la polvere centenaria delle vetrate. Un riflesso malandrino solleticava Franco Tranquillo impedendogli la lettura, così lui ne approfittò per una pausa. Per sgranchirsi le gambe, percorse i lunghi corridoi ammirandone i dipinti che ne abbellivano le pareti, gustandone la tecnica e cercando di afferrare il messaggio dell'artista di fronte a certe nature morte apparentemente senza significati logici. Li osservava con attenzione e la sua mente generava ingegnose teorie esplicative, che lo trattennero a lungo davanti a quei quadri. Quando finalmente se ne distaccò, tornò nel salone scegliendo a caso una tra le decine di sedie deserte. La legione di coloro che aspettano mutava di forme e dimensioni minuto per minuto, gli occhi puntavano ininterrottamente il segnalatore, prendendo brevi pause per controllare i vicini e muovendosi impercettibilmente ma inesorabilmente di alcuni millimetri verso le casse. Un ragazzino di una decina d'anni terminò la brioche e ne gettò l'involucro sul pavimento, giudicando forse troppo distanti i cestini posti nel salone. Alcune signore che vennero sfiorate dalla cartaccia, squadrarono orrendamente il piccolo. La madre, che stava scrutando intorno a sé, colse quello sguardo malefico ed iniziò ad inveire con durezza, causando naturalmente una reazione a catena di urla e strilli non necessariamente conditi da frasi compiute, che si protrasse per una trentina di secondi fino al nuovo scatto del computer, che invitò due delle contendenti alla casa interrompendo la selvaggia querelle. Verso le quattro del pomeriggio una morettina in elegante tailleur e scarpe coi tacchi, presa un'adeguata rincorsa, partì dal retro dello schieramento e sfondò il muro di pongo degli attendenti, scagliandosi poi contro una donna bassa e larga alle prese con la cassa 7, colpevole a suo dire di intrattenersi troppo a lungo davanti ad essa e di importunare il funzionario con chiacchiere e commenti superflui, impedendogli di evaderla con la dovuta celerità. Ella ribatté dapprima quasi con timidezza che le sue necessità comportavano dei tempi leggermente superiori alla media delle transizioni, ma visto che la morettina insisteva nello sbraitare, alzò subitaneamente di quattro/ cinque toni la voce emettendo suoni caratterizzati da uno spiccato accento mediterraneo ed una leggera gutturalità. Questo tipo di scontro spiccava sensibilmente rispetto agli altri in quanto si stava svolgendo in terreno di conquista e non nella bolgia globale. Nel frattempo l'operazione ebbe termine, il numero della cassa sette scattò, e un energumeno in maglietta e jeans strappati occupò la postazione liberandola con una spinta dalle due litiganti. La bassa e larga crollò per terra, e la morettina le cadde sopra, avendo almeno la consolazione di atterrare sul morbido, ma inorridendo non appena si accorse di aver rotto i due tacchi, oltretutto in punti diversi. Fu in quell'istante che gli occhi di Franco Tranquillo si levarono per la seconda volta verso il segnalatore luminoso, e notarono che il numerino in suo possesso ormai non era molto lontano. Decise allora di interrompere la pur intrigante lettura per segnarsi alcuni appunti sulla agenda, in vista del ritorno al suo studio. Estrasse dal taschino la fodera contenente gli occhiali e li inforcò dopo averli puliti con un piccolo panno azzurro. Depose il libro in una tasca della ventiquattrore, avendo cura non perdere il segno, ed iniziò a scrivere. Dopo aver appuntato con ampiezza di dettagli le commissioni da svolgere non appena rientrato in ufficio, volse lo sguardo oltre le finestre, senza che pensieri particolari affollassero più la sua mente. Alle sei meno dieci, le tensioni parvero sul punto di esplodere. Due casse dovettero chiudere perché i relativi operatori avevano il compito di preparare le chiusure di fine giornata e non potevano quindi seguire i clienti. Ululati di protesta si levarono all'unisono e durarono alcuni minuti, durante i quali cinque o sei esagitati, grondanti rabbia e sudore, si staccarono dal gruppone per risolvere la questione da veri uomini, e con fatica gli addetti alla sicurezza ne arginarono l'attacco. Dopo le usuali e stucchevoli minacce reciproche di denuncia, arresto e chissà quanti anni di galera, con enorme fatica la situazione si ricompose. Ormai la noia e lo sfinimento stavano dilagando, ed il nostro plotone iniziava a sgretolarsi, con le sue frange più laterali che tendevano a sfaldarsi ulteriormente verso l'esterno, rinnegando la compattezza mantenuta durante tutte le ore precedenti. Ogni scatto dell'indicatore centrale riusciva ormai a provocare soltanto sussulti sempre più deboli, ed il Prescelto avanzava con passo stanco e disilluso verso la Meta. Il mormorio andava acquietandosi e la fila assottigliandosi, anche perché già da una quarantina di minuti le porte d'ingresso alla posta erano state bloccate per impedire l'ingresso di nuovi clienti ed evadere tutti quelli presenti entro e non oltre l'orario di chiusura. Ma anche gli sguardi annebbiati di quei valorosi guerrieri non poterono non avere un fremito quando, alle sette meno venti circa, il cervellone aumentò di una cifra il numero attribuito alla cassa dieci, e nessuno si staccò dal battaglione per assaltare l'avamposto. Trascorsero alcuni istanti carichi di suspence, senza che alcuno fece nemmeno la finta di guadagnare il traguardo. Il cassiere della numero dieci, vedendo che la postazione non veniva immediatamente occupata, sbiancò in viso temendo qualche strano tipo di ritorsione nei suoi confronti, e ripassò mentalmente i vari scontri e discussioni avuti nella giornata valutandone l'intensità e si risollevò realizzando che non aveva ricevuto minacce tali da destare preoccupazione. Un silenzio tombale discese nel salone e per la prima volta il Blocco, pietrificato, manteneva una dimensione invariabile e descrivibile. Dalla finestra semi aperta arrivarono per la prima volta i suoni della città che proseguiva la propria esistenza incurante della crisi. Si potè così avvertire persino il rumore della gomma delle suole delle scarpe di Franco Tranquillo, che si era alzato dalla sedia e si stava ora recando verso la cassa 10. La sua risposta alla chiamata del computer centrale fu la meno reattiva del giorno, arrivando circa 4 secondi dopo l'apparizione del suo numerino sul display. Nessuno aveva fatto caso a lui e gli astanti trasalirono nel vedere un cliente che non era affiorato dal Muro Umano. Con espressione usualissima Franco Tranquillo svolse la propria transazione di fronte ad un cassiere che non sapeva nemmeno come odiarlo, pagò ed uscì.

