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EQUIVOCI MUSICALI: TORNA IL CONCORSO SALVATORE LICITRA

1 OTTOBRE 2018

 

Ricevo e pubblico con piacere dagli amici di EQUIVOCI MUSICALI

IX edizione con una giuria internazionale

19-21 Ottobre 2018
Villa Ghirlanda Silva - Cinisello Balsamo (MILANO)

Torna il celebre Concorso Lirico Salvatore Licitra che si è affermato negli ultimi anni per la qualità della sua giuria e per la reale possibilità data ai giovani talenti di farsi ascoltare da teatri, enti lirici e agenzie del settore. Quest'anno Presidente di Giuria sarà Suat Arıkan direttore generale dell’Istanbul State Opera and Ballet.

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We are pleased to announce the ninth edition of the Salvatore Licitra singing competition which will be held in Milan on the 19th -20th -21th of October 2018. A high profile International Jury is headed up by Suat Arıkan, general director of the Istanbul State Opera and Ballet.

Applications are open until the 12th October 2018.

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ALESSIA E L'UFFICIALE

28 SETTEMBRE 2018

 

 

Nel corso dell’occupazione tedesca, col marito al fronte, la signora Luisa Baragiotti, di Boffalora sopra Ticino, a pochi chilometri da Milano, si trovò un giorno nella necessità di procurarsi la legna per casa, in vista dell’inverno. Ma per prendere la legna serviva un permesso speciale, visto che era necessario passare attraverso una zona off-limits, sorvegliata dalle truppe nemiche. Così prese la bambina, Alessia, di sette anni, per mano e si recò presso il presidio logistico, per ottenere l’autorizzazione al transito. C’era una lunga fila in attesa, per fortuna Alessia trovò qualche amichetta per giocare insieme, mentre la coda, lentamente, si sfoltiva sotto l’occhio vigile dei soldati armati. Quando arrivò il suo turno, Luisa fu condotta davanti a una porta chiusa. Un’intimazione in tedesco proveniente dall’interno fece tremare le pareti. Un soldato la spinse brutalmente in avanti e richiuse la porta. Luisa s’avvicinò, mezza tremante, all’ufficiale che la osservava da una scrivania, tenendo la bimba per mano.

Non era la prima volta che lo vedeva. Ogni tanto lo sentiva passare per strada, circondato da un gruppo di scagnozzi armati; urlava  in un italiano imperfetto, ma comunque minaccioso, impartendo comandi, sibilando minacce: lo sbirciava scostando le tendine della cucina, mentre la piccola Alessia le si accovacciava accanto.

Solo quando era ben certa che la truppa se ne fosse andata, lasciava l’angolino della cucina ed abbracciava la bimba, rincuorandola. Ora, trovandosi a un metro appena dall’ufficiale, era paralizzata dalla paura. Fu proprio Alessia a darle la carica, stringendo forte la mano con cui la mamma la teneva. Luisa si scosse e buttò fuori in un momento, come una lezione imparata a memoria, la sua richiesta, senza smettere di guardarlo. Aggiunse anche, dopo una breve pausa che il marito era partito da mesi e non aveva più notizie di lui, e doveva badare sola a quella figlia, non poteva permettere che morisse di freddo, come se questo potesse indurre l’ufficiale a una miglior predisposizione nei suoi confronti.

L’ufficiale la guardò attentamente in viso, poi girò gli occhi sulla figlia, che lo osservava apparentemente senza paura, forse incuriosita dalla situazione in cui si trovava. Ma ora che si trovava a pochi centimetri da quell’omaccione cattivo, dal quale la mamma la nascondeva sempre quando marciava per strada, non mostrava segni di terrore. E lui dovette accorgersene, visto che mantenne piuttosto a lungo lo sguardo sulla piccola. Luisa era paralizzata, pregava che quel momento passasse in fretta. Nel suo cuore non sperava più che gli venisse rilasciato il permesso, anzi, nemmeno più ci pensava, né alla legna né all’anelato foglio di carta. Voleva solo andarsene, al più presto, soprattutto la struggeva il pensiero di Alessia, che subiva quell’insopportabile tortura psicologica.

