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UN INCONTRO

10 GENNAIO 2019

 

Silenziosa nel lungo vestito svolazzante, un tutt’uno con la scogliera e la linea blu del cielo. “Io sono l’amante”, sembri dire all’onda che con cadenza irregolare s’arrampica lambendo più volte la tua figura minuta. Il tuo sguardo fisso attende una risposta da questo moto perpetuo, gentile e discreto confidente. Scendendo oggi in spiaggia, dopo la breve tempesta di sabbia che ha svuotato il bagnasciuga ed il suo entroterra rumoroso, forse sapevo già che ti avrei trovato lì, in fondo al sentiero che si apre tra gli scogli. Adesso il sole è tornato, alto ed accecante, ma il vento non ha diminuito la sua forza, sta continuando a scagliare onde contro le rocce frastagliate. Tu le guardi, ed io ho l’impressione che l’accenno di un sorriso stia colorando la tua espressione impenetrabile. Forse hai capito che ci sono.

 

L'ACQUA DEL DESERTO

7 GENNAIO 2019

 

Dall'hotel si dipana verso il basso una lunga passerella, costellata di botteghe, negozietti, bar/ristoranti, sale giochi, internet points. Tutto chiuso. Scendo fino ad una piazzetta ovale piastrellata d'arancione e m'immetto sul lungomare, che s'espande per una decina di chilometri ambo le direzioni. Lo percorro brevemente, poi accedo alla spiaggia, una spiaggia libera, immensa, costituita da rena color caffelatte, che si può estendere anche per un centinaio di metri prima d'essere lambita dall'acqua dell'oceano. Raccolgo le ciabatte, non vorrei sporcarle. Per quanto il mio sguardo possa abbracciare l’arenile, non vedo anima viva. Lunghe cordate di scogli partono da riva. Oltre la punta dell'ultimo scoglio verso levante, la cupola rosseggiante del sole inizia ad affiorare dall'oceano, mi sembra impossibile che riuscirà a squarciare il folto gregge di nuvole che adesso staziona sul cielo caraibico, eppure lo farà. Qui dicono che in una giornata si vivano le quattro stagioni: la sera e la notte rappresentano e l'inverno: nuvole basse e piene, totale assenza di stelle, temperatura in calo; il mattino e il pomeriggio sono primavera e estate, col sole che s'impadronisce della scena per stabilizzarsi e colpire forte fino a sera, temperato sempre dall'inebriante brezza tipica. Il brivido forte dell'acqua mi pervade, va in circolo.
Sono le cinque e dieci. Osservo. Quando le onde arrivano sulla sponda, ancora molto deboli, rivestono il bagnasciuga di spuma color nocciola, densa, uniforme. Ritraendosi, scoprono una base molto più chiara, con appena alcune venature scure. Dall'altra parte è America, e sbircio oltre l'orizzonte i pochi volatili insonnoliti e le rarissime imbarcazioni che violano la distesa celeste e blu che mi si para davanti. Entro camminando piano, lasciando che l'acqua ricopra gradatamente ogni parte del mio corpo, i vestiti attendono fiduciosi appena oltre il bagnasciuga. I tremiti si moltiplicano, ginocchia, schiena, ventre; ogni contaminazione esterna s'attutisce. Non sono abituato all'alba sul mare, mi manca il luccichio brillante che il sole dissemina sulle onde prima d'affogare dietro le coste di ponente. Resto in piedi e chiudo gli occhi, respirando la pressoché totale