Settantacinque anni dopo, a Franco Tranquillo capitò di dover ritornare allo stesso ufficio postale. Il luogo era ancora una volta gremitissimo. Era un buon osservatore, e notò che tra i clienti ed gli addetti di quel giorno non figurava nessuno di coloro che aveva visto la volta precedente.

 

ALESSIA E L'UFFICIALE

20 NOVEMBRE 2017

 

Nel corso dell’occupazione tedesca, col marito al fronte, la signora Luisa Baragiotti, di Boffalora sopra Ticino, a pochi chilometri da Milano, si trovò un giorno nella necessità di procurarsi la legna per casa, in vista dell’inverno. Ma per prendere la legna serviva un permesso speciale, visto che era necessario passare attraverso una zona off-limits, sorvegliata dalle truppe nemiche. Così prese la bambina, Alessia, di sette anni, per mano e si recò presso il presidio logistico, per ottenere l’autorizzazione al transito. C’era una lunga fila in attesa, per fortuna Alessia trovò qualche amichetta per giocare insieme, mentre la coda, lentamente, si sfoltiva sotto l’occhio vigile dei soldati armati. Quando arrivò il suo turno, Luisa fu condotta davanti a una porta chiusa. Un’intimazione in tedesco proveniente dall’interno fece tremare le pareti. Un soldato la spinse brutalmente in avanti e richiuse la porta. Luisa s’avvicinò, mezza tremante, all’ufficiale che la osservava da una scrivania, tenendo la bimba per mano.