Ma l’ufficiale non pareva aver fretta. Nel silenzio plumbeo del locale, aggravato dalle espressioni glaciali delle due gigantesche sentinelle ai lati dello stesso, continuava a tacere in modo inquietante, privo d’espressione. Finalmente si mosse, in maniera impercettibile, sempre guardando Alessia. Luisa ebbe un fremito. L’ufficiale arretrò leggermente con la sedia e fece la mossa d’aprire un cassetto della propria scrivania. E la povera signora fu pervasa da un brivido.

Il tedesco recuperò in effetti qualcosa, dal cassetto, e lo mise sulla scrivania. Ma non era una rivoltella, bensì un piccolo scrigno in argento. Lo aprì con una chiavetta, e vi estrasse alcune fotografie. Luisa credeva di vivere in un sogno e ora anche Alessia appariva disorientata. L’ufficiale scelse una sola tra le foto e la mise sul tavolo, a favore di mamma e figlia. Ed entrambe non seppero trattenere un moto di meraviglia, nell’accorgersi che l’immagine raffigurava una giovane donna e una bimba, presumibilmente la figlia, abbracciate all’uomo. Il quale confermò l’impressione.

“Mia moglie e la mia bambina”, sussurrò a Luisa e Alessia. “Non le vedo da sei mesi, voi me le avete ricordate.” Con circospezione, le due allungarono il collo ad osservare.

Ma staccarono presto gli occhi dalle foto per rivolgerle, timorose, verso l’ufficiale.

Il quale però, senza aggiungere altro, stava iniziando a firmare i documenti relativi al permesso richiesto, mentre la signora Baragiotti tratteneva il respiro. Ad Alessia parve di vedere una lacrima, in quel preciso istante, sul volto dell’uomo. Il tedesco firmò con cura, una bella scrittura chiara e tonda, poi allungò le carte a Luisa. La povera donna, ancora spaventata, teneva le carte in mano senza decidersi a compiere alcun gesto, finchè un soldato le fece segno d’uscire, intimazione che Luisa non si fece ripetere due volte.

Col prezioso documento nella borsetta e la bimba stretta forte per mano, Luisa uscì e s’avviò verso la zona off-limits, per prendere la legna. L’ufficiale la guardò andare via, mentre sentiva salire un groppo in gola. Ma fu un attimo. Il suo volto riprese l’usuale espressione granitica ed intimò urlando al piantone di far entrare il prossimo in coda. Il soldato s’affrettò ad eseguire l’ordine. Nessuno dei militari presenti nella sala aveva notato, nei brevi minuti di presenza di Luisa e Alessia, nulla di strano.

 

L'UOMO DEL SAX

23 SETTEMBRE 2018

 

