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L'UOMO DEL SAX

6 OTTOBRE 2016

 

L’uomo del sax

“Per oggi basta, ragazzi. Ci vediamo domani, stesso posto, stessa ora.” Come gli altri colleghi, l’uomo del sax ripose lo strumento nella custodia, dopo averlo spolverato con un piccolo panno di stoffa rossa. Salutò affabilmente l’assemblea che andava disperdendosi. Indossò l’impermeabile ed il cappello che attendevano appesi al servo muto ed uscì. Lo sguardo all’orologio,quasi un ticchio oramai, era il primo gesto che compiva fuori dalla sala: le sei e due minuti. Come tutte le sere, scese le scale con calma, evitava di servirsi dell’ascensore. Usufruì della uscita secondaria, preferendone al solito la confortante discrezione rispetto al bailamme che circondava l’ingresso artisti, e si trovò fuori dal teatro. Per rientrare sceglieva strade marginali, sempre un po’ ignorate e nascoste alla luce del giorno, allungando di qualche minuto il tragitto, ma preferiva così. Arrivava a casa quasi sempre senza incontrare nessuno, depositava con cura il sassofono sul mobile in salotto e preparava la cena. Questo mercoledì andava attraversando una viuzza semideserta allorchè la sua attenzione fu destata da un bagliore sottile ma acuto, un lampo di luce che gli pareva di cogliere sullo sfondo, ballerino tra un angolo e l’altro della via. D’improvviso decise di seguirlo. Quanto più però gli pareva di avvicinarsi, tanto più il riverbero si sottraeva alla sua vista. Ora balzava su una finestrella malconcia d’un cortile di ringhiera, ora esitava al riparo di una sgangherata insegna di negozietto ormai dismesso, per poi volteggiare e depositarsi sopra le isolate, striminzite foglie d’edera che da chissà quando ornavano i muretti scoloriti e scalcinati della strada. Inseguendolo con tenacia benché senza successo, l’uomo del sax si trovò all’ingresso di un ampio ma deserto giardinetto pubblico. Non appena ne varcò l’accesso, il barlume che aveva rincorso sbiadì, sparendo dalla sua vista. L’uomo del sax si guardò intorno. Scelse un invitante panchina inondata di sole e vi si sedette tranquillo. Allungò le gambe, si divertiva a scavare piccoli solchi tra i sassettini e la ghiaia che ricoprivano il sentiero. Aprile è un mese strano, riflette prima di assopirsi. Al sole sembra quasi estate, si sbottona il pastrano, socchiude gli occhi. Cala il bislacco copricapo a falda larga sul viso. Con le sue lunghe gambe penzoloni pare volersi isolare e difendere dall’ambiente esterno, così singolarmente luminoso per lui. Il sole lo colpisce perpendicolarmente alla sua figura. Lui libera il sax dalla custodia e lo tiene sotto braccio. Cala il bislacco copricapo a falda larga sul viso e s’abbiocca beato. Subito, dal sax si sprigiona un suono vibrante, imperioso, che attraversa i folti rami delle piante fiorite di magnolia, di prunus, di felce che ornano il giardino. Musica lineare, salda, che priva di grinze e compromessi salta agile oltre l’ingresso sbarrato della stazione in rifacimento,irride le carrozze sconsolatamente ammassate su diramazioni di binari morti, supera le transenne arrugginite ed i cartelli sbiaditi che da tempo immemore delimitano la zona logistica in ristrutturazione e si libra indisturbata verso l’alto. Un assolo straordinario, esaltante che in un momento inonda valli e pianure, in un battito d’ali raggiunge le risaie, così distanti dalla grande metropoli e che viste dall’alto appaiono come tanti spicchi di mare brillanti nell’azzurro, forse è vero che molti tesori sono qui a portata di mano, ma non li puoi vedere se ci stai troppo vicino. Il suono prosegue potente, incondizionato, ora vira verso nord e scavalca di botto le cime inviolate dei monti. E qualcuno è fermo a guardare, lo sta anche ascoltando, vorrebbe capirlo ma dato che dell’uomo è attendere e del sogno volare, in pochi secondi lo perde di vista e d’udito. Il segnale si specchia nella statura inarrivabile della neve perenne, della quale condivide la maestosità. E’ questo l’istante in cui l’armonia raggiunge il punto più solenne e nobile, testimoniato da un largo e soave sorriso dell’uomo del sax, che dorme pacifico su una panchina qualunque di uno dei tanti giardini pubblici di una città qualsiasi, ad una distanza copribile solo col pensiero. Poi basta un fremito, un soffio di vento. La coda di una nuvola che lambisce ed oscura appena la lancia infuocata del sole. Ed il sorriso prende a sbiadire, la fronte si corruga. Stringe gli occhi come se un mal di capo lacerante lo stia attraversando. La sua maschera si fa truce mentre l’oscurità ha sempre più ragione di quello che ormai non è altro che un tiepido bagliore. Così l’uomo del sax riprende conoscenza, immerso nell’ombra di un pomeriggio di aprile che consegna alla sera un cielo avvolto dalle nubi. Tra poche ore la temperatura subirà un calo vertiginoso. Come trafitta dal pungiglione maligno di qualche errabondo sofferente, l’impressionante melodia che incantava i cieli inizia simultaneamente ad affievolirsi. Perde d’intensità, di forza; anche l’eco si stinge della limpidezza con la quale rispondeva colpo su colpo da ogni cantone alla voce stentorea di quel sound indimenticabile. Così, in pochi secondi, le cime dei monti, le valli, le pianure inondate dalle risaie, i binari morti e le locomotive in disarmo, le stazioni abbandonate, persino il giardino della piazza ove l’uomo del sax s’era beatamente appisolato, tutto ripiomba nel silenzio glaciale d’un tramonto governato da nembi bassi e intimidatori, in una primavera troppo timida per resistere. Il musicista ora è definitivamente desto. Si risolleva il cappello, si alza, si chiude il pastrano. Aprile è un mese strambo, riflette prima di andarsene. Ripose il sax nella custodia, e gli parve quasi più pesante del solito. Il giorno seguente, durante le sue otto ore di sessione da musicista professionista, il sax ebbe una resa impeccabile e dimenticabile, costretto com’era tra rotaie di spartiti ottusi e limitati da paraocchi gonfi di professionale vanagloria. L’uomo del sax non si concesse più alcuna stravaganza extra lavorativa. Quella sera uscì normalmente alle sei, senza dare nell’occhio e rientrò a casa per viottoli cupi, trascurati. Appoggiò il sax sul mobile del soggiorno, ove restò chiuso nella custodia sino al mattino successivo.

