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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 20 - IL QUINTO BEATLE

30 MAGGIO 2018

 


Alberto Torretta, ventitre anni e mezzo abbondanti, nel momento in cui vedeva il proprio batterista ritornare al tavolo delle trattative dopo aver soprasseduto alla battuta di grana grossa cui lo aveva sottoposto, si sentiva un uomo contento. Mentre un rabbonito Fabrizio recuperava il suo posto, lui, lungi dallo scusarsi, si gingillava con il bicchiere di Kronenburg.
Ne osservava in controluce la coltre compatta delle due dita di schiuma che, parole sue, provava quasi dispiacere a lacerare. Apprezzava e lodava ad alta voce il colore ambrato della bevanda e si lanciò in un breve haiku dedicato al malto ed alle sue “proprietà rigenerative ed ammalianti”.
Al termine del vaneggiamento ed intascate le dovute irrisioni dal compatto fronte del resto del complesso, espresse l’unica frase savia della sua serata fin a quel momento, ossia la stessa che, espressa dal sottostimato Cassetti, era affogata in una pozza di scherno:
“Che facciamo adesso?”
Finalmente i ragazzi decisero di oltrepassare il concetto. Presero a squadrarsi reciprocamente con espressioni interrogative, sinchè il primo ad esporsi fu Garavani.
Paolo manifestò con prontezza i propri programmi. Per lui era scontato, quasi naturale, il rimando a fine estate di ogni attività musicale, vista tra l’altro la momentanea mancanza di appuntamenti dal vivo.
“Beh, ragazzi, direi che, a livello musicale, si chiude tranquilli fino a settembre. Per il resto, magari prima di agosto ci troviamo a bere qualcosa…”
Non sarebbe esatto a questo punto sostenere che gli altri saltassero di gioia a questa frase.
Gary abbozzò una reazione:
“..ma..nemmeno una prova, un ritrovo..”
“No, ragazzi, davvero. Sapete che in questi mesi sto ingranando bene in azienda, preferisco concentrarmi lì, poi dopo le ferie torniamo in sala. Tanto non abbiamo nuovi impegni dal vivo per il momento, è inutile star a pensare a pezzi nuovi, arrangiamenti, scalette...prima di fine mese ci sentiamo e andiamo fuori un paio d’orette, ma senza strumenti e sbattimenti vari, ok?!?”
Nessuno parve trovare argomentazioni valide a sfavore della comunicazione di Paolo, che ne approfittò per svuotare la tazza di media chiara e prendere congedo dalla combriccola:
“Adesso è meglio che vada, sennò domani chi ce la fa ad alzarsi. Ciao, ciao a tutti, statemi bene. E in caso non ci vedessimo, buone vacanze a tutti!”
Con un affabile sorriso lasciò il locale e si fiondò dritto a casa. Ritirò con cura l’auto in garage e senza fare rumore si coricò velocemente, ricordando di puntare la sveglia, anche qualche minuto prima del dovuto.
Nel frattempo, il praticante commerciante, futuro laureato in filosofia e frequentatore d’accademia d’arte, nonché attuale cantante e showman del gruppo “Dhegrado” si era nuovamente messo ad osservare la schiuma della Kronenburg (non era la stessa di prima, ovvio). Enigmaticamente, adesso non trovava più nulla di elegiaco o raffinato negli elementi cromatici della bevanda, che non trascurò di diffondere generosamente anche tra il pavimento del Bologna e le proprie scarpe, imbevendone i lacci di poltiglietta giallognola.
Adesso capiva, forse, cosa gli era sfuggito quella sera a proposito del suo chitarrista, e si rese anche conto non era la prima volta che ci faceva caso.
Aveva l’impressione che Paolo stesse iniziando ad essere meno propositivo ed entusiasta circa l’attività della band, particolarmente nelle serate, e per lui erano molte, che sarebbero inevitabilmente sfociate in giornate lavorative.
Tuttavia tenne quell’importuno pensiero per sé, e, salutato poi Karsi in modo nemmeno troppo guascone, prese un Alfonso ed una bottiglia di Kronenburg terminata a metà e uscì dal locale. Si ricordò di pagare.
Come aveva promesso, fu comunque lo stesso Paolo il primo a riprendere i contatti con gli altri componenti la band.
Una ventina di giorni più tardi, invitò Beto, Alfonso e Karsi, in stretto ordine di importanza, ma comunque i secondi due sono intercambiabili, a radunarsi ancora una volta prima della classica separazione agostana.
Fu una serata di puro divertimento.
Le peculiarità dei quattro personaggi si espressero nella maniera più compiuta, e la presenza di Mirella non servì a calmierare le tipiche esuberanze del leader. Ad un dato momento, poco prima del commiato, come in ogni società che si rispetti s’iniziarono a sciorinare i buoni propositi e gli intenti del dopo-ferie, e le proposizioni esternate da Beto e lo stesso Paolo in particolare si sarebbero rivelate le più degne di nota. Il nostro impeccabile capocomplesso riportò quello che era ormai un segreto di Pulcinella e cioè che dai primi di settembre avrebbe affiancato agli stanchi studi di filosofia ed alle misere prestazioni lavorative dai suoi la frequenza del Corso di Arte Drammatica, presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, riscuotendo consensi unanimi fra gli astanti.
Tra i programmi di Garavani, l’intenzione di seguire con Mirella il corso fidanzati, che si sarebbe svolto nella prima metà del 1992. Ed era sottointeso che la sua frequenza sarebbe logicamente poi sfociata nel più classico dei lieto fine.
L’amico e collega di band Torretta sciorinò subito la delicatezza a lui consona, con una fragorosa paccona sulle spalle del proprio chitarrista e la posteriore proposizione:
“Bene, grande! Quand’è che vi sposate? Non vedo l’ora di mettere le gambe sotto il tavolo e ubriacarmi tutto il giorno!!”.  
Ma Paolo lo condì via con un giro di parole ed una risata, il che probabilmente stava ad indicare che non voleva entrare troppo nei dettagli di un progetto così intimo, nemmeno con gli amici. Lui stesso decretò poi che s’era fatto tardi e sarebbe stato opportuno sciogliere l’assemblea e riaggiornarla a settembre.
Sulla macchina di Alfonso, sempre in bilico tra il rosso della riserva ed l’ultima tacca di verde, un pensieroso leader ascoltava quelle che nei momenti migliori definiva le “cassettine di musichetta pop” del bassista senza fare ulteriori commenti idioti. (Anche perché quasi sempre si trattava di dilettanti come gli Who, i Genesis o i Beatles e giustamente Alberto si sentiva in posizione di deriderli).
Scaricato il largo batterista, la peugeottina di Gary tirò un notevole sospirò di sollievo, dopodiché proseguono verso il cortile abitativo del leader, il quale prima di varcarne il confine prese la parola:
“Tu cosa ne pensi?”
“De che?”
“Delle circonlocuzioni di sintassi nell’analisi logica, naturalmente. Ma del Paolo, no?!?”
“Che ha fatto?”
Alberto finse d’inalberarsi ma non gli riusciva granché bene, tuttavia la scarsa presenza di spirito dimostrata dal proprio bassista in quella occasione lo stava irritando.
“Credo che Paolo stia diventando troppo “serio”, se afferri il senso della frase”.
Finalmente Alfonso uscì allo scoperto, dimostrando di comprendere facilmente dove il leader volesse andasse a parare, ed opponendogli una pregnante disquisizione. Prima però spense lo stereo, con suo profondo cruccio dato che gli toccò di troncare a metà nientemeno che “Burning down the house“ dei Talking Heads, ma David Byrne l’avrebbe certo perdonato, vista l‘importanza che il summit a due andava assumendo.
“Senti, Beto, Paolo è l’unico di noi quattro ad avere, da anni ormai, una ragazza fissa ed un lavoro stabile, nell’azienda di famiglia, della quale è naturalmente destinato ad assumere il comando. Tu studi ancora, io ho appena finito il militare, Karsi gestisce un bar coi suoi. Il nostro chitarrista è l’unico che ha davanti a sé l’obiettivo a breve scadenza di diventare un imprenditore, così come lo è ora il signor Pierluigi.
Non può sempre giocare alla rockstar, Beto. Ha ventiquattro anni, credo che dovrà per forza tagliare sempre più spazio ai divertimenti di contorno, come lo è il nostro gruppo”.
Stavolta Alberto non rideva più. Le sue sensazioni si erano dunque dimostrate affini a quelle di Gary. E lui che sperava di essere rasserenato.
“Tu credi che ci mollerà, voglio dire, cosa farà colla band?”. “E’ presto per dirlo, guarda, secondo me ci conviene prenderla come viene, però…”
“Però è proprio così, purtroppo” soggiungeva un adesso immalinconito leader, proseguendo: “D’altra parte, non ci eravamo mai fatti grosse idee circa una qualsiasi “carriera”, o sbaglio?!?“
La questione restò sospesa nel vuoto di una calda serata di fine luglio, una volta spento il motore del peugeot solo il totale silenzio antistante la corte di Torretta circondava adesso i due.
Beto e Alfonso si guardarono in faccia per qualche secondo senza dire più nulla. Il gerente dell’eccellente band “Dhegrado” si grattò la barbetta ispida e tossicchiò brevemente, poi rimirò assorto il cielo qua e là nuvoloso ma comunque puntellato di stelle. Indicò con il mignolo un punto lontano, tipo ET, poi cominciò piano a declamare un carme sconsolatamente privo di senso, delirando circa uno spettro puma che affonda i suoi pensieri nella nebbia di un bianco paesino annerito dal fumo, mentre il suo bassista intonava un accompagnamento a cappella simulando delle parti di basso e batteria tra un verso e l’altro, e persino un breve assolo di sax tenore in una pausa di silenzio.