“Per oggi basta, ragazzi. Ci vediamo domani, stesso posto, stessa ora.” Come gli altri colleghi, l’uomo del sax ripose lo strumento nella custodia, dopo averlo spolverato con un piccolo panno di stoffa rossa. Salutò affabilmente l’assemblea che andava disperdendosi. Indossò l’impermeabile ed il cappello che attendevano appesi al servo muto ed uscì. Lo sguardo all’orologio,quasi un ticchio oramai, era il primo gesto che compiva fuori dalla sala: le sei e due minuti. Come tutte le sere, scese le scale con calma, evitava di servirsi dell’ascensore. Usufruì della uscita secondaria, preferendone al solito la confortante discrezione rispetto al bailamme che circondava l’ingresso artisti, e si trovò fuori dal teatro. Per rientrare sceglieva strade marginali, sempre un po’ ignorate e nascoste alla luce del giorno, allungando di qualche minuto il tragitto, ma preferiva così. Arrivava a casa quasi sempre senza incontrare nessuno, depositava con cura il sassofono sul mobile in salotto e preparava la cena. Questo mercoledì andava attraversando una viuzza semideserta allorchè la sua attenzione fu destata da un bagliore sottile ma acuto, un lampo di luce che gli pareva di cogliere sullo sfondo, ballerino tra un angolo e l’altro della via. D’improvviso decise di seguirlo. Quanto più però gli pareva di avvicinarsi, tanto più il riverbero si sottraeva alla sua vista. Ora balzava su una finestrella malconcia d’un cortile di ringhiera, ora esitava al riparo di una sgangherata insegna di negozietto ormai dismesso, per poi volteggiare e depositarsi sopra le isolate, striminzite foglie d’edera che da chissà quando ornavano i muretti scoloriti e scalcinati della strada. Inseguendolo con tenacia benché senza successo, l’uomo del sax si trovò all’ingresso di un ampio ma deserto giardinetto pubblico. Non appena ne varcò l’accesso, il barlume che aveva rincorso sbiadì, sparendo dalla sua vista. L’uomo del sax si guardò intorno. Scelse un invitante panchina inondata di sole e vi si sedette tranquillo. Allungò le gambe, si divertiva a scavare piccoli solchi tra i sassettini e la ghiaia che ricoprivano il sentiero. Aprile è un mese strano, riflette prima di assopirsi. Al sole sembra quasi estate, si sbottona il pastrano, socchiude gli occhi. Cala il bislacco copricapo a falda larga sul viso. Con le sue lunghe gambe penzoloni pare volersi isolare e difendere dall’ambiente esterno, così singolarmente luminoso per lui. Il sole lo colpisce perpendicolarmente alla sua figura. Lui libera il sax dalla custodia e lo tiene sotto braccio. Cala il bislacco copricapo a falda larga sul viso e s’abbiocca beato. Subito, dal sax si sprigiona un suono vibrante, imperioso, che attraversa i folti rami delle piante fiorite di magnolia, di prunus, di felce che ornano il giardino. Musica lineare, salda, che priva di grinze e compromessi salta agile oltre l’ingresso sbarrato della stazione in rifacimento,irride le carrozze sconsolatamente ammassate su diramazioni di binari morti, supera le transenne arrugginite ed i cartelli sbiaditi che da tempo immemore delimitano la zona logistica in ristrutturazione e si libra indisturbata verso l’alto. Un assolo straordinario, esaltante che in un momento inonda valli e pianure, in un battito d’ali raggiunge le risaie, così distanti dalla grande metropoli e che viste dall’alto appaiono come tanti spicchi di mare brillanti nell’azzurro, forse è vero che molti tesori sono qui a portata di mano, ma non li puoi vedere se ci stai troppo vicino. Il suono prosegue potente, incondizionato, ora vira verso nord e scavalca di botto le cime inviolate dei monti. E qualcuno è fermo a guardare, lo sta anche ascoltando, vorrebbe capirlo ma dato che dell’uomo è attendere e del sogno volare, in pochi secondi lo perde di vista e d’udito. Il segnale si specchia nella statura inarrivabile della neve perenne, della quale condivide la maestosità. E’ questo l’istante in cui l’armonia raggiunge il punto più solenne e nobile, testimoniato da un largo e soave sorriso dell’uomo del sax, che dorme pacifico su una panchina qualunque di uno dei tanti giardini pubblici di una città qualsiasi, ad una distanza copribile solo col pensiero. Poi basta un fremito, un soffio di vento. La coda di una nuvola che lambisce ed oscura appena la lancia infuocata del sole. Ed il sorriso prende a sbiadire, la fronte si corruga. Stringe gli occhi come se un mal di capo lacerante lo stia attraversando. La sua maschera si fa truce mentre l’oscurità ha sempre più ragione di quello che ormai non è altro che un tiepido bagliore. Così l’uomo del sax riprende conoscenza, immerso nell’ombra di un pomeriggio di aprile che consegna alla sera un cielo avvolto dalle nubi. Tra poche ore la temperatura subirà un calo vertiginoso. Come trafitta dal pungiglione maligno di qualche errabondo sofferente, l’impressionante melodia che incantava i cieli inizia simultaneamente ad affievolirsi. Perde d’intensità, di forza; anche l’eco si stinge della limpidezza con la quale rispondeva colpo su colpo da ogni cantone alla voce stentorea di quel sound indimenticabile. Così, in pochi secondi, le cime dei monti, le valli, le pianure inondate dalle risaie, i binari morti e le locomotive in disarmo, le stazioni abbandonate, persino il giardino della piazza ove l’uomo del sax s’era beatamente appisolato, tutto ripiomba nel silenzio glaciale d’un tramonto governato da nembi bassi e intimidatori, in una primavera troppo timida per resistere. Il musicista ora è definitivamente desto. Si risolleva il cappello, si alza, si chiude il pastrano. Aprile è un mese strambo, riflette prima di andarsene. Ripose il sax nella custodia, e gli parve quasi più pesante del solito. Il giorno seguente, durante le sue otto ore di sessione da musicista professionista, il sax ebbe una resa impeccabile e dimenticabile, costretto com’era tra rotaie di spartiti ottusi e limitati da paraocchi gonfi di professionale vanagloria. L’uomo del sax non si concesse più alcuna stravaganza extra lavorativa. Quella sera uscì normalmente alle sei, senza dare nell’occhio e rientrò a casa per viottoli cupi, trascurati. Appoggiò il sax sul mobile del soggiorno, ove restò chiuso nella custodia sino al mattino successivo.

