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LUNGO IL VIALE

6 MARZO 2017

Procedevano di lato, sfruttando l’ampia zona d’ombra regalata dai cipressi. Mi avevano colpito non appena le avevo viste entrare, non si poteva proprio parlare di una coppia ben assortita! Si erano fermate vicino ad un bellissimo monumento, evidentemente tenuto in ordine di frequente, e non avevo potuto fare a meno di cogliere il seguente scambio di battute: “Vedi, cara, questo era il più conosciuto mercante di stoffe della zona. Come mi piaceva servirmi da lui! Scampoli, tessuti…mi facevo fare poi di quei vestiti tanto carini…” “Davvero, signora?” “Si, si,lui poi, così gentile, distinto..sempre in giacca e cravatta, non manco mai di passare a salutarlo..” Potevo intravedere la
ragazza replicare un sorriso debole, avrà probabilmente soggiunto qualche frase di circostanza mentre, dopo una breve sosta, proseguiva ora al fianco dell’anziana. Avevo sempre apprezzato quell’ora del mattino presto per recarmi a far visita. Un momento in cui la contemplazione ed il raccoglimento erano ancora possibili, prima che l’andirivieni delle persone provocasse qualche rumore di troppo, considerazioni a voci sempre troppo alte ed indiscrete. Ma nonostante il mio sacro rispetto per la discrezione, non potevo evitare di accompagnare con lo sguardo quelle due figure singolari fino a che non ebbero svoltato per una delle viette laterali. Mi piaceva indugiare negli angoli più antichi, ove trovavo lapidi le cui iscrizioni non erano più nemmeno leggibili, spesso ricoperte da una folta coltre d’edera o attorniate da mazzi di finti fiori ormai quasi uniformemente ingialliti. Cercavo di rivolgere anche a quegli sconosciuti un pensiero, una preghiera umile, eppure la mia mente stava vagando distratta, mi trovavo singolarmente a rimuginare sulla vita terrena di
queste persone, chi fossero, come vivevano e via discorrendo. “Devo essere stato influenzato dal chiacchierare di quella donna” riflettevo, quando una voce stridula alle mie spalle mi fece sobbalzare: “Giocavamo insieme!”. Mi voltai molto lentamente per tentare di dare un volto, anzi due, alla prima impressione. “Tempo fa certi mali non ti davano scampo, oggi basta un’aspirina per guarire”. La ragazza si stava chinando in avanti ma la signora, come a prevenirne le intenzioni, l’anticipò esclamando: “Solo ventidue anni, è stata una cosa terribile per tutti, la sua mamma non è vista in giro per mesi dopo…” questa ultima considerazione andava languendo mentre le donne si allontanavano nuovamente lungo il viale. La vecchia doveva certo essere leggermente sorda, dato che manteneva costantemente alto il tono della voce, mentre le repliche della ragazza erano dei sussurri. D’un tratto presi a tenerle d’occhio, c’era qualcosa di particolare in quella coppia. Non mi era mai capitato di seguire in modo tanto irriguardoso altri visitatori e un po’ me ne vergognavo, tuttavia adesso le osservavo apertamente, le vedevo sostare in modo pressoché regolare, quasi arrivassero alle stazioni di una via crucis durante la quale la dama esprimeva ricordi, sensazioni, gli insospettabili flashback di un universo che alla ragazza doveva apparire tanto sconosciuto quanto, presumibilmente, monotono. Stavano avvicinandosi all’uscita ed ancora non avevo smesso di pedinarle con lo sguardo. Se solo avessi potuto ascoltare la ragazza. Capire cosa c’era tra il sorriso tenue e la lunga gonna da gitana, l’accento inevitabile ed un bisogno che spinge oltre il pregiudizio. Avrei anche potuto guardare oltre la spaventosa loquacità apparente della signora. Avrei probabilmente capito prima cos’era che davvero legava le due donne in un bisogno di restare unite l’uno all’altra ben oltre il cancello in ferro battuto alla fine del viale, che andava lentamente chiudendosi alle loro spalle.

