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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 15 - DHEGRADO!

8 APRILE 2018

 

Il 31 agosto di quell’anno era un venerdì, e per la storia dei Luxuria Betovox, eccellente complesso musicale dell’hinterland milanese, non era assolutamente un particolare secondario. Gli italiani rientrati al lavoro dopo l’ingannevole, effimero scampolo di libertà assaporato a caval di Ferragosto, erano di nuovo in partenza, per rubare ancora un lembo di vacanza allo scortese incedere del tempo che aveva bruciato ferie, denari e buonumore.
I trentun gradi registrati alle sette di quel torrido mattino inducevano a chiudere ancora più in fretta valigie e borsoni e spiaccicarsi all’ombra di mari, laghi, monti.
Per tasche meno fortunate, o potremmo anche dire per animi più pittoreschi, quale meta più indicata di quella del naviglio grande, che avrebbe accolto bagnanti (di frodo), pescatori (non autorizzati), velocissimi skateboard, pattini o mountain bike (indifferenti al limite di velocità), picnic e merende d‘ogni sorta (indifferenti ai cestini disseminati lungo l‘alzaia).
Queste le malinconiche considerazioni del giovane commerciante Paolo Garavani, che sbuffava per l’afa allorché quello stesso mattino si recava in ufficio, ossia attraversava il cortile della propria abitazione. “Stasera non verrà nessuno”, bofonchiava deluso aprendo i registri e l’agenda. “Tutti fanno il week end fuori, capirai, siamo ancora ad agosto, chi vuoi che venga allo spettacolo. Proprio adesso che avevamo aggiustato tutto, a questo non avevo davvero pensato!!”
Il signor Pierluigi escogitò la maniera di consolarlo produttivamente, affidandogli una pratica importante che lo tenne impegnato per l’intera giornata, impedendogli di abbandonarsi alla negatività. Fu ancora con maggior impegno e determinazione, notava il padre, che il figlio la portava a compimento. Alle sette di sera, esausto, Paolo si travasò nella doccia e un’ora e mezzo più tardi, recuperata la fidanzata, raggiungeva il luogo dello spettacolo dal vivo. Sorprendentemente, era l’ultimo arrivato.
Karsi era presente dal pomeriggio, in qualità di organizzatore-partecipante-revisore dello spettacolo ed in quella veste si divideva senza soste tra tecnici del suono, delle luci e quant‘altro. Alberto, svincolatosi dall’azienda intorno alle cinque, si guardava attorno con fare tracotante, promettendo a chiunque gli capitasse a tiro uno spettacolo indimenticabile, spalleggiato da un raggiante Alfonso.
Al calar delle luci del giorno, lo spettacolo venne aperto e portato avanti da alcuni “bandine” (Alberto dixit) della zona che si alternavano ogni mezz’ora circa. Fu così che una manciata di minuti oltre le ventitré, l‘eccellente leader s’impadronì del palco ed afferrò il microfono, rivolgendosi agli astanti come segue:
“Stasera, caro e fedele pubblico, vi presentiamo un grande batterista. Un grande batterista, in una grande band! Oserei dire, un grosso batterista, ma non vorrei irritarlo, sapete, è un po’ suscettibile…ecco a voi, il celeberrimo, l’unico, il solo.. meno male…Fabrizio Cassetti detto il Bologna!!“
Tale Bologna sbirciava sarcastico il leader, ripromettendosi di schiaffeggiarlo poi in separata sede per l’accenno alla di lui mole; la gente applaudiva ridendo.
Dopo questo breve e promettente inizio, a parlare fu la musica. Infatti per il primo quarto d’ora, ci fu spazio solo per le canzoni, che non furono neppure presentate. I primi pezzi, due covers di Van Morrison e “Vertigine“, erano stati scelti tra i più semplici del repertorio per sciogliere la band dopo qualche mese di stagnazione.
Poi, intorno alle ventitré e trenta dell’ultimo giorno agostano, Alberto afferrò teatralmente da una sedia un salviettone e si deterse a lungo con violenza il viso grondante sudore.
Da consumato macho, s’attaccò al collo scivoloso di una Bad che trangugiò nella propria interezza, rinunciando poi al primo impulso che gli suggeriva di scagliare la bottiglia vuota tra la gente o verso le abitazioni dei dintorni. Più ponderatamente, si limitò a lanciarla addosso ad Alfonso sfiorandone il basso e percuotendogliene il ginocchio, cosa di cui il buon bassista fu al capo sempiternamente grato.
”Ora cominciano i classici!” ululò al pubblico che si stava ulteriormente scaldando, dopo la buona accoglienza dei primi brani. Karsi da dietro il seggiolino del batterista, che tutti si chiedevano come potesse reggere una simile pressione, lo allumò divertito con aria di compatimento.
Gary, superato il leggero malessere causatogli dalla suddetta bottigliata sugli arti inferiori, non riusciva a trattenere le risa perché, tuffandosi continuamente per terra, il leader era riuscito a strappare i jeans sul didietro scoprendo uno spettacolo imbarazzante. Paolo cercava di mantenere una propria sobrietà restando impettito alla sinistra di Beto, sorridendo alle ragazze che in realtà sbavavano per il succitato, pendendo dalle sue labbra macchiate (di Ceres stavolta), per fortuna ingollata tramite un innocente bicchierino (bicchierone) di plastica.
Dopo l’esecuzione di “Over the Top” e “Open”, le atmosfere dark di “Huomini”, immancabile omaggio ai Ritmo Tribale, testata la aderenza di Fabrizio alle musiche della band (anche grazie alla semplicità delle stesse ed alla duttilità dello stesso), la nuova formazione si lanciò senz’altro in una dura versione di “You knock me out”, prima di quello che Beto aveva definito “finale pirotecnico”. Il pubblico attendeva con ansia e quando il leader, tra citazioni deliranti di angeli della notte che l’avevano ispirato nella creazione della storia (scritta in realtà da Alfonso), annunciò “Luxuriotica”, tutti esultarono.
Gli altri musicisti invece, tremavano. Avevano deciso di rinunciare a “Sentieri interrotti”, dato che non se ne sentivano sicuri, e assolutamente di evitare “Luxuriotica” in quanto la sua complessità avrebbe certamente causato problemi non indifferenti.
Ed ora quell’irresponsabile l’annunciava dal vivo!
Senza farsi notare, Gary con uno spintone fece perdere l’equilibrio ad Alberto che, cadendo, ebbe modo di ricevere una pedata nelle parti basse da Paolo, proprio dove il tessuto lacerato dei calzoni rendeva la zona particolarmente vulnerabile. Ma il leader si rialzò ghignando e tutti risero. Si spensero le luci e la canzone ebbe finalmente inizio. Fabrizio, che avrebbe certamente desiderato spaccare le bacchette in testa al cantante, e probabilmente poi lo fece pure, non diede segni di nervosismo e ripensò alla struttura del brano che aveva comunque già ascoltato in più d‘un‘occasione. Rassegnato alle pernacchie, Paolo iniziò il lugubre giro in minore mentre Alfonso grattava stridulamente le chiavi di casa sulle corde alte del basso e il leader emetteva tenebrosi vagiti. All’ingresso del cantato, si udì sicuro il primo, stentoreo colpo di rullante seguito prontamente dalla cassa, e fu un momento risollevante per tutti.
Di lì in poi ogni cosa procedette senza intoppi particolari grazie all'eclettismo del batterista, che seppe cavalcare con disinvoltura i cambi di tempo e la complessa struttura del pezzo. Naturalmente gli altri presero forza e coraggio dalla sicurezza del drummer e il leader al solitò esagerò, denundandosi (non del tutto…) durante l’assolo finale .
Nove minuti dopo, al brano veniva riservato un nuovo, ampio consenso di pubblico.
Proprio come l'anno precedente i Betovox, ultimi in scaletta, furono costretti a chiudere il live al termine di questo brano, ed ancora una volta la folla mugugnava vedendo i quattro discendere dal palco. Tutto era andato oltre le più rosee previsioni e nell’entourage dei Luxuria si dovette ammettere che, oltre alla grande affidabilità di Cassetti, buona parte del merito andava ascritto al colpo da maestro e alle performance del leader. Il quale, con una strana smorfia sul viso, mangiava e beveva e distribuiva pacche sulle spalle a chiunque ne occupasse il campo visivo, evitando opportunamente di prendersi simili libertà con la polizia municipale che bazzicava lì intorno. Barcollando, si premunì presto di versare mezza Kronenburg (che peraltro gli era stata offerta da Gary) sulla custodia della chitarra di Garavani, che lo insultò avidamente. Gary parlottava soddisfatto con Karsi circa la "bella intesa" dell'improvvisata sezione ritmica.
Molta gente, tra cui parecchi sconosciuti, si faceva avanti a complimentarsi col gruppo, e sommamente magnanimo si dimostrò il capo nell’estendere lodi ed elogi anche ai suoi “bravi ragazzi del complesso.”
Una decina di minuti dopo il termine dell’esibizione, mentre si stavano accingendo a lasciare il piazzale, videro Gianni e Lucia venire loro incontro.
Sorridendo, Colombini si limitò a un breve, cortese e gelido approccio.
“Come sono andate le vacanze? Vi vedo in forma, ci avete messo poco o nulla a sostituirmi, comunque avete fatto un ottimo concerto, complimenti”.
Nei cinque secondi che seguirono, la temperatura discese d’almeno una ventina di gradi.
Fu Alfonso a prendere la parola, nell’imbarazzo degli altri. “Gianni, la nostra presenza alla “Festa dell’amicizia” è stata richiesta da Fabrizio, ed è stata una cosa dell’ultimo, anzi dell’ultimissimo momento. Ti hanno cercato per dirtelo ma voi eravate via, hanno telefonato due volte.”
“Si, mia madre me l’ha detto, ma non è questo il punto.”
“Non credo ci sia stato nulla di male, fare pochi pezzi con un altro batterista…”
“Beh, non è il massimo della considerazione,” s’intromise la ragazza, “sono sicura che se fosse mancato qualcun altro non avreste suonato, o sbaglio?!?…"
"Ascoltatemi ragazzi", era Paolo stavolta l'interlocutore, "ultimamente abbiamo avuto pessimi rapporti per svariate ragioni. Si è vero, avremmo potuto non suonare senza Gianni, ma questo non sarebbe stato altro che quello che è in pratica successo per tutto l'ultimo anno…le assenze, i musi lunghi, spiegazioni confuse...per noi non è stato facile tenere su il gruppo, praticamente solo io e Beto. Anche Alfonso non c’era per via del militare, ma si faceva vivo, ha fatto carte false per ottenere le licenze per rientrare, per i concerti…anche senza prove, addirittura. Insomma, ciò che voglio dire è, se manca entusiasmo o voglia, forse non è il caso di fare musica insieme. Siamo così lontani dalla verità?!?"
Ma Gianni non pareva convinto e mantenne un tono amaro nella replica:
"E’ vero che nell’ultimo periodo il mio senso di estraniazione mi ha allontanato dalla band. Ma voi, sinceramente, avete mai provato davvero a capirmi? A cercare di analizzare cosa mi stesse succedendo, perché mi stessi comportando così?!?
Se non l’avete fatto, le nostre affinità, l’affiatamento tra noi non era, non è, tale da rendere facile il suonare insieme.
Io ho un carattere un po’ chiuso, lo ammetto, ma è anche vero che non mi sono mai sentito uno di voi, fin dall‘inizio, mi mancava la complicità che vi unisce, e non posso fare a meno di pensare che andiate bene, anzi meglio, senza di me. Mi sembra che il concerto di stasera l‘abbia ampiamente dimostrato."
Questa la chiosa dell'ormai ex batterista dei Luxuria Betovox.
"Ciao ragazzi, buona fortuna. Senza rancore, eh?"
E si allontanò con la fidanzata, seguito dagli sguardi degli altri che non trovarono altro da aggiungere. La brillante atmosfera creatasi con lo spettacolo era svanita lasciando posto ad uno sgradevole senso di amarezza.
Il “chiarimento”, preteso con forza da Cassetti, s’era svolto prima del previsto ed aveva disposto in modo inequivocabile il prosieguo della nostra storia.
Ai ragazzi non restò che rifugiarsi al “Bologna”, anche perché la presenza di Karsi era colà indispensabile onde chiudere il locale. Alfonso, Alberto e Paolo misero le gambe sotto al tavolo al cospetto di due birre e gazzosa, un acqua brillante con ghiaccio e la sola scorza di limone, verde credo, ed una Guinness con schiuma levata a manate, per il corpulento batterista. La malinconia per quanto accaduto post-live non occupò a lungo i loro pensieri, anzi. Alberto piovve presto in uno stato di eccitazione non facilmente arginabile, in cui dichiarò tra l’altro che quella sera era sorta una stella sgargiante nell’ ”ammuffito panorama del post-sixties garage punk italico”. Karsi gli affibbiò una travolgente pacca sulla spalla squartandogliela, senza peraltro ridurlo alla ragione. Gli altri, che conoscevano meglio i veementi fervori del leader, lo lasciarono sbollire e quando finalmente il delirio ebbe termine, provarono a riflettere seriamente sulla piega che le cose stavano prendendo.
“Adesso quando devi ripartire?”
Alfonso rispose con una smorfia alla sensata domanda di Cassetti: “Vado via domenica sera, fino alla fine di settembre/inizio ottobre. Non ho possibilità di rientrare prima, dato che le licenze sono agli sgoccioli. Devo ancora farmi l’ordinaria in verità, ma pensavo di tenerla per le feste di Natale, quando ormai saranno davvero pochi al congedo”.
La successiva considerazione era firmata Garavani. “Fortunatamente non abbiamo più impegni live a breve, a parte che con un ingresso così di qualità nel gruppo trovare l‘amalgama è stato un attimo…”
Beto lo interruppe con un perfido “Beh, certo si tratta di un aggiunta di peso…” Karsi ignorò il sarcasmo e replicò che ad ogni buon conto la strada per un’integrazione completa non era un percorso da affrontare a cuor leggero, però era fiducioso, molto fiducioso sulla sua nuova avventura, “nonostante un leader stupidotto (eufemismo!!!) e fuori di testa”.
Detto leader allora rilanciò la festa ordinando sangria per tutti, fermo restando che ognuno avrebbe poi pagato la propria, “tanto per mantenere alto l’entusiasmo”, e fu infine Gary stesso a prendere la parola.
“Secondo me questo è stato un concerto davvero molto importante. Non solo per la resa del gruppo o la rassicurante risposta di pubblico, su questo non avevo grossi dubbi. Ma la cosa davvero importante è che noi stiamo guadagnando tanto dal lato tecnico: Karsi ha un drumming pieno, robusto ed agile allo stesso tempo, ha azzeccato un concerto senza nemmeno una prova... non perdiamo l’occasione, trovatevi il più assiduamente possibile in questi ultimi mesi in cui io non ci sarò, così inaugureremo l’anno nuovo con una formazione rafforzata ed al completo. Anzi secondo me…”
“Secondo te?!?” ripresero gli altri quasi all’unisono
“No..stavo pensando che..forse bisognerebbe dare un taglio netto al vecchio gruppo che eravamo…”.
Il bassista spiegò dettagliatamente quel che intendeva dire. Dei vecchi Luxuria Betovox non restava oramai più niente. Completamente mutata la tendenza originaria a livello creativo, sensibili cambi di formazione, trascinante maturazione scenico-teatrale del frontman; tutto portava, in quel momento, alla necessità di “ufficializzare” la nuova band che era nata sulle ceneri della vecchia.
Con un nome nuovo, ad esempio.
“Grande!“ se ne uscì il leader, “un nome nuovo! Ecco come celebreremo la trasformazione!”. E giù un altro giro di liquori mediamente alcolici, offerto da Karsi al quale il leader, senza vergogna, aveva chiesto espressamente “un simbolo di generosità per i tuoi nuovi compagni d’avventura artistica!”.
L’atmosfera della serata (quasi nottata) tendeva pericolosamente all’esaltazione.
Torretta divenne gradualmente più allegro ed anche sul viso di Paolo cominciò a stabilizzarsi un ghigno innaturale con rimpicciolimento di occhietti, risposte a monosillabi e bicchiere stabilmente mezzo pieno (non in senso lato).
Alfonso dopo il discorso serio di pochi minuti prima s’adeguò allo svacco dilagante e iniziò irrazionalmente a dare busse sulla pancia del vasto batterista che si alterò ben presto e cominciò a inveire con durezza. Quando anche Alberto, che non poteva fare a meno di sghignazzare sguaiatamente, iniziò a fare pepati commenti sulla vastità di Fabrizio, quest’ultimo prese i due indisciplinati per le tee-shirts (dei Morlochs e dei Vipers, rispettivamente) e li accompagnò in maniera rude fuori dalla porta del locale, sproloquiando acutamente. Data la situazione, Paolo salutò rispettosamente il batterista e preferì uscire in autonomia. Caricò i due compari sull’automobile e li sgombrò poi con scarso riguardo davanti alle rispettive abitazioni, prima di fare ritorno verso la propria. Qui giunto, respirò a pieni polmoni l’aria frizzante di quell’ultima parte d’estate, digerì in modo tutt’altro che silente e si recò di corsa all’agognato desco per il meritato riposo, iniziando a progettare qualche nuova denominazione per il complesso, salvo stancarsene subito ed addormentarsi ancora prima di aver indossato per intero il pigiama.
Oltretutto l’indomani era atteso da una trasferta, non per concerti ma per una fiera del Mobile nel Monferrato ed ebbe l’agilità mentale di puntare la sveglia ad un’ora consona, prima di sprofondare in un sonno buio pece.
Il giorno successivo, 1 settembre, il bassista dell’ancora per poco gruppo denominato Luxuria Betovox si alzò con l’impressione di aver dormito con una mola da arrotino in testa, ragione per cui si palpò il capo con fare preoccupato.
Volle dirigersi verso il bagno ma urtò in più punti contro le sporgenze del tragitto.
Soffrì particolarmente nel rendersi conto che aveva investito la sua amatissima Calathea da interno, rischiando di sfracellarla al suolo. La raccolse con pietà e cautela, ripulendo le foglie ad una ad una e raddoppiando la dose d’acqua e di concime. Finalmente raggiunse i servizi, e verificò che in effetti in testa aveva solo la solita massa informe di cuoio capelluto e quanto è peggio s’accertò che mancava un quarto a mezzogiorno.
Era rientrato a casa da quasi una giornata e non aveva ancora praticamente visto i suoi, che lo accolsero in cucina qualche minuto dopo con un applauso a scena aperta, di cui lui non riuscì nemmeno a cogliere il sarcasmo, ed uno striscione da curva con una scritta a caratteri cubitali:
“questa casa è un albergo”.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 14