Qualche rado passante incrociandoli li classificò per dei poveri mentecatti dediti alla bottiglia, mentre i due proseguirono tranquillamente sin verso le due del mattino prima di insultarsi con reciprocità per qualche vocalità male eseguita ed al fine separarsi.
Un paio di giorni più tardi, il signor Cassetti, che aveva gustato immensamente le proprie vacanze in Irlanda durante l’estate precedente, ripartì, con la stessa destinazione, insieme a un gruppo di amici.
Il soggiorno nelle verdi valli ebbe, ancora una volta, il potere di ritemprarlo egregiamente dalle fatiche dell’anno lavorativo messo alle spalle. Persino il recente soggiorno in ospedale e relativa lunga e fastidiosa riabilitazione erano un lontano puntino di dolore che sbiadiva tra i cieli limpidi e le scogliere frastagliate. Con la Guinness in una mano e la Marlboro nell’altra, Fabrizio osservava quelle meraviglie della natura, insolitamente meditabondo e taciturno, tanto che un suo compagno non mancò di rilevare questo suo atipico modo d’essere, e chiedergliene ragione.
“Sai, riflettevo.”
“Tu? Come mai?”
Doveva essere veramente assorto, per non cogliere la vaga malignità nella replica dell’amico. Ma Karsi tacque ancora per qualche secondo, seguendo il filo grigiastro del fumo che ascendeva a far tutt’uno con la linea soffice delle rade nubi che sovrastavano la valle.
“Si, io. Io che passo più di undici mesi all’anno in un bar, tranne qualche sera che mi ritaglio per andare a suonare da qualche parte. Devo venire qui, ogni volta, per rendermi conto di tutto quello che, forse, mi perdo.”
“Certo che lo spettacolo della natura qui mette i brividi! Non che da noi manchino le meraviglie, è ovvio, ma qui c’è sempre qualcosa di speciale..”
“Non è solo natura, è pace interiore, è silenzio, è pensieri finalmente liberi da pressioni, da tempistiche, da orari, da scadenze. E‘ il realizzare che ne ho bisogno, e il cercare di fare qualcosa.”
L’altro adesso lo ascoltava con interesse. Avrebbe voluto che l’amico proseguisse, ma Fabrizio lasciò cadere il discorso. Depose il boccale semivuoto e passeggiò piano, lo sguardo a perdersi lungo il fiumiciattolo che declinava a valle senza impedimenti, scorrendo semplicemente, libero.
Scese per la valle sino a lambire l’acqua corrente. Agli argini del torrentello si allargavano chiazze diseguali di ghiaia mista a sabbia. Si chinò e ne afferrò un pugno. Parve esaminare la rena per qualche istante, poi la lasciò scivolare placida dalle mani, sino a che si adagiò sul suolo.
Restò a guardare la quiete del quadro che aveva davanti, sordo ai richiami dell’amico che voleva rientrare con lui al baretto per un’altra birra prima di cena.
Non ne parlò più, per il resto della vacanza, ma qualche volta si sorprese nuovamente raccolto nella pacatezza dell’ambiente che lo circondava. Solo il giorno del rientro, tornò il Karsi consueto: compagnone, blandamente irritabile, generoso, pronto a riprendere la vita normale.
A poche migliaia di chilometri più a sudest, un altro componente del gruppo musicale “Dhegrado”, approfittando magari della mancata partenza per le vacanze, maturava nel frattempo un’azione fondamentale per il prosieguo della brillante carriera dello stesso.
Alfonso aveva, anzi ha tuttora, un cugino più giovane che sembrava voler seriamente imparare a suonare la chitarra. Oscar, 19 anni, seguiva ormai da qualche mese la band nei vari live oltre a fare spesso una capatina in saletta durante le prove, entrando presto in confidenza con i vari componenti. Alfonso fu sorpreso quando durante una visita a casa sua poco prima di ferragosto, lo sentì suonare praticamente a memoria i più recenti pezzi dei dhg. “Caspita, nemmeno io mi ricordo certe parti!” fu il primo commento che seppe uscirgli di bocca.
Quel giorno non disse nulla ad Oscar, ma quando verso la metà di settembre si ritrovò con gli altri, oltre i vari salamelecchi di rientro che non servivano a nulla, se ne uscì come segue: “Perché non ci prendiamo una chitarra di accompagnamento?”
Il signor Torretta, che si era appena lamentato presso gli altri di aver appena trascorso un’altra estate priva di sesso, guardò subito Cassetti, che però stava ancora considerando con sarcasmo l’affermazione del leader accendendo una marlboro medium e tenendo gli occhi bassi; allora rivolse lo sguardo verso Garavani, il quale invece andava squadrando Garimbelli e la sua idea, che per l‘imbarazzo soppesava il soffitto con occhiate generiche; per un attimo insomma nessuno si guardò in faccia.
Gli attimi che seguirono furono gli unici in tutta la storia della band durante i quali il serafico bassista ottenne finalmente una consistente dose di sfottò e insulti. La proposta non piaceva assolutamente a nessuno: tra le argomentazioni contrapposte, qualcuno se ne uscì con l’affermazione che i dhg erano un circolo esclusivo di sane menti distorte dal garage-punk, ed ho pochi dubbi che il lettore indovini donde nasceva tale pacchiana esposizione. Dal canto suo, Paolo appariva leggermente perplesso circa la giovane età del papabile nuovo ingresso; Karsi non disse niente di particolare, limitandosi a sottolineare il fatto che una chitarra di accompagnamento avrebbe potuto anche avere effetti perniciosi sulla spontaneità della musica: temeva il deleterio emergere di artifizi ed arzigogoli su quello che in fondo doveva essere un sound poderoso e senza interposizioni (anche se forse le parole proferite dal rotondetto musicista non furono esattamente queste).
Alfonso non pareva eccessivamente mortificato dalla generale riprovazione che il suo suggerimento aveva suscitato. Singhiozzando con mestizia, annunciò che si sarebbe scaraventato nel Naviglio ascoltando musica techno, tuttavia disdisse presto il lugubre proponimento, punto primo perché tanto sapeva nuotare, e secondo perché in quel periodo il corso d’acqua era in secca.
L’amico Karsi lo rianimò in fretta, con un sorriso ed una  pacca sulle spalle a mano aperta che avrebbe schiantato un rinoceronte, e infatti gli squartò la clavicola.
Ad ogni buon conto, poche settimane dopo, Oscar veniva ufficialmente “invitato nella saletta privata dei Dhegrado, per il lunedì, 23 settembre p.v., per le ore 21, gradita puntualità“, tramite missiva redatta dal leader e consegnatagli dal cugino.
Quella sera Alfonso, sentendosi evidentemente in dovere di far gli onori di casa, presentò brevemente Oscar agli altri, venendone efferatamente schernito dato che tutti già lo conoscevano, poi si schiarì la gola con mugghi bizzarri ed emise un enunciato farneticante che recitava più o meno come segue:
“Vedi, in realtà di una chitarra nuova non ce ne fregava niente, ma ora stiamo riflettendo che un innesto di tal fattura potrebbe ritornarci utile per empire i vuoti melodici durante gli assoli, poi magari si possono intrecciare le parti acustico-elettriche e vedere come si combinano, mettiamoci dentro anche il wah-wah, il multieffetti che ho visto che usi ed affidando tutto poi alla genialità che traspare tra queste quattro mura, alla versatilità del leader, al nostro successo con le ragazze ed alla pancia del Fat Karsi, insomma ci è sembrato un bel tentativo da provare, e se sei d’accordo bene, in caso contrario puoi anche andare a suonare con Phil Collins o Bryan Adams!!”
Quando finalmente Gary terminò il delirio e vide che Oscar rideva sgargiantemente con gli altri, Beto compreso, capì che il cugino avrebbe accettato. Subito dopo il fatidico “si”, si tenne una primissima prova a cinque per impostare lo amalgama della nuova line-up, finché verso mezzanotte Cassetti esplose in un vorticante turpiloquio per motivi sconosciuti ai più e si pensò bene di piantarla lì. Fu quella l’occasione in cui Oscar guadagnò il primo gettone di presenza al Bologna come membro ufficiale dei Dhg.
L’inserimento di Oscar fu per certi versi facilitato dal fatto che dal mese di ottobre Alberto aveva finalmente iniziato a frequentare il primo anno all’Accademia d’Arte Drammatica, e dato il contemporaneo prosieguo della caccia alla laurea in filosofia, fu temporaneamente costretto con dispiacere (più suo che degli altri) a diradare le sue presenze in sala prove.
Invece di spiegare fazzoletti ed intonare canti funebri, i ragazzi pensarono, durante un’improvvisata riunione nel cortile di Garavani, a come organizzare quegli ultimi mesi del 1991, così rigurgitanti di novità.
Paolo aveva diradato i propri contatti con Pisani, e tutto taceva anche sul versante “Magia Music Meeting”. Una telefonata investigativa di Alberto ai gestori del locale non portò altro risultato che un professionale: “Abbiamo le serate coperte almeno fino a febbraio, ma ci faremo vivi alla bisogna. Mi lascia il numero, cortesemente?”.
Nemmeno il vecchio Oratorio di Boffalora progettava in quel momento manifestazioni che riportassero in cartellone il nome dei Dhegrado.
Fu così stabilito di rinunciare agli impegni dal vivo ma non allo svolgimento di prove settimanali, con lo scopo ben preciso di velocizzare l’integrazione chitarristica del giovane neo acquisto, cercando d’ovviare il meglio possibile all’assenza del leader.