 

PRESENTAZIONE "LA VITA IRRAGGIUNGIBILE"

10 SETTEMBRE 2018


Cari amici,
Il settimo romanzo "La vita irraggiungibile" sarà presentato nel corso della corrente edizione della "Festa della Sucia" a Boffalora Ticino. Più precisamente sabato 15 settembre durante la Notte Bianca, in Piazza Italia, nell'ambito dell'esibizione della Old Brigde Acustic Band. Grazie al gruppo per l'opportunità offertami.
A presto!

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 34 - OUTRO (FINE)

19 AGOSTO 2018

 

Outro

Finalmente, la lunga fase di preparazione ha termine.

Tutto è stato regolato al meglio. Microfoni e amplificatori a posto. Le luci sono su di lui. Silenzio.
“Ehm…ciao a tutti. Noi siamo gli Stox..(attimo di pausa).. sono contento che siate qui in tanti, speriamo di divertirvi.. (attimo di pausa)…scusate, è il nostro primo concerto e siamo un pochino, anzi un tantino, emozionati…”.

Un applauso d’incoraggiamento rincuora il ragazzo che abbozza un grazie, sguardo a terra. Con cautela si stacca dal microfono e sistema la tracolla della chitarra. Poi si gira verso i compagni, batte il piede per dare il via alla canzone, ed il concerto ha inizio. La scaletta è composta da sette covers, i ragazzi hanno selezionato i pezzi più sicuri sulla quindicina che compongono il repertorio e copriranno almeno un tre quarti d’ora di tempo. Superato il primo, comprensibile momento di tensione, al secondo pezzo l’atmosfera si fa subito distesa. Riletture di grandi successi di De Andrè, Battisti, due brani di Dalla, poi gli eterni Clapton e Dylan.

Il finale affidato a “Let it be”, per chiudere in crescendo.

Il pubblico mostra di gradire. Nell’ultimo brano, ecco un esemplare assolo da parte del chitarrista a fianco del lead singer.

Al termine dell’esibizione, il cantante, ancora leggermente agitato, ringrazia caldamente, presenta la band in breve e saluta, dando appuntamento al “prossimo concerto”.

Seduti ad uno dei radi tavolini che adornano la sala, un bassista, una ragazza, un batterista, due ceres ed una gazzosa hanno assistito più o meno attentamente all’intera esibizione. Pochi minuti più tardi, la comitiva
viene raggiunta dal chitarrista solista degli Stox.
“Complimenti, Oscar, è andato tutto bene, direi” , lo accolse Fabrizio con una pacca sulle spalle che avrebbe squartato un rinoceronte.