3 APRILE 2018

 

La seconda telefonata di quella sera si rivelò molto più fruttifera della precedente.
Alfonso fu molto contento di sentire i “ragazzi”, come li chiamava lui; ancora più contento fu nel sapere che non lo avevano contattato per sapere come stesse, cosa della quale probabilmente non calava molto né a Beto né a Paolo, ma per chiedergli la disponibilità per un nuovo live a breve; sommamente contento fu nel comunicare loro che sarebbe rientrato in licenza il sabato seguente “e se vogliamo possiamo anche suonare la domenica mattina!!”.
Quella domenica invece i tre si trovarono (alle dieci di sera) davanti a due birre scure e una cedrata senza ghiaccio al tavolo del vecchio Bologna. Beto esplicò brevemente al bassista il nuovo progetto di live, ed inutile sarebbe sottolineare l’adesione entusiastica di quest’ultimo.
Da quest’ultimo, invece, Paolo e il leader si attendevano un’obiezione che puntualmente arrivò alle 22,37, appena oltre la sigla della domenica sportiva, versione estiva, allorchè anche Gary realizzò la grana relativa al batterista.
Beto non aspettava altro, era giunta finalmente l’ora del suo colpo da maestro.
Un secondo più tardi chiamò Fabrizio al loro tavolo, e questi si presentò abbastanza velocemente, terminando in fretta e furia una discussione calcistica con un avventore e versando una media scura ad un altro (si era anche premurato di gettare via la schiuma a manate per riempire più in fretta il bicchiere). Si sedette. “Ditemi, ragazzi”.
Torretta prese la parola: “Fabri, abbiamo deciso di accettare la tua umile proposta, un po’ azzardata ma giustificabile, d‘altronde siamo il miglior gruppo della zona“.
Cassetti era il ragazzo più tranquillo del mondo, ma, come spesso capita, i ragazzi tranquilli sono facili all’alterazione e all’ira. Inizio a scrutare il leader con un’espressione accigliata, che mise la tremarella agli altri.
“I Luxuria Betovox,” proclamò solennemente il capo dandosi delle arie, “parteciperanno al nuovo spettacolo dal vivo presso la Festa dell’Amicizia che si terrà…si terrà..che si terrà quando si terrà, ad una condizione.”
“Ma che diamine (eufemismo!) stai dicendo?!?” chiese Cassetti, che iniziava ad agitarsi.
“Tu sarai il nostro batterista, Fabri, o il nostro complesso non comparirà nel cartellone!”
Fabrizio Cassetti nasce a Magenta o Boffalora, non conta, e magari in nessuno dei due luoghi, durante il 14 gennaio 1965, lo stesso giorno di Andreotti (solo mese ed anno…) e questo resterà per lui un grosso cruccio dal quale non ha mai saputo riprendersi completamente; batterista-percussionista -bonghista, tratta con familiarità qualsiasi strumento apportatore di ritmo che gli capiti tra le mani e tra i piedi, tanto da essere riconosciuto unanimemente il migliore in zona nel suo ruolo.
In queste varie vesti farà parte in maniera più o meno
stabile di numerose bands, tra cui i già citati Gamba de Fegn, con la quale riscuoterà più tardi un successo superiore al semplice consenso locale. Durante la bollente estate del 1990, la sua offerta di partecipazione ad un live ai Luxuria Betovox accenderà una miccia che porterà ad una rivoluzione all’interno del complesso.
L’abbiamo lasciato pochi secondi or sono alla proposta-shock del leader, nel frattempo lui ha ascoltato, si è lievemente grattato la folta barba scura, ha sgranato gli occhi e ascoltato quanto soggiunto da Alfonso subito dopo:
“Sai, appena hai lanciato l’idea, noi abbiamo tentato di avvisare Gianni, ma purtroppo era già partito per le vacanze, e poi quando tornerà lui parte Paolo, io sono via del tutto quindi non ci si vede più per eventuali prove fino alla fine di agosto”.
A questo punto Karsi si rialza e fa per riguadagnare la postazione presso la macchina del caffè, emettendo un’unica frase:
“Se è per sostituire Gianni, accetto. Ma sia ben chiaro che il batterista del vostro gruppo è lui, anzi, quando tornerà lo chiamerò io stesso per chiarire la cosa.”
Il fiero batterista riparte poi diretto al bancone.
Paolo e Gary apparivano proprio soddisfatti della risposta. Avrebbero potuto ovviare all’assenza di Colombini, partecipare comunque al concerto e poter usufruire per lo stesso del miglior drummer della zona!
Garavani propose un altro giro di bevande, proposta alla quale Alfonso s’associò festosamente, ma i due non sentivano giungere l’adesione in fondo più scontata, ossia quella di Alberto.
Il capo aveva infatti assunto un’espressione perplessa, che i compagni non comprendevano. Visto che nessuno dei due pareva sapergli leggere nel pensiero, il cantante si risolse infine ad esprimere compiutamente la considerazione che andava meditando.
“Non ci siamo capiti, ragazzi. Anzi, non avete capito, né voi né lui! Io voglio che Karsi prenda in maniera definitiva il posto di Gianni alla batteria nel gruppo!”.
Gli altri lo guardarono per qualche secondo a bocca semiaperta.
“Ragazzi, ma non capite?” riprese subito Torretta, profittando dello sbigottimento dei colleghi, “ci serve qualcuno che abbia entusiasmo, non ci devono essere zavorre né tecniche né comportamentali per la nostra band! Il nostro uomo sarà qualcuno che abbellisca la nostra creatività vestendo i suoni di una ritmica pompata ed elegante allo stesso tempo, non anonima e priva di colore!!”
Il primo discorso completamente di senso compiuto di Alberto in due anni di Luxuria Betovox lasciò esterrefatti gli altri, che comunque non misero, per il momento, Cassetti a parte della dichiarazione d’intenti del leader.
Paolo commentò: “A livello tecnico il gruppo ne guadagnerebbe, è ovvio. Ma se è questo quello che vogliamo, bisognerà parlarne chiaramente a Gianni, e al più presto. Non dobbiamo agire per sotterfugi, ma essere più leali possibile.”
“Questo era sottinteso, ma per il concerto ormai non abbiamo più possibilità di contatto. Non appena ci ritroveremo post-live, gli comunicheremo di persona la decisione”, la replica di Beto.
“E’ questo quello che vogliamo?” si trovò a chiedersi Alfonso, senza guardare precisamente da nessuna parte.
Qualcuno dei suoi amici specificò: “Non sarà esattamente quello che vogliamo, ma per andare avanti è quello che dobbiamo.”
Finalmente il secondo giro di beveraggi invadeva il tavolo dei betovoxiani. Consumarono in silenzio. Ognuno di loro era assorto in maniera talmente intensa sugli sviluppi che la vicenda avrebbe intrapreso che s’accinsero poi a lasciare il “Bologna” senza che alcuno dei tre ricordasse di passare alla cassa.
Cassetti, che ormai aveva l’occhio lungo, recuperò i tre ragazzi prima che svanissero dal locale ululando torvo:
“Tornate qui subito a pagare o vi scaglio un fusto di Ceres sulla schiena!!”
Inteneriti dalla discrezione e la magnanimità del loro prossimo (temporaneamente?) batterista, Alfonso, Paolo e Alberto rimediarono fulmineamente alla svista; se ne andarono pochi minuti dopo non prima di essersi accordati con il voluminoso drummer per una sola (!) prova da svolgersi nell’ultima settimana di agosto.
Non v’erano altre possibilità, dato che Karsi chiudeva bottega per ferie quella notte stessa e partiva per l’Irlanda il giorno successivo.
Abbiamo già detto che Cassetti non portava rancore ed era un soggetto simpatico: recuperato il buon umore, il ragazzone aveva dato un cinque ai tre e postillato il viaggio che si apprestava a fare con un’asserzione agghiacciante:
“Vado in Irlanda perché mi fa un sesso enorme!”
I tre preferirono non immaginarsi la scena e decisero di tenersi lontani per quel periodo da Dublino e dintorni.
Anche i Luxuria Betovox, in ogni caso, chiudevano per ferie.
Alfonso era in procinto di ripartire e sarebbe rientrato a casa il giovedì 30 agosto; con ogni probabilità quella sarebbe stata la sola serata possibile per svolgere almeno una session con Fabrizio. Usciti dal “Bologna”, i tre ragazzi si congedarono dandosi per l’appunto ritrovo per il giorno 30 ed augurandosi per pura formula di cortesia le buone ferie.
Solo due giorni dopo, un quarto del complesso e la propria fidanzata si trovavano già spaparanzati al sole di Ibiza. Mirella e Paolo sembravano non chiedere di meglio alla vita in quel momento. La sera, quando non passeggiavano sulla spiaggia a piedi o in tandem per le coloratissime, pittoresche vie dell‘isola, lui suonava la chitarra nel giardino dell’albergo ed in poche “esibizioni” aveva raccolto un pubblico fedele, quasi tutti italiani, che lo ascoltavano incuriositi.
Il ragazzo non si limitava a riprodurre successi estivi made in Italy, o versioni acustiche dei Pink Floyd. Un’adattamento acustico-blues di “Sentieri interrotti” indusse un vecchietto a chiedere se si trattasse di una versione personalizzata di un brano poco conosciuto di De Andrè, e per il nostro fu motivo di grande orgoglio. Quando però disse che la canzone l’aveva scritta lui, l’anziano gli ingiunse di non prenderlo in giro e se ne andò offeso, agitando il bastone per aria.
