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COMPAGNIA TEATRALE ASTORTINTI

5 SETTEMBRE 2019

 

IL NUOVO TEATRO DI QUALITA' ITALIANO: LA COMPAGNIA ASTORTINTI.

Questa settimana poniamo l’accento su una delle più brillanti realtà del nuovo teatro italiano: la compagnia “Astortinti”, composta dagli attori e registi Paola Tintinelli e Alberto Astorri.

Con alle spalle un’attività ormai ultradecennale, la compagnia ha attraversato lo stivale con progetti avanguardistici, con un occhio sempre attento alle continue metamorfosi della nostra nevrotica quotidianità. Qualche tempo fa è sbarcato a Milano il nuovo lavoro della coppia, “Amurdur”, , in cooperazione coll’ attore tosco-ligure Simone Ricciardi.
Lo spettacolo non si basa su di una trama, consistendo bensì di una toccante trasposizione dell’Oggi, sopra un palcoscenico disseminato di amplificatori, casse e strumenti d’ogni genere, all’interno del quale il buio del mondo odierno viene delineato tramite il sound selvaggio di una band creata all’uopo, gli Hamletmachine.Un concerto-descrizione dell’uomo post-duemila.
Anche questa piéce, come le più graffianti produzioni dell’avveniristica compagnia, vive dunque di metafore ed immagini ed illustra alla perfezione il timore del domani, l’incomunicabilità derivante dai nostri stili di vita, la grettezza dei mezzi di informazione (un grande Ricciardi alla consolle) e del becero universo moderno.

Istigando a lottare, a rivoltarsi per cambiare, in un crescendo deflagrante di tensioni, di allucinazioni, di tormenti senza pace. Dilatati vieppiù dalla lacerante solitudine cui l’artista risulta inesorabilmente confinato, disdegnato com’è da un’audience che non comprende il messaggio che lancia. (Illuminante a tal proposito la mesta considerazione che “scappa” al frontman del gruppo: "Che vita che faccio...sempre così, sulla sponda del rischio...")

Come non dedicare poi una citazione alla figura di Paola Tintinelli, particolarmente efficace nell’impersonare il regista dello show, che cerca di far mettere al pubblico una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio (“E’ buono, e...perché è buono..."). Questi viene però viene duramente rimbeccato e biasimato dal pubblico stesso, sordo e cieco, nella figura di un vecchio, rappresentato dalla fiorente vena drammatica di Alberto Astorri, che, con asprezza e sarcasmo, smoccola sulla vanità degli impulsi, delle passioni. I nostri giorni s’ esauriranno comunque nell’amarezza, nella consapevolezza dell’inutilità delle lotte e delle precarie, inconcludenti proclamazioni di indipendenza.

Il momento topico è nel monologo finale di Astorri, con uno struggente richiamo/anatema al padre, dolorose considerazioni sulla sua “privilegiata” esistenza di rock star e le più profonde, amare riflessioni sulla vita attuale: “Gli angeli sono scesi sulla terra, hanno accatastato le loro ali creando una colonna altissima, e hanno attizzato il fuoco, bruciando tutto sino al cielo…siamo rimasti soli! Siamo rimasti soli!!!!” Ed insinuante, si fa largo in scena il simbolo del degrado cui l’umanità è ormai destinata: il ritorno ai primati, alla sembianza scimmiesca rappresentata da un camaleontico e pregnante Simone Ricciardi. Ossia il clamoroso fallimento della “vincente” e ipertecnologica generazione contemporanea. La cronaca della caduta delle aspirazioni umane ha la coprente, trascinante colonna sonora di Coule la vie, di Giorgio Canale & i Rossofuoco.
“Amurdur” trasuda decisamente tensioni artistiche e moti emozionali di tutto rispetto, quali avevamo già ammirato nelle più riuscite pièce della compagnia, dal Titanic alla crudele Rosa di nessuno.