Non era la prima volta che lo vedeva. Ogni tanto lo sentiva passare per strada, circondato da un gruppo di scagnozzi armati; urlava  in un italiano imperfetto, ma comunque minaccioso, impartendo comandi, sibilando improperi: lo sbirciava scostando le tendine della cucina, mentre la piccola Alessia le si accovacciava accanto.
Solo quando era ben certa che la truppa se ne fosse andata, lasciava l’angolino della cucina ed abbracciava la bimba, rincuorandola. Ora, trovandosi a un metro appena dall’ufficiale, era paralizzata dalla paura. Fu proprio Alessia a darle la carica, stringendo forte la mano con cui la mamma la teneva. Luisa si scosse e buttò fuori in un momento, come una lezione imparata a memoria, la sua richiesta, senza smettere di guardarlo. Aggiunse anche, dopo una breve pausa che il marito era partito da mesi e non aveva più notizie di lui, e doveva badare sola a quella figlia, non poteva permettere che morisse di freddo, come se questo potesse indurre l’ufficiale a una miglior predisposizione nei suoi confronti.
L’ufficiale la guardò attentamente in viso, poi girò gli occhi sulla figlia, che lo osservava apparentemente senza paura, forse incuriosita dalla situazione in cui si trovava. Ma ora che si trovava a pochi centimetri da quell’omaccione cattivo, dal quale la mamma la nascondeva sempre quando marciava per strada, non mostrava segni di terrore. E lui dovette accorgersene, visto che mantenne piuttosto a lungo lo sguardo sulla piccola. Luisa era paralizzata, pregava che quel momento passasse in fretta. Nel suo cuore non sperava più che gli venisse rilasciato il permesso, anzi, nemmeno più ci pensava, né alla legna né all’anelato foglio di carta. Voleva solo andarsene, al più presto, soprattutto la struggeva il pensiero di Alessia, che subiva quell’insopportabile tortura psicologica.

Ma l’ufficiale non pareva aver fretta. Nel silenzio plumbeo del locale, aggravato dalle espressioni glaciali delle due gigantesche sentinelle ai lati dello stesso, continuava a tacere in modo inquietante, privo d’espressione. Finalmente si mosse, in maniera impercettibile, sempre guardando Alessia. Luisa ebbe un fremito. L’ufficiale arretrò leggermente con la sedia e fece la mossa d’aprire un cassetto della propria scrivania. E la povera signora fu pervasa da un brivido.

Il tedesco recuperò in effetti qualcosa, dal cassetto, e lo mise sulla scrivania. Ma non era una rivoltella, bensì un piccolo scrigno in argento. Lo aprì con una chiavetta, e vi estrasse alcune fotografie. Luisa credeva di vivere in un sogno e ora anche Alessia appariva disorientata. L’ufficiale scelse una sola tra le foto e la mise sul tavolo, a favore di mamma e figlia. Ed entrambe non seppero trattenere un moto di meraviglia, nell’accorgersi che l’immagine raffigurava una giovane donna e una bimba, presumibilmente la figlia, abbracciate all’uomo. Il quale confermò l’impressione.
“Mia moglie e la mia bambina”, sussurrò a Luisa e Alessia. “Non le vedo da sei mesi, voi me le avete ricordate.” Con circospezione, le due allungarono il collo ad osservare.
Ma staccarono presto gli occhi dalle foto per rivolgerle, timorose, verso l’ufficiale.
Il quale però, senza aggiungere altro, stava iniziando a firmare i documenti relativi al permesso richiesto, mentre la signora Baragiotti tratteneva il respiro. Ad Alessia parve di vedere una lacrima, in quel preciso istante, sul volto dell’uomo. Il tedesco firmò con cura, una bella scrittura chiara e tonda, poi allungò le carte a Luisa. La povera donna, ancora spaventata, teneva le carte in mano senza decidersi a compiere alcun gesto, finchè un soldato le fece segno d’uscire, intimazione che Luisa non si fece ripetere due volte.

Col prezioso documento nella borsetta e la bimba stretta forte per mano, Luisa uscì e s’avviò verso la zona off-limits, per prendere la legna. L’ufficiale la guardò andare via, mentre sentiva salire un groppo in gola. Ma fu un attimo. Il suo volto riprese l’usuale espressione granitica ed intimò urlando al piantone di far entrare il prossimo in coda. Il soldato s’affrettò ad eseguire l’ordine. Nessuno dei militari presenti nella sala aveva notato, nei brevi minuti di presenza di Luisa e Alessia, nulla di strano.

 
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