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TRE FRATELLI 2) - FINE PRIMA SCENA, INIZIO SECONDA

19 MAGGIO 2017

 

 

Martedì 29 marzo –

Over the horizon

(Ivano)

 

 

 

 

Malgrado siano ormai le tre meno un quarto, continuo a perdermi in pensieri oziosi, invece di dormire. La melliflua suoneria di “Over the horizon” mi desterà gentilmente tra cinque ore, chissà quando mi deciderò a cambiarla. Mi accorgo, mentre depongo il cellulare sul comodino, che ho ricevuto un messaggio, chissà da quanto oramai. E’ Giuseppe, alle undici e mezzo di ieri sera. Mi chiede come sono andate le prove. E vuole anche sapere se siamo pronti per registrare il CD, quando andremo in sala...e io ormai non gli risponderò, perchè anche lui tiene il telefonino acceso la notte, A lui e Cristina prenderebbe un colpo, per non parlare di Lisetta.

Chissà perchè Giuseppe è sempre così preoccupato per la mia musica. Vorrebbe che prendessi la cosa più seriamente; più o meno con la stessa intensità che mette lui nel suo hobby, (ma guai a me, se sente che lo definisco in questo modo), per lui dipingere è sacro ed irrinunciabile, e non è esattamente così che io vedo la faccenda per quel che mi riguarda. Tantomeno riesco a mostrarmi interessato “alla sua arte” come fa lui con me, forse perchè sono il fratello minore, non so. Mi sembra talmente ovvio, che è tutto solo un diversivo..domattina gli risponderò, e naturalmente gli chiederò anch’io come procede l’idea della mostra, se riesce ad allestirla, devo esprimere un pò d’entusiasmo, se lo meriterebbe. E’ lui, in fondo, il vero artista di famiglia.

 

 

 

Martedì, 29 marzo -

La fissa della mostra personale

(Giuseppe)

 

 

 

 

Sento battere le cinque. Sapevo che non avrei dormito. Ero piuttosto giù di morale, quando mi sono coricato, e questo mi sta togliendo il sonno.

Pazzi non ha chiamato, non ha mandato email, nulla. Sono settimane, che aspetto. I miei solleciti restano inascoltati, anche perché pensi che dopotutto sei tu che hai bisogno di loro, e se poi questi si stancano ti mollano, non gliene frega niente. Possono sempre organizzare un film d’essai commentato dal bibliotecario, per dire.

E io mi rodo il fegato, e tutto per una mostra comunale, avessi detto, demente che non sono altro, manco fosse al MOMA. Con i miei, zitto. Sempre zitto. Sembro sempre lì lì per scoppiare di frustrazione, poi invece taccio. Mando giù e faccio finta di nulla, ma è meglio così: anche con Claudia ieri sera non abbiamo parlato, in proposito. Ogni tanto penso che almeno lei potrebbe stare dalla mia parte, ma poi m'accorgo che è impossibile, è troppo quadrata.

Per lei vige sempre la solita, perfetta equazione, che ha sempre messo in pratica.

Lavoro + casa + programmazione del giorno successivo = vita ideale.

Io invece ho paura di non poter accettare ancora a lungo l’esistenza robotica, routinaria che sto conducendo e mi sto accorgendo che mi manca qualcosa, a livello proprio mentale.

Eppure non riesco a decidermi a parlarne in casa: non voglio destare preoccupazioni, una persona come Cristina non lo meriterebbe. Così non c’è nessuno con cui mi possa sfogare, provo un po’ di sollievo solo nel rimirare i quadri che ho dipinto finora. Tutti i miei lavori sono al sicuro in garage, è anti umidità, su quello non ho timori. E’ completamente pavimentato e non aspira nulla dal suolo. Le pareti sono trattate con un prodotto particolare che fa da “barriera chimica” e preserva da qualsiasi minaccia d’infiltrazione. Non adotto nessun deumidificatore, temo che danneggerebbe le tele, lo so, è una mia fisima, ma tanto non me la toglie nessuno.

I quadri sono al sicuro. Penso a loro e mi tranquillizzo, alla faccia di quel tirapacchi di Pazzi.

Mi giro, faccio un rumore di troppo.

Cristina mi sente, si sveglia, mi chiede cos’ho, perché non dormo. Non è la prima volta, ultimamente. M’invento una scusa, una delle tante, e fingo di rimettermi a dormire, ma prima o poi anche lei vorrà andare a fondo della faccenda.

Giustamente, oserei dire.

Dopotutto il discorso è semplice: io, Giuseppe Tempesta, ho quarant’anni, sono un impiegato ma vorrei fare il pittore. Anzi. Devo, fare il pittore, perchè senza falsa modestia mi ritengo in grado di creare delle opere davvero interessanti, come potrebbe constatare chiunque si prendesse la briga di visitare il mio garage.

Vorrei fare di questa passione la mia professione, ma ho paura persino di cercare d’attuare questo progetto. E il fatto che l'untuoso, irraggiungibile assessore alla cultura di Avigliana, Flavio Pazzi, crei difficoltà indicibili per fissare uno straccio di mostra personale patrocinata dal Comune, non alimenta certo la mia autostima.

 

 

 

 

 

 

Seconda scena

 

 

 

 

Martedì, 29 marzo -

Tentativi di dissuasione

(Claudia)

 

 

 

 

Ho aspettato che uscisse, alle sei in punto, non c'è mai una sorpresa nei suoi orari. Ho aspettato ancora tre minuti: il tempo che ha bisogno per raggiungere la macchina al posteggio, salirvi, azionare l'auricolare, e mettere in moto.

Infatti mi risponde al secondo squillo. Ed è, al solito, il trionfo dell'entusiasmo.

"Ah, sei tu, Claudia. Dimmi."

Tono afono, informe. Roba che una sorella si sente davvero spronata al dialogo. Non mi farò scoraggiare e non mi perderò in convenevoli, tanto come stiamo lo sappiamo già.

"E' un pò che non mi dici più niente, sai quella tua idea della mostra. Ti ha più chiamato, Pazzi?".

"No che non ha telefonato. Perchè, tu ci avevi creduto veramente?"

Adesso è il turno del vittimismo. Del tono sarcastico. Di quello che la sa lunga, lo sgamato. Mi verrebbe da ribattergli al volo: "Se lo sapevi fin dall'inizio che non ti avrebbe chiamato, perchè diavolo insisti a proporgli i tuoi quadri?". Poi penso che non è quello, lo scopo ultimo della chiamata. E io non sono una psicologa, anche se probabilmente Giuseppe crede che lo sia.

Dico invece:

"Certo. Che diavolo d'assessore alla cultura sarà mai, un tizio che ti fa passare attraverso un numero infinito di riunioni, ti piazza davanti agli occhi una selezione di date e di manifestazioni, invitandoti a mettere il dito su una qualsiasi che tanto per lui va sempre bene, con quel bel sorriso indelebile sul faccione, e poi quando infine hai scelto non si degna nemmeno di farsi vivo per dar seguito alla cosa??"

Dall'altra parte, silenzio. Adesso lascerà passare qualche secondo, poi dirà qualcosa del tipo, ok, è inutile che se ne parli adesso, sono quasi arrivato a casa, vediamo come va ed altre approssimazioni del genere.

Invece non è così.

"Stasera lo richiamerò, Claudia. E se non mi rispondesse, o si dovesse inventare una scusa, fingerò di crederla e lo richiamerò anche domani, e poi anche dopodomani. Gliela farò sputare fuori per sfinimento, quella data, vedrai se non sarà così."

Un Giuseppe combattivo. A volte succede. Sto al gioco, vediamo come va a finire.