 

TUTTE LE COSE CHE DORMONO

25 FEBBRAIO 2017


I vestiti smessi della settimana trascorsa, tre camicie, un paio di calzoni, il maglione. Ripiegati con cura e pronti per la lavanderia. Selezione del campionario per la settimana successiva. Il completo incentrato stavolta sul verde scuro/marrone, adatto alla stagione. Tutto scelto in tinta, cintura compresa. Infine le scarpe: lustrate ed inscatolate quelle appena usate, selezioni un paio color nocciola. Dalla scarpiera, è la terza scatola a partire dall'alto, il che sta a indicare che son già trascorse tre settimane dall'ultima volta che le hai portate. Le guardi. Sono belle, da inverno secco, l'altra volta infatti ti parevano troppo pesanti. Adesso sono perfette, una suola in gomma forte e foderate in pelo, quello che ci vuole. Vedi un nodo, un piccolo nodo su un laccio che per pigrizia avevi risparmiato tre settimane prima, quando hai pulito e riposto il paio di scarpe. Fai per scioglierlo. Potresti anche non farlo, il piede entra lo stesso. Infatti non lo fai. Ti fermi, guardi il nodo e ricordi. Ti viene in mente che ventun giorni prima eri stanco, colto da una insolita ma non impossibile depressione da domenica sera. La foschia si alza, guardi il piccolo groviglio ed è come se fosse ora. Una giornata in città, i negozi aperti, i centri commerciali, euforia da festa, caos, urla, richiami, allegrie, pianti, corsa al buonismo tramite bancarelle di solidarietà che spuntano come bitorzoli, offerte, richieste, contrattazioni, treni pieni, posti vuoti, attese, ossa stanche e riposate, cappucci, brioches, cioccolato, i signori clienti sono pregati, coda per il cesso, sconti tessera, liste, depennaggi, timbra il biglietto o piglierai la multa, sonno tra le rotaie e freddo a tenaglia appena scendi dal predellino. Le solite mani tese sotto facce afflitte, persino al posteggio, che dovresti intenerirti e invece ti incazzi, che non ce la fai più, ogni momento di tutti giorni hai qualcuno addosso. Infine la solitaria oscurità di casa tua, cena e il rituale dei vestiti. Dal mondo al silenzio glaciale, era già frustrante di suo; il nodo no, quello era troppo. Dirimerlo era eccessivo anche per il tuo naturale senso d'adattamento. Affievolito di fronte alla prospettiva di un'asettica settimana senza volti, senza calore o colore, di cui il rituale di preparazione degli indumenti era beffardo simbolo, hai conservato il nodo, che per tre settimane ha atteso paziente nella scarpiera. Quieto ha lasciato che tu cambiassi d'umore, che ti riadeguassi meno dolorosamente all'ineluttabile. Ora, riacquistato il tuo equilibrio, lo guardi con altri occhi. E lo risparmi un'altra volta. E' una cosa che dorme, ma solo in apparenza. E' una testimonianza di te, non ti va di sopprimerla. L'hai lasciato, e poi pensi: Quante altre tracce potrebbero esistere ancora in casa tua, d'un momento particolare già stratificatosi nell'incessante, irrefrenabile costruzione dell'esistenza, magari a lungo scordate e poi riapparse senza criterio in un giorno normale, con tutt'altri pensieri in testa? Qualcosa del genere è conservato in un angolo della libreria. Il biglietto della lotteria vecchio di anni. Poche settimane fa, quella sera che pioveva fitto e noioso, senza nemmeno trasformarsi in neve, e tu non volevi andare a dormire, hai estratto "Conversazione in Sicilia" ed il biglietto ingannatore è scivolato, planando ai tuoi piedi. Tu allora hai rivisto tutta la scena di anni prima. Ad estrazione avvenuta, dopo una blanda delusione, l'avevi piazzato là senza motivo, e là era rimasto.  Oggi, ormai calato in una coltre di karmica negatività, secondo cui tu non sei uomo da vincite, non giochi più nè lotti, nè lotterie o enalotti. Ma non sei riuscito, quando hai rivisto il biglietto, a non pensare che c'era dunque stato un momento nella tua vita in cui dicevi:

"Perchè no? Perchè non provare?" E' t'è venuto in mente che era un motto che applicavi spesso, allora. Non avevi ancora stampigliato sul viso quella tacca di cinismo. Non così marcato, il beffardo, cosciente ghigno che ti risveglia al mattino e t'addormenta la notte. Una volta ritrovatolo, hai pensato a com'eri e di nuovo non hai buttato il biglietto. In compenso hai riletto volentieri il libro di Vittorini. Oppure il quadrifoglio. T'è subito tornato alla mente quando l'hai rivisto, celebrava un momento di felicità indimenticabile. Annidato in un cassetto che hai chiuso d'autunno e riaprirai solo tra tre mesi, profumato di cotone, tra indumenti leggeri di tutti i colori dell'iride. L'avevi trovato al lago tanti anni fa, e l'avevi messo subito in un sacchettino di plastica, e da lì nel cassetto. Pochi giorni fa, non ricordi nemmeno più perchè, hai frugato in quel cassetto e te lo sei trovato lì, ibernato. L'avevi scrutato con diffidenza, poi hai riannodato i fili. E non l'hai buttato, sebbene non potessi non rimuginare che all'epoca c'era ancora lei con te, ma sai che non è per quello, che non l'hai buttato. Non te ne frega niente? Forse. Ma sai che quando in primavera riaprirai il cassetto, tra le magliette leggere e i calzoni corti, lui ti dirà che è un peccato vivere da recluso, da disilluso. Ti dirà che ha senso conservarlo, e magari cercarne altri, il che vorrebbe dire che non hai ancora del tutto svenduto il tuo esistere a quella megera sonnolenza di vita, cui con sempre maggior frequenza schiacci l'occhiolino. Sei un esecrabile zuccone, ma tutte le cose che dormono in giro per casa tua le ascolti ancora, così poi scuoti la testa, stramaledici i nanetti delle fiabe e ricominci. Le cose che dormono non sono ricordi. Sono cose che non vorresti nè conservare nè buttare, che al momento in cui ne entri in possesso oscillano tra un futuro razionale da nulla e un "chissà mai che un giorno", e alla fine li sbatti da qualche parte, basta che tu non li abbia alla vista, per non alterare l'ordine collaudato di casa tua, e davvero ti scordi di loro. Intanto però cominciano a maturare il proprio effetto, e quando per caso ci sbatti contro si svegliano e ti svelano uno scenario impolverato ma seducente, sul quale finisci sempre per poggiare lo sguardo e lasciarvelo finchè una spina di fastidio prende a pulsarti al cervello e tutto torna a dormire. E' da un pò di tempo che non raccogli più cose nuove che dormono. Ieri hai fatto la tua bella ispezione per tutta la casa, sai che tutti i sabati hai il ghiribizzo di verificare che tutto sia in ordine. Hai osservato le distese quiete di libri ed enciclopedie, in soggiorno. Hai posato uno sguardo compiaciuto sui soprammobili in porcellana, i ninnoli, le fotografie sorridenti dalle cornici. In camera la scrivania linda, con gli strumenti, le carte, i cassetti, nulla che stonasse. Sui tavoli i centrini, coi fiori, rose gialle e ciclamini è il piatto forte del momento, per non parlare della gigantesca stella di Natale. Gli scaffali coi dvd, qualche cd, i raccoglitori con i tuoi amati studi. E ci hai pensato, a quante cose vere vi possono dormire nascoste, intersecate, in attesa. E in fondo speri di incocciare in qualcuna di loro. Perchè, ammettilo, il momento in cui riesci ad aprire quel sipario è ancora uno dei momenti che aspetti più volentieri.

 

FARINETTI PER EQUIVOCI MUSICALI

22 FEBBRAIO 2017

 

Monza | Sabato 25 Febbraio 2017 ore 21

FARINELLI, VOCE DIVINA

Un concerto straordinario

che celebra forse il più grande cantante lirico

di tutti i tempi: Carlo Broschi,

in arte Farinelli.

Il mezzosoprano Rachel O'Brien,

accompagnata dall'Orchestra da camera Milano Classica,

esegue arie di rara bellezza

estrema difficoltà tecnica e grande virtuosismo

nello spirito e nella prassi dell'epoca.

Ascolteremo anche aneddoti, vizi, virtù

di questi semidei, i castrati, condannati

a una vita da "evirati cantori",

obbligati a diventare macchine per cantare.

Le musiche di Vivaldi, Haendel,

Porpora e Broschi faranno il resto.

Serata imperdibile per chi ama la musica, la storia,

il canto, il suono degli strumenti storici

e vuole scoprire un pezzo del nostro passato

ancora così attuale.