Il primo a rientrare dalle ferie, anche perché non vi andò, tranne che per quattro giorni al mare con una banda di coscritti, fu l’eccelso leader, che una bella mattina di fine agosto si svegliò (tardi - con reiterate intimazioni del padre a porgergli il buongiorno) con la netta sensazione che gli stava sfuggendo qualcosa, ma non riusciva a comprendere di cosa si trattasse.
Alle tre e un quarto del pomeriggio, quando finalmente decise di mettersi addosso qualcosa di presentabile e scendere dal letto ove era senz’altro risalito al termine del pranzo, realizzò che tra pochi giorni avrebbe dovuto svolgere un live con un batterista nuovo senza che quello vecchio potesse essere avvisato della sostituzione, né tanto meno che fosse approntato uno straccio qualsiasi di scaletta o intendimenti scenografici per lo spettacolo, che per lui assumevano importanza non certo secondaria.
Tralasciando completamente quelli che erano i suoi compiti per quella giornata nell’ambito dell’azienda familiare, prese la bici ed uscì diretto da Paolo; il signor Enrico lo vide, non lo insultò nemmeno e si recò al frigorifero per una birretta, possibilmente rossa. Non potendola spaccare in testa al figlio si limitò ad ingurgitarla, e passò ad altro.
Il suddetto figlio era intanto giunto a casa del chitarrista, senza peraltro essersi nemmeno domandato se questi fosse rientrato dalle ferie. Una bicicletta “Anquetil” ed una tipo azzurra metallizzata si trovarono contestualmente all’ingresso dell’abitazione di Paolo; quest’ultimo era arrivato proprio in quel momento. Ancora una volta il leader evitò le ingiurie, perché il chitarrista era troppo sorpreso di vederselo spuntar davanti ancora prima di aver rimesso lui stesso piede in casa.
Beto percosse con durezza il finestrino della vettura e prima di sfracellarlo, Paolo riuscì ad aprire la portiera e scendere, scioccato. Alberto, ben lungi dallo scusarsi, si limitò ad un perentorio: “Stasera riunione dal Karsi!”, per poi girare la ruota della bici e riprendere la via di casa, senza neppure sognarsi di aiutare Garavani e fidanzata, che non salutò, con le valigie.
Paolo e Mirella non avevano spiaccicato verbo.
Martedì 28 agosto, ore 22, bar “Bologna” a Boffalora sul Ticino, un tavolo, quattro sedie impagliate di cui due vuote, due pacchetti di pop-corn e due bicchieri di spuma con bucce d’arancia e cannucce.
“Quando torna il Gary?!?”
“ Ah, ciao Paolo, come va, tutto bene le ferie, e il viaggio? Non c‘è che dire, tu sì che sai come accogliere gli amici dopo un mese che non li vedi!!”
“Sono un leader di sostanza! Che vuoi me ne fotta delle tue ferie! E dov è finito quel lardone del Karsi?!? Perché non è qui a servire? Lo sa che dobbiamo fare un concerto a breve! Qui tutti se ne fregano! E quell’altro?!? Sempre su tra i monti a pascolare muli? Perché non prende la licenza?!?!”
Il capo proseguì ancora per alcuni istanti con frasi via via più sconnesse sputacchiando mais mezzo mangiucchiato, quando infine Fabrizio entrò dal retro e mise un freno al delirio.
Messo a tacere a (leggeri) schiaffi l’inquieto cantante, il dilatato batterista spiegò ai ragazzi che il concerto si sarebbe tenuto tre giorni dopo, venerdì 31 agosto, durante la prima serata della Festa dell’Amicizia di Boffalora.
Riportò successivamente che, da un cugino del bassista, aveva avuto conferma che Gary sarebbe tornato in quarantotto nel pomeriggio dello stesso venerdì, invece del giorno prima come previsto, e questo rendeva impossibile effettuare almeno una prova al completo prima dello spettacolo.
Come se non bastasse poi, Fabrizio sollevò la questione che gli altri avrebbero voluto rimandare.
Ingollando un tazzone di Guinness senza schiuma, se ne uscì con un: “E Gianni, allora? Quando torna? Ancora non sa del concerto di dopodomani, non è così?!? Cosa pensate di fare con lui?!?”
Nessuno dei due diede risposta.
Karsi iniziava a sentire puzza di bruciato e si innervosì, come gli sarebbe capitato sempre più spesso nella band, da quel momento in poi; il silenzio imbarazzato dei suoi interlocutori gli dimostrò che il vero intento degli altri era quello di un rimpiazzo definitivo.
Il sostenuto batterista si rivolse ai due con asprezza:
“Ragazzi, chiariamo le cose fin da principio. Non mi fa di fare lo stronzo con Gianni. O mettete le carte in tavola entro domani con lui, oppure venerdì suonerete come trio acustico, anzi vi tolgo del tutto dal cartellone e chiamo una band di liscio con pensionati al seguito!!"
Sbraitò la fine della frase e si alzò dalla sedia digerendo sonoramente sul viso del leader la Guinness, mezza avanzata. Tornò alla sua postazione, insultando nel transito un vecchio che era entrato chiedendo una mezza minerale naturale senza limone né seltz, e non degnò più di uno sguardo i due imbarazzati betovoxiani, che pensarono bene di elaborare prontamente una strategia, diremo così, “riparatoria”.
Giovedì 30 agosto, ore 10,15 del mattino, casa Colombini. Squilla il telefono. La madre di Gianni accorre a rispondere.
“Oh, ciao Paolo, tutto bene grazie, e voi?
Gianni non c’è, non è ancora rientrato dalle ferie…mah, credo in questi giorni, dato che lunedì comincia a lavorare…devo lasciar detto qualc..ah lo richiamate voi più avanti…va bene, va bene, grazie..a presto, ciao, saluta a casa, mi raccomando”.
La sera stessa, Torretta e Garavani tornarono da Fabrizio.
“Abbiamo chiamato Gianni, ma non è ancora tornato dalle vacanze. Sua madre non sa quando torna esattamente.”
Con sufficiente fedeltà, il contenuto della telefonata venne così riferito al gestore del “Bologna”.
Beto espose poi a grandi linee al sospettoso batterista le problematiche sorte recentemente circa il loro rapporto con Gianni ed ammise che, si, vista la grande occasione del live-amicizia, aveva pensato che una sostituzione definitiva sarebbe stato l’ideale. Però promise, con l’avallo di Paolo, che non appena Gianni fosse tornato, avrebbero messo le cose in chiaro e non ci sarebbero state scorrettezze di sorta. Cassetti annuì compiaciuto.
L’esibizione dei Luxuria Betovox era salva.
“Ma tu cosa ne pensi, ti va di entrare in pianta stabile nel complesso?”
L’intrigante domanda posta da Paolo era il tassello chiave dell’intera riunione.
Fabri scolò un bicchierino di gin tonic, deglutì soddisfatto, si grattò impercettibilmente il ventre, fortunatamente coperto da un paio di bermuda risollevati, e replicò:
“Se devo essere sincero, si. Mi piacerebbe molto suonare con voi, conosco tutti i gruppi della zona e mi sembrate i più originali ed interessanti. Ma non voglio fare le scarpe a nessuno, per cui, se Gianni accetterà di lasciare il gruppo di sua spontanea volontà, ne prenderò volentieri il posto, in caso contrario non se ne parla. Per il momento, mi ritengo assoldato per il concerto di domani sera.”
Alberto e Paolo accolsero con soddisfazione quella risposta, e si offersero (se ne offerse Paolo) di pagare da bere a Cassetti per la disponibilità; il sontuoso batterista accettò volentieri e restò a degustare con loro per lunghi tratti della serata, bevendo e scherzando, più bevendo che scherzando. Dopo le due del mattino scaraventò fuori a calci i suoi (temporanei?) compagni di band per sopraggiunto orario di chiusura ed ancora una volta i due rincasarono con notevole ottundimento psico-fisico ma senza incidenti.
Il giorno dopo, come previsto, Alfonso arrivò a casa sul tardo pomeriggio. Trascorse, insolitamente, un viaggio non del tutto rilassato. Aveva già avvisato a casa che sarebbe in pratica passato solo a cambiarsi, ad abbeverarsi e a prender qualche soldo.
Ebbe tempo però per un breve dialogo.
“Come state?”
La madre lo guardò normalmente. Infatti replicò:
“Tutto bene, tutto tranquillo, non ti devi preoccupare, te l’ho già ripetuto al telefono, te l’ha detto anche lui. Non c’è niente di nuovo, nessuna nuova buona nuova”.
Il padre confermò, ribadendo i concetti espressi dalla madre. Aggiunse poi: “Stai tranquillo, caro il nostro alpino, cerca solo di congedarti presto, che manchi a tutti, qui in famiglia!!”, e gli allungò una carezza.
Il bassista ne rimase leggermente turbato, ma si concentrò poi sulla preparazione di tutto l’occorrente per l’esibizione dal vivo, che avrebbe affrontato di lì a poche ore senza nemmeno una prova e con un nuovo batterista!
“Bisogna essere degli incoscienti”, si diceva guidando verso il campetto che albergava la manifestazione.
“Un batterista nuovo, io che manco da un mese…”.
Ma ebbe fin da subito la sensazione che tutto sarebbe andato per il meglio. Piuttosto era un altro, il pensiero che gli ballonzolava nella mente, e stranamente si faceva più strada quanto più andava avvicinandosi alla metà.
Posteggiò, scaricò lo strumento, l’amplificatore, la borsa dei cavi e gli spartiti; ammirò l’ampiezza del palco, diede un cenno di saluto agli altri che lo scorsero arrivare, guardandosene bene dal dargli una mano.
Alfonso adesso era sereno.
Il papà, sorrise.
Che bello quel gesto, e che belle quelle parole.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 13 - CHI VIENE E CHI VA