 

IL GIARDINO DELLE ESPERIDI FESTIVAL

25 MAGGIO 2018

 

Il Giardino delle Esperidi Festival

 

XVI Edizione

 

 

Teatro, Musica, Danza, Poesia nei borghi e sui sentieri del Monte di Brianza

 

 

21 giugno - 8 luglio 2018

 

 

 

Si svolge da giovedì 21 giugno a domenica 8 luglio la XIV edizione de Il Giardino delle Esperidi Festival, rassegna itinerante di teatro immersa nella natura del Monte di Brianza, organizzata da Campsirago Residenza, centro di produzione e ricerca teatrale. Anche quest’anno saranno i boschi incontaminati, i meravigliosi paesaggi e le ville dei comuni di Colle Brianza, Ello, Galbiate, Olgiate Molgora e dell’antico borgo di Campsirago, a fare da cornice ai tre lunghi weekend di spettacoli di teatro, danza, musica e momenti di convivialità: cinque prime nazionali, sei perfomance di compagnie internazionali, un convegno su arti performative e paesaggio e tre laboratori di teatro nella natura aperti a tutti compongono il denso cartellone di quest’anno.

L’edizione 2018 del festival, attraverso il convegno di apertura, la collaborazione con artisti internazionali e l’attenzione sempre più forte nell’adattare ogni opera ai contesti naturali nei quali viene rappresentata, si consolida come punto di riferimento e polo di ricerca nazionale e internazionale dell’arte del Teatro nel paesaggio.

Il punto di forza caratteristico del festival delle Esperidi è la capacità di valorizzare e fare interagire insieme territorio, arte e pubblico. Il territorio dell’alta Brianza, in provincia di Lecco, con i suoi sentieri, le sue dimore storiche, le cascine, i terrazzamenti e i boschi di castagno, gelso e robinia ospita le opere teatrali in cui la natura diventa palcoscenico e opera stessa. Molti spettacoli in programma sono performance site specific, produzioni realizzate per i luoghi in cui si svolgono. Il pubblico, vario per età, provenienza e interessi, ritrova alle Esperidi quell’incantata magia, in cui Natura, Arte e Bellezza si fondono, dando vita a un evento raro nel panorama teatrale italiano.

Ad aprire il festival, giovedì 21 giugno, sarà lo spettacolo Il mio compleanno della compagnia Riserva Canini che viene presentato nella sua forma definitiva alle Esperidi.

Spettacolo di punta di quest’anno del Teatro nel paesaggio di Campsirago Residenza sarà Arianna e Teseo (produzione Pleiadi Art Productions), performance itinerante immersa nella natura, nata dalle suggestioni dei boschi e delle montagne intorno a Figina. Il tema del labirinto, metafora della complessità del mondo ma anche specchio dell’anima, accompagnerà pubblico e performer, in un emozionante viaggio attraverso il mito di Dedalo, Icaro, Arianna, Teseo e il Minotauro.

Domenica 24 giugno, per la prima volta, il festival delle Esperidi organizza uno speciale itinerario di dodici ore nei luoghi più suggestivi del Monte di Brianza, tra sentieri, spettacoli, pranzi e cene comunitarie. Il percorso partirà da Ello, attraverserà i boschi di Figina, dove per i più piccoli andrà in scena E io non scenderò più, fino al Monte San Genesio con il pranzo preparato dagli Alpini e lo spettacolo In capo al mondo. In viaggio con Walter Bonatti. Da Ravellino, dove suoneranno i musicisti de La Tresca, il cammino, infine, ritornerà a Ello dove le associazioni locali cucineranno per il pubblico.

L’attore e puppet designer David Zuazola chiuderà la giornata con la prima nazionale di The game of time, un’incredibile performance composta da sette storie dirette da sette registi di tutto il mondo.

Debutta in prima assoluta (sabato 30 giugno) anche Marbleland della Compagnia Stradevarie, un monologo sferzante che racconta la devastazione causata dalle cave di marmo delle montagne di Carrara, definita “il disastro ambientale più grande d'Europa”.

Sempre sabato 30 giugno, per la prima volta alle Esperidi arriva l’esilarante compagnia Astorri e Tintinelli con Folliar, uno spettacolo di pura poesia, in cui i due clown beckettiani si confrontano sul senso dell’Arte e del teatro.

Come ogni anno il teatrodanza ha particolare rilievo all’interno del festival, che presenta in prima nazionale gli spettacoli My Odissey della compagnia danese Asterions Hus (sabato 7 luglio), e Let’s Dance (domenica 8 luglio), della compagnia ceca Verte Dance. Viene anche presentato in anteprima (sabato 7 e domenica 8 luglio) il nuovo spettacolo TRIEB_L’indagine della danzatrice Chiara Ameglio, prodotto da Fattori Vittadini e Pleiadi Art Productions. Allestito in una stanza dell’ala vecchia di Palazzo Gambassi, a cui potranno accedere solo 30 spettatori per volta, la rappresentazione alle Esperidi sarà un’occasione unica per assistere a una messa in scena molto particolare, che non avrà palcoscenico a dividere spettatore e artista. Chiara Ameglio è anche la protagonista di Viajo Solo (22 e 23 giugno), prodotto da Pleiadi Art Productions, ispirato alla figura di Frida Khalo.

Anche quest’anno un’attenzione particolare è rivolta al teatro per l’infanzia, con tre spettacoli per bambini e ragazzi sui temi della natura, dell’universo e del mistero della vita: Io non scenderò più della Compagnia Stradevarie (domenica 24 giugno), Dall’Altra parte di ScarlattineTeatro (domenica 1 luglio) e Little bang della compagnia Riserva Canini (domenica 8 luglio).

 

Gli spettacoli del festival delle Esperidi si svolgono in spazi molto particolari, che creano una magia unica: gli attori recitano su alberi, nei boschi, nelle stanze e nelle corti di antiche ville e cascine, in una yurta mongola, l’antica tenda dei nomadi delle steppe. Cuore del festival, infine, è la corte di Campsirago, a 700 metri di altezza, con il suo palco sospeso sulla vallata illuminata dalle stelle e dalla miriade di luci notturne della grande metropoli, dove andrà in scena, fra gli altri spettacoli, L’uomo che pesò il mondo di Nuove Cosmogonie, dedicato alla relazione tra astronomia, uomo e universo.

Il pubblico delle Esperidi avrà anche l’occasione per entrare in location eccezionalmente aperte per ospitare gli spettacoli del festival, come la splendida Casa Gola a Olgiate Molgora, appartenuta al pittore Emilio Gola e ancora proprietà della famiglia, nella cui corte interna sarà rappresentato Uno su Seimila del Teatro della Caduta (sabato 23 giugno). Nell’antica cascina di Figina, proprietà dei conti Amman, nel cuore di Monte di Brianza da cui si gode di una vista sui laghi di Oggiono e Annone, sui Corni di Canzo, sulle Grigne e sul Resegone, verrà rappresentato anche Labiriancos di cada die teatro (domenica 1 luglio).

Nell’antico Mulino Tincati, illuminato per l’occasione dalla luce naturale del fuoco, a cui si arriva con dieci minuti di cammino in mezzo al bosco, un luogo incantato dove confluiscono le acque che scendono da Campsirago, la compagnia INTI presenterà La grande foresta (venerdì 22 giugno).

 

Quest’anno verranno proposti anche tre laboratori, nelle domeniche 24 giugno, 1 luglio e 8 luglio, di introduzione alle pratiche di Teatro nel paesaggio, durante i quali i partecipanti impareranno i fondamenti del camminare in ascolto della natura e di sé e sperimenteranno piccole esperienze di teatro sensoriale.

 

Infine, come per le passate edizioni, a chiudere le serate del festival sarà la musica con tre concerti di grande originalità. Sui palchi delle Esperidi si esibiranno il gruppo londinese Oh! Gunquit, composto da cinque musicisti di diverse nazionalità (venerdì 29 giugno) e la band americana The Ghost Wolves (sabato 7 luglio). Ultimo evento del festival, domenica 8 luglio, è il concerto di Vale & the Varlet.

 

Apre il festival il convegno dal titolo “Campsirago Residenza e il Teatro nel paesaggio. Case histories e prospettive per il futuro.”, un incontro di studio e confronto con importanti artisti e ricercatori provenienti da tutta Italia e dal Nord Europa.

 

Il Giardino delle Esperidi Festival, la cui direzione artistica è curata da Michele Losi, è un progetto di Campsirago Residenza con il sostegno di MIBACT, Regione Lombardia, Fondazione Cariplo, Comuni di Colle Brianza, Ello, Galbiate, Olgiate Molgora. Ha il riconoscimento di Europe For Festivals, il patrocinio della Provincia di Lecco. Main sponsor è Acel Service, sponsor è Fassa Bortolo. Il festival è realizzato in collaborazione con Associazione ETRE, è convenzionato Arci. Media partner dell’edizione 2018 sono Radio Popolare, La Provincia di Lecco, Krapp's Last Post, Stratagemmi Prospettive Teatrali e Altre Velocità.

 

Programma XIV edizione

Il Giardino delle Esperidi Festival

Giovedì 21 giugno

 

Apre il festival, alle ore 21, nella Sala Civica di Olgiate Molgora, la compagnia Riserva Canini con lo spettacolo di Marco Ferro Il mio compleanno. Ultima produzione di Campsirago Residenza, la performance teatrale coniuga il linguaggio dell’immagine animata attraverso il teatro d'ombre e la proiezione di sagome e acetati con la sonorizzazione in versione live. Ispirandosi al saggio di Oliver Sacks sull’emicrania con aura, il racconto, tra l’autobiografico e l’onirico, tra il reale e il surreale, viaggia attraverso i desideri, i tormenti e le fragilità dell'epoca che stiamo vivendo.

 

 

Venerdì 22 giugno

 

Nella suggestiva cornice della natura intorno a Mulino Tincati a Olgiate Molgora, la Compagnia INTI porta, alle ore 21, La grande foresta con la regia di Francesco Niccolini, vincitore del Premio Nazionale Eolo Awards 2013 per il Teatro Ragazzi “Miglior Novità”: nel bosco illuminato dalla luce naturale del fuoco, Luigi D’Elia racconta l’emozionante storia di un villaggio del Sud d’Italia, dove gli alberi scompaiono e – con loro – anche chi li abita: uomini e lupi.

 

Alle ore 22.30, nella Sala Civica di Olgiate Molgora, Chiara Ameglio va in scena con Viajo Solo, spettacolo di teatrodanza liberamente ispirato alle lettere di Frida Kahlo, con la regia di Mariasofia Alleva e prodotto da Pleiadi Art Productions. Lo spettacolo, che ha debuttato al MUDEC - Museo delle Culture di Milano, narra l’incontro tra due solitudini femminili accomunate da una medesima costrizione interiore e fisica, della quale la figura della grande pittrice messicana, è emblema.

 

 

Sabato 23 giugno

 

La splendida dimora del XV secolo Casa Gola a Olgiate Molgora apre al pubblico alle ore 21, per ospitare lo spettacolo Uno su seimila di Marco Bianchini, prodotto dal Teatro della Caduta con il sostegno di Campsirago Residenza. A partire dai ricordi autobiografici di un’adolescenza vissuta in una cittadina di provincia dell’Alto Vicentino che, nonostante il forte sviluppo economico, rimane ancorata a una mentalità chiusa nel pregiudizio, lo spettacolo, ironico divertente, prova a immaginare un mondo in cui la diversità venga accettata come una delle tante, possibili identità.