assenza di sole o vento. Eccomi ibernato nel gelo tonificante dell’acqua, a vivere momenti fatti di nulla, gonfi dell’azzurro pallido dell’orizzonte che rapisce ed ottenebra, impedendo il filtro d’ogni residua agitazione, considerazione, banalità. L’appiattimento dei sensi,  l’io come parte integrata dell’impermeabile limbo dell’alba sull’oceano. Uno stato in cui il mare m’aveva imprigionato e da cui solo il mare poteva affrancarmi. Talmente concentrato ed appagato, impiego del tempo a recepire un brusio crescente intorno a me, dapprima sibilo trascurabile, che bussa gentilmente ai miei riflessi e non guasta l’inebriante esclusività della mia condizione. Ma il rumore si fa insistito, presto avverto uno sbattere secco intorno a me e di colpo un vero e proprio fragore investe barbaro la baia di silenzio, alienandomi dal mio essere. I sensi ora si risvegliano, e di corsa. Tutt’intorno è un irrompere di flutti, onde irruenti che tracciano traiettorie irregolari, smottamenti del fondo, correnti umide e fredde: il tutto m’induce a recuperare la terra ferma in un amen. Quale fosse l’origine di quello che, dal nulla, stava trasformandosi in vero e proprio maremoto non era esattamente il mio pensiero primario. Mi riprendo i vestiti, già mezzi bagnati, che indosso a spanne, correndo; scalo la gradinata a quattro a quattro, mettendomi al riparo dal furore degli elementi. Spettacolo in fondo affascinante. Resto, a capace distanza, a rimirare le scogliere, le coste, ora battute dalla rabbia del mare con violenza inaudita, senza farmene una ragione. Sino a pochi istanti prima mi trovavo in un’oasi di pace inenarrabile, del cui elitario aroma godevo intensamente. Ecco. Forse proprio qui stava il punto. Forse avevo profanato un regno che non dovevo violare: l’alba doveva trovare gli elementi ancora liberi dalla presenza dell’uomo, che già di lì a poche ore sarebbe divenuta opprimente e chiassosa. Quiete e tranquillità avevano vegliato sulla maestosità dell’oceano e non erano ancora pronti a rassegnarsi all’invasione animale, che fino a notte poi non avrebbe più restituito loro quel regno amato e vituperato. Mi guardo attorno. E’ il terzo anno che vengo qui. Nell’entroterra ci sono bellissime colline, dolci pendii che ospitano piantagioni di bananeti, piante tropicali; nelle zone più intricate resistono territori di flora primitiva, inaccessibili, spettrali. Dagli anni scorsi però, i mutamenti si notano a vista d’occhio. Ogni volta conto nuove file di hotels grandiosi, residence che sembrano tanti piccoli alveari, miriadi di quadratini come stanze.
Strade veloci li collegano, centri commerciali, ristoranti, bar,
casinò vi sorgono intorno, quasi tra la sera e la mattina. Qui la temperatura è mite tutto il giorno, tutto l’anno: si lavora anche di notte, d’inverno, e il paesaggio cambia repentinamente, e non torna mai indietro. Un’ondata più forte delle altre si sfascia contro il muretto, sobbalzo. Ho offeso la natura, e la sua reazione è stata forte, impressionante. Finalmente m’allontano e lancio un ultimo sguardo alla rabbia dell’oceano. Cosa succederà quando si ribellerà allo sfruttamento selvaggio, alle speculazioni, agli interessi?