"Proprio così devi fare", lo incoraggio, "e adesso ti lascio, devo..."

"Nemmeno per sogno, cara sorella maggiore. Adesso devi chiarirmi un paio di cose".

Mi sorprende. Tanto che non riesco ad abbozzare una risposta, ma soltanto ad ascoltare, più stupita che incuriosita.

"Come mai domenica sera non hai voluto parlarmi, al telefono?"

"Ero stanchissima, Beppino" (cattivo segno, lo chiamo Beppino solo quando mi sento sulla difensiva), "ero reduce dal turno pomeridiano, il peggiore. Visto che tutto andava bene, ho tagliato corto, ho detto a Cristina di salutarvi tutti e..."

Silenzio. Ahi, ahi.

"Ascoltami bene, sorellina. Io ho deciso che di questa cosa, voglio parlarne con Cristina. Io..io non riesco più a..fingere, a tenermi indosso sempre questa faccia da buon marito padre di famiglia, contento della vita che fa. Io sento che devo parlarne con lei. E domenica sera ho avuto come l'impressione che tu..che forse gliene volessi parlare..non avrei certo rifiutato quel tipo di aiuto da parte tua.."

Peggio di quello che pensassi. Mi vien voglia di troncare la conversazione. Ma non lo farò. Non l'ho mai fatto, a differenza sua o di quello sfigato di Ivano. Forse, come sorella maggiore ho sempre sentito di dover cercare il dialogo, di spiegare, di (ecco l'errore) raccomandare.

Ma non arriva mai a casa, stasera? Si sarà fermato in qualche piazzolla, visto che la cosa gli interessa da vicino.

Ed ecco, lo faccio ancora. Raccomando. Assumo il tono peggiore possibile, tra il paternalista e il supplichevole. Seleziono le parole, m'impappino in un nanosecondo col pensiero, cambio e ricambio idea, ma alla fine, riesco a formulare una chiosa forte e chiara:

"...non parlerò mai di questo con mia cognata, Giuseppe, lo sai. Per due motivi. Prima di tutto perchè è una cosa che, al limite, devi assumerti tu la responsabilità di piazzare in casa" (piazzare in casa?!? Come posso aver usato un termine tanto grezzo)..."e in secondo luogo perchè, come sai, non sono per nulla d'accordo con questa tua...questa tua idea..."

Mi dispiace molto, essere tanto dura con lui. Ma perchè, ancora una volta? E'una storia trita e ritrita, quando riuscirai a levartela dalla testa?, penso, mentre ho finito di parlare ed ascolto allarmata il silenzio persistente che mi manda. Un silenzio carico di delusione e rancore. E muoviti da 'sta piazzolla.

Niente. Mi tocca andare avanti, sollecitargli un segno di vita.

"Giuseppe, te lo dico ancora una volta. Questa fisima della pittura, come dire, può far parte di te a livello..a livello amatoriale, lo puoi portare avanti nei ritagli di tempo, un hobby, qualcosa di più magari, ma come puoi pensare di mollare il lavoro, come puoi credere di farne la tua professione ufficiale, e non pensi a Cristina, a Lisetta, al mutuo, a tutte le spese che ci sono..come fai a decidere di trovare da vivere mischiando colori, imbrattando quattro tele..."

Ecco, mi sono infervorata, ho strillato ed esagerato, nei toni e nei termini.

Ecco, si è offeso, ha interrotto la conversazione.

Ora finalmente mollerà quella piazzolla, rientrerà a casa, e riprenderà a fingere...

Ok, mettiamola così. Io, quello che dovevo fare, l’ho fatto. Mi spiace, sei un testone, ma questo è un concetto che ti è chiaro (spero) da anni. Solo che ti fa comodo non rendertene conto, e ogni tanto ti lasci cullare dal tuo utopico, speranzoso ideale. E poi non ho capito perché tu auspicavi che io ne parlassi con Cristina. Sorella maggiore, non badante, ricordatelo, caro Beppino.

Ma Beppino non c'è più. Rientrerà a casa mesto, senza dir niente, nemmeno questa volta, a Cristina. Abbasserà le ali e tornerà, umile e disilluso, a quella che definisce la sua "vita da niente". Si rendesse conto, una volta per tutte, delle grazie e le fortune che ha, altro che...

Parentesi chiusa. E' martedì sera e io il mio “weekend” l’ho finito. Bene, direi. Da domani ho cinque mattine di fila, il che significa che tocca a me accompagnare Chiara a scuola e a Niccolò recuperarla, durante la pausa pranzo..

Nel pomeriggio mi concederò una lunga, opportuna sessione di bucato, sfruttando il tempo che Giuliacci ha sdoganato come “stupendo”, se va tutto bene potrò già raccogliere tutto prima di sera.

Domani sera, a proposito, Nicco ci porta tutti al cinema. Anzi, l’ideale sarebbe pizza + cinema. Pizza + cinema e poi subito a nanna, visto che la sveglia squillerà alle cinque e mezza. Ma ne val la pena.

E’ giusto non vivere per lavorare, come sostiene mio fratello, ma lo è anche evitare l’allevamento di grilli strani per la testa, come sostengo io. Nel momento in cui lavori, stai dietro alla famiglia, ti concedi qualche piccola distrazione la sera, che altro serve nella vita, mi chiedo. Talento? Se avevi talento, usciva prima, stai tranquillo. Adesso che hai quarant’anni quasi, pensi di esser un pittore, vuoi farne la tua carriera…povera me…

Altro che parlarne con Cristina. Bisognerebbe estirpartela, questa fissa. Ma per il momento io me ne tiro fuori, ho già le mie, di paturnie.

(Dico così ma lo so che poi non riesco a fregarmene. Tra qualche giorno lo risento. Certo, quel Pazzi, anche lui…e fagli ‘sta chiamata, organizzagli ‘sta mostra, tra la festa della Birra e la sagra dell’asparago non si trova un buco?? Così per un po’ è contento, e magari si libera da un’idea tanto balzana..).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martedì, 29 marzo –

Difesa orgogliosa dell’Ideale, con suggerimenti propagandistici

(Giuseppe)

 

 

 

M'incollo un sorriso di plastica alla bocca e torno a casa. Non sono pentito d'averle buttato il telefono in faccia. Se dovesse ricapitare, lo rifarei. Che mi chiami a fare, dico io, se tanto non la pensi come me. Ma chi sbaglia sono io. Io lo so già da una vita, come sei fatta, come la pensi. Arrivo a casa, suono. Cristina mi sorride, e mi rispedisce fuori, al supermercato all'angolo. Ha dimenticato il latte e il caffè, poi domattina è una tragedia. Non fingo nemmeno di mostrarmi infastidito, perchè non lo sono. Lisetta mi corre incontro, mi getta le braccia al collo, papà portami con te, e figurati se non mi sciolgo.

Sono l'impiegato fallito frustrato più felice del mondo, in questo momento. Sono un pittore illuso che sprizza gioia da tutti i pori, nell'attimo in cui mia figlia mi prende per mano e il suo sorriso non è mai di plastica, a differenza del mio, e scendiamo insieme al super, e di colpo anche il mio sorriso diventa spontaneo.

Divento normale, in questi momenti, direbbe mia sorella.

Peccato che questi momenti rappresentino l'eccezione e non la normalità.

