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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAP.29 - IL DHEGRADO SPOSATO

31 LUGLIO 2018

 

 

Un inizio d’aprile uguale in toto a molti altri inizi di aprile dei tempi che furono, ossia ventoso, freddo e piovoso, aveva colto il bassista dei dhg in uno dei suoi rari ma piuttosto prolungati momenti di agitazione, dei quali conosceva fin troppo bene la causa.
L‘ufficialità delle nozze del proprio chitarrista gli diede un momento d‘entusiasmo e di felicità, che condivise con i colleghi di gruppo con un giro di telefonate tramite le quali presero gli accordi logistici di base per quella giornata campale. Ma la notizia che non riusciva a togliersi di mente, e gli causava invidiosi mal di pancia, era un’altra.
Marini e compagnia avrebbero registrato. E non una canzone, o un singolo: un intero album! Ma come!
Questa era una band che esisteva da pochi mesi, un anno al massimo, avevano a malapena una decina di pezzi originali (infatti l’opera prima sarebbe stata completata dall’altrove citata versione trash de “Oh mia bela Madunina", ndr.) ed entravano in sala di registrazione. Loro, i dhg, esistevano da cinque anni ormai, i brani propri erano almeno tre volte tanto, eppure non avevano mai pensato seriamente di incidere, in seguito all’abortito esperimento di “Open”. Certo, ora come ora il consenso di pubblico dei Gamba era probabilmente superiore a quello dei Dhg. Ma fino all’anno prima, anzi ancora a Mezzago, tra i due complessi era un match tutto da disputare.
Tornato a casa dal lavoro, si lanciò sul letto per un riposino preserale. Invece che sul libro in attesa sul comodino, lo sguardo si fissò al di là delle zanzariere, all’angolo del balcone, dove pochi giorni prima, incoraggiato dal primo tiepido sole primaverile, aveva piazzato due fioriere.
Uscì a controllare, se la pioggia battente danneggiava eccessivamente i fiori, era meglio spostarle in un angolo più riparato.
Al contrario, parevano resistere. Erano due rigogliose piante di surfinie. Mentre ancora pareva valutare, se cambiar loro di posto o meno, in un cantuccio remoto del suo inconscio brillò una luce.
Le surfinie, proprio come quattro anni e mezzo prima.
Tu eri qui, sullo stesso balcone, quando hai udito (con comodo) lo squillo del telefono. Era Mauro.
Lì era cominciato tutto.
Doveva proprio essere qui, che doveva sfasciarsi tutto?
Si guardò intorno. Molti fiori, specialmente le piante grasse, erano ancora ospitati nelle serre invernali. Decise, seduta stante, incurante dell’acqua che invadeva gran parte della balconata, che era ora di liberarli alla primavera. Avevano già troppo dormito. L’indomani, era certo, il tempo sarebbe migliorato, e tutto sarebbe ripartito.
L’umore risalì istintivamente.
Si mise alla scrivania, rilesse gli appunti, gli scritti, i raccontini. Quella si che era stata una bella pensata, si disse, ed evidentemente non doveva esser servita solo per trascorrer meno inutilmente l’anno del militare. Si mise a scrivere, alle otto di sera quasi gli dispiacque smettere per cena.
E così, anche per Gary si aprì un periodo scevro d’illuminazioni musicali. Per alcune settimane, avrebbe trovato altrove le proprie soddisfazioni.
Due pomeriggi più tardi, piuttosto intimidita, una giovane degradiana osservava, seduta in una poltrona old-style in velluto marrone, i dipinti e le sculture che adornavano la sala d’aspetto dell’Università degli Studi di Milano, dipartimento di Filosofia. Non aveva voluto entrare nell’aula dove lo studente Torretta Alberto, d’anni venticinque e mesi tre, stava dando un esame fondamentale per il procedimento “secondo tabella” della propria carriera universitaria. Silenziosa, la mente sgombra di pensieri, Pam scrutava gli incroci di forme e colori, il saliscendi di solchi e intarsi, di protuberanze, il gioco di luci e ombre che quel locale imbevuto di cultura, appena riverberato dalla smilza luce di un sole etereo, offriva al visitatore. Il suo sguardo s’attardò su una targa in bronzo che troneggiava di fianco all’uscio. Conteneva gli illustri nominativi dei fondatori e dei presidenti dell’Istituto che s’erano succeduti negli anni. Esalava un tal senso di gravità solenne da passar a sua volta per opera d’arte, e contribuì non poco alla sottile inquietudine che s’andava annidiando nell’animo della ragazza.
Il Capo non usciva più. Uno sguardo all’orologio: era entrato da una mezz’ora che era durata un anno.
Ed aveva giustappunto volto lo sguardo verso la porta d’ingresso all’aula, quando vide la maniglia abbassarsi.
Poi osservò l’uscio schiudersi. Non sapeva se sperare di vederlo apparire o meno. Chissà perché pensò che non poteva essere lui. Invece lo era. Lentamente, le si fece incontro.
“Allora? Non mi dici niente?!?”
Tre giorni prima delle nozze di Paolo, Gary ricevette una chiamata dal signor Cassetti.
Sulle prime, Alfonso temette che il vistoso batterista volesse invitarlo ad un nuovo show dei Gamba. Invece il buon uomo del ritmo ebbe un idea che perfino Alberto più tardi avrebbe definito geniale. Appeso il ricevitore, Alfonso contattò Oscar che poi telefonò al leader, e tutti ebbero l’informazione.
Il giorno dopo era un venerdì in cui la natura pareva infine aver posto in opera il proprio risveglio. Una brezza sottile solleticava i sensi, troppo a lungo compressi dalla rigidità
di un stagione fredda che non aveva mai fine. Le prime maniche corte, la prima ressa di maglioni incellophanati
negli armadi. Così si rincontrarono, quattro quinti della band a riposo “dhegrado”, la sera del 22 aprile in una saletta che non li aveva più visti da settanta giorni. In poco più di un’ora, nonostante la polvere accumulatasi sulle attrezzature
e sui ragazzi stessi, il lavoretto era pronto. Verso le undici, i quattro dhg smisero gli strumenti ma non stapparono birre o bevande di sorte. Prima di sancire il congedo, il signor Torretta prese la parola.
“Allora, per lo spazio non c’è problema, dato che dietro l’altare c’è un organino, funzionante, e ci sono tre ingressi liberi. Ci mettiamo organo, chitarra e voce, io potrei anche suonare un tamburello, la difficoltà è il Karsi”.
Già. Come piazzare un batterista e una batteria voluminosi e rumorosi nello spazio scuro ed angusto dietro un altare in una chiesettina di campagna? “Risolverò il problema di persona”, il solenne intendimento di Alberto.
E tutti si sentirono immediatamente confortati.
Domenica.
“Si”.
“Puoi baciare la sposa”.
Commozione, battimani, espressioni gioiose.
Da dietro l’altare, un invitato elegantissimo, in smoking nero e cravattino, batte quattro colpi di bacchette seduto davanti alla snellissima batteria elettronica “Popdrum”, che occupava un metro x ottanta centimetri, gentilmente fornita dal leader tramite l’amico dell’amico. Altri due invitati, in giacca, cravatta e sobrio abito chiaro, crearono con chitarra e tastiera un’avvolgente melodia che immortalò in eterno l’attimo saliente della cerimonia. Un ultimo invitato, situatosi strategicamente nella parte più in vista del retro altare, in modo da stabilire quando porre fine all’esecuzione, ma anche per mero esibizionismo, intonò un cantato celebrativo accompagnandosi con un tamburello. Era “Sysyphus II”. In verità, il leader era decisissimo a fare un pezzo punk improvvisato per l’occasione ma venne convinto, circa con le buone, dagli altri che non era il caso. Indossava un tetro completo nero con scarpe a punta e calzoni a tubo, camicia di raso grigia e cravatta hawaiana, e presto gli sguardi delle ragazze presenti, più che sull’emozionatissima coppia di sposi, s’erano fissati su di lui. Il dato più sorprendente relativo allo sposalizio del chitarrista dei degrado, Garavani Paolo, venticinque anni, con Mirella, sua coetanea, fu che i di lui colleghi di band riuscirono nel non facile intento di non rovinare detta cerimonia con atti inconsulti, il che non era del tutto escludibile. La performance del leader fu uno degli atti più memorabili dello sposalizio. Con voce profonda ed intensa, intona un canto tenue ed ispirato, illustrando un quadro idilliaco con il quale pare voler mandare ai due giovani sposi la sua personale ed illuminata benedizione, della quale i ragazzi non potevano ovviamente fare a meno. La stralunata band d’accompagnamento si produsse poi in altri numeri. La marcia nuziale, eseguita all’inizio della funzione, ad Alfonso costò lacrime vere per impararla, dato che s’accorse la sera precedente che non aveva idea di come si suonasse e passò gran parte della notte a studiarla in casa con la sordina inserita, finchè s’addormentò sul piano e rischiò il ritardo alla cerimonia. Prima della firma dei registri s’ebbe una prima assoluta, ossia Oscar alla voce solista per una sentita versione di “Feelings”, di Morris Albert per sola chitarra, che il capo e gli altri adepti adornarono di romanticissimi cori a cappella, assumendo espressioni oscenamente sdolcinate, per fortuna quasi totalmente nascoste dal retro altare. Naturalmente Mirella e Paolo, che erano all’oscuro del colpo di teatro dei compagni di band, approvarono entusiasti l’intero happening. Al termine del concerto un battimani spontaneo si leva dal pubblico, pardon dagli altri convitati che empivano la piccola e graziosa chiesetta del Santuario dell’Acquanera. La comitiva di sposi, famigliari ed invitati si trasferì successivamente presso un noto ristorante della zona, ove rimase fino a tardi, chiudendo la serata con balli e musica tradizionali.
Si chiudeva così in bellezza la settimana che portava al primo matrimonio di un dhg, una settimana scoppiettante che aveva avuto inizio otto giorni prima con l’addio al celibato di Paolo, durante il quale, come facilmente prevedibile, i freni inibitori dei ospiti vennero presto neutralizzati dall’euforia crescente, ed in più d’un occasione l’opportuno e minaccioso intervento di Fat Karsi evitò che qualche situazione a rischio sfociasse in rissa. Il lunedi Paolo e Mirella partono per il viaggio di nozze, dando appuntamento agli amici (e ai colleghi di complesso) dopo il 10 di maggio.
Anche il leader annunciò la sera seguente alla propria platea di seguaci (ossia a Karsi, Oscar e Alfonso), che avrebbe abbandonato il suolo boffalorese per alcuni giorni, decidendo infatti di passare il ponte del 1° maggio a Firenze con Pamela.
