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IL MARE DELLA SIGNORA ADELMA

26 APRILE 2017

 

Il secondo giorno, la massa informe e stratificata di nubi che aveva occupato la fascia del litorale, oscurando totalmente la volta sino a quel momento celeste del cielo, era arretrata di un paio di centinaia di metri, liberando giusto la striscia di spiaggia, asciugando la rena e riaprendo gli ombrelloni, quasi come atto di cortesia per i turisti, che se ne stavano incupiti bighellonando tra sale giochi, negozi e birrerie. Quel giorno, lunedì 25 luglio, Adelma Novedrati compiva 81 anni, anche se più di qualcuno che l'avesse incrociata sul bagnasciuga, col prendisole e lo scialle svolazzante all'unisono con una massa ancora gonfia di capelli biondo tinti, l'avrebbe classificata come una sessantacinquenne senza compagnia, dignitosa ed inavvicinabile, dal passo deciso, veloce e leggero. Era arrivata il giorno prima sulla sua Focus verde, intirizzita dal temporale che l'aveva scortata sin dal casello d'uscita dell'autostrada, per una decina di giorni da trascorrere presso il “Sollevante”, che era la meta delle sue vacanze oramai da anni. Ma quell'anno era stata in dubbio sino all'ultimo se confermare o meno la prenotazione. E quei nuvoloni neri, la pioggia sferzante che lanciavano sulle stradine del paese, le foglie volanti tra i rami e l'asfalto che tappezzavano di marroncino l’ampio lungomare deserto, le maturavano la convinzione che avrebbe fatto meglio a rinunciare.
Aveva ringraziato Ruggero, l'inserviente dell'hotel, che come ogni anno gli aveva posteggiato l'auto e scaricato i bagagli in camera, poi s'era data una sistemata attendendo l'ora di pranzo. Aveva guardato distrattamente fuori mormorando un'amarezza. “Basta. Non tornerò più.”
Ora invece, il sole che vedeva rischiarare la spiaggia aveva risollevato anche il suo morale. La mattina del suo compleanno, aveva fatto un breve giro per il paesino, contenta di trovarvi tutto come sempre. Anche la tappa alla Chiesetta dell'Immacolata era un classico, bene augurante d'inizio vacanza. Era entrata in chiesa e, dopo qualche minuto di raccoglimento, la sua attenzione era stata catturata da un urletto. Un bimbo, piccolo e biondissimo, avrà avuto quattro/cinque anni. La nonna lo accompagnava a guardare i dipinti, a farsi il segno della croce davanti
all'altare, e lui rideva, rideva contento. Entusiasta di accendere il cielo alla Madonnina, di sedersi al fianco della nonna sulla panca. Risi e sorrisi, che rivolgeva al nulla, girando tra le colonne e i corridoi, e che infine aveva mostrato anche a Adelma, che ricambiava intenerita. Poco dopo, il piccolo s'era scottato leggermente nell'accendere un cero, e per reazione aveva lanciato un piccolo grido senza lacrime, illuminandosi invece dell'allegro stupore dei bimbi che non piangono mai, vivaci e coinvolgenti nel voler sperimentare ogni novità senza paura. Adelma lo salutava con la mano mentre lui la guardava ancora ridendo, mentre usciva con la nonna dalla chiesa. Poi, finalmente, la spiaggia. Adelma aveva un posto fisso, ormai da anni, verso le ultime
file, piuttosto appartato, dal quale si dedicava alle sue letture, a qualche ora di tintarella nei momenti meno afosi, alla musica classica che sentiva in cuffia tramite quell'aggeggio che gli aveva regalato il nipote, quello che si chiama non con un nome ma con una sigla che lei non ricorda mai. Da lì, arrivavano più ovattate le grida e i canti dei giovani, la loro estate giustamente frenetica, rumorosa. Nelle ore più quiete faceva, con l'ausilio di frequenti soste, lunghe passeggiate sul bagnasciuga. Qualche volta si fermava a parlare con l'anziano bagnino di tre stabilimenti più in là, il vecchio Tiberio. Due parole poi ripartiva. Tutti gli anni lo trovava al suo posto, sulla sedia sopraelevata da cui dominava la costa. Ogni volta lui scendeva e la salutava con un inchino o un baciamano, che lei si vergognava come una ladra. E in quegli anni si erano raccontati le loro vite, in un soffio di dialogo che rinasceva giorno dopo giorno, fino a quando lei gli diceva che tornava a casa e, a Dio piacendo, si sarebbero rivisti l'estate successiva. Quell'anno, dopo un inizio uggioso, la vacanza di Adelma si era incanalata lungo i binari confortevoli della consuetudine, e dal pomeriggio di quel lunedì il sole avrebbe benedetto il suo soggiorno e quello degli altri bagnanti.
Ma era come se un velo di apatia obnubilasse i lucenti occhi grigio perla della signora Novedrati. Tutto le scivolava intorno lasciandole un'inspiegabile senso di fredda, sconosciuta indifferenza. Si limitava a registrare le immagini e i suoni, le voci e i colori che scandivano quel rito vacanziero, colorandolo in maniera costantemente uguale e diversa. I passeggeri in fila sul molo ad attendere