 

Alle ore 22.30 nella Sala Civica, Olgiate Molgora andrà in scena la replica di Viajo solo di Pleiadi Art Productions.

 

 

Domenica 24 giugno

 

Speciale itinerario di dodici ore di cammino sul Monte di Brianza.

 

Dalle 9.30 alle 10.30 nella Piazza del Municipio di Ello si terrà un laboratorio di introduzione alle pratiche di Teatro nel Paesaggio condotto da Michele Losi e Sara Tanita Vilardo. Durante l’incontro verranno spiegati i fondamenti del Walking, attività del camminare in ascolto della Natura, degli Altri e di Sé, e saranno realizzate piccole esperienze di teatro sensoriale.

Il percorso proseguirà poi nei boschi di Figina con lo spettacolo della Compagnia Stradevarie E io non scenderò più (alle ore 11.30), liberamente tratto da “Il Barone rampante” di Italo Calvino, nel quale adulti e bambini, coinvolti dalle attrici Sara Molon e Soledad Nicolazzi, scopriranno le avventure di un ragazzino che vive sugli alberi.

Ad accogliere il pubblico per il pranzo alle ore 14, a Colle Brianza, sarà il Gruppo Alpini San Genesio.

Il cammino proseguirà fino all’eremo di San Genesio dove andrà in scena, alle ore 15, lo spettacolo In capo al mondo. In viaggio con Walter Bonatti, di Luca Radaelli e Federico Bario, dedicato alla vita del grande alpinista italiano. Si scenderà poi verso Ravellino con un momento di musica con il gruppo La Tresca (alle ore 18), folk-band originaria della zona umbro/laziale, prima della cena popolare a Cascina la Boggia (Ello, ore 20).

 

A chiudere la lunga giornata, alle ore 21, sempre a Cascina la Boggia sarà la prima nazionale di The game of time dell’eclettico attore cileno David Zuazola: sette storie in sette minuti l’una, dirette da sette registi internazionali convergono in una sola, incredibile e fantasiosa, performance di teatro di figura e d’animazione.

 

Ogni spettacolo che compone la lunga giornata di cammino di domenica 24 può essere visto anche singolarmente.

 

 

Venerdì 29 giugno

Alle ore 17 debutta Arianna e Teseo di Michele Losi, performance site specific nei boschi e nei prati di Figina a Galbiate. Dopo le precedenti tappe di un lungo progetto di Teatro nel paesaggio dedicato al mito, Pleiadi Art Productions presenta un riallestimento di Imboscati #4, andato in scena nell’estate 2013 e nell’anno successivo. Nella nuova versione, che viene presentata alle Esperidi 2018, il testo drammaturgico si ispira a Il giardino dei sentieri che si biforcano di J. L. Borges e a Il minotauro di F. Dürrenmatt, e approfondisce il tema del labirinto a partire dalla figura di Dedalo, che porta il pubblico nel cuore del Labirinto, per poi raccontare di sé e della propria tragica esperienza con il figlio Icaro. Con elementi coreografici e musicali, che sperimentano sonorità elettroniche, lo spettacolo è una ricerca che ogni volta rivive grazie all’incontro con artisti e spettatori diversi e che si nutre del luogo di straordinaria bellezza in cui è nato, una cascina della fine dell’Ottocento, circondata da campi e boschi incontaminati, con una vista meraviglioso sui Corni di Canzo, sul Lago di Lecco, sul Monte Barro, sulle Grigne e il Resegone.

 

Alle ore 21 a Campsirago Residenza, Nuove Cosmogonie Teatro presenta L’uomo che pesò il mondo, da un’idea di Massimo Arattano e Albertina Gatti - consulenza scientifica SAPERCAPIRE. Un viaggio attraverso la vita di quegli astronomi e scienziati che tra il XVI e XVII secolo rivoluzionarono la concezione del mondo, cambiando così il punto di vista dell’uomo e la concezione geocentrica dell’universo. L’attrice Katia Capato indaga aspetti biografici e umani poco noti di Cavendish, Newton, Keplero, Brahe e Hooke, mettendo in luce, insieme alla loro incessante ricerca della verità, anche i loro limiti umani. Lo spettacolo è dedicato a Joseph Scicluna, attore maltese recentemente scomparso.

A chiudere la serata, alle 22.30, sarà la band londinese Oh! Gunquit, che con il loro singolo Sinkhole (2015), in rotazione sulla BBC Radio 2, si è fatta conoscere in tutta Europa per il suo sound unico ed esplosivo che miscela di New-Wave Psych-Surf, Garage-Punk, Exotica e RocknRoll.

 

 

Sabato 30 giugno

 

Alle ore 17 a Figina (Galbiate) va in scena la seconda replica di Arianna e Teseo, perfomance itinerante di Pleiadi Art Productions.

 

Alle ore 21, a Campsirago Residenza, viene presentato in prima nazionale lo spettacolo di Soledad Nicolazzi Marbleland, monologo teatrale con accompagnamento musicale dal vivo, dedicato al tema della distruzione delle Alpi Apuane per l’estrazione del marmo. La pièce teatrale, prodotta da Compagnia Stradevarie e Campsirago Residenza, nasce da un anno di interviste a cavatori, imprenditori, scultori, artigiani, camionisti, ambientalisti che il mondo del marmo lo vivono da sempre. Ne scaturisce un testo di denuncia contro lo sfruttamento e il depauperamento del territorio di Carrara, nel solco della tradizione del teatro civile e d’inchiesta.

 

Alle 22.30 va in scena, sul palco della corte interna di Palazzo Gambassi a Campsirago, la comicità sottile e surreale, piena di poesia, di Folliar dello strabiliante duo Astorri Tintinelli. Una tragicommedia dell’assurdo che parla del destino dell’arte e della vita. In un tempo in cui la poesia è bandita, i due attori le restituiscono una centralità unica e speciale. Lo spettacolo è ispirato a Thomas Berhnard e, in particolare, al suo testo teatrale La forza dell’abitudine.

 

 

Domenica 1 luglio

 

Per i più piccoli, alle ore 11, in una tradizionale tenda mongola a Bestetto, ScarlattineTeatro propone Dall’altra parte, spettacolo per bambini a partire dai 4 anni che, con pochi oggetti, con la terra da toccare, con le parole, la poesia e la musica originale, racconta l’incontro e la separazione, tra il mondo della terra e quello del cielo. Con la drammaturgia di Giusi Quarenghi lo spettacolo vede in scena Francesca Cecala, Anna Fascendini e Giulietta Debernardi.

 

Alle ore 15, si terrà a Figina (Galbiate) il laboratorio itinerante “Mentre cammini riposi”, condotto da Matteo Serafin (durata 5 ore). I partecipanti saranno guidati in esercizi ed esperienze somatiche e meditative per facilitare la percezione del proprio corpo, sciogliere le tensioni e migliorare la postura.

 

Alle ore 17 sempre a Figina torna la perfomance itinerante di Pleiadi Art Productions Arianna e Teseo.

 

Alle ore 21, nella corte ottocentesca della comunità agricola di Figina a Galbiate, Pierpaolo Piludu, di cada die teatro, porta in scena Laribiancos, con la regia di Giancarlo Biffi, tratto dal romanzo Quelli dalle labbra bianche di Francesco Masala. Con grande intensità, l’attore racconta, mescolando italiano e dialetto sardo goceano, le storie di povertà e dignità di Culubiancu, Mammutone, Tric Trac e degli altri abitanti di Arasolè, partiti un pomeriggio di sole del 1940, sopra un carro bestiame, per andare a fare la guerra. Le musiche originali sono di Paolo Fresu.

 

 

Venerdì 6 luglio

 

La terza settimana di festival si apre, alle ore 21, nella magica cornice di Campsirago Residenza con la seconda replica dello spettacolo Il mio compleanno.

Sabato 7 luglio

 

Alle ore 18, 19 e 24, in una stanza di Palazzo Gambassi a Campsirago, Chiara Ameglio va in scena con l’anteprima di TRIEB_L’indagine, nuovo progetto di teatrodanza di Fattori Vittadini e Pleiadi Art Productions sul tema delle mostruosità che si nascondono in ciascuno di noi. Partendo da Il minotauro di F. Dürrenmatt, la danzatrice riflette sul dramma personale della vita di ogni uomo, sui nostri demoni interiori e sulla rabbia che può condurre alla vendetta e all’omicidio. Le maschere sono di Marco Bonadei e le musiche originali di Diego Dioguardi.

 

Alle 21.15, una delle più grandi performer danesi torna sul palcoscenico delle Esperidi (a Campsirago Residenza) con la prima nazionale di My Odissey, prodotto da Asterions Hus: Tilde Knudsen fonde in modo straordinario teatro fisico, danza e improvvisazione per raccontare i momenti più emozionati dell’Odissea. Nato dal progetto Meeting the Odissey, di cui Campsirago Residenza è stata tra gli ideatori, lo spettacolo è anche la narrazione di quell’incredibile esperienza di tre anni di viaggio che hanno portato Tilde a navigare da San Pietroburgo al Mar Egeo.

 

La giornata si chiude alle ore 22.45 con l’eccezionale concerto della band americana The Ghost wolves: direttamente da Austin, dopo più di 500 concerti negli Stati Uniti e tre dischi per l’etichetta di Cheetah Chrome (Plowboy Records), Carley e Jonathan Wolf, moglie e marito, chitarra e batteria, arrivano alle Esperidi con concentrato irriverente di Garage Punk e Delta Blues che va a pescare dalla migliore tradizione del rock’n’roll.