11/04/10

 

 

CINEMA SHOW

3 OTTOBRE 2016

 

cinema show

Per quanto alcuni anni siano ormai trascorsi, e per quanto flebili siano ormai i miei ricordi, ho chiaro nella mente che la sala era ampia, molto buia e irradiava un senso di calore gentile, nonostante le poltrone ormai logore, stanche dei pesi che avevano sopportato nel corso degli anni, con la fodera vellutata lisa e qualche volta lacerata in alcuni punti, le luci sempre più fioche indicanti le uscite di sicurezza, col neon pesantemente indebolito dagli insetti che chissà
come avevano superato la lamina di plastica formando poi macabro, annerente orpello. E ricordo bene che mi ci rifugiavo sovente, col duplice scopo di guardarmi il film e di osservare la variegata, multicolore umanità che vi presenziava mio pari. Ricordo con particolare piacere la signora Ongini, sessantenne minuta pensionata,
che quasi tutti i pomeriggi si recava ad assistere allo spettacolo delle cinque. Qualche volta, ma non sempre, riusciva a convincere anche il marito, che preferiva spesso invece il tressette all’osteria con gli altri. La signora Ongini veste sempre elegante, porta tra le mani un fazzoletto di pizzo con le iniziali della sua povera mamma, con il
quale tamponare le falle della sua commozione, attraversa con discrezione il corridoio centrale e si sistema silenziosa all’estrema sinistra della seconda fila, quasi provasse pudore nel riempirsi lo sguardo, il cuore e la mente delle immagini proiettate sullo schermo. Quando comincia lo spettacolo, la signora Ongini entra in uno stato estatico, e perde ogni contatto con la vita reale. S’immedesima nel personaggio in modo totalitario, puro, senza compromessi. Al termine,
si accascia sulla poltrona come svuotata, impossibilitata ad uscire dalla finzione e rituffarsi nel Vero. Poi sospira, tira un po’su con il naso, s’asciuga impercettibilmente l’angolo degli occhi, sorride, si alza a passettini leggeri e guadagna l’uscita, nutrendosi fin dell’ ultimo dettaglio che appare sullo schermo prima di sbiadire per sempre, quasi con la vergogna di guardarsi intorno. Una volta fuori dal locale
è un po’ smarrita nell’imboccare la strada di casa. Dimora per qualche minuto ancora nell’altra dimensione, ragionando, riflettendo, muovendosi ancora ai bioritmi ed ai criteri del personaggio. Finchè un lampo, un’indicazione, un colpo di clacson, lo squillo di un telefonino, la reindirizzano poco placidamente nelle sembianze della signora Ongini, che stringe tra le mani il fazzoletto di pizzo della madre. Nonostante si dimostrasse una frequentatrice assidua della sala, come potete comprendere non era proprio tipo da stringere conoscenze con altri avventori. Eppure giurerei di averla vista all’angolo della via un paio di volte scambiare due chiacchiere con Paolo e Giulia. Paolo e Giulia sono due fidanzati che raramente si perdono gli spettacoli preserali. Ormai conosco le loro abitudini: cinema e pizzeria, prima del rave-party. Sono i classici tipi dark-punk: cresta nera, trucco nero pesantissimo, giubbotti di pelle nera, calzoni a tubo
neri, borchie, anelli, bracciali, ciondoli e piercing vari, che ora che raggiungono le poltrone sembra che passa la banda dal casino che fanno e anche dal rumoroso cik ciok della gomma in continua ruminanza. Paolo e Giulia si sdraiano ognuno sulla propria poltrona, sistemando le gambe
sui sedili anteriori, tralasciando talvolta di farlo quando questi sono occupati da altri spettatori. Paolo è elettricista, ha fatto le serali e lavora da un paio di anni come dipendente. Ora però vorrebbe mettersi in proprio perché dice che a 23 anni è ormai maturo e poi non è uno che
regga troppo uno stato di disciplina. Giulia invece non ha ancora compiuto 18 anni. Studia alle magistrali e non ha perso anni finora, ma ciò che sta perdendo col tempo è l’entusiasmo e la voglia di applicarsi dei primi anni. Non è proprio a rischio ma insomma, e vuole andare a vivere con Paolo perché è così figo, e tanto i suoi non la capiscono.