Parenti gemette in silenzio, poi fece spallucce e s’accomodò, ordinando la terza ceres.“Non era certamente nulla di complicato. Anche l’assolo di “Let it be” è basato su un semplice giro di quattro accordi che si ripetono ogni quattro battute. Il resto, addirittura ordinaria amministrazione.”
“Che entusiasmo”, buttò lì Stefania.
“Penso che fosse abituato ad altro”, il commento sarcastico di Alfonso.
“E’ sempre una partenza” la saggia chiosa di Karsi.
I quattro ragazzi proseguirono brevemente la conversazione su altri argomenti, poi Oscar, congedatosi dagli amici,
tornò dal suo nuovo gruppo. Aiutò coscienziosamente a sparecchiare il palco mentre gli altri scambiavano pareri entusiastici su quella prima esperienza dal vivo.
“Quando ci troviamo per le prossime prove?”
La richiesta del batterista, un ragazzone simpatico, alto ed occhialuto con una sgargiante maglietta inneggiante ai Giants USA, era quanto di più normale potesse scaturire dopo un concerto. Gli altri iniziarono a proporre qualche serata nel corso della settimana successiva ed infine si accordarono per il giovedì successivo.
Sollecitato ad esprimere la propria opinione, Oscar non addusse nessun problema particolare e confermò la sua presenza.

Fuori, un gelo prematuro iniziava già a graffiare l’aria di
quella prima metà di novembre.

Oscar rialzò il bavero del giubbottone e stipò poi in auto il marshallino portatile, chitarra e pedaliera. Dentro, la serata del locale andava tramontando. L’inaugurazione del nuovo centro sportivo di Arluno era stata certamente un successo, anche grazie a loro. Per gli irriducibili tiratardi da venerdì sera, alla musica dal vivo s’era sostituito adesso il caro vecchio sound techno-dance, che indusse la maggior parte della gente ad andarsene.
Coppiettine uscivano abbracciate.

Sparute compagnie di adolescenti si disperdevano sgommando su motorini. Pochi giovani s’attardavano fuori dall’ingresso. Oscar restò in macchina ancora qualche minuto, finchè dallo specchietto vide che tutte le luci all’interno del locale erano spente.
Girò finalmente la chiave nel quadro e partì, ma stranamente esitò prima di accendere lo stereo.
Quella frase continuava a ronzargli per la testa e nemmeno giunto a casa riuscì a smettere di pensarci.

Detta dal cugino poi, era sinistramente attendibile.

Il giovedì successivo, Oscar non si presentò alle prove. Addusse motivazioni dozzinali, ma in una successiva riunione annunciò che avrebbe lasciato la band. Senza rancore, gli altri accettarono la sua decisione.

La settimana seguente, il signor Garavani telefonava agli altri per organizzare un incontro, a festeggiare il suo ventiseiesimo compleanno.

Una cosa tranquilla, come l’ex-chitarrista sottolineava nel corso degli inviti:

“Venite qui, non so, verso le 9,30, andiamo giù in tavernetta e ci inventiamo qualcosa per passare la serata.”

Tutti aderirono prontamente, anche Karsi il quale, per quella data, non aveva impegni con le sue bands.

Così la domenica sera, 21 novembre, Garavani ospitava i Dhegrado al completo, per la prima volta dopo mesi. Alberto e Pamela, Alfonso, Oscar e Karsi, furono accolti nell’accogliente dimora del giovane.

La serata fu permeata da conversazioni amabili. Né Alfonso né Alberto riuscirono a rovesciare liquidi o solidi di sorta sul tappeto o sul pavimento. Nessuno pensò a far alterare Fabrizio in alcun modo, e non che il suo ventre fosse diminuito. Università, accademia d’arte drammatica, lavoro, sport. Tempo. Il Natale, che si avvicina. Famiglia, condizioni di salute, niente sport o politica. Musica, anche, certo, con qualche “ti ricordi” di troppo. Nel videoregistratore scorrevano le immagini di svariati live acts dei degrado, apprezzato sottofondo alla piacevole serata, e nuova fonte di varia aneddotica con risate assortite. Paolo si metteva volentieri al piano, e tutti erano contenti nel vedere il leader scimmiottar  sé stesso in ispirate interpretazioni lisergiche

Ogni tanto si poteva vedere Mirella, perfetta padrona di casa, portare agli ospiti rinnovati vassoietti di dolci e cioccolato, paste e salatini. Gli ospiti e particolarmente il golosissimo ex-Fat Karsi, apprezzarono considerevolmente. Poi ad una cert’ora si congedarono (“domani è sempre lunedì”, la saggia considerazione di qualcuno), e la compagnia si scioglieva lasciandosi con un semplice arrisentirci per gli auguri di Natale.

