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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 24 - ONE HOT SUMMER

24 GIUGNO 2018

 

CAPITOLO 24

One hot summer

A questo punto sarebbe vano, ma lo faccio lo stesso, il sottolineare come il concerto del dieci luglio ebbe un meritato epilogo consistente in una grande festa, cui parteciparono tutte le band coinvolte, compresi gli amici degli amici e chiunque si trovasse lì in quel frangente. Alberto, montato dalla notevole affermazione personale, si permise stravaganti caricature del proprio robusto batterista guadagnandosi turpiloqui in serie; Alfonso ed Oscar si distinsero per aver consumato tre ginger senza ghiaccio senza nemmeno una spruzzata di rhum; Paolo e Mirella riconobbero tra la folla alcuni clienti dell’azienda del chitarrista ed intavolarono un amabile conversazione sul tutto: musica e lavoro, garage punk e suppellettile. Naturalmente l’avveduto musicista fissò più di un appuntamento in ufficio da lui, per proseguire la chiacchierata e mostrare modelli e soluzioni d’arredo all’avanguardia.

L’afosa serata estiva ed il crescente livello alcolico circolante nelle vene dei presenti portò velocemente ad un’orrenda caciara, sottolineata presto dall’approvazione incondizionata degli abitanti dei dintorni, paghi di poter essere nuovamente danneggiati nella loro irragionevole smania di dormire la notte. Una nutrita pattuglia di carabinieri aggiustò la situazione senza particolari conseguenze.

Al termine della serata, o meglio all’inizio della mattinata successiva, i dhegrado si congedarono senza fissare appuntamenti particolari: non erano previsti concerti per i mesi di luglio ed agosto. Solo una decina di giorni sarebbero tuttavia trascorsi prima di una nuova riunione della line-up torrettiana. Dietro iniziativa di Gary, i ragazzi si recano a Brugherio a rendere omaggio ai loro grandi maestri, ossia i Ritmo Tribale, che proprio in questo momento stavano pubblicando il terzo disco. Da questa esperienza si torna con gadget di valore assoluto, tra cui le bacchette semi distrutte di Alex il batterista, che giustamente sarebbero state conservate da Karsi. A tal proposito, da registrare la lamentela di Paolo che, avendole ricevute con forza sulle orecchie, se ne considerava il legittimo proprietario.

Dalla metà di luglio, il gruppo andava ufficialmente in vacanza per un mese e mezzo circa. Quella che era iniziata si preannunciava come un’estate bollente, carica di aspettative per i cinque innanzitutto a livello personale.

L’impareggiabile Alberto affrontò e superò due nuovi esami della facoltà di filosofia ed ottenne in premio dai suoi un meritato mese di riposo, agosto, che passò in parte al mare, con un gruppo di amici, ed in parte in relax assoluto, del quale aveva davvero bisogno, senza progettare liriche nuove o ripassarne vecchie, solo scartabellando testi di teatro, con un occhio speciale sul verismo italiano.

Oscar aveva ottenuto il diploma di geometra e aveva deciso come previsto di iscriversi ad architettura, divenendo così il secondo universitario della band dopo il leader. Nei momenti liberi dallo studio, non molti in verità, seguiva sul lavoro il padre, che aveva un’attività in proprio, e con la fine dell’anno accademico questa divenne la sua principale occupazione.

Lo aspettavano intorno a Ferragosto un paio di settimane sulle Dolomiti coi coscritti, nel corso delle quali avrebbe suonato ai compagni le canzoni dei dhegrado. Inutile sottolineare come la cassetta del “Live at Bologna 30.4.1992” avrebbe in quei quindici giorni irrorato le bianche cime e le verdi valli sudtirolesi, risultando molto apprezzata in verità sia dai nativi che dai turisti. Restando in famiglia, il di lui cugino bassista aveva appena compiuto sei mesi d’occupazione a Milano e si sarebbe goduto a sua volta ristrette ma meritate vacanze.

Assorbito con prontezza lo sbalzo psicologico sorto dal cambiamento esistenzial-lavorativo che aveva attraversato, l’esimio gran batterista Cassetti stava in quel torrido luglio concludendo gli accordi per entrare a far parte di una nuova band, dal nome che era tutto un programma.

Si trattava dei “Biglietti scaduti“, gruppo multietnico (che cioè comprendeva gente di Magenta, Corbetta, Arluno, Boffalora ecc.), fautore di un sound a base di fiati a volontà e ritmi sincopati.

Quando lo seppe, in occasione del live-Ritmo Tribale, persino il placido Garavani non potè trattenere il proprio sdegno:

“Ma come puoi suonare quel psico-jazz da vecchio, così moscio e noioso, ripetitivo e scolorato, per poi diventare un infame post-garage punk illuminato insieme a noi?!?”.

Karsi l’aveva sbirciato sarcasticamente ignorando la velleitaria provocazione.

Lo stesso Paolo comunque, al termine del concerto del 10 luglio, ripulì con cura il proprio strumento e lo depose nella custodia e da qui in garage, e dal giorno seguente si concentrò unicamente sull’azienda, prima di partire con Mirella, alla prima settimana del mese seguente. Ricevette tra le altre una telefonata da Pisani e si ventilò durante la stessa nuove possibili partecipazioni del gruppo a serate del Redial. Garavani però non ebbe fretta di pianificare: “Ci sentiamo a settembre o giù di lì, adesso penso solo al lavoro e poi al mare.”

E così sarebbe stato.

Resta da registrare qualche ulteriore contatto tra membri dhg.

Il fatto che il Bologna non fosse più diretto da Fabrizio non significava che dovesse essere depennato dalla lista degli antri visitabili, ma almeno per le prime volte Alfonso ed Alberto pensarono bene di comportarsi in maniera passabilmente civile. Avrebbero svaccato più tardi.

Niente sconcezze ad alta voce, né urlacci o gutturalità, piedi sul tavolo rimandati a momenti migliori e qualche per favore buttato là al momento dell’ordinazione. Fondamentale il ricordarsi di pagare ogni volta il conto. Ma come due comari qualsiasi, le prime volte che entrarono al nuovo locale, che aveva mantenuto furbescamente il vecchio nome, sprecavano commenti di bassa lega:

“Ma dov’è andato il Fat a pescarlo, questo” esordì a bassa voce il leader, “piccolotto, basso, parla a monosillabi, tutto rigido..”

“Beh, è all’inizio, deve ancora acclimatarsi..in effetti l’immagine è un po’ un massacro, comunque stiamo a vedere magari gli piace il post-punk o conosce i Sick Rose, proviamo a prestargli una cassetta dei dhegrado…”

“…secondo me è lui il vero fan di Ghinazzi... senti, a proposito, cosa sono ‘ste storie che girano su te e quella tipa nuova che si è trasferita da poco..come si chiama, Marianna, mi sembra…no perché…”

“…ah, si, ho sentito qualcosa anch’io..(!)…no beh, siamo amici, sai lei s’è trasferita da poco e non conosceva nessuno, è entrata nella compagnia ma è ancora un po’ spaesata…cerco solo di essere gentile…”

“…si, come no, so io cosa cerchi di fare te, divertiti pure ma ricordati che non dobbiamo farci distrarre dal sesso, noi abbiamo una lezione di hard-garage da perpetuare ai posteri e dobbiamo essere lucidi…”

Se il pericolo era farsi distrarre dal sesso, il gruppo avrebbe potuto proseguire per decenni, il pensiero che attraversò la mente d’entrambi. Alfonso sviò dunque facilmente, e la conversazione prese pieghe differenti e trascurabili.

Chissà perché non aveva confessato la verità, nemmeno a Beto, rifletteva solo, sul balcone di casa, quel giovedì notte di fine luglio.

Intorno, quiete pressoché totale.

Fatua l’eco di motori dalla statale vicina; ormai affievoliti gli schiamazzi dei tiratardi della bella stagione. Solo refrigerio di calma e fresco; la luce sfuocata dei lampioni, ed in alto il viso buono della luna, semi annerita da nuvolette di passaggio, a rischiarare la via deserta.

Era una settimana che stava con la ragazza nuova del paese e gli sembrava ancora inverosimile. Non l’aveva detto praticamente a nessuno, a parte l’interessata ed un pugno d’amici fidatissimi. Era classico suo, il non aprirsi. Ci rise sopra. “Forse ho paura di rovinare l’incantesimo…“

Chiuse piano la portafinestra, una nottata del genere non induceva certo al sonno e non voleva correre il rischio di svegliare la mamma. Uno sguardo in controluce al bagaglio preparato ai piedi del letto. Tra poco sarebbe partito per una settimana di mare.

Guardava quella valigia e quasi gli veniva un gruppo in gola. Si sentiva come Lennon, quando era stato espulso da Amburgo nel 1962 con un biglietto di sola andata per Liverpool: temeva, al suo ritorno, di non trovare più le cose che aveva lasciato alla partenza.

Era quello il momento che più d’ogni altro aveva bramato di raggiungere, sin da quando venti mesi prima era mancato il padre. Ottenere una sensazione di appagamento, non importa quanto si sarebbe dimostrata effimera, ma arrivare a definire una completezza personale. In famiglia, sul lavoro, nell’hobby e, perché no, forse anche nel campo in cui la solitudine prendeva sempre più a rodere, compagna sgradita ed attaccaticcia, col passare delle primavere.

Si sdraiò e si lasciò addormentare dal silenzio.

Il giorno della partenza, al contrario, era lieto e leggero come una piuma. Non portò con sé nemmeno una cassetta dei Dhegrado, né ne sentì la mancanza.

Karsi trascorse invece l’intero mese d’agosto in paese, tranne pochi giorni di relax al lago durante la settimana centrale; in parte perché essendo assunto da poco, come imbianchino, non disponeva di molte ferie, ma soprattutto perché, come aveva ampiamente anticipato a mezzo mondo, sarebbe stato cinque giorni ad ottobre in Irlanda nel tentativo di “rinvenire le mie radici musicali ed etniche, morali e personali e di perfezionare la mia rinascita.”

Pletorico riportare in questa sede il contenuto dei facili sarcasmi che una dichiarazione del genere aveva saputo estorcere al leader, fatto sta che il corposo batterista fu costretto a passare i primi mesi da ex-gestore di bar sostenendo ritmi e carichi di lavoro non indifferenti, pur gustando ogni giorno di più l’agognata e raggiunta libertà. Paolo aveva chiuso finalmente l’azienda al termine della prima settimana di agosto, partendo contestualmente per le ferie, ma, diversamente dalle estati precedenti, trascorse in villeggiatura solamente una decina di giorni.