Quella sera Oscar e Alfonso lo rimiravano con un sorrisetto ebete senza proferire verbo, al che, infine, il boss chiese veemente spiegazione.
Così Gary parlò:
“Che gita romantica che hai organizzato, non ti facevo così tenero”, lo provocò il bassista tra una birra e gazzosa, una granita all’orzata, un sanmarzano con limone, un succo al pomodoro con scorza d’arancio, patatine, pop-corn e tramezzini con formaggi, salame piccante, senape, mostarda e ketch-up all’ex-Bologna.
“Non è che vuoi emulare presto il tuo chitarrista?!?”.
Il signor Alberto scrutò con fare interrogativo i signori Garimbelli e Parenti, che lo guardavano maliziosi da fuori degli occhiali. In effetti, il boss si sentì impercettibilmente a disagio. Riuscì a blaterare qualcosa del tipo: “No, beh..niente di così impegnativo..dopo nove mesi ci siamo presi la prima piccola vacanza insieme. No, ma comunque ci troviamo presto, tranquilli!!. Ci sentiamo poi tutti al rientro, ok?”.
“Certo, scommetto che chiami tu!” la replica neanche troppo scanzonata di uno degli altri. Poi divorarono il tutto e si recarono ognuno a casa propria senza eccessivi salamelecchi.
Due sere dopo, un quartetto differente per un quarto occupava, al solito in modo scomposto, lo stesso tavolino del medesimo locale. Alfonso era leggermente taciturno, o meglio teneva gli occhi sui tre interlocutori, ma non era difficile indovinare che la mente vagava altrove. Fingendo di rivolgersi ad Oscar e Karsi, Ciccio si girò repentinamente verso il bassista con un perfido: “Tu cosa ne pensi?!”. Lui balbettò qualcosa di francamente sconnesso, prima di ammettere che non aveva assolutamente idea su cosa i due stessero dibattendo.
“Stavamo elencando le affinità concettuali tra fisica quantistica e fissione nucleare”, s’intromise amabilmente il cugino, “ma dov è che sei con la testa?!?” “Non ne ho idea”, ammise debolmente il ragazzo, poi si sforzò di partecipare al dialogo con gli amici. Ritornando a casa solo quella notte, cercò di individuare da dove sorgeva il suo disagio. Non riusciva a non ripensare alle parole del leader, alla sua prima vacanza solitaria con Pamela. Era la cosa più logica, più naturale del mondo. Anzi, sarebbe stato singolare il contrario. Dopotutto, anni prima Paolo aveva iniziato ad uscire sempre più spesso con Mirella, così avrebbe fatto ora verosimilmente Alberto. Non erano più dei ragazzi, lui stesso l’aveva ripetuto a Beto fino alla nausea.
Ed ora che il frontman iniziava a comportarsi d'adulto, il bassista restava interdetto.
Non riusciva a spiegarsi quell’ apprensione del tutto irrazionale. Gli venne il sospetto che, per qualche strano effetto domino, anche questa sua nuova dimensione avrebbe finito per ripercuotersi negativamente sulla band, ma si vergognò subito di questo suo egoismo e rientrò in casa senza far rumore, intonando però sottovoce vecchi incisi di polke islandesi abbassandone di vari toni i refrain.
Anche il 10 maggio era lunedì, ma non per questo si svolsero prove di alcun genere. Paolo era appena rientrato dal viaggio di nozze e presumibilmente doveva aver alcune cose da sistemare, per cui forse non era il caso di tampinarlo. Nel corso della settimana appena passata, l’unico contatto tra membri della band era intercorso tra Fabrizio e Oscar. Lo spazioso tamburellatore aveva chiamato il chitarrista invitandolo al nuovo live dei Gamba de Fegn, che si sarebbe tenuto il sabato successivo al classico “Redial”. Questi aveva accettato di buon grado, girando subito l’informazione al cugino. Il quale ci riflettè a lungo, e il giorno successivo confermò la sua presenza.
Ore 1,30 di domenica 16 maggio 1993.
Il sudatissimo frontman dei Gamba ha appena ottenuto un nuovo trionfo di pubblico e, finalmente ritiratosi, accoglie nel backstage (ossia il bugigattolo di tre metri per tre arrangiato dietro al palco dove si stipavano sette musicisti e i loro strumenti) i due amici dhg Oscar e Alfonso. Oltre il reciproco scambio di complimenti, i nostri accolgono con malcelata invidia quello che era un segreto solo per Oscar.“Proprio così, ragazzi. Ormai abbiamo deciso. A settembre ci prendiamo un mese di pausa dai concerti ed entriamo in studio. Il primo album dei Gamba de Fegn sarà presto una realtà. Dai, andiamo al bar a prendere qualcosa, offro io!” Anche Fat e gli altri membri dei Gamba parteciparono alla bicchierata, che si trasformò repentinamente in una sbronza terrificante. Mentre guidava a intuito verso casa, con un cugino addormentato di fianco, Alfonso cercava di non ricadere sempre nello stesso assillo. Si concentrò sui fiori che avevano ormai portato un ampio sorriso di primavera sui balconi. Su un racconto che stava scrivendo, e un altro che stava progettando. Sul lavoro, ma poi si ricordò che era sabato notte e non era il caso di farsi tutto quel male. Sull’onda lunga di Mani Pulite che a quasi un anno e mezzo dal via continuava a squarciare il mondo politico. Sulla teoria di psicologia analitica di Jung, di cui aveva letto qualcosa su una rivista dal parrucchiere e dopo due secondi era passato alla gazzetta. Finalmente capì, che tutto ciò che voleva pensare era proprio il pensiero che cercava di scacciare. Destò Oscar a strappi e lo coinvolse subitamente nelle sue amare elucubrazioni. Ringraziando sentitamente per la sveglia gentile, il cugino ribatté un’argomentazione limpida, inattaccabile.
“Loro vogliono farlo, Alfonso.”
Finalmente! Dato che lui non voleva ammetterlo, qualcun altro l’aveva ammesso al suo posto.
“Che idioti che siamo stati.”
“Cosa dici?!?!?”
“Ma si. Che idioti! Noi volevamo preservare la purezza dei concerti, vero? Registrare era come fare un lavoro, no? Puri e semplici dobbiamo essere, altro che sovraincisioni e trucchetti da studio, giusto?!? Troppo pulito, troppo dentro gli schemi, troppo artificioso, non è così?"
“Troppo degradante….” se ne uscì Oscar con una battuta che voleva sdrammatizzare il clima sorprendentemente pesante che si andava creando. Karsi, che russava sul sedile posteriore echeggiando il fragore di un tir in autostrada, si svegliò ululando sbadigli e maledizioni. Poi, coinvolto nella discussione, condì via il tutto con un paio di battute e la cosa finì lì. Tanto più che ci sarebbe stata invece un’ottima ragione per tenere il morale alto. Il gestore del locale magentino aveva infatti riconosciuto i due cugini come parte del mitico complesso garage-sixties-post-punk Dhegrado e aveva proposto loro una serata. "Ho libero il venerdi 4, cosa ne dite? Però è tra meno di tre settimane e mi servirebbe una conferma al massimo entro un paio di giorni”. Per tutta risposta, Alfonso non aveva aperto bocca. Fu Oscar ad affrettarsi a replicare un: “Sentiamo gli altri e le diamo risposta al più presto.”
Prima di lasciare Oscar a casa sua, Alfonso chiese al cugino se poteva incaricarsi lui di avvisare Paolo e Alberto. Con Fabri, è ovvio, non ci fu nessun problema. Diede il suo ok fin da subito. Non aveva serate né coi Gamba né coi Biglietti quel 4 giugno. Avrebbe suonato il 5 con Marini e compagnia al noto “Phantom of the Opera” di Rho, mentre il prossimo impegno con la sua band di “psycho-jazz” era nientemeno che alle “Scimmie” di Milano, zona navigli, per la domenica sera, 13 giugno.
“Almeno uno di noi sarà certamente entusiasta di suonare”, rifletteva Gary. Così, il martedì, il neo sposo Paolo ricevette una telefonata dal collega chitarrista.
“Hey, com’è da sposato?”
"Uè, ciao Oscar, tutto bene, grazie, e voi? Io sono ancora un po’ scombussolato…si, il viaggio è stato fantastico, veramente, organizzazione perfetta, sole, caldo, qualcosa di memorabile, davvero…però adesso siamo qui e bisogna correre…”
“Hai già ripreso a pieno carico, vero?”
“Si, certo, ma mi sento forte e pronto ad affrontare tutto, ho come una carica in più adesso, e le responsabilità non mi spaventano..ma ditemi di voi, il Beto e il Gary, come vanno? E il Fat, sempre dietro le percussioni dei Gamba?”
“Sempre, anzi, è anche di questo che vorrei parlarti. Siamo stati al Redial a vederli sabato, ed alla fine dello spettacolo il padrone ha fermato me e Gary con una proposta…”.
Messo al corrente della situazione, Paolo accettò di buon grado l’idea del nuovo Redial live. Pose solo una condizione, e cioè di non svolgere prove nel frattempo. “Scusatemi ma adesso proprio non ho la testa per queste cose, oltretutto il repertorio è talmente assodato che non corriamo alcun rischio. Ci vediamo là con tutto venerdi 4 tipo alle sette e mezzo, così ripassiamo un’oretta e poi via, ok?!?” La seconda telefonata fu per Beto, e ripercorse la falsariga della precedente, sia in richiesta che in risposta. La terza fu per Gary, al quale il cugino annunciò che il live era ormai fissato. Alfonso infatti aveva esordito dicendo che Karsi era entusiasta di un nuovo spettacolo dei Dhegrado. Tutto era predisposto dunque, ma l’inquietudine vagante del bassista non svaniva.
“Sul serio, anche Beto è dell’idea che non serve trovarci?” “Anche lui. Tra l’altro mi ha detto al telefono che è gasatissimo perché ha appena passato un esame molto difficile in università ed ora può permettersi di concentrarsi sulla scuola d’arte, sai che a giugno ha l’esame per il terzo e ultimo anno. Ma non è solo per gli studi; Pam, il lavoro coi suoi, tante cose..tanto le canzoni le sappiamo tutte…”
Deposero il ricevitore. Già. Le sapevano tutte.
A che serviva, trovarsi una sera?.
Infatti tredici giorni dopo le seppero tutte.
Fu un live molto professionale. Pochi fronzoli, poche battute, molta musica eseguita in maniera impeccabile e buona risposta di pubblico. A mezzanotte, poco spazio per qualche bis, ripescato sostanzialmente dal periodo "sixties" della band. Dopo, Paolo ed Alberto rientrarono casa quasi subito, entrambi erano attesi al lavoro il giorno successivo.
Gary ed Oscar seguirono a breve.
Ma Alfonso quella stessa sera chiese quasi scusa, a Fat e Oscar per la scenata in macchina di quella sera di maggio.
Era tornato sereno, sorridente. Capì che questo era quanto doveva attendersi, oramai. E non era colpa di nessuno, anzi, era giusto così.
Quella sera post-live dhg, solo Fat Karsi si trattenne abbastanza a lungo, dovendo tra l'altro accordarsi con i padroni per la serata seguente. Come segnalato, il giorno dopo era previsto un nuovo Gamba live.
E l’entusiasmo nel locale sarebbe certamente rifiorito.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA CAPITOLO 28 - DENTRO O FUORI