Cinque mesi dopo.

La sera di un tranquillo lunedì lavorativo, Mirella ha lasciato l’ufficio e si reca in casa a preparare la cena. Nel magazzino, gli ultimi operai se ne sono andati e il signor Luigi sta compilando la tabella delle consegne per il giorno successivo. Ancora una telefonata, ed è il padre di Paolo ad alzare la cornetta.

“Buonasera, signor Leonardi, come sta? Bene, grazie, bene. Mi dica..si, dunque, per quell’installazione, io direi che mercoledì non c’è nessun problema, comunque le passo mio figlio, si accordi direttamente con lui. Grazie, anche a lei e signora, buonasera.”

Pochi minuti dopo, il giovane depone il ricevitore ed annota l’appuntamento sull’agenda. Ora la giornata è proprio terminata. Prima d’andarsene, nota dei grumoli di polvere stazionare ozianti proprio all’ingresso della showroom. Mentre li spazza via, sta forse pensando che è la stessa polvere che ancor oggi ricopre il vecchio palco sul quale lui e altri quattro amici inseguivano un incubo garage-punk.

Ma ormai è un inganno sbiadente, un retaggio di gioventù che si perde nelle fuggevoli luci della saletta, rimaste spente da mesi.

E Paolo non ha tempo di soffermarsi su quest’immagine perché già la voce della moglie lo chiama.

La cena è pronta.

La stessa sera, in un capannone a Sedriano, all’interno di una moderna sala prove, la voce tonante di Giovanni Marini si diffonde perentoria, in un momento di pericolosa stasi.

“Dai, ragazzi, forza, siamo troppo rilassati!! Dobbiamo suonare sui Navigli domani, non possiamo presentarci in queste condizioni. Mettiamoci sotto e caviamo dei suoni degni di noi, a costo di star qui tutta notte!!” Ricevuto l’ordine, la band si lancia in un blues atrofizzante e fumoso, carico di armonica, tastiera e chitarra a creare un vero e proprio “wall of sound”. Disteso su un tavolino tondo presso la consolle, pericolosamente in bilico per la forte pressione, qualcuno osserva distrattamente la performance. Lui è un provetto batterista, ma nei Gamba fa il percussionista e percuote alla bisogna campanacci, triangoli, bonghi e percussioni varie, gli capita anche talvolta di non dover suonare. Nella prossima canzone ci sarà bisogno di lui. Fabrizio allora si recherà diligente in postazione e probabilmente ripenserà a quando dominava la sezione ritmica di un gruppo di indisciplinati hard rockers, tenendo a bada a bacchettate il suo bassista ed inveendo a turpiloqui assortiti contro il frontman.

Poi penserà solo a suonare diligentemente.

E’ un impeccabile professionista.

Nei primi mesi del 1994, grandi novità hanno caratterizzato l’esistenza poliedrica del signor Alberto Torretta.

O meglio, dovremmo dire dell’Attore Drammatico Diplomato, nonché laureato in filosofia e collaboratore dell’azienda di famiglia Alberto Torretta.

Si, perché nell’aprile di quell’anno, ancora fresco di “titoli”, l’ex furibondo leader della post-punk band dei Dhegrado ha sostenuto e superato un provino per entrare a far parte di una Compagnia Stabile, ed il suo talento lo porta a rivestire, all’interno della stessa, il ruolo di protagonista in più d’un’occasione.

Un’altra bella notizia gli arriva direttamente dallo Stato, sotto forma di congedo permanente. Non era per meriti artistici, come lui riteneva di meritare, bensì per mero esubero; ma, come si dice in questi casi, prendi e porta a casa.