La sera stanno lì davanti allo schermo e guardano, e ruminano, e tintinnano il ferro che si portano addosso. Quando il film è particolarmente lungo sbadigliano rumorosamente all’unisono senza interrompere la masticazione. Non parlano mai. Come termina la proiezione s’alzano ed escono con espressione assente. Poi c’è il
professor Salvetti. Il professor Salvetti è un uomo di cultura, ha 48 anni ed insegna da oltre un ventennio applicazioni tecniche alle scuole medie della città. E’ laureato in architettura e socio in un fiorente studio tecnico che s’occupa di urbanistica e design, compravendite di
immobili, restauro e quant’altro. Dieci anni fa ha seguito
brillantemente un corso per Amministratori di condominio ed ora gestisce con successo alcune palazzine in centro. E’assessore comunale e pronosticato da molti come prossimo sindaco della città. Sorridente, entra verso le 21, lui è un habituè della prima serata, cercando di salutare e di essere salutato da quanta più gente possibile. Giaccone,
giacca, camicia di raso, cravatta, pantaloni di velluto e scarpe di camoscio in gomma rinforzata è la sua divisa classica. Non ho mai saputo se avesse una moglie. S’accomoda ogni volta ad una postazione diversa, ed ama guardare sia lo spettacolo che gli spettatori, a gruppi
o singoli che siano, sparsi nella sala. Come se creasse una statistica architettonica, urbana sempre cangiante nell’intersecarsi delle svariate linee visive che dal suo sguardo raggiungono gli obiettivi che si prefissa. Alla fine di ogni proiezione, si ferma sempre a commentare con altri astanti il contenuto del film, discutendone la morale, il
taglio socio-politico assegnatoli del regista, la credibilità degli attori, l’intensità narrativo-poetica della sceneggiatura, sempre con quel suo vizio di guardarsi in giro, di sorridere, di incrociare più dialoghi con più interlocutori. Potrei narrarvi storie di molti altri personaggi che hanno valicato il glorioso ingresso del Cinema Show, ma posso anche fermarmi qui. Io so che per me ogni sera era uno spettacolo
indimenticabile vedere le persone farsi avanti ognuna a suo modo ed accomodarsi difformemente. Notare l’accumularsi dei vestiti, avvertire il plastico scartarsi delle caramelle. Ascoltare i rumori le chiacchiere trasformarsi in mormorio, poi in bisbiglio e quindi in silenzio man mano che le luci della sala sbiadivano per lasciar la scena alla proiezione; osservare infine la gente lasciarsi convogliare ognuno nella propria dimensione. E così guardavo attraverso l’oscurità
privata della Visione ed ammiravo. Ammiravo la signora Ongini, nel suo romantico rannicchiarsi nella poltrona, nel suo sguardo rapito, bearsi a fiato sospeso di spietati film horror, sanguinosi cannibal-movie piuttosto che efferate narrazioni di zombie e possessioni demoniache,
fremendo intenerita ad ogni urlaccio, sussultando commossa ai laghi di sangue che inondavano lo schermo fino a lambirne la poltrona, sempre stringendo sul cuore il fazzolettino di pizzo della sua povera mamma.
Nel frattempo, poche file più in là, oppure tante, oppure appena a fianco, come ho già detto amava spaziare, il professor Salvetti gustava la visione di grasse pellicole di commedie goderecce, con abbondanza di forme (dopotutto era architetto) ed esplicitare di contenuti. Il suo spiccato senso critico vagliava con ficcante arguzia gli ammiccamenti, le trivialità e tripli e quadrupli sensi, mantenendo costantemente l’aplomb professionale che gli era confacente. Era certamente il più adatto a captare il recondito, profondo senso artistico delle avventure
grossolane di giovanotti burini e ragazzotte scollacciate, e lo sviscerava poi con sapiente perizia agli astanti di cui amava circondarsi al termine delle proiezioni.

