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SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 21 ATTORI E IMPRENDITORI

9 GIUGNO 2018

 

In quei mesi, i quattro residui componenti del complesso musicale bizzarramente denominato “Dhegrado”, con la acca, parcheggiavano le proprie auto all’interno del posteggio antistante la saletta delle prove, occupando un solo posto, centrando cioè quasi a puntino lo spazio tra le tre righe bianche. Chiudevano le portiere senza causare rumori superflui, oserei dire con delicatezza. Non urlavano a
squarciagola per palesare il proprio arrivo; non smaltivano ad alto volume le cene da poco assimilate; non si insultavano a vicenda con motteggi colmi di scurrilità; non lanciavano gli strumenti nelle custodie al termine delle prove; non disseminavano la saletta di bottiglie o lattine magari ancora gocciolanti; non concludevano le serate (nottate) con tappe etiliche dal vecchio Bologna od in altri
locali, fuori dai quali non celebravano più, con cori incuranti dell’ora e del diritto al sonno del popolo, le creazioni artistiche da loro concepite o le covers da loro superbamente riarrangiate ed interpretate.
Insomma, in assenza del leader tutto diventava d’una noia mortale.
In quei mesi grami, il ruolo di voce guida transitava commutabile tra Alfonso e Paolo. Le sessions proseguivano con regolarità, ma risentivano inevitabilmente dell’assenza del capo carismatico.
La necessità imperante in questo scombussolato finale di 1991 era quella di combinare l’indispensabile ampliamento del repertorio con l’interpolazione di Oscar e la spartizione dei compiti con l’altra chitarra, ma nelle serate in cui si perpetuavano gli sforzi c’era l’allegria d’un ufficio in centro il lunedì mattina che piove (con sciopero dei mezzi).
L’unica costante restava la naturale anarchia di un gruppo
smaccatamente privo di disciplina i cui componenti erano i primi a meravigliarsi quando a fine serata veniva mantenuto un riff promettente o qualche linea di basso da non sprecare.
Da queste serate scaturì nel mese di ottobre un nuovo brano
originale, “She’s going home”, cruda ed interessante mediazione tra rock e post-punk, il cui testo a cura di Alfonso (che avrebbe, il condizionale è d’obbligo, in seguito dichiarato di non volersi cimentare in testi in italiano per non esporsi ad un impari confronto con l’estro poetico del leader) narrava la vicenda “noir” di una ragazza che rincasava la sera tardi dovendo fare un tragitto a
“rischio” e disseminato di brutti incontri. La canzone diventerà un punto fermo dei numerosi live dell’anno successivo anche se non riscuoterà tra il pubblico il favore riservato ad altre. Venne solennizzata con una stretta di mano tra i quattro ed una bottiglia in pvc di acqua tonica da 0,75, bevuta nei bicchieri (!).
Un lunedì sera talmente dimesso da non essere nemmeno riportato dai calendari, venne proposta da largo Fat Karsi una cover “sixties”, ovvero la celeberrima “Not a steppin’ stone”, lanciato per la prima volta dai Monkees nel 1966 e retro della ben più nota “I’m a believer”.

Fu lui stesso il primo a stupirsi che una sua idea venisse non solo presa in considerazione, ma addirittura accettata. La cosa lo stralunò a tal punto che ebbe difficoltà a prestare al brano il ritmo adeguato, nonostante la sua apparente semplicità, almeno fino al quarto tentativo. Dal nervosismo gettò le bacchette con veemenza alla fine della take 3 sfiorando le vetrate del locale saletta ed inveendo con acredine contro il governo, il buco nell’ozono, la sfavorevole congiuntura dei Paesi arretrati e “l’inopinato ed ingiustificato rincaro delle Marlboro medium.”
Che il leader stesse prendendo seriamente gli impegni che aveva assunti, lo dimostra il fatto che, oltre a non presentarsi alle prove, mantenne per tutto quel periodo contatti piuttosto sporadici con il resto del complesso.
Verso la fine di ottobre, l’amico Gary lo interpellò, manifestando inverosimile interesse verso i suoi studi, ma in realtà sperando di scatenargli un attacco di tagliente nostalgia per “il rigurgito d’ardore sonoro che traspira dalla saletta in cui ognun di noi è parte imprescindibile d’un processo di creatività inarrestabile, ma cui manca
ohimé la fonte scenica ispiratrice, l’inarrivabile sorgente d’
ineffabili carmi, il folletto verseggiator di liriche celesti, e quant‘altro”.
Alberto, sorpreso, si sentiva simultaneamente ossequiato e dileggiato. Ringraziò vagamente Alfonso, blaterando un “ci vediamo presto” e un qualcosa tipo “grazie, ma per il momento ho ancora troppo da fare“ e ricusando l‘invito a rioccupare il proprio posto tra le fila della band.
Una decina di giorni più tardi:
“Torretta? Casa Torretta?”
“Si?”
“Buongiorno. Sono Fabrizio Cassetti.”
“Però. Pensa che sfiga.”
Poco veridico sarebbe asserire che a questo punto nell’animo del signor Cassetti, barista e batterista, non zampillasse un importuno impulso d’alterazione. Ma seppe dominarsi e proseguì:
“Vorrei parlare con Alberto, se possibile.”
“Sono io, scemotto che non sei altro! Hai l’onore di suonare con me e non riconosci la mia voce? E pensare che è a quella voce che devi il tuo successo di musicista!!”
A quell’insolente “scemotto”, Fabrizio sentì come delle rane selvagge risalirgli per lo stomaco. Con grave sforzo, ignorò l’offesa, e qualche secondo dopo riprese:
“Come va, tutto bene? E’ un po’ che non ti fai sentire, e…”
“M’hai chiamato per dirmi questo? Io non ho tempo da perdere!!”
Fabrizio, che in quel momento avrebbe scalciato con ferocia un palo della luce se l‘avesse avuto a tiro, e gli avrebbe causato serissimi guasti, si ripromise di rammentare la serie di insolenze che stava ricevendo per vendicarsene di persona.
“Ascolta, tra una settimana c’è il compleanno di Paolo, che organizza una serata a casa sua e vorrebbe tutto il gruppo al completo, che fai, ti presenti o cosa?!?”
“Fammi pensare…aspetta, che guardo l’agenda…mmmh, si, si può fare. Bene, cari ragazzi, per il genetliaco d’un amico posso riuscire a limare e snellire l’oneroso ammontare dei miei impegni per ridiscendere tra voi in quell’occasione.

Ci sarò, eccome, vecchio mio, e finalmente le vostre serate randagie riacquisteranno un senso!!”.
Cassetti non si degnò nemmeno di rispondergli e, sputacchiando, gli gettò il telefono in faccia, augurandogli di slogarsi una caviglia o quantomeno un polso.
il 21 novembre, inizio dell’ultimo mese d’autunno, si ebbe dunque il primo ritrovo ufficiale del complesso al completo, a casa di Paolo per il suo ventiquattresimo compleanno.
Durante il ritrovo, un leader eccitato spiegò agli altri che la
scuola stava procedendo per il meglio, anzi ne stimolava l’immacolato talento. Balordamente Oscar, ancora inesperto di presenze albertiane, gli chiese cosa intendesse dire con quella frase che definì “enigmatica”, e il capo lo seppellì sotto un flusso inarrestabile di cretinerie ad effetto:
“Tu coltivi fondi d’effluvi morenti in un languido sguardo, o
profano, esecrabile ascoltatore!!! Dimena il tuo acume, esalta il tuo vanto, librati in volo e riprendi il tuo canto!!!”
Prima che il giovane chitarrista potesse aprir bocca, Alfonso,
ridendo a crepapelle, aveva già rovesciato il bicchiere di gin tonic sul tappeto del soggiorno di Garavani, originandone la genuina ira.
Cassetti, già nervoso di suo perché dopo la serata coi Dhg lo aspettava un lungo turno al bar, scosse il testone e ripassò mentalmente la lista dei dileggi che aveva subito da Alberto durante la loro telefonata, per poi castigarlo a pedatoni non appena se ne sarebbe presentata l’opportunità.
Il punto focale della serata si ebbe però grazie ad una geniale intuizione proprio di Oscar, che a cuor leggero rivolse al leader una richiesta che gli altri non stavano più nella pelle di porgli, ma non sapevano come formularla.
“Senti, ma quand’è che torni a cantare con noi?!? Non dirmi che l’Accademia e l’Università non ti lasciano nemmeno una serata libera…”.
Grande fu il bassman ad inserirsi nel pertugio socchiuso dal nuovo adepto: “…tanto non fai sport, donne nemmeno a parlarne, quindi direi che una serata di svago alla settimana potresti ricavarla per liberare il tuo animo a suoni e liriche indipendenti da squallidi manierismi di facciata…”.