 

FREDDY E IL LANIFICIO

11 DICEMBRE 2018

 

Jim Parker lavora presso un lanificio in collina, sulle rive di un torrente che adornava di azzurro la valle. Jim ha una famiglia che adora, con due ragazze già grandicelle ed un maschietto che lui definisce il più dolce terremoto dell'universo. Se c'è un uomo buono al mondo, questi è Jim Parker. Qualche tempo fa è capitato qualcosa di spiacevole ed allora lui ha spiegato al figlio minore, di nome Freddy, che la mamma era partita, ma gli voleva bene e pensava sempre a lui.Da allora, Jim passa tutti i giorni a scuola a prendere le ragazze ed il piccolo all'asilo, e non di rado nel pomeriggio porta l'intera prole con sé al lanificio. Mentre il padre è in ufficio, le due sorelle tengono il piccolo Freddy per mano e l'accompagnano lungo i vasti corridoi dei magazzini. Lui osserva le grandi matasse di lana stipate nei cassoni e sugli scaffali, sotto il controllo delle ragazze può persino avvicinarsi e toccare. A Fred piaceva toccare la lana, l'accarezzava, era contento di ammirare tutte quelle varietà di colori accostate l'un l'altra. Spesso le disegnava con i pastelli che il babbo gli aveva regalato. I colleghi di Jim lo trattavano gentilmente: passando non gli negavano mai una carezza, una caramella. Quando aveva compiuto sei anni, gli avevano organizzato una festicciola e lui aveva aperto tanti regalini: si era divertito tantissimo. Le sorelle di Freddy avevano nove anni più di lui, e Jimmy si rendeva conto ogni giorno di più che crescevano davvero in fretta. Rientravano un pò più tardi la sera ed ogni tanto erano abbastanza sfuggenti col padre su come avevano passato la giornata. Ma Jim cercava di essere un padre comprensivo e discreto, il sorriso che le sue ragazze gli facevano bastava per risollevarlo dalla tristezza. Quando non era col babbo, Freddy passava delle ore spensierate con i suoi amici, sull'amata bicicletta o con un pallone tra i piedi, e soddisfatto e stanco morto recitava le preghierine ogni sera prima di addormentarsi. Se il tempo era inclemente, restava in casa con la tata, una signora gentile che tra un lavoro di casa ed una commissione trovava anche il tempo di intrattenere il piccolo con qualche gioco da tavolo. Alla sera aveva infine il papà tutto per sè. Non che le due sorelle lo trascurassero eccessivamente, ma quando stava con lui ogni cosa acquistava nuovo colore, sia che guardassero la tele, rileggessero i compiti o, una volta a nanna, lui gli narrasse una favola. Con Jim, Freddy non piangeva mai, non era mai triste. In sua assenza, talvolta pareva pensieroso, distante. In quei momenti c'era chi notava come un assentarsi, un distacco dai giochi, dalle matite colorate, dal libro che stava leggendo, ma nessuno per ora ne aveva mai parlato con lui. Non la maestra, che addebitava il fatto agli imprevedibili voli pindarici delle menti più innocenti, non la tata, né le sorelle che gradatamente stavano diradando le "gite" col fratellino al lanificio, adducendo impegni sempre più pressanti. Un pomeriggio assolato, Fred aveva preso la bici e si era recato in solitudine al torrentello che costeggiava il lanificio, risalendolo poi fino a arrivarne nei pressi. Vi gironzolava intorno dubbioso, non era del tutto sicuro di voler entrarci. Quel giorno aveva detto a Jimmy che si sarebbe recato dagli amici per i compiti, ma in realtà aveva poca voglia di restare con loro. Fu proprio guardando casualmente fuori da una delle finestre laterali che Jim lo scorse, e si precipitò fuori per capire cosa stesse succedendo. Il piccolo aveva la consueta espressione serena, ma al papà bastò uno sguardo per intuire che non si trattava del solito Freddy. Il babbo lo accompagnò in ufficio con dolcezza. Lui sorrideva debolmente, ma di fronte all'espressione preoccupata del genitore lo rassicurò, dicendogli che stava bene ma non se l'era sentita per quel giorno di andare dagli amici. In ufficio iniziò ad osservare con occhi curiosi i computer e gli accessori che vi si trovavano. Sfogliò con crescente interesse i cataloghi con i campioni di lana e le illustrazioni dei prodotti finiti. Poi si accucciò mansueto presso la postazione di Jimmy. Qualche minuto più tardi il padre venne richiamato fuori dall'ufficio per recarsi in laboratorio. Allora il piccolo sgattaiolò fuori dal locale e prese la via dei magazzini. Conosceva bene la strada oramai. Presto la sua immaginazione si lasciò rapire dal carosello di colori che gli si parava davanti: matasse dipanate, gomitoli multiformi,confezioni in preparazione, altre già stipate sugli scaffali. Il gioco per lui stava ricominciando. Passò un operaio che lo vide ridere, gli ammollò due cioccolatini. Proseguiva ancora. Adesso non pensava più alla sua mamma. Era stato giù di morale tutto il giorno. Se lei gli voleva bene, come diceva il babbo, perché non tornava mai a casa? Ma ora aveva ritrovato l'allegria, ed il meglio doveva ancora arrivare. Si fermò e guardò in giro con circospezione e, sicuro di non essere visto, si arrampicò sopra un cassone stracolmo e vi si sdraiò sopra. Le onde soffici lo accolsero come un letto caldo e lui, cullato dalla morbidezza della lana si addormentò felice.