Stavolta, al rientro, non trovò nessun Alberto a tagliargli la strada in bici sul portone di casa. Niente annunci d’imperdibili live imminenti, nessun sconvolgimento di line-up, niente necessità di prove urgentissime ed improcrastinabili.

Tutto era già stabilito. Determinato.

E lui avrebbe presto dato spinta a questa determinazione.

Riaprì subito la società il lunedì 24 e per qualche giorno la mente fu unicamente concentrata sul riprendere il ritmo lavorativo.

Fu solo la sera del giovedì 27 che si mise al telefono. Destinatario della chiamata, Alfonso.

“…quindi dato che ormai bene o male stiamo tutti rientrando, ho pensato che non sarebbe una brutta idea fissare una serata per ritrovarci, a casa mia magari; quattro balle, un liquorino e vediamo come sono andate le vacanze, OK? Gli altri come sono messi, hai già sentito qualcuno?”

“Si, Oscar rientra il 29 ed il leader più o meno anche. Karsi non ha praticamente smesso di lavorare, il suo ventre vasto non ha mai lasciato il paesello perché..”

“..perché va via ad ottobre a curarsi etnicamente, si, ce la menerà in eterno adesso…facciamo così, Gary, sentimi tuo cugino che io mi occupo del leader e del Fat, e se per voi va bene ci vediamo mercoledì due settembre verso le 9 da me…di sera, certo, è ovvio…senza strumenti, ci mancherebbe, non fatevi idee strane…mi raccomando puntuali, che poi non possiamo fare tardissimo, ok?”.

I collegamenti incrociati funzionarono a meraviglia, ed effettivamente i cinque degradisti si trovarono la seconda sera di settembre nell’ampio salotto di Garavani con un bicchiere in mano, e la fervida richiesta del padrone di casa, di quanto meno fare il massimo per non versarne ancora una volta il contenuto al suolo.

Gary e il leader si misero d’impegno, e stavolta l’opera ebbe successo. Il tappeto rimase immacolato.

Dopo un’oretta scarsa di convenevoli, tra i quali l’inevitabile celebrazione del Live Bologna e Live Alleanza tramite filmini amatoriali, non ricordo girati da chi, il capo si sentì in dovere di dire la sua.

“E’inutile che vi racconti la mia estate”, aveva esordito, senza che alcuno gli avesse chiesto nulla, “come ben potete immaginare si è composta di cultura, svago, divertimento e naturalmente tanto sano sesso, mansione per la quale la mia innata inclinazione…” Subissato dallo scherno generale, al quale si unì lui stesso, non si diede nemmeno il pensiero di terminare la frase.

Oscar emise un onesto rendiconto del periodo trascorso in montagna e lo stesso fece Gary narrando brevemente la vacanza al mare. Stava ancora parlando che, finemente, il leader s’intromise volgendo lo sguardo e la parola a Karsi: “Guarda, tu puoi fare a meno di raccontarci il tuo mese d’agosto, sostanzialmente perché non c’interessa affatto, ma in secondo luogo perché sappiamo benissimo che sei restato in zona a imbrattar pareti in attesa di andare a perder tempo in Irlanda, quindi puoi anche star zitto e lasciar parlare gli altri!”

Fat si infuriò pesantemente, ma sovvenendosi che si trovava in casa d’altri, e assennatamente rincuorato da Paolo che gli allungò una generosa porzione di gin tonic, si limitò ad odiare con forza il proprio leader, riproponendosi di sferrargli incessanti gomitate sul costato oppure calcioni sulla tibia, appena oltre la porta di casa di Garavani, o in saletta, durante le prime prove da rientro.

Paolo aveva ascoltato tutti con disciplina, e quando prese la parola l’ira di Cassetti era ormai sbollita.

“Io non ho molto da dire su come ho trascorso le ferie perché, come ormai sapete, le mie sono da anni standard con Mirella, ed è proprio a proposito di questo che vorrei farvi un annuncio.”

Gli astanti si fecero seri, o meglio lo fece chi ne aveva bisogno.

Quella sera Paolo rendeva di pubblico dominio l’idea che gli era balenata una sera di maggio di un paio di anni prima sul divano di casa, e che allora aveva espresso a Mirella ed il mattino dopo al padre mentre si recavano in Brianza per organizzare una fiera.

“Mi sposo il 25 aprile dell’anno prossimo”.

Per una storia che durava ormai da quasi sette anni, un epilogo del genere era solamente logico.

Ciononostante, la notizia cadde sui quattro quinti dei dhegrado come una bomba.

Seguirono felicitazioni e complimenti.

“Ora si, che potrai mettere le gambe sotto al tavolo e strafogarti alla mia salute!” fece un euforico Paolo ad un Beto che malgrado tutto faticava a riprendersi dallo stupore.

Il resto della serata passò subito in secondo piano, e venne trascorso in salottiere ovvietà riguardanti la “nuova vita a due” (gelatinosa frase di Gary, che se ne pentì subito) che Garavani e consorte avrebbero presto intrapreso. Paolo confessò di sentirsi già emozionato ed eccitato al pensiero. “Il primo dhegrado sposato!!” fu il coro ricorrente dei ragazzi, che ribadirono il concetto a furia di brindisi (per lo più analcolici), prima di dichiarare sciolta la riunione qualche quarto d’ora prima di mezzanotte, e salutarsi tra gran dispendio di sorrisi e (leggere) pacche sulle spalle.

I cuori e le menti dei degradiani erano, in verità, in gran fermento.

Urgeva riunione.

Che si tenne al nuovo Bologna la stessa sera, o meglio la notte successiva, senza la presenza del Karsi che obbiettava uggiosi motivi di lavoro e ovviamente dello stesso Paolo.

Tre quinti dei dhegrado avevano occupato un tavolino piuttosto appartato e rimuginavano pensieri lontani, con aria assorta e tutt’altro che distesa.

Si fecero portare dei sacchetti di patatine, due gazzosa e menta, un jagermeister con limone e ghiaccio ed un succo al pomodoro perina.

Il primo a prendere la parola fu naturalmente Alberto, che emise un’affermazione di straordinaria banalità.
“Qui la faccenda si fa seria”.
“Più seria di così!” puntualizzò Oscar, peggiorando la situazione.
“La vedo grigia, molto grigia, quasi beige, tendente al fosco” se ne uscì infine un ispirato bassista, buttando il carico.

Nessuno lo insultò, in realtà lui stesso appariva pensieroso e compunto come raramente prima, nelle faccende della band.

L’estate calda dei ragazzi s’arricchì in quella contingenza d’un tassello ostico e nebuloso.

Fuori, una vivace brezza notturna agitava le piante già in parte arrossate emettendo prematuri richiami d’autunno e scombussolò ancora di più le idee al trio. Nessuno parlava più, mentre raggiungevano la macchina.
Che dire, d’altra parte? Paolo non avrebbe potuto essere più esplicito.
Il matrimonio con Mirella, che distava poco più di sette mesi, non avrebbe causato un radicale cambiamento nella sua esistenza, dato che in essa tutto era già perfettamente pianificato da qualche tempo ormai, ma l’ampliarsi delle responsabilità nella società sarebbe stato ineluttabile, per non parlare della nuova famiglia che stava per crearsi.

Il tempo e la voglia per altre cose si sarebbero fatalmente assottigliati.
Aveva azzardato qualcuno, e cosa si intende per “altre cose”, ma tutti conoscevano già la risposta.

Paolo replicò comunque, per non dar adito a fraintendimenti: “Inevitabilmente, la mia presenza e la mia attenzione per il gruppo diminuiranno”.

Pausa, durante la quale nessuno aveva ritenuto d’obiettare alcunché.

”Ora non dico che mollerò tutto subito, però..insomma ragazzi, è chiaro che abbiamo un’altra vita che ci aspetta, o no?”
Era chiaro…O no?

Accenni d’assenso.

Tutte queste cose, i ragazzi le sapevano. Erano lapalissiane, se le erano anche ripetute nelle conversazioni al chiar di luna dopo notti irrequiete al Bologna, come un intercalare tra vuote considerazioni su ragazze sognate trasformatesi in incubi, sogni di lavori stabili, più o meno questi si, realizzatisi, voglia di palco, musica ed emozioni forti, e l‘idea che, in ogni campo, il meglio sarebbe sempre dovuto arrivare. Ma un conto era dedurlo, forse.

Era la conferma ufficiale, che risultava difficile da digerire.

Alberto, fermo nel cortile scuro, rimirò brevemente l’arazzo di foglie che ampliava il rumore dei suoi passi, poi entrò in casa e si mise a letto, senza più pensare.

Prima di spegnere, allungò il braccio verso il comodino ed afferrò il volume.

L’aveva trovato al mercatino dei libri usati.

Gli piaceva la copertina, una brocca arrugginita su un tavolaccio, fieno, paglia e arnesi sullo sfondo, tutto molto old-style.

E il titolo: “Del mare comune”:

Aprì. Il segnalibro era puntato sempre sullo stesso carme.

“Guardo le stagioni/ Guardo i vostri visi/ Guardo le attese/ Frementi e illuse/Come marosi sfracellanti sulla costa inflessibile/ Del mare comune.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 23 - LA CONQUISTA DEL MAGIA

19 GIUGNO 2018

 

La conquista del Magia

Sabato pomeriggio, 6 giugno, 1992. Campagna.
Non riusciva a capire perché delle sponde tanto ampie in un corso d’acqua così tranquillo ed attraente restassero semi vuote per lunghi periodi dell’anno.

“Tutti sono capaci di tirar fuori bici e pantaloncini, adesso che è giugno! Volevo vedere tutta sta gente cinque mesi fa, quando c’era la neve, arrancare sulle rive ghiacciate sopra il naviglio gelato, come facevo io”.

“Tu tendi al bislacco, caro amico”.