Gary s’era venduto a scimmiottare il capo nelle sue demenzialità pur di convincerlo a riunirsi al gruppo.
Platealmente, Beto alzò lo sguardo con fare altero.
“Sono commosso, davvero, da tanta stima, che merito ovviamente, e capisco anche che senza di me il gruppo è davvero poca cosa.”

Pausa ad effetto, mentre la maggior parte degli astanti lo osservava con aria di commiserazione rimuginando ingiurie.
“Ma io sono un magnanimo. Sono un generoso, e non sia mai detto che io possa abbandonare la nave in difficoltà.

Sarà una dura fatica, ma le imprese, lo sapete, non mi spaventano”.

Altra pausa.
“Studierò di notte, lavorerò di giorno, ma ho deciso di ridare il mio apporto irrinunciabile a questo complesso orfano del vento di cultura nuova che la mia lungimiranza artistica sola può dare!!. Ebbene si, rientrerò!! Ma dopo le feste natalizie, ragazzi. Devo ancora sistemare alcune cosette dopodiché il 1992 ci rivedrà carichi e pronti a scalare il mondo!!”.
Prevedibili pernacchie di scherno accompagnarono il finale del discorso ma il leader, tutto preso dal suo ruolo di salvatore della patria non ci badò e si versò risolutamente un vistoso bicchierone di rhum che trangugiò poi d’un fiato. Avrebbe voluto festeggiare alla russa, lanciando cioè il bicchiere vuoto a casaccio dietro sé, ma l’espressione vagamente minacciosa di Paolo (e quella ancora più torva di Karsi, che si trovava sulla traiettoria) lo dissuase.

Al di là del festeggiamento per Garavani, vennero prese subito un paio di risoluzioni per l’attività futura della band.

La ripresa dopo l’Epifania e la momentanea rinuncia ad esibizioni live, sempre a favore della ricerca dell’amalgama, che Karsi pensava fosse una specie di pernice.
Così, una ventina di minuti dopo le undici, la seduta si scioglie e tutti a casa senza danni, e per il primo ritrovo a cinque dopo tanto tempo non era impresa da poco; Oscar, senza discussione il più astemio del gruppo, imparò a sue spese che dopo ogni serata del genere avrebbe dovuto giocoforza accompagnare gli altri fin sotto le proprie finestre, e talvolta gettarli oltre la soglia. Rientrò alla propria abitazione con notevole ritardo, per la cui cosa si scusò prontamente in famiglia.
Il mese di dicembre vide quindi i Dhegrado quietamente pronti con la formazione a cinque ormai ristabilita e un programma ben preciso per l’anno nuovo. I vari componenti si presero un po’ di tempo per sé stessi.
Alberto era, nel suo sforzo di combinare con un minimo di criterio i vari impegni che si era assunto, davvero ammirevole. Tre volte alla settimana la trasferta a Milano, ove si divideva tra l’Università, ormai lanciata verso la tesi, od almeno così lui sperava, e la frequenza della Accademia. Gli altri giorni, sabato mattina incluso, erano di presenza presso l’azienda di famiglia, all’interno della quale
prestava ormai un contributo soddisfacente e regolare.

Le sere costituivano il suo regno inaccessibile, e talvolta non disdegnava di restarsene a casa a leggere, o buttar giù qualche scritto; per il resto, i suoi svaghi erano rimasti quelli di quand’era ragazzo. Qualche amicizia di scuola, magari un concerto, le serate con Gary a discutere di musica, letteratura e, talvolta, anche di qualcosa che al
momento non filava proprio liscio per nessuno dei due.
Questo qualcosa fu al centro del dialogo che cantante e bassista dei Dhegrado ebbero, la sera del 10 dicembre 1991 presso un locale all’avanguardia, ossia vuoto, spoglio e nemmeno troppo pulito, a mezza strada tra Buscate e Castano Primo, del quale anche se ricordassi il nome non lo citerei, per demerito.
Il leader addentava vorace un puzzoso paninaccio al gorgonzola piccante, mentre il signor Garimbelli si lasciava andare alla sua passione per le lumache in umido, con aglio, senape, mostarda e pepe verde.

Bevande = analcoliche.
Musiche = sottofondo, celtiche o giù di lì.

Divertimento = inenarrabile.

Stralci di dialogo:
“E quindi, com’è andata a finire?!?”
“E’ andata come le altre..già i suoi non erano troppo convinti, lui mi ha addirittura sbattuto in faccia una roba tipo: “diventerai un laureato in filosofia?!? E che cosa ha in mano un laureato in filosofia?!?”, non è stato il massimo come puoi capire…poi ha saputo che vado in giro a cantare, come dice lui, e figurati…pensa se gli dicevo che ho iniziato a frequentare l’accademia…”
“Mi stai dicendo che vi ha fatti mollare?”
“No, questa l’ho troncata io. Cosa avrei avuto da spartire con una mentalità del genere? Anche lei non era troppo convinta, è evidente, non l’ho mai sentita controbattere, forse si è sottomessa ad una ideologia un po’ retrograda, non so, ma io non voglio legarmi a gente che ti fa i conti in tasca…”
“..capisco, che magari pensa che tu non riesca ad arrivare a fine mese…guarda, secondo me hai fatto la cosa giusta. E’ovvio che non era vero amore - sempre che si possa parlare d’amore,  - ma quantomeno le premesse parevano davvero scarsine, hai fatto proprio bene.”
“Tu cosa mi dici, invece?”
Per la prima volta l’espressione serena dell’uomo del basso parve rabbuiarsi.
Stava per accennare qualcosa all’amico, ma tacque, pensieroso, guardando il leader che terminava di trangugiare la cedrata. Fu proprio Beto a riprendere la parola. “Ah, capisco…vuoi tenerti tutto per te,
eh? Vabbè, ok, non voglio carpire i tuoi segreti con l’impeto della mia dialettica…”, e proruppe in una risata.
Alfonso, in realtà, qualcosa da raccontare su questo argomento, l’avrebbe pure avuto. Ma non gli riusciva quasi mai di lacerare il drappo di pudore che gli si materializzava addosso, ogni volta che voleva parlare di sè. Era, come lui stesso ammetteva, molto migliore nell’ascoltare che nel parlare, e vinceva la sua ritrosia solo in casi particolari. Preferendo sempre, però, il ruolo di confidente.
Trascorsero così quella serata condita di poca allegria, uscendo neanche tardissimo per rispetto alla giornata di lavoro che li aspettava, ed anche in tempo per ammirare il velo candido che timidamente prendeva ad ammantare le strade del Ticino. Era la prima neve dell’anno. Alberto mise in moto e non inserì nello stereo le consumatissime cassette dei dhegrado. Nemmeno quelle dei Luxuria Betovox.

Continuarono invece a parlare, fino a destinazione. Combinarono una nuova uscita prima di Natale.

Ogni tanto, anche Oscar si univa a loro. Per via della più giovane età frequentava ancora l’oratorio del paese coi coscritti, come li chiamava lui, davanti ad un mazzo di carte o qualche videogioco, di quelli che si usavano nella prima era elettronica, dato che non nutriva, come Beto del resto, il minimo interesse per il giuoco del calcio.
Trovava questo sport noioso, e amava dire che se fosse per lui, avrebbe consegnato un pallone ad ogni giocatore, cosi che non avrebbero litigato per conquistarne uno in ventidue. Questo aveva spiegato con calma quando Paolo gli chiedeva il motivo di tale disinteresse, e nonostante ciò, o forse per questo, venne accolto nel complesso. Diplomatosi geometra proprio nell’estate precedente il suo ingresso nei Dhegrado, aveva già le idee chiare su come avrebbe impiegato i
prossimi anni della sua vita: una bella laurea in architettura era il suo obiettivo chiave. Il voler proseguire una carriera da studente ed il suo attuale status di single gli permettevano di poter contare su serate normalmente libere. Si era dimostrato di conseguenza affidabile e costante nella presenza in saletta, ove aveva legato specie con Fat
Karsi, col quale, probabilmente per rispetto data la differenza d’età, non si permise mai di prendere confidenze ai confini della sgarbatezza, come facevano ogni tanto gli altri.
La pausa natalizia trascorse prima di avvenimenti di rilievo,
guarnita solo da messaggi di auguri. Anche San Silvestro e Capodanno non registreranno episodi memorabili per i ragazzi, che si trattennero tutti al paesello, imbiancato come nelle favole, come non succedeva da tempo. Tutto pareva assopirsi, dipanarsi in giornate brevi e notti eterne, verso le undici di sera le strade erano già vuote, sbarrate alla vita. Per la prima volta, il Bar Bologna chiuse per ferie nella stagione invernale, e fu una decisa volontà di Fabrizio, che aveva bisogno di prendersi alcuni giorni di vacanza.