 

LA CATENA DI SANT'ANTONIO

5 DICEMBRE 2018

 

Vi arriva una catena di Sant’Antonio? Potete scegliere come

comportarvi, se come il signor Pastafresca o come il signor

Verdecampo, i protagonisti di questa storiella, che troverà poi

spazio nel prossimo libro di racconti.

Imbecillità e suggestione, connubio fatale………

LA CATENA DI SANT'ANTONIO


Il signor Giovanni Pastafresca e l’amico Luigi Verdecampo sono due appassionati hi-tech. Fanno a gara per acquistare gli ultimi modelli di telefonia e per aggiudicarsi ogni nuovo aggiornamento software sviscerando con pignoleria le cascate di offerte che quotidianamente il web propone. Vivono col cellulare in mano e il note-book nella ventiquattr’ore.  Una mattina di fine maggio, il signor Pastafresca riceve sul cellulare la classica catena di Sant Antonio, con la quale gli si promette salute, ricchezza e felicità tramite un semplice “inoltra” del messaggio ad altri dieci utenti. La mancata esecuzione gli avrebbe causato (in questo caso era stata ancora abbastanza magnanima) tre mesetti di disgrazie. Il signor Pastafresca non ci pensò un momento e cancellò il messaggio, detestando mentalmente l’”amico” che glielo aveva girato. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno, anche Verdecampo ricevette la catena. Restò indubbio sul dafarsi, dopodichè la rinviò ad altri dieci utenti, cercando di evitare gli amici più intimi per non avere storie; dimenticò presto l’episodio.
Qualche giorno dopo i due si incontrarono al bar e commentarono insieme.
“Io l’ho cancellata subito”, affermò Pastafresca.
“Ma no, io l’ ho rimandata, così per ridere”, ribattè l’amico, poi parlarono d’altro.
C’era da verificare un imperdibile offerta di tot ore di traffico
gratis sul cellulare mediante un vantaggiosissimo nuovo tipo di contratto, per cui trascorsero le successive tre ore a controllarne l’affidabilità. Quando verso mezzanotte stabilirono che non ne valeva la pena, rientrarono soddisfatti a casa.
Tre giorni dopo, Verdecampo ricevette una nuova catena. Piuttosto annoiato dalla circostanza, tuttora in dubbio su cosa fare, si accorse che arrivava dallo stesso mittente della precedente. Decise ancora una volta di inoltrarla, ma telefonò al conoscente pregandolo di non mandargli più nulla del genere. Stavolta inviò la catena a dieci utenti diversi dai precedenti, sempre selezionati tra quelli con cui aveva meno familiarità. La catena stavolta millantava unicamente salute certa per lunghi anni. Naturalmente l’interruzione della stessa avrebbe causato malattie improvvise ed in alcuni casi anche decessi.
L’umore del signor Verdecampo subì un’impennata la sera stessa quando, in collaborazione col fido Pastafresca, scovarono ed applicarono in due ore nette la più conveniente tra le quindici offerte uscite in quella settimana, che promettevano la miglior risoluzione assoluta nelle fotografie da telefonino. Non avrebbero mai scattato alcuna foto, cosa che non interessava minimamente i due amici, ma l’orgoglio di appropriarsi della miglior risoluzione sulla terra fu tale da meritarsi un brindisi a base di cedrata e patatine rosse.