29 MARZO 2018

 

Erano le profonde considerazioni di un leader solitario il quale, al termine della serata, osservava distaccato i propri compagni intrattenersi con gli avventori e ricevere apprezzamenti mentre sbaraccavano strumentazioni e attrezzatura.
Si trattò comunque d’un’amarezza passeggera. Qualcuno s’accorse che il capo si trovava solo, con un gomito appoggiato al banco del bar a sostenergli il mento ed una mano a tamburellare nervosa sull’umidiccio ripiano in legno. Questo qualcuno ebbe la malaugurata idea d’allungargli una chiara doppio malto. Beto nemmeno alzò lo sguardo e trangugiò il bicchiere in un paio di fiati. Scoprì che ne avrebbe desiderato volentieri un’altra, che ordinò prontamente e consumò con pari voracità.
Al termine della terza, s’alzò di scatto, conservò chissà come un equilibrio precario e raggiunse i propri colleghi, che avevano quasi terminato il lavoro e lo guardavano torvi.
Ma lui non se ne accorse.
“Grandi, grandissimi, il più leggendario gruppo dell’universo, forza, andiamo a bere dai!!…Chissenefrega degli strumenti e gli ampli, li porteranno via quelli delle pulizie domani….Paolo, Paolo, dove sei, sbatti via la chitarra e portami subito un gin tonic, anzi un whisky, anzi un grand marnier, un johnny walker...”
“..anzi un thè al limone!” s’intromise qualcuno convenientemente prima che il leader crollasse a pochi metri dall’uscita del Redial, all’1,20 del mattino di un due giugno qualsiasi.
“Pensa te, guarda come sei messo, non ho mai visto nessuno più storto di te nemmeno alle gare di rutti al vecchio Bologna”, fu invece la replica del citato chitarrista, che pur allegro in abbondanza ebbe sufficiente lucidità da caricare Beto in auto sdraiandolo come un insaccato sui sedili posteriori.
Venne in questa non semplice operazione aiutato dal bassista che allegro lo sarebbe stato comunque, e non restò loro che fregargli le chiavi del due cavalli dall’indifesa tasca del giubbotto e condurlo a casa.
Che la serata si fosse rivelata un successo, per il conforto di tutti, saltava agli occhi di chiunque passasse dalla sala concerti del locale al calar delle luci di scena.
Tavolini umidi e gocciolanti, disseminati di bicchieri, bottiglie, molte per terra e difficilmente intere, cicche ovunque tranne che nei posacenere, cartacce varie e pezzi di manifesti con facce di luxuria betovox sparse nella hall. Un pieno esagerato, specialmente nelle casse dei gongolanti gestori del locale che ospitava lo spettacolo.
Tale era lo stato di apprensione, anzi sarebbe più corretto dire di tensione, che ne aveva caratterizzato la vigilia, che la reazione dei ragazzi alla fine fu quella di accentuare le proprie attitudini “positive”, ognuno a modo suo.
Infatti, al termine del concerto, anche Gianni ringraziava e sorrideva agli interlocutori che gli si piantavano dinanzi, ma quasi subito terminò di smontare la batteria staccando i piatti col panno e salutò cortesemente i compagni, prima di andarsene. Non vennero presi accordi per riunioni di sorta nell’immediato futuro.
Gli altri tre terminarono la serata, o piuttosto iniziarono la mattinata, con un precario viaggio di ritorno verso la base boffalorese, ove sistemarono, o meglio scaraventarono, con squisita leggiadria strumenti ed apparati tecnici in saletta e dopo altri entusiasti commenti circa la buona, buonissima riuscita del live finalmente si separarono.
Come necessità imponeva, il leader fu riaccompagnato a casa come ospite sulla sua auto, col finestrino sempre semi aperto per ogni evenienza organica di Torretta, che per buona sorte non si verificò. Scaricatolo sulla porta di casa, il bassista ebbe la compassione di aprirgli la porta chiusa a doppia mandata da un previdente signor Enrico e di lasciarlo appena dentro l’androne, tipo sacco secco in attesa di essere raccolto differenziatamente, poi si recò a nanna a sua volta.
Ebbe un risveglio dolcissimo, anche se non mattiniero perché mattino lo era già quando si era addormentato, in tempo per il pranzo e raccontò alla vasta ed avvinta platea dei suoi famigliari il grande successo della notte precedente.
Il pomeriggio successivo, il nostro suonatore di basso percorreva placidamente la riva dell’amato Naviglio, portando all’orecchie la registrazione pirata del Redial live 01/06/90, cantando a squarciagola i refrain di “Luxuriotica” piuttosto che “Sentieri interrotti” o “Vertigine“.
Non aveva voluto portare nessun amico con sè, nemmeno il fido Ciccio, pur di gustarsi in santa pace la testimonianza su nastro di quello che s‘era rivelato un insperato trionfo. Rimase di ottimo umore per tutta la giornata, felice che le linee di basso si avvertissero finalmente come “intendeva lui”, ignorò inconsciamente i piccoli errori e le incertezze che attribuì senz’altro ai numerosi mesi trascorsi senza prove regolari, e quando tra Cuggiono e Castelletto Ticino un ramo traditore provvisto di asperità infingarde trafisse l’indifesa camera d’aria della bici non turpiloquiò nemmeno, ed afferrato per il manubrio destro la gloriosa Legnano si voltò ed in meno di tre ore giunse trionfante a casa. Stremato, sudato, sporco, assetato, affamato e con le pile del walkman scariche.
Alberto, dal canto suo, manifestò più di una difficoltà ad aprire gli occhi la mattina seguente.
Qualcuno lo aveva investito prima dell’alba, almeno così s’era convinto lui, con ululati ed imprecazioni varie richiamandolo al proprio dovere di collaboratore dell’azienda di famiglia, cosa che lui si accinse a fare con vero e proprio dolore, d’altronde i patti con papà Enrico erano chiari, ed il sabato era (mezza) giornata lavorativa come e più delle altre.
Aveva guardato la sveglia, le otto in punto, e gli pareva di aver appena chiuso gli occhi. Emise una sottospecie di digestione ad alto volume che gli soffocò le narici di disgusto e solo allora riuscì a ripassare mentalmente tutto ciò che aveva ingurgitato la sera e la notte appena trascorse.
Si era diretto a caso verso il bagno e dopo aver rimediato violente percosse contro tutti gli spigoli e le sporgenze del mondo, intinse la faccia in un catino di acqua gelida, timidamente spruzzata di sapone, e cercando atrocemente di pettinarsi riuscì soltanto a rendere ancora più impresentabile lo strano cespuglio di setole varie che gli dimorava sul capo. Quando alle nove passate era riuscito a scendere per far colazione, i suoi non dissero nulla, notando un enorme, bitorzoluto foruncolo sul capo e lividi nerastri sulle braccia; la madre ebbe la carità di passargli la lista delle commissioni senza fare commenti e lui riuscì a portare a termine quasi tutto senza commettere bestialità.
Il lunedì successivo, 4 giugno, segnò una nuova data fondamentale per il celeberrimo gruppo milanese dei Luxuria Betovox. Infatti, per la prima volta dopo un concerto, non successe assolutamente nulla.
Durante l’intera giornata, Paolo mantenne un viso sorridente, che mostrava ai clienti della azienda e particolarmente al signor Pisani, che proprio quella mattina era passato di lì ed a cui il nostro chitarrista non parve vero di narrare per filo e per segno la buona riuscita dell’happening di tre sere prima, omettendo saggiamente alcuni particolari, sotto lo sguardo divertito del padre.
Alfonso, svigorito dalla stanchezza, aveva trascorso il sabato sera a casa addormentandosi sul divano verso la fine dello spettacolo in prima serata, che guardava senza capire. Equamente trascorse poi la domenica con amici ed il lunedì in famiglia; nel suo ultimo giorno di permesso s’impegnò a fondo a non pensare che la sera sarebbe dovuto tornare in caserma, infatti quasi perse il 20,50 rischiando il mancato rientro, a causa di un’ultima, celebrativa telefonata di commento con il leader.
Quest’ultimo aveva invece impiegato l’intero fine settimana per rendersi presentabile, e quando alfine ci era riuscito, era ormai giunta la domenica sera e lui si era ubriacato al pensiero della settimana lavorativa incombente.
Per Gianni ebbe inizio un periodo di regolarità notevole: casa, lavoro e fidanzata, e la cosa sembrava portargli serenità. Non sorsero ulteriori problematiche né con Beto né con Paolo, anche perché non ebbe contatti con alcuno di essi durante tutto giugno e luglio.
La mattina del 28 giugno, un giovedì, Alberto ebbe un franco colloquio familiare, voluto dal padre, che intendeva elogiare il figlio per l’eccellente lavoro svolto presso l’azienda in quei primi tre mesi.
C’era anche altro, naturalmente.
“Come vanno gli studi, Alberto? E un po’ che non ne parliamo.”
Torretta junior sperò suonasse il telefono, che restò muto.
Si augurò squillasse il campanello: silenzio assoluto.
Auspicò saltasse la corrente per correre giù a riassettare il contatore: niente.
Il signor Enrico e consorte attendevano tranquilli che il figlio metabolizzasse la domanda, elaborasse una replica e la esprimesse, possibilmente entro la settimana, in un italiano comprensibile.
Non c’era granchè da dire, in verità.
Alberto informò i genitori che quello era il terzo anno e lui sosteneva di essere in perfetta media matematica, perché aveva dato con successo un terzo degli esami.