Infatti partì la sera del 2 gennaio ed intraprese con un paio di amici un tour dolomitico, senza nemmeno portarsi musica appresso. Godette appieno di quelle giornate d’alta quota, lontano da rumori, tempistiche, stress. Ritornò la sera della Befana, sorridente e leggermente dimagrito. Di buona lena, il giorno dopo incominciò l’usuale attività.

Primo giorno d’attività 1992 anche per Alfonso. Era quasi passato un anno dal suo congedo, ed ancora si trovava a lavorare presso l’agenzia immobiliare. Non che vi si trovasse male. Ma comprese che la vita del funzionario non faceva per lui. E così, tra le promesse che fioriscono nelle menti e nei cuori d’ognuno a cavallo tra un anno e l’altro, lui aveva inserito con forte priorità la stabilizzazione lavorativa come impiegato commerciale, specializzato in lingue, possibilmente.

Le ricerche, intensificatesi negli ultimi mesi, avrebbero presto avuto successo.

Una bella sera piovosa di fine mese, avrebbe ricevuto una chiamata da Milano. “Abbiamo letto il suo curriculum, trovandolo interessante e rispondente alle nostre necessità. Vorrebbe prender parte ad un colloquio presso la nostra soc..” Prima ancora di rispondere si, Alfonso era praticamente già sul treno. Inizio: lunedi 3 febbraio.
Per quanto concerne l’esercizio dell’Associazione Musicale Dhegrado, fu solo la sera del 10 gennaio che un apparecchio telefonico squillò a casa Garavani.
Dall’altra parte del filo era il reintegrato cantante Torretta Alberto, caricato a molla, che evidentemente non vedeva l’ora di tornare in pista ed aveva inutilmente atteso a sua volta una telefonata.
Tuttavia, dopo appena tre minuti di conversazione di cui almeno due abbondanti occupati da grossolane banalità, il leader riappese il ricevitore scornato, dato che Paolo gli spiegò gentilmente che, dato che avevano appena riaperto la ditta, era “molto molto occupato”, e aveva bisogno di “utilizzare anche alcune sere per rimettersi in carreggiata” ragione per cui “si sarebbe fatto vivo lui appena possibile, ma non prima della settimana seguente“.
Ed era proprio così. Fin oltre la metà del mese, Paolo sarebbe rimasto oltremodo concentrato ed attivo nel suo fiorente ruolo di imprenditore, assimilando e mettendo in pratica, deliberando e pianificando. 
Malgrado questa partenza d’anno poco promettente, due sere dopo, la saletta risuonava già di musica poderosa, seppur in qualche modo incompleta.
Quel 12 gennaio Beto aveva preso in mano la situazione convocando comunque una session a quattro.

Si trattò di un rientro sostanzialmente di ripasso, con Gary e Oscar intercambiabili alla chitarra ed al basso, ed ebbe comunque un senso nel dimostrare che cinque mesi di inattività non avevano arrugginito il capo; egli infatti riacquistò in breve la consueta grinta e la caratteristica creatività davanti al microfono.
Scaturirono da quelle prove anche schizzi di brani nuovi che però in seguito non sarebbero stati utilizzati.

La serata terminò, come ai bei tempi, con i quattro con le gambe sotto il tavolo al “Bologna”, con Karsi che si sdoppiava nel solito ruolo di cliente-barista.

Parlando di Paolo:
“Certo che dev’essere proprio lanciato nel lavoro, per non potersi far vivo nemmeno di sera. Ma in totale si sa quando dovrebbe rientrare? ”
La questione l’aveva posta proprio lui, e non dal tavolino insieme agli altri, come sarebbe stato più logico, ma durante il suo momento da barman, urlando mentre stava versando un Montenegro che non riuscì a contenersi nel bicchiere, ed allagando così di biondo il piattino con cui normalmente egli serviva gli avventori.

Non ottenne risposta, perché i suoi tre compagni di band non ne avevano idea, ma anche se avessero replicato lui non se ne sarebbe reso conto, poiché, accortosi del danno, si era nascosto dietro la cassa e si era messo a riversare il liquore fuoriuscito dal piatto nel bicchiere, prima di servirlo sorridente a chi l’aveva richiesto.
Espresse soltanto un effimero turpiloquio e non mostrò particolari remore, tanto l’amaro era per il leader.

 

EQUIVOCI MUSICALI - RITRATTI DI SIGNORA

05 GIUGNO 2018

RITRATTI DI SIGNORA​   
domenica 10 giugno ore 21 ad Arese

Domenica 10 giugno alle ore 21 nella splendida cornice di Villa La Valera ad Arese eseguiremo Ritratti di Signora con Le Cameriste Ambrosiane e Rachel O'Brien.

Dalla Regina della Notte alle Principesse delle Favole, da Amapola a Rosamunda, dalla Vergine Maria a Thais, dalla Traviata a Carmen, una rassegna di ritratti femminili nell'arte e nella musica.

Vi aspettiamo numerosi!

Prenotazione e prevendita scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

SUONI CHE NON ATTENDONO RISPOSTA - CAPITOLO 20 - IL QUINTO BEATLE

30 MAGGIO 2018

 