Al risveglio il giorno dopo però un messaggino sospetto lo mise in allarme. Era la catena del giorno precedente, rinviatagli, evidentemente per errore, da uno dei destinatari. Così il buon Luigi chiamò subito la persona chiarendo il fatto che la catena non andava rispedita al mittente ed altre amenità, riuscendo anche ad entrare in frizione con l’ottimo antagonista e dato che nessuno voleva dar ragione all’altro, la telefonata proseguì per svariati minuti consentendo a Luigi di arrivare tardi al lavoro e di spendere 6/7 euro al vento. Trascorse il resto della giornata in calma apparente. Ma l’angoscia lo colse sul far della sera, allorchè realizzò che, seppur per errore, gli era pur sempre arrivata una nuova catena cui non aveva tuttora dato seguito. Dopo aver attraversato una notte agitata, decise che avrebbe inoltrato la catena vecchia per la seconda volta, fortunatamente aveva ancora una buona riserva di contatti cui non aveva ancora girato quel tipo di messaggio. Lanciò la nuova decina.
Secondo i suoi calcoli, ora avrebbe dovuto finalmente sentirsi meglio, invece una strana inquietudine s’impadroniva di lui man mano che passavano le ore. Ne parlò a Giovanni il quale fu davvero sorpreso di apprendere dello stato d’ansia dell’amico. Era sempre stato una persona serena, non riusciva a capacitarsene. Per distrarlo, quella sera lo portò allo stadio comunale ove era in corso la gara dello sputo del nocciolo di ciliegia. Per la cronaca, il trofeo (un barattolo di ciliegie snocciolate) se lo aggiudicò un tale che sparò il nocciolo a 27,50 mt. senza rincorsa. Quella notte Luigi dormì sereno, e per qualche giorno le nuvole scomparvero dal suo orizzonte.
Ma nel pomeriggio del terzo giorno, un lampo lo attraversò: aveva già spedito tre catene eppure non aveva avuto benefici, né d’ordine economico, né di salute o altro genere. Non se ne dispiaceva in realtà, non che si aspettasse subitanee ricchezze o elisir di lunga vita, però detestava il pensiero di essere stato in qualche modo infinocchiato. Inoltre ricordò che il suo amico Giovanni non aveva ancora ricevuto la “giusta punizione”. Quella sera, al bar:
“Ma…a te, finora, non è capitato niente?”
“Niente, di che genere?”
“Beh, nessuna rogna, che ne so… stai bene di salute? A soldi, come va? Il lavoro, la crisi, succede niente?!?”
“No, perché dovreb..ma che fai, meni gramo?”
“No..anzi, mi preoccupo per te..anzi, sono felice che va tutto bene! Magari andrà peggio più tardi…no, scusa, non volevo..beh ci vediamo, eh? Ciao, ciao…”
Giovanni scosse la testa e reputò che l’amico lavorava troppo. La sera seguente Luigi, per smuovere l’impasse, ebbe un’idea geniale. Pianificò di creare una catena tutta sua. In essa, prometteva genericamente che un desiderio che esisteva da sempre sarebbe divenuto realtà; l’interruzione della catena comportava il doverlo abbandonare definitivamente. Mandò il messaggio a ben venti contatti, includendo alcuni di quelli cui aveva già inviato i precedenti e che non avevano avuto niente da ridere, più altri.