Non c’è bisogno di nominare i protagonisti del dialogo. Proseguivano schivando skateboards, pattini, cani, bimbi, giovani, adulti, vecchietti, bici normali, bici mountain-bike, auto della forestale e qualche motorino irregolare, coni di gelato in mano a giovani bitorzoluti, perditempo immobili con una canna da pesca in mano, genti seminude distese sulle sponde e tanto altro, senza per questo rallentare la loro corsa sostenuta, specialmente il ciclista più magro ed occhialuto. La sera precedente, durante l’usuale partita a pallone del venerdì si era quasi fratturato un piede in un contrasto, in un impeto di foga inusuale. In effetti la carica di Gary di quei giorni raggiungeva livelli di tutto rispetto e nell’afoso pomeriggio navigliare Ciccio soffriva enormemente nel tentativo di stargli dietro. Alcuni chilometri dopo, giaceva disperato su una panchina che occupava praticamente da solo, la maglietta strizzabile, ansimando ad alto volume e dovendo in più subire lo sfogo logorroico dell’amico bassista:

“No, perché, guarda che suonare al Magia non è mica da tutti, sai, noi è già la seconda volta in pochi mesi (in realtà era trascorso un anno e mezzo, ndr.), ci chiedono già con insistenza nuove date (balle, ndr.), vuol dire che il nome inizia a circolare, la considerazione a crescere, le possibilità ad aumentare…”. A questo punto l’altro emise un gemito, divenne progressivamente multicolore, poi di colpo flaccido, indi con un ultimo soffio di vitalità cadde in un sonno profondo ed iniziò a russare con animata disperazione.

Alfonso non si scompose, lasciò l’amico al suo destino e proseguì da solo, senza mancare di informare chiunque incontrasse, conosciuto o meno, circa l’evento imminente e riceverne spesso in cambio pernacchie assortite.

L’eccitazione del bassman era inarrestabile.

Quello stesso pomeriggio, al termine della passeggiata in bici, si precipitò a casa del leader, il quale a suo dire avrebbe passato ogni singolo momento prima del live-magia a perfezionare stacchi ed ingressi, testi e presentazioni. Infatti lo trovò felicemente addormentato a gambe penzoloni sulla sdraio del giardino di casa.

“Gary, tranquillo. Tutto pronto, anzi di più.” Questo l’esordio del leader dopo che Gary lo aveva svegliato a ceffoni.

Per dimostrare la propria preparazione, il cantante del gruppo si sottopose volentieri a un breve interrogatorio da parte del collega, e riuscì brillantemente ad individuare (indovinare?) il contenuto del quarto verso della seconda strofa di “Sysyphus II” (prova d’inglese) e le parole del bridge di “Miserabile” (prova d’italiano). Al che, l’altro si tranquillizzò alquanto.

Alcune ore dopo, cambiati e lavati (credo), voce e basso dei dhegrado si trovavano con i chitarristi del gruppo stesso ed altri amici ad un tavolaccio del Bologna per un classico sabato sera randagio, ove si rovinarono presto a causa del mai sopito flirt con beveraggi alcolici di vario genere, tranne il prescelto di turno che aveva l’ingrato compito di riaccompagnare a casa il gruppo. Karsi osservò indignato più volte i suoi compagni di band e gli altri sbevazzoni, prima di liberarsene con maniere gentili allo scoccare delle due di notte.

Alberto ebbe poi la grande idea di suonare il campanello di Paolo, che era già rientrato da tempo dopo aver riportato Mirella a casa, salvo poi dimenticarsi di scappare come fecero
prontamente gli altri.

Garavani, ma specialmente i suoi, non ne rimase entusiasta.

Ma era gente di buon cuore: il primo impeto era stato quello di biasimarlo severamente, ma una volta resosi conto del bislacco sfavillio che lampeggiava sulla faccia del suo cantante, Paolo si preoccupò leggermente, poi s’offerse poi perfino di riaccompagnare Beto a casa e scaricarlo sull’uscio, tipo sacco di cemento al cantiere.

In auto, nel breve tragitto, Alberto fissava il cielo con occhi straniti che parevano allungarsi oltre il finestrino.

Paolo sentiva di volergli dire qualcosa, ma tutto ciò che gli uscì di bocca fu un superfluo “meglio che ti faccia una bella dormita, ne hai bisogno” al quale il leader replicò con un cenno assente. Seppur inconsciamente, prese alla lettera il consiglio del proprio collega, dato che il giorno dopo si ridestò in tempo per il telegiornale delle 20.

E il lunedì furono effettuate le ultime prove pre-Magia in un clima di crescente attesa.

Finalmente, alle sei di un pomeriggio qualsiasi venerdì 12 giugno 1992, due auto di media/grossa cilindrata occupate rispettivamente da quattro dhegrado normali l’una ed un grosso dhegrado più strumentazioni ed accessori vari l’altra, inforcarono la statale per raggiungere la ben nota via Salutati nel capoluogo lombardo.

La prima auto, guidata da Paolo, conteneva: un cantante che improvvisava ardimentosi intermezzi poetici e ripeteva liriche di canzoni, odiando le difficoltà della corretta pronuncia inglese; un chitarrista che tempestava di domande circa la corretta suddivisione delle sezioni chitarristiche l’altro chitarrista, che cercava di rispondergli ed eventualmente doveva pensare a guidare e a ritrovare la strada a 17 mesi dal primo live-Magia;  un bassista che emetteva frastornate bolle d’aria rappresentanti le parti di basso dei brani da presentare; una tranquillissima Mirella sul sedile anteriore che non vedeva l’ora di godersi lo spettacolo.

La seconda auto, guidata (per esclusione…) da Fabrizio, comprendeva: due chitarre e un basso nelle rispettive custodie, una batteria smontata, effetti sonori vari, microfoni ed aste, quant’altro e un batterista che rifletteva al 50% sullo spettacolo ed al 50% ad un altro avvenimento, ormai prossimo, per lui di considerevole maggior importanza.

Appena arrivato, qualcuno tra i cinque ebbe l’idea di accedere al locale proclamando a gran voce:

“I Dhegrado sono arrivati!!”.

Nessuno lo cagò.

Due baristi sfumacchiavano asciugando distrattamente dei bicchieri, qualcuno ai tavoli non ancora addobbati per la serata passava uno straccetto mentre un’inserviente ripuliva il palco minuscolo rendendolo almeno passabile per la prevista esibizione. I dhegrado si guardavano in giro, e la irrobustita ego dei loro componenti ebbe un moto di dispetto nel momento in cui si resero conto che nella sala pochi striminziti manifesti annunciavano la loro performance serale.

Ma i ragazzi avevano messo un conto una eventualità del genere. Paolo ed Oscar avevano preparato, stampato e fotocopiato un quantitativo impressionante di locandine e brochures informative con brevi note di presentazione circa la band e l’avvenimento specifico di quella serata.

Una volta entrati in città, i ragazzi avevano iniziato a innaffiare le strade di materiale, magari badando a non cospargerlo su vigili e compagnia, aumentando gradatamente la semina man mano che s’avvicinava la sede del live.

Fatto sta che due ore abbondanti più tardi, la famosa saletta

che circondava lo stage era gremita di avventori, il che rese elettrica la salita “a bordo” della band. Se l’anno precedente in quattro si sentivano stretti, ora con un Oscar, una chitarra ed una pedaliera in più era come stare sulla metro tra cordusio e cairoli.

Il leader ebbe qui la prima idea fulminante della serata.

Saltò giù dal palco, riuscendo a non spezzare né il filo del microfono né un proprio arto, ed eseguì l’intera performance a livello del pubblico ed a non più di un metro/metro e mezzo dai primi ospiti.

Introduzione del leader:

“Questo locale ha già avuto l’anno scorso l’onore di ospitare il nostro gruppo. Noi ci siamo trovati talmente bene, ed abbiamo così tanto apprezzato il calore del pubblico, che abbiamo deciso di accettarne un secondo invito. Siamo molto cresciuti dall’ultima volta, e se quella vi era sembrato un grande spettacolo, di fronte a questo resterete totalmente stupefatti. Adesso silenzio, parla la nostra musica!”

Oscar e Paolo sbiancarono in volto, ma non lo diedero a vedere. Cassetti, comunque strettissimo nel cul-de-sac cui era confinato, bisbigliava turpitudini.

Gary proruppe in un “Grande leader!” a voce abbastanza bassa ma non troppo, ricordandosi contestualmente che forse era quasi ora di accendere ed accordare il basso.

Pochi secondi dopo un colpo di batteria tonante come una revolverata diede il via a “Miserabile” e al concerto. Dipanatosi per quasi due ore, porterà ad un’affermazione incondizionata, rappresentando forse il concerto migliore del complesso nella sua intera storia ormai quasi quadriennale.

Questo live illustra in modo convincente tutte le fasi artistiche attraversate dai ragazzi, mostrandone una volta di più la versatilità e la continua evoluzione: garage puro (“She’s going home” e le covers dei Miracle Workers”) punk e post-punk (“La voglia assassina” - “Miserabile”) - psiche ed allucinazioni (“Luxuriotica” - “Sysyphus 2”), sixties-rock (“Strano cerca amore” e le cover italiane di “10 ragazze” e “Crudele”).

Nonostante l”’allenamento” che aveva effettuato sulla macchina di Garavani, Beto optò in corso d’opera per una prestazione priva di spazi per esperimenti e divagazioni teatral-poetiche, decidendo invece di puntare tutto sull’energia e la grinta da vero frontman.

Verso la metà dello spettacolo, le esortazioni di Alberto all’audience, colorate come da copione da frasi sconnesse ed insulti vari, iniziano a fare effetto.

Il pubblico, che aveva già cominciato ad alzarsi dalle sedie e muoversi sguaiatamente al ritmo sporco della band, prende a ballare ed a pogare in modo disordinato lungo l’intera sala, distruggendo bicchieri dei quali il contenuto viene per la maggior parte rovesciato a terra, ed ammaccando sedie e tavolini. Il frastuono degli astanti supera addirittura il suono dhg durante alcuni pezzi ed Alberto, esaltato, smette sovente di cantare e si getta tra la folla, rimediando qualche calcione ed un paio di graffi con bottiglie di birra rotte, prima di ritornare esultante sul palchetto, giusto per rendersi conto che nel frattempo il brano in questione è stato portato a termine dal resto della band. Naturalmente, in maniera compatibile con il fatto di dover suonare e cantare, anche i membri del gruppo si percuotono a vicenda, senza coinvolgere Karsi ma solo per motivi logistici ed ambientali.

I gestori del locale impongono lo stop dopo 21 canzoni, per evitare guai peggiori, ed il bis sottoforma di “You knock me Out” suggella il trionfo. Alberto lanciò la propria maglietta madida di sudore tra la folla, e ricevette in cambio un paio di puzzolenti canottiere sul muso.