Invece di sopprimerlo a coltellate, il padre ebbe pronta una risposta logica.
“Ma di questo passo, ti laureerai nel 1996.”
Beto ebbe sufficiente dignità da non attribuire il leggerissimo ritardo accumulato fino a quel momento al tempo che il lavoro in azienda sottraeva agli studi.
Con coraggio e senza temere le reazioni dei suoi, affermò che negli ultimi tempi i suoi interessi stavano “subendo mutamenti in ambito artistico“, e lui avrebbe voluto iscriversi al Corso di Arte Drammatica che partiva ogni anno nel mese di settembre presso la “Accademia dei Filodrammatici” di Milano.
I procreatori del leader non fecero salti di gioia alla notizia, ma neppure vi trovarono qualcosa da ridire.
“Ti iscriverai”, fu la ragionevole condizione posta dalla madre, “nel momento esatto in cui recupererai il terreno perduto con gli studi di filosofia”.
“Senza che per questo”, la sagace chiosa del signor Enrico, “tu diminuisca la frequenza in ufficio.”
Alberto promise solennemente, prima ai suoi poi a sé stesso, che ce l’avrebbe fatta, e se non quell’anno, nell’autunno del 1991 avrebbe certamente ottenuto i requisiti necessari per iscriversi al bramato Corso.
Si tuffò fin da subito con tanto furore verso l’adempimento del coraggioso proposito che per quasi tutto il mese di luglio dimenticò la musica ed il suo complesso, senza contattare Garavani, nemmeno per scroccare birre.
Quest’ultimo manteneva invece sporadici contatti telefonici con Alfonso, ribadendo in sostanza che per forza di cose in quell’estate il gruppo anticipava la chiusura per ferie, di stare tranquillo e non preoccuparsi per la band e che avrebbero organizzato un meeting a quattro (!) a settembre per “mettere i puntini sulle i e porre le basi per un avvenire senza chiaroscuro e scevro da negatività”.
L’uomo delle dolomiti rispondeva che si compiaceva di fronte alle forbite espressioni usate dal proprio chitarrista e gli risbatteva rincuorato il telefono in faccia.
Ma come spesso accade, l’uomo propone (più o meno bene) e Dio dispone.
Tutto ebbe inizio una bollente domenica pomeriggio di fine luglio, quando appunto Garavani e Torretta si rincontrarono, in modo del tutto fortuito.
Beto, reduce da un intensissimo periodo di studi s’era già iscritto a due esami per settembre, ed aveva in effetti bisogno di un attimo di respiro. Smagrito, emaciato, mal pettinato ma perfettamente sbarbato, si stava facendo crescere i baffi ed aveva l’aria di un giovane professore universitario. Si trovava in compagnia di un tipo al contrario fittamente barbuto e dal viso tra l’ovale e il rotondo, non snellissimo e con una vistosa massa di lunghi capelli neri, raccolti in un minuscolo elastico alla Battiato.
“Uè, ciao Fabri, che si dice?” lo salutò Garavani, prima di schiaffeggiarsi goliardicamente con il leader, che non vedeva e sentiva da quasi sessanta giorni.
Fabri stava per Fabrizio Cassetti, 25 anni, un’istituzione in ambito musicale non solo a Boffalora Ticino ma anche in molte zone del Milanese.
Batterista e percussionista già di lungo corso, suonava nella band folk-rock-dialettale Gamba de Fegn, ma aveva più volte presenziato ai live dei Luxuria Betovox per i quali dimostrava sincera ammirazione.
Quella domenica di mezza estate, il nostro drummer aveva telefonato al leader chiedendogli se poteva trovarsi in piazza verso le 19, perché aveva necessità di parlare con lui. Il Karsi, come veniva chiamato in genere dal mondo, gestiva un bar ristorante assai rinomato in paese, il “Bologna”, già precedentemente citato, e vi lavorava a tempo pieno con la famiglia. Nel ricevere quella chiamata, Beto si era chiesto cosa potesse spingere il simpatico musicista/barista a mollare il banco all’ora dell’aperitivo per dialogare con lui; incuriosito, aveva accettato volentieri.
E il caso volle che, proprio mentre la fascia preserale di quella domenica aveva visto l’avviarsi del colloquio tra i due,  dal sagrato della chiesa parrocchiale a pochi metri da loro scendevano Paolo e Mirella, che avevano presenziato alla funzione festiva.
“Bene, benissimo. Sono contento che ci sia anche tu, Paolo.” rispose Cassetti al chitarrista, “così almeno potete già magari darmi una mezza risposta, anzi se me ne date una intera meglio. Dunque ragazzi, per farla breve, vorremmo effettuare una nuova serata aperta ai gruppi della zona durante la Festa dell’Amicizia a fine agosto - primi settembre, e ci farebbe piacere la vostra partecipazione, anzi sarebbe davvero importante per la riuscita del progetto.
So che manca solo un mese e oltretutto Gary è a naja, però si tratterebbe solo di una decina di brani, mezz’ora / tre quarti d’ora al massimo, e dato che avete suonato da poco al Redial una serata intera non credo ci siano problemi per il repertorio…”
“Grande, Karsi, non vediamo l’ora!!! Adesso chiamiamo il soldato e appena torna a casa ci spariamo dentro una prova di un’oretta, selezioniamo dieci pezzi e siamo già sul palco, anzi ne siamo già scesi dopo il solito trionfo, anzi...”
Come al solito l’entusiasmo stava già rapendo il leader che riacquisì subitaneamente tutta la sua passione musicale e iniziava già a smaniare d’attraversare il mese d’agosto per tornare on stage a mietere apoteosi.
Il suo compagno di band aveva mantenuto un sorriso neutrale durante l’intera esposizione dei fatti da parte dell’amico batterista, e una volta lasciata sfogare l’istintivo entusiasmo del vocalist fece una domanda semplice e pregnante.
“Fabri, la cosa ci interessa, ma come puoi immaginare, dobbiamo sistemare alcuni dettagli. Entro quando ti serve una si o un no definitivo?”
“Ho bisogno dell’OK di tutte le band partecipanti entro la prima settimana d’agosto per preparare le stampe dei manifesti e contemporaneamente è necessario risolvere tutti gli adempimenti burocratici prima che si chiuda tutto per ferie.”
“Va bene, entro una settimana avrai una risposta definitiva, stai tranquillo. E grazie per aver pensato a noi, cercheremo di non deluderti”.
Fabrizio si allontanò per tornare ai suoi campari in due con il bianco, lasciando i due betovox a confabulare tra loro, mentre Mirella, che non mostrava alcun segno d’impazienza, attendeva tranquilla gli sviluppi della faccenda restando leggermente appartata.
Alberto era, inevitabilmente, in subbuglio:
“Perché non gli abbiamo già garantito l’adesione, Paolo? E’ chiaro, voglio dire, che i Betovox ci saranno, sarà un altro grande botto per la band, e poi in paese, all’aperto, sarà un evento eccezionale…”
“…calma calma, Beto…sei certo di non aver dimenticato un piccolo ostacolo? Non abbiamo una cosettina da sistemare prima?!?”
Ciò che perfino il più disinteressato dei lettori (ma allora perché arrivare fino al tredicesimo capitolo? Va bene che il libro non costa poi tanto, però…) non avrà mancato di cogliere era sfuggito al grande leader, preso nel vortice dell’esaltazione.
Non si trattava solo da azionare Alfonso per una nuova, improrogabile licenza, e questo tra l’altro non aveva più sorelle di scorta da far sposare in fretta e furia.
Il punto era cosa avrebbe fatto Gianni.
Il cantante ridimensionò gradualmente la propria eccitazione, realizzando che non sarebbe stato semplice dopo due mesi di silenzio ed in un periodo dell’anno come quello, che preludeva alle grandi partenze, illustrare al ritroso batterista un progetto a così breve scadenza. Era evidente però che la posta in palio valeva la pena di azzardare un tentativo. Fu così con una certa apprensione che i due si riunirono a casa di Paolo verso le sette di sera del giorno successivo, lunedì 30 luglio, con l’intento preciso di risolvere la questione con due telefonate.
La prima fu a Gianni, che però non trovarono.
“Mi spiace, ragazzi, ma Giovanni è via per lavoro questa settimana, sapete, è l’ultima settimana prima delle ferie, tornerà sabato mattina e poi con Lucia partiranno per il mare, ma…se avete qualcosa di urgente da dirgli posso riferire io”.
Un attimo di esitazione dall’altra parte, poi Beto sentì la voce di Paolo esclamare con una punta di delusione:
“Grazie, grazie lo stesso, signora…non si preoccupi, niente di che…ah, cosa dice, torna verso il 20/25 di agosto?!?..niente, niente, gli auguri buone ferie da parte nostra…si, certo…ci risentiremo più in là..grazie, anche a lei…buonasera signora, certo, le saluto i miei, lasci fare….”
Il chitarrista, piuttosto ammosciato, spiegò il contenuto del colloquio al leader, che misteriosamente non ebbe nessun sussulto di negatività:  
“Va bene, non c’è problema. Chiamiamo Alfonso, così vediamo di porre subito un tampone alla faccenda”.
Stavolta aveva, altrettanto singolarmente, avuto una vera intuizione geniale.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 12

24 MARZO 2018

 

CAPITOLO 12 - UN LIVE VAL BENE LA CORVEE'

 

 

 

La prima metà di aprile aveva regalato agli abitanti della vasta valle della zona di Bolzano temperature eccezionalmente miti ed un corposo assaggio di primavera. Le fioriture abbondanti rallegravano anche i soldati del celebre “Elicotteristi Ale Altair” di Laives. O meglio, c‘è notizia che almeno uno di loro fosse lieto e sereno, nonostante l‘insolita convocazione in fureria che aveva ricevuta la mattina di giovedi 19 aprile.