Perché basta che io scenda un momento in garage a prendere una cassa d'acqua, oppure che ne debba estrarre o ritirare l'automobile. Lì, in quel momento, dipende tutto da me. Se mi spingo pericolosamente sulla destra dell'ampio box, se apro la porticella interna del localino che vi ho ricavato e comincio a togliere il primo telo dal primo quadro. Lì, la storia riprende, inesorabile, carnivora, vuole tutto di me, vuole strapparmi fuori quel briciolo di razionalità che mi s'è insinuato dentro, vuole rendermi nuovamente succube della Mania. E così, tolto un telo ne tolgo subito un altro, poi un altro ancora, poi li tolgo tutti. Mi metto a riguardare tutti i miei dipinti, uno dopo l'altro.

E li trovo bellissimi.

E mi chiedo per quale ragione, per quale verità distorta, per quale dogma malvagio, io faccia l'impiegato dalle otto e mezzo alle sei, invece che il pittore professionista, l'unica attività che sento davvero mia, mia e mi fa realizzare come nient'altro nella vita, occupa il mio spazio vitale come (lo so, mi vergogno) nemmeno lo sgambettare irresistibile di Lisetta o l'amore di Cristina o le ineccepibili prediche di Claudia e il mite, imbarazzato sostegno di Ivano.

Poi mi rispondo: non lo faccio perché quei dipinti piacciono solo a me. E questo perché non interessano a nessuno, ergo nessuno, o quasi, li ha mai visti.

Tranne qualche bitorzoluto saccente assessore comunale, dai cui capricci umorali dipendo come l'acqua per l'assetato, o qualche parente ben disposto, sempre pronto a regalare dei "carino, bravo, mica male", perchè tanto non costa nulla e si è cortesi in famiglia.

Così non faccio niente. Li riguardo, non troppo a lungo. Vi calo sopra, con prudenza smisurata, le tele.

Esco, richiudo la porta a chiave. In punta di piedi, quasi di soppiatto, come non volessi urtare il sonno di quei tesori nascosti. Poi risalgo in casa e non ci penso più, aspettando la chiamata del bitorzoluto, che governa i miei sogni a suo piacimento.

Rincasato dal supermercato, ho ripercorso lo stesso iter. Ho mollato Lisetta, che è corsa ad accucciarsi sotto la gonna della madre.

Sono sceso in cantina con la scusa del vino, entrato in studio, ho sollevato le tele, ho recriminato, sono uscito. E risalendo ho trovato in casa, quasi ad attendermi sul sofà, mia madre e mio fratello Ivano. Non che la cosa mi faccia piacere, o dispiacere. In questo momento non ho grossi slanci d’affetto per i miei familiari, anche se per Ivano ho sempre avuto un moto, come dire, di..simpatia. Una simpatia mista invidia, un’altra cosa che non mi fa particolarmente onore. Mio fratello è per metà come me e per metà ciò che sono stato, e la complicazione sorge dal fatto che non riesco a capire se la cosa mi piace o meno. Intanto lo invidio. Le sue velleità artistiche sono dei morti che camminano. Penso che lui sappia già che non le porterà avanti, ma non ha ancora l’età per dolersene, e non sente ancora l’obbligo verso sé stesso di “continuare il discorso”. Se ne accorgerà, forse, fra qualche anno. E poi è solo. Solo in maniera irrimediabile, in proiezione futura, intendo. Ha fallito talmente tante di quelle prove, per una vita a due, da darmi la netta impressione di non esservene, semplicemente, tagliato. E’ stato, è sarà, sempre libero da vincoli familiari.

E allora perché, non cerca con più convinzione di seguire la sua strada vera? Odia la polvere e il fango dei cantieri che calpesta ogni giorno come io detesto la mia scrivania piena di preventivi da fare e ordini da evadere. Eppure il suo sacro fuoco è una fiammella da moka, nulla a che vedere con me.

Adesso però devo sgombrare la mente da questi pensieri, tanto son sempre i soliti. Devo fare il buon padrone di casa/fratello maggiore/figlio di mezzo, e condurre le fila dei buoni rapporti, perchè si possa poi tornare ognuno alla propria esistenza compiuta e realizzata.

 

 

 

 

 

Martedi 29 marzo –

Candide confessioni

(Ivano)

 

 

 

 

Siamo arrivati a casa piuttosto tardi stasera, si sa come vanno certe cose. Lisetta non s’addormentava mai, Cristina trovava sempre qualcosa di nuovo da raccontare, è sempre così gioiosa, spensierata. Come avrà fatto ad innamorarsi di mio fratello proprio non lo so. A un certo punto Giuseppe mi ha parlato del messaggio che gli ho inviato “in piena notte” pochi giorni fa. Gli ho detto spero di non averti svegliato, e lui, no, ovviamente l’ho visto la mattina. Ho pensato, che strano che ritorni sul discorso, normalmente gli basta sapere che abbiamo suonato bene. Invece ha fatto un ragionamento più, come dire, profondo. Mi ha chiesto, ma perché non fate le cose seriamente. Che v’importa di realizzare un CD, magari da tenere in un cassetto a prender polvere o suonare in macchina sino a rincretinirvi. Mandate invece in giro la vostra musica a qualche casa discografica, magari cominciando dalle realtà più modeste, per così dire, e anche nei locali, tanto per cercare di promuovere la vostra proposta dal vivo…

La cosa dapprima mi ha incuriosito. Noi manco ci pensavamo, anche se per me la musica è un passatempo piacevole. Ma non abbiamo mai pensato di farne una carriera. Quando, molto candidamente, glielo ho spiegato, m’è parso intristirsi. Ha iniziato una strana litania, con toni cupi, monocordi, basata sulla realizzazione.

Realizzazione, gli ho chiesto? Mai pensato, di trovare qui la mia realizzazione, non so davvero dove trovarla, al momento.

Giuseppe pareva essersi accontentato della mia spiegazione. Sistematosi meglio sulla sedia, s’era messo ad ingurgitare un mezzo bicchiere di gutturnio e pochi minuti più tardi era entrato in un diverso tipo di conversazione, di quelli più squisitamente dozzinali, tipo i contrasti all’interno della maggioranza di governo e altre amenità senza costrutto. Poi però, di colpo, mentre io mi stavo già per abbioccare, dopo aver gustato in gongolante beatitudine una fetta vistosa di meringata cosparsa di cioccolato, ha buttato lì una frase sibillina.

E che fosse indirizzata a me era fuor di dubbio, a meno che fosse strabico (non lo è), visto che era voltato dalla mia parte, con un ghigno nemmeno poco accennato.

“Vi sono dei treni che passano una volta sola...”

Sono rimasto a bocca aperta, per fortuna dopo aver mandato giù fin l’ultimo boccone di dessert.

La psiche di mio fratello è sorprendentemente contorta. La prima parte del nostro botta e risposta l’aveva lasciato evidentemente insoddisfatto, così ha elaborato lo stupore e il disinteresse di cui avevo dato prova, durante la conversazione successiva. Ne ha tratto un retrogusto amaro, che l’ha spinto a ritornare alla carica.

Tutto per amore fraterno, ovviamente. Solo che mi mette a disagio: io davvero non sono così.

Allora gli ho opposto un sorrisetto fragile, senza saper bene con quali parole accompagnarlo.

Ma lui non distoglieva lo sguardo.

Anzi, è stato, se possibile, ancora più esplicito.

"E c'è chi può permettersi di prenderlo, quel treno, e chi no, purtroppo. Tu potresti. Ma forse non hai abbastanza convinzione, o coraggio per farlo..."

Non sono più riuscito a reggere quello sguardo, così ho abbassato gli occhi. In tempo per sentire mia cognata intervenire con la sua bella voce squillante, che lo rimproverava scherzosamente, dicendo qualcosa del tipo, ma lascialo stare, tuo fratello, gli riempi sempre la testa con le tue idee balzane, e presto l'ha coinvolto in altri discorsi, fatui, leggeri come leggera è lei, e forse per questo la più saggia di tutti noi.