Quando Alberto si rese conto che la shirt gettata al pubblico costituiva l’unico indumento (superiore) da lui indossato in quel frangente, cercò poi di recuperarla, e la reperì in un angolo della sala poco più che a brandelli, modello straccio da pavimento. La indossò fiero, “a testimonianza visiva della memorabile performance che abbiamo realizzato!!”. Poi distribuì corpose pacche sulle spalle agli altri, Karsi compreso: “Grazie, seguaci prediletti!”. Seguirono prevedibili derisioni alla quale s’aggregò Beto stesso e l’imperturbabile Mirella, che tenutasi a debita distanza, non aveva riportato danni dalla bagarre scatenatasi.

La direzione offrì una cena costellata da abbondanti libagioni alla band, comunque in genere analcoliche, mentre a livello pecuniario il compenso resta sconosciuto, probabilmente fu simbolico, ma non era quello ciò che contava al momento.

“Proprio come i Miracle”, sarà il commento finale di Alberto, e lui poteva ben dirlo dato che, spalleggiato da Oscar e Alfonso, si era presentato non più tardi di un mese prima al live dell’illustre band americana al “Bloom” di Mezzago ed aveva potuto assistere e partecipare agli stessi tafferugli, che si erano manifestati (in scala leggermente più ampia) anche a quel concerto. In quel dato istante, il leader si sarebbe paragonato a chiunque gli fosse passato per la mente; però sarebbe sminuente sottovalutare il fatto che i nostri superavano ora a pieni voti lo sbarco nella metropoli, calcando con maestria una scena che aveva visto passare professionisti del calibro dei Negazione e degli amati Ritmo Tribale.

Il viaggio di ritorno fu tranquillo ed anche relativamente sobrio: tutti oltrepassarono autonomamente le soglie delle proprie abitazioni, e sia Paolo e persino Alberto ricordarono di puntare la sveglia dato che il sabato ormai sopravvenuto era certamente giorno di felicità da successo, ma anche prettamente lavorativo. Per il boss dei Dhegrado era periodo eccezionalmente carico d’impegni: lo aspettavano una coppia d’esami all’università e, meno di un mese più tardi, il Saggio finale del primo anno del Corso d’Arte Drammatica, che era di gran lunga ciò a cui teneva di più.

Per queste, ed altre ragioni, di nuovo nessun contatto tra i degradi in pratica per l’intera metà seconda di giugno.

E fu proprio nell’ultimo giorno della prima metà dell’anno grazioso millenovecentonovantadue, che una rilevante novità solcò il mare mosso delle variopinte attività degradistiche.

Quel giorno, Fat Karsi si sobbarcò, follemente, la spesa di ben quattro telefonate locali per convocare singolarmente gli altrettanti esponenti del complesso.

“Vi aspetto stasera verso le sette per un aperitivo di commiato. Ho venduto il “Bologna”. Chi non viene è un… …(seguono epiteti variati e parimenti irriportabili.)”.

I quattro nominati all’avvenimento, ognuno dall’altro capo del telefono, rimasero egualmente di sasso: nessuno sospettava alcunché. Tale fu l’effetto estraniante suscitato dalla cosa che i ragazzi si vestirono bene ed entrarono composti e silenziosi, per l’ultima volta, al “Bologna” gestione Cassetti. Manco fossero a un funerale, s’appoggiarono al banco con discrezione scambiando impressioni con i presenti, mentre nel centro della hall troneggiava una tavolata straripante d’ogni ingrediente necessario per un congedo che si rispetti.

Quella sera Fabrizio ed i suoi apparivano sciolti, rilassati ed aperti al dialogo, ma furono anche terribilmente impegnati. Il locale era stracolmo, tanto che Karsi non ebbe che una manciata di minuti a disposizione da trascorrere con i colleghi di band, ai quali illustrò brevemente, come aveva già fatto con altre persone e gruppi di persone e come avrebbe continuato a fare in quella serata infinita, i motivi che avevano spinto lui e la propria famiglia a quella risoluzione epocale.

E che i lettori più attenti avranno certamente già individuato. Al culmine dei festeggiamenti, presentò all’audience i due fratelli che dal giorno successivo “avrebbero rilevato l’esercizio”.

“Parla come un sindaco in consiglio comunale”, l’arguta osservazione di Oscar. L’effetto sorpresa doveva essere stato notevole per tutti, una strana sensazione serpeggiava nel locale; Karsi aveva, prudentemente, limitato al minimo la presenza di alcoolici al desco affinché tutto procedesse assolutamente liscio. A tal proposito, non erano naturalmente mancate “delicate” raccomandazioni a Fabietto e la sua gang, ai quali Fabrizio era l’unica persona a saper incutere puro terrore, ed altri personaggi, diciamo così, eccentrici.

Come il leader dei dhegrado, ad esempio.

A livello musicale, era ovvio che, trascorso il primo istante di disorientamento, la vendita del “Bologna” non poteva che portar effetti benefici, per i Dhg e le altre band cui tuttora il poliedrico batterista forniva le proprie bacchette: Karsi sarebbe stato praticamente libero tutte le sere.

Né doveva risolvere il problema di portarsi a casa il pane, dato che durante i mesi della trattativa, Fabrizio aveva preso le proprie precauzioni, garantendo la consegna del locale solo nel momento in cui lui avrebbe trovato un nuovo lavoro, e proprio nel corso di quel giugno aveva raggiunto l’accordo per impiegarsi come operaio specializzato presso una ditta dei paraggi.

Una serata dunque lunga ma pacata, memorabile ma sgombra da eccessi, segnava un nuovo spartiacque per la nostra storia.

Tre giorni dopo, grazie ai soliti contatti Beto-Paolo-Comune, il gruppo ebbe la notifica della prima prova dal vivo post-Bologna. Avrebbero suonato il 10 luglio nel corso della manifestazione: “Festa dell’alleanza” nella natia Boffalora, occasione questa da non sottostimare in quanto per la prima volta al gruppo viene anteposto un complesso locale apripista, che in verità faticherà al momento del dunque a frenare l’attesa per Beto e soci.

La partecipazione della band ad un simile convegno non ha alcun intento politico, come sottolineerà bene Alfonso prima del concerto: “Non vogliamo sostenere alcuna fazione, nessun partito né colore..siamo qui solo per i soldi!!”. La simpatica battuta spianò la strada ad un nuovo facile consenso di pubblico. Per quanto riguarda il repertorio, era nel frattempo sorta una canzone nuova dalla penna del bassista, l’irriverente “Fat Karsi”, che è esattamente ciò che sembra, ovverosia una descrizione crudele e minuziosa degli inestetismi dell’adiposo batterista, il quale tuttavia non comprendeva l’inglese e rimase fortunatamente sempre abbastanza all’oscuro delle tenerezze del testo; musicalmente si trattava di un rhythm’n’blues di estrazione stoniana, anche se prettamente degradiano è il finale raddoppiato. Inaugurato già al Magia, verrà puntualmente riproposto ad ogni live, senza che per questo il testo venisse correttamente mandato a memoria dal leader, nonostante le sue fuggevoli promesse, che si volatilizzano come i languidi petali d’un soffione al vento. Il giorno successivo all’annuncio della partecipazione dei Dhegrado al live-Alleanza, il gruppo al completo assiste al Saggio finale del Corso d’Arte Drammatica del leader, presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, che vedrà Alberto, teso, emozionato, educato ed elegante come mai lo si era visto nei dintorni, passare trionfalmente al secondo anno.

Era davvero un momento d’oro.

Senza bisogno d’ulteriori contatti, i cinque si ritrovarono il venerdì successivo, sotto una canicola opprimente, per il live-Allenza.

Birrettina gelata e panini assortiti in mano, i cinque si misero comodi ed osservarono distrattamente il concerto della band precedente la loro, mentre dal pubblico già si levavano grida d’incitamento per i nostri. Verso le dieci e trenta di sera i dhg salirono sul palco e riprodussero con poche esclusioni la scaletta del Magia.

Alberto ripristinò le amate gag teatrali, esibendo anche alcuni numeri nuovi che aveva presentato la settimana precedente nel corso del Saggio, il che divertì sommamente la folla. Quella sera fecero la loro comparsa rivisitazioni in chiave moderna di pièce celeberrime quali “Uno nessuno centomila” di Pirandello, oppure sprazzi di “Moby Dick”, di Hermann Melville, che Beto amava intercalare tra sognanti brani di psichedelia o cruenti numeri di trash-punk.

Tra gli sketch originali, il più riuscito ed acclamato era denominato: “Un uomo solo in mezzo alla folla” ed era sconosciuto agli stessi altri membri del complesso. Fu inscenato allo scoccare della mezzanotte, mentre la band accompagnava l’esibizione leaderistica con un soft-blues in sottofondo ed ispirati stacchi vocali nei momenti clou. Durante quell’atto unico, Alberto si chiuse in un breve raccoglimento, poi scese tra il pubblico e cominciò ad assegnare gardenie di cartapesta a quegli astanti che, a suo discernimento, erano le “anime riflessive e moderate che conquisteranno la terra con il sorriso ed il perdono”.

Fluttuò tra la gente conferendo quei fiori finti e lodando con toni drammatici i prescelti, e allontanandosi con “desolazione e mestizia” da chi non meritava tale attestazione, scuotendo la polvere da sè.

Pianse lacrime sgargianti nel recuperare la propria postazione sopra il palco, anche perché nel corso della rappresentazione aveva picchiato un’orribile nasata contro un palo della luce, ma la gente pensò che facesse parte del numero, e riservò al capo la meritata standing ovation.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAP.22 - UNA NUOVA STAGIONE DI LIVE

14 GIUGNO 2018

 

Alberto trangugiò il proprio amaro amaramente, e non perché parte dello stesso derivava da un piattino invece che da una bottiglia, anzi, come previsto da Fabrizio, non se ne accorse nemmeno.

Il cruccio del leader scaturiva dal fatto che proprio ora, che lui si era nuovamente reso disponibile, Paolo stava, a suo dire pericolosamente, latitando. Non sapendo reprimere né la propria negatività, né la voglia di alcool, passò subito dopo ad un fernet menta senza ghiaccio ma con una scorza di limone ed espresse le paturnie al proprio bassista.