Il lieto militare era, evidentemente, un bassista rock che conosciamo bene. Si sedette (senza che gli venisse chiesto di farlo) con la massima tranquillità davanti al furiere ed al proprio “maresciallo preferito” Marco Milioni. L’ufficiale in persona notificò al ragazzo che sarebbe stata apportata una gustosa (è proprio il caso di dirlo) variazione alle sue attività prossime future all’interno della caserma, mentre un sogghigno faceva capolino agli angoli della bocca.

“Nooo!!!!! Come, corvèe cucina?!?! E quando? Dal 10 al 30 maggio, pure ?!?! Ma lei mi vuole morto! Tre settimane in cucina, ma, ma, ma…”

“Che ma e ma”, intervenne Milioni con decisione, “Vogliamo guadagnarceli o no questi tre giorni con decorrenza venerdì a mezzogiorno? Il matrimonio di una sorella va bene qualche sacrificio…”

“Se ci arrivo intero, a quelle nozze…se la puzza di pesce, carne e limone non mi sarà appiccicata addosso come gelatina su una manzotin…pietà maresciallo, non può farmi questo..”

“Non posso, dici…vediamo…strano, non mi avevi mai parlato di una sorella, e si che lavoriamo fianco a fianco da quasi due mesi…e adesso improvvisamente eccola che si manifesta e si sposa pure…ma parliamone un po’..”

“…non vedo l’ora di cominciare, ho sempre sognato tre settimane di corvèe cucina!! Grazie Maresciallo, lei mi rende felice!!!”

E fuggì via dalla fureria (senza che gli venisse chiesto di farlo), precipitandosi alla propria postazione lavorativa. Milioni lo guardò scappar via ridendo.

Fin dal primo istante in cui gli era stata illustrata, non aveva mai creduto alla storia del matrimonio, ma lì per lì non se l’era sentita di smascherare il Gary. Aveva considerato che il militare che si trovava di fronte non era certo quel che si poteva definire una “buona recluta”: non beccava un bersaglio al poligono manco per sbaglio e dimenticava spesso il saluto all’alza bandiera. Ma non aveva mai creato problemi e metteva entusiasmo e buona volontà in quello che cercava di fare. Era allegro e senza grilli per la testa, il che non era del tutto scontato nei soggetti del genere.

L’ufficiale aveva dunque deciso di assecondarlo, ma naturalmente non fino a fargli credere di aver bevuto una balla simile, e si era per questo preso poi una piccola rivincita.

Non mancò comunque, durante la stessa giornata, di firmare e consegnare ad Alfonso il permesso (48 ore), che l’avrebbe riportato a casa nel pomeriggio di venerdì 27 aprile, ufficializzando così la licenza.

I giorni che lo separavano da quel sospirato weekend trascorrevano con una lentezza esasperante.

Finalmente, un mezzogiorno poco nuvoloso, il lungo viale costeggiato di meleti che dalla periferia di Laives conduceva alla Caserma Elicotteristi Ale Altair veniva percorso da un taxi diretto in stazione contenenti tre alpini normali ed un componente della celeberrima garage-punk band lombarda “Luxuria Betovox”. Il nostro era eccitato persino all’idea di metter piede sull’interregionale. Una volta a bordo però, si mise a volare molto più veloce del suddetto e si vedeva già in saletta. Rifletteva che ci sarebbe stato anche Gianni e la cosa lo rendeva leggermente inquieto. Alle cinque meno un quarto, dopo un viaggio non privo di ritardi assortiti anche grazie ai quali il ragazzo ebbe tempo di riascoltarsi in cuffia svariate esibizioni del suo grande complesso, il convoglio accedeva senza particolare sfarzo alla Stazione Centrale di Milano. Telefonò per avvisare e dopo un’altra oretta si ritrovava alfine con i propri familiari.

Quella sera, un meritato riposo a casa, con mamma, papà e sorella a tempestarlo, al solito, di domande circa la vita militare e l‘esperienza che stava portando avanti.

“Ti danno da mangiare abbastanza?” la prevedibile apprensione di mamma Mariella.

“Certo mamma, comunque non preoccuparti, quando abbiamo fame ci freghiamo il cibo a vicenda oppure rapiniamo lo spaccio, l‘importante è non assaltare i meleti perché lì son pistolettate”. La madre finse di scandalizzarsi mentre il padre chiedeva lumi circa le bellezze turistiche della zona di Bolzano. Lui aveva portato pensierini per tutti e non si stancava di raccontare, ovviamente omettendo certi particolari e alterandone altri, millantando addirittura una possibile futura promozione a caporale per i meriti “acquisiti sul campo”, che chiaramente non riuscì mai ad ottenere.

Una singolare demenzialità, per un bassista già proiettato alla decisiva session dell’indomani pomeriggio.

Fu dunque una giornata serena come da qualche tempo non gli capitava di trascorrere.

Il pomeriggio del giorno seguente, fece una cosa per lui stranissima. Dopo pranzo si buttò sul letto e s’addormentò profondamente. Fu la madre a svegliarlo, alle tre e mezzo, ricordando che il figlio aveva accennato ad una sessione di prove alle quattro del giorno seguente. Lui fu il primo a stupirsi dell’accaduto: interpretò il fatto come un segno nefasto di caduta di tensione, proprio alla vigilia di un momento cruciale per lui e per la band. Nel prepararsi lo confidò alla madre.

“Non c’è niente da temere. La tua stanchezza non è fisica, ma psicologica. Adesso tu vai e pensi solo a divertirti, ed al fatto che state preparando un concerto. Le problematiche, le differenze, le distanze: lasciatele a poi: adesso avete tutti un obiettivo comune.“

E’ vero, rifletteva lui guidando verso la saletta. Le distanze, era il termine che gli ballonzolava in testa. E’ talmente facile colmarle, ieri in caserma, oggi qui, lunedì di nuovo lì.

Ma la distanza più difficile da colmare, se la trovò di fronte quando fu con gli altri.

Gianni e Beto erano già arrivati. Alfonso, avvicinandosi in macchina li vide fuori dalla saletta a un paio di metri l’uno dall’altro, intenti a guardare verso la strada. Non davano certo l’idea, pensava, di gente contenta di ritrovarsi. Poi posteggiò e, scendendo, fece un po’ di scena. Urlacchiò, distribuì dei cinque, apostrofò i compagni con leggeri insulti come quando erano ragazzi.

Sorrisi, tracce di dialogo, la velina di ghiaccio era forse sul punto di lacerarsi.

Dopo una decina di minuti si presentò anche Paolo.

Aveva fatto una tappa al bar, portava bibite e birre in lattina, ne era passato del tempo dall’ultima volta, sottolineava con qualche imbarazzo, e salutò tutti cercando di mantenere un’imperturbabilità che non provava.

Frasi di circostanza a frotte per Alfonso, che spulciava a caso tra le vicende del suo servizio militare, prossimo ai cento giorni, e le distillava tra gli amici mentre (gli altri) preparavano amplificatori e strumenti. Gianni si limitò ad informare gli altri che “andava tutto bene”, fornendo generiche novità sul lavoro, la famiglia, la fidanzata. Paolo e Alberto da parte loro si vedevano spesso e non ebbero granchè da dirsi, in quella circostanza, quindi si limitavano ad annuire vagamente e seguire la corrente dei dialoghi che con una certa fatica si andavano intrecciando.

Quando tutto fu pronto per iniziare però, disgraziatamente il leader si sentì in dovere di tenere un discorso.

“Sono contento che ci ritroviamo tutti insieme..se non sbaglio era da gennaio che non succedeva…d’altra parte con ‘sto najone qui, vero Gary,…non è che si potesse.….ad ogni modo c’è un live tra un mese come sapete da preparare…c’è un pezzo nuovo, forse ve ne avevo già accennato qualc..…insomma dai mettiamoci sotto!”.

Un attimo di silenzio sottolineò mestamente l’introduzione del Capo.

Paolo non aggiunse verbo ed inserì il jack nell’ampli. Aprì gli spartiti sul leggio ed era pronto.

Dio che discorso, pensava Gianni, ormai da qualche minuto definitivamente silenzioso, dietro i sui tom e i piatti “Paiste” che non toccava mai con le mani nemmeno per gli stacchi e riponeva nelle custodie tramite strofinacci.

Sembra un rientro a scuola, era invece l’impressione del “najone”, che dietro il suo eterno sorriso ottimista non aveva comunque abbandonato la speranza che le cose si sarebbero riassettate.

E quella sessione preserale sembrò avallare le sue migliori aspettative.

Quando Torretta e Garavani presentarono “Sentieri interrotti”, Alfonso dichiarò entusiasta che era una bomba, e ne imparò in un momento la struttura e gli accordi, piuttosto semplici in verità; ma il fatto notevole fu che persino la smorfia di Gianni sembrò accennare ad un sorrisino all‘ascolto della canzone.

Il resto del repertorio non rappresentava davvero un problema. Le canzoni non ebbero bisogno che d’una esecuzione, nemmeno portata a termine a volte, e neanche c’era tempo di improvvisare altro materiale o di escogitare gag o trovate sceniche di alcun genere: quella sarebbe probabilmente stata l’ultima prova prima del concerto.

Al rompete le righe, qualche minuto oltre le sette, Gianni salutò tutti molto cordialmente ed uscì ribadendo la propria disponibilità per un’ulteriore raduno (a quattro beninteso) prima dello spettacolo.

Gli altri restarono insieme per un aperitivo.

L’asocialità del drummer non era più una novità, ma il pensiero dominante era che il gruppo funzionava ancora, e per il primo giugno questo era quanto contava.

“Poi vedremo”, asserì un pensieroso leader di fronte al bloody mary che bevuto prima della cena di un sabato sera non prometteva nulla di buono. Paolo non poté fare a meno di notare che Lucia aveva atteso Gianni fuori dalla saletta senza scendere ad incontrare gli altri e sgommando via all’arrivo del batterista.

“Siamo proprio lontani” rifletteva, ma aveva deciso di non rilanciare più l’argomento. Quella stessa sera con Mirella in pizzeria, non fece altro che esprimere la sua soddisfazione per come la preparazione alla serata “procedeva a gonfie, gonfissime vele”.

Lei lo ascoltava soddisfatta.

Il lunedì Paolo entrò al lavoro di ottimo umore ed affrontò con serenità le pratiche che sfilavano, sempre più numerose e complesse, sulla sua scrivania. In un attimo di pausa, si accorse che il pensiero tornava alle prove del pomeriggio del sabato e il pensiero dell’appropinquarsi del live lo manteneva su di giri, come notarono con sollievo anche i suoi; quella sera lavorò fino a tardi, e con Mirella decisero di non uscire.

Un divano e una buona videocassetta, e per quel giorno non avrebbe potuto desiderare di meglio.

Anzi, Garavani pensò che qualcosa di più ancora avrebbe potuto desiderare.

Spense di colpo la tele, e Mirella restò col bicchiere sospeso per aria guardando il moroso con aria perplessa.

“Ho pensato una cosa…una cosa un po’ particolare, ma credo sia il caso che te lo dica…senti, Miri, da quanto stiamo insieme noi? Cinque anni, giusto?!?”

“Si, ne abbiamo fatti cinque il tredici settembre, anzi, siamo più orientati ai sei, ormai, ma..”

“Sai”, riprese lui fulmineo senza darle il tempo di proseguire, “vorrei dirti che non ti ho mai apprezzato tanto come in questi tempi”.

L’espressione incuriosita di lei diede a Paolo il coraggio di andare avanti.