Per qualsiasi informazione e contatto con i due artisti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Alfonso

 

NON TI CONOSCO

23 LUGLIO 2019

 

Persone che sono amiche da sempre. Un sentimento unico, nato quando ancora portavamo i grembiulini all’elementari (per quelli della mia età; adesso si dice “quando abbiamo avuto il nostro primo cellulare”). Quella è la persona con cui divideremo tutto, tranne la fidanzata, e alla quale andrà ogni nostro primo pensiero non appena ci capita qualche cosa di straordinario.

Poi, il nulla, un attimo di obnubilazione, una strada sterrata che seguiamo per gioco, per presunzione, per sfida, chissà perché, magari per dimostrare che non c’è nessuno e niente al mondo più importanti di noi stessi.

E veniamo sopraffatti dall’orgoglio. Un orgoglio smisurato, nel nome del quale non vediamo e capiamo più niente. Perché abbiamo già deciso che rinunciarvi, e ragionare, equivarrebbe a una sconfitta insopportabile. E il miglior amico diventa uno qualsiasi, anzi peggio, e le persone ritornano gente.

Quando è successo a me, ben lungi dal muovere il primo passo per risolvere l’impasse, quello che sono riuscito a fare è stato questo breve scritto, che mostra consapevolezza amara senza trasudare buona volontà. Adesso che questa situazione s’è risolta, e per fortuna bene, non riesco a non pensare a quel periodo come a un triviale sperpero di tempo. Maledetto, stramaledettissimo orgoglio, infame
superbia umana, nociva, terribile alterigia, ecco il perverso cardine del gelo, del tempo sprecato, delle occasioni buttate.

non ti conosco


forse adesso tu aspetti
quello che aspetto io,
forse adesso tu pensi, e progetti risposte
esattamente come sto facendo io,
è bastato un dubbio
un’incomprensione, un accenno,
a disfare un affetto

intanto cresce la distanza
e il muro resta inscalfito
grazie al nostro piccolo orgoglio.
Forse anche tu non vorresti altro,
eppure io adesso non ti conosco.

 

MATILDA LA COMMESSA

16 LUGLIO 2019

 

Congedate le ultime clienti, le commesse spengono il loro bel sorriso portatile e spariscono dietro l’ingresso della stireria adiacente all’area di vendita. Richiudono la porta dietro sé e si lasciano andare sulla prima sedia sgombra. Non hanno voglia di parlare né di guardarsi in faccia. La testa rintronante come un registratore di cassa. Il respiro dapprima affannoso, poi più regolare.
Le 19,30. La gente, i mocciosi urlanti, i mariti sbuffanti, i clamori e i commenti, risatine e proteste, tutto si trasferisce alle casse, non è più un problema loro. Ma hanno appena cinque minuti per riposarsi. Già si alzano, aprono la porta della stireria, tornano al proprio reparto, dove radunano frenetiche gli indumenti sbattuchiati qua e là, li riassettano brevemente e li schiaffano al posto. Spazzano frettolose l'area di competenza, contando solo su sé stesse, poiché se per caso qualcuna restava indietro con la sistemazione, mica le altre le davano una mano.
Così, fulmineamente, prima ancora di certi clienti, che si dibattono alle casse anelando a sconti inottenibili, lo sciame delle commesse emigra irregolare oltre l’uscita, massa insalutata ed informe agli occhi del padrone,arido di complimenti,ma sempre provvido di grettezze, proferite indifferentemente di spalle o di faccia.
La commessa Matilde non faceva quasi mai parte dello stormo. Anche lei si riposa un attimo dopo le 19,30,
poi si rialza e continua la stessa vita che ha condotto prima del riposo. Riordina i capi di vestiario ripiegandoli perfettamente e reinserendoli con calma nella gruccia. Guarda sempre nei camerini, chè qualcuno può aver scordato qualcosa e allora lei lo porterebbe in cassa in attesa d'essere reclamato. Pulisce con cura il pavimento della sua zona, e se al di là del confine c'è una carta per terra può anche debordare per raccoglierla.
Lascia sempre una decina di minuti di vantaggio alle colleghe. Che infatti non la considerano una di loro, ridono mentre fuggono dalle proprie postazioni e la guardano che rimane lì, con una faccia strana. E per dileggiarla meglio cercano d’impersonarne lo sguardo dimesso, il sorriso bonario mentre scimmiottano la sua frase preferita: “Il marasma finisce coi clienti”. Per loro non aveva senso.