Ma seguiamo ora una delle sue serate.

Un palco spoglio d’autunno, una panchina diroccata, un cane accucciato a terra. Un uomo anziano, seduto con un bastone in mano si lamenta ad alta voce del governo e dei tempi moderni, rimpiangendo il passato che non torna, singhiozzando sulla sua misera condizione.

Ma il suo unico interlocutore è il cane, rimastogli fedele. Oltre a una platea gremita di gente che applaude divertita, accorsa ad ammirare l’astro nascente del teatro drammatico italiano. E domani affronterà una nuova piazza, un altro palcoscenico, per una nuova ovazione, un’altra lode della critica.

Peccato, però, non avere mai tempo per ritrovarsi una serata con quei vecchi compagni per i quali Alberto improvvisava altri tipi di scene e monologhi stralunati, davanti a randagi inquieti accalcati in bettole fumose, interpretando il più allucinato sogno psichedelico o distorte, veementi melodie garage-sixties.

Chi manca? Ah, si, proviamo a seguire il seguente monologo:

“…e per quanto riguarda il repertorio, beh, come sapete io amo molto i Police, per cui proporrei una versione reggae di “Every breath you take” oppure punterei sul rhythm’n’blues di Zucchero, o James Brown, tipo “I feel good.” Magari, che so, anche qualche pezzo del Battisti arrabbiato, come “Il tempo di Morire”. Per il rock’n’roll puro citerei certamente gli Who, oppure i Beatles, o gli Stones. Qualcosa per far presa sul pubblico, che ne dite? Ad esempio gli U2 o un po’ di funky alla Prince. Per i più giovani, qualche incursione nel grunge dei Nirvana sarebbe l’ideale…”. A casa sua, Enrico spiega agli amici le sue idee per il complesso musicale che sta creando, i “Senza filtro”.

Tra i papabili soci costituenti della band in questione, due cugini che un tempo militavano nella hard rock band dei Dhegrado.

All’esposizione di Enrico annuiscono blandamente, ma quando viene loro chiesto un parere, Alfonso e Oscar si guardarono in faccia e si resero conto d’aver assunto la stessa espressione sul viso. L’unica risposta possibile fu espressa all‘unisono:

“Grazie, Enrico, ma non ci interessa.”

Poi prendono la porta ed escono, amici come prima.

In cuor suo, Oscar sapeva che quella sarebbe stata solo una perdita di tempo. Una curiosità, una facile conferma che non avrebbe tardato a manifestarsi. Ma ormai aveva altro in testa. Il giorno dopo, entrò in ufficio con la consueta tranquillità. Certo che era stato fortunato: la prima proposta di lavoro a pochi giorni dalla laurea in architettura. Valutate le condizioni, aveva accettato al volo. Tutta esperienza che maturava, in attesa di aprire l’attività in proprio che desiderava.

Quella stessa sera, una fragrante sera di maggio, Alfonso ricevette in regalo una splendida pianta di gardenia. Troneggiava sul tavolino del salotto, a portata di luce naturale, ed ogni volta che passava da lì il suo stato d’animo ne usciva ritemprato.

Anche lui, ora non sentiva più troppo il bisogno di uscire la sera. Proprio il salotto divenne il centro dei suoi momenti di relax: scriveva, leggeva, e non mancava un buon stereo per la “ricreazione intellettiva”, come la chiamava lui, che ogni tanto riproduceva anche canzoni dei dhg o dei luxuria betovox, ma in genere diffondeva rock progressivo.

Nel primo cassetto sotto l’imponente libreria in mogano, al fianco di alcuni raccoglitori di fotografie custodiva adesso due quaderni.

In uno conservava gli scritti, i mezzi poemi, i raccontini che da Bolzano in poi aveva avuto la geniale pensata di metter giù per iscritto; una passione che, lungi dal tramontare, ora lo prendeva forse più della musica stessa.

L’altro contiene la storia che ho appena finito di raccontare.

 
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