l'imbarco sulla “Nettuno”, per il giro delle coste sino al Delfinario, venti chilometri più a sud. Il loro ritorno, strombazzato insieme agli appuntamenti in quattro lingue per il giorno successivo, avveniva sempre alle 12,30 in punto, e Adelma sapeva di dover rientrare per pranzo. Le urla delle ragazze e ragazzi dello staff, per raccogliere le genti a sbattere le gambette e le flaccide pance su e giù bombardati da una musica altissima fatta solo con la batteria, significava che erano le dieci e iniziava l'acqua gym, così lei si ricordava di prendere la pillola della pressione. I tornei organizzati nello spazio giochi retrostante il bar prendevano il via alle sedici e trenta, e lei si poteva concedere un bel bagno, ora che era trascorso il tempo necessario per la digestione. Erano le diciannove quando il bagnino sguinzagliava i suoi ragazzi a chiudere gli ombrelloni lasciati vuoti e aperti, a rastrellare la sabbia e raccogliere le cartacce, avendo cura di operare il più vicino possibile ai ritardatari della tintarella per indurli ad andarsene, al che anche lei capiva che poteva anche radunare tutte le sue cose e tornare in albergo.
E anche per quella vacanza, i dodici giorni di mare passavano molto più rapidi che qualsiasi altri dodici giorni a caso del resto dell'anno, quando lei ricamava dal balcone di casa sua o dal divano in salotto davanti alla televisione. Quando Nicola e Paoletta, i gestori del “Sollevante” che lei aveva visto fidanzati, poi sposi, poi genitori felici sempre dietro al bancone della reception, le avevano augurato buon viaggio di ritorno ed arrivederci all'anno prossimo, lei aveva opposto un breve ed enigmatico sogghigno che aveva poi riservato anche a Ruggero, mentre gli caricava la Focus. La mattina che era ripartita, era ancora bello il sole che la scortava verso l'autostrada, che lei raggiunse districandosi tra incoerenti arzigogoli di pensiero. La sua mente si era riscossa di colpo quando, ripassando dalla chiesa per un salutino, aveva rivisto il bimbo sorridente del primo giorno, sempre per mano alla nonna. Una frazione di secondo, il tempo necessario per loro di girare l'angolo e sparire dietro il viale alberato. Ad Adelma era rimasto negli occhi il sorriso del bimbo, squillante, puro, immagine d'una entità che non sarebbe mai cresciuta, flashback emozionante e doloroso che l'aveva investita riportandola a quando lei era la mamma e il bimbo il suo vero, unico figlio. Avrà avuto la stessa età, sicuramente aveva la stessa esuberanza, la risata inestinguibile, l'incapacità di piangere, l'allegro stupore.
E lei aveva giurato che non sarebbe mai più tornata in montagna, dopo quell'incidente che glielo aveva portato via, al culmine di un'estate meravigliosa, mentre lei non capiva e riusciva solo a sentire le voci intorno, tutti che ripetevano che era la prima volta che capitava una disgrazia del genere, che la seggiovia aveva appena passato la revisione, ma poi lei non aveva sentito più niente, sapeva solo che non avrebbe più accarezzato la sua testolina bionda, e che tre estati più tardi era scesa al mare, al Sollevante. E lì era tornata ogni anno, anche quando era rimasta sola, che il cuore del suo Vittorio era già malandato di suo e dopo pochi anni l'aveva spedito a raggiungere il figlio, così come lui invocava, sin dal momento della tragedia, piangendo addosso ad una piccola fotografia.
Intanto aveva continuato a guidare, e il mare non si vedeva più, sono le undici e un quarto e stava pensando che Tiberio s'accorgerà con sorpresa un po' amara che anche per quest'anno la vacanza di Adelma era finita. Quello che non sapeva è che lei al mare non ci sarebbe proprio più tornata. Adelma, adesso che prendi il biglietto finalmente l'hai deciso. Tutt'e due, forse, avevate avuto lo stesso pensiero, e forse entrambi ve n'eravate, misteriosamente vergognati. Quello, innocente e impossibile, di unire due solitudini ataviche, affrontare in compagnia l'uno dell'altro l'ultima parte della salita, quella più dura, perchè appesantita dal fardello dei ricordi e dei rimpianti. Scacciando via insieme i fantasmi e le inquietudini che divoravano le stagioni senza resa. Ti eri vergognata persino di pensarlo, ed ora hai deciso di non pensarlo più. Così hai accostato delicatamente in terza corsia, lasciandoti superare dalle auto e persino da certi tir rombanti incoscienza, tra un'oretta pescherai un piccolo autogrill per fermarti a mangiare. O magari un po' più tardi, per lasciar sfogare la ressa della gente.