“Credevo ne avessimo già parlato qualche mese fa. Lo sai che le cose devono andare così. Tu stesso hai avuto bisogno di una pausa, di che ti lamenti?”

Utilizzando la parte ancora sobria del proprio encefalo, Beto si ricondusse quietamente alla ragione.

Lo scontento del cantante si sarebbe presto rivelato intempestivo, almeno in quella contingenza. In effetti, dopo quel gelido e malinconico 12 gennaio, la formazione a quattro sarebbe durata solamente per un’ulteriore session, la settimana successiva, dalla quale non trapelò comunque alcun progresso rilevante.

Piuttosto atteso, lo squillo del telefono in casa Torretta giunse la sera del 21. “Ragazzi, io sarei pronto, si riparte?!?”

In effetti, Alberto avrebbe voluto esprimere delle rimostranze. Ma con tutta la sua padronanza scenica, la parte del rancoroso gli usciva proprio male. Finse la massima imperturbabilità comunicando a Garavani che “se voleva riunirsi al suo gruppo, per lui andava benissimo” e che “se non c’era altro ci si vede lunedì che adesso devo proprio andare”. Ovviamente Paolo scaricò un paio di spicce irrisioni al leader che già si fregava le mani per la buona novella.

Da quel momento la band riesce ad effettuare delle regolari prove settimanali. Nel mese seguente l’amalgama si fa prepotentemente strada nella band ed i ruoli si definiscono in modo piuttosto netto.

Paolo manterrà il compito di chitarra solista tranne in alcuni pezzi dove Oscar, ormai a suo agio nel ruolo di accompagnatore, ne prenderà il posto introducendo un’importante innovazione tecnica, ovverosia il pedale del wah-wah, che avrebbe movimentato i suoni futuri della band.

Nei primi mesi del 1992 si registra una nuova fioritura di brani originali. Il primo, “Tempo fu di me”, è costituito in sostanza da una grezza distorsione melodica in re minore con un ossessivo giro di basso che al re stesso alternerà il fa ed il sol ogni quattro battute. Cupa la strofa, esplosivo il refrain che urla con violenza il titolo. Un ottimo numero da live, stranamente piuttosto ignorato dalla band on stage, certamente un rock di strada senza compromessi, degno successore di “Strano cerca amore”. Il secondo brano originale dell’anno nacque dopo numerose sperimentazioni effettuate in studio ed era fondamentalmente una composizione del solo Alfonso. Esprimeva il desiderio, condiviso da tutti i membri della band, di dipingere un grato omaggio alla psichedelica floydiana del tempo che fu. Intitolato non a caso “Sysyphus II”, centra appieno il proprio obbiettivo: rigorosamente in 4/4, con la sua melodia trasognata ed il riuscitissimo riff dissonante di organo, che dal vivo sarà reso alla perfezione da Paolo, verrà da quel momento rappresentata in ogni concerto del gruppo.

Il testo descrive un languido quadro pastorale e rappresenta il tentativo d‘un adulto di rivedere il mondo con gli occhi da bambino. Cosa che dalla morte del padre in poi, qualche volta il suo autore avrebbe voluto vedersi avverare.

Con un paio di prove ficcanti e concentrate, i due nuovi pezzi potevano definirsi ormai parte integrante del repertorio degradiano.

Una mattina piovosa, ventosa e freddissima di metà marzo, intorno alle undici del mattino e quindi in linea con la sveglia di Fabrizio, due persone entrarono al Bar Ristorante Bologna e dissero al padre del batterista dei Dhg che avevano “un appuntamento con i signori Cassetti.”

Cassetti senior corse in casa a chiamare il figlio. Incrociò un umano che stava uscendo dal bagno ed il suo primo istinto fu quello di farlo arrestare per violazione di domicilio. Fu la moglie a fargli notare che si trattava di Fabrizio. Il talentuoso drummer s’era destato verso le dieci, con uno sforzo dolente. S’era lavato, pettinato, sbarbato, stirato, profumato, vestito di tutto punto. Non aveva ancora toccato una sigaretta.

Colazione: cappuccio e brioche. Rispolverò il suo miglior sorriso ed anche una cravattina delle scuole medie, rinunciando all’idea del farfallino.

Assunse un’aria compita e scese nel locale, cercando di non farsi troppo notare dagli avventori, che tra poco sarebbero accorsi per l’aperitivo. Il signor Fabrizio Cassetti, in quella fulgida mattina di fine inverno, strinse con decisione le mani dei due tizi che cercavano lui e il padre. I quattro si recarono in una sala tranquilla, papà Cassetti portò quattro crodini, al che il figlio si sentì mancare, patatine e popcorn. All’inizio del colloquio, Fabrizio era evidentemente a disagio per l’immagine inconsueta che stava incarnando ed iniziò con una gaffe, chiedendo ai signori se avevano fatto buon viaggio e dimenticando che venivano dal paese confinante.

Ma da lì in poi si riprese presto, indovinando un paio di battute e mettendo a proprio agio gli interlocutori, coadiuvato dalla sapiente regia del padre.

Verso mezzogiorno, la signora Cassetti si recò nella saletta per chiedere se gli ospiti volessero ancora qualcosa da bere o qualche stuzzichino. La riunione si protrasse ancora per una mezz’oretta circa. Poi padre, figlio e gli ospiti s’alzarono e questi ultimi radunarono delle carte in una valigetta. Tutti apparivano compiaciuti. Prima d’andarsene, i visitatori perlustrarono per bene il locale, condotti da un Karsi cicerone, prendendo appunti, chiedendo, annuendo.

Sulla soglia del bar ristorante, proprio mentre il cielo andava rischiarandosi e pareva voler concedere una tregua, l’assemblea si divise. “Ci vediamo verso la fine del mese prossimo allora, per gli ultimi dettagli”, la chiosa di un Fabrizio sorridente.

Il quale non vedeva l’ora di dismettere quegli abiti eleganti, scolarsi un paio di campari soda in compagnia di una Marlboro medium e sistemarsi dietro al banco, per litigare di calcio e politica. Ma lui e i genitori erano evidentemente appagati. Pochi giorni dopo, alle prove, tutti notarono che Cassetti era più allegro e loquace del solito.

Alberto tastò il terreno con qualche pungente battutina fuori luogo, scimmiescamente imitato dagli altri, e la blanda reazione di Fabri, che non s’alterò nemmeno, fece capire alla band che qualcosa d’importante bolliva in pentola. Nel frattempo i pezzi nuovi erano ormai pane quotidiano per il gruppo, e tra la fine di marzo e i primi di aprile ecco sorgere una nuova canzone assolutamente strepitosa, che racchiudeva in meno di tre minuti tutti i progressi artistici di oltre tre anni di lavoro. Originato da una progressione di note discendenti di basso e chitarra ad elevatissima velocità, il pezzo consta di un cantato nervosamente punk che si stende per due strofe al fulmicotone, prima di uno stacco di batteria in controtempo, un nuovo riff stavolta hard-rock ed un intervallo jazzato a tinte blues ad opera della sezione ritmica con intrusioni distorte ad opera di Oscar e Paolo, prima della folgorante ripresa della strofa, troncata bruscamente nel finale.

Il tutto in due minuti di brano!

Per quanto riguarda il testo, anche qui si tratta della summa dei talenti letterari del leader, qualche nonsense ad effetto e le consuete citazioni tragico-alienalistiche della vita. In genere Alberto preferiva non rispondere quando gli si chiedevano lumi circa i reconditi messaggi contenuti nelle sue liriche.

“Non cercate di violare lo scrigno privato del mio animo!”, era il tramite demente con il quale negava spiegazioni, che probabilmente non aveva.

Per la cronaca, Torretta battezzò il nuovo parto creativo: “La voglia assassina”.

Questa nuova primavera della band non poteva essere solamente spiegata con l’ampliamento della formazione, ma era anche da ricollegarsi strettamente con la proposta fatta da Karsi un freddissimo lunedi di fine inverno, prima delle prove.
“Ragazzi, che ne direste di fare una serata al “Bologna”?!?. Incredibile però che non ci avessero mai pensato.

Ma come, il batterista di una band gestisce un locale e al gruppo non viene in mente di farci dei live?

Ovviamente entusiasta la reazione del leader.

“Da troppo tempo la mia creatività comunicativa sta ammuffendo tra quattro mura scrostate di umidità…” aveva iniziato a blaterare, quando gli altri lo fecero tacere a schiaffoni cercando invece di analizzare la fattibilità dell’evento.

C’erano da considerare fattori che in senso uguale e contrario spingevano il gruppo per organizzare quel tipo di serata o rinunciarci. Tra i pro, il fatto che agli usuali avventori del “Bologna” si sarebbero certamente aggiunti la schiera di sostenitori della band, che non appena avrebbero saputo del ritorno del leader e del live imminente si sarebbero precipitati in massa (specialmente Fabietto e la sua turbolenta gang, per non parlare di Mauro e la compagnia-naviglio).

Nei contro non si poteva non includere il fatto che il complesso era fermo da alcuni mesi per quanto riguardava l’attività dal vivo, che sarebbe stato il primo concerto con Oscar e che proprio il fatto di giocare in casa non concedeva ai ragazzi la possibilità di sbagliare.

“Secondo me sarebbe da incoscenti (eufemismo – termine realmente utilizzato: c….oni) lasciarsi sfuggire un’occasione simile”, proseguì Karsi con gli usuali toni moderati, “perché sennò cosa cavolo (eufemismo – termine realmente utilizzato: c..zo) proviamo a fare come dei somarelli (eufemismo – termine realmente utilizzato: p..la) tutte le settimane per poi aver paura di suonare dal vivo?!?”.

Di fronte ad argomentazioni tanto pacate anche i più dubbiosi, ossia Paolo ed Oscar, si convinsero che valeva la pena di tentare. Alfonso era letteralmente entusiasta. Ad Alberto venne spiegato con rudezza che almeno in QUELLA serata doveva cercare di ricordarsi i testi, entrare a tempo e particolarmente evitare riferimenti politico-sociali e non provocare risse al microfono. Gli fu concesso al massimo di dimenarsi senza eccedere o blaterare qualche stupidaggine pseudo-poetica.

Fat Karsi fu inflessibile nel piantare questi paletti, dato che, soprattutto in questo momento, l’ultima cosa che aveva bisogno era che scoppiassero tafferugli nel proprio locale. Per dar maggior forza alle sue comunque convincenti argomentazioni il voluminoso batterista minacciò il leader “di strappargli le balle e dargliele al gatto”.