Da questi ultimi però ricevette alcune telefonate di lamentela, dovendo così depennarli dalla lista dei futuri papabili riceventi. In più, dovette richiamare più volte coloro tra questi con cui teneva ad aver buoni rapporti per cercare di ricucire lo strappo, cosa che gli costò non poca fatica, stress e denaro. Invece di stare meglio, nuove sensazioni d’apprensione lo colsero. Inevitabilmente aveva l’impressione di commettere qualcosa di poco pulito. Un nervosismo latente lo accompagnava anche sul lavoro e nella vita di tutti i giorni. Non stava meglio finanziariamente. Non aveva ancora ricevuto alcuno dei benefici decantati ed aveva già speso decine di euro tra catene inviate e relative telefonate di chiarificazioni.
Cominciarono le ritorsioni. Più d’uno dei riceventi delle sue catene, create o inoltrate, gli rinviarono catene sempre nuove e dalle condizioni più stravaganti ed ovviamente irrinunciabili. Entrato ormai nel vortice della dipendenza, le reinoltrava tutte. Non badava più ormai a cosa promettessero o minacciassero. Anche i suoi destinatari erano ormai scelti a caso tra i suoi contatti. Se qualcuno richiamava per questionare, non si dava più nemmeno la pena di ribattere lasciando sfogare l’interlocutore senza replicare. Staccava il telefono per lunghi tratti, e spesso trovava una nuova catena una volta riavviatolo. Lungi dallo sparire, le sue agitazioni si dilatarono, tanto da causargli insonnia e palpitazioni improvvise, finchè cadde malato.
Una bella mattina verso il 20 di giugno, Giovanni Pastafresca realizzò che erano svariati giorni che non aveva contatti con l’amico. Eppure nuove offerte hi-tech piovevano a catinelle e Luigi era sempre il primo a combinare appuntamenti per approfondirle. Si preoccupò ulteriormente a causa del fatto che non riusciva a contattarlo al cellulare. Si risolse così a recarsi a casa sua e lo trovò in stato pietoso. Luigi, che era stato molto riservato su quanto gli andava capitando, alla fine si decise a raccontargli l’intera faccenda.
Giovanni restò un intero pomeriggio al capezzale dell’amico, e tornò per tre o quattro giorni di fila. Riaccese il cellulare di
Luigi e cominciò a cancellare senza pietà ogni nuova catena che si ripresentasse, intimando a Verdecampo di fare lo stesso in sua assenza, pena l’abbandono al suo destino. Piano l’ammalato iniziò a dare segni di miglioramento, il quarto giorno ricominciò ad interessarsi al lancio di una nuova irrinunciabile fornitura di adsl + tot ore di navigazione gratis. Dieci giorni dopo tornò al lavoro e Giovanni gli lasciò in prova il cellulare in gestione, per testare la sua guarigione. Intorno alla metà di luglio, non arrivò più nessuna catena, né telefonate relative. Ogni traccia di malattia era sparita.
Luigi si dimostrò molto riconoscente. Per prima cosa offrì a Giovanni una cena ed intestò a suo nome un irrinunciabile convenzione telefonica con un gestore emergente per 800 ore a spesa ridotta, purchè effettuata tutta entro una settimana. Durante la cena però, non ce la faceva più dalla curiosità ed infine porse a Pastafresca la domanda che voleva fargli da quasi due mesi.
“Per non aver inoltrato quella prima catena, dici? No, mai niente di niente, anzi! Sto benissimo, il lavoro va a gonfie vele, ho rimediato una cena ed un vantaggiosissimo contratto telefonico
!”