 

AGAMUS: CONCERTO!

21 APRILE 2017

 

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, sMS

 

 

 

 

IL CUCU' DELLE CINQUE

20 APRILE 2017


Al centro della piazzetta, l'edificio è tipicamente agghindato, in perfetto stile del piccolo paesino abbarbicato sul declivio del monte.
Non altissimo ma squadrato e robusto, rigorosamente in legno, possiede un’attrattiva: ospita il particolarissimo cucù che ogni giorno alle cinque raduna sulla piazzetta una variopinta folla di turisti.
In cima alla casa, dove le travi che formano il tetto s'incontrano, un'enorme aquila reale squadra sovrana il cielo di montagna. Poco più sotto, ecco due finestrelle decentrate, congiunte da una mensola in legno intarsiato sulla quale scorrono due piccoli binari. Ancora più in basso, sotto la mensola, un cacciatore tende lo sguardo verso l'aquila reale quasi con fare intimidito, pare renderle omaggio, pur stringendo la doppietta tra le mani. Alla destra della figura umana, ecco uno stambecco, immortalato nell'atto di scorrazzare libero, tra i boschi. Alle cinque precise, le finestrelle si aprono, e da ognuna di esse escono due coppie di ballerini, che raggiungono danzando sui binari la finestrella opposta.
S'incrociano in perfetta sincronia ed al termine di alcuni giri di valzer, rientrano per la finestra dalla quale sono usciti. Sotto gli sguardi dell'aquila reale, che china il proprio orgoglio alla danza, dello stambecco, che si ferma ammirato, del cacciatore, che ha deposto il proprio fucile. E della folla che immancabilmente applaude contenta.
Anche oggi mi sono recato nella piazzetta per godermi lo spettacolo, non solo del cucù delle cinque, ma anche della gente che si raduna a guardare e che le nubi basse e concentrate sul centro del paesello non scoraggiano di certo. Il bimbo ha indicato la scena con l'indice per tutto il tempo, incapace di levarvi gli occhi da dosso, mentre la nonna, retta forte al bastone, sorride al di fuori delle lenti spesse, un attimo di pace anche per lei.
Sergio e i suoi tre amici hanno ascoltato il valzer ed ancora esitano prima di recuperare le moto potenti e i caschi ultimo grido e riprendere la strada verso il lago; soffermati ad osservare gli intagli ricercati delle finestrelle, sembrano pensare a qualcosa di molto, molto lontano da loro, magari alle corse degli stambecchi che scorazzano per valli e fiumi senza motori rumorosi ed inquinanti.
Pietro e Sabrina transitavano distratti dentro e fuori da una pizzeria take-away e una sala giochi e lo spettacolo al centro della piazzetta li coglie di sorpresa: quasi s'infastidiscono. Poi, senza ragione razionale, lei si ferma ad ascoltare la danza dei ballerini e si trova ad immaginare eleganti saloni da ballo, ricevimenti, corse di cavalli...lui guarda senza capire ed automaticamente stacca il filo variopinto dell'MP3, forse invidia le ali brillanti dell'aquila che domina il cucù.
Vincenzo ed Emilio, dal balcone della pensione situata dalla parte opposta della piazzetta, hanno interrotto l'eterna partita a briscola, il primo ha deposto il calice di rosso, l'altro rimette nel pacchetto la nazionale senza filtro. "Se quel cacciatore fosse vero e sparasse coriandoli e caramelle, i bambini sarebbero più contenti", dice Emilio, ma Vincenzo non lo ascolta, aspetta che i ballerini tornino a riposare al di là delle finestrelle che si richiudono piano, sono le cinque e cinque minuti, per permettere alla lacrima titubante sul ciglio del suo occhio semi chiuso di scendere e rinfrescare finalmente la guancia perennemente arrossata da freddi inverni di lavoro. Anche le nubi si sono ritirate verso la cima del monte ed hanno concesso al sole di riscaldare la scena. Prima di ritirarsi, i ballerini sembrano guardare la folla, quasi a rapirla e condurla con loro dietro il buio delle finestrelle, mentre un silenzio irreale s'impadronisce della piazzetta.