Ho rialzato lo sguardo e ho visto che i ruoli erano ribaltati. Stavolta stava lui a testa bassa. Ha partecipato attivamente a tutto il resto dei discorsi, dei sorrisi, dei brindisi, del gossip. Ma si capiva, o certamente lo capivo io, e forse un pò la mamma, che Giuseppe pensava solo all'occasione che aveva perso per "aprirmi gli occhi". Da quel momento, è stato il perfetto marito padrone di casa, sorridente a comando e impeccabile nei modi, ma dentro era mortificato. Come potevo non capire?

Lo fa per troppo amore, come ho specificato prima. E tanto vale astenersi dal cercare di fargli capire che non sono come lui, non servirebbe. Io sono la proiezione del suo sogno; il mio essere libero da catene e non volerne approfittare per realizzarlo, lo fa impazzire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì 31 marzo

E luce fu

(Giuseppe)

 

 

 

 

Discendo lungo la via Roma un qualsiasi giovedì pomeriggio della vita, sono le tredici e quaranta e sto recandomi al lavoro

dopo la pausa pranzo. Taglierò la piazza Carlo Felice, attraverserò il Corso Vittorio Emanuele per poi immettermi in via Sacchi.

La prima a destra ed eccomi in via Magenta, alla “Defalchi s.a.s.”, società che commercia in macchine per cucire, ricambistica,

stiro ed accessori, e per la quale da una dozzina d’anni mi pregio (si fa per dire) di lavorare in qualità d’impiegato commerciale.

Il momento del ritorno in ditta nel pomeriggio mi ha sempre dato sensazioni contraddittorie: da un lato il sollievo per aver portato a termine metà della fatica, (anche se farei bene a dirlo a bassa voce, sento già le obiezioni di mia sorella, e allora che dovrebbe dire chi lavora in miniera, chi in ospedale, chi un lavoro non ce l’ha proprio, ed altre risapute ovvietà, non ha ancora capito che io non sono gli altri), dall’altro il rammarico per avere ancora metà giornata davanti.

Ma oggi, giovedì d’inizio primavera, passeggiando attraverso i giardini tra rami di camelia già mezzi sfioriti e magnolie che hanno illuminato di rosa candido un cielo privo di nuvole, sono contento. Davvero, contento.

Non c’è altro modo di definirmi. Perché mentre sedevo al bar con gli altri, mentre ordinavo il solito toast al formaggio con poca farcitura, fingevo di interessarmi ai problemi della vice capo contabile (suo figlio non vuole imparare il minimo comune multiplo) o alla felicità del vecchio rintronato del magazzino, esaltato perché la sua squadra ha vinto non so bene cosa a pallone, pensa te, loro miliardari per due calci e tu a sessant’anni a scaricar bancali, ma anche qui è inutile cercare di fargliela capire. Mentre tendevo le orecchie a questo vano

chiacchiericcio, m’è arrivato un messaggio.

Dicono (non so chi l’abbia detto, in realtà) che una buona notizia possa cambiare la vita. Io non arrivo a tanto, e mi limito a dire che certamente mi ha cambiato la giornata, al massimo la settimana. Anche lì, poi, dipende dai punti di vista: secondo mia sorella non sarebbero certamente queste, le buone notizie. Al massimo, direbbe con quella sua irresistibile aria da prima della classe, vabbè, buon divertimento, ma poi si torna tutti alla vita vera, ok?

Il mittente era Flavio Pazzi. Cioè l’assessore alla cultura del Comune di Avigliana, il quale rendeva noto che “la  proposta relativa all’eventuale (eventuale? che brutto!) allestimento di una mostra dei Suoi dipinti nell’ambito della Festa Cittadina, durante il prossimo mese di giugno, con data e location da precisarsi, è stata accolta. Attendo suo cortese cenno di ricezione, la ricontatterò nelle prossime settimane per invitarla alla riunione che si terrà negli uffici comunali per organizzare la Festa.”

Non appena ho letto il messaggio, ho avuto un brivido d'esaltazione e gli ho inviato un “cortese cenno di ricezione”, confermandomi sin d’ora “a completa disposizione per ogni incontro”. Gli ho risposto di soppiatto, da sotto il tavolino, i miei colleghi sono sempre troppo curiosi. Poi ho intascato lo smartphone e ho continuato ad ascoltare i loro discorsi con la stessa faccia di prima, irrorata dal solito sorriso di plastica. Sempre lo stesso, solo che prima del messaggio era sostenuto dall’indifferenza e una forzata sopportazione, ora dall’esaltazione. Tale che cinque minuti prima del solito li ho mollati al bar e sono uscito, tornando in ufficio da solo, assaporando la primavera del centro e leggendo e rileggendomi il messaggio, cercando di non urtare i passanti e provando un po’ di pena per le loro espressioni tristi, annoiate, risapute.

Sono rientrato in ufficio, ma ovviamente per quell’intero pomeriggio io mi trovavo altrove. Per prima cosa, ho deciso di non informarne Claudia, la quale peraltro non mi avrebbe dato soddisfazione. In famiglia, invece, ho buttato lì la questione con nonchalance, come se avessi dato notizie sul tempo di domani.

Cristina mi ha sorriso è mi ha detto soltanto:

“Bene! Spero che ti diverta, che sia una bella esperienza”

Non mi ha detto, come avrebbe fatto mia sorella:

“Bene, era ora, prima fai questa cosa, prima te la togli dalla mente”

Sempre con affetto e il medesimo sorriso sulle labbra, però intanto me lo dice, e si aspetta che io recepisca il messaggio.

Mando una mail a Ivano, con la stessa notizia. Spero in qualche modo che questo lo spinga a rincorrere una dimensione un po’ più professionale del suo hobby. Non so se mi risponderà, spero almeno che la legga, e ci pensi.

 

 

 

 

 

TRE FRATELLI 1)

15 MAGGIO 2017


Presentazione di Claudia, Giuseppe e Ivano, i protagonisti del nuovo romanzo "Tre fratelli", di cui inserirò adesso e nei prossimi post le prime pagine.

 

 

 

Prima scena

Domenica, 27 marzo –

Il coraggio di una scelta di vita

(Giuseppe)

Ripensandoci a poche ore di distanza, realizzo che la fotografia più rappresentativa del mio malessere è quella che mi vede intorno alle cinque di oggi pomeriggio, uscir fuori improvvisamente, sul ponte, nel disperato tentativo di rimettere in ordine le idee.

Non riuscivo a capire se restarmene lì, sorridente in mezzo al gruppo rintanato in coperta per un inaspettato levarsi del vento, avesse ancora senso per me, ormai. Non sentivo di aver granchè da spartire con mia moglie, mia figlia e i miei amici, in quel momento. Anzi: sentivo le risa chiare, squillanti di Cristina, e il mio disagio aumentava.

Tuttavia sono sempre stato in gamba a dissimulare.

Mi sono appoggiato per un momento coi gomiti sulla fiancata del motoscafo, in completa solitudine ad osservare il lago improvvisamente mosso, incurante dei piccoli brividi di freddo. Ma dopo pochi istanti, mi sono sentito in colpa per aver abbandonato il bel quadretto e così sono rientrato, reindossando il sorriso. Accoglievo i gridolini di gioia di Lisetta, mi chinavo ad abbracciarla, mi lasciavo, come sempre, trascinare nel vortice.

Pensare che avrei voluto mettere tutto in chiaro proprio al ritorno di questa bella gita al lago di Viverone, la prima domenica di primavera.