Una volta che tutto fu chiarito, dopo un breve conciliabolo si fissò una data, giovedì 30 aprile, il che significava che c’era ancora poco più di un mese per preparare l’evento a dovere. Quelli che seguirono furono lunedì piuttosto caldi.

Paolo riuscì ad assicurare una presenza fissa data l’importanza dell’Avvenimento.

Era il primo live a cinque, e che live!

Fin dalle prime prove, Alberto dimostrò la propria buona volontà imparando non solo i testi scritti da lui stesso (ossia tutti quelli in italiano), bensì anche i vecchi testi in inglese di Gary, come “Open” e “Luxu”. Addirittura si prese la briga di trascriverli tutti su un quadernetto. Dato che la seconda sera l’aveva già dimenticato a casa, fu stabilito che, fosse ricapitato, avrebbe pagato la ceres e le coche a tutti. Com è come non è, non scordò mai più a casa il libro dei testi.

Alfonso non aveva problemi particolari, aveva creato dei giri di basso avvolgenti sulle nuove creature, come le chiamava lui, e s’impegnò particolarmente per il suo ruolo di backing vocals in “Sysyphus II”, riuscendo quasi sempre a beccare l’ottava superiore rispetto al leader. Karsi, essendo di gran lunga il musicista migliore, rappresentava da parte sua la consueta certezza ed aspettava con fiducia la data. Quand’anche il leader o Gary lo sollecitassero sull’eccesso di mole o sull’impresentabilità delle enormi basette, un cenno di compatimento di Paolo riportava le prove oltre il rischio di disordini. Fatto sta che a metà aprile la scaletta era decisa. Naturalmente presenti i tre pezzi nuovi, le covers più coinvolgenti come Huomini, Ragazzo di strada e Dieci ragazze, gli inevitabili classici come Sentieri, Strano cerca amore o Miserabile. Durante ogni sessione di prove, Alberto doveva di continuo promettere di non ubriacarsi e di “non fare lo stronzo nel mio locale”, come cordialmente Karsi gli avrebbe ricordato perfino una volta saliti sul palco.

Mercoledì 15 aprile, verso le tre del pomeriggio,il signor Fabrizio Cassetti, barista/batterista di rock blues e garage punk, prese in mano il telefono.

Chiamò un numero del paese vicino. Al terzo trillo, qualcuno sollevò il ricevitore.

“Buongiorno, come sta?....Anche noi, anche noi, grazie…certo che mi ricordo il nostro appuntamento, per la fine del mese. Come dice, un invito a uno spettacolo? Quando?...Giovedì 30? Mi lasci controllare…uhm, si, siamo liberi, sia io che mio fratello…ci saremo sicuramente! Arrivederci!”

Quell’ultima sera di aprile, il mondo pareva finalmente pronto per l’inizio della bella stagione, al termine d’un mese piuttosto ritroso al cambiamento. Abbandonati infine giubbotti pesanti e pullover, una folla di frequentatori formata da facce più o meno note stipava la dance hall del celebre “Bologna” a Boffalora sopra Ticino. Davanti a loro, un palco da cinque per cinque, come cinque erano i personaggi che lo occupavano, tra cui il corrente padrone del locale.

Le persone che erano salite sul palco s’appropriarono dei propri strumenti con calma, nello spegnersi dei faretti.

Sobriamente, il leader abbrancò il microfono ed annunciò con voce profonda:

“Ragazzi, i dhegrado sono tornati, stasera effettueremo un’esibizione talmente indimenticabile che non potrete far altro che adorarci. Dai Fabri, attacca la prima; voi zitti tutti, ascoltate attentamente e dopo esaltateci!”.

Incredibilmente, sarebbe stata l’unica concessione del leader alla platea. Messo di fronte alle proprie responsabilità di front man, in un luogo e davanti a persone verso cui aveva tutto da perdere in caso di sbagli, aveva deciso di puntare tutto sulla voce e sulla presenza scenica e di evitare ogni “ghirigoro” melodrammatico. In un’ora e mezza di live serrato e coinvolgente, nel quale le covers costituivano ormai soltanto il 30% del repertorio, i dhg riuscirono nell’impresa di riaffermarsi come band di punta della scena post-garage della zona senza mai essere spariti..si può dire che i pochi mesi di rinnovamento e riflessione avevano restituito un gruppo maturo e compatto, che badava al sodo di esecuzioni curate e vocalità armoniose.

Solo nei bis, Alberto, infine rilassato e con l’audience ormai definitivamente dalla sua, si lasciò andare a qualche battuta di gusto discutibile piuttosto che alle sue famose citazioni letterarie. Durante la cover di Ragazzo di Strada omaggiò il suo idolo storico Charles Bukovskji definendolo “randagio vittima d’arte ingrata ed immemore” ed insultò un ragazzino butterato tra il pubblico che osava non averne mai sentito parlare; il finale, con la cover di “Not a steppin’ stone” lo vide sbeffeggiare il titolare dell’esercizio ospitante, ossia il Fat Karsi, scimmiottandolo da dietro alla sua batteria mentre questi cercava invano di colpirlo con una bacchettata senza perdere il ritmo. Alla quarta Guinness dichiarò chiuso il live e corse in bagno, mentre il resto della band ripeteva il coro insieme alla platea con un inusuale esibizione a cappella.

La perfetta riuscita dello spettacolo dal vivo venne ovviamente festeggiata in loco con una bella tavolata alla quale i dhegrado invitarono chiunque volesse partecipare, naturalmente senza per questo offrire alcunché, che si protrasse praticamente sino a notte. Il giorno dopo era il primo maggio e stavolta davvero nessuno poteva addurre giustificazioni lavorative di sorta. Eppure da quel desco allegro e spensierato, s’assentò a lungo proprio quella che per certi versi ne era la figura di spicco.

Al termine del concerto, il signor Cassetti volò in casa, s’immerse fulmineo in una doccia refrigerante, si cambiò d’abito, praticamente si vestì, e ridiscese al bar. Aveva istruito a puntino il padre, che stava intrattenendo gli ospiti, e si presentò a loro con aria sicura di sé, seppur senza la cravattina della volta precedente.

“Caro Fabrizio! Complimenti, un ottimo concerto, davvero in gamba, il suo complesso..” “Grazie, grazie, sa, era un po’ che non suonavamo dal vivo, ma questa sera devo dire tutto s’è svolto al meglio, anche il fatto di giocare in casa, insomma, ha avuto il suo peso..ma prenda qualcosa da bere, prego, cosa le posso offrire..”

Nell’oretta che segue, mentre nella hall si bagordava, si riformò il tavolo a quattro di quaranta giorni prima tra i due interlocutori e Cassetti junior & senior. Dell’esibizione, non si parlò più. Fu solo verso le due che, visibilmente pago, Fat raggiunse la tavolata di compagni di band ed amici. Il livello alcolico dei commensali era già tale che nessuno di essi notò non solo che il batterista s’era lavato e cambiato, ma persino che s’era assentato sino a quel momento. Qualcuno gli passò una caraffa di rosso ed una corposa porzione d’aglio olio e peperoncino, e da lì in poi fu meritato svacco anche per lui.

Il mese successivo, un concerto fotocopia venne tenuto all’ormai collaudato “Redial” (22 maggio), grazie alle conoscenze di Paolo che, forte del rinnovato interesse intorno alla band aveva chiesto e prontamente ottenuto una serata ai gestori del locale, ed in quest’occasione il repertorio ed il conforto di pubblico furono gli stessi di tre settimane dianzi. Anche in questo caso, tra uno spettacolo e l’altro non ci fu nessuna session di prove intermedie, e stavolta nessuno se ne dolse, nemmeno Alfonso che ora non tornava neanche prestissimo da Milano. Il treno del ritorno era in genere il 19,15 da Stazione Centrale e, almeno per quei primi mesi, il bassman ci teneva a preservare il più possibile le energie.

Ad ogni buon conto, la telefonata più interessante sarebbe arrivata il lunedì seguente all’apparecchio posto a fianco del bancone del caro vecchio Bologna.

Un Karsi eccitato, il che non doveva essere un bello spettacolo a vedersi, telefonò agli altri ed organizzò un meeting per la sera stessa, a casa sua ovviamente. Non ce la faceva più a mantenere il segreto.

“Ragazzi, ci hanno chiamato ancora! CI HANNO CHIAMATO ANCORA!!!!” ululò prima ancora che gli altri fossero scesi del tutto dalla macchina.

Proruppe immantinente nel Grande Messaggio.

“Abbiamo due settimane. Il dodici giugno dobbiamo tornare al Magia. Ci hanno chiamati a suonare il venerdi, la sera di punta!”.

Nessuno osò fiatare.

Ma una cosa era chiara a tutti, se c’era un ottimo momento per la band per ritornare nel tempio underground del cuore di Milano, era proprio quello!