“Voglio dire, Mirella, che io sto attraversando una fase importante, una maturazione fondamentale. Come ben sai, sto facendomi le ossa in quella che sarà la professione della mia vita, sto assumendomi un considerevole quantitativo di responsabilità. I miei mi stanno vicino e mi aiutano tantissimo, ma la tua presenza, la tua vicinanza, sono davvero fondamentali. Il fatto che tu accetti di buon grado, ad esempio, la mia attività musicale, mi sia vicino anche lì, senza lamentarti del tempo che portiamo via a noi, ma anzi, sostenendoci nei momenti di difficoltà, anche recenti, forse non tutte le ragazze saprebbero accettare un…“

Stavolta fu Mirella ad interromperlo.

“Paolo, avere un hobby appagante, alla tua età e con i cambiamenti che stai affrontando, è importantissimo, e se questa è la tua valvola di sfogo, è giusto che tu la porti avanti: io ci sono comunque! Ma, qual è la cosa che mi dicevi che hai pensato?”

Dopo che Paolo ebbe esposto il suo pensiero alla ragazza, la televisione non venne più accesa del tutto.

La mattina seguente, Pierluigi e il figlio partivano per intervenire ad una riunione di imprenditori del mobile che si teneva in brianza in vista di una fiera. Durante il tragitto, l’uomo ascoltò con molto interesse il progetto che la sera precedente era balenata al giovane chitarrista dei Luxuria Betovox, e che già aveva esposto alla fidanzata.

Nel frattempo, Alfonso era ripartito per le verdi valli e le cime tuttora imbiancate, almeno in parte.

Il suo pensiero era diviso tra la famiglia, ove apparentemente tutto era in ordine, il bicchiere mezzo pieno di casa Luxuria, ossia la certezza che il live avrebbe funzionato a dovere, e la mestizia di dover passare quasi tutto il mese di maggio odorando di cucina, fritti, limone e sughi vari.

Il leader s’applicava giudiziosamente nelle sue ore di lavoro, tenendo duro anche per rispettare la tabella di marcia sui libri, e quando il pensiero volava al primo giugno si dava due schiaffi, sempre dalla stessa parte, il che fece si che i suoi si chiedessero spesso in quel periodo perché il figlio avesse una guancia rosa ed una color porpora.

Da parte sua, Gianni si era nuovamente rintanato nel suo esilio, attendendo solo una chiamata per eventuali novità, che non gli arrivò. Dopo quella ultima serata in saletta, né in famiglia né con Lucia aveva più accennato alla sua situazione all’interno del gruppo.

In quei periodi così strani e confusi, talvolta s’era anche lui trovato a chiedersi il motivo di quella patina di freddezza che era scesa tra sé e gli altri componenti del gruppo.

Ma qualcosa doveva essere davvero cambiato, se durante tutto il mese di maggio, non aveva mai nemmeno più ripensato al fatto che lo attendeva un concerto dal vivo.

Lo realizzò di colpo proprio la sera prima dell’esibizione, e questo lo colpì profondamente.

Era stato sincero quando agli amici diceva che amava suonare, che era successo poi? Come poteva un giovane batterista non essere fremente prima di uno spettacolo?

Non seppe trovarvi una risposta, ripromettendosi semplicemente di dare il massimo per la buona riuscita del concerto. Lo stesso giorno s’erano registrati gli ultimi contatti tra le parti per l’organizzazione logistica dell’happening.

Il giovedì sera Alfonso, ripulitosi dalla puzza di carne, pesce agrumi e verdure che lo aveva infestato per tre settimane, durante le quali aveva gestito impeccabilmente la corvèe, smontò di servizio, ripromettendosi di rimuovere quanto prima dal subconscio ogni razza possibile ed immaginabile di pentolame, griglie, posaterie e quant’altro aveva ammorbato le sue notti di maggio tra le dolomiti.

Fece una delle innumerevoli docce di quel periodo, non uscì, preparò lo zainetto per il giorno dopo e si collocò in branda senza spiccar verbo, riuscendo a non sognar nulla.

La stanchezza, stavolta prettamente fisica, prevaleva sulla trepidazione.

Alle 20 della sera seguente, si trovò con gli altri come d’accordo davanti al bancone del locale. Predisposero tutto l’occorrente sul palco dove cinque mesi prima avevano riscosso un grande successo. Alcune battute del rientrante bassista provvidero ad alleggerire un senso di preoccupazione latente nell‘aria; Beto era stranamente taciturno, Paolo, Gianni ed il mixerista confabularono piuttosto a lungo di questioni tecniche, cavi, ampli, suoni e riverberi, tutte cose di cui il serafico Gary era totalmente ignaro. Per usare le sue stesse parole, a lui bastava “inserire lo spinotto e suonare per poi toglierlo alla fine” e veniva spesso dileggiato per questo dal resto della band.

Le luci si accesero sul gruppo alle 22 in punto, ma la situazione era molto diversa da quella sera del 12 gennaio. Uno stuolo di sostenitori del complesso era stato preallertato da tempo ed occupava le prime file pronto ad esaltarsi ad ogni mossa del leader.

Questi sembrò partire un po’ in sordina, durante i primi brani ci fu spazio solo per una veloce presentazione, e più di un astante notò che una certa tensione sembrava trapelare tra i quattro. Ma l’apporto strumentale ebbe fin dall’inizio una resa assolutamente affidabile, e i LB sentirono la fiducia rimontare man mano che il live proseguiva.

Dopo la metà del concerto, Astorri introdusse i pezzi nuovi, “Metanoia” e “Sentieri interrotti” che furono astutamente inseriti in scaletta uno di fianco all’altro e nella loro totale antitesi mostrarono senza mezze misure la versatilità raggiunta dai ragazzi. Il pubblico mostrò di gradire, e non solo la cosiddetta claque, ma anche gli avventori occasionali od estranei alla sfera della band prorompevano in reazioni decisamente positive. Tutto ormai si era incanalato verso la migliore direzione possibile. Dopo un breve intervallo, che vide i nostri più rilassati e sorridenti, la seconda parte fu riservata a quelli che in meno di due anni di attività erano ormai dei classici, e nel tripudio generale di un pubblico aumentato a dismisura nel corso del concerto furono snocciolati “Open”, “Luxuriotica”, “Vertigine” e una sempre verde “Huomini”. Al solito, la prevista chiusura di mezzanotte non venne rispettata ma i gestori se ne guardarono bene dal fermare i Luxuria Betovox.

Qualcuno tra gli amici della band aveva poi avuto l’idea di richiedere dei bis ed i quattro proseguirono così fino quasi all’una di notte, tracciando versioni dilungate di pezzi atipici, come “Gloria” dei Them, riprese garage dei “maestri” Miracle Workers come “Can’t find a better way to waste your time” e finalmente battute e clima rilassato all’interno del gruppo.

Lunica cosa cui il leader aveva per quelloccasione rinunciato era il cosiddetto aspetto scenografico-teatrale; troppo importante loccasione per rischiare distrazioni. Ma dentro di sé, capì che era forse stato un errore. Sentiva che per lui, la parte coreografica, le recitazioni, il dominio del pubblico al di là della funzione di semplice cantante, andavano aumentando di importanza, e gli dispiacque di essersi fatto violenza, seppur per la giusta causa comune della band.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 11

11 MARZO 2018

 

In effetti, frequentare con alterne fortune la facoltà di filosofia non era l’affare più remunerativo del pianeta. In effetti, forse il signor Enrico non aveva torto se, umilmente, gli ricordava che non era obbligato a non svolgere nessun tipo di attività, oltre naturalmente a dimenare un microfono spento.  In effetti, per il momento non era ancora riuscito ad usurpare lo scettro di Miglior Cantante garage-post/punk-new wave a pivelli come Luca Re o Gerry Mohr, che se facevano dischi di successo (coi Sick Rose e i Miracle Workers rispettivamente) era solo perché “avevano venduto la propria ispirazione all’eudamonìa delle grigie e nebulose major discografiche”. In effetti, l’universitario ventiduenne Alberto Torretta, in quella grigia fine inverno del 1990 cominciava a sospettare che avrebbe anche potuto mettersi nell’ordine d’idee d’iniziare a pensare di lavorare. Prese dunque quest’epocale decisione in un summit con i genitori, che sanciva il suo ingresso ufficiale nel mondo delle persone serie. Niente di pesante, sia chiaro, però anche quelle poche ore in cui aiutava i genitori nell’impresa familiare potevano dare respiro alle sue finanze dissestate.
Così gli venne messo in mano uno straccio, una scopa ed una paletta e gli fu affidato un localino ricavato nel laboratorio dove il padre lavorava con il proprio socio, che lui avrebbe riattato a mo’ d’ufficietto. La prima giornata di lavoro fu consacrata alla pulizia, ed Alberto soffrì terribilmente ma entro sera riuscì a rendere presentabile il proprio luogo di lavoro.
La seconda cosa che gli venne richiesta era di lavarsi il viso ogni mattina, pettinarsi, rasarsi se possibile e dimenticare il microfono in camera propria fino alle diciassette di tutti i giorni e le dodici del sabato.
Al termine della prima settimana aveva sperimentato tante novità, come l’ebbrezza della sveglia alle otto in punto, il contatto con l’acqua fredda e con il pettine dai denti aguzzi e nemici degli ispidi accavallamenti zazzeruti. Oltre al disbrigo di (semplici) pratiche contabili e di segreteria, gestione contatti ed appuntamenti e altre amenità.
Ma Alberto aveva una parola sola. Aveva promesso, in stretto ordine alfabetico: abnegazione, affidabilità, concentrazione, costanza, duttilità, impegno, presenza. E navigando a vista tra dubbi, perplessità ed istinto (e il costante monitoraggio del genitore, almeno all’inizio), s’adattò velocemente alla nuova “fase esistenziale” (come la definì lui stesso).
Un venerdì pomeriggio, un mesetto circa dopo il debutto di Alberto in società (lavorativa), il signor Enrico spalancò la porta dell’ufficietto del leader.
“Sono molto soddisfatto del tuo lavoro, figlio mio!” E con un sorriso a trentadue denti, gli appioppò una spaventosa pacca sulla spalla. Beto penò silente e mugugnò ringraziamenti.
“Eccoti la tua prima paga”. Gli allungò una busta. Discretamente, il leader l’aprì con avidità davanti al genitore e di fronte al primo stipendio della sua vita, una goccia di lacrima gli lambì il viso.
“Non ubriacarteli”, l’unica raccomandazione della madre. E Alberto la seguì alla lettera. Brindò quella sera stessa, in casa davanti alla tele, con birra e gazzosa e un panino alla nutella bianca.
Gradualmente, il signor Enrico prese ad affidargli incarichi di maggior responsabilità, senza dirglielo però, altrimenti se ne sarebbe certo spaventato ed agitato.
Forse desideroso di rendere partecipe il mondo della propria nuova dimensione, dopo una decina di giorni di lavoro aveva telefonato a Paolo.
“Amico, che si dice?!?”
“Oh, grande leader! Pensa che avevo proprio intenzione di sentirti. Allora, quand’è che ci troviamo per sbattere giù qualcosa?”
“Anche subito! Oh, ma lo sai che adesso lavoro dai miei?”
All’eclatante comunicazione seguì, dall’altra parte del filo, un attimo di silenzio: Paolo non riusciva a credere alle proprie orecchie. Aveva sempre considerato l’idiosincrasia per il lavoro di Beto un punto fermo del gruppo, da vero capo maledetto. Si riprese presto, e trattenne un dovuto “era ora!” uscendosene con un “eh, come mai?!?” che suonava ancora più irriverente. Alberto non ci fece caso e organizzò senz’indugio un meeting con il proprio chitarrista.
Quella sera, il cantante uscì di casa con un berretto da anziano calato sulle ventitré, un impressionante maglione a girocollo a sfidare le prime tiepide serate di metà aprile e un microfono senza cavo che avrebbe scosso durante quell’incontro col chitarrista.
Alberto riassunse nel giro di trenta secondi il proprio debutto professionale, dopodiché proclamò:
“Facciamo un pezzo.”
Chiese all’ospite un kit di bonghi, piatti e percussioni varie, perché voleva creare un brano che lo riconducesse al contatto perduto con la terra. Gli fu replicato che al massimo poteva avere un vecchio flauto che Paolo aveva usato alle scuole medie nell’ora di musica.
Lui rifiutò cortesemente, temendo di non poter assecondare la propria ispirazione in mancanza di un veicolo strumentale adeguato.
E per la mezz’ora che seguì, non successe nulla.
Ad un dato momento di quella serata all’apparenza inconcludente mentre Paolo si trastullava con dei giri in maggiore, il leader prese ad ululare con accanimento verso la porta chiusa della stanza, blaterando frasi sconnesse:


“…risveglia, risveglia il tuo orgoglio!…….”
“…..esci, esci dalle salme sepolte nei campi comuni, dove l’ombra t’insegue, non te ne liberi mai!!………..”


ed altre eccentricità del genere.
Paolo, dopo aver verificato che i genitori, al piano sottostante, non avessero interpellato il 113, iniziò ad accelerare i giri che stava suonando, creando una sequenza essenziale, che si ripeteva per il brano intero, su cui il leader imperniò un testo gagliardo, inneggiante al coraggio, appunto, di uscire “dall’imperdonabile mediocrità di un’esistenza anonima“, e lo colorò di un ritornello memorabile:


“Colora ciò che fai / e fatti i c…. tuoi
E brucia dentro te / e non ce la fai mai
Difenditi tra noi / Discolpa le tue colpe!!!!”

La canzone venne concepita come un’espressione quasi interamente garage-punk, secca e veloce, con un intermezzo rallentato e tendente al psichedelico, che i due immaginano coperto dal solo basso, in cui il leader declama le nefandezze poetiche sopraccitate, prima di riprendere in un finale ancora più accelerato il riff, ribadito ad libitum.
Per il finale della canzone, Astorri estrasse dal suo cilindro di proposizioni memorabili quanto segue:

“Ricorda quelli che / non si fanno più eroi / ricorda / non te liberi mai!!!”

Alberto nominò insensatamente il nuovo brano: “Sentieri interrotti”.
L’entusiasmo tra i due era alle stelle, ancora una volta da una serata qualsiasi era nato un pezzo memorabile. Non lo ripeterono che un’altra volta, davanti ad un registratore per non correre l’aberrante rischio di perderlo, dopodiché si prepararono a festeggiare degnamente l’Evento.
Alberto espresse il proprio compiacimento dimenando il microfono (che era rimasto spento per l’intera serata) in lungo in largo e sfiorando più volte i vetri del mobile bar del salotto, mentre il collega era senza fiato dal terrore.
Garavani s’affrettò a trasportare sé stesso, il registratore con il fresco parto ed il proprio pericoloso cantante in un bar.
“Certo che sarebbe bello riportare le creazioni di serate come questa in saletta, colla band al completo”.
La riflessione di Paolo davanti a due Guinness e al banco semi-vuoto del Beamish Pub di Magenta ebbe il potere di intristire leggermente il capo, che replicò blandamente:
“Ma come facciamo. Gary tornerà fra due settimane, e Gianni..”
“Gianni potrebbe anche farsi sentire, fa parte anche lui o no del complesso?!? Sempre che abbia ancora intenzione di farne parte!!”. Fu Paolo, questa volta, a mostrarsi deciso. Continuò poi lo stesso chitarrista: “Nel live del primo giugno voglio portare anche il brano che abbiamo creato stasera. Volente o nolente, il nostro buon batterista ha più di un mese per impararlo. Quando torna il Gary, chiameremo anche lui e faremo delle prove serie. Ma dopo il primo giugno, non potremo più posticipare la soluzione di questo problema.”
La sottile alterazione del normalmente imperturbabile Garavani colse Beto di sorpresa, tanto che dimenticò persino di scroccare da bere come soleva fare dal generoso amico. Brutto segno, notò quest’ultimo, felice però per una volta di non consumare una birra al prezzo di due.
Era abbastanza singolare che l’unico componente del gruppo costretto a sottostare al servizio militare fosse in quel momento quello con il morale più alto. D’altronde, se la sorella si sposava la mattina di sabato 2 giugno, lui ragionevolmente avrebbe dovuto essere a casa almeno nel pomeriggio di venerdì. Oltretutto stava avvisando “il suo maresciallo preferito” con circa due mesi di anticipo, certo che questi non avrebbe avuto nulla da ridire a rilasciargli una licenza di tre giorni con decorrenza venerdì a mezzogiorno.
Mentre esponeva questa “faccenda importantissima”, Alfonso aveva la faccia più sincera ed innocente dell’universo. Milioni non era uno stupido, eppure non ebbe difficoltà ad esaudire le richieste del ragazzo, forse convinto da una balla ben architettata, o magari semplicemente grande fan della band. Naturalmente il quattrocorde lo aveva adeguatamente ringraziato; pensò dapprima di fargli un autografo con dedica, ma saggiamente recedette da quest’idea, prima che l’altro si sentisse vagamente preso per i fondelli stracciando così sul nascere il preziosissimo permesso.
Alfonso quella sera non approfittò nemmeno della libera uscita, sopportò fischiettando l’abituale coda all’unico (!) telefono funzionante di quell’ala della caserma e comunicò senz’altro ai signori Torretta & Garavani la grande notizia della disponibilità assicurata per il secondo “Redial Live”.
Durante il contatto telefonico, incurante della fila che andava prolungandosi dietro lui, reclamò a gran voce una session di prove, come minimo, per il suo ritorno, previsto appunto per la sera dell’ultimo venerdì del mese.
“Contattate Gianni, estorcetegli la presenza a forza, ditegli che torno apposta per provare, inventatevi quello che vi pare, però cercate di convincerlo o lascio il gruppo!!”.
Gli altri non osarono nemmeno ventilare un eventuale fallimento della “missione“, limitandosi ad annuire saltuariamente. Esaurito il delirio, Alfonso mollò la cornetta in faccia al proprio leader e se ne tornò di corsa in camerata, passando ovviamente dallo spaccio a prendersi una scorta di Kinder cereali al latte. Elettrizzato dalla situazione, il nostro alpino si svaccò in branda con le cuffie in testa, rinunciando persino a sbirciare la ricchissima collezione di “Emozioni bagnate” che un suo commilitone grasso, occhialuto e sconvolto dall’acne non si faceva mai mancare.
Di fronte a un intimazione tanto perentoria che giungeva da quelle alte (più o meno) vette, Paolo e Beto si decisero alfine, un paio di giorni più tardi, ad interpellare il batterista. Stabilirono di compiere il contatto fuori casa, e si sarebbero così incontrati al bar armati di scheda telefonica per riaffrontare il riottoso drummer, che non vedevano ormai dalla disastrosa session a tre di fine febbraio.
La sera successiva, la due cavalli condotta da Beto frenò con violenza fuori dal Beamish Pub occupando incivilmente un passo carraio; ne scesero i due quarti dei Luxuria Betovox intonando senza troppo rispetto dell‘armonia una versione garage punk di “Crudele“ dei Bisonti.
Entrarono. “Prendiamo da bere? Solita guinness, leader?” Alberto non rispose subito, prese a guardarsi intorno in modo circospetto, la sua irrequietudine traspirava da ogni poro, finalmente aprì bocca.
“No, aspetta, dai, fai questa telefonata così vediamo come va.”
Perché naturalmente se lui aveva idee ed impartiva ordini, non era poi preposto ad eseguirli.
Paolo compose il numero di Gianni e il faccione barbuto (ma meno del solito, da quando lavorava) e spettinato (su questo non s’era potuto apporre rimedio) del capo si appropinquò al ricevitore per cercare di captare qualcosa.
Dopo qualche scambio di convenevoli, che non ebbe altro effetto che aumentare la tensione latente, finalmente Paolo espone a Colombini il reale scopo della telefonata.
“Certo ragazzi…si, capisco, dobbiamo suonare tra un mese e mezzo e una ripassatina è meglio farla…………no, no chiaro, non voglio mica tirar pacchi, ci sarò sicuramente………………a proposito, quando torna Gary? Fine mese? OK, facciamo quel sabato pomeriggio lì, allora………me lo confermate poco prima? Anzi no, diciamo che se non ci sentiamo più, resta fissato così, OK?!?..................No, no, non c’è niente che non va, ma tanto……………….sapete che a ranghi incompleti non mi piace mettermi lì a provare……………..certo tutto bene, tranquillo, allora ci si trova il 28 in saletta, ciao, grazie, ciao Paolo, salutami anche il Beto, eh!”
Garavani depose la cornetta e la sua smorfia non lasciava presagire molto di buono.
“Allora?!”, chiese impaziente il leader.
“Si, viene. Solo perché “una ripassatina è meglio dargliela” e perché “siamo a ranghi completi, sennò non mi va di mettermi lì a suonare“. Poi ha preso un calendario da qualche parte e ha stabilito il sabato delle prove, come dovesse fare una visita oculistica. Ti rendi conto.”
Certo che si rendeva conto il leader e, alla pari di Paolo, forse un po’ se lo aspettava pure.
Non s’attendevano certo sciabolate di entusiasmo dal loro distante batterista. Ma questo suo atteggiamento, quasi di un precettato al lavoro, li immalinconiva. Tutto ciò si ripercosse amaramente sull’umore dell’intera serata e al momento delle ordinazioni il gestore del locale non riusciva a credere alle proprie orecchie. Infatti rinunciarono alle guinness optando per una cedrata e un chinotto, addirittura col limone e senza ghiaccio.
Niente panini con speck, burro, mostarda, crauti e salsa whisky, ma pacchetti di salatini.
Oltretutto rientrarono presto e senza intonare cori di sorta.
All’ingresso del proprio cortile, Alberto non sgommò nemmeno, come era solito fare, particolarmente quando rientrava la sera tardi per il gusto di spaventare i vicini, ed effettuò una manovra corretta e silenziosa.
Paolo s’addormentò scordandosi di dare la buonanotte al poster di David Gilmour, immortalato on stage. Anche il walkman con una versione lisergica di “Set the control for the heart of the sun”, che aveva preparato per favorire il sonno, rimase inutilizzato.
Il giorno dopo, all’orario che l’amico gli aveva indicato, Paolo richiamò Alfonso e lo mise a parte degli avvenimenti della sera precedente. La missione era compiuta, Gianni era stato avvisato ed aveva dato il suo benestare al concerto prossimo venturo e a svolgere una prova alla fine del mese corrente, a formazione completa, beninteso. Nondimeno Gary ne fu molto contento, ed espresse prevedibili banalità circa il fatto che non vedeva l’ora di tornare ed altre insulsaggini sulla grande, imminente reunion del complesso, che Garavani ascoltava con un sgradevole senso di frustrazione.
Il piglio della telefonata di Paolo s’era mantenuto abbastanza elevato da non suscitare il minimo sospetto ad Alfonso sul reale clima che si respirava nell’ambito della band.

 
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