 

 

Domenica 8 luglio

 

Alle ore 11 Riserva Canini porta nella magica tenda mongola a Bestetto lo spettacolo per bambini di Marco Ferro o Valeria Sacco Little bang, un’esperienza unica che si compie attraverso un percorso percettivo, in cui ad esser toccate saranno la vita e la qualità delle materie, la loro bellezza e la loro natura. Accompagnati dalla misteriosa figura di un demiurgo - unico narratore sulla scena e insieme manipolatore di tutti i personaggi che la abiteranno - i piccoli spettatori compieranno un viaggio alla scoperta delle origini dell’universo; partiranno dal Nulla, per passare attraverso la nascita delle prime piccole particelle elementari, l’aggregazione e la disgregazione della materia per giungere, infine, alla formazione delle grandi Galassie.

 

Alle ore 16 Laboratorio Silenzio propone “SI’LɛNTSJOse Tracce”, laboratorio esperienziale sul tema del silenzio, ispirato alla composizione 4'33'' di John Cage, opera controversa in cui il compositore dimostra che il silenzio assoluto è un'utopia e che il rumore domina ogni istante della nostra vita..

Alle ore 18 e 19 torna in replica TRIEB_L’indagine di Chiara Ameglio

 

Alle ore 21, va in scena sul palco di Campsirago la prima nazionale di Let’s Dance della regista ceca Petra Tejnorová. Per la seconda volta alle Esperidi torna la compagnia Verte Dance, una delle più divertenti formazioni di teatrodanza europee, con uno spaccato ironico e irriverente sulla danza contemporanea. “Un breve manuale per il pubblico ansioso. Alcune lezioni sulle specie in via di estinzione. Un documentario fisico sulla danza contemporanea.”
 

Il festival si chiude a Campsirago Residenza alle 23 con il concerto di Vale & The Varlet, composto da Valentina Paggio al pianoforte, voce e batteria elettronica e Valeria Sturba al violino, theremin e sample keyboards. Un duo che è come un’orchestra tascabile, che si muove tra imprevedibili derive fresche e colorate per raccontare storie vere, sgangherate, di insonnie e amori. Dopo una lunga tournée presentano il loro primo album “Believer”.

Informazioni e biglietti

BOTTEGHINO

 

I° spettacolo della serata

Intero € 12 - Ridotto € 10 - Cortesia € 3

 

Ogni biglietto successivo nella stessa serata

Intero € 8 – Ridotto € 5 – Cortesia € 3

 

Teatro per l’infanzia

€ 5

 

Tour 24 giugno tutti gli spettacoli

Intero € 24 – Ridotto € 20

 

Laboratori

offerta libera

 

Cene popolari

€ 10

 

Riduzioni e agevolazioni

under 26, over 65, soci ARCI e clienti ACEL (dietro esibizione dell’ultima bolletta)

 

Bonus 18app

utilizzabile dai ragazzi del 1999

 

Cortesia per gli abitanti di Colle Brianza, Ello, Galbiate, Olgiate Molgora, Osnago nel comune di residenza prenotando presso le relative biblioteche (fino a esaurimento posti)

 

Abbonamento 5 spettacoli

€ 40

 

 

INFO & PRENOTAZIONI

TEL. 039 92 76 070

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EQUIVOCI MUSICALI

13 MAGGIO 2018

CHIUSURA STAGIONE EQUIVOCI MUSICALI

OLÉ... TEMPO DI FLAMENCO​   
sabato 19 Maggio a Monza

Sabato sera è l'ultimo appuntamento della stagione musicale Terra al Binario 7 di Monza, prima della pausa estiva.

Vogliamo trasformare questo splendido concerto in una grande festa per celebrare questo bellissimo anno insieme. Sul palco ascolteremo gli stili più affascinanti del flamenco in un vortice di colori, forza ed entusiasmo dove la depuratissima tecnica del corpo si fonde con l’esplosione di energia degli artisti.

A tenere la scena sarà Punto Flamenco Ensemble che nasce dall'esperienza artistica di Maria Rosaria Mottola - artista flamenca, coreografa, insegnante, direttrice artistica del Milano Flamenco Festival, che vanta un curriculum di altissimo livello maturato nell'arco di un’esperienza decennale in Spagna, grazie alla quale è entrata in contatto con le più note figure del flamenco.

Una serata imperdibile. Uno spettacolo passionale, solare, romantico e malinconico come solo il flamenco può essere. Un'arte antica, nomade, dove piedi, braccia, corpo, musica, canto e poesia si fondono in modo elegante e sensuale, energico e travolgente per arrivare al cuore delle persone.

E' consigliata la prenotazione

Inizio alle ore 21.

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Biglietteria:  039 2027002

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA -CAPITOLO 19 - L'EVOLUZIONE POETICO TEATRALE DI ALBERTO

8 MAGGIO 2018

 