 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 21 ATTORI E IMPRENDITORI

9 GIUGNO 2018

 

In quei mesi, i quattro residui componenti del complesso musicale bizzarramente denominato “Dhegrado”, con la acca, parcheggiavano le proprie auto all’interno del posteggio antistante la saletta delle prove, occupando un solo posto, centrando cioè quasi a puntino lo spazio tra le tre righe bianche. Chiudevano le portiere senza causare rumori superflui, oserei dire con delicatezza. Non urlavano a
squarciagola per palesare il proprio arrivo; non smaltivano ad alto volume le cene da poco assimilate; non si insultavano a vicenda con motteggi colmi di scurrilità; non lanciavano gli strumenti nelle custodie al termine delle prove; non disseminavano la saletta di bottiglie o lattine magari ancora gocciolanti; non concludevano le serate (nottate) con tappe etiliche dal vecchio Bologna od in altri
locali, fuori dai quali non celebravano più, con cori incuranti dell’ora e del diritto al sonno del popolo, le creazioni artistiche da loro concepite o le covers da loro superbamente riarrangiate ed interpretate.
Insomma, in assenza del leader tutto diventava d’una noia mortale.
In quei mesi grami, il ruolo di voce guida transitava commutabile tra Alfonso e Paolo. Le sessions proseguivano con regolarità, ma risentivano inevitabilmente dell’assenza del capo carismatico.
La necessità imperante in questo scombussolato finale di 1991 era quella di combinare l’indispensabile ampliamento del repertorio con l’interpolazione di Oscar e la spartizione dei compiti con l’altra chitarra, ma nelle serate in cui si perpetuavano gli sforzi c’era l’allegria d’un ufficio in centro il lunedì mattina che piove (con sciopero dei mezzi).
L’unica costante restava la naturale anarchia di un gruppo
smaccatamente privo di disciplina i cui componenti erano i primi a meravigliarsi quando a fine serata veniva mantenuto un riff promettente o qualche linea di basso da non sprecare.
Da queste serate scaturì nel mese di ottobre un nuovo brano
originale, “She’s going home”, cruda ed interessante mediazione tra rock e post-punk, il cui testo a cura di Alfonso (che avrebbe, il condizionale è d’obbligo, in seguito dichiarato di non volersi cimentare in testi in italiano per non esporsi ad un impari confronto con l’estro poetico del leader) narrava la vicenda “noir” di una ragazza che rincasava la sera tardi dovendo fare un tragitto a
“rischio” e disseminato di brutti incontri. La canzone diventerà un punto fermo dei numerosi live dell’anno successivo anche se non riscuoterà tra il pubblico il favore riservato ad altre. Venne solennizzata con una stretta di mano tra i quattro ed una bottiglia in pvc di acqua tonica da 0,75, bevuta nei bicchieri (!).
Un lunedì sera talmente dimesso da non essere nemmeno riportato dai calendari, venne proposta da largo Fat Karsi una cover “sixties”, ovvero la celeberrima “Not a steppin’ stone”, lanciato per la prima volta dai Monkees nel 1966 e retro della ben più nota “I’m a believer”.

Fu lui stesso il primo a stupirsi che una sua idea venisse non solo presa in considerazione, ma addirittura accettata. La cosa lo stralunò a tal punto che ebbe difficoltà a prestare al brano il ritmo adeguato, nonostante la sua apparente semplicità, almeno fino al quarto tentativo. Dal nervosismo gettò le bacchette con veemenza alla fine della take 3 sfiorando le vetrate del locale saletta ed inveendo con acredine contro il governo, il buco nell’ozono, la sfavorevole congiuntura dei Paesi arretrati e “l’inopinato ed ingiustificato rincaro delle Marlboro medium.”
Che il leader stesse prendendo seriamente gli impegni che aveva assunti, lo dimostra il fatto che, oltre a non presentarsi alle prove, mantenne per tutto quel periodo contatti piuttosto sporadici con il resto del complesso.
Verso la fine di ottobre, l’amico Gary lo interpellò, manifestando inverosimile interesse verso i suoi studi, ma in realtà sperando di scatenargli un attacco di tagliente nostalgia per “il rigurgito d’ardore sonoro che traspira dalla saletta in cui ognun di noi è parte imprescindibile d’un processo di creatività inarrestabile, ma cui manca
ohimé la fonte scenica ispiratrice, l’inarrivabile sorgente d’
ineffabili carmi, il folletto verseggiator di liriche celesti, e quant‘altro”.
Alberto, sorpreso, si sentiva simultaneamente ossequiato e dileggiato. Ringraziò vagamente Alfonso, blaterando un “ci vediamo presto” e un qualcosa tipo “grazie, ma per il momento ho ancora troppo da fare“ e ricusando l‘invito a rioccupare il proprio posto tra le fila della band.
Una decina di giorni più tardi:
“Torretta? Casa Torretta?”
“Si?”
“Buongiorno. Sono Fabrizio Cassetti.”
“Però. Pensa che sfiga.”
Poco veridico sarebbe asserire che a questo punto nell’animo del signor Cassetti, barista e batterista, non zampillasse un importuno impulso d’alterazione. Ma seppe dominarsi e proseguì:
“Vorrei parlare con Alberto, se possibile.”
“Sono io, scemotto che non sei altro! Hai l’onore di suonare con me e non riconosci la mia voce? E pensare che è a quella voce che devi il tuo successo di musicista!!”
A quell’insolente “scemotto”, Fabrizio sentì come delle rane selvagge risalirgli per lo stomaco. Con grave sforzo, ignorò l’offesa, e qualche secondo dopo riprese:
“Come va, tutto bene? E’ un po’ che non ti fai sentire, e…”
“M’hai chiamato per dirmi questo? Io non ho tempo da perdere!!”
Fabrizio, che in quel momento avrebbe scalciato con ferocia un palo della luce se l‘avesse avuto a tiro, e gli avrebbe causato serissimi guasti, si ripromise di rammentare la serie di insolenze che stava ricevendo per vendicarsene di persona.
“Ascolta, tra una settimana c’è il compleanno di Paolo, che organizza una serata a casa sua e vorrebbe tutto il gruppo al completo, che fai, ti presenti o cosa?!?”
“Fammi pensare…aspetta, che guardo l’agenda…mmmh, si, si può fare. Bene, cari ragazzi, per il genetliaco d’un amico posso riuscire a limare e snellire l’oneroso ammontare dei miei impegni per ridiscendere tra voi in quell’occasione.

Ci sarò, eccome, vecchio mio, e finalmente le vostre serate randagie riacquisteranno un senso!!”.
Cassetti non si degnò nemmeno di rispondergli e, sputacchiando, gli gettò il telefono in faccia, augurandogli di slogarsi una caviglia o quantomeno un polso.
il 21 novembre, inizio dell’ultimo mese d’autunno, si ebbe dunque il primo ritrovo ufficiale del complesso al completo, a casa di Paolo per il suo ventiquattresimo compleanno.
Durante il ritrovo, un leader eccitato spiegò agli altri che la
scuola stava procedendo per il meglio, anzi ne stimolava l’immacolato talento. Balordamente Oscar, ancora inesperto di presenze albertiane, gli chiese cosa intendesse dire con quella frase che definì “enigmatica”, e il capo lo seppellì sotto un flusso inarrestabile di cretinerie ad effetto:
“Tu coltivi fondi d’effluvi morenti in un languido sguardo, o
profano, esecrabile ascoltatore!!! Dimena il tuo acume, esalta il tuo vanto, librati in volo e riprendi il tuo canto!!!”
Prima che il giovane chitarrista potesse aprir bocca, Alfonso,
ridendo a crepapelle, aveva già rovesciato il bicchiere di gin tonic sul tappeto del soggiorno di Garavani, originandone la genuina ira.
Cassetti, già nervoso di suo perché dopo la serata coi Dhg lo aspettava un lungo turno al bar, scosse il testone e ripassò mentalmente la lista dei dileggi che aveva subito da Alberto durante la loro telefonata, per poi castigarlo a pedatoni non appena se ne sarebbe presentata l’opportunità.
Il punto focale della serata si ebbe però grazie ad una geniale intuizione proprio di Oscar, che a cuor leggero rivolse al leader una richiesta che gli altri non stavano più nella pelle di porgli, ma non sapevano come formularla.
“Senti, ma quand’è che torni a cantare con noi?!? Non dirmi che l’Accademia e l’Università non ti lasciano nemmeno una serata libera…”.
Grande fu il bassman ad inserirsi nel pertugio socchiuso dal nuovo adepto: “…tanto non fai sport, donne nemmeno a parlarne, quindi direi che una serata di svago alla settimana potresti ricavarla per liberare il tuo animo a suoni e liriche indipendenti da squallidi manierismi di facciata…”.

Gary s’era venduto a scimmiottare il capo nelle sue demenzialità pur di convincerlo a riunirsi al gruppo.
Platealmente, Beto alzò lo sguardo con fare altero.
“Sono commosso, davvero, da tanta stima, che merito ovviamente, e capisco anche che senza di me il gruppo è davvero poca cosa.”

Pausa ad effetto, mentre la maggior parte degli astanti lo osservava con aria di commiserazione rimuginando ingiurie.
“Ma io sono un magnanimo. Sono un generoso, e non sia mai detto che io possa abbandonare la nave in difficoltà.

Sarà una dura fatica, ma le imprese, lo sapete, non mi spaventano”.

Altra pausa.
“Studierò di notte, lavorerò di giorno, ma ho deciso di ridare il mio apporto irrinunciabile a questo complesso orfano del vento di cultura nuova che la mia lungimiranza artistica sola può dare!!. Ebbene si, rientrerò!! Ma dopo le feste natalizie, ragazzi. Devo ancora sistemare alcune cosette dopodiché il 1992 ci rivedrà carichi e pronti a scalare il mondo!!”.
Prevedibili pernacchie di scherno accompagnarono il finale del discorso ma il leader, tutto preso dal suo ruolo di salvatore della patria non ci badò e si versò risolutamente un vistoso bicchierone di rhum che trangugiò poi d’un fiato. Avrebbe voluto festeggiare alla russa, lanciando cioè il bicchiere vuoto a casaccio dietro sé, ma l’espressione vagamente minacciosa di Paolo (e quella ancora più torva di Karsi, che si trovava sulla traiettoria) lo dissuase.

Al di là del festeggiamento per Garavani, vennero prese subito un paio di risoluzioni per l’attività futura della band.

La ripresa dopo l’Epifania e la momentanea rinuncia ad esibizioni live, sempre a favore della ricerca dell’amalgama, che Karsi pensava fosse una specie di pernice.
Così, una ventina di minuti dopo le undici, la seduta si scioglie e tutti a casa senza danni, e per il primo ritrovo a cinque dopo tanto tempo non era impresa da poco; Oscar, senza discussione il più astemio del gruppo, imparò a sue spese che dopo ogni serata del genere avrebbe dovuto giocoforza accompagnare gli altri fin sotto le proprie finestre, e talvolta gettarli oltre la soglia. Rientrò alla propria abitazione con notevole ritardo, per la cui cosa si scusò prontamente in famiglia.
Il mese di dicembre vide quindi i Dhegrado quietamente pronti con la formazione a cinque ormai ristabilita e un programma ben preciso per l’anno nuovo. I vari componenti si presero un po’ di tempo per sé stessi.
Alberto era, nel suo sforzo di combinare con un minimo di criterio i vari impegni che si era assunto, davvero ammirevole. Tre volte alla settimana la trasferta a Milano, ove si divideva tra l’Università, ormai lanciata verso la tesi, od almeno così lui sperava, e la frequenza della Accademia. Gli altri giorni, sabato mattina incluso, erano di presenza presso l’azienda di famiglia, all’interno della quale
prestava ormai un contributo soddisfacente e regolare.