 



Farinelli voce divina | Teatro Binario 7 di Monza

via Turati 8, sabato 25 Febbraio alle ore 21.00

 

RACCONTO- LA PRIMA MOSTRA PERSONALE DEL PITTORE ESORDIENTE ADELMO PICCHILLETTI

19 FEBBRAIO 2017

 

 

La prima mostra personale del pittore esordiente Adelmo Picchilletti

Il giovane pittore Adelmo Picchilletti era fuori di sé dalla gioia. La prima mostra personale della sua vita. Continuava a rigirare tra le mani la lettera di invito del comune di X, che
“avendo visitato il suo sito personale ed avendo riscontrato dalle sue opere una trasparente sensibilità artistica accompagnata ad uno discreto quanto ammaliante” e un altra decina di righe piene di pompose ridondanze, “comunicava di aver messo a disposizione dell’artista l’ala nord est “Addis-abeba “ della sala comunale per un’esposizione dei suoi pregiati dipinti.”
La lettera si premurava di sottolineare come “all’artista non sarebbero, evidentemente, stati riconosciuti compensi di alcun tipo, tantomeno a livello di rimborso spese, e che l’esposizione e il successivo ritiro delle tele sarebbero state di competenza dello stesso, oltre al fatto che l’amministrazione non si faceva carico di nessun eventuale danno occorso alle opere.” La missiva si concludeva però con un messaggio di speranza, significando all’artista “l’incalcolabile profitto ottenibile da una presenza prolungata sul territorio, a livello di visibilità ed espansione di contatti e conoscenze…”. Lesse con emozione le nove pagine che componevano la lettera, poi la mise in un cassetto e si mise a preparare la trasferta. Si recò nello studio e passò tre giorni a selezionare quelle che potevano essere le opere più attraenti per la mostra, considerando che si sarebbe svolta in un languido e ridente paesino di montagna posto ai limiti di un boschetto attraversato da un fiumiciattolo, in un ambiente pastorale e idilliaco. Stipò dunque la propria utilitaria di tele a tema, ed il sabato dell’inaugurazione, prevista alle 18, si mise in viaggio intorno a mezzogiorno.
Si, perché il paese era a trecentocinquanta chilometri da casa sua. Ma per lui trascorsero leggeri, veloci. Arrivò in tempo per scaricare la propria merce, accatastarla all’interno della sede comunale, posteggiare l’auto e fermarsi in un bar per il meritato ristoro.
Il suo entusiasmo rimase pressoché intatto anche quando lo stesso usciere comunale che gli aveva detto di lasciar pure i propri lavori appena oltre l’ingresso, gli significò che in quel momento i locali comunali erano pressoché deserti
e che doveva provvedere autonomamente al trasporto dei lavori sino all’ala “Addis Abeba” ed all’allestimento del locale, lui non poteva lasciare la guardiola. La sala “Addis Abeba” si trovava nella zona nord-est, ossia al piano superiore, in fondo al corridoio, subito a sinistra. Certo che c’era l’ascensore. No, al sabato era chiuso, e lui non ne aveva le chiavi, spiacente. Erano le cinque. L’assessore alla cultura, che avrebbe presentato la mostra, sarebbe comunque arrivato in tempo, lo rassicurò l’usciere.
In una quarantina di minuti, correndo e sudando copiosamente, Adelmo trasportò tutte le tele alla sala dell’esposizione, le appese negli appositi spazi delineati, corse in bagno a darsi una risciacquata e reindossò il suo miglior sorriso per trovarsi in forma quasi smagliante alle sei meno cinque nella sala “Addis Abeba” agghindata dei suoi capolavori. Naturalmente aveva provveduto ad allestire un tavolino di rinfresco, con bibite, tramezzini e salatini
per l’inaugurazione, che sistemò sopra una tovaglietta disposta sul tavolo della sala.
Mani in tasca e fiducia da vendere, ad Adelmo non restava che attendere l’arrivo dell’assessore alla cultura, contento che non fosse ancora arrivato e non l’avesse trovato in affanno.
Un’ora dopo, sempre in piedi e con le mani in mano, si dispiacque del ritardo dello stesso. Finalmente alle sette e dieci ricevette una chiamata al cellulare in cui l’assessore gli segnalava il suo arrivo senza scusarsi del ritardo. Alle otto si presentò con una robusta esponente del gentil sesso dall’aria marziale al fianco e un paio di cittadini presi dalla strada. La donna, in tailleur grigio e spillone d’ordinanza, strinse la mano all’artista stritolandogliela, dopo averlo squadrato con palese disprezzo, e s’accomodò al tavolo, mentre l’assessore, l’artista e i due uomini restavano in piedi. La donna assunse un tono ufficiale e proclamò le brillanti qualità artistiche di Adelmo, ne intesse lodi sperticate a livello umano e gli pronosticò un futuro glorioso. A un cenno, i due uomini, con un’espressione d’una tristezza lacerante sul viso, applaudirono blandamente, il discorso era finito. La generalessa se ne uscì battendo i tacchi senza salutare nessuno. L’assessore prese a rimpinzarsi di tartine e a sbevazzare, poi salutò il pittore coi più calorosi auguri di buona mostra e se ne andò. I due uomini, mestamente, si misero ad osservare i dipinti con le mani dietro la schiena. Di colpo Adelmo non seppe più cosa fare. Si mise a corteggiare
gli unici ospiti della sua esposizione, narrando loro le dettagliate circostanze ispiratrici delle opere, le motivazioni della tecnica selezionata, olio piuttosto che acquerello o tempera, più qualsiasi altro aneddoto gli venisse in mente. Colto poi dalla necessità di non apparire troppo invadente, se ne discostò, approssimandosi ad altre opere, tenendo in realtà lo sguardo praticamente fisso all’ingresso della
sala. Non entrava nessuno in effetti, ma Picchilletti era ottimista, la mostra era appena iniziata. I due uomini continuavano a girovagare per la sala, sempre senza dire una parola, sempre con le mani dietro la schiena e sempre, infine, con la solita espressione costantemente afflitta sul volto. Una mezz’oretta scarsa dopo, al termine del giro, mentre Adelmo, stanco, si era accomodato su una sedia in un angolo della sala, i due gli si avvicinarono. Uno di loro parlò. “Sa, signor Adelmo”, disse mentre un accenno di tenue sorriso gli solcava il volto, “io e il mio amico abbiamo lo stesso nome e lo stesso cognome!” “Già!”, confermò l’altro, sul quale era apparsa la stessa maschera mezzo ridente. E strettagli un’altra volta la mano, uscirono senza aggiungere altro. Adelmo rimase perplesso e per la sorpresa mantenne alcuni secondi la mano destra ancora stesa. Rapida scendeva la sera, senza che anima viva s’infilasse nella sala “Addis Abeba”.