Alberto Torretta, ventitre anni e mezzo abbondanti, nel momento in cui vedeva il proprio batterista ritornare al tavolo delle trattative dopo aver soprasseduto alla battuta di grana grossa cui lo aveva sottoposto, si sentiva un uomo contento. Mentre un rabbonito Fabrizio recuperava il suo posto, lui, lungi dallo scusarsi, si gingillava con il bicchiere di Kronenburg.
Ne osservava in controluce la coltre compatta delle due dita di schiuma che, parole sue, provava quasi dispiacere a lacerare. Apprezzava e lodava ad alta voce il colore ambrato della bevanda e si lanciò in un breve haiku dedicato al malto ed alle sue “proprietà rigenerative ed ammalianti”.
Al termine del vaneggiamento ed intascate le dovute irrisioni dal compatto fronte del resto del complesso, espresse l’unica frase savia della sua serata fin a quel momento, ossia la stessa che, espressa dal sottostimato Cassetti, era affogata in una pozza di scherno:
“Che facciamo adesso?”
Finalmente i ragazzi decisero di oltrepassare il concetto. Presero a squadrarsi reciprocamente con espressioni interrogative, sinchè il primo ad esporsi fu Garavani.
Paolo manifestò con prontezza i propri programmi. Per lui era scontato, quasi naturale, il rimando a fine estate di ogni attività musicale, vista tra l’altro la momentanea mancanza di appuntamenti dal vivo.
“Beh, ragazzi, direi che, a livello musicale, si chiude tranquilli fino a settembre. Per il resto, magari prima di agosto ci troviamo a bere qualcosa…”
Non sarebbe esatto a questo punto sostenere che gli altri saltassero di gioia a questa frase.
Gary abbozzò una reazione:
“..ma..nemmeno una prova, un ritrovo..”
“No, ragazzi, davvero. Sapete che in questi mesi sto ingranando bene in azienda, preferisco concentrarmi lì, poi dopo le ferie torniamo in sala. Tanto non abbiamo nuovi impegni dal vivo per il momento, è inutile star a pensare a pezzi nuovi, arrangiamenti, scalette...prima di fine mese ci sentiamo e andiamo fuori un paio d’orette, ma senza strumenti e sbattimenti vari, ok?!?”
Nessuno parve trovare argomentazioni valide a sfavore della comunicazione di Paolo, che ne approfittò per svuotare la tazza di media chiara e prendere congedo dalla combriccola:
“Adesso è meglio che vada, sennò domani chi ce la fa ad alzarsi. Ciao, ciao a tutti, statemi bene. E in caso non ci vedessimo, buone vacanze a tutti!”
Con un affabile sorriso lasciò il locale e si fiondò dritto a casa. Ritirò con cura l’auto in garage e senza fare rumore si coricò velocemente, ricordando di puntare la sveglia, anche qualche minuto prima del dovuto.
Nel frattempo, il praticante commerciante, futuro laureato in filosofia e frequentatore d’accademia d’arte, nonché attuale cantante e showman del gruppo “Dhegrado” si era nuovamente messo ad osservare la schiuma della Kronenburg (non era la stessa di prima, ovvio). Enigmaticamente, adesso non trovava più nulla di elegiaco o raffinato negli elementi cromatici della bevanda, che non trascurò di diffondere generosamente anche tra il pavimento del Bologna e le proprie scarpe, imbevendone i lacci di poltiglietta giallognola.
Adesso capiva, forse, cosa gli era sfuggito quella sera a proposito del suo chitarrista, e si rese anche conto non era la prima volta che ci faceva caso.
Aveva l’impressione che Paolo stesse iniziando ad essere meno propositivo ed entusiasta circa l’attività della band, particolarmente nelle serate, e per lui erano molte, che sarebbero inevitabilmente sfociate in giornate lavorative.
Tuttavia tenne quell’importuno pensiero per sé, e, salutato poi Karsi in modo nemmeno troppo guascone, prese un Alfonso ed una bottiglia di Kronenburg terminata a metà e uscì dal locale. Si ricordò di pagare.
Come aveva promesso, fu comunque lo stesso Paolo il primo a riprendere i contatti con gli altri componenti la band.
Una ventina di giorni più tardi, invitò Beto, Alfonso e Karsi, in stretto ordine di importanza, ma comunque i secondi due sono intercambiabili, a radunarsi ancora una volta prima della classica separazione agostana.
Fu una serata di puro divertimento.
Le peculiarità dei quattro personaggi si espressero nella maniera più compiuta, e la presenza di Mirella non servì a calmierare le tipiche esuberanze del leader. Ad un dato momento, poco prima del commiato, come in ogni società che si rispetti s’iniziarono a sciorinare i buoni propositi e gli intenti del dopo-ferie, e le proposizioni esternate da Beto e lo stesso Paolo in particolare si sarebbero rivelate le più degne di nota. Il nostro impeccabile capocomplesso riportò quello che era ormai un segreto di Pulcinella e cioè che dai primi di settembre avrebbe affiancato agli stanchi studi di filosofia ed alle misere prestazioni lavorative dai suoi la frequenza del Corso di Arte Drammatica, presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, riscuotendo consensi unanimi fra gli astanti.
Tra i programmi di Garavani, l’intenzione di seguire con Mirella il corso fidanzati, che si sarebbe svolto nella prima metà del 1992. Ed era sottointeso che la sua frequenza sarebbe logicamente poi sfociata nel più classico dei lieto fine.
L’amico e collega di band Torretta sciorinò subito la delicatezza a lui consona, con una fragorosa paccona sulle spalle del proprio chitarrista e la posteriore proposizione:
“Bene, grande! Quand’è che vi sposate? Non vedo l’ora di mettere le gambe sotto il tavolo e ubriacarmi tutto il giorno!!”.  
Ma Paolo lo condì via con un giro di parole ed una risata, il che probabilmente stava ad indicare che non voleva entrare troppo nei dettagli di un progetto così intimo, nemmeno con gli amici. Lui stesso decretò poi che s’era fatto tardi e sarebbe stato opportuno sciogliere l’assemblea e riaggiornarla a settembre.
Sulla macchina di Alfonso, sempre in bilico tra il rosso della riserva ed l’ultima tacca di verde, un pensieroso leader ascoltava quelle che nei momenti migliori definiva le “cassettine di musichetta pop” del bassista senza fare ulteriori commenti idioti. (Anche perché quasi sempre si trattava di dilettanti come gli Who, i Genesis o i Beatles e giustamente Alberto si sentiva in posizione di deriderli).
Scaricato il largo batterista, la peugeottina di Gary tirò un notevole sospirò di sollievo, dopodiché proseguono verso il cortile abitativo del leader, il quale prima di varcarne il confine prese la parola:
“Tu cosa ne pensi?”
“De che?”
“Delle circonlocuzioni di sintassi nell’analisi logica, naturalmente. Ma del Paolo, no?!?”
“Che ha fatto?”
Alberto finse d’inalberarsi ma non gli riusciva granché bene, tuttavia la scarsa presenza di spirito dimostrata dal proprio bassista in quella occasione lo stava irritando.
“Credo che Paolo stia diventando troppo “serio”, se afferri il senso della frase”.
Finalmente Alfonso uscì allo scoperto, dimostrando di comprendere facilmente dove il leader volesse andasse a parare, ed opponendogli una pregnante disquisizione. Prima però spense lo stereo, con suo profondo cruccio dato che gli toccò di troncare a metà nientemeno che “Burning down the house“ dei Talking Heads, ma David Byrne l’avrebbe certo perdonato, vista l‘importanza che il summit a due andava assumendo.
“Senti, Beto, Paolo è l’unico di noi quattro ad avere, da anni ormai, una ragazza fissa ed un lavoro stabile, nell’azienda di famiglia, della quale è naturalmente destinato ad assumere il comando. Tu studi ancora, io ho appena finito il militare, Karsi gestisce un bar coi suoi. Il nostro chitarrista è l’unico che ha davanti a sé l’obiettivo a breve scadenza di diventare un imprenditore, così come lo è ora il signor Pierluigi.
Non può sempre giocare alla rockstar, Beto. Ha ventiquattro anni, credo che dovrà per forza tagliare sempre più spazio ai divertimenti di contorno, come lo è il nostro gruppo”.
Stavolta Alberto non rideva più. Le sue sensazioni si erano dunque dimostrate affini a quelle di Gary. E lui che sperava di essere rasserenato.
“Tu credi che ci mollerà, voglio dire, cosa farà colla band?”. “E’ presto per dirlo, guarda, secondo me ci conviene prenderla come viene, però…”
“Però è proprio così, purtroppo” soggiungeva un adesso immalinconito leader, proseguendo: “D’altra parte, non ci eravamo mai fatti grosse idee circa una qualsiasi “carriera”, o sbaglio?!?“
La questione restò sospesa nel vuoto di una calda serata di fine luglio, una volta spento il motore del peugeot solo il totale silenzio antistante la corte di Torretta circondava adesso i due.
Beto e Alfonso si guardarono in faccia per qualche secondo senza dire più nulla. Il gerente dell’eccellente band “Dhegrado” si grattò la barbetta ispida e tossicchiò brevemente, poi rimirò assorto il cielo qua e là nuvoloso ma comunque puntellato di stelle. Indicò con il mignolo un punto lontano, tipo ET, poi cominciò piano a declamare un carme sconsolatamente privo di senso, delirando circa uno spettro puma che affonda i suoi pensieri nella nebbia di un bianco paesino annerito dal fumo, mentre il suo bassista intonava un accompagnamento a cappella simulando delle parti di basso e batteria tra un verso e l’altro, e persino un breve assolo di sax tenore in una pausa di silenzio.