Le sere costituivano il suo regno inaccessibile, e talvolta non disdegnava di restarsene a casa a leggere, o buttar giù qualche scritto; per il resto, i suoi svaghi erano rimasti quelli di quand’era ragazzo. Qualche amicizia di scuola, magari un concerto, le serate con Gary a discutere di musica, letteratura e, talvolta, anche di qualcosa che al
momento non filava proprio liscio per nessuno dei due.
Questo qualcosa fu al centro del dialogo che cantante e bassista dei Dhegrado ebbero, la sera del 10 dicembre 1991 presso un locale all’avanguardia, ossia vuoto, spoglio e nemmeno troppo pulito, a mezza strada tra Buscate e Castano Primo, del quale anche se ricordassi il nome non lo citerei, per demerito.
Il leader addentava vorace un puzzoso paninaccio al gorgonzola piccante, mentre il signor Garimbelli si lasciava andare alla sua passione per le lumache in umido, con aglio, senape, mostarda e pepe verde.

Bevande = analcoliche.
Musiche = sottofondo, celtiche o giù di lì.

Divertimento = inenarrabile.

Stralci di dialogo:
“E quindi, com’è andata a finire?!?”
“E’ andata come le altre..già i suoi non erano troppo convinti, lui mi ha addirittura sbattuto in faccia una roba tipo: “diventerai un laureato in filosofia?!? E che cosa ha in mano un laureato in filosofia?!?”, non è stato il massimo come puoi capire…poi ha saputo che vado in giro a cantare, come dice lui, e figurati…pensa se gli dicevo che ho iniziato a frequentare l’accademia…”
“Mi stai dicendo che vi ha fatti mollare?”
“No, questa l’ho troncata io. Cosa avrei avuto da spartire con una mentalità del genere? Anche lei non era troppo convinta, è evidente, non l’ho mai sentita controbattere, forse si è sottomessa ad una ideologia un po’ retrograda, non so, ma io non voglio legarmi a gente che ti fa i conti in tasca…”
“..capisco, che magari pensa che tu non riesca ad arrivare a fine mese…guarda, secondo me hai fatto la cosa giusta. E’ovvio che non era vero amore - sempre che si possa parlare d’amore,  - ma quantomeno le premesse parevano davvero scarsine, hai fatto proprio bene.”
“Tu cosa mi dici, invece?”
Per la prima volta l’espressione serena dell’uomo del basso parve rabbuiarsi.
Stava per accennare qualcosa all’amico, ma tacque, pensieroso, guardando il leader che terminava di trangugiare la cedrata. Fu proprio Beto a riprendere la parola. “Ah, capisco…vuoi tenerti tutto per te,
eh? Vabbè, ok, non voglio carpire i tuoi segreti con l’impeto della mia dialettica…”, e proruppe in una risata.
Alfonso, in realtà, qualcosa da raccontare su questo argomento, l’avrebbe pure avuto. Ma non gli riusciva quasi mai di lacerare il drappo di pudore che gli si materializzava addosso, ogni volta che voleva parlare di sè. Era, come lui stesso ammetteva, molto migliore nell’ascoltare che nel parlare, e vinceva la sua ritrosia solo in casi particolari. Preferendo sempre, però, il ruolo di confidente.
Trascorsero così quella serata condita di poca allegria, uscendo neanche tardissimo per rispetto alla giornata di lavoro che li aspettava, ed anche in tempo per ammirare il velo candido che timidamente prendeva ad ammantare le strade del Ticino. Era la prima neve dell’anno. Alberto mise in moto e non inserì nello stereo le consumatissime cassette dei dhegrado. Nemmeno quelle dei Luxuria Betovox.

Continuarono invece a parlare, fino a destinazione. Combinarono una nuova uscita prima di Natale.

Ogni tanto, anche Oscar si univa a loro. Per via della più giovane età frequentava ancora l’oratorio del paese coi coscritti, come li chiamava lui, davanti ad un mazzo di carte o qualche videogioco, di quelli che si usavano nella prima era elettronica, dato che non nutriva, come Beto del resto, il minimo interesse per il giuoco del calcio.
Trovava questo sport noioso, e amava dire che se fosse per lui, avrebbe consegnato un pallone ad ogni giocatore, cosi che non avrebbero litigato per conquistarne uno in ventidue. Questo aveva spiegato con calma quando Paolo gli chiedeva il motivo di tale disinteresse, e nonostante ciò, o forse per questo, venne accolto nel complesso. Diplomatosi geometra proprio nell’estate precedente il suo ingresso nei Dhegrado, aveva già le idee chiare su come avrebbe impiegato i
prossimi anni della sua vita: una bella laurea in architettura era il suo obiettivo chiave. Il voler proseguire una carriera da studente ed il suo attuale status di single gli permettevano di poter contare su serate normalmente libere. Si era dimostrato di conseguenza affidabile e costante nella presenza in saletta, ove aveva legato specie con Fat
Karsi, col quale, probabilmente per rispetto data la differenza d’età, non si permise mai di prendere confidenze ai confini della sgarbatezza, come facevano ogni tanto gli altri.
La pausa natalizia trascorse prima di avvenimenti di rilievo,
guarnita solo da messaggi di auguri. Anche San Silvestro e Capodanno non registreranno episodi memorabili per i ragazzi, che si trattennero tutti al paesello, imbiancato come nelle favole, come non succedeva da tempo. Tutto pareva assopirsi, dipanarsi in giornate brevi e notti eterne, verso le undici di sera le strade erano già vuote, sbarrate alla vita. Per la prima volta, il Bar Bologna chiuse per ferie nella stagione invernale, e fu una decisa volontà di Fabrizio, che aveva bisogno di prendersi alcuni giorni di vacanza.

Infatti partì la sera del 2 gennaio ed intraprese con un paio di amici un tour dolomitico, senza nemmeno portarsi musica appresso. Godette appieno di quelle giornate d’alta quota, lontano da rumori, tempistiche, stress. Ritornò la sera della Befana, sorridente e leggermente dimagrito. Di buona lena, il giorno dopo incominciò l’usuale attività.

Primo giorno d’attività 1992 anche per Alfonso. Era quasi passato un anno dal suo congedo, ed ancora si trovava a lavorare presso l’agenzia immobiliare. Non che vi si trovasse male. Ma comprese che la vita del funzionario non faceva per lui. E così, tra le promesse che fioriscono nelle menti e nei cuori d’ognuno a cavallo tra un anno e l’altro, lui aveva inserito con forte priorità la stabilizzazione lavorativa come impiegato commerciale, specializzato in lingue, possibilmente.

Le ricerche, intensificatesi negli ultimi mesi, avrebbero presto avuto successo.

Una bella sera piovosa di fine mese, avrebbe ricevuto una chiamata da Milano. “Abbiamo letto il suo curriculum, trovandolo interessante e rispondente alle nostre necessità. Vorrebbe prender parte ad un colloquio presso la nostra soc..” Prima ancora di rispondere si, Alfonso era praticamente già sul treno. Inizio: lunedi 3 febbraio.
Per quanto concerne l’esercizio dell’Associazione Musicale Dhegrado, fu solo la sera del 10 gennaio che un apparecchio telefonico squillò a casa Garavani.
Dall’altra parte del filo era il reintegrato cantante Torretta Alberto, caricato a molla, che evidentemente non vedeva l’ora di tornare in pista ed aveva inutilmente atteso a sua volta una telefonata.
Tuttavia, dopo appena tre minuti di conversazione di cui almeno due abbondanti occupati da grossolane banalità, il leader riappese il ricevitore scornato, dato che Paolo gli spiegò gentilmente che, dato che avevano appena riaperto la ditta, era “molto molto occupato”, e aveva bisogno di “utilizzare anche alcune sere per rimettersi in carreggiata” ragione per cui “si sarebbe fatto vivo lui appena possibile, ma non prima della settimana seguente“.
Ed era proprio così. Fin oltre la metà del mese, Paolo sarebbe rimasto oltremodo concentrato ed attivo nel suo fiorente ruolo di imprenditore, assimilando e mettendo in pratica, deliberando e pianificando. 
Malgrado questa partenza d’anno poco promettente, due sere dopo, la saletta risuonava già di musica poderosa, seppur in qualche modo incompleta.
Quel 12 gennaio Beto aveva preso in mano la situazione convocando comunque una session a quattro.

Si trattò di un rientro sostanzialmente di ripasso, con Gary e Oscar intercambiabili alla chitarra ed al basso, ed ebbe comunque un senso nel dimostrare che cinque mesi di inattività non avevano arrugginito il capo; egli infatti riacquistò in breve la consueta grinta e la caratteristica creatività davanti al microfono.
Scaturirono da quelle prove anche schizzi di brani nuovi che però in seguito non sarebbero stati utilizzati.

La serata terminò, come ai bei tempi, con i quattro con le gambe sotto il tavolo al “Bologna”, con Karsi che si sdoppiava nel solito ruolo di cliente-barista.

Parlando di Paolo:
“Certo che dev’essere proprio lanciato nel lavoro, per non potersi far vivo nemmeno di sera. Ma in totale si sa quando dovrebbe rientrare? ”
La questione l’aveva posta proprio lui, e non dal tavolino insieme agli altri, come sarebbe stato più logico, ma durante il suo momento da barman, urlando mentre stava versando un Montenegro che non riuscì a contenersi nel bicchiere, ed allagando così di biondo il piattino con cui normalmente egli serviva gli avventori.

Non ottenne risposta, perché i suoi tre compagni di band non ne avevano idea, ma anche se avessero replicato lui non se ne sarebbe reso conto, poiché, accortosi del danno, si era nascosto dietro la cassa e si era messo a riversare il liquore fuoriuscito dal piatto nel bicchiere, prima di servirlo sorridente a chi l’aveva richiesto.
Espresse soltanto un effimero turpiloquio e non mostrò particolari remore, tanto l’amaro era per il leader.

 

EQUIVOCI MUSICALI - RITRATTI DI SIGNORA

05 GIUGNO 2018

RITRATTI DI SIGNORA​   
domenica 10 giugno ore 21 ad Arese

Domenica 10 giugno alle ore 21 nella splendida cornice di Villa La Valera ad Arese eseguiremo Ritratti di Signora con Le Cameriste Ambrosiane e Rachel O'Brien.

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Vi aspettiamo numerosi!

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