22 LUGLIO 2018

 

CAPITOLO 28
Dentro o fuori

La settimana che si dipanò a partire da lunedì 15 febbraio fu la prima da tempo immemorabile nel corso della quale i componenti della celeberrima compagine di rock meneghino “Dhegrado” accusarono una certa tensione nell’attesa di un concerto dal vivo. Non ci furono contatti in quel lasso di tempo. Non ci furono uscite serali, né all’ex-Bologna, né altrove. Al concerto dei Gamba al Cacophony, gli unici dhg presenti furono Oscar e Alfonso, il quale informò Karsi che il signor Torretta era chiuso in uno spasmodico isolamento per preparare la serata del sabato al Bloom.
“Questo significa che canterà i testi con tutte le parole al posto giusto? Che entrerà a tempo, che non insolentirà il pubblico?” rise in risposta il corpulento batterista grattandosi la pancia. Ma il sarcasmo di Fat non ebbe il seguito che in altre occasioni avrebbe ottenuto.
Il gruppo si radunò solo il giorno stesso, subito dopo pranzo e senza troppi discorsi vennero espletate le formalità di partenza.
Alle quattro di quel fatidico 20 febbraio, un pullmino contenente i cinque Dhegrado e le loro strumentazioni, gentilmente prestato dalla parrocchia con le rassicurazioni che sarebbe perlomeno tornato con tutte le ruote, partiva alla volta di Oreno, frazione di Mezzago, ove sei ore più tardi avrebbe avuto luogo l'ultimo concerto dal vivo dei dhegrado versione tutti celibi. Naturalmente lo stereo diffondeva i live della band, in particolare al Magia. Nel pullmino erano dislocati anche alcuni amici dei componenti la band, e altri fedelissimi, secondo promesse, sarebbero arrivati in autonomia.
La campagna pubblicitaria promossa dal gruppo era stata invero estenuante ed aveva interessato non solo Boffalora ma una vasta zona del circondario. Comprendeva tra l’altro:
-    manifesti e volantini, disseminati per strada ed attaccati a pali della luce, semafori e cartelli in genere;
-    bigliettini inseriti nelle buche delle lettere;    
-    telefonate a tappeto, con preghiera di informare gli amici degli amici "per uno spettacolo davvero imperdibile“.