 

I BIANCHI CAMPI DELLA LUNA

17 APRILE 2017

Guardando attraverso l'acqua vedo scorrere una piccola foglia, tenue, sparisce presto, nei meandri più oscuri. Poi l'acqua si intorpidiva, lasciandomi poco spazio per vedere, ma riesco comunque a scorgere quella che mi sembrava l'immagine di due ragazzi, fratelli o amici, che ridendo si scambiavano trepidanti le sensazioni più sincere: che bello quel telefonino nuovo...ah, avessi il coraggio di fermarla, di parlarle...subito dopo però, il flusso d'acqua appare un pò più chiaro, il quadro leggermente più nitido. I personaggi che vedo adesso non sono più due giovani, ma adulti, avranno avuto una cinquantina d'anni o giù di lì. Parlano piano, pacati, forse anche un po' imbarazzati: era probabile che non si vedessero da qualche tempo, e d'altronde cosa avrebbero potuto raccontarsi d'un passato risaputo e invidiato, e d'un futuro già mezzo scritto. Non suoniamo più, da qualche anno ormai, si, un po' di esercizio fisico ci vorrebbe, sai, ho controllato anch 'io e può darsi che tra una quindicina d'anni, se non cambiano le leggi, qui non si sa mai bene come andrà..

Noto che le loro voci sfumano in un chiacchiericcio indistinguibile, e nell'intanto l'acqua si fa decisamente limpida, la figura davanti a me ora è chiara, tersa come il cielo che ero abituato ad ammirare quando stavo dall'altra parte. Ed era in questa idilliaca festa di luce e colore che vedo ora transitare altre due persone, anziane, che chiacchierano ininterrottamente, col tono della voce reso stridulo dalla sordità, finchè un lugubre tocco di campana li fa tacere, li mette in ascolto. Ecco due donne, anziane a loro volta che attraversano la strada reggendo sacchettini di insalata. Uno degli uomini le vede da dietro, urla in dialetto, sapete chi è morto, ma le due donne scuotono la testa e senza voltarsi proseguono per la propria strada. I due uomini si siedono su una panchina, vi appoggiano i bastoni, tacciono, mentre contemporaneamente cessa anche il rintocco.

Anche quest'ultima scena si dissolve poi davanti ai miei occhi, e l'acqua ora luccica di chiarore, avrei potuto abbeverarmene, fossi stato ancora dall'altra parte. Il candido riverbero mi riportava senza traumi alla dimensione che ormai m'ospitava da qualche tempo, era bello tornare dolcemente sui bianchi campi della una dove vago docile ed appagato, col solo sfizio di riguardare giù ogni tanto, all'acqua antica, per sorridere di tutto ciò che ero stato.

 

IL SENSO DELLA VITA CHE PASSA

14 APRILE 2017

 

Sergio camminava spedito sul bagnasciuga, gli auricolari ficcati saldamente nelle orecchie, con la ferma intenzione di smaltire i postumi dell'abbondante colazione.
Un'attività che ripeteva due volte, in spiaggia, al mattino e al pomeriggio, e gli era stata tramandata dal padre.
Proprio quell'anno Sergio compiva quarantacinque anni. Non s'era mai sposato e questo rappresentava un mistero. Il fisico ancora relativamente asciutto, la bella presenza, la parlantina sciolta, non gli avevano fruttato granchè al di là di brevi, innocui flirt senza seguito. Così, dopo la prematura morte della madre, già da molti anni Sergio trascorreva le settimane estive di vacanza al mare. Ma quell'anno, le cose parevano non seguire l'iter consolidato, ossia lunghe giornate sulla sabbia col genitore, a camminare e nuotare, a leggere, giocare a carte. In quattro giorni di soggiorno, solo in un'occasione, il padre era sceso in spiaggia col figlio. Ormai ultrasettantenne, l'uomo arrivava da un'annata difficile in città, alle spalle un ricovero e un paio di allarmi, per fortuna rientrati, al pronto soccorso. E anche durante quei primi giorni di ferie s'era sentito poco bene, tanto dal preferire la quiete dell'albergo alla vita di spiaggia.
Era il terzo giorno che Sergio camminava di buona lena, solo col ritmo della musica e la voglia di rispettare la tabella di marcia che s'era imposto, Verso le sei e trenta, stanco, aveva deciso di riprendere la strada verso il proprio bagno, che non era breve. Aveva percorso tanta strada, eppure non era del tutto soddisfatto, si sentiva come se gli mancasse qualcosa dentro. Proprio come i due giorni precedenti. Mentre calcava insistentemente le ultime centinaia di metri, Sergio capì che gli mancava a fianco la figura del padre, che gli aveva istillato quella passione che ora lui perpetrava in solitudine. Cercò di non pensarci ma proprio in quel momento la canzone che stava ascoltando passava una frase che lo colpì nel profondo: .."For we lived so well so long..." (Abbiamo vissuto così bene per così a lungo...). Mentre stava per recuperare la propria postazione, alzò gli occhi e osservò immalinconito l'alone rosso vivo del sole che illuminava di verde acceso la cima della montagna, dietro la quale stava tramontando. E il vedere altri bagnanti che uscivano quietamente dall'acqua, appagati, tranquilli, sorridenti, gli innestava il doloroso senso della vita che passa.

 
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