Minuti e poi il silenzio è completo intorno a Matilda. Gli echi giungono attutiti, dispersi tra angoli di reparti bui e dimenticati sino al giorno successivo, annacquati tra gli spiazzi vuoti, gli incroci, le distanze silenziose. Sono le otto meno dieci e Matilda, finito di sistemare il proprio spazio, indossa cappotto, sciarpa e guanti. Le sequenze di indumenti perfettamente allineati attendono una nuova ressa, durante la quale non perderanno la propria imperturbabilità. Questo pensa Matilda mentre si volta e se ne va: perché loro, disanimati, morti, possono vegetare tranquilli, mentre chi ha un’anima vive agitato, convulso, compresso in una corsa continua, che finisce ogni volta solo sotto le coperte finché un giorno finirà sottoterra?

Come se non si rendesse conto?

Matilda passa oltre il metal detector ed esce normalmente, come era entrata tot ore prima, sotto lo sguardo indagatore del presidente che si chiede perché lei non sia come le altre.

“Ma riuscirò a coglierla in castagna!”, rimugina chiudendo il Magazzino. Poi corre via, che anche lui ha da fare.

 

SONATA IN LA BEMOLLE MAGGIORE, OPERA 26

6 LUGLIO 2019

 

Dissipata anche l’eco degli ultimi brusii, finalmente nella sala il buio era completo. L’artista abbracciò ancora una volta l’audience con lo sguardo, poi posò gli occhi sullo spartito accomodato sul leggio e diede carta bianca alle proprie mani e al proprio talento. Favorita dall’acustica avvolgente del teatro, la musica impiegò davvero poco tempo ad ammaliare la mente ed i sensi degli spettatori.
Il concerto era seguito da un pubblico decisamente disciplinato. Non si segnalavano disturbi all’esibizione, e ci fu chi soffiò il naso in modo tanto discreto che il rumore ne risultò soffocato dalla potenza del suono. Sporadico lo scavallare di gambe, solo tra le file più arretrate. Nessun innaturale dilatamento di mascelle, il che significava la rinuncia alle caramelle o chewing gum di sorta. Solo brevi, occasionali, svolazzi di ventagli in madreperla, che venivano generalmente tenuti in vista, al di sopra gli abiti da sera. A vegliare sul sacrosanto diritto alla quiete, quattro uscieri alle estremità del teatro, pronti a rilevare e accomodare ogni trasgressione al cerimoniale.
Tra la folla, una signora di una certa età, ma dal portamento tuttora giovanile e dignitoso, seguiva rapita la melodia, un sorriso etereo a modellarle l’espressione, immobile, estraniata dal mondo esterno.
Da piccola, portava sempre bellissimi vestitini di seta e i capelli raccolti nella treccia, e tutte le volte che il papà tornava a casa, gli chiedeva di suonare per lei. Il babbo, anche se era stanco e non rientrava da molti giorni, le sorrideva, la issava sul piano ed iniziava ad eseguire un motivo, la sonata in la bemolle maggiore, opera 26, di Ludwig Van Beethoven. La preferita dalla bimba.
E la piccola ascoltava, e sognava che il babbo potesse sempre restare a casa con lei a suonare quella musica celestiale. Invece lui ripartiva ogni volta, e lei non capiva perché. La mamma le diceva che il papà faceva un lavoro di grande responsabilità e che da lui dipendeva la vita di tante persone. Certo, lui doveva essere davvero una persona molto importante, rifletteva la piccola. Tutte le volte che partiva, infatti, indossava un’elegante divisa verde scuro, piena di stelline sul petto. Ed a ogni partenza la abbracciava tanto forte che pensava la volesse stritolare.