Lo zelo pre-live cui il leader ed i suoi adepti (come gli piaceva denominarli in questa fase) si erano sottoposti testimoniava la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un evento decisivo.
Particolarmente Beto era teso e concentrato come mai prima di uno spettacolo. Durante il viaggio non distolse gli occhi dai testi, tranne per rivolgerli verso uno strano scrigno chiuso a chiave del quale non aveva parlato a nessuno e di cui si sarebbe ovviamente servito nell'esibizione. Arrivati al locale, scioccò a morte gli altri ordinando un caffè ristretto macchiato caldo senza nemmeno la correzione. Chiese al tatuato e corpulento titolare se ci fosse un camerino od un privè ove poter provare "la scena del concerto" ed, ottenutolo, vi si ritirò con lo scrigno in completa solitudine, nemmeno Pam lo seguì. Nessuno lo rivide più per un'oretta.
Quando riatterrò tra gli umani, Paolo provò a chiedergli un accenno su quanto andasse preparando ma il leader si limitò a proclamare che le "vie eteree dell'arte sono disconnesse al villan di mondo". Ma stavolta la sua ben nota ritrosia nello svelare i propri disegni artistici, che mascherava sempre in locuzioni tanto armoniose quanto beote, non lasciava traspirare l’usuale sapore goliardico. Riscosse solo brevi sberleffi. La band al completo si trasferì poi sul palco per il sound-check, operazione dalla quale non derivarono angustie di sorta, poi la cena. Per la prima volta un desco (seppur frugalmente) imbandito non riuscì a scatenare l’usuale spensieratezza ed ilarità che s’originava in modo pressoché spontaneo allorchè due o più degradi vi si sedevano. Karsi soffrì in silenzio per la totale assenza di dileggi e motteggi nei suoi confronti, e fu tentato di schernirsi da solo. Alfonso non trovava molto da dire e roteava uno sguardo incerto tra il palco e le pareti del locale, costellate di manifesti raffiguranti epici live di Led Zeppelin, Beatles, Queen, Who, Van der Graaf Generator. Smise di guardare per non sentirsi a disagio e si concentrò sull’eccentrico orologio a forma di tranciapollo che troneggiava al centro della parete opposta al palco, quasi a ricordare ai musicisti l’inflessibilità dell’inizio e della fine dell’happening. Paolo e Oscar confabulavano a monosillabi circa le proprie, interscambiabili parti di chitarra, sequenze di accordi ed altre noiose questioni tecniche. Non sapendo di cos’altro parlare, Fat pensò bene di rinverdire con Pam i ricordi delle proprie vacanze irlandesi di quell’ultimo inverno, e la poveretta si beccò altri ottanta minuti circa di monologo colmo di barbarie immaginative, proprio come cinque mesi prima in saletta.
Verso le nove furono accese le luci al piano superiore e gli avventori iniziarono ad occuparne i posti, cullati dai rumori selezionati di techno primi anni‘90 ed sadismi del genere, qualche povero tonto prese persino a dimenarsi goffamente al centro della pista, imitato da altri schizofrenici invasati agghindati in nero. Lo strazio durò circa tre quarti d’ora.
L’interessante orologio a forma di tranciapollo posto sulla parete di fronte al palco segnava le ventidue meno dieci minuti e nessun dhg ancora era salito sul palco.
In quel medesimo istante però, un tale sbucò dal nulla e si recò alla tastiera locata a sud-est del palco stesso, iniziando a rantolare una sinistra melodia in minore.
Qualche battuta dopo, dalla sua destra montarono due energumeni i quali ghermirono due chitarre che parevano abbandonate poco avanti, sul settore centrale del palco medesimo, ed incominciarono a spremervi una cantilena funerea.
All’estremità meridionale apparve una figura enorme, che oscurò la parete retrostante. Si accomodò con pesantezza dietro i tamburi della capace batteria senza sgretolare lo sgabello, ed inizio ad accompagnare con funzionale mestizia la nenia introdotta dagli altri.
Una ragazza coi capelli neri munita di un’armonica in “mi” s’insediò al centro-ovest del sopra menzionato palco e cavò dallo strumento lamentosi ululati a nota singola che rammentavano la sirena scarica d’un’ambulanza.
I cinque personaggi proseguirono in siffatta guisa per altri quaranta secondi circa, mantenendo un’espressione globalmente impersonale e sguardo vitreo. Davanti a loro, nella parte nord del palco succitato, un velo nascondeva alla visione del pubblico quanto presto sarebbe stato clamorosamente palese.
D’improvviso le luci lo puntano ed il velo si eleva, come lievitando.
Una figura umana, che squarcia il drappo e s’installa imperiosamente sul davanti del palco più e più volte antecedentemente nominato, emette un sogghigno crescente, amplificato da uno strano riverbero, mentre le luci sbiadiscono tutt’intorno e si concentrano sull’inquietante individuo.
La musica scema con lentezza esasperante.
Il silenzio s’è quasi impadronito del locale già pieno all‘inverosimile, nessuno osa fiatare.
In questo clima surreale, l’Uomo parla.
“Dopo questa sera, nessuno di noi sarà più lo stesso.”
Prima che il pubblico potesse reagire, l’Uomo ha imbracciato un pesante basso che giaceva abbandonato al suolo, ricordando in extremis di collegarlo all‘amplificatore.
E’il segnale.
Il corpulento padrone del ritmo scocca un colpo secco e violento sopra il rullante, primo di una lunga serie. L’”Intro”, uno dei brani nuovi di produzione dhg entra nella sua parte più movimentata. Unico ed assoluto momento in cui i Dhg suonano live in formazione a sei, questo è l’impareggiabile inizio dell’epico concerto di Mezzago.
Il leader imbastisce un giro ipnotico e coinvolgente mentre il ritmo aumenta, le melodie si rafforzano in un crescendo irresistibile costellato di variazioni intorno a quell’unico riff in minore.
Ed è il grande Fat Karsi con una snella ed efficace rullata a porre fine al tutto, allo scoccare del settimo minuto, troncando di netto l‘esecuzione.
L’Uomo crolla a terra, esanime, gli occhi riversi.
Un silenzio di tomba s’impadronisce della stanza, ancora una volta le luci indugiano sul protagonista che non dà più segni di vita, avviluppato in un anelito di tragedia.
Per sei secondi, non s’ode altro che il fiato sospeso della folla.
Prima cioè che la stessa scrosci in un battimani tumultuoso, sostenuto, incessante. L’uomo si rialza, brandisce il microfono e ringrazia, quasi commosso, gli astanti. Capisce che la strada è in discesa.
Per i successivi centodieci minuti, la formazione astorriana regalerà un happening impareggiabile, sciorinando praticamente tutta la produzione post-Luxuria più l’ovvia Luxuriotica, con un consenso di pubblico pari o addirittura superiore a quello registrato presso il Magia di otto mesi prima o al “live in casa”, al Bologna.
Per un grande concerto ci voleva un inizio indimenticabile, doveva aver pensato Beto, che indottrinati scenograficamente i suoi subito dopo la morigerata cena, aveva pienamente raggiunto il suo obiettivo.
Una grossa mano fu anche data dai fans d’importazione, reclutati dalla band ed astutamente disseminati tra il pubblico ad urlar consensi, in gran spolvero si dimostrarono Fabietto e la sua gang, cui erano stati offerti birre e sandwiches dai dhg pur di strappar loro la promessa solenne di non proclamare connotazioni politiche e non originare tafferugli, bensì di urlare a squarciagola per tutta la serata la loro adorazione per il complesso. Non guastò poi anche il fatto che un avventore, in evidente stato di alterazione etilica, si fece largo tra la folla sino al palco e pretese di intonare col leader una versione estrema de “Nel blu dipinto di blu”, durante cui la band accompagnò discretamente il duetto. Prima che il tale venisse scalciato fuori dal gestore.
Dal lato tecnico, notevoli furono le digressioni improvvisate che il complesso si concesse, fino a sconfinare in una specie di free-jazz in “Gaelic latter” (variazione che Beto denominò assurdamente “Tom Waits”) ed in un rock-a-billy nella parte mezzana di “Voglia assassina”.
Tra un brano e l’altro ritornarono anche dopo alcuni mesi i gustosi sketches che il leader amava improvvisare, con il pubblico o con i membri della band stessa. Nel culmine del delirio da onnipotenza, si dichiarò personaggio pirandelliano ribelle in cerca d’autore declamando di seguitò vezzose illogicità in rima baciata.
A proposito, non mancò (al termine di Sysyphus II) un bacio da macho con Pam, che mandò in visibilio il pubblico scatenando gli urletti delle ragazze, che al solito non avevano occhi per il capo. Ma era suo il merito fondamentale di un successo insperato come quello. Ancora una volta impeccabile anche la resa tecnica. L’amalgama tra le due chitarre permetteva un suono finalmente omogeneo, ed Oscar ebbe il suo momento di gloria nell’acclamato assolo di wah-wah di “Morte lieta morte strana”, dilungato ad libitum. A mezzanotte passata il padrone intimò l’alt alla band, e per la prima volta il leader lo vide evidentemente soddisfatto. Trasgredendo al contratto stipulato con Alberto, offrì al gruppo un ulteriore giro da bere con stuzzichini vari, e fu solo intorno alle due che la carovana – dhg intraprese la strada del ritorno, distrutti ma altamente orgogliosi di quello che si poteva definire la miglior performance globale in assoluto del gruppo. Il leader, che appena salito sul furgoncino aveva proposto spavaldamente il giro delle osterie milanesi per festeggiare, dopo alcune centinaia di metri cadde addormentato sulle ginocchia di Pamela e si risvegliò direttamente a Boffalora, deposto al solito sull’uscio di casa, tra i cespugli raggelati in riva alla roggia. Il giorno dopo lo trascorse in trance e, sceso a far colazione intorno alle cinque del pomeriggio mezzo nudo e col microfono in mano, fu osservato compassionevolmente e lasciato senza cornetto, per il cui diniego singhiozzò disperato.
Lunedi 22 febbraio era il compleanno di Oscar, e fu organizzata una serata particolare, per il di lui genetliaco ed anche per fare il punto della situazione post-Mezzago.
Fu un ritrovo divertente ma anche piuttosto sobrio, durante il quale venne riascoltato e commentato il tape del concerto ed Alberto, deus-ex-machina della parte scenografica, venne esaltato per la maturità scenica e interpretativa raggiunta. Naturalmente Torretta s’autoincensò per quella che definì una meritatissima attestazione di stima e chiese di poter firmare autografi ai propri compagni e al gestore del Redial, dove s’erano radunati, il quale gli propose di firmare un assegno in bianco. Insomma un raduno allegro, dal quale però non sorsero programmi per nuove prove e/o esibizioni.
I primi ad andarsene furono Mirella e Paolo, il quale il giorno successivo inaugurava una serie di riunioni milanesi per la promozione regionale della Fiera del Mobile, seguiti poco più tardi da Fabrizio, che preferì non tardare avendo davanti a sé, quella stessa settimana, altre tre sere di prove di cui due coi Gamba. Quando anche Beto e Pam stavano per abbandonare la saletta, fu la voce di Alfonso a fermarli.
“Che facciamo adesso?”
“In che senso?”.
“Beto, avevamo uno scopo. Un obbiettivo. Un concerto importante, finalmente, dopo mesi di inattività. E’ completamente riuscito, siamo tutti contenti, abbiamo festeggiato. Ma adesso che si fa?”.  Breve silenzio, poi riprese: “Siamo qui al Redial e non c’è nemmeno venuto in mente di organizzare una serata…una cosa inconcepibile fino a soli pochi mesi fa...”
Il capo accusò il colpo. Aveva talmente occupato le sue forze ed il massimo sbattimento per quell’appuntamento da non aver pensato cosa sarebbe successo poi.
A cosa avrebbero dovuto far succedere, poi.
Abbozzò qualcosa. Cercò di dire che una piccola pausa era inevitabile, come dopo ogni live, poi avrebbero ripreso i contatti, le prove, magari un nuovo concerto e…poco dopo tacque, schiantato dalla debolezza dei propri argomenti e  dalle ovvie obiezioni dei compagni.
Come poteva non capire, e infatti capiva.
Non era più il caso oramai di proporre altri “discorsi”.
Capiva che non c’era più tempo di far nulla, tra due mesi  Paolo si sarebbe sposato, e se aveva fatto i salti mortali per preparare un concerto, adesso non si poteva più davvero chiedergli nulla.
Il matrimonio.
Hai detto niente.
Poi, sarebbe partito per il viaggio di nozze. Poi, bisognava ricominciare tutto da capo. Imbracciare gli strumenti, sciogliere per l’ennesima volta la ruggine da cavi ed amplificatori. Cercare una nuova scrittura, organizzare una nuova serata. Rubare tempo agli impegni d’ognuno per le prove, impegni sempre più pressanti, invadenti.
“Tutto è cambiato. Una volta potevamo fare tutto, facevamo tutto. Adesso ci sono mille ostacoli.”, l'amara riflessione. Stavolta Pamela non riuscì a fargli tornare il sorriso.
Oscar non aveva ancora finito di compiere gli anni. “Vuoi che andiamo da qualche parte, Beto, non è tardi dopotutto, e un compleanno è un'occasione speciale.”
“No, ragazzi, vado a casa. Domani devo lavorare, devo anche studiare. Ci sentiremo presto, tranquilli, chiamo io”.  
Anche lui aveva pronunciato la frase fatidica.
Chiamo io.
Come no.
Infatti per quanto rimase del mese di febbraio e praticamente per tutto marzo, non vi fu alcun contatto di rilievo tra i membri del complesso.
Una delle ultime sere di inverno, Pam e Beto uscirono a cena con Paolo e Mirella, ed i discorsi concernerono prevedibilmente gli impegni universitari ed il secondo anno del corso d’arte drammatica del capo, e le ormai imminenti nozze dei primi. La malinconia di quel lunedì di febbraio era sparita dal viso del capo, e sarebbe scorretto non sottolineare come il rapporto con Pam, che continuava serenamente, stava contribuendo in maniera decisiva alla quieta funzionalità del leader.
Fabrizio proseguiva una regolare attività con tutti i suoi gruppi tranne i dhg. I Biglietti scaduti ottennero la loro prima scrittura, fissata per la metà di maggio presso il “Mother Nature”, un ritrovo molto caratteristico situato sul Ticino, in località Bereguardo, ove il free-jazz andava per la maggiore e che ingaggiava soltanto strumentisti selezionati per un pubblico altrettanto selezionato. Fat avrebbe poi confidato ad Oscar e Alfonso, con i quali si trovò una sera all’ex-Bologna, che avevano dovuto inviare due cassette di materiale e tampinarli insistentemente per una settimana di fila, prima di ottenere la sospirata scrittura.
Ancora più fitta l’attività dei Gamba. Proprio alla fine di quel marzo i sette musicisti celebrarono la loro sesta uscita dell‘anno, curiosamente proprio al Redial, che si assommava a quelle del Pandemonium, del Cacophony Club e le tre all‘ex-Bologna, il tutto in tre mesi e sempre con un seguito straordinario. L’unico altro membro dei dhg presente al live fu Alfonso, che rimase ancora una volta impressionato dal seguito sempre maggiore di pubblico, che già cantava in coro col gruppo strofe e ritornelli delle loro canzoni. Al termine dello spettacolo si recò nel backstage a salutare un paio dei ragazzi della band, che già conosceva di persona, oltre a Karsi. Tra di essi fu contento di rivedere il cantante Marini, che tra l’altro si dichiarò acceso fan dei dhg. Il ragazzo, evidentemente su di giri per il crescente successo della propria band, offrì una birra a Fat e al bassista dhg allo scivoloso ed attaccaticcio bancone del Redial e confidò a Gary che “stiamo presentando del materiale nuovo, e dato che alla gente sembra apprezzare, stiamo anche vagliando la possibilità di registrare un’opera prima, per così dire. Anzi, l’abbiamo praticamente deciso: incideremo un disco!”.
Fece il nome dello studio dove avrebbero registrato.
“Oh, nessuno si vuol montare la testa, è chiaro, però non c’è nemmeno motivo per non provare un’esperienza simile”. Allo stupefatto Garimbelli non restò che far loro i complimenti, ringraziare per la birra e andarsene.
“E’vero” si ripeteva Gary rincasando, “non c’era ragione di non provare un’esperienza del genere”.
Bastava avere delle basi, anche loro l’avevano fatto.
Ma l’avevano ripudiata sdegnosamente. Non c’era l’eccitazione del concerto, era come lavorare, avevano obiettato loro, e non l'avevano più rifatto.
Cos’era allora quella strana sensazione di rimpianto che gli ballava dentro?
Ritirò l’auto in garage e notò che si stava alzando una brezza fresca ed umida. “Acqua in arrivo, primavera in ritardo”, pensò coricandosi. Ed lo stormire del venticello tra gli alberi scuoteva le zanzariere e gli formicolava in testa, rimandandogli il sonno.
Accese la luce e si mise a leggere.
Erano quasi le tre quando spense a malincuore. E il riposo arrivò subito.
Il primo segno di vita di Paolo arrivò, a tutti gli altri componenti la band più Michi, soltanto dopo la prima settimana di aprile ed ancora una volta rivestiva un’importanza sostanziale. Si trattava dell’invito “alla celebrazione delle nozze di Paolo e Mirella presso il Santuario dell’Acquanera di Boffalora Ticino, domenica 25 aprile 1993.”