Come avrei potuto ora farlo?

Non l'avrei fatto, semplicemente.

Ho riposto mestamente i propositi bellicosi, e ho trascorso il resto della traversata seduto all'interno, con Lisetta sulle ginocchia che ogni tanto mi ricordavo di far ballare, stancamente, mentre i miei occhi guardavano dritto davanti a me, senza peraltro vedere più di tanto. La mobilità delle onde gocciolanti di sole rubava talvolta la scena alle risa di Cristina, che scambiava pettegolezzi a bassa voce con Vittoria, inutilmente strattonata dal piccolo Liam, che ha sempre voglia di giocare, non si stanca mai.

Liam, figlio di Vittoria e Adriano, nostri amici da sempre, è un moccioso di nove anni o forse dieci, non ricordo mai, anche se Vittoria non perde occasione per menzionarne l'età ogni volta che apre bocca. Ragazzino noioso e scocciatore all'estremo, si rivolge ora ad Adriano, con lo stesso insuccesso, visto che il padre non stacca gli occhi dalla Gazzetta, e per lui trovarsi su un motoscafo in mezzo al lago o comodamente sdraiato in poltrona non cambia molto. L'importante era stringere perennemente la rosea tra le mani.

Liam non è che guardi molto Lisetta, come forse è logico, visto che ha cinque, sei anni più di lei. Quindi, stante l'indifferenza dei suoi genitori, eccolo che si accuccia in un angolo, estrae un apparecchio portatile di tasca, e si mette a smanettare sul display con velocità ossessiva, ricordandosi di mantenere sempre la medesima espressione imbronciata. Vorrei imprimergli un possente calcio sul fondoschiena e lanciare lui e il suo stupido gioco in mezzo al lago, questo si che sarebbe un lieto e gaudente intermezzo, ma purtroppo non lo posso fare. Invece, continuo a sorridere a lui e a Vittoria, a far giocare Lisetta, a fingere interesse per le blaterazioni di mia moglie, cui persino Adriano ora pare tendere l'orecchio, a sperare che questa tortura abbia presto fine.

Arriva sera ed eccoci rientrare felici e contenti per la piacevole domenica al lago, a Porta Nuova ci siamo salutati con Vittoria e Adriano, ripromettendoci di risentirci quanto prima. Mezz’ora dopo la bella famigliola rientrava alla palazzina liberty del 44 di Corso Trento, stanca e soddisfatta.

La sera, a casa, ho cercato di contattare il Pazzi per sapere se ci fossero novità, ma come fa spesso ha rifiutato la chiamata. Mi sa che devo togliermela di mente, l'idea della mostra personale. Tutti uguali 'sti assessori, buoni a sciorinarti sorrisi in serie, se han bisogno di voti, poi se ne fregano delle promesse. A parte che io voto a Torino e non ad Avigliana, dove sta lui. Comunque, ho gettato il cellulare nel cassetto, dopo averlo spento. Cristina aveva appena messo a nanna Lisetta.

Ci siamo seduti al tavolo, dovevamo mettere a posto due conti, mi sentivo talmente a terra che avrei preferito accasciarmi sul divano davanti al telegiornale e alla quotidiana enunciazione di disgrazie. Cristina mi guardava di soppiatto, ma non mi ha chiesto chi stessi cercando al telefono. Forse aveva timore di chiedere conferma ai suoi sospetti.

Ed io avevo paura di confermarglieli.

A salvarci dall'impasse, mentre ci districavamo tra le scadenze, è stata una telefonata di mia sorella Claudia.

Domenica, 27 marzo –

Piacevoli turni domenicali in cassa

(Claudia)

"Claudia! Come va? Si, siamo andati, sapessi che bella gita! Giornata, meravigliosa, un caldo, un sole!! Solo un filino di vento, verso sera...E tu, com'è andata la domen...no! Peccato, il turno di pomeriggio...e i ragazzi, come stanno??"

Niente di meglio dopo un massacrante turno in cassa di domenica pomeriggio, sia detto senza ironia, che raffrontarsi coi calorosi entusiasmi di mia cognata Cristina. Così mi sono facilmente adeguata, agli acuti e ai gridolini, alle esclamazioni, agli stupori, insomma, alla granitica semplicità della moglie di quel testone di mio fratello Giuseppe. Santa donna.

Mi è sembrato che il clima fosse disteso, piacevole, così non ho indagato oltre il lecito, come direbbe Beppe, ha sempre questa sensazione come se lo volessimo controllare, e forse un pò ha ragione.

Non me lo sono fatto passare. Troppo stanca, ero. Duro, il pomeriggio di primavera a passar prodotti sulla banda magnetica della cassa, sempre lo stesso plin metallico che alla fine ti rimbomba nelle orecchie come un gong, e non potersi permettere nemmeno per un secondo di distrarsi, che gli ammanchi di cassa poi sono affari nostri.

Meno male che Niccolò s’è portato Chiara ai giardini, e Ale ovviamente a scorazzare in scooter con gli altri. Almeno loro se la son goduta.

Ora però sono contenta. Si, perché sono le dieci di sera, i piccoli (E quando smetterò di chiamarli così, visto che Ale ha sedici anni ed è già più alto di me da un pezzo e Chiara, che ne ha tredici e mezzo continua a salire...) sono crollati davanti alla tivù e adesso mi preparo una bella tisana.

Domani ho giornata libera e la santificherò ad una lunga, riposante sessione di mestieri in casa, in completa solitudine. Perché lamentarsi, dunque? Non cambierei mai questa vita, e certamente non mi farò mai le paturnie di Beppino.

Sono tranquilla, ma mica tanto, in fondo. Speriamo non faccia stronzate. Non è mai riuscito ad accontentarsi di quello che ha raggiunto, che è tutt'altro che poco. Sempre inquieto, comunque insoddisfatto. La realizzazione, cerca, vuole realizzarsi, sono anni che me lo confida. Ma che vuol dire, realizzarsi? Non basta la famiglia, il lavoro, la salute, la sicurezza economica...più realizzato di così!

Ha sempre avuto questa fissa della pittura, che non l'ha mai portato da nessuna parte. E anche adesso, a quarant'anni suonati, mica riesce a levarsela dalla testa.

Forse non ci prova nemmeno.

Ma sempre meglio di quell'altro sfigato di Ivano.

Poveretto.

Lui si, che è messo davvero male.

Martedì 29 marzo -

Rientri silenziosi

(Ivano)

E’ sempre così. Ci imponiamo il divieto di sforare oltre mezzanotte, tassativo, a meno che non si facciano le prove il venerdì, il che è assai raro. Poi invece, spegniamo gli amplificatori, stacchiamo gli strumenti (o meglio, il contrario), e c’è sempre qualcuno che tira fuori una bottiglia o due di birra. Così i buoni propositi salgono al soffitto insieme al fumo delle sigarette che impestano la sala prove e come il fumo si dissolvono. Stanotte, o meglio stamattina erano le due e mezzo. Ecco il bello e il brutto di avere una sala prove privata (non io, ovviamente; il nostro batterista, nel suo villone di figlio di papà): gli orari non sono imposti dall'esterno ma autoimposti, e dunque irrispettati.