In una delle prime file dopo l’ ingresso, intanto, sdraiati
nella silente noia del proprio esclusivo menage, Paolo e Giulia osservano ad occhi spenti le scene più smielate di centenarie o recentissime pellicole romantiche, abbeverandosi di epiche tragedie e addii, di promesse eterne, di ritorni inaspettati, di lacrime torrenziali e lunghi baci tanto corposi quanto casti, sciorinati particolarmente nei titoli di coda, e meglio ancora se il sentimentalismo si dipanava attraverso vetuste e commoventi immagini in
bianco e nero. Alla fine del film, risorgono dal proprio ipnotico torpore ed escono tintinnando il ferro dei loro indumenti, masticando taciturni.

Era bello, lo spettacolo al “Cinema show”. Sarà stata l’ atmosfera speciale, l’epoca o magari l’intimità che vi si ricreava quotidianamente, fatto sta che riuscivo a vedere come, al sicuro del buio più totale, la gente si liberasse dal proprio io che come un’ombra invadente le soffiava sul collo e la costringeva a recitare un ruolo, a giocare una parte che chissà fino a che punto sentiva davvero sua. E l’ alter ego dello spettatore, liberato alla controluce azzurrina della
macchina da presa, produceva effetti davvero esilaranti.


 

 

 

 

RACCONTI FANTASTICI

30 SETTEMBRE 2016

 

Il fantastico è una prospettiva d’autore, la visione che plasma la materia narrata. Qualche tempo fa il New Yorker ha stilato una lista di alcuni autori contemporanei meno noti per il fantastico ma appassionati dello stesso. Ed ecco la  lista di dieci racconti fantastici da leggere assolutamente.

 

1) Edgar Alan Poe, Eleonora
Tra le atmosfere gotiche di Edgar Alan Poe il mio preferito è “Eleonora” che comincia così: “Discendo da una stirpe nota per il vigore della fantasia e l’ardore della passione. Gli uomini mi hanno definito pazzo, sebbene non risulti ancora chiaro se la pazzia sia, o no, il grado più alto dell’intelletto. Coloro che sognano ad occhi aperti conoscono molte cose che sfuggono a quanti sognano solo dormendo”.

 

2) Shelley Jackson, La melancolia del corpo
Ne “La melancolia del corpo”, Shelley Jackson viviseziona il corpo, rendendolo mostruoso: un cuore nero che mangia le comete e le sonde spaziali; spermatozoi quanto bufali sono liberi di andarsene in giro per la città; tumori che si insediano nelle abitazioni dei loro coinquilini. La fantasia, in carne e ossa, lascia smarriti.