Qualche rado passante incrociandoli li classificò per dei poveri mentecatti dediti alla bottiglia, mentre i due proseguirono tranquillamente sin verso le due del mattino prima di insultarsi con reciprocità per qualche vocalità male eseguita ed al fine separarsi.
Un paio di giorni più tardi, il signor Cassetti, che aveva gustato immensamente le proprie vacanze in Irlanda durante l’estate precedente, ripartì, con la stessa destinazione, insieme a un gruppo di amici.
Il soggiorno nelle verdi valli ebbe, ancora una volta, il potere di ritemprarlo egregiamente dalle fatiche dell’anno lavorativo messo alle spalle. Persino il recente soggiorno in ospedale e relativa lunga e fastidiosa riabilitazione erano un lontano puntino di dolore che sbiadiva tra i cieli limpidi e le scogliere frastagliate. Con la Guinness in una mano e la Marlboro nell’altra, Fabrizio osservava quelle meraviglie della natura, insolitamente meditabondo e taciturno, tanto che un suo compagno non mancò di rilevare questo suo atipico modo d’essere, e chiedergliene ragione.
“Sai, riflettevo.”
“Tu? Come mai?”
Doveva essere veramente assorto, per non cogliere la vaga malignità nella replica dell’amico. Ma Karsi tacque ancora per qualche secondo, seguendo il filo grigiastro del fumo che ascendeva a far tutt’uno con la linea soffice delle rade nubi che sovrastavano la valle.
“Si, io. Io che passo più di undici mesi all’anno in un bar, tranne qualche sera che mi ritaglio per andare a suonare da qualche parte. Devo venire qui, ogni volta, per rendermi conto di tutto quello che, forse, mi perdo.”
“Certo che lo spettacolo della natura qui mette i brividi! Non che da noi manchino le meraviglie, è ovvio, ma qui c’è sempre qualcosa di speciale..”
“Non è solo natura, è pace interiore, è silenzio, è pensieri finalmente liberi da pressioni, da tempistiche, da orari, da scadenze. E‘ il realizzare che ne ho bisogno, e il cercare di fare qualcosa.”
L’altro adesso lo ascoltava con interesse. Avrebbe voluto che l’amico proseguisse, ma Fabrizio lasciò cadere il discorso. Depose il boccale semivuoto e passeggiò piano, lo sguardo a perdersi lungo il fiumiciattolo che declinava a valle senza impedimenti, scorrendo semplicemente, libero.
Scese per la valle sino a lambire l’acqua corrente. Agli argini del torrentello si allargavano chiazze diseguali di ghiaia mista a sabbia. Si chinò e ne afferrò un pugno. Parve esaminare la rena per qualche istante, poi la lasciò scivolare placida dalle mani, sino a che si adagiò sul suolo.
Restò a guardare la quiete del quadro che aveva davanti, sordo ai richiami dell’amico che voleva rientrare con lui al baretto per un’altra birra prima di cena.
Non ne parlò più, per il resto della vacanza, ma qualche volta si sorprese nuovamente raccolto nella pacatezza dell’ambiente che lo circondava. Solo il giorno del rientro, tornò il Karsi consueto: compagnone, blandamente irritabile, generoso, pronto a riprendere la vita normale.
A poche migliaia di chilometri più a sudest, un altro componente del gruppo musicale “Dhegrado”, approfittando magari della mancata partenza per le vacanze, maturava nel frattempo un’azione fondamentale per il prosieguo della brillante carriera dello stesso.
Alfonso aveva, anzi ha tuttora, un cugino più giovane che sembrava voler seriamente imparare a suonare la chitarra. Oscar, 19 anni, seguiva ormai da qualche mese la band nei vari live oltre a fare spesso una capatina in saletta durante le prove, entrando presto in confidenza con i vari componenti. Alfonso fu sorpreso quando durante una visita a casa sua poco prima di ferragosto, lo sentì suonare praticamente a memoria i più recenti pezzi dei dhg. “Caspita, nemmeno io mi ricordo certe parti!” fu il primo commento che seppe uscirgli di bocca.
Quel giorno non disse nulla ad Oscar, ma quando verso la metà di settembre si ritrovò con gli altri, oltre i vari salamelecchi di rientro che non servivano a nulla, se ne uscì come segue: “Perché non ci prendiamo una chitarra di accompagnamento?”
Il signor Torretta, che si era appena lamentato presso gli altri di aver appena trascorso un’altra estate priva di sesso, guardò subito Cassetti, che però stava ancora considerando con sarcasmo l’affermazione del leader accendendo una marlboro medium e tenendo gli occhi bassi; allora rivolse lo sguardo verso Garavani, il quale invece andava squadrando Garimbelli e la sua idea, che per l‘imbarazzo soppesava il soffitto con occhiate generiche; per un attimo insomma nessuno si guardò in faccia.
Gli attimi che seguirono furono gli unici in tutta la storia della band durante i quali il serafico bassista ottenne finalmente una consistente dose di sfottò e insulti. La proposta non piaceva assolutamente a nessuno: tra le argomentazioni contrapposte, qualcuno se ne uscì con l’affermazione che i dhg erano un circolo esclusivo di sane menti distorte dal garage-punk, ed ho pochi dubbi che il lettore indovini donde nasceva tale pacchiana esposizione. Dal canto suo, Paolo appariva leggermente perplesso circa la giovane età del papabile nuovo ingresso; Karsi non disse niente di particolare, limitandosi a sottolineare il fatto che una chitarra di accompagnamento avrebbe potuto anche avere effetti perniciosi sulla spontaneità della musica: temeva il deleterio emergere di artifizi ed arzigogoli su quello che in fondo doveva essere un sound poderoso e senza interposizioni (anche se forse le parole proferite dal rotondetto musicista non furono esattamente queste).
Alfonso non pareva eccessivamente mortificato dalla generale riprovazione che il suo suggerimento aveva suscitato. Singhiozzando con mestizia, annunciò che si sarebbe scaraventato nel Naviglio ascoltando musica techno, tuttavia disdisse presto il lugubre proponimento, punto primo perché tanto sapeva nuotare, e secondo perché in quel periodo il corso d’acqua era in secca.
L’amico Karsi lo rianimò in fretta, con un sorriso ed una  pacca sulle spalle a mano aperta che avrebbe schiantato un rinoceronte, e infatti gli squartò la clavicola.
Ad ogni buon conto, poche settimane dopo, Oscar veniva ufficialmente “invitato nella saletta privata dei Dhegrado, per il lunedì, 23 settembre p.v., per le ore 21, gradita puntualità“, tramite missiva redatta dal leader e consegnatagli dal cugino.
Quella sera Alfonso, sentendosi evidentemente in dovere di far gli onori di casa, presentò brevemente Oscar agli altri, venendone efferatamente schernito dato che tutti già lo conoscevano, poi si schiarì la gola con mugghi bizzarri ed emise un enunciato farneticante che recitava più o meno come segue:
“Vedi, in realtà di una chitarra nuova non ce ne fregava niente, ma ora stiamo riflettendo che un innesto di tal fattura potrebbe ritornarci utile per empire i vuoti melodici durante gli assoli, poi magari si possono intrecciare le parti acustico-elettriche e vedere come si combinano, mettiamoci dentro anche il wah-wah, il multieffetti che ho visto che usi ed affidando tutto poi alla genialità che traspare tra queste quattro mura, alla versatilità del leader, al nostro successo con le ragazze ed alla pancia del Fat Karsi, insomma ci è sembrato un bel tentativo da provare, e se sei d’accordo bene, in caso contrario puoi anche andare a suonare con Phil Collins o Bryan Adams!!”
Quando finalmente Gary terminò il delirio e vide che Oscar rideva sgargiantemente con gli altri, Beto compreso, capì che il cugino avrebbe accettato. Subito dopo il fatidico “si”, si tenne una primissima prova a cinque per impostare lo amalgama della nuova line-up, finché verso mezzanotte Cassetti esplose in un vorticante turpiloquio per motivi sconosciuti ai più e si pensò bene di piantarla lì. Fu quella l’occasione in cui Oscar guadagnò il primo gettone di presenza al Bologna come membro ufficiale dei Dhg.
L’inserimento di Oscar fu per certi versi facilitato dal fatto che dal mese di ottobre Alberto aveva finalmente iniziato a frequentare il primo anno all’Accademia d’Arte Drammatica, e dato il contemporaneo prosieguo della caccia alla laurea in filosofia, fu temporaneamente costretto con dispiacere (più suo che degli altri) a diradare le sue presenze in sala prove.
Invece di spiegare fazzoletti ed intonare canti funebri, i ragazzi pensarono, durante un’improvvisata riunione nel cortile di Garavani, a come organizzare quegli ultimi mesi del 1991, così rigurgitanti di novità.
Paolo aveva diradato i propri contatti con Pisani, e tutto taceva anche sul versante “Magia Music Meeting”. Una telefonata investigativa di Alberto ai gestori del locale non portò altro risultato che un professionale: “Abbiamo le serate coperte almeno fino a febbraio, ma ci faremo vivi alla bisogna. Mi lascia il numero, cortesemente?”.
Nemmeno il vecchio Oratorio di Boffalora progettava in quel momento manifestazioni che riportassero in cartellone il nome dei Dhegrado.
Fu così stabilito di rinunciare agli impegni dal vivo ma non allo svolgimento di prove settimanali, con lo scopo ben preciso di velocizzare l’integrazione chitarristica del giovane neo acquisto, cercando d’ovviare il meglio possibile all’assenza del leader.