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA CAPITOLO 27 - ALLA MIA ETA'

17 LUGLIO 2018

 

CAPITOLO 27
Alla mia età

Come forse ho già accennato da qualche parte, sennò tanto ve lo dico adesso, i Gamba erano (sono) una formazione di rhytym’n’blues in attività da un paio d’anni, fautori di brani dalla spiccata connotazione campanilistica, che tessono le lodi delle tradizioni e del territorio, senza disdegnare testi in gergo locale e incursioni nel folk più classico.
Appoggiato al bancone, con la Ceres in mano (“non ho nemmeno la forza di ordinare una Guinness“) un perplesso capo dei dhegrado osservava la band all‘opera.
Gli altri tre li aveva lasciati là al tavolo, incredibile che paressero realmente interessati a quella musica. Notò con disappunto che a un certo momento s’erano recati fin sotto al palco per ammirare il gruppo. Finalmente qualcuno annunciò al microfono qualcosa che sembrava significare una breve pausa, e il leader si riaccomodò seduto, con espressione da compatimento ad adornargli il viso.
Subito dopo inorridì: vide tornare i suoi colleghi soddisfatti, addirittura col sorriso sulle labbra.
“Allora, cosa ve ne pare?“
Sembrava che non aspettasse altro che ricevere il “la” da Oscar, per esprimere tutto il suo disappunto. Un fiume in piena. Anzi, in strabordo.
“Ragazzi, non posso crederci. Fatico a crederci. Passi per i Biglietti scaduti, che suonano dello psicho- jazz (era riuscito a mantenere la stessa definizione della prima volta che li aveva nominati!), ma almeno dimostrano un minimo di inventiva. Ma questi, dico questi, ma li sentite? Canzoni in dialetto, sui pendolari, su amoreggiamenti in riva al Ticino, sulla sfiga dei gatti neri?!? Vi rendete conto? Io sono qui a vedere il mio batterista che passa disinvoltamente dalla batteria garage punk a suonare i bonghi durante “Mia bela Madunina“? (Non c’era nessuna parte di bongo in quel brano, ma tant’è, ndr). Ma lo sanno questi che esisteva (esiste tuttora, e si sta probabilmente anche dando una grattatina, ndr.) gente come Iannacci o Svampa o chi volete voi che le ha già fatte quarant’anni fa ‘ste cose?!?”.
Il soliloquio proseguì ancora per alcuni secondi, finchè il boss sentì il bisogno di prender fiato.
Paolo sorrideva divertito, senza sentir il bisogno di commentare qualcosa. Gary, cui invece il gruppo non dispiaceva affatto, tentava di supportarne la causa, sostenendo che si, i Gamba de Fegn suonavano canzoni quasi unicamente dialettali, la loro musica poteva talvolta non brillare per inventiva o originalità come quella dei dhg , ma…
“Ma devi ammettere, Beto, che sono dinamici, simpatici, goliardici, il cantante sa il fatto suo ed il resto della band è impeccabile, tecnicamente.”
“Suonassimo noi come loro”, era la frase che all’ultimo momento preferì non aggiungere.
“Sarà…comunque l’importante è che Karsi non cominci a tirar pacchi e tenga sempre presente che l’unico vero suo gruppo siamo noi, altrimenti farà i conti con me!!”
“E in tal caso allora si, che dovrà preoccuparsi seriamente!” lo schernivano gli altri, mentre lo spettacolo si accingeva a riprendere.
Beto allora tornò al banco ma si accorse di aver ingollato già tre ceres e divorato alcuni untissimi piatti di patatine fritte ricolme di salse varie multicolori. Era un po’ confuso e non sapeva come ingolfare ulteriormente il proprio stomaco: ordinò cappuccio e brioche alla crema che consumò in piedi, a rilento, rincorrendo un pensiero latente. Non c’era nemmeno Pamela con cui sfogare il proprio malumore. Appoggiò la tazzina vuota nel piattino e, sospirando, tornò al tavolo dagli altri dhg.
I quali però s’erano già alzati e diretti nuovamente presso il palco, ancora preso d‘assalto dai fans.
Con grande sforzo    , Alberto s’appropinquò allo stage e si sforzò di assistere alla performance dei Gamba per cercare di capire e di trovarvi lealmente qualcosa di buono.
Represse un lieve moto d’avversione e si mise in ascolto. Gradatamente, cominciò a cogliere alcune “sensazioni positive”, come avrebbe in seguito ammesso. Non andò in bagno come aveva programmato e non si staccò più dalla propria postazione fino alla fine del concerto.
Richiesto d’un parere, confessò che, in effetti, i sette ragazzi (la line-up dei Gamba comprendeva: voce, basso, chitarra, batteria, bonghi-percussioni-triangoli, piano-tastiere e un addetto ai fiati) se l’erano cavata assai bene, come peraltro sottolineato dall’esultanza del pubblico, che non mollava un attimo i musicisti.
Il cantante e leader, Giovanni Marini, era un vero istrione. Giocava con l’audience e coi suoi colleghi di band, faceva battute, raccontava storielle, trascinava la folla a unirsi coralmente ai brani proposti, cosa che naturalmente nessuno si faceva pregare di fare. Niente da invidiare dunque al carisma del nostro, il quale non a caso definì “già visto ma interessante” il modo di tenere la scena di Marini.
I quattro degradi non riuscirono a parlare col Fat quella sera, poiché il concerto si protrasse ben oltre mezzanotte e Oscar e soprattutto Paolo premevano per rientrare non proprio la mattina dopo come invece non sarebbe dispiaciuto ad Alfonso e soprattutto ad Alberto, che s’era praticamente trasformato nel più acceso fan del gruppo.
Nel viaggio di ritorno, evidentemente riconquistato dal “profumo del palco e la sensazione di dominio del pubblico che emana dal live di questi ragazzi” il capo espresse il desiderio di tornare il più presto a suonare dal vivo, ma dovette picchiare il naso contro la dura realtà: non toccavano strumenti da mesi e non era in programma alcuna data in quel momento.
“Quel tipo là che ti ruffianavi tu per suonare all’Ideal, è ancora vivo?”, domandò a Garavani sulla strada sdrucciolevole del ritorno. Paolo rispose senza distaccare gli occhi dal volante e le orecchie dal celebre “Live in Moscow” dei CCCP.
“Mah, è tanto che non lo vedo..ci tenevamo in contatto più che altro per motivi di lavoro…potrei provare a sentirlo, vedere se ha in ballo qualcosa per noi..” Preferiva restare sul vago, con palpabile mancanza di autoconvinzione.
Quando lui ed Oscar furono tornati a casa, Alfonso riaccompagnò il boss a casa, e fu l’occasione per nuovi sterili commenti sulla band che avevano appena ascoltato dal vivo, dopodiché si congedarono senza clamori particolari.
Il lavoro era iniziato per tutti a pieno regime ormai, ed anche il capo si vedeva costretto a performance diurne che non contemplavano microfoni da far roteare, bensì il dividersi tra l’azienda familiare e la frequenza di quello che si sperava essere l’ultimo anno di filosofia, nonché il secondo della scuola d’arte drammatica. Ma dentro di sé il ragazzo era sulle spine, perché la sete di palco che lo attanagliava non accennava ad estinguersi, anzi, e lui sapeva che se non ci fossero stati concerti all’orizzonte, gli altri avrebbero potuto pensare che non c’erano ragioni particolari nemmeno per organizzare delle sessioni di prove.
Si era ripromesso di non fare, stavolta, il primo passo per radunare il gruppo e ad accrescere la sua irrequietudine fu il fatto che, effettivamente, nessuno dopo una settimana dalla gita al Pandemonio si era ancora fatto vivo. In quel lasso di tempo, l’unica telefonata che ricevette fu di Alfonso, che nel parlare comunicò al boss che Karsi avrebbe compiuto gli anni (28) il giorno quattordici, e magari si poteva organizzare qualcosina, con il secondo fine mica tanto velato di riprendere in mano gli strumenti. A Torretta, invece, del genetliaco del corpulento batterista calava proprio nulla; s’informò presso Gary se stesse continuando a vedersi con “quegli altri” come li chiamava lui, e istigò il bassista a smuovere un po’ le acque per la ripresa delle prove. Gary potè solo replicargli che avrebbe chiamato anche Paolo e Oscar, con lo stesso pretesto. Ma la sera dopo ritelefonò al leader dicendo che Paolo ringraziava per l’informazione ed avrebbe chiamato Fat per fargli gli auguri, mentre per quanto riguarda la musica “adesso come adesso sono un po’ preso, sapete, il lavoro ma anche l’organizzare per le nozze, però prima della fine del mese riprendiamo eccome”.
Terminò la comunicazione con la frase più temuta:
“Mi faccio vivo io, tranquilli.”
Alberto masticava amaro.
Cominciò a entrare nell’ordine d’idee che il suo chitarrista doveva essere davvero in un momento particolare, per mettere in terzo piano l’amato garage-punk.
Ma le sue sofferenze stavano per aver termine.
Il venerdì successivo, con Pamela si recarono in un bar piuttosto alla moda in quell’epoca, ossia il famigerato “Bloom” a Mezzago, ove la ragazza del leader ebbe la sorpresa di riconoscere dietro al bancone una sua compagna di università, che lavorava lì con l’ovvia motivazione di mantenersi agli studi. Alberto, che non era dell’umore migliore, degnò appena di uno sguardo l’amica di Pam, salvo cambiare totalmente modo di fare non appena la ragazza si lascia sfuggire che nella parte superiore del locale esiste uno spazio per la musica dal vivo molto, molto ben frequentato.
“I prossimi saremo noi, ragazza. Scrivi in bacheca che qui suoneranno molto presto, i fantastici Dhegrado!!”. Nell’enunciare la frase aveva alzato il tono della voce di circa un tono e mezzo, cosa che non gli riusciva nemmeno nell’esecuzione dei brani, ed alcuni astanti si voltarono pensando ad un accenno di rissa. La barista, che per fortuna di Beto era gentile e piuttosto timida, prima si rallegra del fatto che “il ragazzo della Pam” avesse un gruppo, dopodiché sparisce dietro le tende per riapparire poco dopo con un tipo piuttosto imponente, con lunghe trecce di capelli rasta, barba-baffuto, tatuato ovunque e dall’aria minacciosa, che chiede senza tanti complimenti al signor Torretta che tipo di serata intendeva “eventualmente pensare di organizzare all’interno del mio locale”.
Alberto, scolorendosi appena in volto e scostandosi impercettibilmente dal banco, ridiscende presto al timbro di voce precedente o forse un semitono più sotto e racconta al marcantonio che “il nostro complesso è fautore del rock puro con accenno al punk e non disdegna incursioni nel garage anni ’60. Può inoltre contare su vasto un repertorio di brani originali”. Il padrone del “Bloom” lo guarda con fare dubitativo e mantiene la medesima espressione torva.
Non pare convintissimo.
Poi chiede: “OK, avete una cassetta, qualcosa da farmi sentire?!?”, al che il frontman degradiano, che si sarebbe strappato una balla per non aver avuto con sé nemmeno un nastro in quel momento, ha un colpo di genio.
“Non ho cassette con me”, replica il grande cantante recuperando l’aplomb, “ma t’assicuro che non c’è n’è bisogno. A parte il fatto che è singolare che qui non si sia mai sentito parlare di noi, ti posso assicurare che se ci dai un sabato sera ti riempio il locale!”
Pausa carica di tensione.
L’energumeno scruta truce il capo, che fieramente sostiene lo sguardo. Per crearsi un tono da vero maledetto ordina un Ballantine doppio, che in parte poi rimetterà in bagno.
“Va bene” replica il gestore sfogliando l’agenda con aria professionale, “ci vediamo il 20 febbraio alle 22, iniziare puntuali e smettere tassativi alle 24. Non pago nulla, solo qualcosa da mangiare e due consumazioni gratis per ognuno di voi, e sarà meglio per te se manterrai la promessa. Naturalmente se scatenate risse saranno guai grossi per tutti.”
“Il venti febbraio…ma è fra tre settimane e…”
“Non vorrai mica tirarti indietro, vero?!?”
Intervenne Pam: “Tranquillo, puoi confermare la data, sarà un grande happening!!”.
In macchina, il leader stava pensando al modo migliore per avvisare gli altri, e particolarmente il suo chitarrista prossimo sposo, che tra venti giorni avrebbe dovuto suonare per due ore di fronte a un pubblico che bisognava racimolare da casa per un bestione tatuato ed irascibile che non pagava niente.
Sudò freddo e cominciò ad essere assalito dai dubbi.
E se Fat Karsi avesse avuto un impegno proprio quella sera? E se non avessero potuto provare con regolarità prima del live? E se…
“E se la smettessi di menartela e lasciassi che io ti dia una mano?!?” intervenne ancora Pam. Al che il nostro si tranquillizzò leggermente e procedette verso casa ascoltando vecchi brani funky dei Jackson five e dimenando la testa a scatti in prossimità dei semafori.
Alle otto di un noioso sabato sera di fine gennaio, suona il telefono in casa Garavani.
“Sono Pamela, buonasera, c’è Paolo?!?”
Lui stesso rispondeva al telefono, e si mostrò in verità piuttosto sorpreso di udire la voce della ragazza del capo.
La quale non si perse troppo in convenevoli, e dopo essersi assicurata che Paolo, Mirella e famiglie stessero bene, il lavoro procedesse tranquillo ed i preparativi per l’ormai imminente sposalizio pure, sganciò la bomba con noncuranza: “Sai, dobbiamo suonare per due ore al Bloom di Mezzago tra tre settimane, è un impegno già preso, non possiamo assolutamente tirarci indietro!”
Per Paolo fu un vero shock. Se all’apparecchio fosse stato il suo cantante l’avrebbe ricoperto di pernacchie, o in un momento di malumore magari di insulti. Restò talmente sorpreso da non riuscire a replicare subito, e fu una debolezza fatale, in quanto la ragazza riprese a mitragliarlo: “Oltretutto il gestore è un tipo tosto e minaccioso, che si aspetta il pienone. Col Beto stiamo già organizzando un pullman di amici e contiamo di raccogliere un certo numero di adesioni. Naturalmente anche voi dovreste mettere in giro la voce, creare volantini per tappezzare le piazze e pubblicità varie. Ah, fammi una cortesia, Paolo, io adesso chiamo Karsi, tu magari aziona Alfonso e digli di avvisare Oscar, ok?!? Allora ci vediamo lunedi sera alle prove, d’accordo? Ora ti lascio perché voglio beccare il Fat e poi dobbiamo prepararci, sai è sabato sera dopotutto! A dopodomani, ciao ciao!!”
Quando Paolo riappese il ricevitore, aveva chiara in mente una cosa, e cioè che il suo frontman si era ficcato in un mezzo guaio, ed il tentativo della di lui fidanzata di risolvere tutto era stato notevole. Avrebbe potuto facilmente metterli nei guai, esibendo una scusa qualsiasi di lavoro ad esempio, per mandare a catafascio le prove ed il concerto, se avesse agito per ripicca.
Invece si fermò un momento a riflettere.
Forse stava davvero tralasciando eccessivamente i compagni di band, nonostante le indiscutibili necessità che lo tenevano lontano dalle chitarre. Forse il fato elargiva una delle ultime occasioni per rinverdire il Sogno, dato il cambiamento che, sacrosanto e inevitabile, incombeva. Forse poteva ancora permettersi un piccolo salto nell’Incoscienza, senza che essa lo distogliesse dal Perseguimento della Realtà.
Sorrise pensando che da molto, ormai, non gustava l’adrenalina di un’esibizione dal vivo e l’idea iniziò a sedurlo. Doveva essere stato seduto da tempo se Mirella, passando, gli chiese ad un tratto se qualcosa non andasse.
“Niente, ho solo ricevuto una bella telefonata, ed ora devo farne una altrettanto piacevole”, si limitò a riferirle.
La ragazza si recò tranquilla in cucina. Stasera preparava da mangiare lei, per il futuro marito ed i suoceri.
Il contatto più a rischio era quello con Fat Karsi, che però si dimostrò fin da subito non solo disponibile ma anche entusiasta. Disse che aveva voglia di riprendere a suonare con loro ed aveva lasciato apposta i lunedì liberi.
No, nessun concerto per lui il venti febbraio.
Si, che sarebbe venuto a tutte le prove.
Oscar, che lo aveva interpellato, rimase però impressionato dal sentirgli dire che, prima di quella data, sarebbe nuovamente uscito dal vivo con i Gamba il venerdi 12, presso il “Cacophony Club” di Villastanza. Un locale che aveva pari se non maggior risonanza del Pandemonio.
A capodanno, raccontò il Fat al suo giovane collega avevano ospitato gli Stone Roses, con i Timoria come apripista.
”Si, certo..ci saremo..credo”, il mezzo impegno con cui il chitarrista dhg concluse la chiamata.
Prima che la fatal mezzanotte di quel sabato scoccasse dunque, i Dhegrado erano ufficialmente ritornati dalle lunghe, oziose vacanze di Natale, Capodanno, Epifania e Rientro.
Ovviamente la prova di lunedì 1 febbraio fu fondamentale. Alberto, misteriosamente incravattato che faceva tanto Barrett post-Floyd, impiegò esattamente 15 secondi per salutare tutti, metterli al corrente del compito che li attendeva, come se nessuno ancora lo sapesse, urlare a vanvera per spronare la band ed impadronirsi del microfono. La sessione consistette fondamentalmente di un ripasso di tutti i pezzi originali e procedette con qualche piccolo intoppo dovuto alla ruggine, ma al terzo/quarto tentativo s’era già posto rimedio. Il lunedì successivo fu la volta delle cover e della definizione della scaletta. Tutto venne deciso e determinato dal Capo, che stavolta esibiva un farfallino a pois e per tutte e tre le sessioni di prove mostrò una passabile/buona conoscenza dei testi. Con gran sorpresa degli altri, bevve solo cedrata e succo di mela cotogna. La prova del 15 febbraio consistette in un doppio giro della track-list e scorse senza nessun problema. Nonostante le lunghe settimane di sosta forzata, il repertorio era alla fine stato rimesso a lucido. Erano sorti persino due pezzi originali: un brano strumentale che verteva su variazioni improvvisate su un giro in La minore; alla band piacque e si stabilì di inserirlo all’inizio del live (da cui il nome del brano, semplicemente “Intro”).
Da notare la presenza di Pam all’armonica, unica occasione in cui ad un esterno del gruppo fu permesso di suonare (tipo Billy Preston nelle sessioni di Get Back con i Beatles, tanto per rifarci ancora una volta all’unica band universalmente paragonabile ai dhg.)
Il secondo pezzo, “Morte lieta morte strana”, era un gretto e teso punk distorto con notevole uso del wah-wah da parte di Oscar ed un ritornello accattivante, memore certo della grinta del miglior periodo degradiano e colmo delle associazioni paranoiche e delle invettive classiche del leader contro il genere umano più “abbietto e pusillanime”. Insomma una rentrèe in piena regola, tanto che addirittura Karsi, certamente il musicista più attivo della band, abituato ad alternare tre gruppi di cui i Gamba in chiara ascesa, si ritrovò ad esclamare ad un certo punto:
“Ma guarda te se alla mia età devo sudare tutte le sere come un porcello dietro sto c..o di batteria!!”, mentre frasche di peli allagati fuoriuscivano ansimanti dalle ascelle.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPIT.26 - UNA NOTTE CHE PIOVEVA

12 LUGLIO 2018

 

 

Da un mezzo accenno, una battuta, l’atmosfera s’era impercettibilmente surriscaldata:

“Non capisco, non riesco davvero a capire, ma che bisogno hai di entrare in un altro gruppo? Non ti bastano quei quattro o cinque che hai già? Sei via tutte le sere, con ‘sta musica, sempre la macchina carica di tamburi che sembra un circo. Non ci vediamo quasi mai…forse alla tua età potresti anche cominciare a darti una calmata, che diamine!”