 

3) Jorge Luis Borges, Emma Zunz
Per gli appassionati del fantastico/metafisico, dico solo un nome e questo è: Jorge Luis Borges. In “Emma Zunz”: “La storia era incredibile, effettivamente, ma s’impose a tutti, perché sostanzialmente era vera. Vero era l’accento di Emma Zunz, vero il pudore, vero l’odio. Vero anche l’oltraggio che aveva sofferto; erano false solo le circostanze, l’ora e uno o due nomi propri”.

 

4) Julio Cortazar, Bestiario
Gli spunti metaforici – la metafora è uno dei ferri del fantastico – devono essere implicitamente carichi di sviluppi: non messi a caso per fare impressione. Nel racconto “Bestiario” , tratto dall’omonima raccolta di Julio Cortazar , una tigre si aggira nelle stanze di una villa di famiglia. La domanda non è cosa ci fa, ma cosa rappresenta? E la risposta non tarda a sconvolgere.

 

5) Italo Calvino, Marcovaldo
Marcolvaldo, celebre personaggio del periodo fantastico di Italo Calvino, è un uomo goffo.  In “Funghi in città”, tifiamo per lui accogliendo l’assurdo come naturale, in una metaforica gara di sopravvivenza umana. Una lotta che si conclude non senza amarezza, mostrandoci i funghi per quello che sono: illusioni.

 

6) Philip Dick, Ubik
Il finale a sorpresa è forse l’elemento strutturale più importante nei racconti fantascientifici di Philip Dick. Il papà di “Ubik”, è il creatore di numerosi racconti, storpiati spesso dal cinema. Scritto nel 1957, The Minority Report, resta il suo testamento (chiaramente ante litteram e visionario).

 

7) Dino Buzzati, Babau
Sobrietà ed economia lessicale caratterizza “Babau” di Dino Buzzati, ne “Le notti difficili”: “Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminio, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace”.

 

8) Gabriel García Márquez, Un signore molto vecchio con certe ali enormi
Altri racconti fantastici sono raccolti in questo articolo, tra cui “Un signore molto vecchio con certe ali enormi” di Gabriel García Márquez: “Era una tarantola spaventosa delle dimensioni di un montone e con la testa di donzella triste. Ma la cosa più lacerante non era lo sproposito del suo aspetto, ma la sincera afflizione con la quale raccontava i particolari della sua disgrazia”.

 

9)Haruki Murakami, L’elefante scomparso e altri racconti
Il fantastico è un aspetto della letteratura di Haruki Murakami. In “L’elefante scomparso e altri racconti” sono presenti tutte le immagini, i temi, i sentimenti, le visioni che poi l’autore ha sviluppato nei romanzi. Una lettura per gli appassionati.

 

10)Doris Lessing, Canapos in Argo
Lasciamo la forma racconto, solo per consigliare la lettura di una scrittrice nota per la profondità psicologica delle sue storie e meno nota per la passione per il fantastico. Leggete la serie “Canapos in Argo”di Doris Lessing (Premio Nobel 2007). Non c’è niente di più reale della fantasia di una scrittrice.

 

OPERA CABARET

27 SETTEMBRE 2016

 

OPERA CABARET

Domenica 2 Ottobre a Cornaredo ore 21.00

Vi aspettiamo domenica in Piazza della Chiesa Vecchia a Cornaredo con la commedia musicale Soap Opera Cabaret che vede sul palco Debora Mancini, Rachel O'Brien, Giorgio Valerio e Loris Peverada. Allegria, divertimento, grande musica, arie d'opera e d'operetta per uno spettacolo adatto a tutte le età. Non mancate.

Ingresso gratuito.

 

PALAZZO MARINO IN MUSICA

24 SETTEMBRE 2016


Domenica 25 Settembre prosegue la rassegna Palazzo Marino in Musica organizzata da EquiVoci Musicali nella splendida cornice di Sala Alessi a Milano.


 

PRENOTA E PARTECIPA AL CONCERTO
biglietti gratuiti disponibili online
dalle 14:00 di giovedì 22 Settembre

 

Lo sguardo di Schumann è quello di un poeta dal talento sensibile che distingue ciò che muove i suoi sentimenti e le passioni da ciò che è frivolo o lontano dal suo spirito tormentato.


Domenica 25 Settembre 2016, ore 11.00

Das Heimatland. Lo spirito musicale della propria terra.

Quartetto Farnese

Il sito dedicato alla rassegna è www.palazzomarinoinmusica.it

 
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