 

IL GIARDINO DELLE ESPERIDI FESTIVAL

25 MAGGIO 2018

 

Il Giardino delle Esperidi Festival

 

XVI Edizione

 

 

Teatro, Musica, Danza, Poesia nei borghi e sui sentieri del Monte di Brianza

 

 

21 giugno - 8 luglio 2018

 

 

 

Si svolge da giovedì 21 giugno a domenica 8 luglio la XIV edizione de Il Giardino delle Esperidi Festival, rassegna itinerante di teatro immersa nella natura del Monte di Brianza, organizzata da Campsirago Residenza, centro di produzione e ricerca teatrale. Anche quest’anno saranno i boschi incontaminati, i meravigliosi paesaggi e le ville dei comuni di Colle Brianza, Ello, Galbiate, Olgiate Molgora e dell’antico borgo di Campsirago, a fare da cornice ai tre lunghi weekend di spettacoli di teatro, danza, musica e momenti di convivialità: cinque prime nazionali, sei perfomance di compagnie internazionali, un convegno su arti performative e paesaggio e tre laboratori di teatro nella natura aperti a tutti compongono il denso cartellone di quest’anno.

L’edizione 2018 del festival, attraverso il convegno di apertura, la collaborazione con artisti internazionali e l’attenzione sempre più forte nell’adattare ogni opera ai contesti naturali nei quali viene rappresentata, si consolida come punto di riferimento e polo di ricerca nazionale e internazionale dell’arte del Teatro nel paesaggio.

Il punto di forza caratteristico del festival delle Esperidi è la capacità di valorizzare e fare interagire insieme territorio, arte e pubblico. Il territorio dell’alta Brianza, in provincia di Lecco, con i suoi sentieri, le sue dimore storiche, le cascine, i terrazzamenti e i boschi di castagno, gelso e robinia ospita le opere teatrali in cui la natura diventa palcoscenico e opera stessa. Molti spettacoli in programma sono performance site specific, produzioni realizzate per i luoghi in cui si svolgono. Il pubblico, vario per età, provenienza e interessi, ritrova alle Esperidi quell’incantata magia, in cui Natura, Arte e Bellezza si fondono, dando vita a un evento raro nel panorama teatrale italiano.

Ad aprire il festival, giovedì 21 giugno, sarà lo spettacolo Il mio compleanno della compagnia Riserva Canini che viene presentato nella sua forma definitiva alle Esperidi.

Spettacolo di punta di quest’anno del Teatro nel paesaggio di Campsirago Residenza sarà Arianna e Teseo (produzione Pleiadi Art Productions), performance itinerante immersa nella natura, nata dalle suggestioni dei boschi e delle montagne intorno a Figina. Il tema del labirinto, metafora della complessità del mondo ma anche specchio dell’anima, accompagnerà pubblico e performer, in un emozionante viaggio attraverso il mito di Dedalo, Icaro, Arianna, Teseo e il Minotauro.

Domenica 24 giugno, per la prima volta, il festival delle Esperidi organizza uno speciale itinerario di dodici ore nei luoghi più suggestivi del Monte di Brianza, tra sentieri, spettacoli, pranzi e cene comunitarie. Il percorso partirà da Ello, attraverserà i boschi di Figina, dove per i più piccoli andrà in scena E io non scenderò più, fino al Monte San Genesio con il pranzo preparato dagli Alpini e lo spettacolo In capo al mondo. In viaggio con Walter Bonatti. Da Ravellino, dove suoneranno i musicisti de La Tresca, il cammino, infine, ritornerà a Ello dove le associazioni locali cucineranno per il pubblico.

L’attore e puppet designer David Zuazola chiuderà la giornata con la prima nazionale di The game of time, un’incredibile performance composta da sette storie dirette da sette registi di tutto il mondo.

Debutta in prima assoluta (sabato 30 giugno) anche Marbleland della Compagnia Stradevarie, un monologo sferzante che racconta la devastazione causata dalle cave di marmo delle montagne di Carrara, definita “il disastro ambientale più grande d'Europa”.

Sempre sabato 30 giugno, per la prima volta alle Esperidi arriva l’esilarante compagnia Astorri e Tintinelli con Folliar, uno spettacolo di pura poesia, in cui i due clown beckettiani si confrontano sul senso dell’Arte e del teatro.

Come ogni anno il teatrodanza ha particolare rilievo all’interno del festival, che presenta in prima nazionale gli spettacoli My Odissey della compagnia danese Asterions Hus (sabato 7 luglio), e Let’s Dance (domenica 8 luglio), della compagnia ceca Verte Dance. Viene anche presentato in anteprima (sabato 7 e domenica 8 luglio) il nuovo spettacolo TRIEB_L’indagine della danzatrice Chiara Ameglio, prodotto da Fattori Vittadini e Pleiadi Art Productions. Allestito in una stanza dell’ala vecchia di Palazzo Gambassi, a cui potranno accedere solo 30 spettatori per volta, la rappresentazione alle Esperidi sarà un’occasione unica per assistere a una messa in scena molto particolare, che non avrà palcoscenico a dividere spettatore e artista. Chiara Ameglio è anche la protagonista di Viajo Solo (22 e 23 giugno), prodotto da Pleiadi Art Productions, ispirato alla figura di Frida Khalo.

Anche quest’anno un’attenzione particolare è rivolta al teatro per l’infanzia, con tre spettacoli per bambini e ragazzi sui temi della natura, dell’universo e del mistero della vita: Io non scenderò più della Compagnia Stradevarie (domenica 24 giugno), Dall’Altra parte di ScarlattineTeatro (domenica 1 luglio) e Little bang della compagnia Riserva Canini (domenica 8 luglio).

 

Gli spettacoli del festival delle Esperidi si svolgono in spazi molto particolari, che creano una magia unica: gli attori recitano su alberi, nei boschi, nelle stanze e nelle corti di antiche ville e cascine, in una yurta mongola, l’antica tenda dei nomadi delle steppe. Cuore del festival, infine, è la corte di Campsirago, a 700 metri di altezza, con il suo palco sospeso sulla vallata illuminata dalle stelle e dalla miriade di luci notturne della grande metropoli, dove andrà in scena, fra gli altri spettacoli, L’uomo che pesò il mondo di Nuove Cosmogonie, dedicato alla relazione tra astronomia, uomo e universo.

Il pubblico delle Esperidi avrà anche l’occasione per entrare in location eccezionalmente aperte per ospitare gli spettacoli del festival, come la splendida Casa Gola a Olgiate Molgora, appartenuta al pittore Emilio Gola e ancora proprietà della famiglia, nella cui corte interna sarà rappresentato Uno su Seimila del Teatro della Caduta (sabato 23 giugno). Nell’antica cascina di Figina, proprietà dei conti Amman, nel cuore di Monte di Brianza da cui si gode di una vista sui laghi di Oggiono e Annone, sui Corni di Canzo, sulle Grigne e sul Resegone, verrà rappresentato anche Labiriancos di cada die teatro (domenica 1 luglio).

Nell’antico Mulino Tincati, illuminato per l’occasione dalla luce naturale del fuoco, a cui si arriva con dieci minuti di cammino in mezzo al bosco, un luogo incantato dove confluiscono le acque che scendono da Campsirago, la compagnia INTI presenterà La grande foresta (venerdì 22 giugno).

 

Quest’anno verranno proposti anche tre laboratori, nelle domeniche 24 giugno, 1 luglio e 8 luglio, di introduzione alle pratiche di Teatro nel paesaggio, durante i quali i partecipanti impareranno i fondamenti del camminare in ascolto della natura e di sé e sperimenteranno piccole esperienze di teatro sensoriale.

 

Infine, come per le passate edizioni, a chiudere le serate del festival sarà la musica con tre concerti di grande originalità. Sui palchi delle Esperidi si esibiranno il gruppo londinese Oh! Gunquit, composto da cinque musicisti di diverse nazionalità (venerdì 29 giugno) e la band americana The Ghost Wolves (sabato 7 luglio). Ultimo evento del festival, domenica 8 luglio, è il concerto di Vale & the Varlet.

 

Apre il festival il convegno dal titolo “Campsirago Residenza e il Teatro nel paesaggio. Case histories e prospettive per il futuro.”, un incontro di studio e confronto con importanti artisti e ricercatori provenienti da tutta Italia e dal Nord Europa.

 

Il Giardino delle Esperidi Festival, la cui direzione artistica è curata da Michele Losi, è un progetto di Campsirago Residenza con il sostegno di MIBACT, Regione Lombardia, Fondazione Cariplo, Comuni di Colle Brianza, Ello, Galbiate, Olgiate Molgora. Ha il riconoscimento di Europe For Festivals, il patrocinio della Provincia di Lecco. Main sponsor è Acel Service, sponsor è Fassa Bortolo. Il festival è realizzato in collaborazione con Associazione ETRE, è convenzionato Arci. Media partner dell’edizione 2018 sono Radio Popolare, La Provincia di Lecco, Krapp's Last Post, Stratagemmi Prospettive Teatrali e Altre Velocità.