 

ALESSIA E L'UFFICIALE

29 NOVEMBRE 2018

 

Nel corso dell’occupazione tedesca, col marito al fronte, la signora Luisa Baragiotti, di Boffalora sopra Ticino, a pochi chilometri da Milano, si trovò un giorno nella necessità di procurarsi la legna per casa, in vista dell’inverno. Ma per prendere la legna serviva un permesso speciale, visto che era necessario passare attraverso una zona off-limits, sorvegliata dalle truppe nemiche. Così prese la bambina, Alessia, di sette anni, per mano e si recò presso il presidio logistico, per ottenere l’autorizzazione al transito. C’era una lunga fila in attesa, per fortuna Alessia trovò qualche amichetta per giocare insieme, mentre la coda, lentamente, si sfoltiva sotto l’occhio vigile dei soldati armati. Quando arrivò il suo turno, Luisa fu condotta davanti a una porta chiusa. Un’intimazione in tedesco proveniente dall’interno fece tremare le pareti. Un soldato la spinse brutalmente in avanti e richiuse la porta. Luisa s’avvicinò, mezza tremante, all’ufficiale che la osservava da una scrivania, tenendo la bimba per mano.

Non era la prima volta che lo vedeva. Ogni tanto lo sentiva passare per strada, circondato da un gruppo di scagnozzi armati; urlava  in un italiano imperfetto, ma comunque minaccioso, impartendo comandi, sibilando improperi: lo sbirciava scostando le tendine della cucina, mentre la piccola Alessia le si accovacciava accanto.
Solo quando era ben certa che la truppa se ne fosse andata, lasciava l’angolino della cucina ed abbracciava la bimba, rincuorandola. Ora, trovandosi a un metro appena dall’ufficiale, era paralizzata dalla paura. Fu proprio Alessia a darle la carica, stringendo forte la mano con cui la mamma la teneva. Luisa si scosse e buttò fuori in un momento, come una lezione imparata a memoria, la sua richiesta, senza smettere di guardarlo. Aggiunse anche, dopo una breve pausa che il marito era partito da mesi e non aveva più notizie di lui, e doveva badare sola a quella figlia, non poteva permettere che morisse di freddo, come se questo potesse indurre l’ufficiale a una miglior predisposizione nei suoi confronti.
L’ufficiale la guardò attentamente in viso, poi girò gli occhi sulla figlia, che lo osservava apparentemente senza paura, forse incuriosita dalla situazione in cui si trovava. Ma ora che si trovava a pochi centimetri da quell’omaccione cattivo, dal quale la mamma la nascondeva sempre quando marciava per strada, non mostrava segni di terrore. E lui dovette accorgersene, visto che mantenne piuttosto a lungo lo sguardo sulla piccola. Luisa era paralizzata, pregava che quel momento passasse in fretta. Nel suo cuore non sperava più che gli venisse rilasciato il permesso, anzi, nemmeno più ci pensava, né alla legna né all’anelato foglio di carta. Voleva solo andarsene, al più presto, soprattutto la struggeva il pensiero di Alessia, che subiva quell’insopportabile tortura psicologica.

Ma l’ufficiale non pareva aver fretta. Nel silenzio plumbeo del locale, aggravato dalle espressioni glaciali delle due gigantesche sentinelle ai lati dello stesso, continuava a tacere in modo inquietante, privo d’espressione. Finalmente si mosse, in maniera impercettibile, sempre guardando Alessia. Luisa ebbe un fremito. L’ufficiale arretrò leggermente con la sedia e fece la mossa d’aprire un cassetto della propria scrivania. E la povera signora fu pervasa da un brivido.

Il tedesco recuperò in effetti qualcosa, dal cassetto, e lo mise sulla scrivania. Ma non era una rivoltella, bensì un piccolo scrigno in argento. Lo aprì con una chiavetta, e vi estrasse alcune fotografie. Luisa credeva di vivere in un sogno e ora anche Alessia appariva disorientata. L’ufficiale scelse una sola tra le foto e la mise sul tavolo, a favore di mamma e figlia. Ed entrambe non seppero trattenere un moto di meraviglia, nell’accorgersi che l’immagine raffigurava una giovane donna e una bimba, presumibilmente la figlia, abbracciate all’uomo. Il quale confermò l’impressione.
“Mia moglie e la mia bambina”, sussurrò a Luisa e Alessia. “Non le vedo da sei mesi, voi me le avete ricordate.” Con circospezione, le due allungarono il collo ad osservare.
Ma staccarono presto gli occhi dalle foto per rivolgerle, timorose, verso l’ufficiale.
Il quale però, senza aggiungere altro, stava iniziando a firmare i documenti relativi al permesso richiesto, mentre la signora Baragiotti tratteneva il respiro. Ad Alessia parve di vedere una lacrima, in quel preciso istante, sul volto dell’uomo. Il tedesco firmò con cura, una bella scrittura chiara e tonda, poi allungò le carte a Luisa. La povera donna, ancora spaventata, teneva le carte in mano senza decidersi a compiere alcun gesto, finchè un soldato le fece segno d’uscire, intimazione che Luisa non si fece ripetere due volte.

Col prezioso documento nella borsetta e la bimba stretta forte per mano, Luisa uscì e s’avviò verso la zona off-limits, per prendere la legna. L’ufficiale la guardò andare via, mentre sentiva salire un groppo in gola. Ma fu un attimo. Il suo volto riprese l’usuale espressione granitica ed intimò urlando al piantone di far entrare il prossimo in coda. Il soldato s’affrettò ad eseguire l’ordine. Nessuno dei militari presenti nella sala aveva notato, nei brevi minuti di presenza di Luisa e Alessia, nulla di strano.

 
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