CAPITOLO 19
L’evoluzione poetico-teatrale di Alberto

Quella stessa sera si reiterò un rito che non veniva celebrato da tempo immemorabile, addirittura da prima che Alfonso partisse per militare, e che non era stato rispolverato nemmeno il mese precedente, dopo la creazione di “Miserabile”.
I dhg erano talmente esaltati dal nuovo brano ottenuto che, dopo averlo delineato e memorizzato tramite un audace registratorino a pile con microfono incorporato, quindi senza alcuna pietà per le distorsioni più accecanti, iniziarono ad urlacchiare ed a pogare, ossia a sbattersi con violenza l’uno contro l’altro cercando di farsi del male fisico, ed insultandosi con ferocia, come si usava fare all’epoca durante i concerti live nei momenti di maggior sublimazione.
L’unica parte proibita era il sottopancia, ma in quel frangente la regola fu sovente disattesa.
Dopo qualche minuto di una simile demenza, davanti ad un Karsi esentato e schifato, i tre poveracci smisero di percuotersi ma anche di suonare, abbandonandosi alla degustazione di alcune bottiglie di Bonarda offerto generosamente da Paolo (cui stavolta il signor Cassetti non si tirò indietro), che di fatto segnò per quella sera la fine delle prove.
Prima di uscire, l’eccelso leader mollò un tremendo calcione ad un amplificatore squartandosi certo un metatarso e digerì rumorosamente, per fortuna a microfono già spento, presto imitato dagli altri.
Una bella massa di avvinazzati uscì poco dopo in precario equilibrio dalla sala prove; Gary, che quella sera forniva la macchina, riuscì a mirare dopo alcuni minuti la serratura della ritmo azzurra, ma come poi i quattro arrivarono a casa i verbali della stradale non riportano, fatto sta che il giorno dopo fu, per tutti, una levata abbastanza difficile.
Il commerciante Garavani, ribaltato dalla sveglia, prima ancora di destarsi iniziò a rivolgersi domande epiche sulla vita ed i suoi significati più reconditi. L’agente immobiliare a tempo Garimbelli, che oltretutto in quella settimana lavorava la mattina, si recò presso l’agenzia immobiliare con la ferma intenzione di addormentarsi in bagno. Il gestore di pubblico esercizio Cassetti, il più fortunato dato che il giorno dopo il “Bologna” era chiuso, non si levò dal letto fino alle sette di sera, svegliato da una flebile protesta dei suoi che ne reclamavano la presenza quanto meno per cena. Grugnendo si alzò e sibilando improperi si diresse verso il tinello e risulta che aprì gli occhi tra il secondo ed il caffè. Il part time studente universitario e part time lavoratore Torretta, ululando di gioia aveva rimesso di tutto una volta giunto sulla tazza di casa, ed ebbe la grande idea di svegliare i suoi con un urlo in piena notte declamando: “Sono il più grande poeta del mondo!!!”. Ne ricevette in cambiocambio una sontuosa pedata nel sedere bella secca, che lo portò a ritirarsi in buon ordine nella sua stanza, ove s’addormentò senza fiatare.
Tra la fine di maggio e i primi di giugno, i quattro si imposero una serie di sessions di prove serie, energiche e prive di estrinsecazioni alcoliche. Il live-Klausura era ormai alle porte. I due nuovi pezzi furono riprovati e risposero perfettamente all’esigenza della band, la quale ormai non si accontentava più di presentare brani nuovi ma iniziava a curare con meticolosità gli arrangiamenti ed i particolari che soltanto un annetto prima venivano tralasciati.
Ed ecco che quella sera stessa il bridge di “Miserabile” venne ricoperto da un tocco di hammond ad accompagnare la scala di chitarra solista, suonato da Alfonso che poi aveva esattamente cinque secondi (il tempo della rullata di Karsi) per rimpadronirsi del basso e rientrare in tempo per la strofa.
Il primo tentativo fu un massacro, il trentesimo alfine presentabile.
Per “Strano cerca amore” non vennero decisi abbellimenti di alcun genere, il pezzo era già un gioiello così nudo e crudo, ognuno a pompare al proprio strumento ed un Alberto finalmente sincero ed espressivo.
Finalmente, dopo cinque mesi di stasi, il gruppo si rimette alla prova on stage. La sera del 10 giugno i quattro si ritrovano al Bologna a predisporre l’esibizione nei minimi dettagli.
Alberto, che non contava molto a livello tecnico-musicale, sebbene forse lo credesse, promise scintille come frontman. Asserì che si sarebbe impegnato a fondo a mandare a memoria i testi delle canzoni, non solo quelli in italiano che scriveva lui stesso e ciononostante riusciva a scordare ogni volta o a cambiarli a caso, bensì addirittura quelli in inglese, fornitigli da sempre da Gary e che non aveva mai tentato d’imparare eccezion fatta per una strofa di “Open”, che spesso era tentato di ripetere lungo l’intera canzone.
Il bassista quella sera era particolarmente intrigato circa le bellicose intenzioni del leader e lo tampinò più volte:
“Ma esattamente, cos’è che vorresti fare?”
“Non lo so ancora, lascerò che la farfalla dell’estro si deponga sul mio cuore denocciolato e la virgola dell’anima tragga linfa dal sorriso immacolato di un bimbo!”.
Era il suo modo deficiente di non voler anticipare nulla, così, presosi gli inevitabili invii a quel tal paese, rimase per conto suo a soffrire sulle liriche mentre gli altri tre “manovali” (definizione del capo), picchiavano sugli strumenti a provare inizi, stacchi, finali, cambi di strumento e quant’altro.
La scaletta della rappresentazione era ormai decisa da tempo e conteneva i pezzi espressi al “Magia Music” il 28 gennaio più i due nuovi.
Durante quella sessione venne provata ed immediatamente inserita una nuova cover: “Already gone” dei sempre maestri Miracle Workers, piccolo uragano in 4/4 raddoppiato per tutto il pezzo che resterà il brano più veloce mai suonato dalla band (standard = 1’34” !).
La sera del 14 giugno, per motivi tecnico-tattici si decise di stipare tutti gli strumenti, gli apparati scenici e i quattro componenti dei DHG sul capace volvo del Karsi. Il serafico e adiposo batterista si inquietò notevolmente notando con che tipo di arnesi il suo cantante aveva intenzione di gingillare sul palco, ma venne da quest’ultimo rassicurato, il che lo metteva effettivamente in una botte di ferro, come notò Paolo con sarcasmo. Lo spettacolo in effetti cominciò bene. Al singer, pena pedatoni nel sedere dati di punta, fu dagli altri proibito ogni accenno politico/campanilistico, come l’incosciente scherno a Saddam Hussein di pochi mesi prima.
Così Alberto se ne uscì con un impeccabile:
“Buona sera, cari astanti, noi siamo i dhegrado, da pronunciare con la “h”, mi raccomando, e suoneremo un oretta - oretta e mezza per voi, se vi piacciamo bene, in caso contrario andate a farvi fottere!”.
La gente sembrò ignorare questo esordio promettente, ma con lo scorrere dei pezzi, da “Ragazzo di strada” a “Miserabile”, passando per “Strano cerca amore” e “Already gone”, il pubblico si fece caldo ed iniziarono, agognati dalla band come la manna, applausi e versacci vari. La presenza dell’ultrà-storico dhg Fabietto, armadiesco energumeno tanto simpatico quanto facile all’ira, rese possibile un accenno di rissa durante “You knock me out”, naturalmente alimentata dall’incitamento della band, che si risolse in breve con un paio di bottiglie di ceres rotte e qualche sedia ammaccata.
Sarebbe tuttavia riduttivo non considerare le rilevanti innovazioni che il live portò dal lato scenico. Durante una riesumata “Metanoia”, che non veniva presentata live da oltre un anno, Alberto riesce a lievitare santamente in uno sfondo di candele ed uova piene disposte a circolo, che rappresentavano il terrore di Karsi durante il viaggio e fruttò al capogruppo ululati e spernacchiamenti vari dai fans più sfrontati, mentre Alfonso e Paolo emettevano dei cori di una mestizia opprimente e Karsi sparava a caso tra tamburi e crash, formando una lancinante versione da 9’45”, comunque apprezzata dalle menti etilicamente alterate di vaste frange di pubblico. Questo fu solo uno dei camaleontici allestimenti che in questa serata avrebbero accompagnato l’esibizione dei nostri. Nel corso di un intermezzo strumentale improvvisato dagli altri, il leader s’infilò in un lenzuolo bianco immacolato indicando a mani giunte una parete sulla quale venivano proiettate diapositive di popolazioni dilaniate da povertà e guerre civili. Durante “Strano cerca amore”, si mise a lanciare cuori di gommapiuma colorata alle ragazze del pubblico, che al solito non avevano occhi che per lui.
Il vero fatto nuovo è dunque rappresentato dalla evidente evoluzione teatrale che il leader stava attraversando con gradualità. Padrone assoluto del palco, perfettamente a suo agio tra intrugli e aggeggi assortiti cui nessuno verrebbe in mente di ricorrere durante un’esibizione di garage-punk, veste sempre di più le proprie performance di una melodrammaticità che sarà la chiave di volta del successo del complesso.
Al termine del concerto avrebbe voluto lanciarsi in mezzo al pubblico, ma si ricordò che il giorno dopo doveva recarsi in ufficio e ci teneva ad arrivarci sano e salvo.
Un sintomo di lodevole attaccamento al lavoro?
Non solo.