 

Programma XIV edizione

Il Giardino delle Esperidi Festival

Giovedì 21 giugno

 

Apre il festival, alle ore 21, nella Sala Civica di Olgiate Molgora, la compagnia Riserva Canini con lo spettacolo di Marco Ferro Il mio compleanno. Ultima produzione di Campsirago Residenza, la performance teatrale coniuga il linguaggio dell’immagine animata attraverso il teatro d'ombre e la proiezione di sagome e acetati con la sonorizzazione in versione live. Ispirandosi al saggio di Oliver Sacks sull’emicrania con aura, il racconto, tra l’autobiografico e l’onirico, tra il reale e il surreale, viaggia attraverso i desideri, i tormenti e le fragilità dell'epoca che stiamo vivendo.

 

 

Venerdì 22 giugno

 

Nella suggestiva cornice della natura intorno a Mulino Tincati a Olgiate Molgora, la Compagnia INTI porta, alle ore 21, La grande foresta con la regia di Francesco Niccolini, vincitore del Premio Nazionale Eolo Awards 2013 per il Teatro Ragazzi “Miglior Novità”: nel bosco illuminato dalla luce naturale del fuoco, Luigi D’Elia racconta l’emozionante storia di un villaggio del Sud d’Italia, dove gli alberi scompaiono e – con loro – anche chi li abita: uomini e lupi.

 

Alle ore 22.30, nella Sala Civica di Olgiate Molgora, Chiara Ameglio va in scena con Viajo Solo, spettacolo di teatrodanza liberamente ispirato alle lettere di Frida Kahlo, con la regia di Mariasofia Alleva e prodotto da Pleiadi Art Productions. Lo spettacolo, che ha debuttato al MUDEC - Museo delle Culture di Milano, narra l’incontro tra due solitudini femminili accomunate da una medesima costrizione interiore e fisica, della quale la figura della grande pittrice messicana, è emblema.

 

 

Sabato 23 giugno

 

La splendida dimora del XV secolo Casa Gola a Olgiate Molgora apre al pubblico alle ore 21, per ospitare lo spettacolo Uno su seimila di Marco Bianchini, prodotto dal Teatro della Caduta con il sostegno di Campsirago Residenza. A partire dai ricordi autobiografici di un’adolescenza vissuta in una cittadina di provincia dell’Alto Vicentino che, nonostante il forte sviluppo economico, rimane ancorata a una mentalità chiusa nel pregiudizio, lo spettacolo, ironico divertente, prova a immaginare un mondo in cui la diversità venga accettata come una delle tante, possibili identità.

 

Alle ore 22.30 nella Sala Civica, Olgiate Molgora andrà in scena la replica di Viajo solo di Pleiadi Art Productions.

 

 

Domenica 24 giugno

 

Speciale itinerario di dodici ore di cammino sul Monte di Brianza.

 

Dalle 9.30 alle 10.30 nella Piazza del Municipio di Ello si terrà un laboratorio di introduzione alle pratiche di Teatro nel Paesaggio condotto da Michele Losi e Sara Tanita Vilardo. Durante l’incontro verranno spiegati i fondamenti del Walking, attività del camminare in ascolto della Natura, degli Altri e di Sé, e saranno realizzate piccole esperienze di teatro sensoriale.

Il percorso proseguirà poi nei boschi di Figina con lo spettacolo della Compagnia Stradevarie E io non scenderò più (alle ore 11.30), liberamente tratto da “Il Barone rampante” di Italo Calvino, nel quale adulti e bambini, coinvolti dalle attrici Sara Molon e Soledad Nicolazzi, scopriranno le avventure di un ragazzino che vive sugli alberi.

Ad accogliere il pubblico per il pranzo alle ore 14, a Colle Brianza, sarà il Gruppo Alpini San Genesio.

Il cammino proseguirà fino all’eremo di San Genesio dove andrà in scena, alle ore 15, lo spettacolo In capo al mondo. In viaggio con Walter Bonatti, di Luca Radaelli e Federico Bario, dedicato alla vita del grande alpinista italiano. Si scenderà poi verso Ravellino con un momento di musica con il gruppo La Tresca (alle ore 18), folk-band originaria della zona umbro/laziale, prima della cena popolare a Cascina la Boggia (Ello, ore 20).

 

A chiudere la lunga giornata, alle ore 21, sempre a Cascina la Boggia sarà la prima nazionale di The game of time dell’eclettico attore cileno David Zuazola: sette storie in sette minuti l’una, dirette da sette registi internazionali convergono in una sola, incredibile e fantasiosa, performance di teatro di figura e d’animazione.

 

Ogni spettacolo che compone la lunga giornata di cammino di domenica 24 può essere visto anche singolarmente.

 

 

Venerdì 29 giugno

Alle ore 17 debutta Arianna e Teseo di Michele Losi, performance site specific nei boschi e nei prati di Figina a Galbiate. Dopo le precedenti tappe di un lungo progetto di Teatro nel paesaggio dedicato al mito, Pleiadi Art Productions presenta un riallestimento di Imboscati #4, andato in scena nell’estate 2013 e nell’anno successivo. Nella nuova versione, che viene presentata alle Esperidi 2018, il testo drammaturgico si ispira a Il giardino dei sentieri che si biforcano di J. L. Borges e a Il minotauro di F. Dürrenmatt, e approfondisce il tema del labirinto a partire dalla figura di Dedalo, che porta il pubblico nel cuore del Labirinto, per poi raccontare di sé e della propria tragica esperienza con il figlio Icaro. Con elementi coreografici e musicali, che sperimentano sonorità elettroniche, lo spettacolo è una ricerca che ogni volta rivive grazie all’incontro con artisti e spettatori diversi e che si nutre del luogo di straordinaria bellezza in cui è nato, una cascina della fine dell’Ottocento, circondata da campi e boschi incontaminati, con una vista meraviglioso sui Corni di Canzo, sul Lago di Lecco, sul Monte Barro, sulle Grigne e il Resegone.

 

Alle ore 21 a Campsirago Residenza, Nuove Cosmogonie Teatro presenta L’uomo che pesò il mondo, da un’idea di Massimo Arattano e Albertina Gatti - consulenza scientifica SAPERCAPIRE. Un viaggio attraverso la vita di quegli astronomi e scienziati che tra il XVI e XVII secolo rivoluzionarono la concezione del mondo, cambiando così il punto di vista dell’uomo e la concezione geocentrica dell’universo. L’attrice Katia Capato indaga aspetti biografici e umani poco noti di Cavendish, Newton, Keplero, Brahe e Hooke, mettendo in luce, insieme alla loro incessante ricerca della verità, anche i loro limiti umani. Lo spettacolo è dedicato a Joseph Scicluna, attore maltese recentemente scomparso.

A chiudere la serata, alle 22.30, sarà la band londinese Oh! Gunquit, che con il loro singolo Sinkhole (2015), in rotazione sulla BBC Radio 2, si è fatta conoscere in tutta Europa per il suo sound unico ed esplosivo che miscela di New-Wave Psych-Surf, Garage-Punk, Exotica e RocknRoll.

 

 

Sabato 30 giugno

 

Alle ore 17 a Figina (Galbiate) va in scena la seconda replica di Arianna e Teseo, perfomance itinerante di Pleiadi Art Productions.

 

Alle ore 21, a Campsirago Residenza, viene presentato in prima nazionale lo spettacolo di Soledad Nicolazzi Marbleland, monologo teatrale con accompagnamento musicale dal vivo, dedicato al tema della distruzione delle Alpi Apuane per l’estrazione del marmo. La pièce teatrale, prodotta da Compagnia Stradevarie e Campsirago Residenza, nasce da un anno di interviste a cavatori, imprenditori, scultori, artigiani, camionisti, ambientalisti che il mondo del marmo lo vivono da sempre. Ne scaturisce un testo di denuncia contro lo sfruttamento e il depauperamento del territorio di Carrara, nel solco della tradizione del teatro civile e d’inchiesta.

 

Alle 22.30 va in scena, sul palco della corte interna di Palazzo Gambassi a Campsirago, la comicità sottile e surreale, piena di poesia, di Folliar dello strabiliante duo Astorri Tintinelli. Una tragicommedia dell’assurdo che parla del destino dell’arte e della vita. In un tempo in cui la poesia è bandita, i due attori le restituiscono una centralità unica e speciale. Lo spettacolo è ispirato a Thomas Berhnard e, in particolare, al suo testo teatrale La forza dell’abitudine.