Quando poi arrivo a casa, prendo un’infinità di precauzioni. Salgo in ascensore soltanto i primi tre piani, perché l’apparecchio inchioda sempre con un boato assordante, e mi faccio a piedi le ultime due rampe di scale, sino al quinto, dove abito. Il sonno di mia madre è quasi al sicuro. Prima devo ancora aprire con infinita cautela la porta blindata, entrare e richiuderla senza troppo rumore, per il momento non cigola ancora, per fortuna. Entro e noto che la porta che separa la zona giorno dalla notte è aperta. Le dico sempre di chiuderla, ma niente. Mi metto in ascolto e, il più delle volte, avverto il suo flebile russare, il che è sempre rassicurante. Chiudo la porta di mezzo e un quarto d’ora più tardi sono a nanna, pronto a mentire la mattina dopo circa l’ora del mio rientro.

La dichiarazione standard: “erano le dodici e un quarto, e venti massimo". So che lei non resta mai sveglia oltre mezzanotte.

A questo punto direte: hai sedici, diciassette anni e devi rendere conto. No, invece. Ne ho trentuno e non devo, bensì voglio, rendere conto a mia madre, dell’ora in cui rientro e di tante altre cose, anche se i miei fratelli mi considerano, per questo e non solo, un povero sfigato.

Mi rendo conto che è necessario, a questo punto, un chiarimento, per il nostro perplesso lettore. Mi chiamo Ivano Tempesta, ho (quasi) trentun anni, faccio il geometra e abito con mia madre a Torino, zona Regio Parco, via Modena, per l'esattezza. Papà è morto che avevo quindici anni, dopo aver perso una battaglia triennale col cancro alla prostata. Claudia, all’epoca ventisei, era già sposata con Niccolò ma stavano ancora in via Cavour, nel monolocale, da pochi anni si sono trasferiti in via Santa Giulia, angolo Largo Montebello, neanche lontanissimo da noi. Giuseppe, all’epoca ventiquattro, s'era appena messo con Cristina, si sarebbero sposati due anni dopo. Naturalmente mamma pensava che anch'io me ne sarei andato presto, seguendo quello che si sarebbe potuto definire un percorso naturale. E in effetti, l'intenzione era davvero quella.

Senonchè...

Senonchè qualcuno ha stabilito che nelle famiglie normali, come potrebbe essere definita la nostra, si nasce, si cresce, ci si sposa (oppure, secondo le più recenti tendenze, si convive).

Sulle prime due tappe non ho avuto nessun problema particolare, sulla terza invece il discorso è tutt’altro che definito. Beh, non preoccupatevi. Non ho nessuna intenzione di tediarvi con la cronaca dei fallimenti sistematici, non voglio deprimervi anche perchè io sono tutt’altro che depresso, ma anche di questo parleremo più tardi. Fatto sta che, come tutti gli umani mediamente comuni, ho avuto un comune numero di storie, un comune numero di delusioni e rivincite e via banalizzando, ma tirando le somme son rimasto solo. Ho però avuto la fortuna di farlo senza coltivare rimpianti, nè odi o paturnie, insomma, con la coscienza a posto. Come dice il poeta, era stato fatto tutto ciò che si poteva. Solo che è difficile convincerne gli altri, e da qui, giù botte.

Ti fai mettere i piedi in testa. (mio fratello).

Non hai voglia di impegnarti per un rapporto serio (mia sorella).

Comodo, eh, restare in casa con la mamma e trovare tutto fatto, stirare pulire lavare cucinare.....(chiunque voglia dar fiato alla bocca).

Mi è capitato una volta sola, d'imbestialirmi e reagire a tanta superficialità, nel momento in cui due zabette che venivano a casa nostra a trovare mia mamma (e lei poverina tutte le volte a mettergli giù la tovaglia pulita sul tavolo del salotto e preparargli il thè coi frollini), alla decima volta che ribadivano il concetto osservandomi con sussiego, ho sbottato.

“Si vede che nessuno mi merita! E in ogni caso spero di non incocciare mai in femmine impiccione e ficcanaso come voi due!”.

Non è stato un caso di sindrome da Gian Burrasca, e comunque è stato un caso isolato. Sono una persona mite, e chiunque mi conosce potrà confermarvelo. Ma se qualcosa mi manda in bestia sono le etichette appioppate a caso, le generalizzazioni grossolane, i giudizi approssimativi, tutte cose che hanno il potere di ferire a morte. Mia madre ha perso due amiche, (amiche??) che scioccate dal mio contegno inqualificabile se ne sono alzate tremanti di sdegno, hanno infilato i cappotti e sono uscite (spero per sempre) da casa nostra, ma sotto sotto, ne sono sicuro, era contenta.

 

 

(segue)

 

IL RESTAURO DELLA BASILICA DELLA NATIVITA’ A BETLEMME

12 MAGGIO 2017


IL RESTAURO DELLA BASILICA DELLA NATIVITA’ A BETLEMME


 

Segnalo l’iniziativa che si tiene dal 10 maggio al giorno 16, presso casa Giacobbe, a Magenta:

Una mostra su Betlemme, presentata presso la nostra città


 

INGRESSO LIBERO

CASA GIACOBBE

VIA 4 GIUGNO 80

MAGENTA

ORARI D’APERTURA:      LUN/VEN = 17/19 – 21/22

SAB/DOM =10/12 – 16/19

VISITE GUIDATE SU PRENOTAZIONE ANCHE IN ORARI DIFFERENTI

 

NUOVO ROMANZO: TRE FRATELLI

10 MAGGIO 2017


Ciao a tutti

Solo per informarvi che da oggi è disponibile la versione cartacea del nuovo romanzo, il sesto della serie, denominato “Tre fratelli”.

Ecco i dati salienti:


Titolo: Tre Fratelli

Romanzo di 280 pagine

Brossura - Formato 15x23 - bianco e nero

Terminato l’17 settembre 2015 – stampato il 15 aprile 2017

Cosa conosciamo davvero di chi dovrebbe rappresentare un punto di riferimento immarcescibile della nostra vita?

Per l'acquisto e qualsiasi informazione: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Prossimamente, saranno inseriti i primi capitoli sul sito, come per ogni opera stampata.

Grazie a tutti

Alfonso

 

NUOVA STAGIONE - PALAZZO MARINO IN MUSICA

30 APRILE 2017

 

 

 

Palazzo Marino in Musica

VI Edizione 2017

presenta:

 

“Il divino Claudio”

Ai tempi di Monteverdi

 

7 maggio – 5 novembre 2017

Sala Alessi - Palazzo Marino

Piazza della Scala, 2. Milano

 

 

Palazzo Marino in Musica inaugura la nuova stagione a Sala Alessi dedicando la sua sesta Edizione al “divino Claudio Monteverde” (così lo celebra d’Annunzio nel romanzo Il fuoco), di cui ricorrono quest'anno i 450 anni dalla nascita: colui che, ponendo l’accento sul sentimento dell’uomo e facendo espandere le melodie del canto come mai era accaduto prima, apre il cuore di un pubblico sempre più ampio a una nuova sensibilità musicale, destinata a secolare fortuna.

 

Traghettando la musica polifonica rinascimentale verso un raffinato intreccio di voci e strumenti, Monteverdi fonde poesia e musica in una simbiosi perfetta; con una fantasia senza eguali e, muovendosi attraverso una grande varietà di generi, ha consacrato la sua vita all’esplorazione in musica degli “affetti” e delle emozioni dell’animo umano. La sua musica ha conservato, intatta, la straordinaria capacità di commuovere e con L’Orfeo, ha compiuto quel passaggio epocale verso l’opera, in cui “tutti li interlocutori parleranno musicalmente”.