Aveva deciso ormai che, ad ogni costo, si sarebbe iscritto alla fine di quella stessa estate al Corso d’Arte Drammatica, anche se naturalmente doveva per arrivare a questo, passare attraverso le forche caudine del rispetto del Patto D’Acciaio col padre: la sincera vocazione del capo per questa nobile arte non sarà soltanto l’elemento distintivo del gruppo, ma darà come vedremo un’impronta decisiva alle scelte professionali future di Torretta.
Per il momento i quattro si accontentano di uscire vittoriosi da un nuovo concerto.
Inevitabile e meritata, la sbornia post-live.
Stavolta fu Paolo ad uscirne peggio degli altri. Una volta in strada, mentre i quattro discutevano ad altissima voce circa i dettagli dell’esibizione appena conclusa, Garavani incespicò malamente sui crash del Karsi, che li aveva staccati dalla batteria. Oltre al fracasso infernale che aveva causato, il chitarrista pensò di bene di scacciarli da sé a calci causando la stizzita reazione del largo batterista che smoccolò con asprezza. La gente dei dintorni, che eccentricamente aveva deciso di mettersi a letto nonostante fossero appena le due meno un quarto di notte, apprezzò il fragore creato dai quattro ed applaudì commossa, lanciando secchi e annaffiatoi d’acqua, che terminarono la propria corsa sulla vettura di Cassetti o in testa al leader.
Prima che accorressero i vigili, i dhg si sistemarono a caso sul volvo e ripartirono verso Boffalora, ove probabilmente arrivarono. Persino Fabietto pareva più sobrio, e si era allontanato con Ciccio ed il resto dello zoccolo duro dei fans, cioè una dozzina di persone in tutto praticamente in silenzio a parte qualche digestione leggermente amplificata dalla nottata di stelle pre-estive.
Alfonso riascoltò il giorno dopo la cassetta che aveva immortalato, come faceva sempre, tramite l’antichissimo registratore a pile che piazzava scriteriatamente sul palco.
“Senti qua, caro amico” esordì il ragazzo quando si trovò a tu per tu con il Fat, “Senti che sincronia, che tappeto sonoro, che perfezione ritmica, che…” “taci che non sento una mazza,” replicò bruscamente il compagno di sezione, ed anche gli altri annuirono, riducendo l’entusiasta Gary al silenzio, pena calcioni.
Il concerto era stato, invero, ben riprodotto e bizzarramente le parti si coglievano nitide.
Tutti i quattro furono soddisfatti, e Alberto asserì con solennità che ora i “suoi ragazzi” potevano anche dedicarsi a creare delle “espressioni musicali che io possa vestire di adeguati carmi ispirati dal mio stile puro”. Venne offeso. Ed anche contraddetto dallo stesso Alfonso, che disse che in verità, la band non aveva molto tempo per creare, dato che un nuovo live li attendeva tra meno di tre settimane.
Con una rivelazione simile ottenne in un istante l’attenzione congiunta dei compagni di band. Con tutta calma, prese a spiegare la faccenda:
“Beh, mi sembrava una causa interessante, poi si tratta di pochi pezzi e il repertorio non è certo un problema…quindi alla proposta del comune di partecipare ho accettato subito, ho dato per scontato che lo sareste stati anche voi…”
Domenica 7 luglio, presso il prestigioso cinema Teatro Oratoriano di Boffalora Ticino, si sarebbe tenuta una maratona musicale dalle ore 15 alle 24 con la presenza di tutti i gruppi e gruppettini della zona, con ingresso ad offerta libera. Il ricavato sarebbe stato devoluto ad una associazione di un paese vicino che prestava assistenza a un folto gruppo di diversamente abili.
La grande band “I Dhegrado“, co-organizzatrice dell’ happening, avrebbe avuto l’onore di aprire le danze, presentando i pezzi più eclatanti del proprio repertorio ed ottenendo così, parola di capo, il “solito, impetuoso favore di pubblico”.
Erano talmente sicuri di sé stessi che avevano decretato che non si sarebbe tenuta nemmeno una prova tra la fine del Klausura-live e il nuovo concerto, anche se qualcuno, all’interno della band, intravedeva un riverbero velatamente ostile in questo ritenere superfluo il trovarsi.
O quanto meno, qualcosa di sgradevolmente inusuale.
La settimana successiva, Alfonso telefonò al leader per cercare di dare un nome e possibilmente d’archiviare tra le paturnie insensate, lo strano senso di inquietudine che la situazione gli aveva instaurato. Il capo rispose che gli avrebbe concesso udienza il giovedì sera alle ventuno perché prima di quel momento gli impegni incessanti non glielo avrebbero permesso. Invece di ingiuriarlo come avrebbe meritato, Gary accettò l’invito.
La sera dopo scese in cantina e sellò la bicicletta. Come uscì in strada, respirò profondamente. Quella seconda metà di giugno era sfavillante, pensava mentre si recava dal boss. Le sere miti ma non ancora afose. Lo scintillio dei lampioni della piazzetta sull’acqua cheta del Naviglio, profumata dei tigli che abbellivano l’alzaia. La bella stagione che si faceva strada senza prepotenza, rigenerando pulsazioni positive.
Il diradare del centro abitato e l’inoltrarsi verso la campagna, solo lui e il suono delle suole di gomma sull’acciottolato, qualche bicicletta senza premura, radi autoveicoli. Tre ragazzi chiacchieravano sottovoce su una panchina, proprio davanti al campetto di calcio di periferia dove anche lui una volta tirava pedate a una palla in modo assolutamente inadeguato.
La vita che riprende, la casa di un amico.
“Allora, si può sapere come stai?”
E Gary iniziò a parlare subito dopo l’introduzione gentile di Torretta, e non si fermava più.
Alla fine aveva quasi scordato il motivo originale del meeting a due. E dopo pochi secondi che erano entrati in argomento, l’avevano subito abbandonato.
Sapeva anche lui dopotutto, perché non era stato ritenuto necessario trovarsi apposta per un nuovo concerto.
Non erano più a tre anni prima.
E sapeva che non era per quello, che aveva chiamato Beto, e sapeva che dopo sarebbe stato meglio.
Così, il giorno del nuovo spettacolo s’avvicinò e si materializzò senza ulteriori contatti tra i ragazzi.
Nel presentare la manifestazione agli altri, Alfonso aveva sbadatamente omesso di rivelare la forma con cui l’assessore alla cultura gli aveva proposto lo spettacolo, che più o meno recitava come segue:
“Senti, stiamo organizzando un concerto di beneficenza, vorresti partecipare? So che hai un complessino che piace ai giovani, magari per attirare anche gli adulti potreste mettere in programma qualche cosa di italiano, non so, i cantautori anni ’70, oppure qualche successo dell’estate per far ballare la gente…”
Il nostro aveva diligentemente promesso che proprio quello sarebbe stato il genere del repertorio.
Dimenticò soltanto di avvisare gli altri e quando gli sovvenne, la stessa sera del concerto, era naturalmente impossibile provvedere.
Malgrado il quiproquo sul repertorio, l’happening del 7 luglio si rivelò una riuscitissima festa globale in cui i dhg, che giocavano in casa, si espressero rilassatamente e senza concessioni alla teatralità o alle gag, per rispetto a quello che ne era lo scopo e per dimostrare la crescente personalità ed affidabilità musicale, il che fu invero molto apprezzato dal folto pubblico convenuto alla manifestazione.
I ragazzi furono presenti anche durante le esibizioni degli altri complessi e vennero invitati sul palco nel finale per lo scambio di saluti con gli esponenti della valorosa associazione di volontariato.
Gli amici di Beto dovettero riconoscere che in quella occasione il suo comportamento fu impeccabile; riuscì persino a blaterare qualche ovvietà di ringraziamento al microfono verso il comune e gli sponsor, tra cui anche l’azienda di Paolo, il quale sorrideva mettendosi bene in evidenza verso il pubblico e salutando cortese. Cassetti occupava quietamente il proprio posto dietro ai tamburi ed ogni tanto saliva sul palco a prestare le proprie bacchette anche alle altre bands, onorate di poter disporre del miglior batterista dei dintorni.
La prova a “Music for the people” fu anche l’ultima attività del gruppettino meneghino prima della doverosa sosta estiva, come sarebbe emerso durante la seguente riunione, tenutasi in un luogo invero originale.
Quella stessa sera i quattro ebbero infatti l’inaspettata idea di festeggiare il successo del concerto con una tappa al “Bologna”.
Il gestore del suddetto locale si trovò a un certo momento seduto al tavolo con tre quarti dei dhegrado e rivolse loro la parola con l’usuale gentilezza:
Karsi: “Dunque, cari amici, ora che abbiamo esaurito anche quest’impegno, quando abbiamo intenzione di radunarci? Quali sono i nostri piani per l’avvenire?”
Beto: “Sono cose che non ti riguardano, ricordati che tu non conti niente nel gruppo! E poi, cari amici a chi, chi ti conosce?!?”
Cassetti si innervosì con naturalezza ed invece di percuotere duramente il leader, si sollevò dalla sedia senza fare troppo rumore e uscì fuori nella calda serata estiva.
Raccolse alcune pietre dal ciglio della strada.
Iniziò a prendere a sassate i gatti randagi del quartiere, stendendone secchi almeno una decina e scaraventandoli con violenza inaudita nei sacchi dell’immondizia, ancora agonizzanti.
Paolo ed Alfonso, una volta smesso di ridere sguaiatamente, uscirono con cautela a richiamare l’irascibile batterista e tutti insieme si misero a pianificare, questa volta con più serietà, l’immediato futuro.