 

 

Domenica 1 luglio

 

Per i più piccoli, alle ore 11, in una tradizionale tenda mongola a Bestetto, ScarlattineTeatro propone Dall’altra parte, spettacolo per bambini a partire dai 4 anni che, con pochi oggetti, con la terra da toccare, con le parole, la poesia e la musica originale, racconta l’incontro e la separazione, tra il mondo della terra e quello del cielo. Con la drammaturgia di Giusi Quarenghi lo spettacolo vede in scena Francesca Cecala, Anna Fascendini e Giulietta Debernardi.

 

Alle ore 15, si terrà a Figina (Galbiate) il laboratorio itinerante “Mentre cammini riposi”, condotto da Matteo Serafin (durata 5 ore). I partecipanti saranno guidati in esercizi ed esperienze somatiche e meditative per facilitare la percezione del proprio corpo, sciogliere le tensioni e migliorare la postura.

 

Alle ore 17 sempre a Figina torna la perfomance itinerante di Pleiadi Art Productions Arianna e Teseo.

 

Alle ore 21, nella corte ottocentesca della comunità agricola di Figina a Galbiate, Pierpaolo Piludu, di cada die teatro, porta in scena Laribiancos, con la regia di Giancarlo Biffi, tratto dal romanzo Quelli dalle labbra bianche di Francesco Masala. Con grande intensità, l’attore racconta, mescolando italiano e dialetto sardo goceano, le storie di povertà e dignità di Culubiancu, Mammutone, Tric Trac e degli altri abitanti di Arasolè, partiti un pomeriggio di sole del 1940, sopra un carro bestiame, per andare a fare la guerra. Le musiche originali sono di Paolo Fresu.

 

 

Venerdì 6 luglio

 

La terza settimana di festival si apre, alle ore 21, nella magica cornice di Campsirago Residenza con la seconda replica dello spettacolo Il mio compleanno.

Sabato 7 luglio

 

Alle ore 18, 19 e 24, in una stanza di Palazzo Gambassi a Campsirago, Chiara Ameglio va in scena con l’anteprima di TRIEB_L’indagine, nuovo progetto di teatrodanza di Fattori Vittadini e Pleiadi Art Productions sul tema delle mostruosità che si nascondono in ciascuno di noi. Partendo da Il minotauro di F. Dürrenmatt, la danzatrice riflette sul dramma personale della vita di ogni uomo, sui nostri demoni interiori e sulla rabbia che può condurre alla vendetta e all’omicidio. Le maschere sono di Marco Bonadei e le musiche originali di Diego Dioguardi.

 

Alle 21.15, una delle più grandi performer danesi torna sul palcoscenico delle Esperidi (a Campsirago Residenza) con la prima nazionale di My Odissey, prodotto da Asterions Hus: Tilde Knudsen fonde in modo straordinario teatro fisico, danza e improvvisazione per raccontare i momenti più emozionati dell’Odissea. Nato dal progetto Meeting the Odissey, di cui Campsirago Residenza è stata tra gli ideatori, lo spettacolo è anche la narrazione di quell’incredibile esperienza di tre anni di viaggio che hanno portato Tilde a navigare da San Pietroburgo al Mar Egeo.

 

La giornata si chiude alle ore 22.45 con l’eccezionale concerto della band americana The Ghost wolves: direttamente da Austin, dopo più di 500 concerti negli Stati Uniti e tre dischi per l’etichetta di Cheetah Chrome (Plowboy Records), Carley e Jonathan Wolf, moglie e marito, chitarra e batteria, arrivano alle Esperidi con concentrato irriverente di Garage Punk e Delta Blues che va a pescare dalla migliore tradizione del rock’n’roll.

 

 

Domenica 8 luglio

 

Alle ore 11 Riserva Canini porta nella magica tenda mongola a Bestetto lo spettacolo per bambini di Marco Ferro o Valeria Sacco Little bang, un’esperienza unica che si compie attraverso un percorso percettivo, in cui ad esser toccate saranno la vita e la qualità delle materie, la loro bellezza e la loro natura. Accompagnati dalla misteriosa figura di un demiurgo - unico narratore sulla scena e insieme manipolatore di tutti i personaggi che la abiteranno - i piccoli spettatori compieranno un viaggio alla scoperta delle origini dell’universo; partiranno dal Nulla, per passare attraverso la nascita delle prime piccole particelle elementari, l’aggregazione e la disgregazione della materia per giungere, infine, alla formazione delle grandi Galassie.

 

Alle ore 16 Laboratorio Silenzio propone “SI’LɛNTSJOse Tracce”, laboratorio esperienziale sul tema del silenzio, ispirato alla composizione 4'33'' di John Cage, opera controversa in cui il compositore dimostra che il silenzio assoluto è un'utopia e che il rumore domina ogni istante della nostra vita..

Alle ore 18 e 19 torna in replica TRIEB_L’indagine di Chiara Ameglio

 

Alle ore 21, va in scena sul palco di Campsirago la prima nazionale di Let’s Dance della regista ceca Petra Tejnorová. Per la seconda volta alle Esperidi torna la compagnia Verte Dance, una delle più divertenti formazioni di teatrodanza europee, con uno spaccato ironico e irriverente sulla danza contemporanea. “Un breve manuale per il pubblico ansioso. Alcune lezioni sulle specie in via di estinzione. Un documentario fisico sulla danza contemporanea.”
 

Il festival si chiude a Campsirago Residenza alle 23 con il concerto di Vale & The Varlet, composto da Valentina Paggio al pianoforte, voce e batteria elettronica e Valeria Sturba al violino, theremin e sample keyboards. Un duo che è come un’orchestra tascabile, che si muove tra imprevedibili derive fresche e colorate per raccontare storie vere, sgangherate, di insonnie e amori. Dopo una lunga tournée presentano il loro primo album “Believer”.

Informazioni e biglietti

BOTTEGHINO

 

I° spettacolo della serata

Intero € 12 - Ridotto € 10 - Cortesia € 3

 

Ogni biglietto successivo nella stessa serata

Intero € 8 – Ridotto € 5 – Cortesia € 3

 

Teatro per l’infanzia

€ 5

 

Tour 24 giugno tutti gli spettacoli

Intero € 24 – Ridotto € 20

 

Laboratori

offerta libera

 

Cene popolari

€ 10

 

Riduzioni e agevolazioni

under 26, over 65, soci ARCI e clienti ACEL (dietro esibizione dell’ultima bolletta)

 

Bonus 18app

utilizzabile dai ragazzi del 1999

 

Cortesia per gli abitanti di Colle Brianza, Ello, Galbiate, Olgiate Molgora, Osnago nel comune di residenza prenotando presso le relative biblioteche (fino a esaurimento posti)

 

Abbonamento 5 spettacoli

€ 40

 

 

INFO & PRENOTAZIONI

TEL. 039 92 76 070

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EQUIVOCI MUSICALI

13 MAGGIO 2018

CHIUSURA STAGIONE EQUIVOCI MUSICALI

OLÉ... TEMPO DI FLAMENCO​   
sabato 19 Maggio a Monza

Sabato sera è l'ultimo appuntamento della stagione musicale Terra al Binario 7 di Monza, prima della pausa estiva.

Vogliamo trasformare questo splendido concerto in una grande festa per celebrare questo bellissimo anno insieme. Sul palco ascolteremo gli stili più affascinanti del flamenco in un vortice di colori, forza ed entusiasmo dove la depuratissima tecnica del corpo si fonde con l’esplosione di energia degli artisti.

A tenere la scena sarà Punto Flamenco Ensemble che nasce dall'esperienza artistica di Maria Rosaria Mottola - artista flamenca, coreografa, insegnante, direttrice artistica del Milano Flamenco Festival, che vanta un curriculum di altissimo livello maturato nell'arco di un’esperienza decennale in Spagna, grazie alla quale è entrata in contatto con le più note figure del flamenco.

Una serata imperdibile. Uno spettacolo passionale, solare, romantico e malinconico come solo il flamenco può essere. Un'arte antica, nomade, dove piedi, braccia, corpo, musica, canto e poesia si fondono in modo elegante e sensuale, energico e travolgente per arrivare al cuore delle persone.

E' consigliata la prenotazione

Inizio alle ore 21.

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