 

Attorno alla sua rivoluzionaria figura, che nasce a Cremona nel 1567, la stagione 2017 di Palazzo Marino in Musica si snoderà attraverso l’intricato gioco di stili musicali dei compositori a lui contemporanei: dalla ricchissima produzione del bresciano Biagio Marini, alle armonie cromatiche di Giovanni Gabrieli, ai virtuosismi dei Fiori musicali di Girolamo Frescobaldi, alla raffinatezza delle canzoni di Tarquinio Merula, delle sonate di Dario Castello e di molti altri compositori.

Sarà dunque l'estro radioso della musica dei Seicento ad accompagnare quest'anno il pubblico in sei splendidi concerti, da maggio a novembre.

A dare avvio alla stagione, domenica 7 maggio alle ore 11,00, sarà l’Ensemble Consonanze Stravaganti, con la delicatezza primaverile dei versi delle canzonette, villanelle e madrigali che raggiunsero all’inizio del XVII secolo la loro estrema eleganza. La rassegna prosegue a giugno con un concerto proposto dall’Istituto di Musica Antica della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado – Fondazione Milano che celebra la maestosità della scuola veneziana, sovrana indiscussa d’Europa, madre del melodramma, alla quale approdarono i più grandi compositori italiani.

 

Un appuntamento di grande originalità sarà il concerto di luglio, nel quale la Toccata dell’Orfeo, insieme a composizioni di Scarlatti, Frescobaldi, Malipiero, Gabrieli e Gesualdo Da Venosa, saranno interpretate dai bravissimi sassofonisti del Milano Saxophone Quartet, in trascrizioni sorprendenti e insolite.

 

Il 3 settembre gli Allievi della Scuola Musicale di Milano dipingeranno un affresco della musica europea ai tempi di Monteverdi, in particolare di quelle nuove forme della musica da ballo che stavano facendo il loro festoso ingresso in tutte le corti d’Europa.

 

L’evento di punta della stagione 2017 sarà il concerto di domenica 1 ottobre, quando giungerà da Cremona uno dei più antichi violini al mondo: il Carlo IX realizzato da Andrea Amati tra il 1566 e il 1570 per le nozze reali francesi. A suonarlo uno dei più importanti violinisti italiani, Federico Guglielmo, accompagnato da Diego Cantalupi alla tiorba e chitarra. A cura del Museo del Violino, il concerto sarà introdotto dal Maestro Fausto Cacciatori, che presenterà il preziosissimo strumento e racconterà la storia di Andrea Amati, fondatore di una delle prime e più importanti famiglie di liutai italiani.

 

La concomitanza del concerto di eccezionale valore con l’inaugurazione, il 28 settembre, della mostra “Dentro Caravaggio” allestita a Palazzo Reale fino al 29 gennaio, è anche occasione per mettere in evidenza il legame simbolico e artistico tra la figura di Claudio Monteverdi e il più importante pittore del suo tempo: Michelangelo Merisi. Grande è infatti l’affinità tra i due artisti, che più di ogni altri hanno segnato la storia dell’arte italiana del Seicento. Lo stile concertato monteverdiano trasporta in musica quei chiaroscuri che rendono le opere di Caravaggio uniche al mondo. Entrambi, ricercando nella pittura e nella musica la profondità dei sentimenti, hanno “umanizzato la religiosità e santificato il quotidiano” (John Eliot Gardiner).

 

Una stretta relazione quella della musica con l’arte, che la rassegna Palazzo Marino in Musica ha da sempre messo in risalto: la raffinatezza e la luminosa eleganza di Sala Alessi quest’anno accoglie proprio quella musica nata nello straordinario momento di fioritura dell’arte, nel quale vennero realizzati anche Palazzo Marino e i suoi splendidi affreschi. Pochi anni infatti separano la nascita di Claudio Monteverdi e Andrea Amati dalla costruzione del Palazzo, oggi sede del Comune di Milano.

 

Questa edizione di Palazzo Marino in Musica si concluderà a novembre ritornando pienamente a Monteverdi con alcune delle sue più belle arie eseguite, insieme ad alcune preziose musiche di compositori del suo tempo, dal raffinato soprano tedesco Anna Kellnhofer accompagnato dal liutista Massimo Lonardi.

 

 

La rassegna Palazzo Marino in Musica, patrocinata dal Comune di Milano e giunta alla sua sesta edizione, è sostenuta da Intesa Sanpaolo con il contributo di Suez Degremont. Il progetto è stato promosso nel 2012 dal consigliere comunale Filippo Barberis e con l’idea di aprire Sala Alessi a nuovo palco per la musica classica, arricchendo così il patrimonio culturale della città. La direzione artistica è curata da Ettore Napoli e Davide Santi all’interno di una produzione affidata a Rachel O’Brien.

 

Media partner della stagione 2017 sono la rivista musicale Amadeus e il canale Sky Classica.

 

 

 

 

 

 

 

Domenica 7 maggio, ore 11.00

La primavera dei dolci e languidi sospiri

Ensemble Consonanze Stravaganti

Dall’incontro della musica con la poesia sbocciarono nelle fiorenti corti italiane composizioni delicate e raffinate: ispirandosi alla freschezza e alla leggerezza dei canti pastorali del Cinquecento, le canzonette e villanelle dipingono, attraverso commoventi versi poetici, sentimenti, affetti, amori e passioni. La primavera del canto in cui musica e parola si fondono in nuove forme di altissima armonia.

 

Linda Przybiernow, violino

Graziana Palazzo, soprano

Andrea Antonel, theorbo

 

Programma:

Claudio Monteverdi - Ohimè ch'io cado

Biagio Marini - La Gardana

Biagio Marini – Novello cupido (Donna che loda il canto di bellissimo giovanetto)

Biagio Marini – Sonata Variata

Kapsberger – O fronte serena (Secondo Libro di Villanelle)

Biagio Marini – Romanesca

Claudio Monteverdi - Voglio di vita uscir

Bellerofonte Castaldi – La Follia

Biagio Marini – Ite ho mai (Invito a l'Allegrezza)

Biagio Marini - La Vetrestain corrente

Giovanni Girolamo Kapsberger – Che fai tu (Secondo Libro di Villanelle)

Giovanni Girolamo Kapsberger - Passacaglia in la

Claudio Monteverdi - Quel sguardo sdegnosetto

Biagio Marini – La Caotorta, (Gagliarda a 2)

Giovanni Girolamo Kapsberger – Sonino, scherzino (Quarto Libro di Villanelle)

 

 

Domenica 4 giugno ore 11.00

Fioriture musicali

Civica Scuola di Milano Claudio Abbado – Fondazione Milano

Un vento maestoso soffiava nella Venezia del Seicento, melodie di fine bellezza risuonavano in calli e canali con i loro splendenti saloni e palazzi nobiliari, percorrevano il Canal Grande fino a inondare di una musica nuova la radiosa cappella di San Marco. Qui approdarono i compositori che resero la Serenissima lo splendore e il centro della vita musicale europea.