Un giorno, il padre non tornò. La bimba, stupita, ne chiese la ragione alla madre, la quale le spiegò che il babbo era diventato tanto coraggioso ed importante, che adesso avevano bisogno di lui anche in cielo. La piccola era fiera di avere un papà così. Qualche settimana prima, per il suo compleanno, il babbo le aveva regalato un mangiadischi, e lei adesso ascoltava sempre la sua sonata preferita da quel grande apparecchio che lui le aveva installato in cameretta, di fianco al lettino. Quando scendeva la notte, ascoltava piano quella melodia e guardava fuori dalla finestra, cercando d’indovinare dietro quale stella stesse riposando il babbo, dopo la sua giornata di lavoro.
E anche stasera quella bambina è presente, tra il pubblico attento e rispettoso, ad ascoltare la sonata. Guarda il pianista e vede il padre, nella sua uniforme così elegante. Non ha più la treccia, né il vecchio giradischi regalatole dal babbo. Ma a casa, dopo lo spettacolo, guarderà fuori dalla sua finestra, cercando la stella dalla quale il babbo l’avrebbe vegliata e protetta anche per quella notte.

 

ACQUA SEMPRE NUOVA

1 LUGLIO 2019

 

Incantato da tanto verde, il piccolo scese dalla macchina e cominciò a correre. Si fermò proprio in prossimità del limite del bosco, rallentato naturalmente anche dai richiami del padre, che portava il pallone ed il sacchettino della merenda. Accennò una smorfia mentre tornava verso il genitore. Si acquattò sull’erba soffice a una decina di metri da lui.

L’uomo gli lanciò la palla, il sorriso frammentato da brevi parole di incoraggiamento. Lui attese qualche istante, poi si tuffò sul morbido e bloccò la sfera, che rilanciò subito verso il babbo in attesa del prossimo tiro.

Mezz’ora dopo, lui e il padre si rinfrescavano ad un ruscelletto che zampillava semi nascosto tra gli arbusti e gli imponenti tronchi di acero che delimitavano il limite del bosco. L’acqua gli scivolava arrecandogli un sollievo che non si decideva ad interrompere.

Il bambino non ascoltava il padre, che lo richiamava ai giochi, chiedendogli di allontanarsi dal torrentello. L’acqua che gli bagnava le mani lo costringeva lì, mentre i rumori, i fruscii del vento, la luce filtrante del sole, la voce apprensiva del babbo, tutto andava ovattandosi e si rendeva impercettibile. L’acqua sempre nuova gli riempiva le mani e lui non vedeva né sentiva più niente altro.

“Acqua sempre nuova, già”. Chissà perché ci aveva ripensato in quel momento qualsiasi di una sua giornata qualunque, così di botto, tenendo la posta in mano e lo sguardo fisso nel vuoto. “Meno male che non è entrato nessuno” cercava di riderci sopra. Prese a smistare le missive nelle buche. C’era polvere e sporco sulle cassette, così le pulì a dovere, dopodiché si lavò ben bene le mani.

“Buongiorno Attilio, giornata splendida, nevvero?”

Attilio udì la sua voce rispondere: “Proprio così, ragioniere, bellissima senza dubbio”. Il ragionier Bertani raccattò la posta e la propria soddisfatta mezz’età ed uscì, accompagnando con cura la porta a scatto automatico. Attilio corse allora alla finestra e notando che in effetti il sole compiva il suo dovere in modo quasi accecante, si sentì meno idiota. Restò in garitta ancora qualche minuto. Tra poco le pianticelle ed i fiori del cortile interno sarebbero stati raggiunti dall’ombra ed avrebbe così potuto iniziare ad innaffiare. Si recò poi sul retro e predispose gli attrezzi: annaffiatoio, forbici, concimi. Al termine dell’operazioni risciacquò le mani in acqua abbondante. Subito dopo, il suono metallico e stridente del citofono lo fece sobbalzare. Non appena sbloccata l’apertura, vide con poco stupore il ragionier Bertani entrare saltando sulle punte. Indossava calzoncini corti e maglietta a strisce colorate, e chiese con voce infantile ad Attilio se aveva voglia di fare due tiri al pallone con lui nel parchetto adiacente il condominio. Lui avrebbe acconsentito volentieri, ma doveva lavorare; il ragioniere, pur mostrandosi deluso in volto, parve comprenderlo.