“Andrà meglio domani”, rimuginava Pelliccheri poco più tardi mentre s’accingeva a prendere la strada verso la pensioncina ove aveva prenotato. Il giorno dopo doveva aprire la mostra alle dieci. Pochi minuti prima delle otto fu svegliato da una chiamata del messo comunale che gli chiedeva la “cortesia di spostare la propria esposizione al piano inferiore, sempre nell’ala nord-est, denominata “Appalachi”, perché la “Addis Abeba”, più spaziosa ed elegante, era stata destinata alla premiazione della gara dello sputo del nocciolo di ciliegia, che s’era tenuta il pomeriggio precedente presso il parco comunale e aveva visto vincitore il becchino Anselmo Tiratardi con cinque metri e venti subito davanti al croupier Marcello Rododentro, cinque e tredici.
Correttamente, il messo si scusava del disturbo. Alle otto e trentotto Adelmo arrivò in comune, salì all’ala “Addis Abeba”, si tolse la giacca che appoggiò delicatamente allo schienale di una sedie e rifece al contrario l’operazione del giorno precedente. Di ascensore neanche a parlarne: era domenica. Si, c’era la premiazione, quel giorno, ma alle dieci, ed il mezzo sarebbe stato messo in funzione verso le nove, nove e trenta. Madido di sudore, in un ora completò il trasferimento. Non appena terminò, l’ascensore entrò in funzione. Si risciacquò energicamente e per le dieci meno cinque faceva il suo trionfale ingresso alla sala “Appalachi”. Fu costretto a lasciare alcuni ritratti, quelli che giudicò meno preziosi, a terra appoggiati al muro, confidando nella civiltà dei visitatori. Civiltà che non ebbe a lungo modo di testare, dato per tutta la mattina e parte del pomeriggio non si presentò nessuno. Per distrarsi, Adelmo s’avventurava talvolta fuori dalla sala, che dava direttamente sulla strada, sgranchendosi le gambe nei dintorni ma sempre con l’occhio rivolto all’ingresso. Proprio durante una di queste brevi fughe all’esterno, vide nitidamente una signora entrare nella sala. Subito tornò sui propri passi, recuperando discretamente la propria postazione e il proprio sorriso professionale. Si trattava di una signora piuttosto in là con gli anni, che appena entrata s’era guardata in giro con l’aria di chi cerca qualcosa. La sala “Appalachi” aveva solo tre pareti libere per l’esposizione, la quarta era costituita da una vetrata che guardava sulla strada, divisa a metà dall’ingresso. La signora prese una sedia, la pose davanti a questa vetrata e vi si sedette, dando le spalle alle opere e ai visitatori che non affollavano la mostra. Si sedette con lo sguardo fisso alla strada intorno alle quattro e trenta e si alzò intorno alle otto meno dieci. Per tutto quel tempo un esterrefatto Adelmo non ebbe nemmeno il coraggio di avvicinarsi, temendo ritorsioni.
La signora riportò la sedia al proprio posto. Fece per uscire ma prima si rivolse ad Adelmo. “Tutte le volte che c’è aperta questa parte del Comune mi metto qui a guardar fuori per vedere se becco quel disgraziato che passa sempre con le ruote sul marciapiede davanti a casa mia, vede come è tutto rovinato?”, e faceva segno indistintamente dall’altra parte della strada, dove lui vide le fiancate a colori sbiaditi di vecchie case di corte, circoscritte da un marciapiede in
effetti mezzo sgretolato, “Oggi ancora niente, ma lo beccherò prima o poi”, le parole sfumavano nell’aria mentre lei con espressione arcigna riguadagnava l’uscita, dopo quel breve sfogo che poteva essere diretto a chicchessia. Adelmo non disse nulla, la guardò sparire dietro l’uscio di casa, chiuse tutto e se ne andò in albergo.