 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 18 - ALBERTO CERCA AMORE

3 MAGGIO 2018

 

I problemi fisici dello sfortunato batterista avevano dunque presentato il conto in quell’inizio di 1991, ma la loro origine era ben più remota.
Fabri aveva giocato a calcio nel ruolo di portiere fin dalla giovane età e già da quell’epoca la schiena aveva preso a scricchiolare. La sua professione di barman, che comportava il restare in continuo movimento e trascorrere lunghe ore in piedi non aveva certo contribuito alla risoluzione del problema.
A questo si aggiunga che Cassetti aveva sempre avuto negli ultimi sette-otto anni impegni regolari con delle band cui prestare le proprie bacchette, con gli immaginabili sbattimenti che questi implicavano.
I due concerti ravvicinati di rientro, al Redial e al Magia, s’erano tenuti senza particolari conseguenze, ma le dolenze del giovane non erano certo diminuite, anzi; divenendo queste via via meno tollerabili col trascorrere dei giorni, di concerto con la famiglia, Cassetti optò finalmente per l’operazione chirurgica.
L’intervento venne fissato orientativamente per la fine del mese di febbraio, ossia di lì a tre settimane. Tempi di recupero: sconosciuti.
Nel depositare il ricevitore, Alfonso e Paolo ebbero come prima reazione un moto di stizza. “Proprio adesso che stavamo carburando nella nuova formazione!” fu il commento più gettonato, per tacere della reazione del leader, il quale nella sua leopardesca negatività voleva sciogliere la band e darsi alla discomusic. Gli altri erano tentati di non dissuaderlo, poi lo ridussero alla ragione, pare in modo incruento.
Dopo il primo momento di sconforto, la brutta nuova fu accolta con filosofia dagli altri dhegrado, anche perché non avevano grosse alternative. Fu quasi fatale che lo stop forzato dell’attività della band portasse, nel periodo che seguì, ad una sensibile riduzione dei contatti tra i componenti il gruppo.
Alberto, abbandonò il proposito di ripopolare le dancehalls e si concentrò sull’aut-aut del genitore. Com è, come non è, se ne rimase quieto per alcune settimane.
Un pomeriggio, la sua bicicletta lo conduceva, ad andamento lento, di ritorno da una commissione verso il proprio ufficio. (Normalmente, l’andatura era briosa quando usciva, floscia quando rientrava). Nel mirare la curva che l’avrebbe istradato in cortile, qualcosa che luccicava dai margini d’un cespuglio attirò la sua poco desta attenzione.
Si fermò incuriosito ad osservare, tanto era già in ritardo e voleva dire che invece di tre persone nell’ufficio tecnico del Comune, avrebbe riferito di averne avute quattro davanti.
Era un nastro da musicassetta comune, attorcigliato su se stesso ed inservibile. I lembi proseguivano fino a rientrare nella cassetta di cui facevano parte. La ripulì dal terriccio, dai residui di fogliame e anche da qualcos’altro che è meglio non riportare, e notò una scritta in matita, leggermente sbiadita ma leggibile:
“Luxuria Betovox – Open Live in Studio,  18/10/89”.
Un anno e mezzo.
Ricordava bene che quella sera non erano stati soddisfatti del risultato. Saranno andati fuori a bere e poi lui probabilmente aveva scaraventato via il nastro una volta giunto a casa.
Adesso restava lì, titubante, senza sapere cosa fare. Lo sguardo affievolito, il risolino trasbordato in un ghigno di disappunto. La cassetta o ciò che ne era rimasto tenuta penzoloni tra pollice ed indice. Insalvabile, certamente. La rimirò ancora per qualche istante.
Poi, perché salvarla?
Spalancò la porta dell’ufficio e vi entrò con espressione impenetrabile, senza pensare a come avrebbe giustificato il leggero ritardo. Con un allegro splash, il nastro impattò nel frattempo l’acqua corrente della roggia in cortile, alla quale il leader aveva affidato i rimasugli della preziosa registrazione.
Alfonso si scopriva ancora piuttosto frastornato.
Proseguiva il suo impiego a tempo nello studio immobiliare, anche se un lavoro che sentisse davvero suo era ancora al di là da venire. I colloqui che era riuscito a fissare in quelle prime settimane da congedato non offrivano, si lamentava, grandi prospettive. “Non devi avere fretta”, lo rassicurava la madre, “certo che forse, con qualche specializzazione in più, ti si spalancherebbero più porte”. Come non averci pensato prima?
Era perito aziendale e corrispondente in lingue estere, ma oltre all’inglese e il francese, non sapeva penetrare la conoscenza di altri idiomi. La mattina dopo rientrò dal giro di ricerca con un pacchettino, che conteneva un corso audio-video di spagnolo. Ecco cosa avrebbe fatto, nei ritagli di tempo libero e nelle sere vuote, almeno in attesa di riprendere l’attività musicale.
Non usciva ancora molto la sera, preferendo non abbandonare troppo spesso la madre; oltretutto, un nuovo cambiamento aveva da poco investito la sua esistenza. La sorella aveva lasciato casa proprio quell’inverno: diplomata in canto, aveva superato un audizione per entrare nel coro lirico del teatro di Montecarlo, e la decisione era stata logicamente quella di partire e trasferirsi in loco.
Qualche volta un principio di struggente malinconia gli lambiva le giornate. Ripensava all’anno precedente e tutto quanto era successo gli pareva incredibile. L’assenza che avvertiva per casa lasciava ancora paurose voragini. Il silenzio, le nuove abitudini, essere due invece di quattro. Erano quelli i momenti in cui si metteva a leggere, o scrivere. L’unica, importante eredità lasciatagli dal servizio militare era la scoperta di quest’hobby sorprendente. Cose da poco: raccontini, poesie, pensieri catturati in una bolla d’inchiostro. Oppure piazzava sullo stereo una cassetta di qualche vecchio live-dhg per tirarsi su.
Ma anche Paolo attraversava un periodo particolare.
Per la seconda volta nel giro di pochi mesi, trascorse un lungo periodo non solo lasciando il suo hobby favorito in secondo piano, ma senza che i suoi pensieri vi si rivolgessero in alcun modo.
La sua giornata era lunga ed articolata: presenza nello show-room dell’azienda al seguito dei clienti; appuntamenti con fornitori e rappresentanti; stesura di programmi di fiere ed esibizioni e partecipazione alle stesse; sponsorizzazioni di eventi culturali.
Dal signor Pierluigi andava assorbendo pienamente la funzione di titolare/factotum, che il padre aveva svolto egregiamente negli ultimi decenni. Mirella, sempre al suo fianco, trovava sempre il tempo di dare una mano per la contabilità e rendersi utile in genere, pur trovandosi sempre abbastanza impegnata con l’università.
I contatti tra i membri del neonato complesso di musica “Dhegrado” ripresero una fresca sera di fine marzo.
“Pronto”.
“Sono il capo carismatico e testa pensante dei Dhegrado”.
“Avessi detto”.
“Vorrei parlare con il bassista Garimbelli”.
“L’ha trovato”.
“Peccato. Come va?”
“Così”.
Quel dialogo tra squilibrati proseguì sullo stesso tono per ancora almeno un minuto prima che il gioco stancasse uno dei due che insultò oscenamente l’altro, accusandolo di fargli perdere tempo. Tortuosamente, da lì scaturì una nuova telefonata, stavolta diretta al signor Garavani.
Ma il tutto non era per fissare una session di prove.
Un esuberante sabato pomeriggio di inizio aprile, tre personaggi poco raccomandabili varcavano l’ingresso dell’ospedale “Ambrosoli” di Magenta. L’operazione a carico del batterista, leggermente in ritardo (6 settimane) sulle previsioni, era stata effettuata un paio di giorni prima e il resto dei Dhg aveva finalmente stabilito che non sarebbe stato un atto del tutto cafone andare a trovare il ragazzo in ospedale.
Naturalmente, fu il leader storico a prendere in mano la situazione:
“Senta, scusi, può indicarmi dove è ricoverato il batterista dei Dhegrado?”
Mentre Paolo ed Alfonso iniziarono a sghignazzare più in silenzio possibile per rispettare il luogo nel quale si trovavano, il centralinista diede un’occhiata al leader come fosse un lavavetri senegalese e non si degnò nemmeno di rispondergli, al che i ragazzi preferirono cercarselo da solo.
Indecisi circa il reparto ove recarsi, proprio quando la selezione stava, dolorosamente, per ridursi al derby  pediatria-ginecologia, (anche se Garavani aveva irrispettosamente suggerito neurologia) incontrarono una parente di Fabrizio che li indirizzò verso l‘anelata sezione.
Finalmente, alcuni quarti d’ora dopo il loro ingresso nella struttura ospedaliera, individuarono la camera del sofferente batterista, ed erano talmente sfiniti che non lo salutarono nemmeno e si sdraiarono sul letto alla destra del suo, che era vuoto (ma non è detto che avessero verificato).
“Se quel letto regge te, questo a maggior ragione può reggere noi tre!”
La sorprendente affermazione di Paolo ebbe quanto meno il potere di rallegrare il compagno di stanza alla sinistra del Fat, un vecchietto col femore spaccato che spalancò la bocca sdentata ridendo con fragore, o quanto meno cercando di farlo. Karsi non si divertì affatto e proruppe in un turpiloquio lievemente mediato dallo stato di menomazione in cui si trovava, il che non intimidì i tre colleghi di complesso. Essi si informarono brevemente sulle condizioni di salute del batterista, non mancando di far notare a Cassetti che il loro interesse dipendeva dalla voglia di tornare a suonare quanto prima, e non da una qualsiasi forma d’apprensione circa le sorti del ragazzo.
Fabrizio, scosso da quell’attaccamento disinteressato, comunicò agli altri che sarebbe stato dimesso la settimana successiva e dopo un mesetto di riabilitazione avrebbe potuto - cautamente - riprendere a suonare.
Intascata la preziosa informazione, i degradi non avevano certo più motivi per trattenersi, dunque fuoriuscirono dalla camera con disordine, Alfonso voleva salutare Karsi con una pacca sulla panza scoperta ma ne fu saggiamente dissuaso da Paolo. Nel corso dei giorni successivi si informavano a lungo sulla messa a punto del drummer andando a parlare con mamma Donata o papà Manlio al banco del caro vecchio “Bologna”. Finalmente, il grande batterista Fabrizio Cassetti venne dimesso dall’ospedale una piovosissima mattina di primavera inoltrata, il 9 aprile.
Da questo momento, casa Cassetti fu tempestata di telefonate emesse - a turno - da tre bricconcelli che non vedevano l’ora di tornare a suonare, mascherando il fatto con un’improbabile apprensione circa il cagionevole stato di salute dell’apprezzato collega musicista. Il loro nobile interessamento sarebbe stato premiato in quella che risulta essere una data fondamentale.
Lunedì 6 maggio:
“Io vengo, però suonerò da rilassato”, era stato l’ammonimento di Fabrizio agli altri. Generosamente, i colleghi lo aiutarono a scaricare i pezzi e montare la batteria.
Era stato stilato per la serata un programmino che prevedeva un breve ripasso “rilassato” dei brani in repertorio.
Dopo le undici di sera, quando le forze di un convalescente Cassani iniziavano a venir meno, il gruppo si gettò in una jam session improvvisata. E questa si sarebbe rivelata la fonte di un nuovo brano originale, il primo dell’anno nuovo; era costituita da un intrigante riff punk ipnotico che veniva ripetuto all’unisono di basso e chitarra. Da uno stacco di chitarra, basso e batteria in tre battute, il leader cavò il refrain “Stanchi dell’età”, che rimase poi il ritornello definitivo. Ottimo lavoro di squadra di “rientro”, che ribadiva la tendenza post-punk assunta dal gruppo, e che d’ora in avanti rappresenterà la nuova “opener” scelta dalla band per i live successivi, con poche eccezioni.
Il brano, denominato “Miserabile”, aveva un testo a cura esclusiva del leader, come succederà per tutti i pezzi in italiano del gruppo, e nelle liriche Alberto tratta ancora una volta il tema, evidentemente a lui caro, dell’affievolimento del nostro “io”, proseguendo la via già aperta da “Sentieri interrotti”. Ma in quest’occasione c’è una condanna senza appello dei deboli e degli ipocriti (“…miserabile suddito di un re..”) senza che vengano offerti incoraggiamenti ed esortazioni a liberarsi da un simile stato di alienazione (“dolci arpie, portateli via, tempi nuovi ci trovino vivi..”), comunque il testo è leggermente più corto del precedente e tutti si augurano che quantomeno stavolta non sarebbe stato difficile per lui mandarlo a memoria.
La settimana successiva le prove saltarono perché Garavani era impegnato in una fiera del mobile che lo tenne lontano da casa per una decina di giorni, il che diede comunque la possibilità a Fat di rimettersi con ancora più tranquillità. Già dalla session seguente, che si tenne nella saletta dell’oratorio vista la temporanea inagibilità di quella “titolare”, il batterista sembrava aver ripreso la sicurezza di sempre ed affrontava con vigore anche i pezzi più battaglieri.
Il momento di stasi era ormai alle spalle, e la fortunata prova del 27 maggio ne fu la dimostrazione. La crescente reputazione che il complesso andava guadagnandosi nei paraggi fruttarono una nuova data, che si sarebbe tenuta alcune settimane dopo, il 14 giugno, presso il noto “Klausura” di Turbigo, locale aperto alle più sfrenate tendenze garage-punk che aveva visto più volte i nostri nelle vesti di spettatori. Dal suo palco erano transitati, agli inizi della loro breve ma luminosa carriera persino i Sick Rose di Luca Re, uno dei punti di riferimento del cantante Torretta. Quando quella sera il suddetto Torretta annunciò l’avvenimento, si mollarono temporaneamente gli strumenti per dar spazio ad un brindisi composto da tre ceres ed un’aranciata amara, dato che le cedrate erano terminate, ed il nostro bassista in quel momento preferiva evitare i liquori forti.
Ma il meglio della serata doveva ancora venire.
Il simpaticissimo ritmatore Fat Karsi aveva portato una cassetta di uno di quei gruppi strani che conosceva soltanto lui, tali Birdland, e inserì il nastro durante la bevuta collettiva. Normalmente nessuno avrebbe mostrato alcun interesse per l’iniziativa del pacifico convalescente, ma l’euforia della nuova esibizione fece si che anche lui contasse qualcosa, quella sera.
Si rivelò invece una grande trovata, poiché dopo appena qualche ascolto, la band ricavò un riff che si tradusse in pochi minuti in un nuovo brano originale. Un pezzo semplicissimo, basato su due accordi alternati ad libitum, di puro e classico rock, un 4/4 omogeneo e praticamente senza stacchi, tranne un piccolo break ad ogni inizio di cantato. Importante qui fu il ruolo di Alberto, che fornì praticamente in diretta un testo nuovo di zecca, che si dimostrò il più profondo da lui concepito nella sua fino a quel momento breve carriera di paroliere del gruppo. In questo brano, Alberto smette temporaneamente quella che è la sua caratteristica peculiare, cioè quella di “giocare” con le parole e di cercare la frase ad effetto, stravagante a tutti i costi a discapito magari di un po’ di senso compiuto e di sincerità, e riesce per un breve, magnifico istante ad esprimere il proprio talento letterario, mascherato troppo spesso dal suo amore per il nonsense. Nel pezzo, che non a caso intitolerà “Strano cerca amore”, dà vita ad un personaggio che viene esortato ad uscire, a cercare di lottare per la propria felicità senza arrendersi al buio, con una certezza espressa nell’illuminante finale:
“Amante lo sei già, non ti devi preoccupare /
scendi per le strade e ricordati che c’è”.
Il testo di questo brano è un vero capolavoro, il leader inventa anche un’accattivante melodia come ritornello senza svilirne l’efficacia, e la certezza di aver creato una grande canzone spingerà i quattro a presentarla coraggiosamente meno di un mese dopo al live-Klausura.
Alfonso ricordò spesso, da quel momento, di aver spesso ripetuto al leader che si trattava del suo testo migliore.
Una vera e propria poesia in musica, dettatagli probabilmente dalla propria solitudine che con il tempo iniziava a farsi sentire e che troppo spesso - forse- soffocava davanti ad un microfono.











Strano cerca amore

Scendi per le strade corri via
Scivola nel buio e crescerai
Voltati lontano verso il mondo
Nuova donna tu rinascerai

Scendi per le strade corri via
Chiuso nella stanza il tuo pudor
Quella prateria rompi tuono
Lasciati baciare e poi fuggitene via

Hey tu dove corri – hey tu perché piangi

Rallenta la tua stretta donna mia
Verso acque dolci che tu sai
Il tuo amore un giorno lo vedrai
Canta nuove fiabe che nessuno ti può avere

Pensa a me che sogno su tra i monti d’affogare
Dove il pianto si può bere per dimenticare
Amante lo sei già non ti devi preoccupare
Scendi per le strade e ricordati che c’è!

 
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