Sapeva che l’accenno polemico al suo hobby non sarebbe mancato, ma lui non aveva nessuna intenzione di farsi rovinare il pranzo di Natale. Anzi, aveva colto proprio quell’occasione per mettere in chiaro che non solo lasciava, anzi raddoppiava, come diceva quel mitico conduttore mezzo americano del quale non si ricordava mai il nome. Trangugiando ferocemente la sua porzione di oca (i suoi ne mangiavano mezza in tre, lui tre da solo) ribatteva all’obiezione sollevatagli dalla famiglia con determinazione ma anche con la massima calma.

“Non ho alcuna intenzione di diminuire il ritmo della mia attività musicale”, spiegava, adottando un linguaggio raffinato, “ormai non abbiamo più in carico il bar ristorante, ho trovato fin da subito un lavoro stabile ed ho tutte le serate libere. A quasi ventotto anni non mi sento costretto a passare le mie serate sul divano con voi a per guardare i  programmi di quel conduttore mezzo americano…….buondì, buonanotte come si chiama, è giusto che io faccia come meglio ritengo opportuno. E poi i gruppi non sono quattro o cinque, erano due ed ora diventano tre. La formazione alla quale mi sono appena unito è molto interessante e piena di prospettive. E’ costituita da gente semi-professionista, che s’è posta come obiettivo il fare delle serate a pagamento per locali ed hanno bisogno di un percussionista-bonghista affidabile e preciso. Sono orgoglioso che abbiano pensato a me, altroché, darò il massimo per loro”.

Prese fiato per ingurgitare un enorme boccone d’oca annaffiato da un doppio boccale di birra scura ed un mezzo barattolo di funghetti sottolio; qualche secondo dopo riprese:

“Non intendo lasciarmi sfuggire questa occasione anche perché suonare mi diverte ma, dato che non è che percepisca uno stipendio da favola, se riesco ad integrarlo con attività collaterali è ancora meglio.”

Qualcuno dal fondo del tavolo aveva ribattuto:

“Beh, ma allora, perché non rallenti l’attività con uno degli altri, se tanto sono poco remunerativi?!?”

Fabrizio non rispose, terminò l’oca con violenza di mascelle e si alzò per andare ad osservare il tramonto roseo che si stagliava all’orizzonte sopra l’immobile distesa di neve.

La suggestiva visione non gli ispirava nessuna positività particolare, e pochi secondi dopo ne comprese la ragione: corse in bagno e vi soggiornò per svariati quarti d’ora, rintuzzando continui spasmi di stomaco, dei quali non riusciva a spiegarsi l’origine, e rischiando in più occasioni d’abbioccarsi tra un attacco e l’altro.

Quando vi uscì, si sentiva ristorato e in pace con sé stesso. Si ricongiunse placidamente al desco familiare apportando una deliziosa musicassetta di canti di Natale con cori gospel. In un attimo riportò letizia ed armonia all’interno del focolare, sorrisi e battute presero a svolazzar come stelle filanti. Finalmente Fabrizio poté passare al panettone con mascarpone, pandoro e brindisi assortiti.

Si ubriacò efferatamente, e crollò sul letto squartandone le molle, svegliandosi di colpo nella notte tra Santo Stefano e il 27 e ululando disperatamente dalla fame.

La sera dello stesso 27, complice un riposino di quattro ore di pomeriggio, si sentiva al contrario del tutto pimpante e riposato, e fornì una performance superba dietro la sua postazione da percussionista nell’ambito delle prove speciali che i Gamba avevano fissato per quella serata.

E nell’ambito delle vacanze di Natale, quelle session non sarebbero nemmeno state le uniche.

Rinunciò per prudenza al ritrovo post-musica all’ex-Bologna, adducendo misteriosi dolori di stomaco, si ritirò in casa senza nemmeno passare dal frigo bar e si coricò, addormentandosi come un angioletto. Il giorno dopo si prestò a spalare la neve in cortile, a dimostrazione che i tormenti d’ernia erano ormai un ricordo sbiadito, e a svolgere piccole riparazioni in casa e la mattina del 29, grazie anche a un sole pallidissimo che scheggiava d’arancio debole l’aria ovattata di ghiaccio, recuperò e rimise in sesto la mountain bike che languiva in cantina da tempo immemorabile. Si mise in strada sotto lo sguardo incredulo dei suoi e compì un lungo giro corroborante lungo il Naviglio deserto e imbiancato. Erano sei mesi che aveva venduto il Bologna, e fu quello il momento in cui maggiormente apprezzò il suo nuovo status.

Fabrizio era soddisfatto come non si sentiva da mesi.

Atmosfera tranquilla e tipicamente natalizia, in quegli stessi giorni, in casa leader.

Nel salotto, con una tazza di cioccolata calda tra le mani ed un sorriso rilassato, il signor e la signora Torretta osservavano con moti d’orgoglio crescenti il figlio esibirsi in estrapolazioni teatrali assortite, tratte dal suo repertorio in continua espansione.

Alberto teneva la scena da attore consumato, quale ormai in effetti era, dispensando battute e citazioni artistiche di dubbia provenienza ma d’effetto assicurato, sempre ben spalleggiato da Pamela.

Verso le sette di sera suona il campanello ed ecco entrare Paolo e Mirella. Un salutino veloce, doveva essere secondo le intenzioni. Invece Beto, carico al massimo, estrae da chissà dove una videocassetta del teatro meneghino anni sessanta - settanta ed inchioda gli astanti alle poltrone (o al divano, nel caso dei genitori). I visitatori veramente avevano portato la videotape amatoriale del Live al Bologna, ma ben presto se ne dimenticano, affascinati dalla foga e dalla perizia con le quali Alberto accompagnava ed esplicava la proiezione, arricchendola di particolari ed aneddoti probabilmente veri.

Dopo altri quattro giri completi della lancetta dei minuti, i futuri sposi si congedano. Il giorno seguente li attendeva un Santo Stefano con pranzo organizzato con entrambe le coppie di genitori a casa di Mirella, allo scopo non solo di celebrare le Feste in unione ed allegria, ma inevitabilmente anche per pianificare e dettagliare in vista del traguardo di quattro mesi dopo.

Paolo non aveva mancato di telefonare ad Alfonso, durante la giornata, senza però trovarlo a casa. “Sarà da qualche parente” aveva pensato, si sarebbero risentiti per Capodanno magari.

Nel tornare a casa quella notte dopo aver riaccompagnato Mirella gli sembrava di aver vissuto uno dei più perfetti Natali della propria vita. Rientrò senza rumore e riuscì nell’intento di non svegliare i genitori, e prima di coricarsi si fermò nello show room di nuovo allestimento, che avevano inaugurato proprio pochi giorni prima con un aperitivo aperto al pubblico. Il locale era stato arredato con sobrietà, era ampio e luminoso. Discretamente dislocati, gli uffici e la sala ricevimento ospiti. Lui aveva sgobbato tanto negli ultimi mesi, ma adesso si sentiva decisamente appagato.

E quattro mesi esatti lo separavano dalle nozze.

In effetti, il bassista dei degrado non era per l’appunto a casa propria durante quel giorno di festa. Si era recato a Torino, dalla sorella, che all’ultimo momento era riuscita a procrastinare alcuni impegni di lavoro e sarebbe partita la sera del 25 per la Francia, in luogo del 23 come stabilito in un primo tempo. Alfonso e la madre accettarono volentieri l’invito.

A Gary piaceva Torino, ne ammirava particolarmente il profumo di storia che emanavano gli austeri edifici del centro, la squadratura delle strade imponenti, la cortesia e la correttezza formale dei torinesi “vecchio stampo”. Per non parlare delle innumerevoli botteghe in legno del caffè e del cioccolato, allestite sempre in maniera fantasiosa e con quei colori decadenti che faceva tanto old-fashioned.

Vi era arrivato la mattina della Vigilia, e s’era tuffato quasi subito in mezzo all’orda agguerrita di popolo rombante per le strade alla ricerca di completare con affanno lo shopping natalizio. Lui però, si rintanò per ore in librerie e stores di musica, abbeverandosi di letteratura italiana contemporanea, per le quale scopri un’insospettabile passione, oltre a ricavarne spunti per la stesura di nuovi racconti che andava concependo.

Il pomeriggio di Natale, mentre preparava bagagli ed armeggiava tra trucchi e spartiti:

“Tu faresti una vita come la mia?”

La domanda della sorella arrivo a Gary inaspettata, in realtà non si era mai posto quell’interrogativo, così bofonchiò la risposta più logica: “In che senso?!?”

“Così, sempre in giro, teatri, palcoscenici, cori, stagioni liriche, borsoni e make-up sempre pronti…cambi di programma all’ultimo momento..”

“Non so…mi pare però che non sia solo questo. C’è anche il concerto, il palco..il pubblico che applaude, di solito..qualche soddisfazione ogni tanto arriva, no?”

“Si, si, ma lo stress non è da poco. E’ Natale e io parto per lavoro, altre volte è Pasqua, o Capodanno e capita lo stesso, poi magari non c‘è niente per un po’. Sai, tutto è così volubile, da noi.”

“Hai ragione. Tuttavia è certo che la vita della cantante, dell’artista in ambito generale, non è esattamente sedentaria e noiosa come quella dell’impiegato qualsiasi, credo.”

“Impiegato qualsiasi”, fu proprio questo il termine adottato, al che un altro paio d’orecchie s’allertarono.

Il successivo intervento della mamma voleva essere utile a risollevare il morale del figlio, che data la risposta non pareva proprio al top. “Non devi buttarti giù, anche tu nel tuo piccolo hai le tue prove, i tuoi concerti, le creazioni; il fatto che tu lo faccia per hobby non toglie la passione, il divertimento che ti porta, giusto?!?”.

Alfonso sorrideva, e doveva ammettere che aveva ragione lei. Il fatto che lo facesse per hobby, certo. Perché, era ormai evidente, tale sarebbe rimasto.

Aveva mai avuto la reale sensazione che ne sarebbe scaturito qualche cosa al di là di un rinfrescante diletto? Era per quello, inconsciamente, che i suoi interessi stavano impercettibilmente mutando?

La conversazione scivolò presto su altri argomenti, e verso sera i tre si salutarono. Gary e la madre accompagnarono la sorella in stazione dove l’aspettavano i colleghi ed il rapido per Nizza. Più prosaicamente, lui e la madre presero la Milano-Torino, invero piuttosto avara di traffico in quella limpida serata natalizia e rientrarono senza il minimo contrattempo.

Fu il giorno successivo che si vide con Oscar e gli zii, stavolta a Magenta. Dopo il pranzo, Oscar e Alfonso rimasero in salotto e, prese due acustiche, suonarono per lo scarno ma selezionato pubblico presente alcune canzoni dei dhegrado e persino qualcosa dei Luxuria Betovox, prevalentemente con Gary alla voce, il che vuol dire teatralità e carisma nulli rispetto al leader, ma quantomeno versi espressi correttamente.

Oscar aveva notato che neppure per un momento, in nessun ambito, Alfonso aveva fatto cenno alla sua storia con la ragazza di quell’estate, ne dedusse che se non ne parlava più nemmeno in famiglia, doveva essere evidentemente un discorso davvero chiuso. Il dialogo deviò, inevitabilmente, sul lavoro (per Gary) ed i fiorenti studi di architettura (per il cugino). Oscar accennò al fatto che, una volta laureato, il suo sogno era quello di aprire uno studio professionale in proprio, il che significava anche far fin da subito esperienza “sul campo”. Per questo aveva già iniziato a bazzicare presso alcuni cantieri edili della zona, dove ormai cominciava a farsi un nome ed a occuparsi a livello informale di progetti di vario genere. Anche Alfonso aveva ambiziosi progetti di miglioramento. Avrebbe iniziato a partire dal mese di gennaio un corso di spagnolo, che contava di terminare entro l’anno, e con il tedesco oramai “masticato” da oltre quattro anni di studio intenso, intendeva portare così a quattro le lingue parlate e scritte. Impeccabili erano infatti le conoscenze di inglese e francese, praticate sin dalla scuola media. “Contemporaneamente voglio anche seguire un corso di computer, fino a raggiungere quanto meno un livello medio”, spiegò alla madre ed agli zii, “Voglio arricchire il curriculum e distribuirlo al meglio, per migliorare le mie condizioni di lavoro ed ottenere secondo i miei meriti.”