“Domani andrà meglio”.
Invece non poteva andare meglio perchè il lunedì la mostra era chiusa.

Fortunatamente Adelmo se ne ricordò in tempo, cosicchè si destò con comodo e passò una splendida giornata tra i monti, il che gli portò ispirazione per nuovi soggetti da immortalare e rimpinguò il suo magro morale. Il martedì mattina, riaprendo la mostra, era un altro uomo, pieno di fiducia d’ottimismo. S’era cambiato d’abito, aveva portato nuovi stuzzichini e bevande ed ora attendeva con speranza i visitatori seduto al tavolo centrale, davanti a depliant e fogli illustrativi delle sue opere. E lì rimase, in completa solitudine, per quello e i cinque giorni successivi.

Ogni tanto la vecchiettina del cortile di fronte, passando, lo salutava con la mano. Lui si chiedeva se avesse scoperto il pirata del marciapiede e se sarebbe tornata dentro a trovarlo. La domenica sera, in albergo, in attesa di ripartire dopo cena, guardava senza più sogni il fiumiciattolo scorrere nella campagna, scivolando poi lieve tra le betulle del bosco. E fu solo per il suo sviluppato senso ambientalista che non aveva gettato ad una ad una le tele ritirate dalla mostra, dopo che con espressione gioviale, l’assessore alla cultura era passato a salutarlo comunicandogli che il suo tempo era finito e che doveva liberare lo spazio.
“Spero che quest’esperienza sia stata arricchente e soprattutto vantaggiosa per lei”.
Il pittore Adelmo Picchilletti non aveva replicato, limitandosi a guardare l’altro con un sorriso mite, dopo di che aveva iniziato a staccare le opere, imballarle e disporle con mesta cura sul furgone.

 

COLLOQUIO PER VOCE E SILENZIO

16 FEBBRAIO 2017


potessi credere davvero
che tu m'ascolti
potessi attribuirti un calore, definirti una gioia
potessi sentirti davvero
consolazione, annuncio
come muterebbero i miei giorni!
potessi fermare il flusso delle cantilene grottesche,
delle parole vane, condannate,
scollegate dalla mente, dal cuore
dare un senso a tante promesse
strozzate nel buio,
in un greve colloquio per voce e silenzio

 
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