“Senti, resta qui un momento, ti va? E se qualcuno mi cerca, digli che sto arrivando”.

Bertani rideva con gli occhi mentre si accomodava in postazione, immaginando il nuovo gioco. Qualche minuto più tardi, Attilio scese con un enorme panino stracolmo di nutella, che regalò subito al ragioniere. Questi lo divorò a quattro palmenti senza ovviamente scordare di sporcarsi in molteplici punti viso, maglietta e persino i calzoncini. Stavolta fu il portinaio a ridere di gusto. “Adesso vai, che devo lavorare!”. Bertani se ne uscì ridendo, tenendo strette nella mano i tre pacchetti di figurine che Attilio gli aveva ammollato nel congedarlo.

Chiuse la guardiola si portò sul retro, ove come previsto le piante avevano ombra sufficiente per essere annaffiate. Prima però procedette alla eliminazione degli scarti, come gli chiamava lui. Potò le rose ormai sfiorite, per dare ai germogli che s’intravedevano più in basso la possibilità di crescere. Ripetè l’operazione sulle margherite. Ripulì le surfinie che dilagavano imponenti dall’alto del muretto creando una scia maestosa come la ruota di un pavone. Rinvasò alcune pianticelle le cui radici ormai eccessivamente diramate non trovavano quasi più terreno. Finalmente era il momento di dar loro da bere, poi la pulizia. Al termine era davvero soddisfatto. Verso sera, quando il sole avrebbe abbandonato anche l’altra metà del cortile, le stesse operazioni sarebbero state ripetute laggiù. La mattinata volgeva al termine, mentre Attilio lavava accuratamente le mani in acqua corrente, indugiandovi a lungo. Assaporava già l’anelata pausa pranzo quando la porta si spalancò. Di corsa, entrò il ragionier Bertani, di ritorno dallo jogging post lavoro, col borsone dei vestiti d’ufficio nella mano. Le spalle quadrate e luccicanti dallo sforzo prodotto, i bicipiti luccicanti di forza, la bandana inzuppata di sudore. Salutò Attilio con la consueta baldanza, senza per questo frenare il proprio slancio. Falcate talmente rapide che il portinaio non riuscì nemmeno ad inquadrare il fisico scolpito del giovane che guadagnava, a piedi naturalmente, il proprio appartamento al quarto piano. Sparì in un baleno ed Attilio avvertì appena l’eco calante della sua risata, per una battuta che lui non aveva neppure avuto modo d’afferrare.

Come ogni altra, anche quella giornata si concluse per Attilio nel miglior modo possibile. Rientrò nel suo alloggio nel momento preciso in cui la moglie stava servendo in tavola.

“Tutto bene?”
“Direi di si. La vita della guardiola riserva sempre sorprese impensabili”.

“Come l’hai chiamato, oggi?”

Attilio era soprappensiero, non rispose subito. La donna insistette:

“Il Prossimo, come l’hai chiamato, oggi?”

“Ah, scusa, si, dunque..oggi era il ragionier Bertani”.

“Risultati?”
“Eccellenti”.

Raccontò poi l’esperienza che aveva vissuto quel giorno, concludendo: “L‘ultima volta che l‘ho visto è stato proprio pochi minuti fa, era un nonnino dall’espressione talmente serafica, così serena , da lasciarmi dentro un gran senso di pace, di benessere.”

La donna osservava silenziosa l’acqua che continuava a fluire, poi annuì, commentando soddisfatta: “L’acqua scorre sempre nuova, ed il tuo prossimo ha avuto una vita splendente e benedetta. Speriamo domani in un’altra buona giornata.”

E ripresero il viaggio.

 
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