 

Eleonora Bellini, soprano

Ariadna Quappe, flauto

Andrea Vassalle, violino

Anaïs Lauwaert, Iris Fistarollo, viole da gamba

Tommaso Fiorini, violone

Margherita Burattini, arpa

Mattia Marelli, clavicembalo

 

Programma:

Biagio Marini - Sinfonia del quinto tuono (Sonate da Chiesa e da Camera, Op. XXII, Venezia, 1655)

Giovanni Gabrieli - Canzon seconda a 4

Biagio Marini - Balletto quarto Allemano

Biagio Marini - Zarabanda quarta

Biagio Marini - Corrente seconda (Sonate da Chiesa e da Camera, Op. XXII, Venezia, 1655)

Dario Castello - Sonata seconda a Soprano solo (Sonate Concertate in Stil Moderno, Libro II, Venezia, 1644)

Claudio Monteverdi - Dolcissimo uscignolo (Madrigali Guerrieri et Amorosi, Libro VIII, Venezia, 1638)

Tarquinio Merula - La Cattarina(Canzoni overo sonate concertate per chiesa e camera, Op.XII, Venezia, 1637)

Tarquinio Merula - La Monteverde (Il Quarto Libro delle Canzoni da sonare a doi et a tre, Op XVII, Venezia, 1551)

Claudio Monteverdi - Si dolce e’l tormento (Quarto scherzo delle Ariose Vaghezze, Venezia, 1624)

Giovanni Pierluigi da Palestrina - Tota pulchra es, amica mea (Mottettorum Liber Quartus, Diminuzioni di Giovanni Bassano)

Dario Castello - Sonata XVI (Sonate Concertate in Stil Moderno, Libro II, Venezia, 1644)

Claudio Monteverdi - Lamento d’Arianna (Venezia, 1623)

 

 

Domenica 2 luglio ore 11.00

Original Monteverdi

Milano Saxophone Quartet

 

Un sorprendente Monteverdi che attraversa il tempo e la storia per ritornare da noi in un’originalissima trascrizione per quartetto di sassofoni. Un’interpretazione che ci riporta all’antica prassi veneziana di tenere concerti all’aria aperta, nelle piazze e nei campi in occasione di festività e che ripropone in chiave moderna la ricca produzione barocca di “Canzoni da sonar”, destinate a strumenti brillanti come gli ottoni.

 

Damiano Grandesso - sax soprano

Stefano Papa - sax contralto

Massimiliano Girardi - sax tenore

Livia Ferrara - sax baritono

 

Programma:

Claudio Monteverdi  - “Toccata” da Orfeo

Gesualdo Da Venosa – “2 madrigali: Tu m’uccidi o crudele / Itene miei sospiri”

Domenico Scarlatti /Salvator Sciarrino – “Canzoniere da Scarlatti”

Girolamo Frescobaldi – “2 canzoni da sonare a quattro”

Gian Francesco Malipiero – “Vivaldiana”

Giovanni Gabrieli – “Canzona a quattro”

 

 

 

Domenica 3 settembre ore 11.00

Danze e fantasie europee

Scuola Musicale di Milano

Dalla seconda metà del Cinquecento la musica da ballo fa il suo sfarzoso ingresso in tutte le corti d’Europa. Il secolo successivo è un germogliare di fantasie, capricci e composizioni destinate alla danza, figurata e di gruppo: dalle Fiandre (Sweelinck) all’Inghilterra (Byrd e Gibbons), dalla Francia (Susato) alla Germania (Melchior) e, naturalmente, all’Italia.

Allievi della Scuola Musicale di Milano

Programma:

Girolamo Frescobaldi - Capriccio sopra la Battaglia

William Byrd - Sixth Pavan and Galliard

Jan Peterszoon Sweelinck - Il Ballo del Granduca

Claudio Monteverdi - Entrata da Il ballo delle ingrate

Franck. Melchior - Pavana III à quattro

TylmanSusato - La Mourisque

Eustache Du Caurroy - Trentedeuxième Fantaisie à quatre sur “Une jeune fillette”

Biagio Marini - Passacalio à trè& à quattro

Orlando Gibbons - Fantasia a tre

Claudio Monteverdi - Sinfonia da l’Orfeo – primo atto

 

 

Domenica 1 ottobre 2017, ore 11.00

La prima voce del violino

Museo del Violino

 

Un violino di inestimabile valore, tra i più antichi al mondo, il Carlo IX realizzato da Andrea Amati per le nozze reali francesi nel 1570, sarà il protagonista di un concerto che ripercorre la storia della nascita del violino attraverso alcuni dei primi e più rari brani composti per questo strumento.

Il capolavoro creato dal fondatore della prima famiglia di liutai cremonesi, sarà presentato dal Maestro Fausto Cacciatori, conservatore delle collezioni del Museo del Violino di Cremona.

 

Federico Guglielmo, violino Andrea Amati, Carlo IX, 1570 ca.

Collezioni Civiche Liutarie del Comune di Cremona, Museo del Violino

Diego Cantalupi, tiorba & chitarra

 

Programma:

Francesco Carubelli - Brando, Spagnoletta, Corrente & Gagliarda

Giovanni Amigoni - Sinfonia a violino solo

Niccolò Corradini - Sonata a due, violino e basso, "La Sfrondata"

Bellerofonte Castaldi - Un bocconcino di fantasia

InnocentioVivarino - Sonata per il violino (c.1575-1626)

Biagio Marini - Variata per il violino

Michel Farinel - Faronell Divisions upon a Ground

John Playford - The Duke of Norfolk or Paul’s Steeple

Nicola Matteis - Diverse Bizzarrie sopra la vecchia Sarabanda

Giulio Banfi Milanese - Villan di Spagna

Arcangelo Corelli - Sonata op. V n. 10

 

 

Domenica 5 novembre ore 11.00

Di dolcissimo amor inebriato

Duo Kellnhofer – Lonardi

 

Alcune fra le più preziose arie e melodie di Monteverdi eseguite da voce e liuto, accostate a rare perle musicali di compositori italiani meno noti e inaspettati: raffinati gioielli di quella “musica reservata” che veniva suonata in ambienti raccolti di fini intenditori. Il connubio di poesia e melodia che rende senza tempo l’estetica e l’estro del “Divino Claudio”.

 

Anna Kellnhofer – soprano

Massimo Lonardi - arciliuto

 

Programma:

Claudio Monteverdi - Prologo (da “L’Orfeo”)

Girolamo Frescobaldi – Toccata per liuto

Claudio Monteverdi - Dolci miei sospiri

Michelangelo Galilei - Toccata

Claudio Monteverdi - Perché se m’odiavi giuravi d’amarmi?

Cesare Negri - Bianco Fiore

Girolamo Frescobaldi - Aria di Passacaglia

Anonimo (sec. XVII) - La Bertoncina

Claudio Monteverdi - Eri già tutta mia

Bernardo Gianoncelli - Toccata

Claudio Monteverdi - Ecco di dolci raggi il sol armato

Andrea Falconieri - La Suave melodia

Claudio  Monteverdi - Hoimè ch’io cado

Anonimo (sec. XVII) - Toccata

Claudio Monteverdi - Sì dolce è il tormento

 

 

 

 

 

Ingresso gratuito

100 biglietti potranno essere riservati online sul sito

www.palazzomarinoinmusica.it a partire dal giovedì precedente ogni concerto.

 

50 biglietti saranno disponibili presso InfoMilano - Ufficio Informazioni

Turistiche a partire dalle ore 14.00 del giovedì precedente ogni concerto.

Sarà possibile ritirare fino a due biglietti a persona.

 

InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche

Galleria Vittorio Emanuele angolo Piazza della Scala

Tel. 02 88 45 55 55

Orari d’apertura: lunedì - venerdì 9.00-19.00; sabato: 9.00-18.00.

 

 

Palazzo Marino in Musica

Stagione 2017, VI Edizione– “Il divino Claudio” Ai tempi di Monteverdi

 

Sala Alessi - Palazzo Marino

Piazza della Scala, 2. Milano

 

Direzione Artistica: Ettore Napoli, Davide Santi

Direttore di Produzione: Rachel O’Brien

Assistente di produzione: Francesca Napoli

Organizzazione: EquiVoci Musicali

 

Ufficio Stampa: Giulia Castelnovo

Tel. 349 09 96 481 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

www.palazzomarinoinmusica.it

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Con il contributo di Intesa San Paolo e Suez Degremont

 
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