Un discorso fermo, vera e propria dichiarazione d’intenti. Evidentemente le mestizie che in qualche modo trasparivano dal colloquio del giorno prima con la sorella parevano essere evaporate con le bollicine dello spumante. Fu forse a tal proposito che lo zio concluse sorridendo che “un ultimo brindisi è la maniera migliore di festeggiare due figli tanto studiosi ed ambiziosi”. Poi Oscar e gli zii salutarono e tornarono a casa. Per il giovane chitarrista del gruppo milanese dei dhg (lo cito perché questo è un capitolo in cui la musica c’entra poco), le vacanze di Natale sarebbero finite proprio quella sera. A partire dal mattino dopo, avrebbe riaccompagnato il padre nel suo lavoro di installazione e manutenzione di caldaie ed impianti di riscaldamento.

“Quattro mani sono meglio di due, ed, inoltre,” suggeriva argutamente il babbo, “farti conoscere presso i miei clienti fin da subito potrebbe rivelarsi utile nella tua attività futura, che ne è in qualche modo collegata”. Girarono in zona per i quattro giorni successivi, ed Oscar iniziò effettivamente ad allacciare interessanti contatti e conoscenze. Stanchissimo la sera, non uscì di casa fino a San Silvestro, quando partecipò a una festa tra coscritti e non estrasse la chitarra dalla custodia fino all’anno seguente, così come avrebbe fatto d’altronde il suo compagno di strumento, Garavani, che egualmente il 27 aveva riaperto lo show room.

Adesso il signor Pierluigi e Paolo gestivano parimenti le vendite ed il commerciale. Il musicista dei Dhegrado era ormai sciolto e perfettamente a suo agio nella parte, ed i clienti e gli ospiti potevano contare su un servizio impeccabile e altamente professionale da parte del “signor Garavani”, come si abituò ad essere denominato.

Quella stessa mattina del 27, aveva ricevuto una delegazione di commercianti del ramo, operanti in zona, che volevano discutere con lui circa una possibile collaborazione professionale. Al termine dell’incontro, lui e il padre erano entusiasti del progetto, e Paolo si gettò a capofitto nello sviluppo dello stesso, il che lo tenne occupato praticamente sino all’Epifania; si sarebbe rivelato un investimento assai azzeccato. Il miglior complimento lo ricevette dal padre: “Avresti potuto benissimo portare avanti il tutto senza la mia supervisione.”. Ma Paolo, saggiamente, lo ringraziò replicandogli che aveva ancora molto da imparare. Il buon esito della trattativa lo portò a dedicare ancora più tempo al lavoro. Iniziò a non lasciare l’ufficio prima delle venti, quantomeno.

In quel momento particolare della propria esistenza dunque, i cinque componenti dei dhg avevano una sola cosa in comune: la calma piatta che contraddistingueva il variopinto universo musicale che li accomunava.

Non si sarebbero più rivisti che dopo capodanno, in occasione del quale c’era stato il classico scambio di telefonate d’auguri, senza particolarità degne di nota.

Il quattro gennaio, un lunedì, Beto si risvegliò stranamente d’umore mediocre. Guardò fuori dalla finestra per scorgervene il solito panorama mezzo innevato e mezzo grigio. Non nevicava più da una settimana, e deboli ma insistite pioggerelline terrose non avevano portato ad altro effetto che lordare il paesaggio e gli argini delle strade, senza per questo riuscire a sciogliere le lastre di ghiaccio. Evidentemente insoddisfatto da quanto vedeva, che non gli ispirava nulla di poetico, annoiato dal fatto che Pamela era bloccata in casa da una noiosa influenza, completamente insensibile all’idea di studiarsi (perché no?) o crearsi testi in genere, ed impossibilitato a riprendere l’attività lavorativa dato che l’azienda riapriva il giorno sette, prese in mano il telefono, e chiamò Paolo.

Dato che non voleva spendere troppo, incaricò Garavani di chiamare Alfonso, e di dire a quest’ultimo di avvisare Oscar. Mancava un anello alla catena, e c’era una ragione.

Motivo di questo raduno non era infatti il ristabilire delle prove in saletta, ben chiusa da oltre due mesi ormai, bensì di esternare il fatto che Fat Karsi aveva invitato i Dhg, nella persona del capo, naturalmente, ad assistere alla sua prima esibizione dal vivo con i Gamba, la cui attività di prove non era al contrario cessata durante le feste, presso il prestigioso “Pandemonio” di Abbiategrasso, la sera di mercoledi 6 gennaio alle 21,30.

L’ingresso era gratuito, certo, s’affrettò a precisare il Fat.

Alberto replicò altezzosamente che quello della pecunia per la sua band non era mai stato un problema. (Niente di più vero. Dalle esibizioni dal vivo infatti, i dhg non avevano mai ricavato una lira. E se c’era da pagare qualcosa da qualche parte, in genere il capo riusciva a rimediare scroccando).

I quattro riuscirono per miracolo con quella strampalata catena di chiamate ad ottenere tutti la stessa informazione e la sera di quell’Epifania si rincontrarono sotto il portone della casa di Gary per recarsi al live. Si salutarono a pugni. In macchina, per un po’ i discorsi si riconducevano dozzinalmente alle feste appena trascorse, ma era latente nell’aria il bubbone che doveva scoppiare e fu l’anima più pia a puntarci contro la spilla.

Proprio all’ingresso di Abbiategrasso, Oscar infatti domandò:

“Ma, scusate,  chi sono questi Gamba de Fegn e come mai suonano dal vivo addirittura al Pandemonio?!? Non l’abbiamo fatto neppure noi finora….”

Dopo un breve istante silenzioso:

“Potrebbe essere una bella occasione” rifletteva Gary “per conoscere i gestori e vedere se si riesce a strappare una data anche per noi, poi col fatto che abbiamo anche un elemento in comune la cosa non dovrebbe essere complicata.”

Fu Beto a far notare con sagacia che prima di pensare ai concerti sarebbe stato necessario scrostare la ruggine depositatasi sulla vitalità del gruppo in due mesi abbondanti di assenza dalla saletta (utilizzò metafore ridondanti ma il senso era quello). Paolo, forse perché impegnato a guidare con attenzione sotto una pioggia devastante, o magari distratto dall'ascolto di "Tutti contro tutti" dei Ritmo Tribale, non faceva commenti particolari.

Ma tutti gli occupanti dell'automobile rimasero colpiti in modo evidente, una volta raggiunto il Pandemonio, dalla folla che si accalcava sotto il palco per assistere al concerto dei Gamba.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPIT.25 - SUDDIVISIONI ARTISTICHE

7 LUGLIO 2018

 

CAPITOLO 25

Suddivisioni artistiche

5 settembre 1992, un cantante, un bassista, una ceres ed un’aranciata amara, davanti all’ex-Bologna, locale che ogni tanto denomineremo “ex” per rispetto al Fat, nonostante non avesse mutato nome.

Fuori su un tavolino, seduti con tutte e quattro le gambe delle sedie che toccano terra. Blandamente vocianti, tendenti a pause prolungate. Canterellando, talvolta, o guardandosi in giro. Il vento aveva placato la sua ira, da un paio di giorni l’atmosfera era di nuovo secca e le temperature riprendevano a causar boccheggi.

Ancora una volta si era ritrovato con le chiappe per terra. “Evidentemente non era cosa.” aveva provato a consolarsi. Certo che non era proprio il rientro che si sarebbe aspettato. Prima l’annuncio-bomba di Paolo, adesso questo.

Di fronte a lui un leader altrettanto mesto lo osservava con la Ceres in mano, indeciso se mostrare solidarietà in silenzio, oppure dire qualcosa. Purtroppo per lui, e per Gary, il capo optò per la seconda soluzione.

“Secondo me, se ti ha mollato, un motivo c’è. Ci hai pensato?”. Il bassista si impegnò con ardore per non sputargli in faccia, poi considerò che l’altro, seppur goffamente, lo faceva per amicizia. “Si, e non capisco dove possa aver sbagliato…siamo stati insieme meno di due mesi, per giunta con le ferie d’agosto di mezzo..torno e trovo che non le va più bene, senza troppe spiegazioni…” “Quantomeno ti ha risparmiato la legnata della pausa di riflessione e del doversi guardare dentro, e poi che ti frega, per una che parte, cento ne arrivano…”

Un’altra banalità mostruosa come quella e si sarebbe impiccato.

Rifletteva amaramente che non aveva il diritto di prendersela col leader, quando la storia era iniziata non aveva nemmeno avuto il coraggio di confidarla e adesso invece era corso da lui. Così si impose di cambiare argomento.

“Tu invece?!?”.

Alberto, al contrario, non ebbe nessuna remora nello spiattellare tutto.

Da poche settimane, anche lui stava uscendo con una ragazza, la quale, per dirla “alla Beto” aveva una “particolarità“ da non sottovalutare.

“Come, una fan dei dhegrado?!?” sgranò gli occhi Gary, “mi stai dicendo che esci con una che conosce la nostra musica?” “Non solo, ma che è grandemente legata al post-garage, ai sixties, al punk ed è ovviamente pazza di me!” ribadì con un ghigno un Torretta smargiasso. Quando ebbe finito di descrivergliela, ad Alfonso parve di ricordare qualcosa. “Ah si, ecco, ecco, rimembro, rimembro, si certo, Pamela, quella morettina, con gli occhiali..si infatti, l’ho vista recentemente a qualche nostro live, ah quindi stai combinando, eh? Beh, guarda il lato positivo, allora, se per caso i dhegrado dovessero finire ingloriosamente, quantomeno ti avranno fatto trovare l’amore!”

Doveva essere una battuta o almeno un augurio, invece per Beto ebbe l’effetto di un microfono che cade sul palco e si disfa in cento pezzi.

Il resto del dialogo divenne insignificante, quasi che il boss di fronte a quella considerazione paresse perdere di sicurezza ed interesse.

Il mese di settembre vide solo una sessione di prove, il lunedì 21. Verso le 20,30 di quella sera Alfonso era passato a prendere Oscar. In auto, quest’ultimo aveva ricordato al cugino che, in un anno che lui era presente nella band, era la prima volta che si facevano delle prove senza avere un live prestabilito in vista. Più specificatamente, Oscar avrebbe voluto sapere se e quando fossero previsti dei concerti. Infatti nessuno di loro aveva più sentito Paolo fino all’agognato colpo di telefono di pochi giorni prima, con cui Garavani aveva annunciato al leader che finalmente aveva una sera libera per suonare.

Anche Alfonso non sapeva nulla di ciò, ma si dichiarava convinto che, una volta ripreso il giro, Paolo sarebbe tornato a dedicarsi con più fervore alla sua band e sarebbero riprese anche le esibizioni dal vivo. Impercettibilmente però alzò il volume dello stereo e non trovò più nulla da dire fino all’arrivo in saletta.

Contrariamente alle infauste previsioni di un bassista e un chitarrista perplessi, quando arrivarono allo studio trovarono invece un clima di euforia e di cameratismo come non era capitato per mesi. Paolo, evidentemente contento di tornare “allo strumento” come diceva lui, dopo una pausa eccessivamente prolungata, iniziò a grattare barrè ed urlacchiare insulti di incoraggiamento al gruppo, guidandolo in veloci ripassi di repertorio “per scaldarsi” come si usava dire. Karsi era carico, martellando senza pietà rullanti e tom per tutto il tempo e Beto… beh, uno non è leader a caso.

Nella prima pausa, circa venti minuti dopo l’inizio delle prove, uscì dalla saletta e se ne andò, senza dire nulla ad alcuno ovviamente, lasciando gli altri a guardarsi come degli alienati senza minimamente immaginare che…

“Salve ragazzi, vi presento Pamela.”

“Salve ragazzi, finalmente vi conosco, Alberto mi parla sempre di voi e mi fa una testa tanta con ‘sto garage-punk o come cavolo si dice, che ho pensato di venire a dare un’occhiata di persona…”

Breve il giro delle presentazioni, mezz’ora dopo Pam era già in pratica il sesto dhegrado. Alberto, esaltato il giusto per il riuscito colpo di teatro, s’impadronì di un’armonica ed incominciò ad emettere un suono ripetuto, insistito, quasi un jingle. Invece di venir vituperato e sbeffeggiato, gli altri presero incredibilmente a stargli dietro e a sviluppare il tema introdotto dal leader. Questi prese a enunciare suoni e frasi senza eccessivo costrutto, mentre basso e chitarre gli vestivano intorno un giro basato su un unico riff nudo e crudo, alle cui variazioni sul tema i tre strumenti pensavano poi a turno.

Un accordo in minore sviscerato in varie forme e dimensioni, con tempi accelerati e dimezzati con maestria a cura del largo batterista. Ci fu persino spazio per un assolo vocale di Beto mentre gli strumenti venivano meno e Karsi manteneva solo un leggero ritmo di spazzole, sino ad una vigorosa rullata a rimettere tutti in pista…la canzone era praticamente nata in studio così come ve l’ho descritta. Il tocco finale fu di Paolo che introdusse un triplo stacco con brusca interruzione, durante la quale Alberto avrebbe urlato qualcosa che sarebbe stato il refrain del brano. Il leader non riuscì a trovare nulla di meglio di qualcosa tipo “I’m away” e “far away” (sono lontano) e (molto lontano), tuttavia Alfonso si prestò a creargli l’ennesimo testo in inglese che lui non avrebbe mai imparato. Insensatamente denominato “Tom Verlaine”, il brano parla dell’impatto difficile di un ex-bambino troppo poco cresciuto con le difficoltà della vita dei grandi…ogni riferimento era del tutto intenzionale, ma tanto nessuno si sarebbe preso la briga di tradurlo.

Con tutta probabilità il bassman voleva solo celebrare l’amico cantante con una scanzonata presa in giro.

In realtà era davvero contento per lui.

Dopo quella serata shocking, Beto e Pamela erano diventati pressoché inseparabili.

In quel confortevole autunno '92 lui, la sera, aveva diradato di molto le proprie uscite, e quasi sempre era, logicamente, solo con lei. Quando non andavano fuori, con Pam a casa leggevano testi di teatro, oppure si portavano a casa qualche film, o ancora si divertivano a creare nuove liriche per il gruppo. In tal contesto, si sarebbe rivelata un'azzeccatissima musa ispiratrice.

Alberto aveva ricevuto una carica di adrenalina che scaricava con forza nelle prove che si susseguirono con una certa frequenza durante per l’intero mese d’ottobre. Lei era presente quasi sempre, e la sua coinvolgente carica di simpatia si dimostrò un ottimo propellente per la band. Non erano previsti live di sorta, ma la prolungata pausa da pubblico venne bilanciata dalla creazione di un nuovo pezzo da studio. Fatto strano per gli standard del complesso, la nuova canzone nacque da uno dei momenti più trascurabili di una prova di un lunedì di metà ottobre.

Svaccato su un divano durante una pausa, il Fat stava presentando, non richiesto, il resoconto delle sue vacanze in Irlanda. Dopo noiosissimi particolari sulle verdi pianure e pittoresche scogliere, cose che nessuno nota una volta là, era riuscito a millantare di aver conosciuto i Waterboys, band che raccoglieva un certo seguito in patria, e di averne frequentato i componenti, tanto da diventarne in pratica compagno di bevute nei celeberrimi pub. Tutti erano ovviamente poco propensi a bersi simili baggianate tranne Pamela, che per gentilezza o per scarsa confidenza non osava ridere in faccia al batterista (come faceva il leader) o, con più pudore, di fianco (come gli altri). Vedendo che qualcuno gli porgeva attenzione, Fabri proseguiva imperterrito il racconto arricchendolo di aneddoti non proprio verosimili, come il fatto di aver “sostituito con successo il batterista dei Waterboys durante una tourneè”, anche se tecnicamente avrebbe potuto benissimo farlo.

Intanto che la poveretta veniva stritolata dalle blaterazioni senza fine del Fat, elettrizzato per aver trovato un ascoltatore paziente, gli altri imbracciarono gli strumenti per una sorta di session acustica. Mentre i chitarristi improvvisavano un giro che ricreasse le atmosfere celtiche, con note gettate fuori a flusso continuo, costituendo una melodia ininterrotta e di forte enfasi, Alberto prese il flauto, l’armonica ed il kazoo e vi soffiava dentro alternativamente, cercando di beccare quanto meno qualche nota. Talvolta, assennatamente, si rassegnava a cantarvi dentro qualcosa di ascoltabile.

La session proseguiva incurante dell’assenza di Karsi. Quando questi si degnò di liberare la malcapitata leader’s girl dal tedio del proprio racconto e risedersi pesantemente sul povero sgabello da batterista, non faticò a dare ordine e disciplina al ritmo genuino ma scoordinato che stava scaturendo dall’improvvisazione.

E di colpo il brano si incanalava su binari logici.
Ciò che ne fuoriuscì fu una ballata in crescendo, basata di nuovo su di un unico riff, stavolta però inconfondibilmente “irish”. La parte strumentale di Beto, purgata dalle incongruenze, mantenne il solo flauto, che ricalcava fedelmente la melodia ed entrava in gioco alternativamente alla voce. Verso il finale, mentre il ritmo aumentava
vorticosamente, tutti univano la propria voce, anche Michi e Karsi, e contribuivano il dovuto battimani. Alfonso rivestì il pezzo di un testo che raccontava il ritorno di un reduce irlandese dalla guerra civile, e venne intitolato “Gaelic letter”. Alberto non lo imparò, e sarebbe curioso il contrario, però si informò col bassista di cosa trattasse l’argomento e si dichiarò poi fiero della “profondità delle tematiche dei pezzi della band”.

L’esaltazione derivante da un tale brano, portò ad un post-prove delicatamente alcolico e prolungato, il che non si verificava da un po’ e non si sarebbe più verificato per un altro po’ non da poco, presso l’ex-Bologna, nonchè al raccapricciante risveglio di un freddo martedì mattina lavorativo.

Sarebbe ora auspicabile parlare di una “nuova primavera entusiasta e creativa all’interno della band meneghina dei dhg”.

I successivi mesi di novembre e dicembre, invece, non videro nemmeno una prova.

Quasi tutti i musicisti decrebbero l’interesse per le sette note d’almeno un paio di posizioni dalla scala valori.

Chi non smise di produrre musica fu il signor Cassetti.

Con la sfilza di serate libere che si era trovato davanti, non doveva più fare salti mortali per rubare un paio d’ore al bancone del bar. Entro la fine dell’anno collezionò qualcosa come una decina di prove con la nuova formazione, implementando velocemente il repertorio, tanto che si ventilavano già uscite dal vivo per l’inizio del 1993.

Inoltre, approfittò del (momentaneo?) calo di tensione dei dhg per intrufolarsi in un nuovo complesso, il gruppo folk-blues dei Gamba de Fegn, con i quali avrebbe però ricoperto il solo ruolo di bonghista/percussionista.

Con quest’ultima band, le cose procedettero ancora più alla svelta. Tanto alla svelta che un sabato mattina, l’amabile Fabrizio scese le scale di casa, roteò intorno al cortile, inciampò contro una zolla di terra rialzata in esso contenuta, s’infuriò e sparò una sfilza di terribili scurrilità, controllandosi non appena spinse l’ingresso del locale cui era diretto.

“Buongiorno signor Cassetti, qual buon vento!” la cordiale accoglienza che gli venne rivolta da oltre il bancone.

Fat contraccambiò ed appropinquò l’interlocutore.

Uscì dal locale quindici minuti, due campari ed una valigia di parole dopo. Si fermò brevemente a riguardare l’interno. Non avevano fatto molti cambiamenti, anzi non ne avevano fatti affatto.

Tutto nel segno della continuità.

“Furbi”, pensò, “il locale andava bene, perché rischiare?”. Ma né lui né i suoi avevano alcun rimorso.

Erano stufi, sono liberi, aveva sintetizzato ogni volta che si andava in argomento.

Così adesso tornava a casa a finir di dormire il sabato mattina, contento dei campari che aveva ingollato e delle quattro balle che aveva scambiato col suo successore al timone del Bologna.

E, naturalmente, dell’accordo stipulato per tre concerti dei Gamba nel locale, in tre sabati sera dislocati nei primi tre mesi dell’anno.

Il mercoledì successivo, quello era il loro giorno di prove, il leader dei Gamba invitò la band al completo a festeggiare il mini contratto stipulato da Karsi offrendo da bere per tutti.

Dove? Al “Bologna”, of course.

Coincidenza vuole che quello stesso sabato mattina, riordinando le sue cose post-naja (quei tipici lavori che prima o poi li facciamo e invece restano a prender polvere per decenni), Gary pescò dal residuo un quadernetto appena impolverato. Lo riconobbe subito. Era il suo taccuino da viaggio. Quello che aveva riempito di scritti, impressioni, brevi storielle, disegnini, nei momenti liberi del lungo letargo militare. Lo scartabellò dapprima svogliatamente, poi cominciò a soffermarvisi sopra con più curiosità. All’epoca non vi aveva dato peso eccessivo, inconsciamente erano un modo come un altro per accorciare le distanze col ritorno, pensava addirittura di buttare tutto a fine servizio. Ma rileggendo a distanza di un paio d’anni ammise a sé stesso che comprendeva

anche materiale interessante. “Sarà stata la solitudine, o il soggiorno in un luogo tanto diverso dal nostro.” C’era una favoletta di Natale, ambientata fatalmente sulle Dolomiti. Una composizione dedicata al papà, che aveva una metrica adatta a trasformarsi in canzone. Altri spunti, idee, sprazzi di dialoghi immaginari. Lo stesso giorno ricopiò a macchina il materiale che giudicò più interessante.

Da quel giorno avrebbe dedicato la maggior parte del proprio tempo libero a scrivere. A limare, a sviluppare temi: racconti, poesie, qualsiasi cosa. Qualche volta con la chitarra o la pianola cercava di vestire di melodia quanto usciva dalla penna, con risultati volubili, tra il carino e il cestino.

Qualche lunedì più tardi, nel silenzio della sua stanza si fermò ad osservare in controluce la polvere stazionante sulla cassa della sua chitarra. Non potè reprimere un moto di malumore, pensando a quanta ormai ne stava montando sugli amplificatori in saletta.

Avrebbe telefonato presto per sollecitare una ripresa, si ripromise. Intanto era il ventun dicembre.

Domani, ultimo giorno di lavoro, poi stop.

Niente più treno per Milano, fino a dopo l’Epifania.

Nel corso di quello stesso pomeriggio, Oscar aveva incontrato a Magenta due coppie di sua stretta conoscenza. Erano l’altro chitarrista e la voce solista dei dhegrado con rispettive fidanzate che svolazzavano per le vie del centro in evidente fase di shopping prefestivo.

I primi quaranta secondi dell’incontro si consacrarono a cerimonie d’interesse medio-basso.

Finalmente:

“Sono appena tornato dall’università, fino al 10 gennaio non se ne parla più, ed i primi che incontro sceso dal treno siete voi quattro! Allora, che si dice, gìà un po’ che non ci incontriamo, quand’è che ci troviamo, insomma?!?”

“Caro chitarrista dhg” era il leader che parlava, “io e Paolo stiamo accompagnando le nostre amate per locande e botteghe al fin di rallegrar loro le Sante Feste con dovuti e meritati omaggi…”

“Si, insomma, noi scegliamo e loro pagano!!” si intromise Mirella, suscitando l’ilarità generale. “E tu per Natale che fai, Oscar?”

“Classico: in famiglia. L‘unica cosa che ancora non abbiamo deciso è se eventualmente fare una visita ai nostri parenti in montagna…in questa stagione ci sono i mercatini, un‘atmosfera bellissima, mi sa che andremo lì.”

“E il veglione? Noi quattro lo passiamo insieme a casa mia”, s’interpose il leader, “preferiamo una cosa un po’ tranquilla, lontano dal caos delle feste organizzate, chiassose e un po’ pacchiane…se volete potete venire anche voi due…”

Oscar non riusciva a credere a quanto andava sentendo. Il capo aveva sempre amato gettarsi a capofitto, nelle feste “chiassose e un po’ pacchiane”.

Comunque:

“Per San Silvestro dovremmo avere già un mezzo accordo con Gary ed altri per un locale qui nella zona..anche se adesso è un po’ che non lo sento, e non so più bene come siamo messi…”

“Ma”, fece Mirella, “quella ragazza che frequentava quest’estate?!”

“Non so.. era durata talmente poco… lei penso si veda già con un altro..comunque io e lui non ne abbiamo mai parlato, sai com è, non che si apra troppo sulle cose che lo riguardano…”

“Questo mi spiace molto” e stavolta Alberto pareva serio, ma non seppe aggiungere altro. Mentre i quattro salutavano Oscar, stava pensando che era vero, Alfonso si era dimostrato verso di lui un paziente ascoltatore e dispensatore di consigli qualche volta persino assennati, ma non ricordava un solo momento in cui fosse riuscito a farlo parlare seriamente di sé.

 
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